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Un paradiso anche un po’ malizioso...

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mom

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Il nome sardo di Stintino, Isthintini,  letto all’ingresso del paese, aveva stuzzicato la mia curiosità sul suo significato: ho così scoperto che la sua origine è stata determinata dalla forma di questa stretta e piccola penisola, quasi un budello, che ricorda quello dell’intestino che, in sardo, si dice “s'isthintinu”. 

Proseguendo le passeggiate nei dintorni, siamo arrivati in quella che, a mio avviso, è una delle spiagge più belle del mondo: La Pelosa! Che dire? Qui, davanti alla piccola isola Piana, ci sono già stata in altre occasioni e ho anche soggiornato ma, ogni volta, la sua bellezza mi lascia senza parole! Conosco abbastanza bene anche le belle spiagge caraibiche ma solo qui mi sento veramente in paradiso! La trasparenza cristallina dell’acqua, quasi invisibile, invita immediatamente a entrare e a bagnarsi. Una meraviglia della natura che permette, passeggiando comodamente, di arrivare anche alla altrettanto deliziosa spiaggetta vicina, la Pelosetta.  Le denominazioni lasciano spazio a riflessioni maliziose... la fantasia (pragmatica!) dei sardi la ritroveremo più avanti, in un’altra bellissima spiaggia, più rocciosa, denominata Coscia di donna

Purtroppo queste due spiagge gioiello, col tempo, hanno subito alcuni danni a causa del flusso dei numerosissimi visitatori: i bagnanti, anche senza farlo apposta, asportano sabbia preziosa rimasta attaccata ai teli di spugna, alle calzature e all’abbigliamento.  Ora è in atto un grosso progetto per la salvaguardia di tutto l’ecosistema e, per la realizzazione , sono stati stanziati 18 milioni di€. La riqualificazione prevede il ripristino del sistema dunale e lo smantellamento della strada asfaltata che va dal Gabbiano alla Pelosetta. Verranno installate delle passerelle sopraelevate rispetto alla sabbia, gli accessi saranno consentiti solo a mezzi ecologici leggeri che verranno messi a disposizione dei turisti ( in numero controllato) che dovranno lasciare l’auto nei parcheggi appositi che saranno allestiti fuori zona. Si prevedono panoramiche piste ciclabili e la creazione di una piazza belvedere tra la Pelosa e la Pelosetta. Altre zone saranno riservate esclusivamente ai residenti e ai mezzi pubblici. Verrà anche dato più spazio alla vegetazione e alcune abitazioni saranno abbattute

Tutte idee sacrosante ma, intanto, preferisco ricordare così tutto questo ben di Dio e c’è già chi cerca di ridurre l’asportazione della sabbia vendendo colorati mezzeri di cotone da mettere a pavimento.

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Tutta la zona si affaccia sul golfo dell’Asinara, isola che era abitata da famiglie di pescatori e ospitava, oltre agli asini, anche le pecore. Entrambi gli animali collaboravano attivamente al sostentamento degli abitanti offrendo lana, latte e aiuto di soma ma, nel1885, lo Stato decise di creare sull’isola una colonia penale agricola che si mantenne in funzione fino al  1999.  Vale la pena ricordare che, negli ultimi anni, divenuto carcere di massima sicurezza, ospitò brigatisti e mafiosi tra cui Renato Curcio, Raffaele Cutolo e Salvatore Riina.

Gli indigeni furono pertanto sfrattati e dovettero stabilirsi sulla costa, per lo più a Capo Falcone. Ora tutta l'isola è diventata un Parco Nazionale bellissimo.

Una curiosità: l’Asinara che ha un vissuto attraverso i secoli molto interessante, era stata battezzata dai romani con il nome di Sinuaria per via delle numerose insenature. Il nome si è successivamente distorto in “Asinara” anche per via dei numerosi asini. 

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Ed eccoci arrivati in un'altra bella spiaggia che ha questo nome e una forma un po' particolare... Coscia di donna

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 Altro giorno e altra passeggiata, questa decisamente più aspra, faticosa e non semplice: siamo andati alla Costa Paradiso  (nome omen!) e abbiamo camminato arrampicandoci fino alla spiaggia di Li Cossi dove sfocia, con una profonda insenatura, il Rio Pirastru. La baia è stupenda, rocce granitiche rosa si specchiano nell’acqua limpidissima: ad ammirarla si resta senza fiato (anche per la fatica!). 😰

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Un giorno, invece, siamo andati alla scoperta dell’ Argentiera. Lo spettacolo è incredibile! Sembra di essere su un set cinematografico dove si gira un film western o un thriller e, infatti, ho scoperto che di film, lì, ne hanno girato più di uno: “La scogliera dei desideri”, per esempio, con Liz Taylor e Richard Burton, nel 1968. La miniera dell’Argentiera, sorge proprio di fronte a un'altra bellissima spiaggia ed è stata in funzione fino al 1963.  Dalle sue viscere si estraeva zinco, ferro e piombo e, con un opportuno scivolo, i carrelli potevano caricare i minerali direttamente su apposite imbarcazioni che si arenavano in un minuscolo bacino. Oggi, sulla spiaggia adiacente allo scivolo, ci sono dei cartelli che indicano il pericolo e invitano i bagnanti a non restare a lungo in quelle acque, soprattutto i bambini, perché il fondale contiene ancora tracce dei minerali estratti. La miniera oggi è veramente spettrale ma la spiaggia è molto bella! Oggi, l’Argentiera fa parte del Parco Geominerario Storico Ambientale e, anche qui è stato avviato e già finanziato, un progetto per il suo recupero.

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Anche la Valle della Luna riserva sorprese... il panorama è decisamente particolare: siamo in Gallura, un po’ all’interno, e questo luogo è anche noto come Piana dei Grandi Sassi.  La caratteristica di questa valle è dovuta  appunto ai giganteschi massi di granito formatisi in epoca glaciale del periodo quaternario: col tempo, questi si sono erosi e arrotondati creando fantastici equilibri e geometrie diverse. Il piccolo centro abitato in tutta la valle è Aggius: le sue origini sono molto antiche e, su tutto il territorio grotte e nuraghe, sparse qua e là, ne attestano la storica presenza. Passegggiando nelle radure, poi, si fanno anche dei curiosi incontri...  :)

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E dopo tutte queste scarpinate,  alla fine, questi ottimi Culurgiones ce li siamo davvero meritati! 😋

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4 Comments


Recommended Comments

minollo63

Posted

@mom La voglia di fare un tuffo in quel mare cristallino è tanta...

Ciao

Stefano R.

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siebrand

Posted

bell, le foto

belo, il posto

ci sono stato mooooolti anni fa... me lo ricordo, quel posto... eccome se me la ricordo, quell'isola..

Fra Santa Teresa Galura e Porto Torres è tutto splendido.

molto bello, anche, e meno turistico, la zona fra Iglesias e Oristano...

Grazie, Cara, per questi momenti che ci dedichi... 😘

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eccheqqua

Posted

Complimenti per il reportage. Ci sono stato trent'anni fa, in giugno...penso proprio all'inizio del mese. Io e la mia ex, residence Roccaruja. Posto stupendo, anche se ho sentito che negli anni seguenti hanno costruito parecchio.

Ma a quei tempi era un paradiso, inizio stagione, pochissima gente, sulla Pelosa eravamo forse in 30 persone (tranne il week end dove si riempiva parecchio).

Bei ricordi...thanks Mom

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    • oscilloscopio
      By oscilloscopio in La Sala del Caminetto
         1
      Ha centotrenta anni l'oggetto più cool per la generazione dei nativi digitali. Ripercorriamo la storia di uno degli oggetti più iconici del Ventesimo secolo: il disco fonografico.
       
      Le origini
      Era il 1887 quando Emile Berliner presentò il primo disco con relativo apparecchio fonografico. Il materiale utilizzato per fabbricare i dischi, era il Duranoid, composto di nuova invenzione e molto costoso, che venne però presto soppiantato dalla più economica e prestante gommalacca (Shellac), o almeno fino agli anni ’40, quando si sostituì nuovamente col policloruro di vinile. Nel 1888 venne presentato al Franklin Institute di Filadelfia, oltre al nuovo disco, quello che possiamo considerare il primo prototipo di giradischi: comparve infatti per la prima volta il braccio che, realizzato da Werner Suess, (meccanico di Berliner), aveva il compito di raccordare il diaframma con la tromba di emissione. La trazione di questa macchina era manuale ed avveniva tramite una manovella ed ingranaggi, collegati al piatto del giradischi. Nel 1893 il disco venne lanciato sul mercato insieme alla macchina per riprodurlo, che montava un motore a molla costruito da Eldridge Johnson. La società di Berliner prese il nome di United States Gramophone Company.
      I primi dischi realizzati avevano un diametro di 18 centimetri, ed una velocità di circa 70 rpm, successivamente il diametro aumentò a 25 e 30 cm e la velocità portata a 78 rpm, che permetteva un’incisione della durata da due a quattro minuti. Fino all’inizio del 1900 i dischi erano incisi su una sola facciata, fu la Columbia intorno al 1908 ad introdurre sul mercato i primi dischi incisi su entrambe le facciate (ma prove simili erano state già effettuate da Johnson nel 1900) anche se la produzione di dischi “monofacciali” proseguì fin oltre il 1910.Una lunga serie di battaglie legali relative ai diritti di commercializzazione del disco, seguirono il suo lancio sul mercato, ma limitiamoci a seguire l’evoluzione del disco nero. Fino al 1924 le registrazioni furono eseguite acusticamente, senza cioè l’ausilio di apparecchiature elettroniche. Le sale d’incisione erano costituite da stanze, nelle quali una parete ospitava un enorme imbuto che captava i suoni, e li trasmetteva al diaframma incisore, la cui puntina tracciava i solchi nella matrice: un disco di zinco rivestito di cera. La puntina incideva nella cera, scoprendo la superficie di zinco. Successivamente, tale matrice veniva immersa in una soluzione di acido cromico, che lasciava sullo zinco un solco corrispondente ai movimenti della puntina.
      La limitata sensibilità e risposta in frequenza dell’incisione acustica, insieme all’elevata velocità di rotazione ed alla larghezza dei solchi del disco che ne limitavano fortemente la durata, non permettevano incisioni particolarmente complesse; sui primi dischi vennero quindi incisi brani per bande di ottoni, scene comiche recitate ed arie di opere liriche, spesso accompagnate dal solo pianoforte.
      E’ del 1919 la prima registrazione dove appare il termine “Jazz” o meglio “Jass”, si trattava della “Original jass band”, anche se già precedentemente si potevano trovare registrazioni assimilabili a tale genere musicale.  Con l’evolversi delle tecniche di incisione, si arrivò anche a registrare musica orchestrale, ma per incidere il suono dei violini, si inventò un nuovo strumento: il violino Stroh, che al posto della cassa di risonanza in legno, utilizzava, per amplificare il suono, una tromba, con risultati alquanto discutibili.

      Esperimenti e curiosità.
      Nei primi anni di vita del disco nero, sono apparse sul mercato diverse varianti e/o interpretazioni del tema. Nel 1904 la Neophone Records propose sul mercato un disco realizzato in cartone pressato, registrato (probabilmente per la prima volta nella storia) con incisione verticale al posto di quella orizzontale, tecnica correntemente utilizzata.  
      La Pathè francese adottò anch’essa l’incisione verticale, e propose per prima l’utilizzo di puntine di zaffiro a punta arrotondata che, rispetto a quelle in acciaio appuntite, rovinavano meno i dischi. La lettura del disco avveniva inoltre partendo dal centro dello stesso verso l’esterno, contrariamente a quanto siamo abituati, e la velocità di rotazione era personalizzata ad 80 rpm.
      Risale all’epoca del Primo conflitto mondiale la comparsa dei primi bootleg: l’embargo imposto da Francia ed Inghilterra alla Germania, aveva imposto a quest’ultima il blocco dell’import/export di matrici e dischi, peccato che le presse e molte matrici, fossero ubicate proprio in Germania la quale, infischiandosene dell’embargo, continuò a stampare e vendere i dischi di cui possedeva le matrici, evitando oltretutto di pagare le royalties a chi ne deteneva i diritti. Altro gadget curioso che comparve negli anni ’20 furono le cartoline sonore, ovvero delle cartoline illustrate che si spedivano regolarmente via posta, aventi un foro al centro e che, nella parte posteriore, avevano preinciso un breve messaggio musicale. Altra variante sul tema, furono i Flexidisc realizzati dalla Durium sempre intorno agli anni ’20. Questo tipo di dico, era realizzato in acetato e risultava quindi infrangibile, anche se la qualità dell’incisione era decisamente inferiore rispetto alla gommalacca. Visto il basso costo, vennero spesso inseriti nelle riviste specializzate, per proporre i brani più in voga del momento, denominati “Hit of the week”. Altra importante applicazione dei Flexidisc fu quella relativa alle fiabe per bambini, a cui era poco conveniente far maneggiare dischi in gommalacca, data la loro grande fragilità (ed elevato costo per l’epoca).

      Nipper
      Vi chiederete: “di chi si tratta?” Semplicemente del cane che appare su milioni di dischi stampati dalla Gramophone company e dalle aziende che negli anni successivi ne acquisirono i diritti. L’immagine che siamo abituati a vedere, deriva direttamente da un dipinto che Henry Barraud fece del suo cane, mentre osservava incuriosito la tromba di un fonografo Edison. Barraud si presentò presso la Gramophone a Londra, nel 1899 con una fotografia del suo dipinto. Barry Owen, direttore della società, si offrì di acquistare il dipinto per 50 sterline, a patto che Barraud sostituisse sul dipinto il fonografo Edison, con un grammofono modello Improved. Concluso l’accordo, il dipinto fu posizionato nell’ufficio di Owen e l’immagine utilizzata come etichetta, inizialmente solo sui dischi, ma in seguito divenne il marchio della società. In America il marchio venne rilevato da Eldridge Johnson della Victor, ed il buon Nipper divenne famoso in tutto il mondo.

      Dall’incisione acustica a quella elettrica
      La prima incisione elettrica di cui si è a conoscenza, avvenne nel novembre del 1920, in occasione di una cerimonia in memoria del Milite ignoto nell’abbazia di Westminster, e fu effettuata da Lionel Guest e Horace Merriman, due militari che avevano svolto delle ricerche nel periodo bellico, su apparecchiature elettriche per la rilevazione di sommergibili. Essi collegarono dei microfoni a carbone caricati a tromba, mediante cavi telefonici, a degli amplificatori collocati in un furgone, e registrarono parte della celebrazione. Questa è anche la prima registrazione conosciuta, effettuata al di fuori da uno studio di registrazione. L’esordio in grande stile della registrazione elettrica, può essere assegnato alla Columbia, che nel 1925 annunciò la registrazione dell “Adeste Fideles” a 4.850 voci, registrato al Metropolitan il 31 marzo di quello stesso anno.
      Le nuove tecnologie vennero subito acquisite e sviluppate dalle diverse case discografiche. Anche l’industria cinematografica era seriamente interessata alla riproduzione audio, per poter sonorizzare le pellicole cinematografiche. Il maggior limite in tal senso, derivava dalla durata limitata di un disco, che non superava i quattro o cinque minuti. Le nuove tecniche di incisione, le quali, oltre ad aumentare la fedeltà di riproduzione e permettere di ridurre la larghezza fra i solchi del disco, unite alla riduzione della velocità di rotazione dello stesso, da 78 a 33,33 rpm, consentirono di ottenere registrazioni della durata di 12/15 minuti, che era la stessa di una bobina cinematografica da 300 metri in uso all’epoca.
      Tempo fa, in un thread, venne chiesto: perché proprio 33,33 rpm? Semplicemente perché i motori dei grammofoni giravano a 3600 rpm, che, con un rapporto 46 : 1 davano la velocità di 78,26 giri. Per allungare la durata del disco, vennero rapportati a 108 : 1, dando il risultato di 33,33 rpm, velocità tuttora utilizzata nei vinili LP.
      Nel 1925, la General Electric Company, inventò per conto della Brunswich, un metodo di registrazione  assolutamente innovativo, chiamato “Panatrope”. Il Panatrope, adottava come “membrana” per l’incisione, uno specchio di cristallo sospeso, su cui veniva concentrato un raggio di luce. Il riflesso, modulato acusticamente, veniva convertito in segnale elettrico da una fotocellula, amplificato ed inviato al fonoincisore. Insieme ai dischi incisi con questo metodo, venne commercializzato quello che può essere considerato, il primo grammofono dotato di amplificazione valvolare ed altoparlante (che fu, per certi versi, il predecessore del lettore cd). Dato comunque l’elevato costo, sia della macchina, che dei supporti musicali, tale sistema venne presto abbandonato.
      Un’altra novità di rilievo, dedicata alle trasmissioni radio, fu presentata nel 1931 dalla RCA e consisteva in dischi di grande diametro a microsolco, registrati a 33,3 rpm con incisione verticale, la cui risposta in frequenza si estendeva a 9.000 Hz, con una dinamica che raggiungeva i 50/60 db. Il passaggio graduale dalla produzione di dischi in gommalacca, a quelli in policloruro di vinile, avvenne durante il secondo conflitto mondiale. Gli Stati Uniti, fra i generi di conforto che inviavano alle truppe al fronte, fornivano anche dei grammofoni e relativi dischi, prevalentemente di “swing” e musica “pop”, i cosiddetti V-DISC (dischi della vittoria). Lo shellac non era certo il materiale ideale per questo tipo di applicazione, vista la sua fragilità, venne quindi utilizzato quello che ancora oggi si usa e chiamiamo abitualmente vinile: molto più leggero e resistente rispetto al predecessore. Va comunque segnalato che passarono ancora una decina di anni, prima che il nuovo materiale del supporto mandasse definitivamente in pensione il vecchio shellac, quantomeno nei paesi occidentali, dato che in India ed in altri paesi asiatici, la produzione dei vecchi dischi a 78 giri si protrasse anche negli anni ’60. Un particolare interessante relativo ai V-DISC, è che vennero incisi quando in America era in corso uno sciopero dei cantanti e dei musicisti, per ottenere il riconoscimento dei diritti d’autore. 
      Gli artisti si prestarono gratuitamente con spirito patriottico all’incisione di questi dischi, ma dopo la guerra, la quasi totalità delle matrici ed una gran parte di questi dischi, venne distrutta; oggi sono articoli piuttosto rari e collezionabili. Come accaduto nel primo conflitto mondiale, anche il secondo pose le basi per un ulteriore miglioramento delle qualità del disco. Nel 1945, la Decca, grazie agli studi effettuati da Arthur Charles Haddy su elettroniche in grado di distinguere i sommergibili tedeschi da quelli alleati, presentò sul mercato i dischi Ffrr “Full Frequency Range Recording” che erano incisi e potevano riprodurre l’intero spettro sonoro udibile (20-20.000 Hz).

      La nascita del vinile odierno
      Nel 1948, la CBS presentò al mercato il “Long playing Micro groove”. Grazie alle nuove tecniche e macchine da incisione, realizzarono un disco da 30 cm di diametro con velocità di 33,33 rpm ed una larghezza dei solchi di solo 64 micron. Questo nuovo formato permetteva una durata complessiva dell’incisione di circa 46 minuti: era nato l’attuale LP, o vinile. L’anno successivo anche la RCA, che aveva già adottato la stampa dei dischi su vinile, adottò il microsolco, ma al posto di incidere a 33,33 giri, optò per la velocità di 45 giri, ed adottò il formato da 18 cm di diametro.  
      Fino a questo momento, ogni casa discografica aveva adottato le proprie equalizzazioni in fase di incisione, ma nel 1949 si accordarono per una forma di equalizzazione “standard”, che prese il nome dall’associazione dei produttori discografici e venne denominata R.I.A.A. (Recording Industry Association of America), al fine di uniformare il modo di suonare di tutti i vinili, indipendentemente da chi li avesse prodotti. Anche in questo periodo non mancarono le sperimentazioni: vennero infatti proposti vinili a 33 giri, ma in formato da 25 o 18 cm, come i vecchi 78 giri o 45 giri. Fu anche testata l’incisione di due brani per facciata sui 45 giri, riducendo ulteriormente la larghezza dei solchi, ma gli scarsi risultati qualitativi ottenuti, ne segnarono la rapida estinzione. Stesso risultato per le incisioni ad una velocità di 16 giri, ancora accettabile per registrazioni di parlato, ma qualitativamente inaccettabili in ambito musicale. La fine degli anni ’50 vide la comparsa sul mercato dei primi dischi stereofonici. Sebbene esperimenti analoghi vennero eseguiti fin dagli anni ’30 (Fantasia di Walt Disney venne registrato nel 1940 su otto piste magnetiche), le prime case discografiche ad adottare questo sistema, furono la Audio Fidelity americana e le Pye e Decca inglesi. Il nuovo disco stereofonico, unito all’evoluzione ed al miglioramento di tutte le apparecchiature necessarie alla riproduzione, portarono alla nascita di quello che noi oggi chiamiamo alta fedeltà o Hi-Fi. Tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70, le nuove tecnologie permisero anche di provare ad incidere lacche in quadrifonia, ma la soluzione che uscì commercialmente vincitrice, fu la stereofonia tuttora utilizzata per le registrazioni sonore.

      Conclusioni
      L’avvento del cd e della registrazione digitale, ha fatto crollare l’interesse nei confronti del vinile dalla metà degli anni ’80. Il disco nero sembrava condannato all’oblio, o comunque a restare relegato nelle collezioni di pochi appassionati. Ma con l’inizio del nuovo secolo si è timidamente riaffacciato sul mercato, e con il passare degli anni, ha riconquistato una sua precisa collocazione nel settore musicale. Non è dato sapere se e quanto resisterà agli attacchi delle nuove tecnologie, ma è un dato di fatto che nel 2019 a 132 anni dalla sua comparsa, è ancora vivo e vegeto sugli scaffali dei negozi e dei grandi magazzini e, certamente, è il più longevo supporto fisico da quando esiste la riproduzione sonora.
       

       
       
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    1. oscilloscopio
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      By oscilloscopio,

      Ha centotrenta anni l'oggetto più cool per la generazione dei nativi digitali. Ripercorriamo la storia di uno degli oggetti più iconici del Ventesimo secolo: il disco fonografico.
       

      Le origini
      Era il 1887 quando Emile Berliner presentò il primo disco con relativo apparecchio fonografico. Il materiale utilizzato per fabbricare i dischi, era il Gramophone_Carnevale.thumb.jpg.1cfa09b8fc2a50f254b077181d9b0031.jpgDuranoid, composto di nuova invenzione e molto costoso, che venne però presto soppiantato dalla più economica e prestante gommalacca (Shellac), o almeno fino agli anni ’40, quando si sostituì nuovamente col policloruro di vinile. Nel 1888 venne presentato al Franklin Institute di Filadelfia, oltre al nuovo disco, quello che possiamo considerare il primo prototipo di giradischi: comparve infatti per la prima volta il braccio che, realizzato da Werner Suess, (meccanico di Berliner), aveva il compito di raccordare il diaframma con la tromba di emissione. La trazione di questa macchina era manuale ed avveniva tramite una manovella ed ingranaggi, collegati al piatto del giradischi. Nel 1893 il disco venne lanciato sul mercato insieme alla macchina per riprodurlo, che montava un motore a molla costruito da Eldridge Johnson. La società di Berliner prese il nome di United States Gramophone Company.
      I primi dischi realizzati avevano un diametro di 18 centimetri, ed una velocità di circa 70 rpm, successivamente il diametro aumentò a 25 e 30 cm e la velocità portata a 78 rpm, che permetteva un’incisione della durata da due a quattro minuti. Fino all’inizio del 1900 i dischi erano incisi su una sola facciata, fu la Columbia intorno al 1908 ad introdurre sul mercato i primi dischi incisi su entrambe le facciate (ma prove simili erano state già effettuate da Johnson nel 1900) anche se la produzione di dischi “monofacciali” proseguì fin oltre il 1910.Una lunga serie di battaglie legali relative ai diritti di commercializzazione del disco, seguirono il suo lancio sul mercato, ma limitiamoci a seguire l’evoluzione del disco nero. Fino al 1924 le registrazioni furono eseguite acusticamente, senza cioè l’ausilio di apparecchiature elettroniche. Le sale d’incisione erano costituite da stanze, nelle quali una parete ospitava un enorme imbuto che captava i suoni, e li trasmetteva al diaframma incisore, la cui puntina tracciava i solchi nella matrice: un disco di zinco rivestito di cera. La puntina incideva nella cera, scoprendo la superficie di zinco. Successivamente, tale matrice veniva immersa in una soluzione di acido cromico, che lasciava sullo zinco un solco corrispondente ai movimenti della puntina.
      La limitata sensibilità e risposta in frequenza dell’incisione acustica, insieme all’elevata velocità di rotazione ed alla larghezza dei solchi del disco che ne limitavano fortemente la durata, non permettevano incisioni particolarmente complesse; sui primi dischi vennero quindi incisi brani per bande di ottoni, scene comiche recitate ed arie di opere liriche, spesso accompagnate dal solo pianoforte.Neophone_label.thumb.jpg.fbfbd0225d288b13241ce5c9dbedbc42.jpg

      E’ del 1919 la prima registrazione dove appare il termine “Jazz” o meglio “Jass”, si trattava della “Original jass band”, anche se già precedentemente si potevano trovare registrazioni assimilabili a tale genere musicale.  Con l’evolversi delle tecniche di incisione, si arrivò anche a registrare musica orchestrale, ma per incidere il suono dei violini, si inventò un nuovo strumento: il violino Stroh, che al posto della cassa di risonanza in legno, utilizzava, per amplificare il suono, una tromba, con risultati alquanto discutibili.

      Esperimenti e curiosità.
      Nei primi anni di vita del disco nero, sono apparse sul mercato diverse varianti e/o interpretazioni del tema. Nel 1904 la Neophone Records propose sul mercato un disco realizzato in cartone pressato, registrato (probabilmente per la prima volta nella storia) con incisione verticale al posto di quella orizzontale, tecnica correntemente utilizzata.  
      La Pathè francese adottò anch’essa l’incisione verticale, e propose per prima l’utilizzo di puntine di zaffiro a punta arrotondata che, rispetto a quelle in acciaio appuntite, rovinavano meno i dischi. La lettura del disco avveniva inoltre partendo dal centro dello stesso verso l’esterno, contrariamente a quanto siamo abituati, e la velocità di rotazione era personalizzata ad 80 rpm.

      Risale all’epoca del Primo conflitto mondiale la comparsa dei primi bootleg: l’embargo imposto da Francia ed Inghilterra alla Germania, aveva imposto a quest’ultima il blocco dell’import/export di matrici e dischi, peccato che le presse e molte matrici, fossero ubicate proprio in Germania la quale, infischiandosene dell’embargo, continuò a stampare e vendere i dischi di cui possedeva le matrici, evitando oltretutto di pagare le royalties a chi ne deteneva i diritti. Altro gadget curioso che comparve negli anni ’20 furono le cartoline sonore, ovvero delle cartoline illustrate che si spedivano regolarmente via posta, aventi un foro al centro e che, nella parte posteriore, avevano preinciso un breve messaggio musicale. Altra variante sul tema, furono i Flexidisc realizzati dalla Durium sempre intorno agli anni ’20. Questo tipo di dico, era realizzato in acetato e risultava quindi infrangibile, anche se la qualità dell’incisione era decisamente inferiore rispetto alla gommalacca. Visto il basso costo, vennero spesso inseriti nelle riviste specializzate, per proporre i brani più in voga del momento, denominati “Hit of the week”. Altra importante applicazione dei Flexidisc fu quella relativa alle fiabe per bambini, a cui era poco conveniente far maneggiare dischi in gommalacca, data la loro grande fragilità (ed elevato costo per l’epoca).HMV_Rigoletto.thumb.jpg.4520580e3ba0ec250fd02713b3aa8e98.jpg


      Nipper
      Vi chiederete: “di chi si tratta?” Semplicemente del cane che appare su milioni di dischi stampati dalla Gramophone company e dalle aziende che negli anni successivi ne acquisirono i diritti. L’immagine che siamo abituati a vedere, deriva direttamente da un dipinto che Henry Barraud fece del suo cane, mentre osservava incuriosito la tromba di un fonografo Edison. Barraud si presentò presso la Gramophone a Londra, nel 1899 con una fotografia del suo dipinto. Barry Owen, direttore della società, si offrì di acquistare il dipinto per 50 sterline, a patto che Barraud sostituisse sul dipinto il fonografo Edison, con un grammofono modello Improved. Concluso l’accordo, il dipinto fu posizionato nell’ufficio di Owen e l’immagine utilizzata come etichetta, inizialmente solo sui dischi, ma in seguito divenne il marchio della società. In America il marchio venne rilevato da Eldridge Johnson della Victor, ed il buon Nipper divenne famoso in tutto il mondo.

      Dall’incisione acustica a quella elettrica
      La prima incisione elettrica di cui si è a conoscenza, avvenne nel novembre del 1920, in occasione di una cerimonia in memoria del Milite ignoto nell’abbazia di Westminster, e fu effettuata da Lionel Guest e Horace Merriman, due militari che avevano svolto delle ricerche nel periodo bellico, su apparecchiature elettriche per la rilevazione di sommergibili. Essi collegarono dei microfoni a carbone caricati a tromba, mediante cavi telefonici, a degli amplificatori collocati in un furgone, e registrarono parte della celebrazione. Questa è anche la prima registrazione conosciuta, effettuata al di fuori da uno studio di registrazione. L’esordio in grande stile della registrazione elettrica, può essere assegnato alla Columbia, che nel 1925 annunciò la registrazione dell “Adeste Fideles” a 4.850 voci, registrato al Metropolitan il 31 marzo di quello stesso anno.

      Le nuove tecnologie vennero subito acquisite e sviluppate dalle diverse case discografiche. Anche l’industria cinematografica era seriamente interessata alla riproduzione audio, per poter sonorizzare le pellicole cinematografiche. Il maggior limite in tal senso, derivava dalla durata limitata di un disco, che non superava i quattro o cinque minuti. Le nuove tecniche di incisione, le quali, oltre ad aumentare la fedeltà di riproduzione e permettere di ridurre la larghezza fra i solchi del disco, unite alla riduzione della velocità di rotazione dello stesso, da 78 a 33,33 rpm, consentirono di ottenere registrazioni della durata di 12/15 minuti, che era la stessa di una bobina cinematografica da 300 metri in uso all’epoca.

      Tempo fa, in un thread, venne chiesto: perché proprio 33,33 rpm? Semplicemente perché i motori dei grammofoni giravano a 3600 rpm, che, con un rapporto 46 : 1 davano la velocità di 78,26 giri. Per allungare la durata del disco, vennero rapportati a 108 : 1, dando il risultato di 33,33 rpm, velocità tuttora utilizzata nei vinili LP.

      Nel 1925, la General Electric Company, inventò per conto della Brunswich, un metodo di registrazione  assolutamente innovativo, chiamato “Panatrope”. Il Panatrope, adottava come “membrana” per l’incisione, uno specchio di cristallo sospeso, su cui veniva concentrato un raggio di luce. Il riflesso, modulato acusticamente, veniva convertito in segnale elettrico da una fotocellula, amplificato ed inviato al fonoincisore. Insieme ai dischi incisi con questo metodo, venne commercializzato quello che può essere considerato, il primo grammofono dotato di amplificazione valvolare ed altoparlante (che fu, per certi versi, il predecessore del lettore cd). Dato comunque l’elevato costo, sia della macchina, che dei supporti musicali, tale sistema venne presto abbandonato.Vdisc_Dorsey.thumb.jpg.9f11567d8d82973d305545ffb2aa8f9e.jpg

      Un’altra novità di rilievo, dedicata alle trasmissioni radio, fu presentata nel 1931 dalla RCA e consisteva in dischi di grande diametro a microsolco, registrati a 33,3 rpm con incisione verticale, la cui risposta in frequenza si estendeva a 9.000 Hz, con una dinamica che raggiungeva i 50/60 db. Il passaggio graduale dalla produzione di dischi in gommalacca, a quelli in policloruro di vinile, avvenne durante il secondo conflitto mondiale. Gli Stati Uniti, fra i generi di conforto che inviavano alle truppe al fronte, fornivano anche dei grammofoni e relativi dischi, prevalentemente di “swing” e musica “pop”, i cosiddetti V-DISC (dischi della vittoria). Lo shellac non era certo il materiale ideale per questo tipo di applicazione, vista la sua fragilità, venne quindi utilizzato quello che ancora oggi si usa e chiamiamo abitualmente vinile: molto più leggero e resistente rispetto al predecessore. Va comunque segnalato che passarono ancora una decina di anni, prima che il nuovo materiale del supporto mandasse definitivamente in pensione il vecchio shellac, quantomeno nei paesi occidentali, dato che in India ed in altri paesi asiatici, la produzione dei vecchi dischi a 78 giri si protrasse anche negli anni ’60. Un particolare interessante relativo ai V-DISC, è che vennero incisi quando in America era in corso uno sciopero dei cantanti e dei musicisti, per ottenere il riconoscimento dei diritti d’autore. 
      Gli artisti si prestarono gratuitamente con spirito patriottico all’incisione di questi dischi, ma dopo la guerra, la quasi totalità delle matrici ed una gran parte di questi dischi, venne distrutta; oggi sono articoli piuttosto rari e collezionabili. Come accaduto nel primo conflitto mondiale, anche il secondo pose le basi per un ulteriore miglioramento delle qualità del disco. Nel 1945, la Decca, grazie agli studi effettuati da Arthur Charles Haddy Neophone_Tell.thumb.jpg.9739ffdcb49ff621da1653c05bae403f.jpgsu elettroniche in grado di distinguere i sommergibili tedeschi da quelli alleati, presentò sul mercato i dischi Ffrr “Full Frequency Range Recording” che erano incisi e potevano riprodurre l’intero spettro sonoro udibile (20-20.000 Hz).

      La nascita del vinile odierno
      Nel 1948, la CBS presentò al mercato il “Long playing Micro groove”. Grazie alle nuove tecniche e macchine da incisione, realizzarono un disco da 30 cm di diametro con velocità di 33,33 rpm ed una larghezza dei solchi di solo 64 micron. Questo nuovo formato permetteva una durata complessiva dell’incisione di circa 46 minuti: era nato l’attuale LP, o vinile. L’anno successivo anche la RCA, che aveva già adottato la stampa dei dischi su vinile, adottò il microsolco, ma al posto di incidere a 33,33 giri, optò per la velocità di 45 giri, ed adottò il formato da 18 cm di diametro.  
      Fino a questo momento, ogni casa discografica aveva adottato le proprie equalizzazioni in fase di incisione, ma nel 1949 si accordarono per una forma di equalizzazione “standard”, che prese il nome dall’associazione dei produttori discografici e venne denominata R.I.A.A. (Recording Industry Association of America), al fine di uniformare il modo di suonare di tutti i vinili, indipendentemente da chi li avesse prodotti. Anche in questo periodo non mancarono le sperimentazioni: vennero infatti proposti vinili a 33 giri, ma in formato da 25 o 18 cm, come i vecchi 78 giri o 45 giri. Fu anche testata l’incisione di due brani per facciata sui 45 giri, riducendo ulteriormente la larghezza dei solchi, ma gli scarsi risultati qualitativi ottenuti, ne segnarono la rapida estinzione. Stesso risultato per le incisioni ad una velocità di 16 giri, ancora accettabile per registrazioni di parlato, ma qualitativamente inaccettabili in ambito musicale. La fine degli anni ’50 vide la comparsa sul mercato dei primi dischi stereofonici. Sebbene esperimenti analoghi vennero eseguiti fin dagli anni ’30 (Fantasia di Walt Disney venne registrato nel 1940 su otto piste magnetiche), le prime case discografiche ad adottare questo sistema, furono la Audio Fidelity americana e le Pye e Decca inglesi. Il nuovo disco stereofonico, unito all’evoluzione ed al miglioramento di tutte le apparecchiature necessarie alla riproduzione, portarono alla nascita di quello che noi oggi chiamiamo alta fedeltà o Hi-Fi. Tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70, le nuove tecnologie permisero anche di provare ad incidere lacche in quadrifonia, ma la soluzione che uscì commercialmente vincitrice, fu la stereofonia tuttora utilizzata per le registrazioni sonore.

      Conclusioni
      L’avvento del cd e della registrazione digitale, ha fatto crollare l’interesse nei confronti del vinile dalla metà degli anni ’80. Il disco nero sembrava condannato all’oblio, o comunque a restare relegato nelle collezioni di pochi appassionati. Ma con l’inizio del nuovo secolo si è timidamente riaffacciato sul mercato, e con il passare degli anni, ha riconquistato una sua precisa collocazione nel settore musicale. Non è dato sapere se e quanto resisterà agli attacchi delle nuove tecnologie, ma è un dato di fatto che nel 2019 a 132 anni dalla sua comparsa, è ancora vivo e vegeto sugli scaffali dei negozi e dei grandi magazzini e, certamente, è il più longevo supporto fisico da quando esiste la riproduzione sonora.
       

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    2. iltondi
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      By iltondi,


      Il primo aprile del 1984 moriva, ucciso da un colpo di pistola sparato dal padre, uno dei maggiori esponenti della musica soul: Marvin Gaye. Il giorno dopo avrebbe compiuto quarantacinque anni. Ma la sua voce continua ancora a sentirsi. Questo articolo è per celebrare la sua grandezza, un omaggio doveroso e sentito per uno degli interpreti più carismatici e innovativi di sempre.
       

      Il primo d'aprile, oltre al pesce fuori moda e sgualcito che magari qualcuno si ritrova ancora appiccicato dietro le spalle, per me da sempre coincide con un vuoto che si allarga, una mancanza che echeggia come una voce in un pozzo. Per cui è un debito di riconoscenza, o una sorta di adorazione perpetua, ciò che mi spinge a scrivere un articolo celebrativo dedicato a Marvin Gaye e a farlo pubblicare in questi giorni, esattamente quando ricorre il trentesimo anniversario della sua morte. A essere sinceri, più che la sua scomparsa si dovrebbe celebrarne la nascita, che, per un segno beffardo del caso o forse di Dio, sarebbe il 2. Ma il mito prende avvio dalla fine, come si sa. Quel 2 di aprile del 1984 avrebbe dunque compiuto quarantacinque anni.

      Nato a Washington nel 1939 come Marvin Pentz Gay Jr., aggiunge una “e” in fondo al nome per dare un tocco di classe (ma anche per evitare ambiguità), come già aveva fatto qualche anno prima Sam Cooke, altra divinità della musica soul. Sul finire degli anni Cinquanta, giovanissimo, è già nel circuito della musica, fino a venire scritturato dalla leggendaria Chess Records (che vantava nella propria scuderia Muddy Waters, Chuck Berry, Etta James) e in seguito dalla celebre etichetta di Detroit, la Motown (fondata in realtà come Tamla), di cui è per anni tra gli artisti di punta insieme a gente del calibro di Stevie Wonder e i Jackson 5. Ma all'inizio è pure percussionista, autore per gli altri, voce del coro, e ci vogliono una dozzina di dischi e alcuni singoli di successo come How sweet it is (to be loved by you) e I heard it through the grapevine (la sua cover, seguita a ruota da quella dei Creedence Clearwater Revival, rimane la più conosciuta) per arrivare all'album perfetto, il capolavoro indiscusso What's going on.

      51RlgDC35tL._AC_.jpg.91239f7035acad32920f088ac52954fa.jpgArrivarci è un'impresa difficile anche perché in mezzo c'è la morte di Tammi Terrell a soli ventiquattro anni: il nome forse non sarà arcinoto, ma almeno una volta nella vita sarà capitato di ascoltare Ain't no mountain high enough (peraltro sfuttatissima da pubblicità e colonne sonore di film), brano che rappresenta l'emblema del loro connubio artistico. Dopo la scomparsa della Terrell, nel 1970, per Gaye c'è solo disperazione, tanto che si ritira per un po' dalle scene e per un paio di anni non fa nemmeno concerti. Tuttavia, come spesso succede, dalle tragedie e dalla sofferenza scaturisce materiale buono per essere tradotto in parole e musica. Il risultato è appunto What's going on.
      In realtà, a complicare le cose ci si mette anche Berry Gordy, produttore della Motown, che all'inizio non ne vuol sapere di pubblicarlo, perché lo giudica un prodotto di scarso appeal commerciale. Ma si sbaglia. Il brano che dà il nome all'album è il lampo di un genio, con quel chiacchiericcio iniziale, le risate, le sovraincisioni, la magnifica intro di sax, il testo intriso di malinconica amarezza e di palese protesta, amore e speranza, e infine i suoi classici urletti. L'album, vero e proprio concept album, è un condensato di tematiche pregnanti e attuali come la marginalità, la droga, e soprattutto il conflitto del Vietnam; e allora ecco l'insensatezza della guerra, l'infinita scia di morti, il vissuto dei reduci. Dentro ci sono anche il rapporto con Dio, la speranza riposta nei bambini, la città e i ghetti americani, e tutta un'altra seria di spunti sociali che rende What's going on "l'album", un disco immenso, più che mai autentico e accorato. La musica soul passa in un attimo dall'opinione diffusa di canzonette d'amore e contenuti più frivoli a quella di sound raffinato e testi di impegno civile.


      Gli anni successivi sono quelli del ritorno alla sensualità, in cui Marvin Gaye gioca di sponda con la sua immagine di figura carismatica e di sex symbol per le folle di donne in deliquio che sgomitano sotto il palco. Sono gli anni di Let's get it on (1973), la cui traccia eponima è simbolo dell'amore puro e ha in sé un potenziale erotico debordante (chi non l'ha mai usata come sottofondo di un momento hot è ancora in tempo...), e di I want you (1976), che segna anche una svolta funk, in linea con le richieste della casa di produzione sempre interessata alla commerciabilità della sua musica. Sono poi gli anni di due grandiosi album live: Marvin Gaye Live! (1974) e Live at the London Palladium (1977), che racchiude l'apice di quella svolta funk in Got to give it up, pezzo cantato in falsetto dall'inizio alla fine e che, nella sua versione intera, supera i dieci minuti ed è tutto da ballare.81qKCeXmRyL._SS500_.jpg.0ef55f0d63a09b1d0747cd1199e57846.jpg

      L'ultimo periodo della carriera e della vita di Marvin Gaye è contraddistinto dalla crisi finanziaria e da problemi fiscali, periodo aggravato dal divorzio con la moglie e dalla tossicodipendenza. Poi la rinascita, con il cambio di etichetta (Columbia Records) e la pubblicazione di Midnight Love (1982), che contiene un altro inno erotico: Sexual healing. Per giungere alla sua morte.

       

      Marvin Gaye vive a casa dei suoi genitori, quando suo padre, col quale ha sempre avuto forti contrasti, gli spara il primo aprile del 1984. L'ennesima lite che culmina nel peggiore dei modi, un gesto forse frutto dell'esasperazione. E il principe della musica soul se ne va, proprio come se n'era andato Sam Cooke, pure lui ucciso da un colpo di arma da fuoco vent'anni prima (anche se, nel suo caso, in circostanze più misteriose, perché fu la direttrice di un motel a premere il grilletto); un triste destino, quello della scomparsa prematura, che comunque accomuna altri rappresentanti della musica nera come Otis Redding (morto a soli ventisei anni, in un incidente aereo del 1967) e Michael Jackson, lei cui dinamiche legate agli ultimi istanti rimangono ancora tutte da chiarire. Qualche album postumo non renderà giustizia alla figura di Marvin Gaye, tra le voci più influenti del secolo scorso e fonte di ispirazione per innumerevoli artisti successivi: dal nuovo interprete bianco del soul Robin Thicke (tra l'altro accusato di plagio per Blurred lines, proprio nei confronti di Got to give it up) al rapper Big Sean, da Lenny Kravitz (di cui si vociferava da tempo che dovesse interpretarne la parte in un biopic; invece, pare che dovrà uscire tra non molto un film diretto da Cameron Crowe, già esperto del genere, con protagonista Terrence Howard) fino all'ottimo Gregory Porter.

      Di lui si ricordano anche i suggestivi duetti con talentuose interpreti femminili: oltre alla già citata Tammi Terrell, anche Mary Wells e Diana Ross (l'album Diana & Marvin, del 1973, custodisce proprio i brani cantati insieme dai due).

       

      Marvin Gaye fu per la musica soul quello che Jimi Hendrix era stato per il rock e John Coltrane per il jazz. Se fosse ancora vivo, oggi avrebbe settantacinque anni, e l'età anagrafica probabilmente gli consentirebbe ancora di salire sul palco a intrattenere le masse col suo timbro caldo e il carisma inconfondibile. Quello che rimane invece è uno stato molto vicino all'estasi quando si ascolta la sua voce, mentre un vecchio disco scricchiola sul piatto. E poi qualche foto in bianco e nero, un capellino di lana, la barba lunga, la mano sul mento, un sorriso con la bocca e con gli occhi che intanto guardano di lato. Infine quel vuoto che continua a diventare più largo.

    3. Avevo intorno ai 15 anni quando scesi santa Teresa, arrivai sotto Port'Alba e consegnai due settimane di sudati risparmi a Guida. E fu così che mi accaparrai la prima edizione dell'opera prima di uno sconosciuto scrittore napoletano.
      La comprai al buio, come allora si compravano libri e dischi, ma me ne aveva parlato bene una persona di fiducia e allora decisi di rischiare.

      Ho poi incontrato di persona Luciano De Crescenzo, ben 25 anni dopo, teneva una conferenza nelle cantine storiche di Mastroberardino accompagnato da una giovanissima etèra vestita come Aspasia, la sua preferita. In quei 25 anni era passato da scrittore dopolavorista a Maestro di un genere letterario e cinematografico creato da lui stesso.

      Grazie professore per avermi insegnato l'ironia ed essere riuscito dove anche Geymonat e Adorno a volte avevano fallito.

      Ci rivedremo, non importa quando, tanto il tempo non esiste.
       

       

    4. INGRESSO.thumb.JPG.96b89f760d250b9e7058bd6fe8b766e5.JPG

       

      La vera magia che compie il Carnevale è quella di fermare il tempo: almeno per qualche giorno si può dimenticare il quotidiano e lasciarsi trasportare in un mondo fantastico, ritornare bambini inventarsi battaglie a colpi di coriandoli e volare con la fantasia in quei mondi fatti di streghe, elfi, draghi, fate, creature misteriose che evocano personaggi mitologici o del futuro che viaggiano nel nostro inconscio: DES MONDES FANTASTIQUES!

      Questo è stato il tema dell’ 86esimo Carnevale di Menton durante la tradizionale e celebre Fête du Citron che ha richiamato una gran folla entusiasta un po’ da tutto il mondo.

      Domenica eravamo 240000 e, alla fine, tutti eravamo cosparsi di “confettis” (coriandoli). Moltissimi i controlli e massiccia la presenza dei gendarmi ma,  più importante ed evidente, era la voglia di fare festa e divertirsi tutti insieme... no, non c’erano gilets jaunes ma tanti...citrons jaunes che, volentieri,  giocavano e si facevano fotografare soprattutto con i bambini. La temperatura era quasi estiva, il sole splendeva e, nel cielo, neanche una nuvola! Dopo la burrasca dei giorni scorsi, anche il mare si era calmato. La scenografia era quindi perfetta!

      Prima di partire con le foto delle cartoline, però, leggete il lato B, quello che vi racconta qualcosa sulle origini e la storia di questa bella festa, e probabilmente scoprirete qualche notizia interessante. Buon divertimento!

       

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      L’idea del Carnevale a Mentone, fino allora legato a quello di Nizza, è venuta all'inizio del 1900 ad opera di alcuni albergatori che volevano alimentare e intrattenere i villeggianti durante la stagione in cui era tradizione che re, principi, nobili, imprenditori, artisti e ricchi borghesi venissero su “la Côte” a trascorrere qualche salutare settimana al mare cercando anche di curare quel triste mal sottile che era la piaga del tempo. 

      Il Carnevale di Nizza, antichissimo e risalente addirittura al XIII secolo, era l’appuntamento ideale con la sua famosa Parade e i fantastici fuochi artificiali che chiudevano i festeggiamenti . Anche la regina Vittoria partecipò alla manifestazione nel 1882. 

      Una simpatica curiosità: durante questo periodo, nella seconda serata, si svolgeva una famosa e attesa gara, retaggio genovese, che era chiamata dei “Moucouleti”.

      In realtà, come racconta la storia, questa serata presentava un gioco molto divertente dedicato agli innamorati: i giovani tenevano in mano una candela accesa mentre le ragazze la portavano ugualmente ma tenendola, con la mano alzata, sulla testa. Il combattimento consisteva nel cercare, soffiando, di spegnere a vicenda la candela degli avversari mantenendo accesa la propria. Anche le ragazze cercavano di spegnere quella di quei corteggiatori che non gradivano o quelle delle rivali. Quelli che riuscivano a mantenere il moccolo acceso cercavano poi di spegnere quello della ragazza di cui erano innamorati: se ci riuscivano avevano in premio il bacio della fanciulla amata.

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      Intanto, nel 1929, quando si diceva che Mentone fosse il primo produttore di limoni del continente, un albergatore decise di allestire una Mostra di Fiori e di Agrumi  nel giardino dell’Hotel Riviera. L’esposizione riscosse un notevole interesse tanto che, a poco, si sviluppò sempre di più arricchendosi di carretti decorati di agrumi, piante di agrumi e bancarelle disseminati qua e là per la cittadina con graziose majorettes abbigliate in costume. 

       

      Finalmente, la vera FÊTE du CITRON nacque nel 1934 e diventò una manifestazione indipendente dal Carnevale di Nizza, offrendo un proprio défilé “al limone”!

      Nel 1936 apparvero  i primi  manifesti e la Festa si trasferì nei pressi del Casinò, nei giardini pubblici Biovès: qui nacquero le prime creazioni con l’utilizzo di 10000 limoni e 12000 arance: il tema era un omaggio al territorio.

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      Da allora, ogni anno, in autunno, viene deciso il tema per il prossimo Carnevale, tuttavia, come succede per tutti gli eventi, alcuni anni sono stati felici e altri meno sia per cause climatiche (anni di forti piogge e addirittura neve nel 1956!) che politiche, come il 1991, soppresso per motivi di sicurezza a causa della guerra del Golfo.

      Ecco le tappe principali e alcuni dei temi importanti che sono stati sviluppati nel corso degli anni passati:

      Nel 1959 gli agrumi dei carri non vengono più infilzati in lunghi spilloni ma ancorati e legati tra loro per mezzo di elastici. Quest’anno ne sono serviti 750000!

      Nel 1973, in omaggio a Jules Verne e allo sbarco sulla luna, il tema è stato: “Dalla Terra alla Luna”; a Jules Verne si ritornerà nel 2013 con “ Il giro del mondo in 80 giorni”.

      Dal 1995 al 1999 i temi sono dedicati agli eroi dei fumetti : Asterix, Obelix, Tintin, Lucky Luke, personaggi di Walt Disney e del film “Fantasia”.

      Nel 2000 sfilano per la prima volta i carri di agrumi articolati nei movimenti.

      Nel 2002 il tema è italiano : Pinocchio.

      Molte edizioni, invece,  hanno scelto temi geografici che spaziano nei viaggi e vanno dalla Cina all’India, a regioni europee e grandi isole.

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      Occupandoci di questioni più pratiche, viene spontaneo domandarsi da dove vengano ben 140 tonnellate di agrumi, quantità impossibile per un comprensorio così piccolo... E poi, se i limoni di Mentone sono così speciali e pregiati, perché sciuparli nella creazione dei carri? E dove finiranno alla fine del Carnevale?Chi li fa e chi li disfa?

      Eccomi qua a cercare di dare una risposta a queste domande che io, come voi, suppongo vi siate posti!

      Allora, da quel che ho saputo, nessuno degli agrumi impiegati proviene dal territorio e neppure dalla Francia! Arrivano in maggioranza dalla Spagna, dal Marocco e, forse anche un po’ dall’Italia e altri Paesi del Mediterraneo. Delle più di 140 tonnellate, acquistate dal Comune, 100 servono per decorare il Jardin, la cui visita costa 12€ e che ospita le strutture immobili. Un po’ più di 30 invece servono per allestire i carri della sfilata ( per assistere i costi vanno dai 10, in piedi ai 25 €, seduti in tribuna) e il restante per risistemare quelle che, nel corso di quindici giorni, periodo della durata della manifestazione, si deteriorano. Alla fine, quando si smontano gli allestimenti, gli agrumi vengono svenduti, per pochi euro, in sacchetti che le famiglie acquistano ( ma solo in parte, circa 6 o 7 tonnellate), per divertirsi creando giochi per i bambini o dilettandosi, a loro volta, in piccole creazioni. Uno dei giochi più comuni è quello di creare piramidi e, sempre con gli agrumi, bombardarle per vedere chi riesce ad abbatterne il maggior numero.

      Va detto che questi agrumi non sono di grande qualità e che, difficilmente si sarebbero venduti perché magari trattati con prodotti non conformi alle norme relative all’alimentazione. Restano comunque dubbi su altri eventuali usi.

      Dalla preparazione allo smantellamento, ogni anno, vengono assunte dal Comune centinaia di persone tra cui molti studenti e pensionati che si avvicendano nei vari compiti.

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      Adesso però divertitevi e rilassatevi guardando un po’ di cartoline che arrivano fresche fresche dalla festa del 24 febbraio scorso! Alla sfilata però, lo vedrete, non c’erano solo i carri di agrumi, 10 in tutto, ma parecchie altre attrazioni si susseguivano con performances di acrobati e artisti di strada, animali gonfiabili giganti, danze tipiche eseguite dalle simpatiche e bellissime rappresentanti dei Territori d’Oltre Mare, dame e cicisbei della Commedia dell’arte, violiniste, robot, maschere varie, velocipedi, carri meccanici di mostri  giganteschi che sparavano neve e coriandoli o che sbuffavano fumo dalle narici... Fantasie oniriche di ogni età e di ogni tipo...senza tempo, insomma, come le mie cartoline!CA3.thumb.JPG.3afa2e46908c76f0e59b25d76283c265.JPGCA4.thumb.JPG.c6858f40433065d8e276d242cd62156f.JPGCA5.thumb.JPG.98077b8241b9b351262ff0b891ee259a.JPGCA7.thumb.JPG.29bf76c49f543035cf6d648deaab51d0.JPG

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      CA1.thumb.JPG.847eb1f46bad2972a4ea3236d1cf894c.JPG

      CA2.thumb.JPG.0b415bad8d9d4e40616af72e12791993.JPG

      .

      Purtoppo la mia carrellata finisce qui, con la Chimère... lo spazio è tiranno e io avevo ancora un po' di cartoline... vedremo se mi sarà possibile inserirne altre prima o poi...per ora restano alcuni spazi vuoti...Peccato!

      BUON CARNEVALE A TUTTI!!! 

      IMPORTANTE! Sono riuscita a postare qui sotto, in altri post successivi...  😁

       

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