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Adoro pescare. Metti la lenza in acqua e non sai cosa c’è dall’altra parte. La tua immaginazione è tutta là sotto. (Robert Altman). Vedi anche il mio Album fotografico.

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Le tecniche della pesca alla Trota

Ben ritrovati, ad un nuovo appuntamento con i torrenti, le Trote, e le avventure di pesca.   In questa nuova conversazione, vorrei illustrare per sommi capi, anche a chi ne è completamente digiuno, come si sviluppa la pesca alla Trota, che di norma presuppone due principali tecniche di esecuzione, una la cosiddetta pesca con artificiale, l’ altra invece quella con esca viva.   La prima, conosciuta soprattutto per l’ uso del cosiddetto cucchiaino, prevede l’ utilizzo di un’ esca finta, formata da una paletta di metallo, a forma appunto di cucchiaino, paletta che è libera di ruotare su un asse formato da una sottile anima di acciaio, che ad un estremo ha un anellino che permette di fissare il rotante al filo di nylon, e sull’ altro lato, alla fine dell’ anima in acciaio, si trova un’ asola che tiene in posizione una piccola ancoretta, cioè tre ami fissati insieme e sfalsati a 120 gradi in modo da rendere l’ arpioncino sempre attivo nei confronti del pesce da qualsiasi angolo la aggredisca. La foto che segue, credo sia più chiara di qualsiasi spiegazione.     Come si vede qui sopra, i cucchiaini, così chiamati per la paletta che sembra un cucchiaio, sono i più utilizzati in torrenti, hanno forme, fogge, dimensioni variabili, come pure i colori e i disegni che compaiono sulla superficie del cucchiaino, alcuni li ho personalizzati io utilizzando i colori da modellismo, per fare delle diverse colorazioni o disegni che, ritenevo, potessero renderli più appetibili alle Trote, cosa che poi, statisticamente, non mi pare sia stata confermata . . . !!   Pesca con artificiali    La tecnica di pesca con artificiale prevede il lancio del rotante, nella zona di interesse dello specchio d’ acqua, il suo recupero col mulinello a intervalli più o meno regolari, ma continuo, in modo che la paletta del cucchiaino in acqua giri a forma di vortice e attiri la curiosità e la voracità della trota, che inseguendo l’ esca finta e mordendola, rimanga agganciata  all’ ancoretta attaccata posteriormente. Sembra una tecnica crudele, invece è la forma di pesca meno aggressiva, preferita da chi non vuole trattenere il pesce, perché l’ abboccata così detta, ovvero l’ agganciarsi della trota all’ esca, è superficiale e solitamente, con molta attenzione, si può slamare, ovvero togliere l’ arpione dal labbro del pesce, senza provocare nessun danno fisico e produrre alcuna mutilazione.   E’ una tipologia di pesca molto pulita anche dal punto di vista del pescatore, che non maneggia esche vive, ovvero lombrichi, camole o altri animaletti, che comunque sporcano, deperiscono, e costringono a procurarseli per tempo, andando a raccoglierli o acquistandoli presso i negozi specializzati. Una variante consiste nell’ utilizzare artificiali con la forma di un pesce che, recuperando la lenza sotto la superficie, imitano il movimento natatorio di un pesciolino, e attirano così l’ attenzione della trota che vede sia una potenziale preda fonte di proteine nobili, che un intruso che invade il suo territorio, scatenando in questo modo la pronta reazione e l’ attacco, soprattutto di pesci di buona taglia. Molto valida in questo senso è l’ imitazione del pesce persico, che atavicamente scatena la reazione delle trote che lo vedono come un intruso nel proprio territorio di pertinenza, ovvero di caccia e di ambiente in cui vivere svolgendo le proprie attività. Qui sotto alcuni dei pesciolini finti , imitazioni molto veritiere, che vengono utilizzati per insidiare Trote di buone dimensioni, si tenga presente che questi pesci artificiali sono anche in grado di muoversi nell' acqua imitando il movimento del pesce vivo, ovvero guizzano e si muovono ondulando, cosa che può essere accentuata dal pescatore, sia muovendo la punta della canna lateralmente, sia variando la velocità di recupero con il mulinello.      Quelli qui sopra in foto sono solo alcuni dei pesciolini ed esche artificiali che nei decenni ho utilizzato per la pesca, in torrente, e anche in lago, dove si potevano insidiare anche i cavedani, i Persici Trota, detti Boccaloni, e i Persici classici.   Pesca con esche naturali   La seconda forma di pesca alla trota si basa appunto sull’ utilizzo di esche vive, naturali, di cui i classici esempi sono il lombrico, la camola del miele o il gatoss, ed è la cosiddetta pesca alla tocca sul fondo, cioè attuata per mezzo di un finale di lenza composto, partendo dal tratto terminale del filo, da un amo con lombrico, camola del miele o altro insetto vivo, piombatura adeguata per permettere di lanciare ad una distanza di almeno 6-10 metri l’ esca e, non diffuso ma comodo, girella con moschettone che permette di attaccare e staccare facilmente la montatura così fatta dalla lenza principale, ovvero il filo che va alla canna e si avvolge nel mulinello. Il terminale citato, lungo solitamente dai 30 ai 45 centimetri, ha alcuni vantaggi rispetto al filo continuo, cioè senza l‘ interposizione del moschettone con girella, tra i quali il fatto che è molto veloce il cambio dello stesso, per esempio se si vuole montare un diverso finale di lenza con piombatura o amo differente, oppure se si impiglia e si strappa il filo sul fondo, cosa che in un torrente non è evento raro, di solito la rottura si ha sul nodo che aggancia il terminale al moschettone, preservando il resto della lenza, oppure per il cambio rapido da pesca ad esca viva a quella con artificiale, cioè da amo a cucchiaino o viceversa. C’ è però un aspetto negativo, ovvero  inserendo un elemento in più sulla lenza, ed un nodo ulteriore, si indebolisce la resistenza e l’ elasticità del filo, che può diventare cruciale se abboccasse un pesce importante, la trota attesa una vita intera. Nella pesca a tocca, il lancio dell’ esca si fa in corrente, sotto cascata, vicino a dove si pensa vi sia la tana e si lascia affondare il tutto senza recupero immediato, in modo che l’ esca si muova naturalmente seguendo la corrente, e il pesce possa vedere e saggiare il cibo attaccato all’ amo. Si mette poi in tensione il filo recuperando un poco di lenza con il mulinello, e si “sente” sul filo, fisicamente con la mano libera la presenza della trota che mangia, rappresentata tipicamente da colpetti più o meno energici che si propagano alla canna, poiché di solito il pesce mangia e contestualmente fa leggeri spostamenti del corpo, mantenendo la posizione in acque mosse, nuotando e compensando con piccoli movimenti laterali delle pinne. Qui sotto alcuni terminali già preparati, per non perdere tempo durante la battuta di pesca in torrente . . .      La foto non rende molto, ma il concetto di fondo è che i finali hanno un' asola, si vede a destra, che si infila nella girelle e moschettone legata al nylon principale che entra nel mulinello, e che quindi si possono cambiare in funzione del peso che si usa, io di solito utilizzo due olivette abbastanza pesanti che permettono sia di lanciare agevolmente più lontano rimanendo nascosti, sia di far affondare subito in corrente l' esca. All' estremità di sinistra, dopo circa 30-40 centimetri di lenza, l' amo, in questo caso un amo corto per camole, scuro, per non riflettere la luce sotto il sole, e ritorto per ferrare meglio il pesce.   Dal tipo di tocca che si avverte sulle dita della mano che stringe la lenza, un pescatore con esperienza capisce già di che mole è la Trota che sta assaggiando l’ esca, solitamente la trota piccola è vorace e molto disordinata nei colpetti e si muove molto nello spazio a sua disposizione, mentre la trota più matura mangia dando colpi secchi ma meno irruenti e spesso rimane in posizione immobile nel punto in cui ha abboccato, saggiando il cibo con molta calma prima di passare ad ingoiarlo. Durante la pesca alla tocca, c’ è la variante della Trota, di misura variabile che, presa in bocca l’ esca, punta decisa verso la sua tana, per abitudine o perché insidiata da rivali per il cibo, tana posta solitamente sotto una roccia, nei pressi della cascata, in un punto nascosto, dove si trova il suo rifugio abituale, per continuare a mangiare in sicurezza il cibo conquistato. A questo punto dell’ azione di pesca le cose possono ulteriormente complicarsi, perché una Trota in tana è sempre un’ incognita per il pescatore. In poche frazioni di secondo si deve decidere se lasciare che il pesce entri nel suo rifugio, affinché mangi con calma e si agganci quasi da solo all’ amo, o recuperare, dando il colpo di ferrata con la canna. Nella tana infatti gli spazi sono spesso angusti e il filo può incappare in punti taglienti delle rocce, per cui si rischia di tranciarlo, oppure si verificano situazioni in cui il pesce rimane saldamente bloccato nel suo rifugio, cosa che rende impossibile il tirarlo fuori dalla tana senza rischiare di strappare il filo o procurare dei danni al pesce stesso. Spesso conviene perciò ferrare quasi immediatamente, termine che indica il colpo con la canna a frusta all’ indietro subito dopo l’ abboccata del pesce e conseguente recupero del filo con il mulinello, per far si che l’ amo punga la trota e permetta al pescatore di trarla fuori dall’ acqua, anche se alte sono le probabilità che il pesce, non avendo ancora ingoiato il cibo e tenendolo nella parte anteriore della bocca, a filo di labbra, lo sputi e si liberi dall’ amo. Proprio perché l’ esca viene masticata e parzialmente ingerita dal pesce, questa tecnica di pesca è meno preservante per l’ integrità fisica della Trota, poiché l’ amo può ferire il pesce, rendendo più complessa la slamatura, o liberazione del pesce dall’ amo, senza il rischio di ledere qualche parte dell’ apparato boccale dello stesso. Risulta così che la tecnica con l’ esca viva, sia la meno adatta a fare una pesca sportiva di cattura e rilascio, perché più difficile risulta liberare il pesce dall’ amo e rimetterlo in acqua indenne. Proprio per limitare questi potenziali danni, di solito si tende ad utilizzare ami di generose dimensioni, in modo che le piccole trote non possano neppure ingoiarli, mentre le più grosse, con ami di grandi dimensioni, sono punte sul labbro e facilmente liberabili, seguendo alcune semplici precauzioni. Tra queste, bagnarsi bene le mani per non intaccare il film lipidico che ricopre la superficie del corpo del pesce, la trota infatti non ha scaglie, come molti altri pesci, la sua forma altamente idrodinamica si basa proprio sulla pelle nuda, che oppone minore resistenza al movimento in acqua, ed è però ricoperta da una mucillagine che protegge il pesce dagli attacchi di parassiti e di altri microorganismi, garantendo al contempo una buona aerodinamica corporea. Il pesce va maneggiato con attenzione e delicatezza, senza esercitare pressioni sul suo corpo, basta tenerlo immobilizzato per permettere di togliere l’ amo o l’ ancoretta dalle labbra, operazione in alcuni casi più complicata se l’ amo si è agganciato nel palato o se più di uno dei bracci dell’ ancoretta si sono conficcati nella bocca della trota. Una volta sganciata e libera, la trota va inserita in acqua, possibilmente muovendola delicatamente per permettere alle branchie di ossigenarsi nuovamente, tenendola per la coda, in acque correnti ma non eccessivamente veloci, in modo che riprenda conoscenza e sia lei a muoversi lasciando la mano del pescatore, che la regge. Tutti questi piccoli accorgimenti riescono a limitare al minimo la sofferenza e i disagi del pesce, che viene, per qualche secondo, tolto dal suo ambiente naturale e costretto ad andare un poco in debito di ossigeno, ma se si è attenti e rapidi, la trota ritorna nel suo ambiente liquido senza portarsi dietro nessuna menomazione o trauma, se non un’ esperienza che gli servirà per essere più guardinga e attenta, facendole guadagnare opportunità di sopravvivenza ad un ulteriore passaggio di un pescatore che tenterà di insidiarla.   Differenza sostanziale tra le due tecniche, con artificiale e con esca viva, sono anche i tempi di reazione e le modalità di abboccata del pesce. Nel primo caso il cucchiaino transita velocemente nell’ acqua, per il recupero molto rapido della lenza fatto girando con continuità il mulinello, che aumenta ancora se si lancia in acque correnti e in rapida discesa a valle. Qui la trota ha pochi istanti per reagire, se si riesce a solleticarne la voracità e la curiosità spesso l’ attacco è immediato, addirittura con l’ artificiale in volo sopra lo specchio d’ acqua, e da qui inizia la sfida tra il pesce, che cerca di liberarsi dalla presa, e il pescatore che vuole spiaggiarlo fuor d’ acqua. La trota tenta di liberarsi dal cucchiaino dimenandosi in acqua, saltando fuori dalla superficie del torrente, dove il filo non è più sostenuto dal liquido e permette al pesce di sganciarsi più facilmente, ed anche, comportamento più tipico delle trote di una certa mole, venendo velocemente incontro al pescatore e quindi allentando la tensione della lenza e favorendo così la probabilità di sganciarsi dell’ ancoretta dalla bocca. Altra variabile nel recupero è data dalle posizioni spesso precarie in cui ci si trova a lottare con la trota, cioè in acque vorticose, in difficile equilibrio, nascosti dietro ad una roccia, oppure in posizione elevata rispetto all’ acqua e dovendo sollevare il pesce in aria, quindi senza sostegno del liquido, questo diventa immediatamente più pesante e in grado di divincolarsi in modo più disordinato. Nel caso di pesca con l’ esca viva, questa viene lanciata e fatta scendere verso il fondo, portata a spasso dalla corrente e mossa con piccoli recuperi dal pescatore, rimanendo più tempo a disposizione dei pesci ma è meno visibile di un oggetto in veloce movimento e luccicante, per cui risulta essere più una pesca di attesa e intercettazione del pesce che di sorpresa. Inoltre, una volta ghermito il boccone, il pesce assaggia e mastica il cibo, con tempi più lenti, spesso con cautela, tanto più la trota è grossa, e quindi bisogna attendere il giusto momento prima di ferrare, scelta spesso aleatoria e dettata dall’ esperienza e dalla sensazione che la trota mangi più o meno voracemente, pena il rischio di togliere letteralmente di bocca al pesce il ghiotto boccone. Buona parte delle abboccate, sia all’ esca finta che al vivo, vanno a vuoto, nel senso che il pesce sputa prima della ferrata, perché sente per esempio la punta dell’ amo pungerlo, oppure non aggancia il cucchiaino o si sgancia durante il recupero. Qualche volta beffa il pescatore anche se è stato spiaggiato, tale è la reattività, il saltare disordinato, il dimenarsi puntando per istinto sempre e immancabilmente tra l’ altro, in direzione dell’ acqua, unito al fatto di avere la superficie del corpo molto viscida che favorisce il nuoto, da lasciare di stucco il pescatore che è convinto di averla ormai in pugno. Non si contano le situazioni nelle quali mi è capitato di rimanere basito osservando il guizzo finale di una trota, considerata oramai catturata, che recupera il suo ambiente senza dare la possibilità di fare più nulla, lasciando con il rammarico di non essere stato più rapido, perché anche avventandosi sul pesce con le mani, pure in pochi centimetri d’ acqua la trota diventa inafferrabile e di nuovo padrona incontrastata della situazione, capace di dileguarsi in un attimo !. Esiste un altro approccio, molto tecnico, di pesca alla trota, è rappresentato dalla pesca a mosca, ovvero una pesca eseguita lanciando a notevole distanza, anche 12-15 metri, una lenza cosiddetta a coda di topo, che si proietta ed estende proprio per la sua conformazione e peso, alla punta della quale viene legata una moschina artificiale, costruita per imitare le piccole efemere ed altri insetti volanti, del peso di un paio di grammi. Il pescatore, eseguendo un movimento a frusta, con una canna e un mulinello speciali, distende muovendo la canna avanti ed indietro, la lenza fino a posarla sul pelo dell‘ acqua, dove attira le Trote che attaccano la riproduzione dell’ insetto che cela un amo. E’ una variante di pesca molto tecnica, ma richiede oltre ad un allenamento ed una pratica notevoli, anche il corretto spazio per poter muovere una lenza avanti ed indietro, in aria, senza che questa si impigli in rami, fronde o altro e per la morfologia dei torrenti che frequento è una tecnica di pesca che non è praticabile con successo. Oltre a quelle elencate, che sono le principali, esistono non solo altre tecniche e tipologie di pesca, legate anche alle caratteristiche differenti di torrenti, luoghi di pesca, ambienti, ma anche di quelle sopra citate vi sono innumerevoli varianti, spesso anche messe a punto da singoli pescatori, con modifiche delle esche artificiali, uso di galleggianti, utilizzo di canne molto lunghe e di attrezzature differenti da quanto io ho menzionato e delle quali, nello specifico delle mie esperienze, più avanti racconterò nel dettaglio di alcune di esse.   Le numerose varianti tecniche, frutto anche delle tradizioni locali, sono una prova ulteriore di uno sport molto variegato, che rappresenta una ricchezza sia per la passione in sé che per l’ importanza del tramandarsi di nozioni, metodi di pesca spesso profondamente differenti, comunque fonti di cultura, vitalità, diversificazione e diffusione di questo sport antico, o come vogliamo definirlo, passione, od anche hobby, che ci permette di passare del tempo immersi nella natura.   Alla prossima puntata    saluti , Dario   

meridian

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La pesca della Trota in Torrente – Introduzione

Solo una piccola premessa per scusarmi del periodo di assenza da questo blog, cui tengo moltissimo, ma gli impegni, tanti e di svariata natura, mi hanno impedito di onorare per un lasso di tempo fin troppo ampio queste pagine, che permettono anche a me di riassaporare i luoghi, le avventure, la passione per i torrenti e la pesca delle Trote, comunque, si riprende da dove ho lasciato, ovvero dalle descrizioni dei luoghi, per passare a parlare della regina dei torrenti, la Trota Fario.     INTRODUZIONE   Ogni qualvolta scendo sul torrente per una battuta di pesca, la sensazione più forte che provo è di libertà, intesa come momento di assoluto straniamento dal resto del mondo, dai pensieri, dai problemi personali, ed insieme ad essa sono molte le sensazioni positive che riemergono, letteralmente ritornano a galla, come fossero sopite e la sola vista del fiume le riproponga concretamente a livello conscio, addirittura quasi fisicamente tangibili. Soprattutto le prime uscite stagionali, il ritorno su luoghi ben conosciuti, l’ immersione sul greto del torrente, sono fonte di una pace e una serenità difficili da spiegare, il primo respiro sul fiume è quasi un atto liberatorio, di sincronizzazione del battito del cuore e del proprio corpo con il torrente, una ossigenazione cerebrale e non solo, il sentire il profumo della terra, dei luoghi che ci circondano, della vegetazione, sono tutti elementi positivi e gratificanti già per se stessi. L’ aria ricca di ossigeno si percepisce immediatamente, leggera, carica di ioni, in grado di far sentire bene fisicamente, soprattutto per chi è abituato a trovarsi costantemente immerso nell’ ammorbante odore della città. Sono tutte sensazioni e impressioni piacevoli, rilassanti e gratificanti, una completa e totale trasformazione del proprio io, dell’ umore, sembra quasi si possa percepire una liberazione dell’ energia e un senso di benessere nel trovarsi nel proprio ambiente di elezione, in un luogo che fa stare bene a tutti i livelli di percezione, in un mondo che si presenta quasi perfetto. . . La pesca alla trota, secondo le norme della federazione nazionale della pesca sportiva, si apre  all’ alba dell’ ultima domenica di febbraio, mentre la successiva chiusura stagionale si pone di solito al tramonto della prima domenica di ottobre, sette mesi circa di potenziali uscite, che si riducono, in alcuni anni particolarmente freddi o piovosi, anche a meno della metà. Questo è il canonico calendario, anche se in realtà a fine Febbraio, ed anche, in certi anni, fino ad Aprile, il clima risulta poco adatto alla pesca ed anche le Trote sono poco attive. Se consideriamo che il mese di Agosto spesso ci vede impegnati con la famiglia e con le ferie canoniche, rimangono solo 3 o 4 mesi veramente interessanti per fruire dei torrenti. Al di là dei tempi e del periodo di pesca possibile, ogni uscita sul torrente è un momento unico, una esperienza singola e irripetibile, ed è si collegata in qualche modo alle altre, soprattutto percorrendo diverse volte lo stesso tratto di fiume, per ovvi motivi di sovrapposizione e ripetizione di azioni, percorsi e situazioni, ma ogni singola battuta di pesca è un momento che non potrà mai riproporsi uguale alle uscite precedenti e alle successive. Non solo per le condizioni stagionali, meteorologiche, climatiche, e dello stato delle acque, ma anche per il proprio stato mentale, l’ umore del momento, il risultato della giornata di pesca, gli eventi e le situazioni particolari che accadono ogni volta ci si trova sul fiume a pescare. Nelle mie zone di pesca, nei torrenti e nei bacini idrografici dove io mi muovo, la misura minima della trota Fario è di ventidue centimetri, per la trota iridea venti centimetri, inoltre non si possono catturare in una battuta di pesca più di cinque fario e più di dieci trote iridee. Questo nella teoria, capita infatti, pur avendo le migliori intenzioni di pescare e pur impegnandosi al meglio, che di trote in misura non se ne catturi neppure una. Viene definito con il termine “cappotto” il ritorno a casa senza aver catturato, ed eventualmente rilasciato, alcun pesce di misura, ovvero tornare dalla pesca a mani vuote, e sicuramente il non pescare alcuna preda trattenibile è un risultato insoddisfacente, perché il pescatore è sul fiume per insidiare le trote, grosse possibilmente, se non se ne cattura neppure una, hanno avuto la meglio le trote !. Non è così scontato sia sempre negativo fare un’ uscita in torrente senza catture di misura, spesso si fanno bellissime battute di pesca nel fiume, gratificanti, piacevoli e di soddisfazione, che arricchiscono e trasmettono nuove sensazioni, aprono nuove conoscenze, offrono uno spunto inaspettato alla tecnica e all’ accumulo di nuove esperienze, anche senza  introdurre dei pesci nel proprio paniere. Le catture di grosse trote sono situazioni uniche, sono immagini vivide stampate nella mente, il luogo, la situazione, il modo con cui si è presa una grossa trota sono ricordi lucidissimi, rappresentano uno dei momenti più alti del pescare, un grosso esemplare, soprattutto in torrenti piccoli dove il pesce non raggiunge dimensioni importanti, è una soddisfazione che si fissa nei ricordi più intensi e più belli. Va comunque sottolineato, anche per correttezza nei confronti di chi è contrario a questo sport e alla cattura del pesce, che l’ azione del pescare non è collegato per forza di cose alla sua uccisione, esiste la pesca no kill, fatta con le esche artificiali o con la tecnica della mosca che garantiscono di preservare perfettamente integro e sano il pesce, e di rimetterlo nel suo ambiente senza danni o menomazioni di sorta, procurandogli solo un piccolo spavento, dal quale si riprenderà subito e ne uscirà più esperto e guardingo di prima del suo incontro-scontro con il pescatore.     La Trota Fario   Veniamo ora ad una sua descrizione fisica della protagonista di miei racconti, la trota Fario, per poter meglio comprendere come questo pesce possa vivere proficuamente in luoghi non omogenei per tipologia, e non costanti nell’ alternarsi delle stagioni, uno dei pochi pesci in grado di sopportare temperature molto basse, di vivere a quote anche molto elevate, di muoversi in situazioni di grande variabilità dei livelli dell’ acqua e della forza delle correnti. La trota è un animale decisamente molto robusto, perfettamente adattato alle acque fredde e impetuose del torrente, ricordo che la temperatura vi oscilla da pochi gradi sopra lo zero in inverno, fino ai dodici, quindici gradi a seconda dell’ insolazione e dei tratti considerati, in estate. Essa possiede grandi capacità di nuoto, soprattutto in velocità, ed è in grado di mostrare anche doti di risalita e resistenza, nel nuoto controcorrente, in queste attività molti ben coadiuvata dalla sua forma idrodinamica molto spinta e dal fatto che il suo corpo non è ricoperto da squame, come quasi tutti i pesci, ma da una membrana mucillaginosa che diminuisce di molto la resistenza che l’ acqua oppone al nuoto. E’ un pesce che gode di ottimo mimetismo e profonda integrazione nell’ habitat che il fiume mette a disposizione, tanto che, guardando nell’ acqua trasparente, spesso non si riesce a distinguere una trota, che immobile vi sta osservando da sotto la superficie. Vive, si nutre e si riproduce in acque pulite e molto ossigenate, in pozze e laghetti dove, oltre alla necessità di un certo flusso d’ acqua, ci sia una profondità che permetta di sentirsi al sicuro da possibili pericoli, ovviamente a seconda delle dimensioni e delle necessità le trote segmenteranno la loro presenza a varie profondità e in diversi contesti. I piccoli pesci si muovono in luoghi con una profondità anche limitata a pochi centimetri, le trote di misura o anche piu grandi preferiscono ambienti dove vi siano soprattutto anfratti, tane, luoghi di protezione tali che, una volta disturbate, tendono a nascondersi rimanendo poi per diverse ore perfettamente immobili, invisibili e senza dare alcun cenno della loro presenza. La trota Fario europea si riconosce immediatamente per la livrea di punti rossi e neri che, con differenti dimensioni, estensione e pigmentazione, sono presenti sui suoi fianchi. Parimenti variabile è il colore di fondo del suo corpo, dal beige chiaro fino al grigio piombo, quasi nero, e che dipende oltre che dalla variabilità individuale della livrea, in gran misura dalla luce che il pesce riceve nel suo habitat, ovvero dalle sue abitudini di movimento nell’ ambiente in cui vive. Le trote quasi nere, dalla livrea scura, si trovano solitamente in laghetti bui e sono pesci che trascorrono gran parte della loro esistenza in tana, mentre gli individui dai colori della livrea chiari sono tipici delle trote che vivono in acque e laghetti più esposti alla luce. Esiste quindi una notevole variabilità nella colorazione di fondo delle trote e nella posizione, grandezza e forma, dei classici puntini rossi e neri. Entrando nei dettagli del suo comportamento, parliamo di un pesce molto vorace, rapido nel cacciare e non potrebbe essere diversamente, vivendo in un ambiente dove tutto si muove velocemente, dove l’ acqua scorre senza tregua e dove il cibo con essa scende verso valle, l’ attacco rapido e immediato è il presupposto affinché il cibo non scompaia rapidamente o venga divorato prima da altre rivali. Così, se la trota non viene messa in allarme per la presenza di ombre, rumori, o sciacquio dell‘ acqua, il suo attacco nei confronti del cibo è repentino, in alcuni casi avviene addirittura con l’esca ancora in volo e che sta per toccare la superficie dell’ acqua. E’ un pesce che ha abitudini di caccia ben definite, soprattutto quando le sue dimensioni, collegate alla sua età ed esperienza, sono via via superiori; più volte mi è capitato, spesso con sorpresa, di vedere una gran bella trota nei pressi della riva, a fine laghetto, o in un punto strategico, dove si stringe il corso d’ acqua e il livello è magari di venti centimetri, in attesa di cibo che scorre a valle o di qualche piccolo avannotto che si avventura nel suo raggio d’ azione, specialmente all’ alba o prima dell’ imbrunire, quando massima è la sua predisposizione a cacciare. Capita spesso che le trote caccino a filo d’ acqua, saltando fuori con balzi notevoli per prendere al volo farfalline, insetti volanti, o animaletti incautamente caduti in acqua e che non riescono più ad uscirne, ed anche molto praticata è la caccia di attesa, dietro ad un sasso, tra massi che sono passaggio obbligato per la corrente e quindi anche per il cibo, ed in posizioni e punti presso i quali non ci si aspetterebbe di vedere una bella trota in paziente attesa di prede. Quanto appena illustrato descrive però la situazione ideale nella pratica della pesca, quando il pescatore si avvicina correttamente al laghetto, lancia bene l’ esca, non si fa vedere o sentire dai pesci, ma purtroppo possono subentrare molte variabili a modificare il risultato tanto agognato, ovvero l’ abboccata. Tra queste, il sospetto che ha il pesce in presenza di tutta una serie di elementi che noi non vediamo o non sappiamo cogliere, ma che la trota vive con i suoi sensi, qualsiasi aspetto che va a turbare il normale equilibrio di un laghetto, i rumori, il movimento delle onde mosse dagli stivali sull’ acqua, le ombre proiettate sulla sua superficie, la sagoma del pescatore, i colori vistosi del suo abbigliamento, che va curato molto bene indossando capi mimetici, i riflessi di occhiali e altri oggetti metallici, e l’ elenco potrebbe continuare con molte altre considerazioni. Proprio qui sta la difficoltà, se vogliamo la vera sfida, cioè di immedesimarsi nell’ altro, nel diverso da sé, per poter condurre la pesca in modo proficuo, consapevole, considerando tutte le possibili variabili e prevenendone gli effetti negativi. Ancora una volta la pratica della pesca permette di mediare, trasferire sulla vita reale, diversi aspetti che la caratterizzano, come i concetti di raccogliere le sfide, di provare a calarsi nelle sensazioni della controparte, cosa che risulta molto più complicata considerando che l’ ambiente dell’ altro diverso da sé è quello acquatico, decisamente molto differente dal nostro. Spesso sono le condizioni atmosferiche che influenzano l’ attività del pesce, gli animali sentono molto in anticipo rispetto a noi i cambiamenti del tempo, le variazioni della pressione atmosferica, l‘arrivo di temporali o di modifiche del clima e si comportano quindi di conseguenza, anticipando tali imminenti avvenimenti, inoltre le trote più grosse si avvalgono del fuggi fuggi di quelle più piccole, che possono mettere in allarme i pesci presenti in un laghetto se qualche elemento esterno produce disturbo o alterazioni dello stato naturale. Quanto appena illustrato descrive però la situazione ideale nella pratica della pesca, quando il pescatore si avvicina correttamente al laghetto, lancia bene l’ esca, non si fa vedere o sentire dai pesci, ma purtroppo possono subentrare molte variabili a modificare il risultato tanto agognato, ovvero l’ abboccata. Tra queste, il sospetto che ha il pesce in presenza di tutta una serie di elementi che noi non vediamo o non sappiamo cogliere, ma che la trota vive con i suoi sensi, qualsiasi aspetto che va a turbare il normale equilibrio di un laghetto, i rumori, il movimento delle onde mosse dagli stivali sull’ acqua, le ombre proiettate sulla sua superficie, la sagoma del pescatore, i colori vistosi del suo abbigliamento, che va curato molto bene indossando capi mimetici, i riflessi di occhiali e altri oggetti metallici, e l’ elenco potrebbe continuare con molte altre considerazioni. Proprio qui sta la difficoltà, se vogliamo la vera sfida, cioè di immedesimarsi nell’ altro, nel diverso da sé, per poter condurre la pesca in modo proficuo, consapevole, considerando tutte le possibili variabili e prevenendone gli effetti negativi. Ancora una volta la pratica della pesca permette di mediare, trasferire sulla vita reale, diversi aspetti che la caratterizzano, come i concetti di raccogliere le sfide, di provare a calarsi nelle sensazioni della controparte, cosa che risulta molto più complicata considerando che l’ ambiente dell’ altro diverso da sé è quello acquatico, decisamente molto diverso dal nostro. Spesso sono le condizioni atmosferiche che influenzano l’ attività del pesce, gli animali sentono molto in anticipo rispetto a noi i cambiamenti del tempo, le variazioni della pressione atmosferica, l‘arrivo di temporali o di modifiche del clima e si comportano quindi di conseguenza, anticipando tali imminenti avvenimenti.             Sempre interessante e vario il panorama della pesca alla Trota, diciamo che la ripetitività e la noia, sono concetti inesistenti nella pesca in torrente, alla prossima puntata . . .   Dario  

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Il luogo fisico delle mie avventure, il Torrente, parte II

Completo con questa seconda parte la presentazione dei Torrenti e degli affluenti che ho frequentato per tanto tempo e che ancora oggi vivo con piacere e passione, con meno frequenza e  continuità, purtroppo, ma sempre con lo stesso entusiasmo, e stupore, degli inizi ! Da naturalista quale sono per indole e studi, spesso l' incontro con un piccolo animale o la vista di una angolo incontaminato di natura , mi lasciano dei ricordi piacevoli e unici, come in un' uscita su un affluente dove ho incrociato una famiglia di cinghiali, e ho potuto osservarli per alcuni minuti in rigoroso silenzio e immobile, grazie alla mia posizione protetta dalle rocce e, di sicuro, a favore di vento altrimenti avrebbero annusato la mia presenza e sarebbero fuggiti immediatamente, una madre e quattro cuccioli che si abbeveravano e sguazzavano nell' acqua per un bagno, e negli anni, potrei ricordare diversi approcci, anche fuggevoli, con caprioli, volpi, qualche rapace come la poiana, ed anche moltissimi piccoli anfibi, rettili ed altri animali . . .         L' unico incontro che non apprezzo molto, ma in decenni mi è capitato, visivamente, solo alcune volte, è quello con sua pericolosità la vipera, che a dispetto di tante leggende o esagerazioni non attacca mai, se non messa realmente alle strette, che vuol dire posta nelle condizioni di non avere vie di fuga, ma mi sono sempre guardato bene, soprattutto se da solo e in un luogo lontano dalla civiltà, di cercare di uccidere o peggio, di stanare una vipera da un suo anfratto o nascondiglio !   Muoversi lungo un Torrente, come un acrobata sull' acqua !!!   Desidero sinceramente ringraziare chi ha impostato il titolo di questo blog, realmente azzeccato, direi che rispecchia, almeno per ciò che attiene al movimento fisico lungo il fiume, le mie sensazioni quando risalgo un tratto di Torrente o qualche affluente, perché il senso dell' equilibrio è fondamentale.   Il torrente richiede rispetto, attenzione, concentrazione, conoscenza, capacità, risorse fisiche e mentali, perché è un luogo non convenzionale, non omogeneo, non semplice da approcciare e da percorrere. E’ un luogo asimmetrico e complesso, dove ogni metro è differente dal precedente e dal successivo, ogni movimento va calcolato, armonizzato e coordinato, e dove ogni oggetto presente, un ramo, l’ erba fitta, un ciottolo, una pietraia, possono nascondere insidie e possibili inconvenienti. Proprio per la mutevolezza dei luoghi infatti, la distrazione va evitata, ogni passo si deve calibrare sul precedente e sul successivo, la concentrazione deve essere sempre alta, ogni movimento va compiuto in funzione del terreno e del clima, sempre diverso e mutevole, perché l’ acqua modella l’ ambiente, lo scava, scorre scegliendo la strada più diretta e quindi produce un fondale che può nascondere mille diversità, proporre sorprese o difficoltà inaspettate. Rocce e massi, anche grossi e quindi presunti stabili, che si muovono sotto il peso e il passaggio, sbilanciando e mettendo a rischio l’ equilibrio; rami e radici che spuntano e che fanno scivolare o inciampare; ciottoli e pietrisco che cedono e smottano sotto il peso, facendo ruotare piede e corpo e rendendo quindi molto precario l’ equilibrio nel movimento. La Pesca della Trota sui Torrenti è fondamentalmente una pesca di movimento quasi continuo, o meglio, un movimento costante intercalato da piccole soste nelle quali si insidia il pesce, momenti di pausa nei quali si assapora il contatto tanto agognato col pesce. E’ quindi complesso camminare, oltretutto dedicandosi alla pesca, con pesanti stivali di gomma ai piedi e la canna in una mano, anche perché i luoghi particolari determinano altre attenzioni, ovvero comportamenti condizionati che costringono a muoversi su traiettorie obbligate a causa di ostacoli, dirupi, anse del torrente, grossi massi, cascate, laghi profondi ed altri elementi naturali. Risulta difficile immaginare tutto ciò per chi non ha mai camminato lungo un torrente, ma se una persona provasse a percorrere 100 metri sul suo greto, senza conoscerne i fondamentali, rischierebbe di perdere l’ equilibrio, di mettersi in difficoltà a causa delle precarie condizioni dei luoghi e di tutto ciò che ci circonda, sul Torrente e nelle prossimità di esso, sponde, accessi, camminamenti e boschi circostanti.  Così, muoversi correttamente lungo il fiume, è uno degli elementi fondamentali per poter pescare, poiché la pesca alla trota è fatta di continuo movimento e perché solo un approccio corretto ai laghetti, un’ attenzione continua a non mostrarsi direttamente e a non proiettare la propria ombra ai pesci, garantiscono i presupposti per pescare con profitto e piacere. Il primo consiglio nel camminare lungo le sponde di un torrente, o dentro l’ acqua del suo corso, è di trovare gli appoggi più saldi, che sono sicuramente sabbia, ghiaia, pietrisco, cioè i punti più adatti affinchè la pianta degli stivali trovi tanti piccoli appoggi che sorreggono e garantiscono equilibrio e presa sul fondo. Diversa è la tenuta di grosse pietre, lastre e massi di grandi dimensioni, perché qui la loro superficie, continuamente dilavata dall’ acqua, è liscia e omogenea e quindi pericolosamente instabile, precarietà incrementata dalla forza anche rilevante che l’ acqua imprime sugli stivali, scorrendo a valle, soprattutto quando il flusso è ricco e pieno. Il camminare sulle sponde richiede ulteriore attenzione legata alla possibilità che il terreno frani a valle sotto il proprio peso, perché già instabile e in precario equilibrio, solitamente in pendenza perché eroso dalle acque, e anche qui vige la regola, se possibile, di appoggiare i piedi evitando accuratamente, massi lisci, omogenei, in leggera pendenza, che sono scivoli naturali, forieri di perdite di stabilità e potenziali cadute. L’ ambiente del torrente è ovviamente dominato dall’ umidità, legata alla diversa esposizione che spesso cambia ad ogni ansa del fiume, e dal fatto che il luogo, già naturalmente umido, può venire ulteriormente reso viscido da alghe e vegetazione, come una sorta di film scivoloso, che si forma sui sassi dentro l’ acqua, rendendo precario ogni appoggio e imponendo un passo molto corto, con il baricentro del corpo sempre sotto controllo per evitare scivolate e cadute, pericolose e rovinose visto che tutto intorno è contornato da grossi massi e rocce sconnesse, spigolose e in grado potenzialmente di fare male. Dopo migliaia di uscite di pesca, la maggior parte su 4 o 5 torrenti e loro affluenti, percorsi con tutte le condizioni atmosferiche possibili, la conoscenza dei luoghi, dei passaggi, del tipo di rocce, del fondale, degli ambienti, garantisce un buon grado di confidenza ma, come sempre, attenzione, rispetto e capacità a gestire ed anticipare le situazioni e non a subirle, sono elementi fondamentali per tornare sani e integri a casa e non trasformare una piacevole avventura di pesca in una situazione critica o rischiosa.       Lungo un tratto di torrente conosciuto e frequentato, il percorso spesso è sempre il medesimo, sia perché alcuni passaggi sono obbligati dal paesaggio circostante, sia perché l’ approccio ad un laghetto, ad un lancio, ad una cascata, sono spesso unici, e vengono memorizzati quasi in modo automatico, come molti degli automatismi che ci aiutano ad affrontare il nostro vivere quotidiano. Proprio per i luoghi e le modalità con cui si pratica la pesca sui torrenti, ci vogliono preparazione fisica, attenzione, capacità di coordinazione, buon autocontrollo, conoscenza dei propri limiti, tutti aspetti che rappresentano una buona garanzia di poter vivere l’ esperienza della pesca in modo positivo, ma non sono comunque certezze assolute di non incorrere in possibili difficoltà.  Il contatto con la natura, quella vera e spontanea, i luoghi selvatici se non selvaggi, l’ aria pulita e fresca, gli ambienti che si susseguono, i microhabitat particolari che si formano in certi punti del torrente, i piccoli animali che si osservano, dai rettili agli anfibi, dai pesci agli insetti, dai crostacei agli artropodi, fino ai mammiferi di piccola e media taglia, tutto contribuisce a rendere una partita di pesca in torrente come una completa immersione in un mondo rilassante, gratificante, appagante e rasserenante. La moderna vita cittadina, oggi richiede ritmi serrati e una continua sintonia con gli impegni, la costante interazione con il cellulare e con  l’ orologio, oltre alla prolungata convivenza con altri esseri umani. Qui ci troviamo in condizione diametralmente opposta, e sicuramente sono luoghi non adatti a tutti, per le loro caratteristiche particolari e la loro natura selvatica . . .!    Il Torrente come luogo del non tempo . . .   Il torrente è il luogo del non tempo, se non per un limite serale di rientro, del non incontro, a memoria mi sembra di avere incrociato un altro essere umano forse meno di dieci volte su un paio di migliaia di uscite, del non condizionamento sotto qualsiasi aspetto, il ritmo lo impostiamo noi, le pause le decidiamo solo noi, la mente viene sgombrata da tutti i pensieri e dalle scadenze, in un completo relax di corpo e spirito. In questo senso si spiega molto bene il perché la pesca in torrente sia praticata prevalentemente in solitudine, risulta infatti particolarmente difficile doversi adeguare al ritmo di pesca e dei movimenti di un’ altra persona, se il proprio approccio risulta più lento si dovrà costantemente inseguire il compagno di battuta, pescando meno, male e forzando il ritmo, cosa sempre pericolosa, viceversa se si risulta essere più veloci, spesso si dovrà rallentare o fermarsi, e si metterà il compagno di pesca in condizione di doverci inseguire.  Inoltre ognuno ha un personale modo di lanciare, ed anche di avvicinarsi ad un lago, di dedicare il giusto tempo di sosta pescando in un posto, elementi che rendono l’ uscita di pesca decisamente personale, direi unica, fermo restando i passaggi obbligati e i paletti ambientali che ovviamente esistono, e che guidano determinati passaggi e spostamenti risalendo lungo il fiume, e quindi dove una persona è già di troppo, due non sarebbero che di intralcio tra loro. L’ aspetto che invece favorisce l’ uscita in coppia è dato dal fatto che offre più sicurezza, nel senso che avere accanto un compagno di battuta nella pesca, in caso di eventi sfortunati, quali una caduta, una distorsione, o qualsiasi altro contrattempo dà superiori garanzie di essere più facilmente affrontabile e risolvibile. Poche volte mi sono trovato in vera difficoltà o in potenziale pericolo, a riprova che il conoscere e prevedere le situazioni aiuta ad evitare successivi problemi, ma la pesca alla trota, come si è descritto sopra, è una pesca tipicamente solitaria, e questo non gioca a favore della sicurezza in senso assoluto, perché, come detto, quei luoghi sono talmente impervi che è praticamente impossibile incontrare anima viva, visto che nessuno vi abita e difficilmente qualcuno vi transita, ed anche informando i propri cari del percorso che si intende fare, in pochi conoscono i luoghi, le varianti, i possibili sentieri, i passaggi alternativi.   Il rientro è un altro elemento da considerare con molta saggezza, e chi è pescatore o escursionista lo può immaginare, poiché si sa sempre quando si parte per la battuta di pesca ma meno prevedibile è l’ orario del ritorno, condizionato da tantissimi potenziali imprevisti, molti dei quali negativi ed alcuni invece positivi. Per esempio i tempi di percorso della pesca possono diventare più lenti di quanto preventivato perché i pesci abboccano molto più del previsto, rallentando la marcia e ciò, galvanizzando il pescatore, comporta ulteriori potenziali ritardi perché si tende a proseguire ad oltranza una pescata produttiva e gratificante. Altro elemento che gioca sui tempi di percorrenza di un tratto di torrente è il tipo di pesca effettuato, esca naturale o artificiale, infatti con la seconda i ritmi di pesca sono più rapidi, lancio e recupero veloce, pochi colpi o addirittura uno solo per laghetto, mentre con l’ esca naturale, per esempio il classico lombrico, il ritmo rallenta, anche molto, per la necessità di più lanci che esplorino gli angoli dei laghetti, le tane, la corrente, dilatando di parecchio i tempi di movimento. Contribuiscono anche elementi meno piacevoli, come un improvviso temporale che costringe non solo a fermarsi per un riparo, ma che rallenterà inevitabilmente il ritorno perché il percorso a ritroso è reso più viscido e pericoloso dal terreno bagnato, divenuto molto scivoloso in conseguenza della pioggia . Oppure, in luoghi che si frequentano meno o che negli anni sono molto cambiati, la perdita di orientamento su un sentiero, una deviazione sbagliata lungo il percorso, l’  interruzione di un tratto per una frana che non esisteva, tutte situazioni che in luoghi impervi, scoscesi e di difficile percorso possono costringere a lunghi giri per evitare uno sperone roccioso, uno strapiombo a picco sul torrente, una zona a rischio frana.       Molti possono essere i motivi per trovarsi in largo ritardo sui tempi previsti, creando una sorta di malessere nel vedere, soprattutto per un’ uscita pomeridiana, che la luce comincia a lasciar spazio all’ imbrunire e successivamente al buio, che oltretutto nel fitto di un bosco arriva molto prima che in luogo aperto. Trovarsi in un posto conosciuto e tutto sommato sicuro, ma con la luce che diminuisce, la stanchezza che comincia a sovrastare la lucidità e che tende a far affievolire la concentrazione sui potenziali pericoli, dando come unico riferimento la voglia di essere di nuovo sotto il proprio tetto, è una situazione che è meglio evitare, soprattutto se con l’ uscita di pesca pensata per un rapido rientro non ci si è attrezzati con una torcia, cibo e acqua, una cerata impermeabile per ogni emergenza. Mai mi è capitato di non rientrare a sera e passare una notte all’ addiaccio, ma qualche situazione in cui mi sono autodefinito sprovveduto e poco attento c’ è ovviamente stata, soprattutto negli anni di gioventù, quando prevalgono l’ entusiasmo e la voglia di avventura rispetto al raziocinio e alla corretta valutazione dei rischi  !!! Ma sono qui a raccontare le mie avventure sui Torrenti e a condividere con voi la mia passione, ed è questo che conta ! Alla prossima puntata, dove comincerò ad approfondire le tecniche di pesca sul Torrente e le caratteristiche della Trota, la sua Regina  . . .   saluti , Dario

meridian

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Il luogo fisico e non solo, delle mie avventure, il Torrente

In molte occasioni nelle quali ho raccontato ad amici, conoscenti o ad altri pescatori , avventure vissute sui torrenti, ho dato loro molteplici definizioni dei luoghi, e ho elencato moltissimi elementi  e caratteri di un torrente, ma se dovessi pensare ad una definizione la più ampia e nello stesso tempo intima possibile del luogo, direi che il torrente è come una seconda casa. Questo perché alcuni affluenti e tratti di fiume li vivo, conosco e frequnto da oltre 45 anni, e quindi il modo più naturale, spontaneo e completo di pensare a questi luoghi è definirli come la mia seconda casa.
  Se volessimo riferirci ad un torrente in modo più pratico e fisico, potrei anche dire che : “ Il torrente, per sua natura, è un luogo in perenne e continuo movimento, in costante, graduale cambiamento. Le sue acque scorrono e scendono verso valle in ogni istante, non c’ è staticità sul torrente, come nella vita, sono due perenni flussi di materia ed energia che non si fermano mai “.     In un fiume, la direzionalità dell’ acqua, che ovviamente scorre seguendo la forza di gravità, determina altre peculiarità dei luoghi. Tutto ciò che forma il torrente, l’ alveo, le sponde, il bacino imbrifero, si modifica, si sposta, scorre e si muove seguendo la direzione da monte verso valle. Questo concetto, parlando di ambienti di montagna è comune, la pendenza, la forza di gravità, i luoghi ripidi fanno si che ci sia un graduale movimento e spostamento verso valle di rocce, materiale franoso, terriccio, e pensando in funzione dei tempi geologici, decisamente lunghi e difficili da immaginare, gli scienziati dicono che le montagne gradualmente ma costantemente tenderanno ad appiattirsi fino a scomparire, ma sono tempi, per nostra fortuna, non a misura d’ uomo, noi non ne saremo testimoni.
  Lo scorrere continuo dell’ acqua, da monte a valle, ora lenta e tranquilla, ora impetuosa e inarrestabile, governa le azioni degli animali e anche dei vegetali che vivono lungo le sponde ed in prossimità del fiume, influenza la presenza e la disposizione delle essenze arboree, pone una serie di limiti anche fisici, per esempio l’ attraversamento per alcuni insetti e piccoli rettili, e condiziona alcune attività, scelte, possibilità di interagire con i propri simili o con specie diverse, a seconda delle stagioni e del regime delle acque del torrente. E’ un’ esperienza bellissima arrivare sulle sponde del fiume, in condizione di movimento d’ acqua abbondante, e vedere il liquido in superficie che scorre ricco e vitale, con una corrente piena e ripida, i laghi colmi e dal livello adeguato. E' anche vero che, chi risente meno di queste variazioni, in proporzione, sono proprio i pesci, immersi costantemente nell’ elemento liquido e quindi meno condizionati da certi fenomeni, se non quando diventano estremi, ovvero tratti in secca completa, oppure momenti di gran piena, nel primo caso possono protrarsi anche per alcune settimane, nel secondo spesso durano poche ore, ma seppure brevi, le piene furiose possono produrre danni molto rilevanti, al torrente, alle sponde, alla vegetazione, alla fauna acquatica.     Ogni torrente ha la sua fisionomia, ed essendo inserito in un determinato contesto geografico, climatico, vegetazionale, mostra delle sue peculiarità. Intendiamoci, torrenti e corsi d’ acqua che si trovano in aree geografiche simili, hanno una serie di caratteri comuni, sovrapponibili e confrontabili, ma ciò non toglie che risalire e pescare su torrenti anche abbastanza vicini, fa toccare con mano al pescatore distinzioni nel regime delle acque, perché provenienti da sorgenti differenti e che scorrono poi in ambienti rocciosi che possono differire da un corso d’ acqua rispetto ad un altro, e anche di tipologia, pendenza e caratteristiche morfologiche dei laghi.
  Se vogliamo, ogni torrente è unico e irripetibile, ma per le mie esperienze, addirittura ogni metro di un torrente è singolare e non si ritroverà uguale neanche percorrendo chilometri di affluenti, ed in questo la natura mostra la sua grande versatilità, la sua varietà e le moltitudini di punti di osservazione, di viste prospettiche, di angoli di osservazione, in ciò siamo direi agli antipodi rispetto alla monotona ripetitività di certi paesaggi urbani, di quartieri tutti identici nella viabilità, negli edifici, nell’ urbanistica generale dei centri urbani. Questi fattori rendono unico qualsiasi approccio al fiume, che sia una semplice passeggiata sulle sue rive per un certo tratto, una camminata su sentieri e percorsi che lo incrociano, o una vera e propria spedizione di pesca, si tratterà sempre di un’ esperienza caratterizzata da una totale unicità di sensazioni, visuali, luoghi, incontri, scorci paesaggistici e quindi ogni uscita sarà ricordata per eventi e ricordi univoci.
  Tornando agli aspetti più pratici e fisici, dall’ esterno, un torrente potrebbe sembrare omologo ai corsi d’ acqua di pianura, ma entrandoci, ed anche solo camminando lungo il suo corso per alcune decine di metri, ci si rende conto della grande varietà di paesaggi, del continuo e mutevole alternarsi di laghetti, cascate, anse, cambiamenti di livello, raschi e lame, cioè pietraie in lieve pendenza caratterizzate da un rapido scorrimento dell’ acqua, punti dove l’acqua improvvisamente è profonda, tratti dove l’ acqua sembra ferma, o addirittura dove questa scompare sotto il greto del fiume. Sono questi aspetti di grande variabilità e complessità, che ne fanno luoghi magici, irripetibili, mai uguali anche tornando dieci volte in un anno nello stesso punto, ci saranno sempre delle variabili legate al flusso della corrente, alla vegetazione, alla stagionalità della natura, ai colori del bosco, alla luce e al momento della giornata . . .     Mi rendo conto di essere imparziale, nel valutare i luoghi e le sensazioni che mi procurano il torrente, ma ci sono cresciuto, vi ho trascorso tante giornate avventurose, ricche di tante eperienze ed emozioni, dagli anni della mia giovinezza fino ad ora, sono consapevole che tutto ciò è radicato nel mio modo di vivere e di ricordare il passato, che non potrebbe davvero essere senza un torrente da percorrere e nel quale pescare !   Al prossimo appuntamento con la natura e le meraviglie del torrente . . .   Saluti , Dario

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I miei inizi di pesca alla Trota in un torrente

Sono passati decenni da quando, piccolo appassionato di natura e animali, mi infilai in un torrente guardando con occhi curiosi e stupiti un luogo per me completamente sconosciuto, avventuroso, molto particolare.
Forse la pesca non fu il mio primo pensiero, non avevo mai visto delle trote se non raffigurate sui libri, e non avevo amici o parenti pescatori, me li sarei fatti lì, in quei luoghi che hanno rappresentato la mia palestra di pesca alla trota e perché no, anche una palestra di vita. Un giorno di inizi agosto, a seguito delle mie continue insistenze e richieste, con mio padre che finalmente mi accompagna, armato di una cannetta in bambù, per nulla adatta alla pesca della trota, una lenza rimediata, un amo prestato, addirittura un bullone come piombo, ripassato nel filo due volte, con due lombrichi raccolti nella piccola discarica del paese, ho ricevuto il battesimo della pesca, avevo undici anni, siamo agli inizi degli anni ' 70.
 
Per tutto c'è un inizio
Ovviamente non conoscevo le regole i divieti e la necessità di una licenza, né tantomeno le tecniche, non sapevo come comportarmi e muovermi, mi sono limitato a prendere una trota sfortunata, e forse a tenerla, nonostante non fosse in misura, ma non ricordo i dettagli, fu un inizio, inglorioso ma seminale per il futuro. Feci pochissime uscite perché dipendevo dalla presenza di mio padre, pescai alcuni sfortunati pesci, ma mi appassionai, convinto l’ anno successivo di pescare trote giganti, e così, su suggerimento di pescatori locali dall’ esperienza decennale, mi comprai la mia prima attrezzatura seria, e i capi di abbigliamento utili per vivere i torrenti e le tecniche di pesca adeguate, con la promessa che alcuni di loro mi fecero di portarmi a pescare, insegnarmi a muovermi su un torrente e a comportarmi correttamente per poter vivere quello sport con profitto e divertimento. Fu così che l’ anno seguente mi presentai attrezzato e decisamente motivato, ebbi il mio training di pesca alla trota in torrente e di pesca a spinning sul lago in cui sfociava il fiume della valle, avevo dodici anni e praticamente iniziò lì la mia avventura di pescatore di trote Fario sui torrenti dell’ Appennino Ligure, che tra qualche alto e basso, dura tuttora . . . A distanza di così tanto tempo, posso affermare che quei primi anni di frequentazione dei torrenti si sono impressi indelebilmente dentro di me, nei sensi, nei pensieri, nelle emozioni, sulla pelle, nei miei occhi, segnandomi inevitabilmente per il resto della vita.
  Tante le avventure, i ricordi, le delusioni, gli incontri, gli inconvenienti, le aspettative, le gioie, i disguidi, ogni uscita sul fiume mi ha arricchito, mi ha cambiato, mi ha donato qualcosa, ha contribuito alla mia formazione, nel carattere, nel fisico, nel cuore, nei sensi. In pratica è stata, la pesca, una maestra di vita, al pari di un caro amico, un insegnante, una guida che mi ha affiancato, aiutato a maturare, di esperienza in esperienza, negli anni più importanti della crescita. Quegli anni in cui ognuno si forma, si afferma come persona e personalità, si costruisce i propri riferimenti e modelli, si crea le aspettative e gli ideali, si evolve da ragazzino a persona, testa pensante, creando e ampliando le proprie autonomie e conoscenze, pilastri della futura vita adulta. Credo anche che un simile interesse non si sarebbe così tanto radicato nei miei pensieri, nelle mie abitudini, nel mio immaginario, se non avessi iniziato ad appassionarmi in giovane età. Molti buoni atleti che emergono in uno sport, cominciano a praticarlo in età precoce, diventa un elemento inscindibile della loro esistenza e spesso li accompagna per l’ intera vita. Per me è stato così con la pesca, ho iniziato ad avvicinarmi con continuità dai dodici anni, età in cui si impara in fretta, si ha entusiasmo, si partecipa e si cresce con il proprio sport, ci si misura con la propria passione, che, per inciso, non mi ha ancora abbandonato.
La pesca ha dato un suo contributo, per me sicuramente importante, la prova è che ancora oggi amo viverla, magari con uno spirito diverso ma sempre con l’ entusiasmo e i presupposti del primo giorno, ovvero passare qualche ora in luoghi piacevoli, a praticare un’ attività splendida e avventurosa, in pace con il mondo e con me stesso, senza forzature ed esibizionismo, con grande rispetto dei luoghi, delle regole e di tutto ciò che mi circonda.
Un pensiero corre, doveroso, ai miei genitori, soprattutto a mia madre, che accettarono il mio nuovo hobby, presto tramutato in passione sfrenata, perché durante le estati successive, frequentando durante gli anni a seguire sempre gli stessi luoghi, io ero immerso in torrenti, affluenti, laghetti, boschi luoghi selvatici e quasi selvaggi, poco frequentati o per nulla abitati, sempre alla ricerca di nuove emozioni, avventure e catture, e spesso non mi vedevano per quasi tutto il giorno, non sapendo esattamente dove e con chi ero, quando sarei tornato, cosa mi poteva succedere, e altro ancora, limitandosi ogni tanto a dirmi di stare attento e di non farmi male. Dalla mia parte c’ era il fatto che ero considerato un ragazzino tranquillo, attento, cosciente dei pericoli e sufficientemente attrezzato per potermi muovere in simili ambienti, ma certamente l’ imponderabile può essere sempre in agguato e sotto certi aspetti, ripensando oggi a tutto quello che ho fatto e vissuto in quei luoghi, sono stato anche molto fortunato !! Le centinaia e centinaia di uscite su torrenti diversi, in condizioni meteorologiche le più variabili e spesso inclementi, in luoghi isolati, impervi, difficili, in quasi assoluta solitudine e lontananza da ogni avamposto di civiltà, con la probabilità di un incontro sgradito come una vipera, e la costante possibilità di un infortunio, anche banale, ma potenzialmente pericoloso, mi fanno pensare che ho avuto anche una buona dose di fortuna e di coincidenze positive, che la mia attenzione e concentrazione sono state sicuramente utili ma non garanti assolute di certezze, o di totale sicurezza.
  Per fare una similitudine che renda l’ idea, in alta montagna qualche volta avvengono disgrazie che sono il frutto del fato e delle coincidenze, poiché la preparazione, la tecnica, l’ esperienza, l’ attrezzatura sono quasi sempre ai massimi livelli, ma purtroppo l’ imponderabile, il disguido, l’ errore o la semplice distrazione, hanno spesso conseguenze fatali. E molti dei luoghi, dei torrenti ed affluenti che ho percorso, dei sentieri e dei fuori pista in boschi e monti spesso mai percorsi prima, nascondevano sicuramente insidie e pericoli, possibili frane, scivolate, cadute, botte contro massi e distorsioni o altre fatalità, come pure i rischi di fare tardi ed essere raggiunti dal buio in pieno bosco, le condizioni atmosferiche avverse, insomma, molte situazioni sono state vissute ai limiti del pericolo e con una buona dose di incoscienza, che era sicuramente aiutata dall' entusiasmo e dalla voglia, quasi un' impellenza, di avventura, di pescare la trota della vita, di vedere luoghi quasi inaccessibili e quasi mai percorsi da piede umano, ma solo da cinghiali, caprioli e altri animali selvatici.
La conquista dell'autonomia Ho così trascorso un paio di stagioni estive di coesistenza e collaborazione con alcuni pescatori del posto, dai quali ho assorbito tante informazioni, molti utili suggerimenti ed il corretto approccio a muoversi su un torrente, luogo decisamente particolare e differente da qualsiasi altro, anche per la necessità di avere il giusto approccio alla pesca della trota, che in successivi capitoli illustrerò più nel dettaglio, iniziai a distaccarmene, trovando gradualmente la mia autonomia. Come un allievo che, seguito un maestro o una scuola, comincia a praticare da solo un’ attività, che sperimenta il suo percorso, elaborando in modo nuovo e personale quanto visto, imparato, vissuto. Con questo non voglio dire che rinnegai i miei compagni di avventure, o che mi isolai, perché le uscite di pesca con loro, mirate ad esplorare luoghi poco conosciuti, a sperimentare nuove esche artificiali o tecniche particolari, rappresentavano una parte del mio bagaglio culturale e di condivisione, ma sviluppai  parallelamente a ciò una mia personale e solitaria gestione dell’ arte di pescare, un modo originale e autonomo di approccio al torrente. Per inciso, è vero che spesso pescavo in compagnia di un amico, appena più grande di me, che i luoghi, boschi, sentieri e fiumi erano allora più popolati, che tutti mi conoscevano, che lasciavo sempre detto, o quasi, dove mi recavo, ma dopo i quindici anni venne spontanea la scelta di muovermi da solo e più avanti spiegherò perché.
  Cominciai a cercare i luoghi di pesca meno convenzionali, più isolati, perché lì erano le trote più grosse, indisturbate, perché lì erano più alte le probabilità di essere soli, di essere i primi, di far fruttare la giornata di pesca, unito anche al senso di avventura, al piacere di vedere affluenti nuovi, allo stimolo di percorrere tratti di torrente che riservavano una sorpresa ad ogni lago, sia per la bellezza e novità dei posti, sia per le possibilità di incontrare trote in luoghi dove la maggior parte dei pescatori non si avventuravano mai. Dirò anche che col tempo, e l’ esperienza, ho spesso privilegiato la pesca su affluenti minori, caratterizzati da un senso di intimismo spesso notevole, quasi dei rigagnoli in estate, ma che possono riservare grosse soddisfazioni, sia per la pesca in sé che per i bellissimi luoghi, impervi e solitari, che sono parte integrante del piacere di percorrerli. Di certo questi piccoli affluenti laterali non sono mai ricchi di fauna acquatica, per ovvii motivi, tra i quali la difficoltà dei pesci a risalire, ci sono dei punti nei quali anche un essere adattato a nuotare controcorrente come la trota non ce la fa a superare balzi e strapiombi. Inoltre nei piccoli rigagnoli secondari, c’ è meno acqua in estate e meno cibo a disposizione, minori opportunità riproduttive, condizioni di vita decisamente difficili, che comportano anche una maggior lentezza nella crescita dei pesci stessi. Vanno tenuti presente, riguardo a queste mie scelte, anche dei motivi più sottili, gli affluenti hanno dalla loro un’ accessibilità e una logistica limitata rispetto al torrente principale, sentieri, passaggi, punti di uscita e questo preserva di più le poche, spesso belle trote, che lo popolano. Inoltre, cosa non rara, succede che qualche pescatore abbia seminato degli avannotti in un affluente con l’ idea di venire a pescarle qualche anno dopo, non tornando mai più in loco, bene, chi giunge per primo su un tale corso d’ acqua cinque, otto anni a seguire, potrebbe non credere ai propri occhi, trote belle, meno diffidenti, in poche parole una riserva di pesca personale.
 
Un’ altra regola fondamentale, per la pesca alla trota, è di essere i primi, a percorrere il torrente, altrimenti le probabilità di non vedere neanche un pesce sono elevate, chi percorre il torrente per primo nella giornata, è nella condizione ideale di incrociare trote non disturbate, attive, spesso in caccia, motivate ad abboccare se non ci si palesa malamente. Chi segue, trova trote disturbate e impaurite, quasi sempre in tana, non motivate a mangiare ma solo a mimetizzarsi salvo qualche rara eccezione, magari un pesce che si trovava in tana al primo passaggio, potrà mostrarsi al secondo pescatore che transita in quel tratto di fiume. Agli inizi l’ aspetto della sfida, l’aspetto ludico, il cercare di catturare tanti pesci, uno più del mio compagno di pesca, prendere la trota grossa, quella sognata da tutti, erano gli stimoli e le aspettative principali, oggi, a distanza di oltre quarant’ anni, alcune sono rimaste identiche ma altri elementi sono cambiati, come io sono cambiato, obiettivi modificati e maturati dalla vita, come ogni periodo ed esperienza dell’ esistenza è in grado di fare, influendo su scelte, interessi, passioni. Ogni uscita di pesca è sempre ricca di emozioni, carica di coinvolgimento, ma alcuni elementi di fondo sono decisamente mutati, diversi, nuovi. Esiste un’ aumentata consapevolezza e conoscenza dei propri limiti, concetti che a quindici anni risultano decisamente approssimativi, c’ è un maggior rispetto di ciò che mi circonda, dovuto alle maggiori conoscenze e alla maturazione, ci sono elementi e momenti che vengono gustati diversamente, perché allora la mia stagione di pesca durava tutta l’ estate e coincideva con la vacanza scolastica, tale che potessi uscire a pescare tutti i giorni e io spesso lo facevo due volte al giorno. Oggi non solo non ho il tempo per poterlo fare, ma anche fisicamente non sarei in grado di mantenere i ritmi degli anni in cui il fisico mi assecondava in tutte le mie richieste, anche le più ardite e impegnative. Come capita spesso nella vita normale, devo fare i conti con le energie e i ritmi di una persona di mezza età, che non sempre riesce a fare ciò che lo spirito vorrebbe, ciò che le emozioni esigerebbero. Sono infatti costretto a mediare tra spinte emotive e possibilità fisiche, mentre un giovane neppure sa cosa siano tali limiti o non  riflette minimamente sulla possibilità di porsi dei limiti. Ai tempi della mia gioventù, anagrafica e di pesca, potevo pescare per quattro ore il mattino e replicare per altrettante ore il pomeriggio, senza grossi contraccolpi fisici, tranne magari un piccolo indolenzimento alle gambe, ed il giorno dopo, ripartire per un altro tratto di torrente. Valutando questa passione sotto il punto di vista odierno, la consapevolezza acquisita e il cambiamento di ritmo attuali mi impongono di godere di più dei tempi che posso dedicare al mio hobby, mi fanno centellinare di più le emozioni, i luoghi, le situazioni, con lo spirito di chi ha un bel momento e lo vuole ricordare, di chi vive un attimo prezioso, visto più come un dono e non come un diritto, vissuto come una gratificazione e non come una vittoria del sé sul mondo esterno, piuttosto di compartecipazione con tutto ciò che mi circonda, sia del mondo inanimato, l’  ambiente, sia degli esseri viventi che lo popolano e con esso interagiscono.

Una storia che continua Centinaia, dicevo, le avventure, gli aneddoti, le situazioni vissute, alcune le racconterò nel proseguo, non prima di aver fatto un minimo di introduzione sulla tecnica e le modalità di pesca alla trota, che possono sembrare semplici o ripetitive, ma che invece nascondono molteplici sfaccettature, numerose varianti, tanti aspetti che apparentemente sono secondari, ma che spesso determinano i risultati finali di una battuta di pesca alla trota. Tutto ciò non per fare dello sterile tecnicismo o per entrare in argomenti e terminologie da iniziati, ma soprattutto per permettere a chi legge di entrare meglio nei meccanismi che regolano la pratica della pesca in torrente, e capire meglio le emozioni che sottendono una simile passione. E con le prossime puntate di questa mia nuova avventura sul Blog di Melius Club, spero di appassionare anche voi a questo bellissimo hobby, sport, mezzo per vivere la natura, se mi seguirete mi auguro che la condivisione delle mie avventure sia cosa gradita e fonte di reciproco scambio di esperienze e di condivisione di passioni, emozioni e ricordi . . . !!!
A presto su questo torrente, Dario
     

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