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Senza nulla a pretendere

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Mozart e Pulcinella

appecundria

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Inaugurando il Festival di Pentecoste 2008 a Salisburgo, il maestro Muti dichiarò: “La musica di Paisiello ha conquistato il pubblico. Armonie tanto simili a quelle di Mozart, scritte però nel 1779, quando ancora il genio di Salisburgo doveva immaginare il suo trittico italiano. E’ questo il motivo per il quale insisto nel sottolineare l’importanza della scuola musicale del Settecento napoletano.

"forse Mozart non sarebbe stato lo stesso se non avesse conosciuto l’opera napoletana”

E' chiaro che tutto è nato qui; forse Mozart non sarebbe stato lo stesso se non avesse conosciuto l’opera napoletana.”.


L'anello magico
 

Il 14 maggio 1770 i Mozart giungono a Napoli. Durante il tragitto “Amedeo De Mozartini” (così a volte si firma nelle lettere dall’Italia) ripensa ai giorni italiani fin lì trascorsi. “Da zoticone germanico ora sono uno zoticone italiano” scriverà con il suo solito umorismo alla sorella Nannerl. Amedeo ha da poco compiuto 14 anni. Napoli, pur soffrendo delle sue eterne contraddizioni è una città culturalmente assai vivace e cosmopolita ed anche una delle più popolose d’Europa, con circa un milione d’abitanti.
Il padre Leopold sembra nutrire sentimenti contradditori: “La fertilità esuberante di queste terre piene di vita e di cose rare mi renderanno penosa la partenza. Ma la sporcizia, la quantità di mendicanti, questa gente senza Dio e la cattiva educazione dei bambini, fanno sì che si lascia senza rimpianto anche ciò che c’è di buono. Quanto alla superstizione! E’ tanto radicata quaggiù, che si può dire che si sia qui introdotta una vera eresia!”.

Un episodio assai divertente sembra confermare queste ultime parole di Leopold. Al conservatorio della Pietà dei Turchini mentre Amedeo sta suonando meravigliosamente, il pubblico rumoreggia. Le sue piccole mani volano sulla tastiera del cembalo. Soprattutto l’agilità della sinistra, dove porta un anello, sembra impressionare  il pubblico. Ecco il motivo di tanta abilità: ha un anello magico al dito! Il giovane Mozart che comprende divertito il motivo di tanto baccano lentamente si sfila l’anello e poi continua a suonare. Il pubblico ammutolisce.

 

 

Mozart e la musica napoletana
 

La corte borbonica s’è mostrata alquanto fredda nei loro confronti. D’altronde le vicende dei Mozart, presso la corte asburgica, sono sempre state un po’ complicate. E Maria Teresa d’Austria arriverà a definirli “gens inutilis”. Ottimi invece sono  i rapporti che i Mozart hanno con l’ambiente musicale napoletano. Frequenti i loro contatti con i musicisti. Conosceranno personalmente i maestri Pasquale Cafaro, Niccolò Jommelli, Giuseppe De Majo e suo figlio Gian Francesco detto Ciccio. Con loro, Mozart manterrà in seguito sempre cordiali rapporti.
Napoli vive già da tempo una stagione musicale particolarmente felice soprattutto nel versante dell’opera “buffa”. Cimarosa e Paisiello, per fare due nomi su tutti, porteranno a maturazione questo genere musicale nato proprio a Napoli all’inizio del secolo (e che raggiungerà con lo stesso Mozart negli anni della maturità esiti definitivi). Ovunque a Napoli si fa musica e i musicisti di strada sono un po’ dappertutto con tanto di zampogna, mandolino e colascione (una sorta di liuto), spesso ravvisabile nelle maschere della commedia dell’arte. Di questo spirito forse il giovane Mozart farà tesoro negli anni della maturità, quando porterà a compimento in una sintesi stilisticamente insuperata, i suoi capolavori futuri come “Le Nozze di Figaro” e “Don Giovanni”. Un giorno poi, Amedeo ascolta in una chiesa una “musica bellissima” che, come ci informa egli stesso in una lettera: “fu del sign. Cicio Demajo, lui poi ci parlò e fu molto compito”. 

Amedeo avrà sempre nostalgia dell’Italia e di Napoli. Scriverà al padre qualche anno più tardi : “Ho un’indescrivibile brama di scrivere ancora una volta un’opera e quando avrò scritto l’opera per Napoli, mi si ricercherà ovunque.” E poi conclude “con un’ opera a Napoli ci si fa più onore e credito che non dando cento concerti in Germania.” All’amico compositore boemo Myslivecek, che gli aveva consigliato di tornare in Italia, Amedeo risponde: “Egli ha perfettamente ragione; se ben ci penso in verità credo che io non ho mai avuto tanti onori, non sono mai stato così stimato come in Italia, specialmente a Napoli.

Lo spettacolo
 

Il viaggio di Mozart è il tema di "Mozart & Pulcinella, serenata buffa di una notte napoletana", pregevolissima opera teatrale di Gianni Aversano con arrangiamenti di Domenico De Luca. La profonda cultura, non solo musicale, di Gianni Aversano ed il suo amore per la ricerca nelle radici della musica napoletana, stanno portando risultati lusinghieri. In questi mesi è in giro di Gianni Aversano "Un Gobbo snob, esilio napoletano dell'insaziabile poeta" dedicato a Giacomo Leopardi, non perdetevelo!

Mozart & Pulcinella in breve: due musicisti, in scena, suonano un'ouverture mozartiana; sulla coda compaiono il cantastorie Pulcinella ed il suo assistente, che eseguono gli ultimi momenti "tarantellati" di uno spettacolo ambulante di burattini. Scende la sera e Pulcinella si ritrova sotto la finestra della sua amata. Comincia la sua solita serenata cantando arie di Paisiello, Pergolesi, villanelle del XVI secolo e tarantelle del XVII secolo, ovvero, tutto quello che Mozart avrebbe potuto o che ha addirittura ascoltato nei giorni della sua permanenza a Napoli. Dalla finestra si affaccerà, però, il quindicenne Mozart che, intanto, si è goduto la serenata. Passerà in quel vicolo anche il re "lazzarone" che, di notte, vorrebbe incontrare il giovane austriaco all'insaputa della terribile regina Carolina. La lettura in scena di brani delle lettere che il piccolo Amedeo scriveva alla sua sorellina ci testimonia le emozioni e gli incontri da lui fatti in quei giorni. Momenti originali esilaranti, rielaborazioni di brani classici della commedia dell’arte napoletana e arrangiamenti di celebri brani di Mozart arricchiscono lo spettacolo, che vuole essere un percorso nei tre secoli che precedono la nascita della canzone “classica” napoletana.

Vi saluto con un breve video di scena dello spettacolo. Questa è la storiella che volevo raccontarvi stasera, sempre senza nulla a pretendere.
 

 




8 Commenti


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analogico_09

Inviato

Non vi è dubbio che senza Paisiello, Cimarosa, Traetta, ... Piccinni, Clementi, e Lucchetti in porta... :D , insomma senza quelli della "scuola napoletana", Mozart, e non solo Mozart, non sarebbe stato quello che fu, che anzi è.

Con tutto il rispetto e l'umiltà possibile verso il maestro Muti, ma queste cose ce le dicevamo pure noi, quando sapevamo ancora poco di lui, del raro gruppetto di appassionati di classica, operistica e sinfonica, verso la fine dei '60, inizi '70.., altre volte condivise anche nelle discussioni del nostro club.

Mo' Pasquale mi verrà a dire che sono "EGO-centrico.., :D ...ma io che ci posso fare se questa è la pura verità..., la mia non di Pulicenella... ;)

Esco immediatamente di scena, me ne scuso,  ti faccio i miei più grati complimenti per l'amenissima lettura che mi hai fatto fare, per la musica che mi hai fatto ascoltare, per le immagini che mi hai fatto vedere.., e parlo in prima persona perché tanto IO sono pure EGO-ista... 9_9 :)) ;)

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appecundria

Inviato

Ma tu hai ragione! Però capisci a me, se avessi cominciato con "Come diceva @analogico_09 già da quando era guaglione..." qua mi pigliavano con lo scetavajasseO.o

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analogico_09

Inviato

hahaha!!! :D

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appecundria

Inviato

Il compact disc è esaurito, l'autore ha pubblicato l'audio integrale dello spettacolo montato su foto di scena. Non è proprio ad alta fedeltà ma è ben fatto, d'altra parte Domenico De Luca è anche un provetto tecnico di registrazione.
 

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Pasquale SantoiemmaGiacoia

Inviato

Già che ci siamo, senza nulla a pretendere, segnalerei (in tema: il viaggio durato 3 anni di Mozart padre figlio ...in Italia)

segnalerei dicevo, quindi segnalo un Film di Bela Tarr (un grande regista visionario, secondo me) The Turin Horse che ha

come argomento proprio la visita in Italia di mozart 13/14/quindicenne, il 15°compleanno di Mozart avvenne proprio

a Torino e in un albergo dogana nuova... che ora esiste ancora ma si chiama, ovviamente, Dogana vecchia.

Il Genio di Bela Tarr tratta il tutto dal punto di vista del cavallo che trainava il carro durante i viaggi...
 

Occorre scrivere, tornando strettamente in temam a Mozart figlio e padre... che io sfaterei un po', solo un po', l'alone mistico...

Padre e figlio (è assodato storicamente) nel viaggio il padre cercava il "giusto padrone" ove "agganciare" il figlio prodigio...

e, come si può immaginare, cercando "il posto fisso lavorativo" si guarda non solo con quale "casata" accasarsi ma

anche quale sia il luogo e quanto questo sia salubre, frizzante o noioso...
 

Di fatto in Torino i 2 Mozart vennero, giunsero con la scusa di assistere ad una prima di Paisiello (un'opera: Annibale a Torino)

ma soprattutto per prendere contatti di lavoro... la cosa incredibile è che il responsabile del tempo in fatto di Musica e musicisti

da assoldare alla corte taurinense... decretò dopo accurata "prova" che quel ragazzino, quel Mozart

non fosse proprio "quello giusto" da far assumere ai savoia in pianta stabile.


Ripartiti da Torino, padre e figlio poi sostarono brevemente anche in Milano per poi tornarsene sconsolati 

(suppongo scuotendo il capo, il padre... questi italiani capiscono na mazza) ... ritornando

da dove era partiti 3 anni prima: dall'Austria con un chilo di plichi-referenze altolocate nella bisaccia

da mostrar alla bisogna per l'esser "assunti" come musicisti a tempo indeterminato qui in italia. :-)


ah... ho trovato solo questo di The Turin Horse di Bela Tarr, tuttavia capitasse alla tele o in qualche sala

consiglio di non farselo scappare, ah... ci deve essere un treddì antico in proposito nella Melius cinematografo,

forse Analògico, forse Peppino se lo ricorda... Bela Tarr e i molti sconosciuti e struggenti suoi film:
 


 

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Pasquale SantoiemmaGiacoia

Inviato

@analogico_09 


Peppino mio carissimo
via il carissimo che c'è ancora un po' di crisi.
 

Peppì e da mo' che attendo che tu corregga la mia svista bacchettandomi

adeguatamente su Bela Tarr e quel dannato cavallo

che trainava sì un carro con luminare ma non quello sul quale stava seduto

il giovane musicista in cerca, col padre, di adeguato posto fisso a Torino... 

... Analò coraggio, sono pronto!

Peppì, la cenere da cospargermi il capo chino... non è  problema, io fumo e anche troppo,

previdente l'ho già messa da parte da stamattina raccolta e conservata dai posacenere.

:D:P


 

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analogico_09

Inviato

@Pasquale SantoiemmaGiacoia Pasquà.., te possino Pasqà.., non sono ancora riuscito a vedere questo film a "cavallo" di Bela Tarr..,  quindi non posso riprenderti, anche se ho letto  solo la trama su internette.., ma non voglio fare la spia... :D Però, cavalli a parte, mi ricordo di quelle belle, amene mucche di Satantango, riprese nella loro immensa stasi con inquadraturea fisse (sei ore circa di durata solo quella... :D) nel grigio e nebbioso panorama agreste immerso nel silenzio e nel tempo che non passa mai, o che passa senza ascoltare chi vorrebbe mettergli fretta... Ricordo che ne parlammo del geniale (un po' troppo per noi abituati ad altro..) Bela Tarr, dei suoi film, non ricordo esattamente quali.., non del Cavallo di Torino, magari domani cerco e "resuscito"... IO posso Pasquà.., perché come dicevano l'antichi: EGO sum (qui sum)! :))))))  ;)

A proposito dei viaggi italiani di Mozart accompagnato dal padre Leopol - l'Italia musicale è era un tappa obbligata per tutti, qi tempi -, Pupi Avati, nel 1984 girò NOI TRE, un "piccolo" e difilato, delizioso film, eternamente raro,  ancora "inedito" in homevision in questa itaglietta immemore e ingrata, che vidi, e poi mai più, a suo tempo in sala.

Racconta il regista, prendendosi delle livertà, del soggiorno bolognese dell'adolescente Volfango in quel di Bologna, ospite di un nobile locale stravagante (Carlo delle Piane), quando cerca inutilmente di farsi bocciare all'esame di contrappunto, una pura formalità.., presso il prestigioso conservatorio della città emiliana, pur di poter rimandare e quindi restare più tempo in loco e seguitar lo spasso con altri due coetanei ivi conosciuti, un maschietto e una femminuccia... Primi amori, prime gelosie, ambiguità, stupori, pruriti sex-uali innocenti, scoperta del sentimento amicale, dell'affetto negletto e spontaneo, del gioco leggero e libero dalle rigide regole scritte del ritmo e del contrappunto.., mentre l'oscura ombra del "padre" marca stretto e minaccia costantemente di scippare, riuscendo infine nello scopo, l'adolescenza del (suo) "povero" enfant prodige. 

Non un capolavoro, un film dal tocco delicato, con quella sottile vena di nostalgia che, mi sembra, finirà col diventare un po' "maniera" in Pupi... 

Spero di non esser finito fuori traccia.., in tal caso chiderei venia... :)

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Pasquale SantoiemmaGiacoia

Inviato

@analogico_09  Peppì caffè pagato!

Anzio! Anzi grazie a te, ed in qualche modo Appe, noi tre abbiamo ritrovato il cavallo giusto

che trasportò il volfango con cotanto padre... Eccolo al fine di questo spezzone, ECCOLO
 


...già che ci siamo ecco un dialogo (grazie a Piero Angela e alla RAI) 

del messer Leopoldo Raiola... padre e procuratore dl Volfango Amedeo Mozart Donnarumma ...
 

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      Da mom in Cartoline dallo spaziotempo
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      Questa passeggiata slow, di poco più di una decina di km tra andata e ritorno, si può considerare un vero e proprio viaggio attraverso la meravigliosa macchia mediterranea che, in questi giorni, è tutta in fiore e unisce il suo fantastico profumo a quello del mare. Un susseguirsi di spettacoli e di scoperte floreali e faunistiche, in un clima ideale, soleggiato, caldo ma non esagerato. Partiamo dal vecchio punto di raccolta della Tonnara, nel golfo dell’Asinara, non più attivo ormai da anni e, sempre costeggiando il mare, a pochi metri di distanza, troviamo una piccola suggestiva chiesetta.

      Oggi la Tonnara è diventato un villaggio con graziose villette dotate di giardini non grandi ma molto ben tenuti.



       
      La riva, come potete vedere è rocciosa e praticamente priva di spiaggia ma i prati arrivano e a volte oltrepassano, fino al sentiero che delimita lo scosceso: ai grandi gruppi di fichi d’India, agavi e rosmarino, mirto, centaurea orrida, malva e lentischio, fanno da tappeto migliaia di carpobruti eduli ( i classici mesembriantemi striscianti viola) profumati asfodeli, ricchissimi di proprietà digestive e officinali ma comunemente definiti “ fiori dei morti”, perché antiche credenze ritenevano fossero il cibo dei defunti e anche ritenuti sacri dai romani. Seguivano altri piccoli gigli, cespugli di ginestre, cardi, finocchietto selvatico, assenzio, borragine, piccole orchidee, margherite grandi e piccole e tutti i minuscoli fiorellini tipici della macchia mediterranea, colorano il panorama.




      A qualche centinaio di metri ecco quello che, un tempo, era l’edificio in cui il pescato veniva trattato. Ora restano le due ciminiere e, anche qui, sorgono belle abitazioni tutte sistemate nel rispetto ambientale, hotel compreso.





       
      Il percorso degrada verso una spiaggetta e qui, nell’acqua cristallina, ci fermiamo ad ammirare le stelle marine, i branchi di pesciolini diversi, dai piccolissimi ai più grandicelli e le piccole meduse colorate che sfiorano la battigia.



      Le meduse le abbiamo incontrate solo qui, durante tutto il nostro soggiorno abbiamo visitato altre spiagge e l’acqua è sempre stata pulitissima e invitante anche se un po’ fresca ma non tanto da impedirci di fare dei bagni deliziosi.



       

       
       




       

      Prima di arrivare al Museo della Tonnara, purtroppo ancora chiuso fino al 25/04, ospitato nella vecchia sede dell’ex stabilimento A.L.P.I. (Azienda lavorazione produzione ittica), insieme ai numerosi gabbiani e gabbianelle affamati, ci siamo divertiti ad assistere alla pesca velocissima e vorace dei cormorani: un vero esercizio di abilità!

      Qui, invece, incontriamo un bel coleottero!

      Dietro ad una curva, appare Stintino: sembra a due passi ma il percorso è ancora lunghetto!

      Per arrivarci dobbiamo arrampicarci sulla strada provinciale e qui troviamo, per la prima volta, un po’ di ombra sotto ad un pino marittimo: ci voleva! Ecco che appare anche il cartello stradale, scritto in italiano e in sardo e, poco dopo, una statua di Mammutones che annunciano l’ingresso nella cittadina.


       
       
      Poco alla volta ci inoltriamo nel giardino pubblico prospiciente il porto dotato di alcune sculture e, costeggiandolo, risaliamo in paese.


      Un giretto per il piccolo centro del paese e vediamo anche la chiesetta...

      Si è fatta l’ora di pranzo e troviamo una trattoria con tavoli che si affacciano sul mare e sul porto: siamo anche noi abbastanza affamati e il cordialissimo cameriere ci suggerisce la specialità del giorno: gnocchetti freschi alle cozze o alla salsiccia locale e polpo alla stintinese. Tutto buonissimo e a buon prezzo! Peccato non potervi trasmettere, insieme alle cartoline, anche le emozioni , i profumi e i sapori... A presto!


       
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      Questa passeggiata slow, di poco più di una decina di km tra andata e ritorno, si può considerare un vero e proprio viaggio attraverso la meravigliosa macchia mediterranea che, in questi giorni, è tutta in fiore e unisce il suo fantastico profumo a quello del mare. Un susseguirsi di spettacoli e di scoperte floreali e faunistiche, in un clima ideale, soleggiato, caldo ma non esagerato. Partiamo dal vecchio punto di raccolta della Tonnara, nel golfo dell’Asinara, non più attivo ormai da anni e, sempre costeggiando il mare, a pochi metri di distanza, troviamo una piccola suggestiva chiesetta.

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      Oggi la Tonnara è diventato un villaggio con graziose villette dotate di giardini non grandi ma molto ben tenuti.

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      La riva, come potete vedere è rocciosa e praticamente priva di spiaggia ma i prati arrivano e a volte oltrepassano, fino al sentiero che delimita lo scosceso: ai grandi gruppi di fichi d’India, agavi e rosmarino, mirto, centaurea orrida, malva e lentischio, fanno da tappeto migliaia di carpobruti eduli ( i classici mesembriantemi striscianti viola) profumati asfodeli, ricchissimi di proprietà digestive e officinali ma comunemente definiti “ fiori dei morti”, perché antiche credenze ritenevano fossero il cibo dei defunti e anche ritenuti sacri dai romani. Seguivano altri piccoli gigli, cespugli di ginestre, cardi, finocchietto selvatico, assenzio, borragine, piccole orchidee, margherite grandi e piccole e tutti i minuscoli fiorellini tipici della macchia mediterranea, colorano il panorama.

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      A qualche centinaio di metri ecco quello che, un tempo, era l’edificio in cui il pescato veniva trattato. Ora restano le due ciminiere e, anche qui, sorgono belle abitazioni tutte sistemate nel rispetto ambientale, hotel compreso.

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      Il percorso degrada verso una spiaggetta e qui, nell’acqua cristallina, ci fermiamo ad ammirare le stelle marine, i branchi di pesciolini diversi, dai piccolissimi ai più grandicelli e le piccole meduse colorate che sfiorano la battigia.

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      Le meduse le abbiamo incontrate solo qui, durante tutto il nostro soggiorno abbiamo visitato altre spiagge e l’acqua è sempre stata pulitissima e invitante anche se un po’ fresca ma non tanto da impedirci di fare dei bagni deliziosi.

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      Prima di arrivare al Museo della Tonnara, purtroppo ancora chiuso fino al 25/04, ospitato nella vecchia sede dell’ex stabilimento A.L.P.I. (Azienda lavorazione produzione ittica), insieme ai numerosi gabbiani e gabbianelle affamati, ci siamo divertiti ad assistere alla pesca velocissima e vorace dei cormorani: un vero esercizio di abilità!

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      Qui, invece, incontriamo un bel coleottero!

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      Dietro ad una curva, appare Stintino: sembra a due passi ma il percorso è ancora lunghetto!

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      Per arrivarci dobbiamo arrampicarci sulla strada provinciale e qui troviamo, per la prima volta, un po’ di ombra sotto ad un pino marittimo: ci voleva! Ecco che appare anche il cartello stradale, scritto in italiano e in sardo e, poco dopo, una statua di Mammutones che annunciano l’ingresso nella cittadina.

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      Poco alla volta ci inoltriamo nel giardino pubblico prospiciente il porto dotato di alcune sculture e, costeggiandolo, risaliamo in paese.

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      Un giretto per il piccolo centro del paese e vediamo anche la chiesetta...

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      Si è fatta l’ora di pranzo e troviamo una trattoria con tavoli che si affacciano sul mare e sul porto: siamo anche noi abbastanza affamati e il cordialissimo cameriere ci suggerisce la specialità del giorno: gnocchetti freschi alle cozze o alla salsiccia locale e polpo alla stintinese. Tutto buonissimo e a buon prezzo! Peccato non potervi trasmettere, insieme alle cartoline, anche le emozioni , i profumi e i sapori... A presto! :)

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    2. Sarà certamente il paese del sole, Napoli, ma quelle volte che piove non siamo secondi a nessuno, modestamente!

      E fatalmente il traffico si blocca, non c'è una ragione precisa, è come una vibrazione coordinata, una specie di cosa mistica che prende tutti i napoletani: piove? Fermiamoci, freno a mano e conversazione.
       

      Al Ponte dei Francesi.

      E' così è capitato ultimamente anche a me, via Ponte dei Francesi con in macchina una Antonella e un Antonio, parte la conversazione a allora faccio notare ai miei compagni di sosta la curiosa coincidenza: Antonio e Antonella bloccati al Ponte dei Francesi, curiosa coincidenza, no?
      Niente! Ma come? - insisto - il Canto dei Sanfedisti ve lo ricordate? Niente. Mi sento obbligato allora a raccontare il fattariello che ora condivido con voi.

       

      Lazzari e giacobini.

      Nella notte del 15 gennaio 1799 i francesi sono alle porte, avviene spontanea la mobilitazione del popolo napoletano. Ai lazzari si uniscono le corporazioni: i cavatori di tufo della Sanità, i conciapelli dei vicoli delle Concerie, gli scaricatori del Porto, gli ortolani e i fruttaioli del Mercato, ma soprattutto gli infiammatissimi "luciani" cioè marinai e pescatori di Santa Lucia, il più ardentemente borbonico dei quartieri di Napoli. 

       


      Nel frattempo, la borghesia pensa a difendere i suoi interessi e negozia sotto banco con i francesi giacobini: in seguito si cantò "chi tene pane e vino add’esse giacubbino".
      Per le strade della capitale "sonano li cunsigli" per chiamare il popolo a raccolta, "serra! serra!": senza capi militari e senza armi da fuoco, cinta la fronte da fazzoletti sotto cui è posta l’immagine miracolosa di san Gennaro, una folla di quarantamila lazzari giura davanti alle sante reliquie di morire in difesa della patria e della Fede. Il grido è "viva san Gennaro" e " viva ‘o Rre nuosto", l'insegna è una bandiera con l’effigie di un teschio e la scritta "evviva il Santo Ianuario nostro generalissimo".

       

      Il tradimento dei borghesi.

      Scrisse il generale Championnet nella sua relazione a Parigi: "si combatte in ogni strada, il terreno è disputato palmo a palmo, i lazzari sono guidati da capi intrepidi. I lazzari, questi uomini meravigliosi sono degli eroi". Ma i giacobini napoletani con l'inganno si impadronirono di castel Sant’Elmo e dall'alto cominciarono a bombardare la città facendo strage del popolo dei loro stessi concittadini.
      La città si arrese, restarono sul campo duemila francesi e diecimila napoletani, il tradimento dei borghesi causò una frattura insanabile col popolo minuto che ancora oggi è aperta.
       

      San Gennaro giacobino.

      Il popolo era adirato col suo protettore e già lo sospettava di cripto-giacobinismo quando si diffuse la notizia (storicamente dubbia, oggi si direbbe una fake news) che san Gennaro avesse fatto il miracolo al cospetto di Championnet! Appellato "cornuto e svergognato", il santo fu detronizzato - cioè non fu più il patrono di Napoli - e le sue effigi vennero impiccate ed esposte al pubblico ludibrio. Al suo posto fu intronato il potente sant'Antonio che presto si guadagnerà sul campo di battaglia il titolo di "glorioso", proprio in quel punto che fu poi chiamato Ponte dei Francesi.

       

      Presto vi racconterò il resto, nel frattempo godetevi Marta Giardina in questa interpretazione de Il Canto dei Sanfedisti, sempre senza nulla a pretendere.

       


       

    3. Completo con questa seconda parte la presentazione dei Torrenti e degli affluenti che ho frequentato per tanto tempo e che ancora oggi vivo con piacere e passione, con meno frequenza e  continuità, purtroppo, ma sempre con lo stesso entusiasmo, e stupore, degli inizi !

      Da naturalista quale sono per indole e studi, spesso l' incontro con un piccolo animale o la vista di una angolo incontaminato di natura , mi lasciano dei ricordi piacevoli e unici, come in un' uscita su un affluente dove ho incrociato una famiglia di cinghiali, e ho potuto osservarli per alcuni minuti in rigoroso silenzio e immobile, grazie alla mia posizione protetta dalle rocce e, di sicuro, a favore di vento altrimenti avrebbero annusato la mia presenza e sarebbero fuggiti immediatamente, una madre e quattro cuccioli che si abbeveravano e sguazzavano nell' acqua per un bagno, e negli anni, potrei ricordare diversi approcci, anche fuggevoli, con caprioli, volpi, qualche rapace come la poiana, ed anche moltissimi piccoli anfibi, rettili ed altri animali . . .

       

       

      Un tipico anfibio dei luoghi umidi del Torrente, la Salamandra

       

       

      L' unico incontro che non apprezzo molto, ma in decenni mi è capitato, visivamente, solo alcune volte, è quello con sua pericolosità la vipera, che a dispetto di tante leggende o esagerazioni non attacca mai, se non messa realmente alle strette, che vuol dire posta nelle condizioni di non avere vie di fuga, ma mi sono sempre guardato bene, soprattutto se da solo e in un luogo lontano dalla civiltà, di cercare di uccidere o peggio, di stanare una vipera da un suo anfratto o nascondiglio !

       

      Muoversi lungo un Torrente, come un acrobata sull' acqua !!!

       

      Desidero sinceramente ringraziare chi ha impostato il titolo di questo blog, realmente azzeccato, direi che rispecchia, almeno per ciò che attiene al movimento fisico lungo il fiume, le mie sensazioni quando risalgo un tratto di Torrente o qualche affluente, perché il senso dell' equilibrio è fondamentale.

       

      Il torrente richiede rispetto, attenzione, concentrazione, conoscenza, capacità, risorse fisiche e mentali, perché è un luogo non convenzionale, non omogeneo, non semplice da approcciare e da percorrere. E’ un luogo asimmetrico e complesso, dove ogni metro è differente dal precedente e dal successivo, ogni movimento va calcolato, armonizzato e coordinato, e dove ogni oggetto presente, un ramo, l’ erba fitta, un ciottolo, una pietraia, possono nascondere insidie e possibili inconvenienti.

      Proprio per la mutevolezza dei luoghi infatti, la distrazione va evitata, ogni passo si deve calibrare sul precedente e sul successivo, la concentrazione deve essere sempre alta, ogni movimento va compiuto in funzione del terreno e del clima, sempre diverso e mutevole, perché l’ acqua modella l’ ambiente, lo scava, scorre scegliendo la strada più diretta e quindi produce un fondale che può nascondere mille diversità, proporre sorprese o difficoltà inaspettate.

      Rocce e massi, anche grossi e quindi presunti stabili, che si muovono sotto il peso e il passaggio, sbilanciando e mettendo a rischio l’ equilibrio; rami e radici che spuntano e che fanno scivolare o inciampare; ciottoli e pietrisco che cedono e smottano sotto il peso, facendo ruotare piede e corpo e rendendo quindi molto precario l’ equilibrio nel movimento.

      La Pesca della Trota sui Torrenti è fondamentalmente una pesca di movimento quasi continuo, o meglio, un movimento costante intercalato da piccole soste nelle quali si insidia il pesce, momenti di pausa nei quali si assapora il contatto tanto agognato col pesce.

      E’ quindi complesso camminare, oltretutto dedicandosi alla pesca, con pesanti stivali di gomma ai piedi e la canna in una mano, anche perché i luoghi particolari determinano altre attenzioni, ovvero comportamenti condizionati che costringono a muoversi su traiettorie obbligate a causa di ostacoli, dirupi, anse del torrente, grossi massi, cascate, laghi profondi ed altri elementi naturali.

      Risulta difficile immaginare tutto ciò per chi non ha mai camminato lungo un torrente, ma se una persona provasse a percorrere 100 metri sul suo greto, senza conoscerne i fondamentali, rischierebbe di perdere l’ equilibrio, di mettersi in difficoltà a causa delle precarie condizioni dei luoghi e di tutto ciò che ci circonda, sul Torrente e nelle prossimità di esso, sponde, accessi, camminamenti e boschi circostanti. 

      Così, muoversi correttamente lungo il fiume, è uno degli elementi fondamentali per poter pescare, poiché la pesca alla trota è fatta di continuo movimento e perché solo un approccio corretto ai laghetti, un’ attenzione continua a non mostrarsi direttamente e a non proiettare la propria ombra ai pesci, garantiscono i presupposti per pescare con profitto e piacere.

      Il primo consiglio nel camminare lungo le sponde di un torrente, o dentro l’ acqua del suo corso, è di trovare gli appoggi più saldi, che sono sicuramente sabbia, ghiaia, pietrisco, cioè i punti più adatti affinchè la pianta degli stivali trovi tanti piccoli appoggi che sorreggono e garantiscono equilibrio e presa sul fondo. Diversa è la tenuta di grosse pietre, lastre e massi di grandi dimensioni, perché qui la loro superficie, continuamente dilavata dall’ acqua, è liscia e omogenea e quindi pericolosamente instabile, precarietà incrementata dalla forza anche rilevante che l’ acqua imprime sugli stivali, scorrendo a valle, soprattutto quando il flusso è ricco e pieno. Il camminare sulle sponde richiede ulteriore attenzione legata alla possibilità che il terreno frani a valle sotto il proprio peso, perché già instabile e in precario equilibrio, solitamente in pendenza perché eroso dalle acque, e anche qui vige la regola, se possibile, di appoggiare i piedi evitando accuratamente, massi lisci, omogenei, in leggera pendenza, che sono scivoli naturali, forieri di perdite di stabilità e potenziali cadute.

      L’ ambiente del torrente è ovviamente dominato dall’ umidità, legata alla diversa esposizione che spesso cambia ad ogni ansa del fiume, e dal fatto che il luogo, già naturalmente umido, può venire ulteriormente reso viscido da alghe e vegetazione, come una sorta di film scivoloso, che si forma sui sassi dentro l’ acqua, rendendo precario ogni appoggio e imponendo un passo molto corto, con il baricentro del corpo sempre sotto controllo per evitare scivolate e cadute, pericolose e rovinose visto che tutto intorno è contornato da grossi massi e rocce sconnesse, spigolose e in grado potenzialmente di fare male.

      Dopo migliaia di uscite di pesca, la maggior parte su 4 o 5 torrenti e loro affluenti, percorsi con tutte le condizioni atmosferiche possibili, la conoscenza dei luoghi, dei passaggi, del tipo di rocce, del fondale, degli ambienti, garantisce un buon grado di confidenza ma, come sempre, attenzione, rispetto e capacità a gestire ed anticipare le situazioni e non a subirle, sono elementi fondamentali per tornare sani e integri a casa e non trasformare una piacevole avventura di pesca in una situazione critica o rischiosa.

       

      Ogni metro di un Torrente è unico e diverso da tutti gli altri

       

       

      Lungo un tratto di torrente conosciuto e frequentato, il percorso spesso è sempre il medesimo, sia perché alcuni passaggi sono obbligati dal paesaggio circostante, sia perché l’ approccio ad un laghetto, ad un lancio, ad una cascata, sono spesso unici, e vengono memorizzati quasi in modo automatico, come molti degli automatismi che ci aiutano ad affrontare il nostro vivere quotidiano.

      Proprio per i luoghi e le modalità con cui si pratica la pesca sui torrenti, ci vogliono preparazione fisica, attenzione, capacità di coordinazione, buon autocontrollo, conoscenza dei propri limiti, tutti aspetti che rappresentano una buona garanzia di poter vivere l’ esperienza della pesca in modo positivo, ma non sono comunque certezze assolute di non incorrere in possibili difficoltà. 

      Il contatto con la natura, quella vera e spontanea, i luoghi selvatici se non selvaggi, l’ aria pulita e fresca, gli ambienti che si susseguono, i microhabitat particolari che si formano in certi punti del torrente, i piccoli animali che si osservano, dai rettili agli anfibi, dai pesci agli insetti, dai crostacei agli artropodi, fino ai mammiferi di piccola e media taglia, tutto contribuisce a rendere una partita di pesca in torrente come una completa immersione in un mondo rilassante, gratificante, appagante e rasserenante.

      La moderna vita cittadina, oggi richiede ritmi serrati e una continua sintonia con gli impegni, la costante interazione con il cellulare e con  l’ orologio, oltre alla prolungata convivenza con altri esseri umani.

      Qui ci troviamo in condizione diametralmente opposta, e sicuramente sono luoghi non adatti a tutti, per le loro caratteristiche particolari e la loro natura selvatica . . .! 

       

      Il Torrente come luogo del non tempo . . .

       

      Il torrente è il luogo del non tempo, se non per un limite serale di rientro, del non incontro, a memoria mi sembra di avere incrociato un altro essere umano forse meno di dieci volte su un paio di migliaia di uscite, del non condizionamento sotto qualsiasi aspetto, il ritmo lo impostiamo noi, le pause le decidiamo solo noi, la mente viene sgombrata da tutti i pensieri e dalle scadenze, in un completo relax di corpo e spirito.

      In questo senso si spiega molto bene il perché la pesca in torrente sia praticata prevalentemente in solitudine, risulta infatti particolarmente difficile doversi adeguare al ritmo di pesca e dei movimenti di un’ altra persona, se il proprio approccio risulta più lento si dovrà costantemente inseguire il compagno di battuta, pescando meno, male e forzando il ritmo, cosa sempre pericolosa, viceversa se si risulta essere più veloci, spesso si dovrà rallentare o fermarsi, e si metterà il compagno di pesca in condizione di doverci inseguire. 

      Inoltre ognuno ha un personale modo di lanciare, ed anche di avvicinarsi ad un lago, di dedicare il giusto tempo di sosta pescando in un posto, elementi che rendono l’ uscita di pesca decisamente personale, direi unica, fermo restando i passaggi obbligati e i paletti ambientali che ovviamente esistono, e che guidano determinati passaggi e spostamenti risalendo lungo il fiume, e quindi dove una persona è già di troppo, due non sarebbero che di intralcio tra loro.

      L’ aspetto che invece favorisce l’ uscita in coppia è dato dal fatto che offre più sicurezza, nel senso che avere accanto un compagno di battuta nella pesca, in caso di eventi sfortunati, quali una caduta, una distorsione, o qualsiasi altro contrattempo dà superiori garanzie di essere più facilmente affrontabile e risolvibile.

      Poche volte mi sono trovato in vera difficoltà o in potenziale pericolo, a riprova che il conoscere e prevedere le situazioni aiuta ad evitare successivi problemi, ma la pesca alla trota, come si è descritto sopra, è una pesca tipicamente solitaria, e questo non gioca a favore della sicurezza in senso assoluto, perché, come detto, quei luoghi sono talmente impervi che è praticamente impossibile incontrare anima viva, visto che nessuno vi abita e difficilmente qualcuno vi transita, ed anche informando i propri cari del percorso che si intende fare, in pochi conoscono i luoghi, le varianti, i possibili sentieri, i passaggi alternativi.

       

      Il rientro è un altro elemento da considerare con molta saggezza, e chi è pescatore o escursionista lo può immaginare, poiché si sa sempre quando si parte per la battuta di pesca ma meno prevedibile è l’ orario del ritorno, condizionato da tantissimi potenziali imprevisti, molti dei quali negativi ed alcuni invece positivi.

      Per esempio i tempi di percorso della pesca possono diventare più lenti di quanto preventivato perché i pesci abboccano molto più del previsto, rallentando la marcia e ciò, galvanizzando il pescatore, comporta ulteriori potenziali ritardi perché si tende a proseguire ad oltranza una pescata produttiva e gratificante.

      Altro elemento che gioca sui tempi di percorrenza di un tratto di torrente è il tipo di pesca effettuato, esca naturale o artificiale, infatti con la seconda i ritmi di pesca sono più rapidi, lancio e recupero veloce, pochi colpi o addirittura uno solo per laghetto, mentre con l’ esca naturale, per esempio il classico lombrico, il ritmo rallenta, anche molto, per la necessità di più lanci che esplorino gli angoli dei laghetti, le tane, la corrente, dilatando di parecchio i tempi di movimento. Contribuiscono anche elementi meno piacevoli, come un improvviso temporale che costringe non solo a fermarsi per un riparo, ma che rallenterà inevitabilmente il ritorno perché il percorso a ritroso è reso più viscido e pericoloso dal terreno bagnato, divenuto molto scivoloso in conseguenza della pioggia . Oppure, in luoghi che si frequentano meno o che negli anni sono molto cambiati, la perdita di orientamento su un sentiero, una deviazione sbagliata lungo il percorso, l’  interruzione di un tratto per una frana che non esisteva, tutte situazioni che in luoghi impervi, scoscesi e di difficile percorso possono costringere a lunghi giri per evitare uno sperone roccioso, uno strapiombo a picco sul torrente, una zona a rischio frana.

       

      Scendono le ombre della sera sui luoghi della Pesca

       

       

      Molti possono essere i motivi per trovarsi in largo ritardo sui tempi previsti, creando una sorta di malessere nel vedere, soprattutto per un’ uscita pomeridiana, che la luce comincia a lasciar spazio all’ imbrunire e successivamente al buio, che oltretutto nel fitto di un bosco arriva molto prima che in luogo aperto.

      Trovarsi in un posto conosciuto e tutto sommato sicuro, ma con la luce che diminuisce, la stanchezza che comincia a sovrastare la lucidità e che tende a far affievolire la concentrazione sui potenziali pericoli, dando come unico riferimento la voglia di essere di nuovo sotto il proprio tetto, è una situazione che è meglio evitare, soprattutto se con l’ uscita di pesca pensata per un rapido rientro non ci si è attrezzati con una torcia, cibo e acqua, una cerata impermeabile per ogni emergenza.

      Mai mi è capitato di non rientrare a sera e passare una notte all’ addiaccio, ma qualche situazione in cui mi sono autodefinito sprovveduto e poco attento c’ è ovviamente stata, soprattutto negli anni di gioventù, quando prevalgono l’ entusiasmo e la voglia di avventura rispetto al raziocinio e alla corretta valutazione dei rischi  !!!

      Ma sono qui a raccontare le mie avventure sui Torrenti e a condividere con voi la mia passione, ed è questo che conta !

      Alla prossima puntata, dove comincerò ad approfondire le tecniche di pesca sul Torrente e le caratteristiche della Trota, la sua Regina  . . .

       

      saluti , Dario

    4. i maya erano ossessionati dal tempo, i loro sacerdoti avevano calcolato con precisione sconosciuta fin quasi ai giorni nostri, la durata dell’anno solare e del ciclo di Venere ed avevano anche fissato una data per l’origine del loro mondo, intorno al luglio d3l 3114 avanti cristo (facendo riferimento alla nostra datazione del tempo). Secondo la loro visione, il mondo aveva subito processi periodici di distruzione be rinascita, che non erano terminati e potevano ripresentarsi. Una fine del mondo doveva necessariamente accadere alla fine di un katun (periodo di 20 anni solari>), il computo del tempo era quindi un compito essenziale della casta sacerdotale

      Il calendario maya era basato sull’incastro tra un ciclo solare (12 mesi di 30 giorni cadauno, per un totale di 360 giorni) con un calendario lunare di 13 mesi di 20 giorni cadauno, per complessivi 260 giorni) ogni giorno era dunque perfettamente individuati da mese solare, giorno solare, mese lunare e giorno lunare. I sacerdoti utilizzavano questo 4 elementi (ognuno dei quali aveva un significato religioso preciso, sia se associato ade una divinità, sia se associato ad un numero) per formulare vaticini e profezie, a partire dalla data di nascita (una sorta di oroscopo) per finire alle vicende contingenti (affari, guerre, figli, ec.).

      Questo calendario ricominciava il suo ciclo ogni 52 anni solari. Naturalmente i maya sapevano bene che l’anno solare non dura 360 giorni, ma 365 e rotti, per cui, similmente a quello che facciamo noi con gli anni bisestili, periodicamente inserivano dei giorni oscuri per riallineare le cose. Questi giorni oscuri erano portatori di sciagura, si evitavano le nascite o se ne cambiava la data, si evitava di intraprendere le attività, tipicamente erano inseriti alla fine del ciclo dei 52 anni.

      si aspettava spasmodicamente l’alba de nuovo giorno come conferma che il sole (dio anche della morte) avesse ri-iniziato il suo ciclo vitale, e per favorirne il ritorno si consumavano sacrifici umani. Le vittime, tipicamente prigionieri catturati in battaglia, meglio se di nobile schiatta, venivano storditi con alcol e stupefacenti affinché non si ribellassero durante la cerimonia, il dio non avrebbe gradito una vittima recalcitrante. Questa infausta sorte toccò anche a 7 conigli, il potente sovrano di Copan, che dopo aver sbaragliato molti nemici venne sconfitto in battaglia e catturato in una guerra contro una città vicina, sulla carta assai meno potente.

      Il ciclo dei 52 anni alla lunga poteva ingenerare confusione tra eventi avvenuto lo stesso giorno ma in katun differenti, per questo i maya fino a tutto il periodo classico (diciamo fino all’800 dopo Cristo) adottarono il cosiddetto con lungo, che collocava ogni katun in un momento temporale ben definito, rispetto alla data della mitica nascita del mondo.

      Dopo il crollo della civiltà maya classica, il conto lungo venne abbandonato

      Collocare cronologicamente le vicende maya rispetto al nostro calendario non è facile, ci vengono in aiuto le steli in cui vengono riportate le date delle eclissi di sole e di luna, nonché, in mancanza del conto lungo, la corrispondenza tra le date sulle steli ed eventi vissuti dai conquistadores

      Per chi vuole saperne di più, ed avere anche un metodo facile per trasformare una data attuale, per esempio la propria data di nascita, in una data maya suggerisco il libro “i maya” di morley, brainerd e shared, edito da editori riuniti

      Con alcune differenze sui nomi, il calendario maya venne adottato anche da altre popolazioni della mesoamerica, p'er esempio gli aztechi. Il calendario lunare rispondeva alle esigenza della agricoltura e dei riti ad essa associati, il calendario solare si prestava meglio alle necessità della società civile, con l'avvertenza che civile non va inteso come laico, il peso dei sacerdoti rimaneva sempre prevalente

    5. Scendo alla prossima

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Melius Club: la nuova casa di Videohifi.com
Melius Club è il ritrovo dei cultori di tutte le passioni sospese tra arte e tecnica, appassionati sempre alla ricerca del miglioramento. Melius Club è l'esclusivo spazio web dove coltivare la propria passione, condividere informazioni, raccontare esperienze, valutare prodotti e soluzioni col supporto attivo della comunità degli appassionati.

Riproduzione audio e video, fotografia, musica, dischi, concerti, cinema, teatro, collezionismo e restauro di preziose apparecchiature vintage: qui su Melius hanno spazio tutte le passioni.

 

 

Il servizio web Melius.Club viene offerto al pubblico da Kunigoo S.R.L., start-up innovativa attiva nel settore Internet of content and knowledge, con sede legale e operativa nell’Incubatore certificato Campania NewSteel in Napoli via Coroglio 57/d e codice fiscale 07710391215.

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