Vai al contenuto
Melius Club

  • entries
    6
  • comments
    21
  • views
    1.416

La pesca della Trota in Torrente – Introduzione

meridian

1.193 visite

Solo una piccola premessa per scusarmi del periodo di assenza da questo blog, cui tengo moltissimo, ma gli impegni, tanti e di svariata natura, mi hanno impedito di onorare per un lasso di tempo fin troppo ampio queste pagine, che permettono anche a me di riassaporare i luoghi, le avventure, la passione per i torrenti e la pesca delle Trote, comunque, si riprende da dove ho lasciato, ovvero dalle descrizioni dei luoghi, per passare a parlare della regina dei torrenti, la Trota Fario.

 

062.thumb.JPG.e611021368666ae7d6dbcd6f83a5c9d6.JPG

 

INTRODUZIONE

 

Ogni qualvolta scendo sul torrente per una battuta di pesca, la sensazione più forte che provo è di libertà, intesa come momento di assoluto straniamento dal resto del mondo, dai pensieri, dai problemi personali, ed insieme ad essa sono molte le sensazioni positive che riemergono, letteralmente ritornano a galla, come fossero sopite e la sola vista del fiume le riproponga concretamente a livello conscio, addirittura quasi fisicamente tangibili.

Soprattutto le prime uscite stagionali, il ritorno su luoghi ben conosciuti, l’ immersione sul greto del torrente, sono fonte di una pace e una serenità difficili da spiegare, il primo respiro sul fiume è quasi un atto liberatorio, di sincronizzazione del battito del cuore e del proprio corpo con il torrente, una ossigenazione cerebrale e non solo, il sentire il profumo della terra, dei luoghi che ci circondano, della vegetazione, sono tutti elementi positivi e gratificanti già per se stessi.

L’ aria ricca di ossigeno si percepisce immediatamente, leggera, carica di ioni, in grado di far sentire bene fisicamente, soprattutto per chi è abituato a trovarsi costantemente immerso nell’ ammorbante odore della città.

Sono tutte sensazioni e impressioni piacevoli, rilassanti e gratificanti, una completa e totale trasformazione del proprio io, dell’ umore, sembra quasi si possa percepire una liberazione dell’ energia e un senso di benessere nel trovarsi nel proprio ambiente di elezione, in un luogo che fa stare bene a tutti i livelli di percezione, in un mondo che si presenta quasi perfetto. . .

La pesca alla trota, secondo le norme della federazione nazionale della pesca sportiva, si apre  all’ alba dell’ ultima domenica di febbraio, mentre la successiva chiusura stagionale si pone di solito al tramonto della prima domenica di ottobre, sette mesi circa di potenziali uscite, che si riducono, in alcuni anni particolarmente freddi o piovosi, anche a meno della metà. Questo è il canonico calendario, anche se in realtà a fine Febbraio, ed anche, in certi anni, fino ad Aprile, il clima risulta poco adatto alla pesca ed anche le Trote sono poco attive. Se consideriamo che il mese di Agosto spesso ci vede impegnati con la famiglia e con le ferie canoniche, rimangono solo 3 o 4 mesi veramente interessanti per fruire dei torrenti.

Al di là dei tempi e del periodo di pesca possibile, ogni uscita sul torrente è un momento unico, una esperienza singola e irripetibile, ed è si collegata in qualche modo alle altre, soprattutto percorrendo diverse volte lo stesso tratto di fiume, per ovvi motivi di sovrapposizione e ripetizione di azioni, percorsi e situazioni, ma ogni singola battuta di pesca è un momento che non potrà mai riproporsi uguale alle uscite precedenti e alle successive. Non solo per le condizioni stagionali, meteorologiche, climatiche, e dello stato delle acque, ma anche per il proprio stato mentale, l’ umore del momento, il risultato della giornata di pesca, gli eventi e le situazioni particolari che accadono ogni volta ci si trova sul fiume a pescare.

Nelle mie zone di pesca, nei torrenti e nei bacini idrografici dove io mi muovo, la misura minima della trota Fario è di ventidue centimetri, per la trota iridea venti centimetri, inoltre non si possono catturare in una battuta di pesca più di cinque fario e più di dieci trote iridee. Questo nella teoria, capita infatti, pur avendo le migliori intenzioni di pescare e pur impegnandosi al meglio, che di trote in misura non se ne catturi neppure una.

Viene definito con il termine “cappotto” il ritorno a casa senza aver catturato, ed eventualmente rilasciato, alcun pesce di misura, ovvero tornare dalla pesca a mani vuote, e sicuramente il non pescare alcuna preda trattenibile è un risultato insoddisfacente, perché il pescatore è sul fiume per insidiare le trote, grosse possibilmente, se non se ne cattura neppure una, hanno avuto la meglio le trote !.

Non è così scontato sia sempre negativo fare un’ uscita in torrente senza catture di misura, spesso si fanno bellissime battute di pesca nel fiume, gratificanti, piacevoli e di soddisfazione, che arricchiscono e trasmettono nuove sensazioni, aprono nuove conoscenze, offrono uno spunto inaspettato alla tecnica e all’ accumulo di nuove esperienze, anche senza  introdurre dei pesci nel proprio paniere.

Le catture di grosse trote sono situazioni uniche, sono immagini vivide stampate nella mente, il luogo, la situazione, il modo con cui si è presa una grossa trota sono ricordi lucidissimi, rappresentano uno dei momenti più alti del pescare, un grosso esemplare, soprattutto in torrenti piccoli dove il pesce non raggiunge dimensioni importanti, è una soddisfazione che si fissa nei ricordi più intensi e più belli.

Va comunque sottolineato, anche per correttezza nei confronti di chi è contrario a questo sport e alla cattura del pesce, che l’ azione del pescare non è collegato per forza di cose alla sua uccisione, esiste la pesca no kill, fatta con le esche artificiali o con la tecnica della mosca che garantiscono di preservare perfettamente integro e sano il pesce, e di rimetterlo nel suo ambiente senza danni o menomazioni di sorta, procurandogli solo un piccolo spavento, dal quale si riprenderà subito e ne uscirà più esperto e guardingo di prima del suo incontro-scontro con il pescatore.

 

Un' uscita di pesca fruttuosa

 

La Trota Fario

 

Veniamo ora ad una sua descrizione fisica della protagonista di miei racconti, la trota Fario, per poter meglio comprendere come questo pesce possa vivere proficuamente in luoghi non omogenei per tipologia, e non costanti nell’ alternarsi delle stagioni, uno dei pochi pesci in grado di sopportare temperature molto basse, di vivere a quote anche molto elevate, di muoversi in situazioni di grande variabilità dei livelli dell’ acqua e della forza delle correnti.

La trota è un animale decisamente molto robusto, perfettamente adattato alle acque fredde e impetuose del torrente, ricordo che la temperatura vi oscilla da pochi gradi sopra lo zero in inverno, fino ai dodici, quindici gradi a seconda dell’ insolazione e dei tratti considerati, in estate. Essa possiede grandi capacità di nuoto, soprattutto in velocità, ed è in grado di mostrare anche doti di risalita e resistenza, nel nuoto controcorrente, in queste attività molti ben coadiuvata dalla sua forma idrodinamica molto spinta e dal fatto che il suo corpo non è ricoperto da squame, come quasi tutti i pesci, ma da una membrana mucillaginosa che diminuisce di molto la resistenza che l’ acqua oppone al nuoto.

E’ un pesce che gode di ottimo mimetismo e profonda integrazione nell’ habitat che il fiume mette a disposizione, tanto che, guardando nell’ acqua trasparente, spesso non si riesce a distinguere una trota, che immobile vi sta osservando da sotto la superficie.

Vive, si nutre e si riproduce in acque pulite e molto ossigenate, in pozze e laghetti dove, oltre alla necessità di un certo flusso d’ acqua, ci sia una profondità che permetta di sentirsi al sicuro da possibili pericoli, ovviamente a seconda delle dimensioni e delle necessità le trote segmenteranno la loro presenza a varie profondità e in diversi contesti.

I piccoli pesci si muovono in luoghi con una profondità anche limitata a pochi centimetri, le trote di misura o anche piu grandi preferiscono ambienti dove vi siano soprattutto anfratti, tane, luoghi di protezione tali che, una volta disturbate, tendono a nascondersi rimanendo poi per diverse ore perfettamente immobili, invisibili e senza dare alcun cenno della loro presenza.

La trota Fario europea si riconosce immediatamente per la livrea di punti rossi e neri che, con differenti dimensioni, estensione e pigmentazione, sono presenti sui suoi fianchi. Parimenti variabile è il colore di fondo del suo corpo, dal beige chiaro fino al grigio piombo, quasi nero, e che dipende oltre che dalla variabilità individuale della livrea, in gran misura dalla luce che il pesce riceve nel suo habitat, ovvero dalle sue abitudini di movimento nell’ ambiente in cui vive. Le trote quasi nere, dalla livrea scura, si trovano solitamente in laghetti bui e sono pesci che trascorrono gran parte della loro esistenza in tana, mentre gli individui dai colori della livrea chiari sono tipici delle trote che vivono in acque e laghetti più esposti alla luce.

Esiste quindi una notevole variabilità nella colorazione di fondo delle trote e nella posizione, grandezza e forma, dei classici puntini rossi e neri.

Entrando nei dettagli del suo comportamento, parliamo di un pesce molto vorace, rapido nel cacciare e non potrebbe essere diversamente, vivendo in un ambiente dove tutto si muove velocemente, dove l’ acqua scorre senza tregua e dove il cibo con essa scende verso valle, l’ attacco rapido e immediato è il presupposto affinché il cibo non scompaia rapidamente o venga divorato prima da altre rivali.

Così, se la trota non viene messa in allarme per la presenza di ombre, rumori, o sciacquio dell‘ acqua, il suo attacco nei confronti del cibo è repentino, in alcuni casi avviene addirittura con l’esca ancora in volo e che sta per toccare la superficie dell’ acqua.

E’ un pesce che ha abitudini di caccia ben definite, soprattutto quando le sue dimensioni, collegate alla sua età ed esperienza, sono via via superiori; più volte mi è capitato, spesso con sorpresa, di vedere una gran bella trota nei pressi della riva, a fine laghetto, o in un punto strategico, dove si stringe il corso d’ acqua e il livello è magari di venti centimetri, in attesa di cibo che scorre a valle o di qualche piccolo avannotto che si avventura nel suo raggio d’ azione, specialmente all’ alba o prima dell’ imbrunire, quando massima è la sua predisposizione a cacciare.

Capita spesso che le trote caccino a filo d’ acqua, saltando fuori con balzi notevoli per prendere al volo farfalline, insetti volanti, o animaletti incautamente caduti in acqua e che non riescono più ad uscirne, ed anche molto praticata è la caccia di attesa, dietro ad un sasso, tra massi che sono passaggio obbligato per la corrente e quindi anche per il cibo, ed in posizioni e punti presso i quali non ci si aspetterebbe di vedere una bella trota in paziente attesa di prede.

Quanto appena illustrato descrive però la situazione ideale nella pratica della pesca, quando il pescatore si avvicina correttamente al laghetto, lancia bene l’ esca, non si fa vedere o sentire dai pesci, ma purtroppo possono subentrare molte variabili a modificare il risultato tanto agognato, ovvero l’ abboccata. Tra queste, il sospetto che ha il pesce in presenza di tutta una serie di elementi che noi non vediamo o non sappiamo cogliere, ma che la trota vive con i suoi sensi, qualsiasi aspetto che va a turbare il normale equilibrio di un laghetto, i rumori, il movimento delle onde mosse dagli stivali sull’ acqua, le ombre proiettate sulla sua superficie, la sagoma del pescatore, i colori vistosi del suo abbigliamento, che va curato molto bene indossando capi mimetici, i riflessi di occhiali e altri oggetti metallici, e l’ elenco potrebbe continuare con molte altre considerazioni. Proprio qui sta la difficoltà, se vogliamo la vera sfida, cioè di immedesimarsi nell’ altro, nel diverso da sé, per poter condurre la pesca in modo proficuo, consapevole, considerando tutte le possibili variabili e prevenendone gli effetti negativi.

Ancora una volta la pratica della pesca permette di mediare, trasferire sulla vita reale, diversi aspetti che la caratterizzano, come i concetti di raccogliere le sfide, di provare a calarsi nelle sensazioni della controparte, cosa che risulta molto più complicata considerando che l’ ambiente dell’ altro diverso da sé è quello acquatico, decisamente molto differente dal nostro.

Spesso sono le condizioni atmosferiche che influenzano l’ attività del pesce, gli animali sentono molto in anticipo rispetto a noi i cambiamenti del tempo, le variazioni della pressione atmosferica, l‘arrivo di temporali o di modifiche del clima e si comportano quindi di conseguenza, anticipando tali imminenti avvenimenti, inoltre le trote più grosse si avvalgono del fuggi fuggi di quelle più piccole, che possono mettere in allarme i pesci presenti in un laghetto se qualche elemento esterno produce disturbo o alterazioni dello stato naturale.

Quanto appena illustrato descrive però la situazione ideale nella pratica della pesca, quando il pescatore si avvicina correttamente al laghetto, lancia bene l’ esca, non si fa vedere o sentire dai pesci, ma purtroppo possono subentrare molte variabili a modificare il risultato tanto agognato, ovvero l’ abboccata.

Tra queste, il sospetto che ha il pesce in presenza di tutta una serie di elementi che noi non vediamo o non sappiamo cogliere, ma che la trota vive con i suoi sensi, qualsiasi aspetto che va a turbare il normale equilibrio di un laghetto, i rumori, il movimento delle onde mosse dagli stivali sull’ acqua, le ombre proiettate sulla sua superficie, la sagoma del pescatore, i colori vistosi del suo abbigliamento, che va curato molto bene indossando capi mimetici, i riflessi di occhiali e altri oggetti metallici, e l’ elenco potrebbe continuare con molte altre considerazioni. Proprio qui sta la difficoltà, se vogliamo la vera sfida, cioè di immedesimarsi nell’ altro, nel diverso da sé, per poter condurre la pesca in modo proficuo, consapevole, considerando tutte le possibili variabili e prevenendone gli effetti negativi.

Ancora una volta la pratica della pesca permette di mediare, trasferire sulla vita reale, diversi aspetti che la caratterizzano, come i concetti di raccogliere le sfide, di provare a calarsi nelle sensazioni della controparte, cosa che risulta molto più complicata considerando che l’ ambiente dell’ altro diverso da sé è quello acquatico, decisamente molto diverso dal nostro.

Spesso sono le condizioni atmosferiche che influenzano l’ attività del pesce, gli animali sentono molto in anticipo rispetto a noi i cambiamenti del tempo, le variazioni della pressione atmosferica, l‘arrivo di temporali o di modifiche del clima e si comportano quindi di conseguenza, anticipando tali imminenti avvenimenti.

 

 

 

 

113.thumb.JPG.696203323f1e21f868aac5059df13ff5.JPG

 

 

Sempre interessante e vario il panorama della pesca alla Trota, diciamo che la ripetitività e la noia, sono concetti inesistenti nella pesca in torrente, alla prossima puntata . . .

 

Dario

 



2 Commenti


Commenti raccomandati

siebrand

Inviato

Bravo Dario...! bello, leggere queste cose (e te lo dice uno che è assolutamente contrario a caccioa e pesca)...🙂

Condividi questo commento


Link al commento
meridian

Inviato

7 ore fa, siebrand ha scritto:

Bravo Dario...! bello, leggere queste cose (e te lo dice uno che è assolutamente contrario a caccioa e pesca)...🙂

Sie ciao , grazie per l' apprezzamento . . . 

Sul discorso caccia e pesca , mi trovi in parte d' accordo , però mentre nella caccia il no kill risulta difficile da praticare, nella pesca se si usano accorgimenti e tecniche adeguate puoi rilasciare il pesce integro e assolutamente senza alcun danno o menomazione. 

Non sono integralista, ma rispetto la natura e ciò che mi circonda, diciamo che la pesca e la passione per i torrenti mi è sorta ad un' età in cui ancora non puoi scegliere con il solo raziocinio, e questo hobby è diventato parte di me e del mio percorso . . . .!!!

saluti , Dario 

Condividi questo commento


Link al commento

Crea un account o accedi per lasciare un commento

Devi essere un utente registrato per poter lasciare un commento

Crea un account

Iscriviti per un nuovo account nella nostra comunità. È facile!

Registra un nuovo account

Accedi Subito

Sei già registrato? Accedi da qui.

Accedi Adesso
  • Inserimenti

    • mom
      Da mom in Cartoline dallo spaziotempo
         12
      Le cartoline di oggi vi parlano di un lago affascinante, di un ottimo pranzetto, di un’antica leggenda, di un’isola incantevole, e di un percorso mistico.
      Orta, che sorge sulle rive del lago omonimo, è classificato tra i 100 borghi più belli d’Italia. Il lago si è formato dal ghiacciaio del Sempione ed è separato dal lago Maggiore dalla cima del Mottarone. Siamo in Piemonte, nella provincia di Novara. Sono tante le camminate e le attività che si possono fare attorno a questo piccolo specchio d’acqua circondato da una vegetazione lussureggiante e cangiante a seconda della stagione. Gozzano, ad esempio, offre piccole spiagge attrezzate e, nei dintorni, scuole di vela e circoli di canottaggio. Orta, invece, propone soprattutto passeggiate spettacolari e, tra queste, quella al Sacro Monte attraverso una via costellata da 20 cappelle affrescate, dedicate a episodi della vita di San Francesco.
      Arrivando alla minuscola cittadina, si è attratti da una strana costruzione in stile moresco che svetta e domina il lago: si tratta di Villa Pia Crespi, costruita nel 1879, su incarico di un ricco imprenditore tessile, indigeno, che voleva farne dono alla diletta moglie, Pia. Del progetto si occupò uno dei più famosi architetti dell’epoca, Angelo Colla, e, soprattutto nel periodo tra le due guerre, ospitò, oltre al re Umberto I, molte personalità di spicco in ambito letterario e religioso. Ceduta successivamente, finì per diventare un hotel negli anni ‘80. Oggi è reputata una sorta di tempio per i gourmet poichè il suo ristorante è diretto dallo chef Antonino Cannavacciuolo. La Villa è molto bella, ha interni stupendi e preziosi, un magnifico giardino e una bella piscina ma, personalmente, non mi sembra in armonia con il contesto: la maestosità silenziosa e raccolta del panorama lacustre era già perfetta e, a mio avviso, non necessitava di “intrusi”.
      Lasciata l’auto in uno dei parcheggi posti fuori dal borgo, si scende verso il lago attraverso un dedalo di vicoli molto suggestivi, ricchi di affreschi, antichi lavatoi, balconi fioriti, ristorantini e negozietti, fino ad arrivare alla piazza Motta, dove si trova il centro del paese e il piccolo imbarcadero. Da notare il palazzetto detto il Broletto, datato 1572.

       
       



      IL BROLETTO


       

       

      La chiesa parrocchiale di Santa Maria Assunta


       
      Le specialità della valle sono tante ma i formaggi sono il top. 

      E’ ora di pranzo e, prima di imbarcarci per l’isola, anche noi ci sediamo in un ammiccante e già sperimentato ristorante proprio a bordo acqua, di fronte all’imbarcadero e all'isola.
      Ecco il nostro goloso menu:
      Sformatino di patata e porro, fonduta al maccagno 

      Gnocchi di segale, grasso di Formazza, pistilli di zafferano e pancetta nostrana 

      Sottofiletto di manzo, scalogno confit e salsa al marsala

       
      Crema bruciata alla nocciola IGP del Piemonte 

       
      Caffè e piccola pasticceria della casa

      Tutto ottimo!  😋
       

       
      E ora parliamo della leggenda che ha dato il nome all'isola e del miracolo di San Giulio e anche dei mostri...
      Giulio e Giuliano erano due fratelli religiosi, che, nel IV secolo, sotto l'imperatore Teodosio, si misero in viaggio con l'obiettivo di convertire i pagani e di fondare 100 chiese. Lungo era stato il cammino e anche faticoso ma la loro fede li aveva sempre aiutati a superare i pericoli e le avversità incontrate ed erano quasi alla fine della loro missione dopo aver fondato ben 99 chiese quando giunsero alle rive del lago! Giulio era anche un esorcista e, decise che la centesima l’avrebbe fondata proprio su quell’isola “maledetta”!  Si diceva infatti che l’isola fosse infestata da draghi e serpenti feroci che si cibavano, in un solo boccone, di capre selvatiche, di buoi e anche di quei malcapitati che, in barca, osavano avvicinarsi.
      I barcaioli infatti si limitavano a pescare poco distanti dalla riva e lontano dall’isola ma raccontavano di avvistamenti spaventosi e descrivevano i mostri arricchendoli con particolari agghiaccianti. Nessuno mai si sarebbe arrischiato a trasportare i due monaci, anzi, gli abitanti tutti li supplicarono di lasciar perdere e di abbandonare quella idea così folle. Giulio non si lasciò convincere e, inginocchiatosi sulla riva, iniziò a pregare chiedendo l’aiuto del Signore. E avvenne il miracolo!  Il suo mantello si trasformò magicamente in una sorta di barca  resistente alle onde create dai draghi e lo portò sano e salvo sull’isola dove, non solo sconfisse le forze del male ma riuscì anche,con l'aiuto di tutti i borghigiani, sedotti e convertiti dal miracolo, a fondare la sua centesima chiesa!!  Ora nella sacristia della chiesa è conservato un lungo osso, forse una vertebra, del drago ucciso dal Santo che, a sua volta, è sepolto nella cripta sottostante.
      Sì, ho raccontato una bella fiaba che, di vero, pare abbia solo qualche radice:in realtà, forse, sull’isola abitavano dei pagani irriducibili e crudeli. Per quanto riguarda l’osso pare, invece, sia un fossile di una balenottera spiaggiatasi e defunta in epoca glaciale! Sotto la chiesa, poi, si sono trovati anche i resti di un’altra chiesa costruita in epoca precedente. 
      Da segnalare, comunque, che ancora oggi, alcuni barcaioli sostengono di avvistare, a volte, degli strani mostri, simili a coccodrilli che sbucano dall’acqua e, con fare aggressivo, li spaventano. Insomma, anche in Piemonte abbiamo il nostro Lochness!!  😱  😂
       
      Adesso torniamo seri, abbandoniamo le fantasie e imbarchiamoci alla volta dell’isola.

       

       

       

      San Giulio domina dall'alto del Palazzo Vescovile

       
      Già dal lago, mentre ci avviciniamo,  ci rendiamo conto di quanto possa essere bella, romantica e ricca di fascino:

      L’isola, molto piccola, detta anche isola del Silenzio, ha soltanto una via perimetrale dotata di una particolarità: se si intraprende il cammino in un verso si percorre la via del silenzio, se ci si incammina nell'altro senso, la via della meditazione. In certi periodi, lungo la via, si possono leggere dei cartelli fronte/retro, multilingue, con frasi diverse scritte a seconda del percorso: questi pensieri sono quelli di una badessa, Madre Anna Maria Canopi.

       

       

       

       

       

       

       

      Lungo la via si incontra anche una passerella celata che serve alle suore di clausura per accedere direttamente dal convento alla chiesa senza passare dalla stradina pubblica.

       
      La popolazione dell'isola non arriva a 100 abitanti, di questi, almeno 70, sono suore di clausura benedettine dedite allo studio di testi sacri, alla preghiera e alla meditazione.
      Non si può non restare immersi in questa atmosfera così tranquilla e serena e neppure non riflettere su quanto si legge camminando, istintivamente, a passo lento e con rispetto.
      Ed ecco l'interno della basilica di san Giulio che ha il fronte direttamente sul lago: è ricca di dipinti di epoche diverse ed è impreziosita dall'ambone in serpentino d'Oira, una pietra verde estratta nella zona.



      Una cosa è certa, anche se non si tratta di un miracolo, dopo questa passeggiata, tornando a casa, ci si sente davvero più sereni, leggeri e rilassati! 😉
       
       
       

  • Galleria Immagini

  • I Blog di Melius Club

    1. Wurlitzer_01.thumb.jpg.78c0a14ff698d0569eb7134ea415676d.jpg

      dopo il primo blog sugli organi da strada Olandesi, , mi sembra naturale proseguire la strada della musica riprodotta “in altra maniera”.
      Organi da strada… carini, vero? 
      E i JukeBox? Sicuramente un oggetto che molti di noi conoscono.
      Tre le marche fondamentali:
      Wurlitzer, Seeburg,  Rock-Ola
      E mica parliamo di “macchinette” eh…! La diffusione di queste macchine era, dal 1930 al 1960, molto vasta.
      Tanti locali pubblici, e non di certo solamente negli USA, ne avevano uno.
      Pensate che nel solo anno 1936 la Wurlitzer  riuscì a vendere più di 40.000 jukebox…
      Era stata la ditta Ami a produrre il primo vero fonografo a moneta che fu messo sul mercato nel lontano 1927.  Questa azienda aveva un certo nome come produttore di pianoforti automatici…

      Non riuscì a diventare marchio leader negli States. Cosa che però, gli riuscì in Europa.
      Nel 1933 (quindi 3 anni dopo la AMI) la Wurlitzer presentò il suo primo apparecchio, col quale si poteva selezionare uno dei dischi inserito in questo “mobile” (che, inizialmente, era fatto di legno).


      Quella di poter selezionare il brano che si voleva ascoltare si rivelò subito una scelta vincente.
      In pochi anni anche Seeburg  e Rock-Ola riuscirono ad affermarsi sul mercato. 
      Il mobile di questi apparecchi prodotti in quegli anni erano fatti di legno.
      I dodici (ma c’erano anche modelli con una selezione/offerta più piccola…) dischi erano, visto il periodo,  a 78 giri.  I dischi erano disposti in una pila verticale dalla quale di volta in volta venivano estratti e “suonati”. 

      Fu la ditta Seeburg a sposare, prima di tutti, il “KITSCH”, tipo di design che ha reso famosi questi aggeggi. Non vi è dubbio alcuno che il grande successo di vendita fu anche per i vari mobili, cromature, colori, plastiche  illuminate. 
      Interessante sapere che questi JukeBox raramente venivano venduti ai locali, bar, ristoranti ecc. 
      Si preferiva venderli ai noleggiatori, che noleggiavano ai locali pubblici le ultime novità. Tempo un anno, e la macchina passava dai grandi locali ai bar più piccoli, poi nelle cittadine meno grandi, infine nei locali di campagna.

      Questi bar e ostelli erano l’ultimo anello della catena… quando arrivava un nuovo modello, con ancora più luci, colori, scelte e stranezze varie, il jukebox, spesso ancora perfettamente funzionante, veniva distrutto. 
      Consumismo, si chiama. Ne sappiamo qualcosa anche noi, adesso….. 😁
      Comunque sia… fu nel 1940 che ebbe inizio la produzione di Jukebox  ad arco. Erano sempre stati squadrati, prima. Fu una grande idea, tant’è che i dieci anni successivi i jukebox prodotti avevano tutti, più meno, la stessa forma. 
      Non sarebbe completamente giusto però, scrivere “10 anni successivi”, perché negli anni della seconda guerra mondiale i vari Seeburg, Wurlitzer, Ami e Rock-Ola furono, più o meno, costretti a convertire i macchinari di produzione alla fabbricazione di materiale bellico.
      Così fu che  molti vecchi JukeBox che prima della guerra venivano distrutti perché “non più di moda”, durante la guerra venivano dismessi in grandi magazzini. Così si potevano recuperare dei pezzi di ricambio; 



      Un pezzo unico, una meccanica unica, fu la svolta che fece di Wurlitzer il marchio leader. Cambiava la carrozzeria, ma la meccanica restava pressoché uguale.
      In pratica… si teneva il mobile originale, ma si cambiavano il design e le dimensioni esterne….. 
      I costi diminuirono e….così i locali più modaioli e lussuosi ebbero sempre dei jukebox nuovi, che però… erano sempre gli stessi,  a livello tecnico;  cambiava solo il mobile esterno nella sua veste estetica!
      Dopo la guerra 1939/1945, l’entusiasmo per i JukeBox cresceva in tal modo che era davvero difficile trovare un locale pubblico che non ne avesse uno.  

      Non si dipendeva più solo dai brani musicali proposte dalle radio, o, per i più fortunati, da qualche disco che si poteva avere in casa… coi vari Seeburg, Rock-Ola, Ami e Wurlitzer (e altri nomi…) se volevi ascoltare il brano preferito era sufficiente inserire una monetina e… l’ascolto era fatto  😜
      Ovviamente era anche un bel mercato per l’industria discografica… (a propò… qualcuno si ricorda del “FestivalBar” che si faceva, una volta all’anno, nell’Arena di Verona? La classifica finale si basava sulle selezioni effettuate da chi inseriva 100 lire <200 ?>  Chi si ricorda più, sic!)… 
      Io, nel mio piccolo, ho sempre dubitato che fosse un conteggio vero e non pilotato, ma questo è un altro discorso… 🙄


      IL nome JUKE BOX non si sa di preciso da dove venga… esistono più teorie, probabilmente tutte vere… Fatto sta che avere la possibilità di avere un mobile che riproduceva musica, e magari pure quella più popolare, non fu molto ben vista dai musicisti.
      Del resto… i musicisti suonavano per guadagnarsi da vivere, stavano sul palco, anche se improvvisato, nei bar, e suonavano… Vedersi sostituiti da una macchina “infernale come questa…. " significava dover cercare altri luoghi dove poter guadagnare suonando… oppure… erano costretti a cambiare lavoro o diventare musicista da strada…  (rubare il lavoro lo si può fare/interpretare in molti modi…..) .


       

      Dite la verità, qui, forse, siamo tutti audiofili… sì, ma anche un po’ nostalgici… (o no???)
      Chi di noi non avrebbe voglia, entrando in un bar, di inserire una moneta nella fessura, selezionare qualche brano e ascoltare quel suono di “poca fedeltà” ma molto fascino?
      Chissà… magari nel bar si trovano delle ragazze  e voi potreste invitarle a ballare…  roba d’altri tempi? be', sì… certo. Ma … a voi non piacerebbe averne uno, in casa? 
      Se vi interessa (e se avete lo spazio necessario…) cercate sul web… troverete molti JukeBox usati/garantiti/originali in vendita… non costano poco, OK, … ma… volete mettere?

      PS… avevo scritto queste righe più di un mese fa, per poi dimenticarmene (…) l’altro giorno sono andato al museo “Nicolis” di Villafranca Veronese, e lì ci sono esposti 4/5 jukebox originali, (e anche... udite udite, qualche organo da strada di cui parlavo tempo fa...) molto belli. 
      E … mi è venuto voglia di riaprire  queste righe…
       

      Vedo di inserire qualche foto, grazie per la lettura

       

      ami_01.thumb.jpg.242eae0815f5d2af4e40d4aef9f55a51.jpg 

      esistono delle belle letture sull'argomento, spesso hanno delle belle immagini.

      Molto di ciò che ho scritto l'ho preso da questo bellissimo libro. Ve lo consiglio... (contiene anche un CD di musiche del JukeBox_Time...)

      JukeBox_libro.thumb.jpg.1fdd7058255d24e4597158f627c449e9.jpg


       

    2. Ben ritrovati, ad un nuovo appuntamento con i torrenti, le Trote, e le avventure di pesca.

       

      In questa nuova conversazione, vorrei illustrare per sommi capi, anche a chi ne è completamente digiuno, come si sviluppa la pesca alla Trota, che di norma presuppone due principali tecniche di esecuzione, una la cosiddetta pesca con artificiale, l’ altra invece quella con esca viva.

       

      La prima, conosciuta soprattutto per l’ uso del cosiddetto cucchiaino, prevede l’ utilizzo di un’ esca finta, formata da una paletta di metallo, a forma appunto di cucchiaino, paletta che è libera di ruotare su un asse formato da una sottile anima di acciaio, che ad un estremo ha un anellino che permette di fissare il rotante al filo di nylon, e sull’ altro lato, alla fine dell’ anima in acciaio, si trova un’ asola che tiene in posizione una piccola ancoretta, cioè tre ami fissati insieme e sfalsati a 120 gradi in modo da rendere l’ arpioncino sempre attivo nei confronti del pesce da qualsiasi angolo la aggredisca. La foto che segue, credo sia più chiara di qualsiasi spiegazione.

       

      Esche_artificiali_pesca_Trota.thumb.jpg.6f0af6eadd4efe8a8b8ee99be716add2.jpg

       

      Come si vede qui sopra, i cucchiaini, così chiamati per la paletta che sembra un cucchiaio, sono i più utilizzati in torrenti, hanno forme, fogge, dimensioni variabili, come pure i colori e i disegni che compaiono sulla superficie del cucchiaino, alcuni li ho personalizzati io utilizzando i colori da modellismo, per fare delle diverse colorazioni o disegni che, ritenevo, potessero renderli più appetibili alle Trote, cosa che poi, statisticamente, non mi pare sia stata confermata . . . !!

       

      Pesca con artificiali 

       

      La tecnica di pesca con artificiale prevede il lancio del rotante, nella zona di interesse dello specchio d’ acqua, il suo recupero col mulinello a intervalli più o meno regolari, ma continuo, in modo che la paletta del cucchiaino in acqua giri a forma di vortice e attiri la curiosità e la voracità della trota, che inseguendo l’ esca finta e mordendola, rimanga agganciata  all’ ancoretta attaccata posteriormente.

      Sembra una tecnica crudele, invece è la forma di pesca meno aggressiva, preferita da chi non vuole trattenere il pesce, perché l’ abboccata così detta, ovvero l’ agganciarsi della trota all’ esca, è superficiale e solitamente, con molta attenzione, si può slamare, ovvero togliere l’ arpione dal labbro del pesce, senza provocare nessun danno fisico e produrre alcuna mutilazione.  

      E’ una tipologia di pesca molto pulita anche dal punto di vista del pescatore, che non maneggia esche vive, ovvero lombrichi, camole o altri animaletti, che comunque sporcano, deperiscono, e costringono a procurarseli per tempo, andando a raccoglierli o acquistandoli presso i negozi specializzati. Una variante consiste nell’ utilizzare artificiali con la forma di un pesce che, recuperando la lenza sotto la superficie, imitano il movimento natatorio di un pesciolino, e attirano così l’ attenzione della trota che vede sia una potenziale preda fonte di proteine nobili, che un intruso che invade il suo territorio, scatenando in questo modo la pronta reazione e l’ attacco, soprattutto di pesci di buona taglia. Molto valida in questo senso è l’ imitazione del pesce persico, che atavicamente scatena la reazione delle trote che lo vedono come un intruso nel proprio territorio di pertinenza, ovvero di caccia e di ambiente in cui vivere svolgendo le proprie attività.

      Qui sotto alcuni dei pesciolini finti , imitazioni molto veritiere, che vengono utilizzati per insidiare Trote di buone dimensioni, si tenga presente che questi pesci artificiali sono anche in grado di muoversi nell' acqua imitando il movimento del pesce vivo, ovvero guizzano e si muovono ondulando, cosa che può essere accentuata dal pescatore, sia muovendo la punta della canna lateralmente, sia variando la velocità di recupero con il mulinello. 

       

      Pesciolini_finti_esche_da_Trota.thumb.jpg.784389501a09c293d75c02a8defff4bc.jpg

       

      Quelli qui sopra in foto sono solo alcuni dei pesciolini ed esche artificiali che nei decenni ho utilizzato per la pesca, in torrente, e anche in lago, dove si potevano insidiare anche i cavedani, i Persici Trota, detti Boccaloni, e i Persici classici.

       

      Pesca con esche naturali

       

      La seconda forma di pesca alla trota si basa appunto sull’ utilizzo di esche vive, naturali, di cui i classici esempi sono il lombrico, la camola del miele o il gatoss, ed è la cosiddetta pesca alla tocca sul fondo, cioè attuata per mezzo di un finale di lenza composto, partendo dal tratto terminale del filo, da un amo con lombrico, camola del miele o altro insetto vivo, piombatura adeguata per permettere di lanciare ad una distanza di almeno 6-10 metri l’ esca e, non diffuso ma comodo, girella con moschettone che permette di attaccare e staccare facilmente la montatura così fatta dalla lenza principale, ovvero il filo che va alla canna e si avvolge nel mulinello.

      Il terminale citato, lungo solitamente dai 30 ai 45 centimetri, ha alcuni vantaggi rispetto al filo continuo, cioè senza l‘ interposizione del moschettone con girella, tra i quali il fatto che è molto veloce il cambio dello stesso, per esempio se si vuole montare un diverso finale di lenza con piombatura o amo differente, oppure se si impiglia e si strappa il filo sul fondo, cosa che in un torrente non è evento raro, di solito la rottura si ha sul nodo che aggancia il terminale al moschettone, preservando il resto della lenza, oppure per il cambio rapido da pesca ad esca viva a quella con artificiale, cioè da amo a cucchiaino o viceversa. C’ è però un aspetto negativo, ovvero  inserendo un elemento in più sulla lenza, ed un nodo ulteriore, si indebolisce la resistenza e l’ elasticità del filo, che può diventare cruciale se abboccasse un pesce importante, la trota attesa una vita intera.

      Nella pesca a tocca, il lancio dell’ esca si fa in corrente, sotto cascata, vicino a dove si pensa vi sia la tana e si lascia affondare il tutto senza recupero immediato, in modo che l’ esca si muova naturalmente seguendo la corrente, e il pesce possa vedere e saggiare il cibo attaccato all’ amo. Si mette poi in tensione il filo recuperando un poco di lenza con il mulinello, e si “sente” sul filo, fisicamente con la mano libera la presenza della trota che mangia, rappresentata tipicamente da colpetti più o meno energici che si propagano alla canna, poiché di solito il pesce mangia e contestualmente fa leggeri spostamenti del corpo, mantenendo la posizione in acque mosse, nuotando e compensando con piccoli movimenti laterali delle pinne. Qui sotto alcuni terminali già preparati, per non perdere tempo durante la battuta di pesca in torrente . . . 

       

      Finali_per_esca_viva_pesca_Trota.thumb.jpg.ef4f6bc07097b0432e8211ad38f1824f.jpg

       

      La foto non rende molto, ma il concetto di fondo è che i finali hanno un' asola, si vede a destra, che si infila nella girelle e moschettone legata al nylon principale che entra nel mulinello, e che quindi si possono cambiare in funzione del peso che si usa, io di solito utilizzo due olivette abbastanza pesanti che permettono sia di lanciare agevolmente più lontano rimanendo nascosti, sia di far affondare subito in corrente l' esca. All' estremità di sinistra, dopo circa 30-40 centimetri di lenza, l' amo, in questo caso un amo corto per camole, scuro, per non riflettere la luce sotto il sole, e ritorto per ferrare meglio il pesce.

       

      Dal tipo di tocca che si avverte sulle dita della mano che stringe la lenza, un pescatore con esperienza capisce già di che mole è la Trota che sta assaggiando l’ esca, solitamente la trota piccola è vorace e molto disordinata nei colpetti e si muove molto nello spazio a sua disposizione, mentre la trota più matura mangia dando colpi secchi ma meno irruenti e spesso rimane in posizione immobile nel punto in cui ha abboccato, saggiando il cibo con molta calma prima di passare ad ingoiarlo.

      Durante la pesca alla tocca, c’ è la variante della Trota, di misura variabile che, presa in bocca l’ esca, punta decisa verso la sua tana, per abitudine o perché insidiata da rivali per il cibo, tana posta solitamente sotto una roccia, nei pressi della cascata, in un punto nascosto, dove si trova il suo rifugio abituale, per continuare a mangiare in sicurezza il cibo conquistato. A questo punto dell’ azione di pesca le cose possono ulteriormente complicarsi, perché una Trota in tana è sempre un’ incognita per il pescatore.

      In poche frazioni di secondo si deve decidere se lasciare che il pesce entri nel suo rifugio, affinché mangi con calma e si agganci quasi da solo all’ amo, o recuperare, dando il colpo di ferrata con la canna. Nella tana infatti gli spazi sono spesso angusti e il filo può incappare in punti taglienti delle rocce, per cui si rischia di tranciarlo, oppure si verificano situazioni in cui il pesce rimane saldamente bloccato nel suo rifugio, cosa che rende impossibile il tirarlo fuori dalla tana senza rischiare di strappare il filo o procurare dei danni al pesce stesso.

      Spesso conviene perciò ferrare quasi immediatamente, termine che indica il colpo con la canna a frusta all’ indietro subito dopo l’ abboccata del pesce e conseguente recupero del filo con il mulinello, per far si che l’ amo punga la trota e permetta al pescatore di trarla fuori dall’ acqua, anche se alte sono le probabilità che il pesce, non avendo ancora ingoiato il cibo e tenendolo nella parte anteriore della bocca, a filo di labbra, lo sputi e si liberi dall’ amo.

      Proprio perché l’ esca viene masticata e parzialmente ingerita dal pesce, questa tecnica di pesca è meno preservante per l’ integrità fisica della Trota, poiché l’ amo può ferire il pesce, rendendo più complessa la slamatura, o liberazione del pesce dall’ amo, senza il rischio di ledere qualche parte dell’ apparato boccale dello stesso. Risulta così che la tecnica con l’ esca viva, sia la meno adatta a fare una pesca sportiva di cattura e rilascio, perché più difficile risulta liberare il pesce dall’ amo e rimetterlo in acqua indenne. Proprio per limitare questi potenziali danni, di solito si tende ad utilizzare ami di generose dimensioni, in modo che le piccole trote non possano neppure ingoiarli, mentre le più grosse, con ami di grandi dimensioni, sono punte sul labbro e facilmente liberabili, seguendo alcune semplici precauzioni. Tra queste, bagnarsi bene le mani per non intaccare il film lipidico che ricopre la superficie del corpo del pesce, la trota infatti non ha scaglie, come molti altri pesci, la sua forma altamente idrodinamica si basa proprio sulla pelle nuda, che oppone minore resistenza al movimento in acqua, ed è però ricoperta da una mucillagine che protegge il pesce dagli attacchi di parassiti e di altri microorganismi, garantendo al contempo una buona aerodinamica corporea.

      Il pesce va maneggiato con attenzione e delicatezza, senza esercitare pressioni sul suo corpo, basta tenerlo immobilizzato per permettere di togliere l’ amo o l’ ancoretta dalle labbra, operazione in alcuni casi più complicata se l’ amo si è agganciato nel palato o se più di uno dei bracci dell’ ancoretta si sono conficcati nella bocca della trota. Una volta sganciata e libera, la trota va inserita in acqua, possibilmente muovendola delicatamente per permettere alle branchie di ossigenarsi nuovamente, tenendola per la coda, in acque correnti ma non eccessivamente veloci, in modo che riprenda conoscenza e sia lei a muoversi lasciando la mano del pescatore, che la regge. Tutti questi piccoli accorgimenti riescono a limitare al minimo la sofferenza e i disagi del pesce, che viene, per qualche secondo, tolto dal suo ambiente naturale e costretto ad andare un poco in debito di ossigeno, ma se si è attenti e rapidi, la trota ritorna nel suo ambiente liquido senza portarsi dietro nessuna menomazione o trauma, se non un’ esperienza che gli servirà per essere più guardinga e attenta, facendole guadagnare opportunità di sopravvivenza ad un ulteriore passaggio di un pescatore che tenterà di insidiarla.

       

      Differenza sostanziale tra le due tecniche, con artificiale e con esca viva, sono anche i tempi di reazione e le modalità di abboccata del pesce. Nel primo caso il cucchiaino transita velocemente nell’ acqua, per il recupero molto rapido della lenza fatto girando con continuità il mulinello, che aumenta ancora se si lancia in acque correnti e in rapida discesa a valle. Qui la trota ha pochi istanti per reagire, se si riesce a solleticarne la voracità e la curiosità spesso l’ attacco è immediato, addirittura con l’ artificiale in volo sopra lo specchio d’ acqua, e da qui inizia la sfida tra il pesce, che cerca di liberarsi dalla presa, e il pescatore che vuole spiaggiarlo fuor d’ acqua. La trota tenta di liberarsi dal cucchiaino dimenandosi in acqua, saltando fuori dalla superficie del torrente, dove il filo non è più sostenuto dal liquido e permette al pesce di sganciarsi più facilmente, ed anche, comportamento più tipico delle trote di una certa mole, venendo velocemente incontro al pescatore e quindi allentando la tensione della lenza e favorendo così la probabilità di sganciarsi dell’ ancoretta dalla bocca. Altra variabile nel recupero è data dalle posizioni spesso precarie in cui ci si trova a lottare con la trota, cioè in acque vorticose, in difficile equilibrio, nascosti dietro ad una roccia, oppure in posizione elevata rispetto all’ acqua e dovendo sollevare il pesce in aria, quindi senza sostegno del liquido, questo diventa immediatamente più pesante e in grado di divincolarsi in modo più disordinato.

      Nel caso di pesca con l’ esca viva, questa viene lanciata e fatta scendere verso il fondo, portata a spasso dalla corrente e mossa con piccoli recuperi dal pescatore, rimanendo più tempo a disposizione dei pesci ma è meno visibile di un oggetto in veloce movimento e luccicante, per cui risulta essere più una pesca di attesa e intercettazione del pesce che di sorpresa. Inoltre, una volta ghermito il boccone, il pesce assaggia e mastica il cibo, con tempi più lenti, spesso con cautela, tanto più la trota è grossa, e quindi bisogna attendere il giusto momento prima di ferrare, scelta spesso aleatoria e dettata dall’ esperienza e dalla sensazione che la trota mangi più o meno voracemente, pena il rischio di togliere letteralmente di bocca al pesce il ghiotto boccone.

      Buona parte delle abboccate, sia all’ esca finta che al vivo, vanno a vuoto, nel senso che il pesce sputa prima della ferrata, perché sente per esempio la punta dell’ amo pungerlo, oppure non aggancia il cucchiaino o si sgancia durante il recupero. Qualche volta beffa il pescatore anche se è stato spiaggiato, tale è la reattività, il saltare disordinato, il dimenarsi puntando per istinto sempre e immancabilmente tra l’ altro, in direzione dell’ acqua, unito al fatto di avere la superficie del corpo molto viscida che favorisce il nuoto, da lasciare di stucco il pescatore che è convinto di averla ormai in pugno. Non si contano le situazioni nelle quali mi è capitato di rimanere basito osservando il guizzo finale di una trota, considerata oramai catturata, che recupera il suo ambiente senza dare la possibilità di fare più nulla, lasciando con il rammarico di non essere stato più rapido, perché anche avventandosi sul pesce con le mani, pure in pochi centimetri d’ acqua la trota diventa inafferrabile e di nuovo padrona incontrastata della situazione, capace di dileguarsi in un attimo !.

      Esiste un altro approccio, molto tecnico, di pesca alla trota, è rappresentato dalla pesca a mosca, ovvero una pesca eseguita lanciando a notevole distanza, anche 12-15 metri, una lenza cosiddetta a coda di topo, che si proietta ed estende proprio per la sua conformazione e peso, alla punta della quale viene legata una moschina artificiale, costruita per imitare le piccole efemere ed altri insetti volanti, del peso di un paio di grammi. Il pescatore, eseguendo un movimento a frusta, con una canna e un mulinello speciali, distende muovendo la canna avanti ed indietro, la lenza fino a posarla sul pelo dell‘ acqua, dove attira le Trote che attaccano la riproduzione dell’ insetto che cela un amo.

      E’ una variante di pesca molto tecnica, ma richiede oltre ad un allenamento ed una pratica notevoli, anche il corretto spazio per poter muovere una lenza avanti ed indietro, in aria, senza che questa si impigli in rami, fronde o altro e per la morfologia dei torrenti che frequento è una tecnica di pesca che non è praticabile con successo. Oltre a quelle elencate, che sono le principali, esistono non solo altre tecniche e tipologie di pesca, legate anche alle caratteristiche differenti di torrenti, luoghi di pesca, ambienti, ma anche di quelle sopra citate vi sono innumerevoli varianti, spesso anche messe a punto da singoli pescatori, con modifiche delle esche artificiali, uso di galleggianti, utilizzo di canne molto lunghe e di attrezzature differenti da quanto io ho menzionato e delle quali, nello specifico delle mie esperienze, più avanti racconterò nel dettaglio di alcune di esse.  

      Le numerose varianti tecniche, frutto anche delle tradizioni locali, sono una prova ulteriore di uno sport molto variegato, che rappresenta una ricchezza sia per la passione in sé che per l’ importanza del tramandarsi di nozioni, metodi di pesca spesso profondamente differenti, comunque fonti di cultura, vitalità, diversificazione e diffusione di questo sport antico, o come vogliamo definirlo, passione, od anche hobby, che ci permette di passare del tempo immersi nella natura.

       

      Alla prossima puntata 

       

      saluti , Dario 

       

    3. Z.JPG1A.thumb.JPG.49fce19dce4afbbe0ffd6fec0996463d.JPG

       

      Le cartoline di oggi vi parlano di un lago affascinante, di un ottimo pranzetto, di un’antica leggenda, di un’isola incantevole, e di un percorso mistico.

      Orta, che sorge sulle rive del lago omonimo, è classificato tra i 100 borghi più belli d’Italia. Il lago si è formato dal ghiacciaio del Sempione ed è separato dal lago Maggiore dalla cima del Mottarone. Siamo in Piemonte, nella provincia di Novara. Sono tante le camminate e le attività che si possono fare attorno a questo piccolo specchio d’acqua circondato da una vegetazione lussureggiante e cangiante a seconda della stagione. Gozzano, ad esempio, offre piccole spiagge attrezzate e, nei dintorni, scuole di vela e circoli di canottaggio. Orta, invece, propone soprattutto passeggiate spettacolari e, tra queste, quella al Sacro Monte attraverso una via costellata da 20 cappelle affrescate, dedicate a episodi della vita di San Francesco.

      Arrivando alla minuscola cittadina, si è attratti da una strana costruzione in stile moresco che svetta e domina il lago: si tratta di Villa Pia Crespi, costruita nel 1879, su incarico di un ricco imprenditore tessile, indigeno, che voleva farne dono alla diletta moglie, Pia. Del progetto si occupò uno dei più famosi architetti dell’epoca, Angelo Colla, e, soprattutto nel periodo tra le due guerre, ospitò, oltre al re Umberto I, molte personalità di spicco in ambito letterario e religioso. Ceduta successivamente, finì per diventare un hotel negli anni ‘80. Oggi è reputata una sorta di tempio per i gourmet poichè il suo ristorante è diretto dallo chef Antonino Cannavacciuolo. La Villa è molto bella, ha interni stupendi e preziosi, un magnifico giardino e una bella piscina ma, personalmente, non mi sembra in armonia con il contesto: la maestosità silenziosa e raccolta del panorama lacustre era già perfetta e, a mio avviso, non necessitava di “intrusi”.

      Lasciata l’auto in uno dei parcheggi posti fuori dal borgo, si scende verso il lago attraverso un dedalo di vicoli molto suggestivi, ricchi di affreschi, antichi lavatoi, balconi fioriti, ristorantini e negozietti, fino ad arrivare alla piazza Motta, dove si trova il centro del paese e il piccolo imbarcadero. Da notare il palazzetto detto il Broletto, datato 1572.

      1795906301_IMG_3735(FILEminimizer).thumb.JPG.e92a4119cb11c3024fb3a0aca228c61a.JPG

       

       

      1910740473_IMG_3736(FILEminimizer).thumb.JPG.d76986f8d0b89047f2f7d8dc7be3f664.JPG

      559108320_DSCN0973(FILEminimizer).thumb.JPG.792ed78c73b5791bc90842ce3d021d0f.JPG

      O2.thumb.JPG.29200858b803547e600a38635a721f8d.JPG

      IL BROLETTO

      O3A.thumb.JPG.8e69b2c2f7dda77253e691b2458b3f51.JPG

      O3.thumb.JPG.de439914d6be3964aee3252d588c210c.JPG

       

      O4.thumb.JPG.3a69a0081c56c1ae5a4c229fda7a46b3.JPG

       

      O5.thumb.JPG.a84d93a97cb91c56cb5ccb83d9fd1f12.JPG

      La chiesa parrocchiale di Santa Maria Assunta

      O6.thumb.JPG.9731f67cb9c157fe705acf1e5a74a317.JPG

      O8.thumb.JPG.5bc1942cbc80f7cf14cbb16f4482af3e.JPG

       

      Le specialità della valle sono tante ma i formaggi sono il top. 

      1895535874_P1120803(FILEminimizer).thumb.JPG.b335e0b1daa4f2bf7a4a022291514033.JPG

      E’ ora di pranzo e, prima di imbarcarci per l’isola, anche noi ci sediamo in un ammiccante e già sperimentato ristorante proprio a bordo acqua, di fronte all’imbarcadero e all'isola.

      Ecco il nostro goloso menu:

      Sformatino di patata e porro, fonduta al maccagno 

      1P.thumb.JPG.214dd27723c5e7d650467c75ad04de8b.JPG

      Gnocchi di segale, grasso di Formazza, pistilli di zafferano e pancetta nostrana 

      2P.thumb.JPG.415654c46547e4cd32313d869ba967a7.JPG

      Sottofiletto di manzo, scalogno confit e salsa al marsala

      3P.thumb.jpg.5d0f60c51bd2442f6feaef82d95a2c1c.jpg

       

      Crema bruciata alla nocciola IGP del Piemonte 

      4P.thumb.jpg.239cf96d7a5a805eb456e4374d4dd213.jpg

       

      Caffè e piccola pasticceria della casa

      5P.thumb.jpg.3f731bfdae7825e58bc0d0f876a3f8fa.jpg

      Tutto ottimo!  😋

       

      869226978_DSCN0981(FILEminimizer).thumb.JPG.3de914493efa1633e3104115ad655445.JPG

       

      E ora parliamo della leggenda che ha dato il nome all'isola e del miracolo di San Giulio e anche dei mostri...

      Giulio e Giuliano erano due fratelli religiosi, che, nel IV secolo, sotto l'imperatore Teodosio, si misero in viaggio con l'obiettivo di convertire i pagani e di fondare 100 chiese. Lungo era stato il cammino e anche faticoso ma la loro fede li aveva sempre aiutati a superare i pericoli e le avversità incontrate ed erano quasi alla fine della loro missione dopo aver fondato ben 99 chiese quando giunsero alle rive del lago! Giulio era anche un esorcista e, decise che la centesima l’avrebbe fondata proprio su quell’isola “maledetta”!  Si diceva infatti che l’isola fosse infestata da draghi e serpenti feroci che si cibavano, in un solo boccone, di capre selvatiche, di buoi e anche di quei malcapitati che, in barca, osavano avvicinarsi.

      I barcaioli infatti si limitavano a pescare poco distanti dalla riva e lontano dall’isola ma raccontavano di avvistamenti spaventosi e descrivevano i mostri arricchendoli con particolari agghiaccianti. Nessuno mai si sarebbe arrischiato a trasportare i due monaci, anzi, gli abitanti tutti li supplicarono di lasciar perdere e di abbandonare quella idea così folle. Giulio non si lasciò convincere e, inginocchiatosi sulla riva, iniziò a pregare chiedendo l’aiuto del Signore. E avvenne il miracolo!  Il suo mantello si trasformò magicamente in una sorta di barca  resistente alle onde create dai draghi e lo portò sano e salvo sull’isola dove, non solo sconfisse le forze del male ma riuscì anche,con l'aiuto di tutti i borghigiani, sedotti e convertiti dal miracolo, a fondare la sua centesima chiesa!!  Ora nella sacristia della chiesa è conservato un lungo osso, forse una vertebra, del drago ucciso dal Santo che, a sua volta, è sepolto nella cripta sottostante.

      Sì, ho raccontato una bella fiaba che, di vero, pare abbia solo qualche radice:in realtà, forse, sull’isola abitavano dei pagani irriducibili e crudeli. Per quanto riguarda l’osso pare, invece, sia un fossile di una balenottera spiaggiatasi e defunta in epoca glaciale! Sotto la chiesa, poi, si sono trovati anche i resti di un’altra chiesa costruita in epoca precedente. 

      Da segnalare, comunque, che ancora oggi, alcuni barcaioli sostengono di avvistare, a volte, degli strani mostri, simili a coccodrilli che sbucano dall’acqua e, con fare aggressivo, li spaventano. Insomma, anche in Piemonte abbiamo il nostro Lochness!!  😱  😂

       

      Adesso torniamo seri, abbandoniamo le fantasie e imbarchiamoci alla volta dell’isola.

      2098639516_DSCN0945(FILEminimizer).thumb.JPG.60467a6309942452d9aaf8512eca337d.JPG

       

      1956939847_P1120836(FILEminimizer).thumb.JPG.109eb7d239dadc2e7b9ea591f76b7eab.JPG

       

      373733875_P1120834(FILEminimizer).thumb.JPG.1a32c90b0a6f6d6da66d780e0102181e.JPG

       

      1129080624_P1120840(FILEminimizer).thumb.JPG.177879623d757b05c853433a9b55cd31.JPG

      San Giulio domina dall'alto del Palazzo Vescovile

      713338548_P1120839(FILEminimizer).thumb.JPG.08eb44b024ddc2f01b9647f18924de40.JPG

       

      Già dal lago, mentre ci avviciniamo,  ci rendiamo conto di quanto possa essere bella, romantica e ricca di fascino:

      1450123633_20180516_152503_HDR(FILEminimizer).thumb.jpg.93f6d896700024305f2fce23d1171295.jpg

      L’isola, molto piccola, detta anche isola del Silenzio, ha soltanto una via perimetrale dotata di una particolarità: se si intraprende il cammino in un verso si percorre la via del silenzio, se ci si incammina nell'altro senso, la via della meditazione. In certi periodi, lungo la via, si possono leggere dei cartelli fronte/retro, multilingue, con frasi diverse scritte a seconda del percorso: questi pensieri sono quelli di una badessa, Madre Anna Maria Canopi.

      1987044034_P1120851(FILEminimizer).thumb.JPG.fa981c28aefd9538003cf0edf24c07e7.JPG

       

      143295280_P1120846(FILEminimizer).thumb.JPG.8fd6582dd0c6e134e15bada367fc4ba8.JPG

       

      2029694895_DSCN0958(FILEminimizer).thumb.JPG.d8ee2c8de449c87594935544dd92435b.JPG

       

      39896904_DSCN0956(FILEminimizer).thumb.JPG.3f34d9e9e943da73facb16711599bf39.JPG

       

      1387353352_DSCN0962(FILEminimizer).thumb.JPG.85ee9ce64506d539eb7c395bd2738396.JPG

       

      823669562_DSCN0961(FILEminimizer).thumb.JPG.26e071d5376fb73577aabcd53846a1d4.JPG

       

      Z.thumb.JPG.9df2e9a8292b9c2d5f139b89f121bbf8.JPG

       

      305514418_P1120864(FILEminimizer).thumb.JPG.4b1d1b2783a6f11352df7ed1e8ea044c.JPG

      Lungo la via si incontra anche una passerella celata che serve alle suore di clausura per accedere direttamente dal convento alla chiesa senza passare dalla stradina pubblica.

      579484981_P1120856(FILEminimizer).thumb.JPG.96090689b5796b3ff3eadc901761e1f7.JPG

       

      La popolazione dell'isola non arriva a 100 abitanti, di questi, almeno 70, sono suore di clausura benedettine dedite allo studio di testi sacri, alla preghiera e alla meditazione.

      Non si può non restare immersi in questa atmosfera così tranquilla e serena e neppure non riflettere su quanto si legge camminando, istintivamente, a passo lento e con rispetto.

      Ed ecco l'interno della basilica di san Giulio che ha il fronte direttamente sul lago: è ricca di dipinti di epoche diverse ed è impreziosita dall'ambone in serpentino d'Oira, una pietra verde estratta nella zona.

      G.thumb.jpg.08925891cf27eac58d4d54f577675d98.jpg


      1530971472_DSCN0965(FILEminimizer).thumb.JPG.8216bbaa113f40898d19cb2e8951d2ab.JPG

      Una cosa è certa, anche se non si tratta di un miracolo, dopo questa passeggiata, tornando a casa, ci si sente davvero più sereni, leggeri e rilassati! 😉

       

       

       

      G.jpg

    4. Sarà certamente il paese del sole, Napoli, ma quelle volte che piove non siamo secondi a nessuno, modestamente!

      E fatalmente il traffico si blocca, non c'è una ragione precisa, è come una vibrazione coordinata, una specie di cosa mistica che prende tutti i napoletani: piove? Fermiamoci, freno a mano e conversazione.
       

      Al Ponte dei Francesi.

      E' così è capitato ultimamente anche a me, via Ponte dei Francesi con in macchina una Antonella e un Antonio, parte la conversazione a allora faccio notare ai miei compagni di sosta la curiosa coincidenza: Antonio e Antonella bloccati al Ponte dei Francesi, curiosa coincidenza, no?
      Niente! Ma come? - insisto - il Canto dei Sanfedisti ve lo ricordate? Niente. Mi sento obbligato allora a raccontare il fattariello che ora condivido con voi.

       

      Lazzari e giacobini.

      Nella notte del 15 gennaio 1799 i francesi sono alle porte, avviene spontanea la mobilitazione del popolo napoletano. Ai lazzari si uniscono le corporazioni: i cavatori di tufo della Sanità, i conciapelli dei vicoli delle Concerie, gli scaricatori del Porto, gli ortolani e i fruttaioli del Mercato, ma soprattutto gli infiammatissimi "luciani" cioè marinai e pescatori di Santa Lucia, il più ardentemente borbonico dei quartieri di Napoli. 

       


      Nel frattempo, la borghesia pensa a difendere i suoi interessi e negozia sotto banco con i francesi giacobini: in seguito si cantò "chi tene pane e vino add’esse giacubbino".
      Per le strade della capitale "sonano li cunsigli" per chiamare il popolo a raccolta, "serra! serra!": senza capi militari e senza armi da fuoco, cinta la fronte da fazzoletti sotto cui è posta l’immagine miracolosa di san Gennaro, una folla di quarantamila lazzari giura davanti alle sante reliquie di morire in difesa della patria e della Fede. Il grido è "viva san Gennaro" e " viva ‘o Rre nuosto", l'insegna è una bandiera con l’effigie di un teschio e la scritta "evviva il Santo Ianuario nostro generalissimo".

       

      Il tradimento dei borghesi.

      Scrisse il generale Championnet nella sua relazione a Parigi: "si combatte in ogni strada, il terreno è disputato palmo a palmo, i lazzari sono guidati da capi intrepidi. I lazzari, questi uomini meravigliosi sono degli eroi". Ma i giacobini napoletani con l'inganno si impadronirono di castel Sant’Elmo e dall'alto cominciarono a bombardare la città facendo strage del popolo dei loro stessi concittadini.
      La città si arrese, restarono sul campo duemila francesi e diecimila napoletani, il tradimento dei borghesi causò una frattura insanabile col popolo minuto che ancora oggi è aperta.
       

      San Gennaro giacobino.

      Il popolo era adirato col suo protettore e già lo sospettava di cripto-giacobinismo quando si diffuse la notizia (storicamente dubbia, oggi si direbbe una fake news) che san Gennaro avesse fatto il miracolo al cospetto di Championnet! Appellato "cornuto e svergognato", il santo fu detronizzato - cioè non fu più il patrono di Napoli - e le sue effigi vennero impiccate ed esposte al pubblico ludibrio. Al suo posto fu intronato il potente sant'Antonio che presto si guadagnerà sul campo di battaglia il titolo di "glorioso", proprio in quel punto che fu poi chiamato Ponte dei Francesi.

       

      Presto vi racconterò il resto, nel frattempo godetevi Marta Giardina in questa interpretazione de Il Canto dei Sanfedisti, sempre senza nulla a pretendere.

       


       

    5. i maya erano ossessionati dal tempo, i loro sacerdoti avevano calcolato con precisione sconosciuta fin quasi ai giorni nostri, la durata dell’anno solare e del ciclo di Venere ed avevano anche fissato una data per l’origine del loro mondo, intorno al luglio d3l 3114 avanti cristo (facendo riferimento alla nostra datazione del tempo). Secondo la loro visione, il mondo aveva subito processi periodici di distruzione be rinascita, che non erano terminati e potevano ripresentarsi. Una fine del mondo doveva necessariamente accadere alla fine di un katun (periodo di 20 anni solari>), il computo del tempo era quindi un compito essenziale della casta sacerdotale

      Il calendario maya era basato sull’incastro tra un ciclo solare (12 mesi di 30 giorni cadauno, per un totale di 360 giorni) con un calendario lunare di 13 mesi di 20 giorni cadauno, per complessivi 260 giorni) ogni giorno era dunque perfettamente individuati da mese solare, giorno solare, mese lunare e giorno lunare. I sacerdoti utilizzavano questo 4 elementi (ognuno dei quali aveva un significato religioso preciso, sia se associato ade una divinità, sia se associato ad un numero) per formulare vaticini e profezie, a partire dalla data di nascita (una sorta di oroscopo) per finire alle vicende contingenti (affari, guerre, figli, ec.).

      Questo calendario ricominciava il suo ciclo ogni 52 anni solari. Naturalmente i maya sapevano bene che l’anno solare non dura 360 giorni, ma 365 e rotti, per cui, similmente a quello che facciamo noi con gli anni bisestili, periodicamente inserivano dei giorni oscuri per riallineare le cose. Questi giorni oscuri erano portatori di sciagura, si evitavano le nascite o se ne cambiava la data, si evitava di intraprendere le attività, tipicamente erano inseriti alla fine del ciclo dei 52 anni.

      si aspettava spasmodicamente l’alba de nuovo giorno come conferma che il sole (dio anche della morte) avesse ri-iniziato il suo ciclo vitale, e per favorirne il ritorno si consumavano sacrifici umani. Le vittime, tipicamente prigionieri catturati in battaglia, meglio se di nobile schiatta, venivano storditi con alcol e stupefacenti affinché non si ribellassero durante la cerimonia, il dio non avrebbe gradito una vittima recalcitrante. Questa infausta sorte toccò anche a 7 conigli, il potente sovrano di Copan, che dopo aver sbaragliato molti nemici venne sconfitto in battaglia e catturato in una guerra contro una città vicina, sulla carta assai meno potente.

      Il ciclo dei 52 anni alla lunga poteva ingenerare confusione tra eventi avvenuto lo stesso giorno ma in katun differenti, per questo i maya fino a tutto il periodo classico (diciamo fino all’800 dopo Cristo) adottarono il cosiddetto con lungo, che collocava ogni katun in un momento temporale ben definito, rispetto alla data della mitica nascita del mondo.

      Dopo il crollo della civiltà maya classica, il conto lungo venne abbandonato

      Collocare cronologicamente le vicende maya rispetto al nostro calendario non è facile, ci vengono in aiuto le steli in cui vengono riportate le date delle eclissi di sole e di luna, nonché, in mancanza del conto lungo, la corrispondenza tra le date sulle steli ed eventi vissuti dai conquistadores

      Per chi vuole saperne di più, ed avere anche un metodo facile per trasformare una data attuale, per esempio la propria data di nascita, in una data maya suggerisco il libro “i maya” di morley, brainerd e shared, edito da editori riuniti

      Con alcune differenze sui nomi, il calendario maya venne adottato anche da altre popolazioni della mesoamerica, p'er esempio gli aztechi. Il calendario lunare rispondeva alle esigenza della agricoltura e dei riti ad essa associati, il calendario solare si prestava meglio alle necessità della società civile, con l'avvertenza che civile non va inteso come laico, il peso dei sacerdoti rimaneva sempre prevalente



Facebook

About Melius Club

Melius Club: la nuova casa di Videohifi.com
Melius Club è il ritrovo dei cultori di tutte le passioni sospese tra arte e tecnica, appassionati sempre alla ricerca del miglioramento. Melius Club è l'esclusivo spazio web dove coltivare la propria passione, condividere informazioni, raccontare esperienze, valutare prodotti e soluzioni col supporto attivo della comunità degli appassionati.

Riproduzione audio e video, fotografia, musica, dischi, concerti, cinema, teatro, collezionismo e restauro di preziose apparecchiature vintage: qui su Melius hanno spazio tutte le passioni.

 

 

Il servizio web Melius.Club viene offerto al pubblico da Kunigoo S.R.L., start-up innovativa attiva nel settore Internet of content and knowledge, con sede legale e operativa nell’Incubatore certificato Campania NewSteel in Napoli via Coroglio 57/d e codice fiscale 07710391215.

Powered by K-Tribes.

Follow us

×

Informazione Importante

Privacy Policy