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Il luogo fisico e non solo, delle mie avventure, il Torrente

meridian

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In molte occasioni nelle quali ho raccontato ad amici, conoscenti o ad altri pescatori , avventure vissute sui torrenti, ho dato loro molteplici definizioni dei luoghi, e ho elencato moltissimi elementi  e caratteri di un torrente, ma se dovessi pensare ad una definizione la più ampia e nello stesso tempo intima possibile del luogo, direi che il torrente è come una seconda casa.

Questo perché alcuni affluenti e tratti di fiume li vivo, conosco e frequnto da oltre 45 anni, e quindi il modo più naturale, spontaneo e completo di pensare a questi luoghi è definirli come la mia seconda casa.
 

Se volessimo riferirci ad un torrente in modo più pratico e fisico, potrei anche dire che :

“ Il torrente, per sua natura, è un luogo in perenne e continuo movimento, in costante, graduale cambiamento. Le sue acque scorrono e scendono verso valle in ogni istante, non c’ è staticità sul torrente, come nella vita, sono due perenni flussi di materia ed energia che non si fermano mai “.

 

Il Torrente, per sua natura, non si ferma mai !

 

In un fiume, la direzionalità dell’ acqua, che ovviamente scorre seguendo la forza di gravità, determina altre peculiarità dei luoghi. Tutto ciò che forma il torrente, l’ alveo, le sponde, il bacino imbrifero, si modifica, si sposta, scorre e si muove seguendo la direzione da monte verso valle.

Questo concetto, parlando di ambienti di montagna è comune, la pendenza, la forza di gravità, i luoghi ripidi fanno si che ci sia un graduale movimento e spostamento verso valle di rocce, materiale franoso, terriccio, e pensando in funzione dei tempi geologici, decisamente lunghi e difficili da immaginare, gli scienziati dicono che le montagne gradualmente ma costantemente tenderanno ad appiattirsi fino a scomparire, ma sono tempi, per nostra fortuna, non a misura d’ uomo, noi non ne saremo testimoni.
 

Lo scorrere continuo dell’ acqua, da monte a valle, ora lenta e tranquilla, ora impetuosa e inarrestabile, governa le azioni degli animali e anche dei vegetali che vivono lungo le sponde ed in prossimità del fiume, influenza la presenza e la disposizione delle essenze arboree, pone una serie di limiti anche fisici, per esempio l’ attraversamento per alcuni insetti e piccoli rettili, e condiziona alcune attività, scelte, possibilità di interagire con i propri simili o con specie diverse, a seconda delle stagioni e del regime delle acque del torrente.

E’ un’ esperienza bellissima arrivare sulle sponde del fiume, in condizione di movimento d’ acqua abbondante, e vedere il liquido in superficie che scorre ricco e vitale, con una corrente piena e ripida, i laghi colmi e dal livello adeguato. E' anche vero che, chi risente meno di queste variazioni, in proporzione, sono proprio i pesci, immersi costantemente nell’ elemento liquido e quindi meno condizionati da certi fenomeni, se non quando diventano estremi, ovvero tratti in secca completa, oppure momenti di gran piena, nel primo caso possono protrarsi anche per alcune settimane, nel secondo spesso durano poche ore, ma seppure brevi, le piene furiose possono produrre danni molto rilevanti, al torrente, alle sponde, alla vegetazione, alla fauna acquatica.

 

Il Torrente con acque ricche e vitali, che scorrono velocemente a valle . . .

 

Ogni torrente ha la sua fisionomia, ed essendo inserito in un determinato contesto geografico, climatico, vegetazionale, mostra delle sue peculiarità. Intendiamoci, torrenti e corsi d’ acqua che si trovano in aree geografiche simili, hanno una serie di caratteri comuni, sovrapponibili e confrontabili, ma ciò non toglie che risalire e pescare su torrenti anche abbastanza vicini, fa toccare con mano al pescatore distinzioni nel regime delle acque, perché provenienti da sorgenti differenti e che scorrono poi in ambienti rocciosi che possono differire da un corso d’ acqua rispetto ad un altro, e anche di tipologia, pendenza e caratteristiche morfologiche dei laghi.
 

Se vogliamo, ogni torrente è unico e irripetibile, ma per le mie esperienze, addirittura ogni metro di un torrente è singolare e non si ritroverà uguale neanche percorrendo chilometri di affluenti, ed in questo la natura mostra la sua grande versatilità, la sua varietà e le moltitudini di punti di osservazione, di viste prospettiche, di angoli di osservazione, in ciò siamo direi agli antipodi rispetto alla monotona ripetitività di certi paesaggi urbani, di quartieri tutti identici nella viabilità, negli edifici, nell’ urbanistica generale dei centri urbani. Questi fattori rendono unico qualsiasi approccio al fiume, che sia una semplice passeggiata sulle sue rive per un certo tratto, una camminata su sentieri e percorsi che lo incrociano, o una vera e propria spedizione di pesca, si tratterà sempre di un’ esperienza caratterizzata da una totale unicità di sensazioni, visuali, luoghi, incontri, scorci paesaggistici e quindi ogni uscita sarà ricordata per eventi e ricordi univoci.
 

Tornando agli aspetti più pratici e fisici, dall’ esterno, un torrente potrebbe sembrare omologo ai corsi d’ acqua di pianura, ma entrandoci, ed anche solo camminando lungo il suo corso per alcune decine di metri, ci si rende conto della grande varietà di paesaggi, del continuo e mutevole alternarsi di laghetti, cascate, anse, cambiamenti di livello, raschi e lame, cioè pietraie in lieve pendenza caratterizzate da un rapido scorrimento dell’ acqua, punti dove l’acqua improvvisamente è profonda, tratti dove l’ acqua sembra ferma, o addirittura dove questa scompare sotto il greto del fiume. Sono questi aspetti di grande variabilità e complessità, che ne fanno luoghi magici, irripetibili, mai uguali anche tornando dieci volte in un anno nello stesso punto, ci saranno sempre delle variabili legate al flusso della corrente, alla vegetazione, alla stagionalità della natura, ai colori del bosco, alla luce e al momento della giornata . . .

 

Sul Torrente ad ogni metro cambia la visuale, il paesaggio, la forza dell' acqua

 

Mi rendo conto di essere imparziale, nel valutare i luoghi e le sensazioni che mi procurano il torrente, ma ci sono cresciuto, vi ho trascorso tante giornate avventurose, ricche di tante eperienze ed emozioni, dagli anni della mia giovinezza fino ad ora, sono consapevole che tutto ciò è radicato nel mio modo di vivere e di ricordare il passato, che non potrebbe davvero essere senza un torrente da percorrere e nel quale pescare !

 

Al prossimo appuntamento con la natura e le meraviglie del torrente . . .

 

Saluti , Dario



4 Commenti


Commenti raccomandati

siebrand

Inviato

Bravo, Dario.

un po' mi fa venire in mente certi luoghi, qui, nel Veronese. Torrenti che, spesso, o normalmente, sono in secca, per poi cambiare il loro aspetto in pochi istanti...  E trasformarsi , è proprio il caso di dire, in "una torrente in piena..."

quei luoghi hanno un qualcosa di magico... È vero!

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meridian

Inviato

Sie ciao , grazie 

si, per me sono luoghi che hanno qualcosa di magico , sopratuttto quando sono in mezzo ad un affluente in una valle laterale, isolata e lontana da qualsiasi luogo abitato, sono sensazioni molto speciali , che mi hanno coinvolto in questa passione quasi da subito , tanto tempo fa !!

saluti , Dario 

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E' veramente interessante e piacevole leggerti! Grazie anche delle sensazioni che trasmetti che ci fanno, in qualche maniera tornare bambini! Credo che tutti, o quasi, abbiamo il nostro torrente nel cuore e teniamo ancora ben presente il ricordo dell'acqua gelata in cui ci tuffavamo! Il mio si trova nelle Langhe ma ultimamente è quasi sempre in secca, purtroppo...

:)

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meridian

Inviato

Il 2/15/2018 Alle 20:12, mom ha scritto:

E' veramente interessante e piacevole leggerti! Grazie anche delle sensazioni che trasmetti che ci fanno, in qualche maniera tornare bambini! Credo che tutti, o quasi, abbiamo il nostro torrente nel cuore e teniamo ancora ben presente il ricordo dell'acqua gelata in cui ci tuffavamo! Il mio si trova nelle Langhe ma ultimamente è quasi sempre in secca, purtroppo...

:)

Ciao , hai centrato una delle sensazioni , il ritorno a tempi, luoghi e ricordi di un lontano passato , più immediato, semplice, ci si divertiva e si stava in compagnia con poco o nulla, ma era tutto più vissuto in prima persona, ricordo i bagni al fiume, gelido , sembrava di collassare i primi 5 secondi, poi ci si acclimatava per un paio di minuti, ma si era costretti a schizzare fuori dal freddo !!!  Oggi paradossalmente ci sono migliaia di opportunità in più di vivere luoghi e sensazioni virtuali, ma si vive sempre meno direttamente , tutto viene mediato da uno smartphone o da Internet . . . Io mi ci ritrovo solo in parte . . . !! :)

saluti , Dario 

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    • mom
      Da mom in Cartoline dallo spaziotempo
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      Questa passeggiata slow, di poco più di una decina di km tra andata e ritorno, si può considerare un vero e proprio viaggio attraverso la meravigliosa macchia mediterranea che, in questi giorni, è tutta in fiore e unisce il suo fantastico profumo a quello del mare. Un susseguirsi di spettacoli e di scoperte floreali e faunistiche, in un clima ideale, soleggiato, caldo ma non esagerato. Partiamo dal vecchio punto di raccolta della Tonnara, nel golfo dell’Asinara, non più attivo ormai da anni e, sempre costeggiando il mare, a pochi metri di distanza, troviamo una piccola suggestiva chiesetta.

      Oggi la Tonnara è diventato un villaggio con graziose villette dotate di giardini non grandi ma molto ben tenuti.



       
      La riva, come potete vedere è rocciosa e praticamente priva di spiaggia ma i prati arrivano e a volte oltrepassano, fino al sentiero che delimita lo scosceso: ai grandi gruppi di fichi d’India, agavi e rosmarino, mirto, centaurea orrida, malva e lentischio, fanno da tappeto migliaia di carpobruti eduli ( i classici mesembriantemi striscianti viola) profumati asfodeli, ricchissimi di proprietà digestive e officinali ma comunemente definiti “ fiori dei morti”, perché antiche credenze ritenevano fossero il cibo dei defunti e anche ritenuti sacri dai romani. Seguivano altri piccoli gigli, cespugli di ginestre, cardi, finocchietto selvatico, assenzio, borragine, piccole orchidee, margherite grandi e piccole e tutti i minuscoli fiorellini tipici della macchia mediterranea, colorano il panorama.




      A qualche centinaio di metri ecco quello che, un tempo, era l’edificio in cui il pescato veniva trattato. Ora restano le due ciminiere e, anche qui, sorgono belle abitazioni tutte sistemate nel rispetto ambientale, hotel compreso.





       
      Il percorso degrada verso una spiaggetta e qui, nell’acqua cristallina, ci fermiamo ad ammirare le stelle marine, i branchi di pesciolini diversi, dai piccolissimi ai più grandicelli e le piccole meduse colorate che sfiorano la battigia.



      Le meduse le abbiamo incontrate solo qui, durante tutto il nostro soggiorno abbiamo visitato altre spiagge e l’acqua è sempre stata pulitissima e invitante anche se un po’ fresca ma non tanto da impedirci di fare dei bagni deliziosi.



       

       
       




       

      Prima di arrivare al Museo della Tonnara, purtroppo ancora chiuso fino al 25/04, ospitato nella vecchia sede dell’ex stabilimento A.L.P.I. (Azienda lavorazione produzione ittica), insieme ai numerosi gabbiani e gabbianelle affamati, ci siamo divertiti ad assistere alla pesca velocissima e vorace dei cormorani: un vero esercizio di abilità!

      Qui, invece, incontriamo un bel coleottero!

      Dietro ad una curva, appare Stintino: sembra a due passi ma il percorso è ancora lunghetto!

      Per arrivarci dobbiamo arrampicarci sulla strada provinciale e qui troviamo, per la prima volta, un po’ di ombra sotto ad un pino marittimo: ci voleva! Ecco che appare anche il cartello stradale, scritto in italiano e in sardo e, poco dopo, una statua di Mammutones che annunciano l’ingresso nella cittadina.


       
       
      Poco alla volta ci inoltriamo nel giardino pubblico prospiciente il porto dotato di alcune sculture e, costeggiandolo, risaliamo in paese.


      Un giretto per il piccolo centro del paese e vediamo anche la chiesetta...

      Si è fatta l’ora di pranzo e troviamo una trattoria con tavoli che si affacciano sul mare e sul porto: siamo anche noi abbastanza affamati e il cordialissimo cameriere ci suggerisce la specialità del giorno: gnocchetti freschi alle cozze o alla salsiccia locale e polpo alla stintinese. Tutto buonissimo e a buon prezzo! Peccato non potervi trasmettere, insieme alle cartoline, anche le emozioni , i profumi e i sapori... A presto!


       
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      Questa passeggiata slow, di poco più di una decina di km tra andata e ritorno, si può considerare un vero e proprio viaggio attraverso la meravigliosa macchia mediterranea che, in questi giorni, è tutta in fiore e unisce il suo fantastico profumo a quello del mare. Un susseguirsi di spettacoli e di scoperte floreali e faunistiche, in un clima ideale, soleggiato, caldo ma non esagerato. Partiamo dal vecchio punto di raccolta della Tonnara, nel golfo dell’Asinara, non più attivo ormai da anni e, sempre costeggiando il mare, a pochi metri di distanza, troviamo una piccola suggestiva chiesetta.

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      Oggi la Tonnara è diventato un villaggio con graziose villette dotate di giardini non grandi ma molto ben tenuti.

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      La riva, come potete vedere è rocciosa e praticamente priva di spiaggia ma i prati arrivano e a volte oltrepassano, fino al sentiero che delimita lo scosceso: ai grandi gruppi di fichi d’India, agavi e rosmarino, mirto, centaurea orrida, malva e lentischio, fanno da tappeto migliaia di carpobruti eduli ( i classici mesembriantemi striscianti viola) profumati asfodeli, ricchissimi di proprietà digestive e officinali ma comunemente definiti “ fiori dei morti”, perché antiche credenze ritenevano fossero il cibo dei defunti e anche ritenuti sacri dai romani. Seguivano altri piccoli gigli, cespugli di ginestre, cardi, finocchietto selvatico, assenzio, borragine, piccole orchidee, margherite grandi e piccole e tutti i minuscoli fiorellini tipici della macchia mediterranea, colorano il panorama.

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      A qualche centinaio di metri ecco quello che, un tempo, era l’edificio in cui il pescato veniva trattato. Ora restano le due ciminiere e, anche qui, sorgono belle abitazioni tutte sistemate nel rispetto ambientale, hotel compreso.

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      Il percorso degrada verso una spiaggetta e qui, nell’acqua cristallina, ci fermiamo ad ammirare le stelle marine, i branchi di pesciolini diversi, dai piccolissimi ai più grandicelli e le piccole meduse colorate che sfiorano la battigia.

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      Le meduse le abbiamo incontrate solo qui, durante tutto il nostro soggiorno abbiamo visitato altre spiagge e l’acqua è sempre stata pulitissima e invitante anche se un po’ fresca ma non tanto da impedirci di fare dei bagni deliziosi.

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      Prima di arrivare al Museo della Tonnara, purtroppo ancora chiuso fino al 25/04, ospitato nella vecchia sede dell’ex stabilimento A.L.P.I. (Azienda lavorazione produzione ittica), insieme ai numerosi gabbiani e gabbianelle affamati, ci siamo divertiti ad assistere alla pesca velocissima e vorace dei cormorani: un vero esercizio di abilità!

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      Qui, invece, incontriamo un bel coleottero!

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      Dietro ad una curva, appare Stintino: sembra a due passi ma il percorso è ancora lunghetto!

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      Per arrivarci dobbiamo arrampicarci sulla strada provinciale e qui troviamo, per la prima volta, un po’ di ombra sotto ad un pino marittimo: ci voleva! Ecco che appare anche il cartello stradale, scritto in italiano e in sardo e, poco dopo, una statua di Mammutones che annunciano l’ingresso nella cittadina.

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      Poco alla volta ci inoltriamo nel giardino pubblico prospiciente il porto dotato di alcune sculture e, costeggiandolo, risaliamo in paese.

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      Un giretto per il piccolo centro del paese e vediamo anche la chiesetta...

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      Si è fatta l’ora di pranzo e troviamo una trattoria con tavoli che si affacciano sul mare e sul porto: siamo anche noi abbastanza affamati e il cordialissimo cameriere ci suggerisce la specialità del giorno: gnocchetti freschi alle cozze o alla salsiccia locale e polpo alla stintinese. Tutto buonissimo e a buon prezzo! Peccato non potervi trasmettere, insieme alle cartoline, anche le emozioni , i profumi e i sapori... A presto! :)

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    2. Sarà certamente il paese del sole, Napoli, ma quelle volte che piove non siamo secondi a nessuno, modestamente!

      E fatalmente il traffico si blocca, non c'è una ragione precisa, è come una vibrazione coordinata, una specie di cosa mistica che prende tutti i napoletani: piove? Fermiamoci, freno a mano e conversazione.
       

      Al Ponte dei Francesi.

      E' così è capitato ultimamente anche a me, via Ponte dei Francesi con in macchina una Antonella e un Antonio, parte la conversazione a allora faccio notare ai miei compagni di sosta la curiosa coincidenza: Antonio e Antonella bloccati al Ponte dei Francesi, curiosa coincidenza, no?
      Niente! Ma come? - insisto - il Canto dei Sanfedisti ve lo ricordate? Niente. Mi sento obbligato allora a raccontare il fattariello che ora condivido con voi.

       

      Lazzari e giacobini.

      Nella notte del 15 gennaio 1799 i francesi sono alle porte, avviene spontanea la mobilitazione del popolo napoletano. Ai lazzari si uniscono le corporazioni: i cavatori di tufo della Sanità, i conciapelli dei vicoli delle Concerie, gli scaricatori del Porto, gli ortolani e i fruttaioli del Mercato, ma soprattutto gli infiammatissimi "luciani" cioè marinai e pescatori di Santa Lucia, il più ardentemente borbonico dei quartieri di Napoli. 

       


      Nel frattempo, la borghesia pensa a difendere i suoi interessi e negozia sotto banco con i francesi giacobini: in seguito si cantò "chi tene pane e vino add’esse giacubbino".
      Per le strade della capitale "sonano li cunsigli" per chiamare il popolo a raccolta, "serra! serra!": senza capi militari e senza armi da fuoco, cinta la fronte da fazzoletti sotto cui è posta l’immagine miracolosa di san Gennaro, una folla di quarantamila lazzari giura davanti alle sante reliquie di morire in difesa della patria e della Fede. Il grido è "viva san Gennaro" e " viva ‘o Rre nuosto", l'insegna è una bandiera con l’effigie di un teschio e la scritta "evviva il Santo Ianuario nostro generalissimo".

       

      Il tradimento dei borghesi.

      Scrisse il generale Championnet nella sua relazione a Parigi: "si combatte in ogni strada, il terreno è disputato palmo a palmo, i lazzari sono guidati da capi intrepidi. I lazzari, questi uomini meravigliosi sono degli eroi". Ma i giacobini napoletani con l'inganno si impadronirono di castel Sant’Elmo e dall'alto cominciarono a bombardare la città facendo strage del popolo dei loro stessi concittadini.
      La città si arrese, restarono sul campo duemila francesi e diecimila napoletani, il tradimento dei borghesi causò una frattura insanabile col popolo minuto che ancora oggi è aperta.
       

      San Gennaro giacobino.

      Il popolo era adirato col suo protettore e già lo sospettava di cripto-giacobinismo quando si diffuse la notizia (storicamente dubbia, oggi si direbbe una fake news) che san Gennaro avesse fatto il miracolo al cospetto di Championnet! Appellato "cornuto e svergognato", il santo fu detronizzato - cioè non fu più il patrono di Napoli - e le sue effigi vennero impiccate ed esposte al pubblico ludibrio. Al suo posto fu intronato il potente sant'Antonio che presto si guadagnerà sul campo di battaglia il titolo di "glorioso", proprio in quel punto che fu poi chiamato Ponte dei Francesi.

       

      Presto vi racconterò il resto, nel frattempo godetevi Marta Giardina in questa interpretazione de Il Canto dei Sanfedisti, sempre senza nulla a pretendere.

       


       

    3. Completo con questa seconda parte la presentazione dei Torrenti e degli affluenti che ho frequentato per tanto tempo e che ancora oggi vivo con piacere e passione, con meno frequenza e  continuità, purtroppo, ma sempre con lo stesso entusiasmo, e stupore, degli inizi !

      Da naturalista quale sono per indole e studi, spesso l' incontro con un piccolo animale o la vista di una angolo incontaminato di natura , mi lasciano dei ricordi piacevoli e unici, come in un' uscita su un affluente dove ho incrociato una famiglia di cinghiali, e ho potuto osservarli per alcuni minuti in rigoroso silenzio e immobile, grazie alla mia posizione protetta dalle rocce e, di sicuro, a favore di vento altrimenti avrebbero annusato la mia presenza e sarebbero fuggiti immediatamente, una madre e quattro cuccioli che si abbeveravano e sguazzavano nell' acqua per un bagno, e negli anni, potrei ricordare diversi approcci, anche fuggevoli, con caprioli, volpi, qualche rapace come la poiana, ed anche moltissimi piccoli anfibi, rettili ed altri animali . . .

       

       

      Un tipico anfibio dei luoghi umidi del Torrente, la Salamandra

       

       

      L' unico incontro che non apprezzo molto, ma in decenni mi è capitato, visivamente, solo alcune volte, è quello con sua pericolosità la vipera, che a dispetto di tante leggende o esagerazioni non attacca mai, se non messa realmente alle strette, che vuol dire posta nelle condizioni di non avere vie di fuga, ma mi sono sempre guardato bene, soprattutto se da solo e in un luogo lontano dalla civiltà, di cercare di uccidere o peggio, di stanare una vipera da un suo anfratto o nascondiglio !

       

      Muoversi lungo un Torrente, come un acrobata sull' acqua !!!

       

      Desidero sinceramente ringraziare chi ha impostato il titolo di questo blog, realmente azzeccato, direi che rispecchia, almeno per ciò che attiene al movimento fisico lungo il fiume, le mie sensazioni quando risalgo un tratto di Torrente o qualche affluente, perché il senso dell' equilibrio è fondamentale.

       

      Il torrente richiede rispetto, attenzione, concentrazione, conoscenza, capacità, risorse fisiche e mentali, perché è un luogo non convenzionale, non omogeneo, non semplice da approcciare e da percorrere. E’ un luogo asimmetrico e complesso, dove ogni metro è differente dal precedente e dal successivo, ogni movimento va calcolato, armonizzato e coordinato, e dove ogni oggetto presente, un ramo, l’ erba fitta, un ciottolo, una pietraia, possono nascondere insidie e possibili inconvenienti.

      Proprio per la mutevolezza dei luoghi infatti, la distrazione va evitata, ogni passo si deve calibrare sul precedente e sul successivo, la concentrazione deve essere sempre alta, ogni movimento va compiuto in funzione del terreno e del clima, sempre diverso e mutevole, perché l’ acqua modella l’ ambiente, lo scava, scorre scegliendo la strada più diretta e quindi produce un fondale che può nascondere mille diversità, proporre sorprese o difficoltà inaspettate.

      Rocce e massi, anche grossi e quindi presunti stabili, che si muovono sotto il peso e il passaggio, sbilanciando e mettendo a rischio l’ equilibrio; rami e radici che spuntano e che fanno scivolare o inciampare; ciottoli e pietrisco che cedono e smottano sotto il peso, facendo ruotare piede e corpo e rendendo quindi molto precario l’ equilibrio nel movimento.

      La Pesca della Trota sui Torrenti è fondamentalmente una pesca di movimento quasi continuo, o meglio, un movimento costante intercalato da piccole soste nelle quali si insidia il pesce, momenti di pausa nei quali si assapora il contatto tanto agognato col pesce.

      E’ quindi complesso camminare, oltretutto dedicandosi alla pesca, con pesanti stivali di gomma ai piedi e la canna in una mano, anche perché i luoghi particolari determinano altre attenzioni, ovvero comportamenti condizionati che costringono a muoversi su traiettorie obbligate a causa di ostacoli, dirupi, anse del torrente, grossi massi, cascate, laghi profondi ed altri elementi naturali.

      Risulta difficile immaginare tutto ciò per chi non ha mai camminato lungo un torrente, ma se una persona provasse a percorrere 100 metri sul suo greto, senza conoscerne i fondamentali, rischierebbe di perdere l’ equilibrio, di mettersi in difficoltà a causa delle precarie condizioni dei luoghi e di tutto ciò che ci circonda, sul Torrente e nelle prossimità di esso, sponde, accessi, camminamenti e boschi circostanti. 

      Così, muoversi correttamente lungo il fiume, è uno degli elementi fondamentali per poter pescare, poiché la pesca alla trota è fatta di continuo movimento e perché solo un approccio corretto ai laghetti, un’ attenzione continua a non mostrarsi direttamente e a non proiettare la propria ombra ai pesci, garantiscono i presupposti per pescare con profitto e piacere.

      Il primo consiglio nel camminare lungo le sponde di un torrente, o dentro l’ acqua del suo corso, è di trovare gli appoggi più saldi, che sono sicuramente sabbia, ghiaia, pietrisco, cioè i punti più adatti affinchè la pianta degli stivali trovi tanti piccoli appoggi che sorreggono e garantiscono equilibrio e presa sul fondo. Diversa è la tenuta di grosse pietre, lastre e massi di grandi dimensioni, perché qui la loro superficie, continuamente dilavata dall’ acqua, è liscia e omogenea e quindi pericolosamente instabile, precarietà incrementata dalla forza anche rilevante che l’ acqua imprime sugli stivali, scorrendo a valle, soprattutto quando il flusso è ricco e pieno. Il camminare sulle sponde richiede ulteriore attenzione legata alla possibilità che il terreno frani a valle sotto il proprio peso, perché già instabile e in precario equilibrio, solitamente in pendenza perché eroso dalle acque, e anche qui vige la regola, se possibile, di appoggiare i piedi evitando accuratamente, massi lisci, omogenei, in leggera pendenza, che sono scivoli naturali, forieri di perdite di stabilità e potenziali cadute.

      L’ ambiente del torrente è ovviamente dominato dall’ umidità, legata alla diversa esposizione che spesso cambia ad ogni ansa del fiume, e dal fatto che il luogo, già naturalmente umido, può venire ulteriormente reso viscido da alghe e vegetazione, come una sorta di film scivoloso, che si forma sui sassi dentro l’ acqua, rendendo precario ogni appoggio e imponendo un passo molto corto, con il baricentro del corpo sempre sotto controllo per evitare scivolate e cadute, pericolose e rovinose visto che tutto intorno è contornato da grossi massi e rocce sconnesse, spigolose e in grado potenzialmente di fare male.

      Dopo migliaia di uscite di pesca, la maggior parte su 4 o 5 torrenti e loro affluenti, percorsi con tutte le condizioni atmosferiche possibili, la conoscenza dei luoghi, dei passaggi, del tipo di rocce, del fondale, degli ambienti, garantisce un buon grado di confidenza ma, come sempre, attenzione, rispetto e capacità a gestire ed anticipare le situazioni e non a subirle, sono elementi fondamentali per tornare sani e integri a casa e non trasformare una piacevole avventura di pesca in una situazione critica o rischiosa.

       

      Ogni metro di un Torrente è unico e diverso da tutti gli altri

       

       

      Lungo un tratto di torrente conosciuto e frequentato, il percorso spesso è sempre il medesimo, sia perché alcuni passaggi sono obbligati dal paesaggio circostante, sia perché l’ approccio ad un laghetto, ad un lancio, ad una cascata, sono spesso unici, e vengono memorizzati quasi in modo automatico, come molti degli automatismi che ci aiutano ad affrontare il nostro vivere quotidiano.

      Proprio per i luoghi e le modalità con cui si pratica la pesca sui torrenti, ci vogliono preparazione fisica, attenzione, capacità di coordinazione, buon autocontrollo, conoscenza dei propri limiti, tutti aspetti che rappresentano una buona garanzia di poter vivere l’ esperienza della pesca in modo positivo, ma non sono comunque certezze assolute di non incorrere in possibili difficoltà. 

      Il contatto con la natura, quella vera e spontanea, i luoghi selvatici se non selvaggi, l’ aria pulita e fresca, gli ambienti che si susseguono, i microhabitat particolari che si formano in certi punti del torrente, i piccoli animali che si osservano, dai rettili agli anfibi, dai pesci agli insetti, dai crostacei agli artropodi, fino ai mammiferi di piccola e media taglia, tutto contribuisce a rendere una partita di pesca in torrente come una completa immersione in un mondo rilassante, gratificante, appagante e rasserenante.

      La moderna vita cittadina, oggi richiede ritmi serrati e una continua sintonia con gli impegni, la costante interazione con il cellulare e con  l’ orologio, oltre alla prolungata convivenza con altri esseri umani.

      Qui ci troviamo in condizione diametralmente opposta, e sicuramente sono luoghi non adatti a tutti, per le loro caratteristiche particolari e la loro natura selvatica . . .! 

       

      Il Torrente come luogo del non tempo . . .

       

      Il torrente è il luogo del non tempo, se non per un limite serale di rientro, del non incontro, a memoria mi sembra di avere incrociato un altro essere umano forse meno di dieci volte su un paio di migliaia di uscite, del non condizionamento sotto qualsiasi aspetto, il ritmo lo impostiamo noi, le pause le decidiamo solo noi, la mente viene sgombrata da tutti i pensieri e dalle scadenze, in un completo relax di corpo e spirito.

      In questo senso si spiega molto bene il perché la pesca in torrente sia praticata prevalentemente in solitudine, risulta infatti particolarmente difficile doversi adeguare al ritmo di pesca e dei movimenti di un’ altra persona, se il proprio approccio risulta più lento si dovrà costantemente inseguire il compagno di battuta, pescando meno, male e forzando il ritmo, cosa sempre pericolosa, viceversa se si risulta essere più veloci, spesso si dovrà rallentare o fermarsi, e si metterà il compagno di pesca in condizione di doverci inseguire. 

      Inoltre ognuno ha un personale modo di lanciare, ed anche di avvicinarsi ad un lago, di dedicare il giusto tempo di sosta pescando in un posto, elementi che rendono l’ uscita di pesca decisamente personale, direi unica, fermo restando i passaggi obbligati e i paletti ambientali che ovviamente esistono, e che guidano determinati passaggi e spostamenti risalendo lungo il fiume, e quindi dove una persona è già di troppo, due non sarebbero che di intralcio tra loro.

      L’ aspetto che invece favorisce l’ uscita in coppia è dato dal fatto che offre più sicurezza, nel senso che avere accanto un compagno di battuta nella pesca, in caso di eventi sfortunati, quali una caduta, una distorsione, o qualsiasi altro contrattempo dà superiori garanzie di essere più facilmente affrontabile e risolvibile.

      Poche volte mi sono trovato in vera difficoltà o in potenziale pericolo, a riprova che il conoscere e prevedere le situazioni aiuta ad evitare successivi problemi, ma la pesca alla trota, come si è descritto sopra, è una pesca tipicamente solitaria, e questo non gioca a favore della sicurezza in senso assoluto, perché, come detto, quei luoghi sono talmente impervi che è praticamente impossibile incontrare anima viva, visto che nessuno vi abita e difficilmente qualcuno vi transita, ed anche informando i propri cari del percorso che si intende fare, in pochi conoscono i luoghi, le varianti, i possibili sentieri, i passaggi alternativi.

       

      Il rientro è un altro elemento da considerare con molta saggezza, e chi è pescatore o escursionista lo può immaginare, poiché si sa sempre quando si parte per la battuta di pesca ma meno prevedibile è l’ orario del ritorno, condizionato da tantissimi potenziali imprevisti, molti dei quali negativi ed alcuni invece positivi.

      Per esempio i tempi di percorso della pesca possono diventare più lenti di quanto preventivato perché i pesci abboccano molto più del previsto, rallentando la marcia e ciò, galvanizzando il pescatore, comporta ulteriori potenziali ritardi perché si tende a proseguire ad oltranza una pescata produttiva e gratificante.

      Altro elemento che gioca sui tempi di percorrenza di un tratto di torrente è il tipo di pesca effettuato, esca naturale o artificiale, infatti con la seconda i ritmi di pesca sono più rapidi, lancio e recupero veloce, pochi colpi o addirittura uno solo per laghetto, mentre con l’ esca naturale, per esempio il classico lombrico, il ritmo rallenta, anche molto, per la necessità di più lanci che esplorino gli angoli dei laghetti, le tane, la corrente, dilatando di parecchio i tempi di movimento. Contribuiscono anche elementi meno piacevoli, come un improvviso temporale che costringe non solo a fermarsi per un riparo, ma che rallenterà inevitabilmente il ritorno perché il percorso a ritroso è reso più viscido e pericoloso dal terreno bagnato, divenuto molto scivoloso in conseguenza della pioggia . Oppure, in luoghi che si frequentano meno o che negli anni sono molto cambiati, la perdita di orientamento su un sentiero, una deviazione sbagliata lungo il percorso, l’  interruzione di un tratto per una frana che non esisteva, tutte situazioni che in luoghi impervi, scoscesi e di difficile percorso possono costringere a lunghi giri per evitare uno sperone roccioso, uno strapiombo a picco sul torrente, una zona a rischio frana.

       

      Scendono le ombre della sera sui luoghi della Pesca

       

       

      Molti possono essere i motivi per trovarsi in largo ritardo sui tempi previsti, creando una sorta di malessere nel vedere, soprattutto per un’ uscita pomeridiana, che la luce comincia a lasciar spazio all’ imbrunire e successivamente al buio, che oltretutto nel fitto di un bosco arriva molto prima che in luogo aperto.

      Trovarsi in un posto conosciuto e tutto sommato sicuro, ma con la luce che diminuisce, la stanchezza che comincia a sovrastare la lucidità e che tende a far affievolire la concentrazione sui potenziali pericoli, dando come unico riferimento la voglia di essere di nuovo sotto il proprio tetto, è una situazione che è meglio evitare, soprattutto se con l’ uscita di pesca pensata per un rapido rientro non ci si è attrezzati con una torcia, cibo e acqua, una cerata impermeabile per ogni emergenza.

      Mai mi è capitato di non rientrare a sera e passare una notte all’ addiaccio, ma qualche situazione in cui mi sono autodefinito sprovveduto e poco attento c’ è ovviamente stata, soprattutto negli anni di gioventù, quando prevalgono l’ entusiasmo e la voglia di avventura rispetto al raziocinio e alla corretta valutazione dei rischi  !!!

      Ma sono qui a raccontare le mie avventure sui Torrenti e a condividere con voi la mia passione, ed è questo che conta !

      Alla prossima puntata, dove comincerò ad approfondire le tecniche di pesca sul Torrente e le caratteristiche della Trota, la sua Regina  . . .

       

      saluti , Dario

    4. i maya erano ossessionati dal tempo, i loro sacerdoti avevano calcolato con precisione sconosciuta fin quasi ai giorni nostri, la durata dell’anno solare e del ciclo di Venere ed avevano anche fissato una data per l’origine del loro mondo, intorno al luglio d3l 3114 avanti cristo (facendo riferimento alla nostra datazione del tempo). Secondo la loro visione, il mondo aveva subito processi periodici di distruzione be rinascita, che non erano terminati e potevano ripresentarsi. Una fine del mondo doveva necessariamente accadere alla fine di un katun (periodo di 20 anni solari>), il computo del tempo era quindi un compito essenziale della casta sacerdotale

      Il calendario maya era basato sull’incastro tra un ciclo solare (12 mesi di 30 giorni cadauno, per un totale di 360 giorni) con un calendario lunare di 13 mesi di 20 giorni cadauno, per complessivi 260 giorni) ogni giorno era dunque perfettamente individuati da mese solare, giorno solare, mese lunare e giorno lunare. I sacerdoti utilizzavano questo 4 elementi (ognuno dei quali aveva un significato religioso preciso, sia se associato ade una divinità, sia se associato ad un numero) per formulare vaticini e profezie, a partire dalla data di nascita (una sorta di oroscopo) per finire alle vicende contingenti (affari, guerre, figli, ec.).

      Questo calendario ricominciava il suo ciclo ogni 52 anni solari. Naturalmente i maya sapevano bene che l’anno solare non dura 360 giorni, ma 365 e rotti, per cui, similmente a quello che facciamo noi con gli anni bisestili, periodicamente inserivano dei giorni oscuri per riallineare le cose. Questi giorni oscuri erano portatori di sciagura, si evitavano le nascite o se ne cambiava la data, si evitava di intraprendere le attività, tipicamente erano inseriti alla fine del ciclo dei 52 anni.

      si aspettava spasmodicamente l’alba de nuovo giorno come conferma che il sole (dio anche della morte) avesse ri-iniziato il suo ciclo vitale, e per favorirne il ritorno si consumavano sacrifici umani. Le vittime, tipicamente prigionieri catturati in battaglia, meglio se di nobile schiatta, venivano storditi con alcol e stupefacenti affinché non si ribellassero durante la cerimonia, il dio non avrebbe gradito una vittima recalcitrante. Questa infausta sorte toccò anche a 7 conigli, il potente sovrano di Copan, che dopo aver sbaragliato molti nemici venne sconfitto in battaglia e catturato in una guerra contro una città vicina, sulla carta assai meno potente.

      Il ciclo dei 52 anni alla lunga poteva ingenerare confusione tra eventi avvenuto lo stesso giorno ma in katun differenti, per questo i maya fino a tutto il periodo classico (diciamo fino all’800 dopo Cristo) adottarono il cosiddetto con lungo, che collocava ogni katun in un momento temporale ben definito, rispetto alla data della mitica nascita del mondo.

      Dopo il crollo della civiltà maya classica, il conto lungo venne abbandonato

      Collocare cronologicamente le vicende maya rispetto al nostro calendario non è facile, ci vengono in aiuto le steli in cui vengono riportate le date delle eclissi di sole e di luna, nonché, in mancanza del conto lungo, la corrispondenza tra le date sulle steli ed eventi vissuti dai conquistadores

      Per chi vuole saperne di più, ed avere anche un metodo facile per trasformare una data attuale, per esempio la propria data di nascita, in una data maya suggerisco il libro “i maya” di morley, brainerd e shared, edito da editori riuniti

      Con alcune differenze sui nomi, il calendario maya venne adottato anche da altre popolazioni della mesoamerica, p'er esempio gli aztechi. Il calendario lunare rispondeva alle esigenza della agricoltura e dei riti ad essa associati, il calendario solare si prestava meglio alle necessità della società civile, con l'avvertenza che civile non va inteso come laico, il peso dei sacerdoti rimaneva sempre prevalente

    5. Scendo alla prossima

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