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Un Paese dalle mille e una notte. Shahrazad dove sei? Qui alcune notti sono molto oscure...

mom

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Oggi vorrei parlarvi di Doha e del Qatar: io di questo Paese conoscevo poco: sapevo solo che, per gravi motivazioni politiche era stato isolato dagli altri Emirati che ne avevano  rimosso la bandiera e chiuso i consolati. Non so se tutti voi abbiate idea della ricchezza di questo piccolissimo emirato, più piccolo di molte regioni italiane. A Doha non ci sono poveri e se qualcuno ha debiti, l’emiro è sempre pronto a saldarli. Tutti gli indigeni hanno un’abitazione decorosa, un lavoro e almeno un’auto. Il reddito annuo pro capite, dicono, supera i 100.000$. ( non so se anche qui valga la media “dei polli”). E’ un fatto che i poveri, però, ci sono ma sono tutti stranieri e spesso sfruttati nei numerosissimi cantieri.

Il Qatar, un tempo, non lontano, era un Paese povero che si manteneva con la pesca, soprattutto delle perle la cui lucentezza è particolare perché quelle ostriche vivono in acque poco salate. Il decollo economico è avvenuto meno di cinquant’anni fa con la scoperta del petrolio e del gas. 

Il Qatar possiede anche giacimenti di elio, un gas piuttosto raro e molto prezioso per il suo utilizzo medico nelle sale operatorie: per non sciuparlo, in Qatar, è proibito gonfiare i palloncini con quel gas.

Ora si sta preparando per ospitare, nel 2022, i Campionati mondiali di calcio e i lavori galoppano.

Doha, la capitale, è una città che ostenta ricchezza dappertutto a partire dall’aeroporto fino alla curatissima  Corniche, l’elegante lungomare lungo più di tre chilometri. Ovunque, sui muri dei grattacieli, nei caffè, nei mercati, nei supermarket, per le strade, campeggia la figura dell’emiro, Cheikh Tamin, osannato dai suoi sudditi che fanno di tutto per evocare e sostenere la sua immagine in questi momenti di isolamento e embargo da parte degli altri Emirati, Arabia Saudita ed Egitto.

 

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Ma chi è questo emiro e quale grave motivo ha  portato all’isolamento questa nazione, cresciuta troppo in fretta e diventata uno dei Paesi più ricchi del mondo? I motivi, sono diversi ma, sostanzialmente, le accuse principali sono quelle di sostenere il terrorismo, di tradimento nei confronti degli altri stati con i quali aveva stretto un patto contro i terroristi, di tenere un atteggiamento ambiguo, doppiogiochista e pericoloso.  L’ emiro smentisce ma solo i sudditi gli credono e dicono che la crisi è dovuta all’invidia. Dal 5 giugno 2017 intanto l’unico stato confinante con il Qatar, l’Arabia Saudita,  con l’Egitto, lo Yemen, il Bahrein egli Emirati Arabi Uniti, hanno troncato i rapporti e chiuso le frontiere impedendo di fatto le importazioni comprese quelle alimentari che arrivavano al 90% del fabbisogno. C’è anche una brutta storia di cui dirò quando racconterò della falconeria.

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Tornando all’emiro, Tamin ha un bel fisico, 39 anni, tre mogli ( la prima da cui ha avuto quattro figli è una sua cugina di secondo grado) e, per ora, otto figli. Lavora moltissimo, è molto colto, è appassionato di sport e cerca di importare, acquistandole a prezzi folli, tutte le opere d’arte che riesce a comperare. Insieme al  suo parente - consigliere addetto nelle speculazioni economiche, è riuscito a mettere le mani un po’ dappertutto e, anche attraverso scatole cinesi, alla fine, qualche sua importante quota, compare in tutto il mondo, compresa la banca cinese. E’ sorprendente leggere l’elenco dei suoi possedimenti completi o parziali: io mi limiterò a citarne qualcuno che ho tratto da Wikipedia: Tamin ha 

“ un patrimonio di 600 miliardi di dollari, possiede grandi quote della banca inglese Barclays, di Sainsbury's e Harrods, di Volkswagen e Walt Disney, dell'aeroporto londinese di Heathrow, di Siemens e Royal Dutch Shell, nonché una partecipazione nel più alto edificio d'Europa, lo Shard London Bridge.L'emiro è poi proprietario della squadra di calcio del Psg, del piano di sviluppo Porta Nuova, dello storico Hotel Gallia a Milano, di molti complessi alberghieri turistici della Costa Smeralda in Sardegna, dell'ex ospedale San Raffaele di Olbia ed è sponsor del Barcellona.”. 

Ma l’elenco potrebbe continuare a lungo compresi i grand hôtel di molte città italiane e una piccola isola greca, proprio di fronte a Itaca, acquistata recentemente per soli cinque milioni di $. Tamim ha inoltre ereditato l’importante emittente Al Jazeera.

Verso i suoi sudditi si comporta come un buon papà, desidera che tutti stiano bene e non manchino di nulla: con l’embargo, ad esempio, mancava il latte e lui ha subito approntato 90 allevamenti dotati di prati verdi, grandi come campi da calcio e ha fatto arrivare dagli Usa e dal Canada 4000 mucche della razza più pregiata. Ora, tramite un discusso canale aereo appoggiato alla Turchia, le scorte si  sono quasi del tutto ripristinate. Ma l’isolamento continua.

Da quello che ho potuto capire, in Qatar, di lui dicono tutto il bene possibile ma negli altri Emirati e in molti altri Paesi vicini, l’opinione è completamente ribaltata. E le ombre paiono davvero molto scure.

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Uno sport particolare: la falconeria

Andando in giro per la città vecchia, siamo arrivati al mercato degli uccelli, il Falcon Souk dove si possono trovare falchi e accipitres di tutti i tipi. Questo tipo di caccia, costosissimo per tutta l’organizzazione che richiede, è proprio di una certa élite, uno status simbol da ostentare, sponsorizzato dall’emiro che crea, per questi fieri animali, lussuose cliniche, organizza tornei e gare di bellezza. Se viaggiate sulla Compagnia di bandiera del Qatar potete liberamente portare con voi un falco, se viaggiate in Economy, sei, se invece siete in Business. Tamin, quando va a caccia ne porta, sul suo aereo, anche 60!

Ho appreso che ci sono tre tipi di caccia: quello più comune che si fa con le poiane dalla coda rossa che sono facilmente addestrabili e cacciano abitualmente  anche prede terrestri come le lepri. Ci sono poi quelle di volo basso e di volo alto che per lo più cacciano altri uccelli in volo, in particolare a seconda della tipologia. I falchi, i Pellegrini, soprattutto, raggiungono prezzi molto alti (oltre i 100000$) e questi...poveri pellegrini  che quando non cacciano restano sempre incappucciati e quindi ciechi, vengono sfoggiati, legati con una catenella,  al braccio di qualche riccone

 

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Una storia sbagliata

Ora concludo questo mio intervento raccontando una storia dai risvolti molto drammatici e che, quasi sicuramente, è stata la causa prossima della rottura dei rapporti che ha portato il Qatar all’isolamento.

Nel dicembre 2015, un gruppo di 26 qatarioti di cui una metà membri della famiglia reale, decide di partire per una battuta di caccia con i falchi, in Iraq, alla ricerca dell’Otarda Mc Queen, pregiatissimo uccello in via d’estinzione. Individuati da una banda jihadista, tutti i partecipanti vengono fatti prigionieri e l’Isis pretende, per il loro rilascio una somma non ben identificata oscillante tra uno e due miliardi di $. Questa somma sarebbe stata versata ai terroristi nel giugno 2017 scatenando così le ire e l’accusa di tradimento. A questa brutta storia è legato anche un attentato vigliacco che è costato la vita a un centinaio di bambini profughi che, dopo un lungo viaggio, pensavano di essere finalmente arrivati alla frontiera della salvezza.

Una curiosità: anche Osama Bin Laden quando è stato catturato e ucciso dalla CIA si stava dedicando alla sua passione, la caccia al falco.

 

Per alleggerire e alternare gli argomenti, la prossima settimana resteremo in Italia: è il momento imperdibile dei mandorli in fiore! Beati i siciliani!  :)

 

p.s.:Ora, per i commenti,  tocca a voi ...Grazie!

 



15 Commenti


Commenti raccomandati

CarloCa

Inviato

Che bello! Grazie ancora.

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Ottimi reportage di viaggio! 

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Grazie per i due commenti e per gli apprezzamenti! :)

Sarei contenta se, anche chi si limita a dare un giudizio non sufficiente, lo motivasse e dicesse se non è interessato all’argomento, non condivide quanto scritto, eccetera. Purtroppo le stelline in alto risultano anonime, non si sa chi ha letto e chi le ha messe e, non esistendo il tasto di conferma a volte  ci si può sbagliare  come è successo a me che non volevo certo giudicare il mio scritto ( con 2*) ma leggere il numero delle visite. Alla fine, secondo me, queste variabili lasciano dei dubbi ai blogger. :)

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Pasquale SantoiemmaGiacoia

Inviato

2 ore fa, mom ha scritto:

Grazie

Prego!

...Non ti curar di lor, di quelle 5 stelle.
Noi qui aspettiamo ansiosi dove ci porterai, in quale viaggio ci farai sognare.
 

...Tornando a bomba su questo viaggio, ti chiederei e quindi ti chiedo se è per caso questo (con i Paesi Arabi faccio talvolta confusione)

se sono questi i luoghi ove, visto in un documentario RAI Scuola, c'è persino sorta di metropolitana nuova, sotterranea, nuova fatta con 

carrozze-veicoli a soli 6-8 posti... automatizzata come fossero vetture taxi senza guidatore... a vederla pareva cosa incredibile insieme

al quartiere, un quartiere anche lui di nuovissima concezione, con "aria condizionata" fresca davvero per le strade solo per pedoni...

i palazzoni molto stretti fra loro a ricreare il metodo antico di farsi ombra e fresco in modo che l'aria condizionata immessa possa "sostare"...

Il Paese dovrebbe (potrebbe) esser proprio questo, il Quatar, anche poichè in coda a quel servizio RAI c'era anche

una parte (bellissima) proprio sulle passioni per alcuni animali, per i volatili, per i rapaci, per la falconeria, per i cammelli...

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@Pasquale SantoiemmaGiacoia  ciao, Pasquale,  nel Qatar ho visto solo due cantieri della Metro ma, come tutti gli altri cantieri presenti dappertutto, erano inavvicinabili anche per la gran polvere che ristagnava: sembrava nebbia ma era sabbia del deserto! Era impossibile infatti, in tutte le città che ho visitato, fare foto panoramiche nitide ! Non mi pare che a Doha ci sia già in funzione qualche tratta: se c’è, io non l’ho vista. La piccola Metro di cui parli forse può essere quella che c’è a Dubai e di cui ho visto un vagoncino-prova bianco, ma era, in quel momento,  in superficie sopraelevata. Ne avevo visto anche a Miami qualcuno del genere che entrava e usciva dai grattacieli.

Ricordo che, sia a Dubai che ad Abu Dhabi, i puntualissimi e pulitissimi mezzi pubblici dispongono di aria condizionata alle fermate e all’interno sono molto confortevoli e freschi: tutti dispongono di carrozze riservate alle donne. Un tassista di Dubai o di Abu Dhabi, non ricordo, ha detto che ci sono taxi rosa riservati alle donne e guidati solo da donne.

La tecnica che indichi  cioè quella di creare, tra un edificio e l’altro, una sorta di fresco carruggio,  invece, l’ho notata  soprattutto lungo il tronco dell’isola a forma di palma sempre a Dubai.

Su Dubai, il lusso, le isole e la Vela prossimamente tornerò a scrivere. :)

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appecundria

Inviato

@mom questo post mi ha lasciato qualcosa a cui pensare.

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E, in particolare, a cosa ti riferisci? :)

Forse a qualcosa del genere?

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siebrand

Inviato

Interessante, davvero. Ma non a tal punto da farmi decidere di andarci in visità... 😏

Sai che sono un fanatico lettore di quotidiani... Spesso si legge qualcosa, non troppo dissimile, a quello che scrivi tu, qua.

vabbeh. Per i mondiali di calcio del 2022... Ha davvero dell'incredibile. Chi sente la parola "corruzione", in merito.... be'.... Penso siamo la stragrande maggioranza, a sentirla, quella parola..."🙄

Riportato

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Io ho visto solo uomini e uccelli in tutte le foto pubblicate (e palazzacci), tranne l'ultima con la carrozzina (ma perché le donne sono vestite di nero (assorbente) e gli uomini di bianco (riflettente)? Che è, un'altra punizione per l'universo femminile? Mi dispiace ma io in quei posti con palazzi e uomini, non ci tengo proprio ad andare.

PS: "Il Qatar possiede anche giacimenti di elio, un gas piuttosto raro e molto prezioso per il suo utilizzo medico nelle sale operatorie: per non sciuparlo, in Qatar, è proibito gonfiare i palloncini con quel gas".

Questi son proprio scemi. Basta venire in solfatara (pozzuoli n.d.r.) e sai quanto He esce dalle viscere. Aggratis. Mah.

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@mom Mi raccomando non andate alla festa dei mandorli in fiore ad Agrigento (primi di marzo) per far le foto ai mandorli, perché i mandorli son già fioriti da UN PEZZO.

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@gbale Lo so, le foto le ho già fatte. Serviranno per invogliare qualche forumer a programmare  un breve soggiorno il prossimo anno? Chissà!  Uno degli scopi del mio blog è proprio quello di suggerire e invogliare chi legge  a mettere in lista l’idea di trascorrere qualche piacevole soggiorno, sia vicino che lontano da casa. Grazie comunque per la segnalazione!

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Certo MT, fai bene a proporre nuove idee di soggiorno, vicine e lontane, stare seduti sul divano di casa o fare 2 settimane in un villaggio turistico, nuoce gravemente alla salute. Ben vengano gli stimoli "orientati". Ora scrivo da CT, in questi gg è venuta molta neve in quota, consiglio una bella ciaspolata sull'Etna. Le affittate in loco (informarsi sulle condizioni meteo, sempre!).

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@gbale La cosa strana è che le donne sono molto fiere di indossare quegli indumenti acchiappacaldo che, anche se all’apparenza sembrano tutti uguali, osservati da vicino, rivelano enormi differenze sia nella qualità del tessuto che nella preziosità dei ricami. Mi hanno detto che le bambine, già a 7 anni smaniano per indossare il velo e, a 10, sono felici di uscire con la baja! 

Molte donne, pur seguendo queste tradizioni, frequentano l’universItà o sono già laureate. Dopo tantissime perplessità, ho deciso di rispettare il loro pensiero anche relativo al loro concetto di libertà, molto diverso dal mio. Neanche io penserei di fermarmi per più di qualche giorno in quei lidi e non solo per il pessimo clima, ma sono contenta di averli visti. Ho parlato a lungo con delle prof di italiano, toscane e sarde che insegnano nelle scuole italiane, per i residenti che lì lavorano (3/400 per Emirato).Cercavano di convincermi/si che stavano benissimo lì, che si sentivano molto libere, che partecipavano a tante feste ai club della comunità italiana eccetera, ma si vedeva benissimo che il loro sogno era quello di tornare, al più presto, a casa, in Italia!

Le donne, a differenza degli uomini che, addirittura si mettono in posa,  non si fanno mai fotografare e, le poche foto che ho scattato, le ho...rubate!

Dell’edilizia penso di parlarne più avanti insieme al loro concetto di lusso e sarò contenta di ricevere anche contributi da chi mi legge. :)

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Ciao Maria Teresa. Il tuo reportage mi ha portato alla mente il fidanzato di mia nipote, grafico sulla trentina, che ha vissuto negli Emirati (Dubai) per più di un anno. Lui non ci parlava delle passioni dell'emiro, che dalle tue parole ricorda una specie di sovrano rinascimentale tipo Francesco I (se non, per il numero di consorti, Enrico VIII). 

Dalle impressioni del mio quasi nipote, e della mia nipote che spesso lo andava a trovare, mi è sembrato che vivessero in un enorme centro commerciale. Il problema è che loro ci stavano benissimo. 

Differenze generazionali? Mah...

un sorriso

enzo

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appecundria

Inviato

Il 13/2/2018 Alle 12:06, gbale ha scritto:

perché i mandorli son già fioriti da UN PEZZO.

Per questo sono cartoline dallo spazio-tempo :)

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    • mom
      Da mom in Cartoline dallo spaziotempo
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      Questa passeggiata slow, di poco più di una decina di km tra andata e ritorno, si può considerare un vero e proprio viaggio attraverso la meravigliosa macchia mediterranea che, in questi giorni, è tutta in fiore e unisce il suo fantastico profumo a quello del mare. Un susseguirsi di spettacoli e di scoperte floreali e faunistiche, in un clima ideale, soleggiato, caldo ma non esagerato. Partiamo dal vecchio punto di raccolta della Tonnara, nel golfo dell’Asinara, non più attivo ormai da anni e, sempre costeggiando il mare, a pochi metri di distanza, troviamo una piccola suggestiva chiesetta.

      Oggi la Tonnara è diventato un villaggio con graziose villette dotate di giardini non grandi ma molto ben tenuti.



       
      La riva, come potete vedere è rocciosa e praticamente priva di spiaggia ma i prati arrivano e a volte oltrepassano, fino al sentiero che delimita lo scosceso: ai grandi gruppi di fichi d’India, agavi e rosmarino, mirto, centaurea orrida, malva e lentischio, fanno da tappeto migliaia di carpobruti eduli ( i classici mesembriantemi striscianti viola) profumati asfodeli, ricchissimi di proprietà digestive e officinali ma comunemente definiti “ fiori dei morti”, perché antiche credenze ritenevano fossero il cibo dei defunti e anche ritenuti sacri dai romani. Seguivano altri piccoli gigli, cespugli di ginestre, cardi, finocchietto selvatico, assenzio, borragine, piccole orchidee, margherite grandi e piccole e tutti i minuscoli fiorellini tipici della macchia mediterranea, colorano il panorama.




      A qualche centinaio di metri ecco quello che, un tempo, era l’edificio in cui il pescato veniva trattato. Ora restano le due ciminiere e, anche qui, sorgono belle abitazioni tutte sistemate nel rispetto ambientale, hotel compreso.





       
      Il percorso degrada verso una spiaggetta e qui, nell’acqua cristallina, ci fermiamo ad ammirare le stelle marine, i branchi di pesciolini diversi, dai piccolissimi ai più grandicelli e le piccole meduse colorate che sfiorano la battigia.



      Le meduse le abbiamo incontrate solo qui, durante tutto il nostro soggiorno abbiamo visitato altre spiagge e l’acqua è sempre stata pulitissima e invitante anche se un po’ fresca ma non tanto da impedirci di fare dei bagni deliziosi.



       

       
       




       

      Prima di arrivare al Museo della Tonnara, purtroppo ancora chiuso fino al 25/04, ospitato nella vecchia sede dell’ex stabilimento A.L.P.I. (Azienda lavorazione produzione ittica), insieme ai numerosi gabbiani e gabbianelle affamati, ci siamo divertiti ad assistere alla pesca velocissima e vorace dei cormorani: un vero esercizio di abilità!

      Qui, invece, incontriamo un bel coleottero!

      Dietro ad una curva, appare Stintino: sembra a due passi ma il percorso è ancora lunghetto!

      Per arrivarci dobbiamo arrampicarci sulla strada provinciale e qui troviamo, per la prima volta, un po’ di ombra sotto ad un pino marittimo: ci voleva! Ecco che appare anche il cartello stradale, scritto in italiano e in sardo e, poco dopo, una statua di Mammutones che annunciano l’ingresso nella cittadina.


       
       
      Poco alla volta ci inoltriamo nel giardino pubblico prospiciente il porto dotato di alcune sculture e, costeggiandolo, risaliamo in paese.


      Un giretto per il piccolo centro del paese e vediamo anche la chiesetta...

      Si è fatta l’ora di pranzo e troviamo una trattoria con tavoli che si affacciano sul mare e sul porto: siamo anche noi abbastanza affamati e il cordialissimo cameriere ci suggerisce la specialità del giorno: gnocchetti freschi alle cozze o alla salsiccia locale e polpo alla stintinese. Tutto buonissimo e a buon prezzo! Peccato non potervi trasmettere, insieme alle cartoline, anche le emozioni , i profumi e i sapori... A presto!


       
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      Questa passeggiata slow, di poco più di una decina di km tra andata e ritorno, si può considerare un vero e proprio viaggio attraverso la meravigliosa macchia mediterranea che, in questi giorni, è tutta in fiore e unisce il suo fantastico profumo a quello del mare. Un susseguirsi di spettacoli e di scoperte floreali e faunistiche, in un clima ideale, soleggiato, caldo ma non esagerato. Partiamo dal vecchio punto di raccolta della Tonnara, nel golfo dell’Asinara, non più attivo ormai da anni e, sempre costeggiando il mare, a pochi metri di distanza, troviamo una piccola suggestiva chiesetta.

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      Oggi la Tonnara è diventato un villaggio con graziose villette dotate di giardini non grandi ma molto ben tenuti.

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      La riva, come potete vedere è rocciosa e praticamente priva di spiaggia ma i prati arrivano e a volte oltrepassano, fino al sentiero che delimita lo scosceso: ai grandi gruppi di fichi d’India, agavi e rosmarino, mirto, centaurea orrida, malva e lentischio, fanno da tappeto migliaia di carpobruti eduli ( i classici mesembriantemi striscianti viola) profumati asfodeli, ricchissimi di proprietà digestive e officinali ma comunemente definiti “ fiori dei morti”, perché antiche credenze ritenevano fossero il cibo dei defunti e anche ritenuti sacri dai romani. Seguivano altri piccoli gigli, cespugli di ginestre, cardi, finocchietto selvatico, assenzio, borragine, piccole orchidee, margherite grandi e piccole e tutti i minuscoli fiorellini tipici della macchia mediterranea, colorano il panorama.

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      A qualche centinaio di metri ecco quello che, un tempo, era l’edificio in cui il pescato veniva trattato. Ora restano le due ciminiere e, anche qui, sorgono belle abitazioni tutte sistemate nel rispetto ambientale, hotel compreso.

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      Il percorso degrada verso una spiaggetta e qui, nell’acqua cristallina, ci fermiamo ad ammirare le stelle marine, i branchi di pesciolini diversi, dai piccolissimi ai più grandicelli e le piccole meduse colorate che sfiorano la battigia.

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      Le meduse le abbiamo incontrate solo qui, durante tutto il nostro soggiorno abbiamo visitato altre spiagge e l’acqua è sempre stata pulitissima e invitante anche se un po’ fresca ma non tanto da impedirci di fare dei bagni deliziosi.

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      Prima di arrivare al Museo della Tonnara, purtroppo ancora chiuso fino al 25/04, ospitato nella vecchia sede dell’ex stabilimento A.L.P.I. (Azienda lavorazione produzione ittica), insieme ai numerosi gabbiani e gabbianelle affamati, ci siamo divertiti ad assistere alla pesca velocissima e vorace dei cormorani: un vero esercizio di abilità!

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      Qui, invece, incontriamo un bel coleottero!

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      Dietro ad una curva, appare Stintino: sembra a due passi ma il percorso è ancora lunghetto!

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      Per arrivarci dobbiamo arrampicarci sulla strada provinciale e qui troviamo, per la prima volta, un po’ di ombra sotto ad un pino marittimo: ci voleva! Ecco che appare anche il cartello stradale, scritto in italiano e in sardo e, poco dopo, una statua di Mammutones che annunciano l’ingresso nella cittadina.

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      Poco alla volta ci inoltriamo nel giardino pubblico prospiciente il porto dotato di alcune sculture e, costeggiandolo, risaliamo in paese.

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      Un giretto per il piccolo centro del paese e vediamo anche la chiesetta...

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      Si è fatta l’ora di pranzo e troviamo una trattoria con tavoli che si affacciano sul mare e sul porto: siamo anche noi abbastanza affamati e il cordialissimo cameriere ci suggerisce la specialità del giorno: gnocchetti freschi alle cozze o alla salsiccia locale e polpo alla stintinese. Tutto buonissimo e a buon prezzo! Peccato non potervi trasmettere, insieme alle cartoline, anche le emozioni , i profumi e i sapori... A presto! :)

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    2. Sarà certamente il paese del sole, Napoli, ma quelle volte che piove non siamo secondi a nessuno, modestamente!

      E fatalmente il traffico si blocca, non c'è una ragione precisa, è come una vibrazione coordinata, una specie di cosa mistica che prende tutti i napoletani: piove? Fermiamoci, freno a mano e conversazione.
       

      Al Ponte dei Francesi.

      E' così è capitato ultimamente anche a me, via Ponte dei Francesi con in macchina una Antonella e un Antonio, parte la conversazione a allora faccio notare ai miei compagni di sosta la curiosa coincidenza: Antonio e Antonella bloccati al Ponte dei Francesi, curiosa coincidenza, no?
      Niente! Ma come? - insisto - il Canto dei Sanfedisti ve lo ricordate? Niente. Mi sento obbligato allora a raccontare il fattariello che ora condivido con voi.

       

      Lazzari e giacobini.

      Nella notte del 15 gennaio 1799 i francesi sono alle porte, avviene spontanea la mobilitazione del popolo napoletano. Ai lazzari si uniscono le corporazioni: i cavatori di tufo della Sanità, i conciapelli dei vicoli delle Concerie, gli scaricatori del Porto, gli ortolani e i fruttaioli del Mercato, ma soprattutto gli infiammatissimi "luciani" cioè marinai e pescatori di Santa Lucia, il più ardentemente borbonico dei quartieri di Napoli. 

       


      Nel frattempo, la borghesia pensa a difendere i suoi interessi e negozia sotto banco con i francesi giacobini: in seguito si cantò "chi tene pane e vino add’esse giacubbino".
      Per le strade della capitale "sonano li cunsigli" per chiamare il popolo a raccolta, "serra! serra!": senza capi militari e senza armi da fuoco, cinta la fronte da fazzoletti sotto cui è posta l’immagine miracolosa di san Gennaro, una folla di quarantamila lazzari giura davanti alle sante reliquie di morire in difesa della patria e della Fede. Il grido è "viva san Gennaro" e " viva ‘o Rre nuosto", l'insegna è una bandiera con l’effigie di un teschio e la scritta "evviva il Santo Ianuario nostro generalissimo".

       

      Il tradimento dei borghesi.

      Scrisse il generale Championnet nella sua relazione a Parigi: "si combatte in ogni strada, il terreno è disputato palmo a palmo, i lazzari sono guidati da capi intrepidi. I lazzari, questi uomini meravigliosi sono degli eroi". Ma i giacobini napoletani con l'inganno si impadronirono di castel Sant’Elmo e dall'alto cominciarono a bombardare la città facendo strage del popolo dei loro stessi concittadini.
      La città si arrese, restarono sul campo duemila francesi e diecimila napoletani, il tradimento dei borghesi causò una frattura insanabile col popolo minuto che ancora oggi è aperta.
       

      San Gennaro giacobino.

      Il popolo era adirato col suo protettore e già lo sospettava di cripto-giacobinismo quando si diffuse la notizia (storicamente dubbia, oggi si direbbe una fake news) che san Gennaro avesse fatto il miracolo al cospetto di Championnet! Appellato "cornuto e svergognato", il santo fu detronizzato - cioè non fu più il patrono di Napoli - e le sue effigi vennero impiccate ed esposte al pubblico ludibrio. Al suo posto fu intronato il potente sant'Antonio che presto si guadagnerà sul campo di battaglia il titolo di "glorioso", proprio in quel punto che fu poi chiamato Ponte dei Francesi.

       

      Presto vi racconterò il resto, nel frattempo godetevi Marta Giardina in questa interpretazione de Il Canto dei Sanfedisti, sempre senza nulla a pretendere.

       


       

    3. Completo con questa seconda parte la presentazione dei Torrenti e degli affluenti che ho frequentato per tanto tempo e che ancora oggi vivo con piacere e passione, con meno frequenza e  continuità, purtroppo, ma sempre con lo stesso entusiasmo, e stupore, degli inizi !

      Da naturalista quale sono per indole e studi, spesso l' incontro con un piccolo animale o la vista di una angolo incontaminato di natura , mi lasciano dei ricordi piacevoli e unici, come in un' uscita su un affluente dove ho incrociato una famiglia di cinghiali, e ho potuto osservarli per alcuni minuti in rigoroso silenzio e immobile, grazie alla mia posizione protetta dalle rocce e, di sicuro, a favore di vento altrimenti avrebbero annusato la mia presenza e sarebbero fuggiti immediatamente, una madre e quattro cuccioli che si abbeveravano e sguazzavano nell' acqua per un bagno, e negli anni, potrei ricordare diversi approcci, anche fuggevoli, con caprioli, volpi, qualche rapace come la poiana, ed anche moltissimi piccoli anfibi, rettili ed altri animali . . .

       

       

      Un tipico anfibio dei luoghi umidi del Torrente, la Salamandra

       

       

      L' unico incontro che non apprezzo molto, ma in decenni mi è capitato, visivamente, solo alcune volte, è quello con sua pericolosità la vipera, che a dispetto di tante leggende o esagerazioni non attacca mai, se non messa realmente alle strette, che vuol dire posta nelle condizioni di non avere vie di fuga, ma mi sono sempre guardato bene, soprattutto se da solo e in un luogo lontano dalla civiltà, di cercare di uccidere o peggio, di stanare una vipera da un suo anfratto o nascondiglio !

       

      Muoversi lungo un Torrente, come un acrobata sull' acqua !!!

       

      Desidero sinceramente ringraziare chi ha impostato il titolo di questo blog, realmente azzeccato, direi che rispecchia, almeno per ciò che attiene al movimento fisico lungo il fiume, le mie sensazioni quando risalgo un tratto di Torrente o qualche affluente, perché il senso dell' equilibrio è fondamentale.

       

      Il torrente richiede rispetto, attenzione, concentrazione, conoscenza, capacità, risorse fisiche e mentali, perché è un luogo non convenzionale, non omogeneo, non semplice da approcciare e da percorrere. E’ un luogo asimmetrico e complesso, dove ogni metro è differente dal precedente e dal successivo, ogni movimento va calcolato, armonizzato e coordinato, e dove ogni oggetto presente, un ramo, l’ erba fitta, un ciottolo, una pietraia, possono nascondere insidie e possibili inconvenienti.

      Proprio per la mutevolezza dei luoghi infatti, la distrazione va evitata, ogni passo si deve calibrare sul precedente e sul successivo, la concentrazione deve essere sempre alta, ogni movimento va compiuto in funzione del terreno e del clima, sempre diverso e mutevole, perché l’ acqua modella l’ ambiente, lo scava, scorre scegliendo la strada più diretta e quindi produce un fondale che può nascondere mille diversità, proporre sorprese o difficoltà inaspettate.

      Rocce e massi, anche grossi e quindi presunti stabili, che si muovono sotto il peso e il passaggio, sbilanciando e mettendo a rischio l’ equilibrio; rami e radici che spuntano e che fanno scivolare o inciampare; ciottoli e pietrisco che cedono e smottano sotto il peso, facendo ruotare piede e corpo e rendendo quindi molto precario l’ equilibrio nel movimento.

      La Pesca della Trota sui Torrenti è fondamentalmente una pesca di movimento quasi continuo, o meglio, un movimento costante intercalato da piccole soste nelle quali si insidia il pesce, momenti di pausa nei quali si assapora il contatto tanto agognato col pesce.

      E’ quindi complesso camminare, oltretutto dedicandosi alla pesca, con pesanti stivali di gomma ai piedi e la canna in una mano, anche perché i luoghi particolari determinano altre attenzioni, ovvero comportamenti condizionati che costringono a muoversi su traiettorie obbligate a causa di ostacoli, dirupi, anse del torrente, grossi massi, cascate, laghi profondi ed altri elementi naturali.

      Risulta difficile immaginare tutto ciò per chi non ha mai camminato lungo un torrente, ma se una persona provasse a percorrere 100 metri sul suo greto, senza conoscerne i fondamentali, rischierebbe di perdere l’ equilibrio, di mettersi in difficoltà a causa delle precarie condizioni dei luoghi e di tutto ciò che ci circonda, sul Torrente e nelle prossimità di esso, sponde, accessi, camminamenti e boschi circostanti. 

      Così, muoversi correttamente lungo il fiume, è uno degli elementi fondamentali per poter pescare, poiché la pesca alla trota è fatta di continuo movimento e perché solo un approccio corretto ai laghetti, un’ attenzione continua a non mostrarsi direttamente e a non proiettare la propria ombra ai pesci, garantiscono i presupposti per pescare con profitto e piacere.

      Il primo consiglio nel camminare lungo le sponde di un torrente, o dentro l’ acqua del suo corso, è di trovare gli appoggi più saldi, che sono sicuramente sabbia, ghiaia, pietrisco, cioè i punti più adatti affinchè la pianta degli stivali trovi tanti piccoli appoggi che sorreggono e garantiscono equilibrio e presa sul fondo. Diversa è la tenuta di grosse pietre, lastre e massi di grandi dimensioni, perché qui la loro superficie, continuamente dilavata dall’ acqua, è liscia e omogenea e quindi pericolosamente instabile, precarietà incrementata dalla forza anche rilevante che l’ acqua imprime sugli stivali, scorrendo a valle, soprattutto quando il flusso è ricco e pieno. Il camminare sulle sponde richiede ulteriore attenzione legata alla possibilità che il terreno frani a valle sotto il proprio peso, perché già instabile e in precario equilibrio, solitamente in pendenza perché eroso dalle acque, e anche qui vige la regola, se possibile, di appoggiare i piedi evitando accuratamente, massi lisci, omogenei, in leggera pendenza, che sono scivoli naturali, forieri di perdite di stabilità e potenziali cadute.

      L’ ambiente del torrente è ovviamente dominato dall’ umidità, legata alla diversa esposizione che spesso cambia ad ogni ansa del fiume, e dal fatto che il luogo, già naturalmente umido, può venire ulteriormente reso viscido da alghe e vegetazione, come una sorta di film scivoloso, che si forma sui sassi dentro l’ acqua, rendendo precario ogni appoggio e imponendo un passo molto corto, con il baricentro del corpo sempre sotto controllo per evitare scivolate e cadute, pericolose e rovinose visto che tutto intorno è contornato da grossi massi e rocce sconnesse, spigolose e in grado potenzialmente di fare male.

      Dopo migliaia di uscite di pesca, la maggior parte su 4 o 5 torrenti e loro affluenti, percorsi con tutte le condizioni atmosferiche possibili, la conoscenza dei luoghi, dei passaggi, del tipo di rocce, del fondale, degli ambienti, garantisce un buon grado di confidenza ma, come sempre, attenzione, rispetto e capacità a gestire ed anticipare le situazioni e non a subirle, sono elementi fondamentali per tornare sani e integri a casa e non trasformare una piacevole avventura di pesca in una situazione critica o rischiosa.

       

      Ogni metro di un Torrente è unico e diverso da tutti gli altri

       

       

      Lungo un tratto di torrente conosciuto e frequentato, il percorso spesso è sempre il medesimo, sia perché alcuni passaggi sono obbligati dal paesaggio circostante, sia perché l’ approccio ad un laghetto, ad un lancio, ad una cascata, sono spesso unici, e vengono memorizzati quasi in modo automatico, come molti degli automatismi che ci aiutano ad affrontare il nostro vivere quotidiano.

      Proprio per i luoghi e le modalità con cui si pratica la pesca sui torrenti, ci vogliono preparazione fisica, attenzione, capacità di coordinazione, buon autocontrollo, conoscenza dei propri limiti, tutti aspetti che rappresentano una buona garanzia di poter vivere l’ esperienza della pesca in modo positivo, ma non sono comunque certezze assolute di non incorrere in possibili difficoltà. 

      Il contatto con la natura, quella vera e spontanea, i luoghi selvatici se non selvaggi, l’ aria pulita e fresca, gli ambienti che si susseguono, i microhabitat particolari che si formano in certi punti del torrente, i piccoli animali che si osservano, dai rettili agli anfibi, dai pesci agli insetti, dai crostacei agli artropodi, fino ai mammiferi di piccola e media taglia, tutto contribuisce a rendere una partita di pesca in torrente come una completa immersione in un mondo rilassante, gratificante, appagante e rasserenante.

      La moderna vita cittadina, oggi richiede ritmi serrati e una continua sintonia con gli impegni, la costante interazione con il cellulare e con  l’ orologio, oltre alla prolungata convivenza con altri esseri umani.

      Qui ci troviamo in condizione diametralmente opposta, e sicuramente sono luoghi non adatti a tutti, per le loro caratteristiche particolari e la loro natura selvatica . . .! 

       

      Il Torrente come luogo del non tempo . . .

       

      Il torrente è il luogo del non tempo, se non per un limite serale di rientro, del non incontro, a memoria mi sembra di avere incrociato un altro essere umano forse meno di dieci volte su un paio di migliaia di uscite, del non condizionamento sotto qualsiasi aspetto, il ritmo lo impostiamo noi, le pause le decidiamo solo noi, la mente viene sgombrata da tutti i pensieri e dalle scadenze, in un completo relax di corpo e spirito.

      In questo senso si spiega molto bene il perché la pesca in torrente sia praticata prevalentemente in solitudine, risulta infatti particolarmente difficile doversi adeguare al ritmo di pesca e dei movimenti di un’ altra persona, se il proprio approccio risulta più lento si dovrà costantemente inseguire il compagno di battuta, pescando meno, male e forzando il ritmo, cosa sempre pericolosa, viceversa se si risulta essere più veloci, spesso si dovrà rallentare o fermarsi, e si metterà il compagno di pesca in condizione di doverci inseguire. 

      Inoltre ognuno ha un personale modo di lanciare, ed anche di avvicinarsi ad un lago, di dedicare il giusto tempo di sosta pescando in un posto, elementi che rendono l’ uscita di pesca decisamente personale, direi unica, fermo restando i passaggi obbligati e i paletti ambientali che ovviamente esistono, e che guidano determinati passaggi e spostamenti risalendo lungo il fiume, e quindi dove una persona è già di troppo, due non sarebbero che di intralcio tra loro.

      L’ aspetto che invece favorisce l’ uscita in coppia è dato dal fatto che offre più sicurezza, nel senso che avere accanto un compagno di battuta nella pesca, in caso di eventi sfortunati, quali una caduta, una distorsione, o qualsiasi altro contrattempo dà superiori garanzie di essere più facilmente affrontabile e risolvibile.

      Poche volte mi sono trovato in vera difficoltà o in potenziale pericolo, a riprova che il conoscere e prevedere le situazioni aiuta ad evitare successivi problemi, ma la pesca alla trota, come si è descritto sopra, è una pesca tipicamente solitaria, e questo non gioca a favore della sicurezza in senso assoluto, perché, come detto, quei luoghi sono talmente impervi che è praticamente impossibile incontrare anima viva, visto che nessuno vi abita e difficilmente qualcuno vi transita, ed anche informando i propri cari del percorso che si intende fare, in pochi conoscono i luoghi, le varianti, i possibili sentieri, i passaggi alternativi.

       

      Il rientro è un altro elemento da considerare con molta saggezza, e chi è pescatore o escursionista lo può immaginare, poiché si sa sempre quando si parte per la battuta di pesca ma meno prevedibile è l’ orario del ritorno, condizionato da tantissimi potenziali imprevisti, molti dei quali negativi ed alcuni invece positivi.

      Per esempio i tempi di percorso della pesca possono diventare più lenti di quanto preventivato perché i pesci abboccano molto più del previsto, rallentando la marcia e ciò, galvanizzando il pescatore, comporta ulteriori potenziali ritardi perché si tende a proseguire ad oltranza una pescata produttiva e gratificante.

      Altro elemento che gioca sui tempi di percorrenza di un tratto di torrente è il tipo di pesca effettuato, esca naturale o artificiale, infatti con la seconda i ritmi di pesca sono più rapidi, lancio e recupero veloce, pochi colpi o addirittura uno solo per laghetto, mentre con l’ esca naturale, per esempio il classico lombrico, il ritmo rallenta, anche molto, per la necessità di più lanci che esplorino gli angoli dei laghetti, le tane, la corrente, dilatando di parecchio i tempi di movimento. Contribuiscono anche elementi meno piacevoli, come un improvviso temporale che costringe non solo a fermarsi per un riparo, ma che rallenterà inevitabilmente il ritorno perché il percorso a ritroso è reso più viscido e pericoloso dal terreno bagnato, divenuto molto scivoloso in conseguenza della pioggia . Oppure, in luoghi che si frequentano meno o che negli anni sono molto cambiati, la perdita di orientamento su un sentiero, una deviazione sbagliata lungo il percorso, l’  interruzione di un tratto per una frana che non esisteva, tutte situazioni che in luoghi impervi, scoscesi e di difficile percorso possono costringere a lunghi giri per evitare uno sperone roccioso, uno strapiombo a picco sul torrente, una zona a rischio frana.

       

      Scendono le ombre della sera sui luoghi della Pesca

       

       

      Molti possono essere i motivi per trovarsi in largo ritardo sui tempi previsti, creando una sorta di malessere nel vedere, soprattutto per un’ uscita pomeridiana, che la luce comincia a lasciar spazio all’ imbrunire e successivamente al buio, che oltretutto nel fitto di un bosco arriva molto prima che in luogo aperto.

      Trovarsi in un posto conosciuto e tutto sommato sicuro, ma con la luce che diminuisce, la stanchezza che comincia a sovrastare la lucidità e che tende a far affievolire la concentrazione sui potenziali pericoli, dando come unico riferimento la voglia di essere di nuovo sotto il proprio tetto, è una situazione che è meglio evitare, soprattutto se con l’ uscita di pesca pensata per un rapido rientro non ci si è attrezzati con una torcia, cibo e acqua, una cerata impermeabile per ogni emergenza.

      Mai mi è capitato di non rientrare a sera e passare una notte all’ addiaccio, ma qualche situazione in cui mi sono autodefinito sprovveduto e poco attento c’ è ovviamente stata, soprattutto negli anni di gioventù, quando prevalgono l’ entusiasmo e la voglia di avventura rispetto al raziocinio e alla corretta valutazione dei rischi  !!!

      Ma sono qui a raccontare le mie avventure sui Torrenti e a condividere con voi la mia passione, ed è questo che conta !

      Alla prossima puntata, dove comincerò ad approfondire le tecniche di pesca sul Torrente e le caratteristiche della Trota, la sua Regina  . . .

       

      saluti , Dario

    4. i maya erano ossessionati dal tempo, i loro sacerdoti avevano calcolato con precisione sconosciuta fin quasi ai giorni nostri, la durata dell’anno solare e del ciclo di Venere ed avevano anche fissato una data per l’origine del loro mondo, intorno al luglio d3l 3114 avanti cristo (facendo riferimento alla nostra datazione del tempo). Secondo la loro visione, il mondo aveva subito processi periodici di distruzione be rinascita, che non erano terminati e potevano ripresentarsi. Una fine del mondo doveva necessariamente accadere alla fine di un katun (periodo di 20 anni solari>), il computo del tempo era quindi un compito essenziale della casta sacerdotale

      Il calendario maya era basato sull’incastro tra un ciclo solare (12 mesi di 30 giorni cadauno, per un totale di 360 giorni) con un calendario lunare di 13 mesi di 20 giorni cadauno, per complessivi 260 giorni) ogni giorno era dunque perfettamente individuati da mese solare, giorno solare, mese lunare e giorno lunare. I sacerdoti utilizzavano questo 4 elementi (ognuno dei quali aveva un significato religioso preciso, sia se associato ade una divinità, sia se associato ad un numero) per formulare vaticini e profezie, a partire dalla data di nascita (una sorta di oroscopo) per finire alle vicende contingenti (affari, guerre, figli, ec.).

      Questo calendario ricominciava il suo ciclo ogni 52 anni solari. Naturalmente i maya sapevano bene che l’anno solare non dura 360 giorni, ma 365 e rotti, per cui, similmente a quello che facciamo noi con gli anni bisestili, periodicamente inserivano dei giorni oscuri per riallineare le cose. Questi giorni oscuri erano portatori di sciagura, si evitavano le nascite o se ne cambiava la data, si evitava di intraprendere le attività, tipicamente erano inseriti alla fine del ciclo dei 52 anni.

      si aspettava spasmodicamente l’alba de nuovo giorno come conferma che il sole (dio anche della morte) avesse ri-iniziato il suo ciclo vitale, e per favorirne il ritorno si consumavano sacrifici umani. Le vittime, tipicamente prigionieri catturati in battaglia, meglio se di nobile schiatta, venivano storditi con alcol e stupefacenti affinché non si ribellassero durante la cerimonia, il dio non avrebbe gradito una vittima recalcitrante. Questa infausta sorte toccò anche a 7 conigli, il potente sovrano di Copan, che dopo aver sbaragliato molti nemici venne sconfitto in battaglia e catturato in una guerra contro una città vicina, sulla carta assai meno potente.

      Il ciclo dei 52 anni alla lunga poteva ingenerare confusione tra eventi avvenuto lo stesso giorno ma in katun differenti, per questo i maya fino a tutto il periodo classico (diciamo fino all’800 dopo Cristo) adottarono il cosiddetto con lungo, che collocava ogni katun in un momento temporale ben definito, rispetto alla data della mitica nascita del mondo.

      Dopo il crollo della civiltà maya classica, il conto lungo venne abbandonato

      Collocare cronologicamente le vicende maya rispetto al nostro calendario non è facile, ci vengono in aiuto le steli in cui vengono riportate le date delle eclissi di sole e di luna, nonché, in mancanza del conto lungo, la corrispondenza tra le date sulle steli ed eventi vissuti dai conquistadores

      Per chi vuole saperne di più, ed avere anche un metodo facile per trasformare una data attuale, per esempio la propria data di nascita, in una data maya suggerisco il libro “i maya” di morley, brainerd e shared, edito da editori riuniti

      Con alcune differenze sui nomi, il calendario maya venne adottato anche da altre popolazioni della mesoamerica, p'er esempio gli aztechi. Il calendario lunare rispondeva alle esigenza della agricoltura e dei riti ad essa associati, il calendario solare si prestava meglio alle necessità della società civile, con l'avvertenza che civile non va inteso come laico, il peso dei sacerdoti rimaneva sempre prevalente

    5. Scendo alla prossima

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