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Viaggiare attraverso mondi fantastici

mom

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La vera magia che compie il Carnevale è quella di fermare il tempo: almeno per qualche giorno si può dimenticare il quotidiano e lasciarsi trasportare in un mondo fantastico, ritornare bambini inventarsi battaglie a colpi di coriandoli e volare con la fantasia in quei mondi fatti di streghe, elfi, draghi, fate, creature misteriose che evocano personaggi mitologici o del futuro che viaggiano nel nostro inconscio: DES MONDES FANTASTIQUES!

Questo è stato il tema dell’ 86esimo Carnevale di Menton durante la tradizionale e celebre Fête du Citron che ha richiamato una gran folla entusiasta un po’ da tutto il mondo.

Domenica eravamo 240000 e, alla fine, tutti eravamo cosparsi di “confettis” (coriandoli). Moltissimi i controlli e massiccia la presenza dei gendarmi ma,  più importante ed evidente, era la voglia di fare festa e divertirsi tutti insieme... no, non c’erano gilets jaunes ma tanti...citrons jaunes che, volentieri,  giocavano e si facevano fotografare soprattutto con i bambini. La temperatura era quasi estiva, il sole splendeva e, nel cielo, neanche una nuvola! Dopo la burrasca dei giorni scorsi, anche il mare si era calmato. La scenografia era quindi perfetta!

Prima di partire con le foto delle cartoline, però, leggete il lato B, quello che vi racconta qualcosa sulle origini e la storia di questa bella festa, e probabilmente scoprirete qualche notizia interessante. Buon divertimento!

 

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L’idea del Carnevale a Mentone, fino allora legato a quello di Nizza, è venuta all'inizio del 1900 ad opera di alcuni albergatori che volevano alimentare e intrattenere i villeggianti durante la stagione in cui era tradizione che re, principi, nobili, imprenditori, artisti e ricchi borghesi venissero su “la Côte” a trascorrere qualche salutare settimana al mare cercando anche di curare quel triste mal sottile che era la piaga del tempo. 

Il Carnevale di Nizza, antichissimo e risalente addirittura al XIII secolo, era l’appuntamento ideale con la sua famosa Parade e i fantastici fuochi artificiali che chiudevano i festeggiamenti . Anche la regina Vittoria partecipò alla manifestazione nel 1882. 

Una simpatica curiosità: durante questo periodo, nella seconda serata, si svolgeva una famosa e attesa gara, retaggio genovese, che era chiamata dei “Moucouleti”.

In realtà, come racconta la storia, questa serata presentava un gioco molto divertente dedicato agli innamorati: i giovani tenevano in mano una candela accesa mentre le ragazze la portavano ugualmente ma tenendola, con la mano alzata, sulla testa. Il combattimento consisteva nel cercare, soffiando, di spegnere a vicenda la candela degli avversari mantenendo accesa la propria. Anche le ragazze cercavano di spegnere quella di quei corteggiatori che non gradivano o quelle delle rivali. Quelli che riuscivano a mantenere il moccolo acceso cercavano poi di spegnere quello della ragazza di cui erano innamorati: se ci riuscivano avevano in premio il bacio della fanciulla amata.

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Intanto, nel 1929, quando si diceva che Mentone fosse il primo produttore di limoni del continente, un albergatore decise di allestire una Mostra di Fiori e di Agrumi  nel giardino dell’Hotel Riviera. L’esposizione riscosse un notevole interesse tanto che, a poco, si sviluppò sempre di più arricchendosi di carretti decorati di agrumi, piante di agrumi e bancarelle disseminati qua e là per la cittadina con graziose majorettes abbigliate in costume. 

 

Finalmente, la vera FÊTE du CITRON nacque nel 1934 e diventò una manifestazione indipendente dal Carnevale di Nizza, offrendo un proprio défilé “al limone”!

Nel 1936 apparvero  i primi  manifesti e la Festa si trasferì nei pressi del Casinò, nei giardini pubblici Biovès: qui nacquero le prime creazioni con l’utilizzo di 10000 limoni e 12000 arance: il tema era un omaggio al territorio.

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Da allora, ogni anno, in autunno, viene deciso il tema per il prossimo Carnevale, tuttavia, come succede per tutti gli eventi, alcuni anni sono stati felici e altri meno sia per cause climatiche (anni di forti piogge e addirittura neve nel 1956!) che politiche, come il 1991, soppresso per motivi di sicurezza a causa della guerra del Golfo.

Ecco le tappe principali e alcuni dei temi importanti che sono stati sviluppati nel corso degli anni passati:

Nel 1959 gli agrumi dei carri non vengono più infilzati in lunghi spilloni ma ancorati e legati tra loro per mezzo di elastici. Quest’anno ne sono serviti 750000!

Nel 1973, in omaggio a Jules Verne e allo sbarco sulla luna, il tema è stato: “Dalla Terra alla Luna”; a Jules Verne si ritornerà nel 2013 con “ Il giro del mondo in 80 giorni”.

Dal 1995 al 1999 i temi sono dedicati agli eroi dei fumetti : Asterix, Obelix, Tintin, Lucky Luke, personaggi di Walt Disney e del film “Fantasia”.

Nel 2000 sfilano per la prima volta i carri di agrumi articolati nei movimenti.

Nel 2002 il tema è italiano : Pinocchio.

Molte edizioni, invece,  hanno scelto temi geografici che spaziano nei viaggi e vanno dalla Cina all’India, a regioni europee e grandi isole.

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Occupandoci di questioni più pratiche, viene spontaneo domandarsi da dove vengano ben 140 tonnellate di agrumi, quantità impossibile per un comprensorio così piccolo... E poi, se i limoni di Mentone sono così speciali e pregiati, perché sciuparli nella creazione dei carri? E dove finiranno alla fine del Carnevale?Chi li fa e chi li disfa?

Eccomi qua a cercare di dare una risposta a queste domande che io, come voi, suppongo vi siate posti!

Allora, da quel che ho saputo, nessuno degli agrumi impiegati proviene dal territorio e neppure dalla Francia! Arrivano in maggioranza dalla Spagna, dal Marocco e, forse anche un po’ dall’Italia e altri Paesi del Mediterraneo. Delle più di 140 tonnellate, acquistate dal Comune, 100 servono per decorare il Jardin, la cui visita costa 12€ e che ospita le strutture immobili. Un po’ più di 30 invece servono per allestire i carri della sfilata ( per assistere i costi vanno dai 10, in piedi ai 25 €, seduti in tribuna) e il restante per risistemare quelle che, nel corso di quindici giorni, periodo della durata della manifestazione, si deteriorano. Alla fine, quando si smontano gli allestimenti, gli agrumi vengono svenduti, per pochi euro, in sacchetti che le famiglie acquistano ( ma solo in parte, circa 6 o 7 tonnellate), per divertirsi creando giochi per i bambini o dilettandosi, a loro volta, in piccole creazioni. Uno dei giochi più comuni è quello di creare piramidi e, sempre con gli agrumi, bombardarle per vedere chi riesce ad abbatterne il maggior numero.

Va detto che questi agrumi non sono di grande qualità e che, difficilmente si sarebbero venduti perché magari trattati con prodotti non conformi alle norme relative all’alimentazione. Restano comunque dubbi su altri eventuali usi.

Dalla preparazione allo smantellamento, ogni anno, vengono assunte dal Comune centinaia di persone tra cui molti studenti e pensionati che si avvicendano nei vari compiti.

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Adesso però divertitevi e rilassatevi guardando un po’ di cartoline che arrivano fresche fresche dalla festa del 24 febbraio scorso! Alla sfilata però, lo vedrete, non c’erano solo i carri di agrumi, 10 in tutto, ma parecchie altre attrazioni si susseguivano con performances di acrobati e artisti di strada, animali gonfiabili giganti, danze tipiche eseguite dalle simpatiche e bellissime rappresentanti dei Territori d’Oltre Mare, dame e cicisbei della Commedia dell’arte, violiniste, robot, maschere varie, velocipedi, carri meccanici di mostri  giganteschi che sparavano neve e coriandoli o che sbuffavano fumo dalle narici... Fantasie oniriche di ogni età e di ogni tipo...senza tempo, insomma, come le mie cartoline!CA3.thumb.JPG.3afa2e46908c76f0e59b25d76283c265.JPGCA4.thumb.JPG.c6858f40433065d8e276d242cd62156f.JPGCA5.thumb.JPG.98077b8241b9b351262ff0b891ee259a.JPGCA7.thumb.JPG.29bf76c49f543035cf6d648deaab51d0.JPG

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Purtoppo la mia carrellata finisce qui, con la Chimère... lo spazio è tiranno e io avevo ancora un po' di cartoline... vedremo se mi sarà possibile inserirne altre prima o poi...per ora restano alcuni spazi vuoti...Peccato!

BUON CARNEVALE A TUTTI!!! 

IMPORTANTE! Sono riuscita a postare qui sotto, in altri post successivi...  😁

 

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9 Comments


Recommended Comments

EVVIVA! Ho trovato la maniera di postare ancora qualcosa...inizio da qui! A dopo... 😜

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Come dicevo, alla sfilata insieme ai carri di agrumi sfilavano molte altre attrazioni, eccone qualcuna:

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e, per finire, lustratevi gli occhi con i costumi, le ballerine e le danze dei Territori d'Oltremare... 😋

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Ritengo molto utile,  oltre che educato, che chi non gradisce il contenuto di questo mio blog, motivasse il suo disappunto senza limitarsi al giudizio frettoloso quanto anonimo, dato tramite le stelline, già solo un attimo dopo la pubblicazione...Un anche minimo commento sarebbe gradito per interventi positivi o relativi a domande ed eventuali approfondimenti sull’argomento.. Grazie a tutti!  :) 

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minollo63

Posted

@mom Interessantissimo servizio questo sul carnevale di Mentone che per certi versi ricorda il Corso Fiorito del carnevale della vicina San Remo, dove al posto degli agrumi vengono utilizzati i fiori per comporre i carri allegorici.

Ciao

Stefano R.

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CarloCa

Posted

Che bei colori! Grazie per questo bellissimo reportage.

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appecundria

Posted

Cartoline ottime e abbondanti  🙂

Non conoscevo questa manifestazione, grazie cara per le splendide foto e per il bel racconto.

Ti invidio!!!

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    • vignotra
      By vignotra in La Sala del Caminetto
         10
      Un compleanno deve essere sempre festeggiato, soprattutto poi quando è quello di una delle realtà para – industriali di assoluta eccellenza del nostro paese: la Sonus Faber S.p.A. di Arcugnano, Vicenza.     

      Il 35° compleanno
      Nessuno dei modelli di diffusori prodotti ad Arcugnano in questi ultimi anni ha tradito le aspettative sonore ed estetiche, rappresentando al meglio quel “saper fare” italiano, quel coniugare sapientemente le esigenze tecniche con quelle estetiche che rendono ogni diffusore Sonus Faber un qualcosa di diverso rispetto al panorama mondiale degli altri costruttori di diffusori. Per questo 35° compleanno si sono voluti regalare la riedizione di un diffusore che ha fatto la storia della fabbrica, senza il quale la Sf di oggi sarebbe stata sicuramente diversa o addirittura inesistente, la Electa Amator.

      L'antenata
      Sarò drastico: per me non esiste altro che la EA prima serie per due diverse ragioni, una soggettiva e la seconda oggettiva;
      1)    Non avendo mai visto dal vivo la seconda non ne posso parlare;
      2)    Non ci sono affinità tecniche fra la II e le altre, mentre sono immediate fra la I e la III.
      A mio avviso la II ha più elementi di contatto con quell’altro capolavoro di Franco Serblin che è stata la Extrema, soprattutto per la presenza del radiatore passivo posteriore.
      Il ricordo della “prima volta” con la Electa Amator I è di pochi anni fa. Un mio conoscente mi chiese un giorno di accompagnarlo a Roma per andare a prendere dei diffusori usati che aveva appena comprato da un privato. Ok, gli dico, ma quali diffusori hai preso? Quando me lo disse restai perplesso perché li stava comprando per la seconda volta. Ebbene sì, a distanza di molti anni si era ripreso le EA.  Da quella volta, per molti periodi diversi ed anche con sistemi ed in ambienti diversi ho sviluppato la mia conoscenza con questi diffusori storici e contraddittori.
      Il primo impatto è di quelli che non si scordano: suono meraviglioso, ricchezza armonica, medio-alte fluide e setose (potrei continuare con gli aggettivi per ore). Il fascino della costruzione, la loro massa rispetto alle dimensioni. Ero davvero rapito da quello che sentivo e vedevo.
      Ma l’incantesimo in realtà durò poco. Approfondendo la conoscenza con questo diffusore mi resi conto che, spesso, le sue caratterizzazioni, andavano a compromettere il risultato finale. Erano “prime donne”, non gradivano la mancanza di aria alle loro spalle e soprattutto ai loro lati. Il basso, a seconda della registrazione, poteva anche diventare “ingestibile” lungo e senza articolazione e, infine, la loro mancanza di trasparenza. Sì, al contrario di quello che molti hanno scritto nel passato sull’essere monitor, le EA I erano tutt’altro che monitor. Il tweeter Dynaudio era stato “piegato” al volere del creatore ed il risultato era un suono sì dolce, sì bello, ma decisamente poco trasparente.
      Detto in poche parole, ogni volta che le ascoltavo mi sembrava che ci fosse una coperta sui diffusori. E non era né l’impianto utilizzato né l’ambiente. Gli stessi diffusori li ho anche sentiti in un ambiente (ancor più critici del primo) e con un altro (signor) impianto. E allora? Erano una ciofeca? No, erano i diffusori più umani che avessi mai sentito, con i loro pregi ed i loro difetti, specchio fedele di quello che Serblin voleva ottenere e, secondo me anche superiori all’altro capolavoro Serbliniano che sono state le Guarneri Homage.
       
      Electa Amator III 2018
      Fatta la dovuta premessa storica passiamo a definire cosa sono le Electa Amator III 2018. Dico subito quello che non sono: della prima edizione hanno solo il nome. Il suono, il mobile, le soluzioni tecnologiche sono della Sonus Faber del 21° secolo, quindi uso sapiente dei materiali coniugato alla tecnologia più avanzata. Il cabinet è una scatola di legno in noce massello spesso 25 mm. Le pareti anteriore e posteriore sono rivestite in vera pelle, mentre quella inferiore è un sandwich di tre materiali diversi (legno, lamina di ottone e marmo di Carrara da 30 mm avvitati dall’interno fra loro). Questo accoppiamento di materiali diversi fra loro, con diversa densità e struttura ridistribuisce e riduce le risonanze dell’intero mobile, tanto da sembrare completamente inerte a qualsiasi impulso esterno ed interno. Il tutto poi è avvitato agli stand fatti in alluminio anodizzato riempiti di materiale smorzante, con una base di marmo di Carrara. Anche alla base dei diffusori, tra i pilastri in alluminio e la base in marmo è stata interposta una lamina di ottone.
      L’impatto visivo è completamente diverso da quello delle EA I con le doghe in massello (bellissime) oppure quello lucido e laccato delle Guarneri Evolution che ebbi modo di provare qualche anno fa (e che mi sono rimaste nel cuore).
      Le EA III sono “minimaliste” non ti “sbattono in faccia” la loro tecnologia (le devi studiare) e la loro finitura è come un perfetto abito da lavoro cucito a mano da uno dei migliori sarti d’Italia. Le vedi, semplici e ti fai trarre in errore. Ti aspetti il suono del classico due vie da stand… e sei in errore.
      Il tweeter, direttamente derivato da quello della Lilium è da 28 mm, con tecnologia DAD™  Damped Apex Dome™, con anteriormente il tripode che ricorda la caratteristica del tweeter Dynaudio della EA I. Alle sue spalle è stata posta un volume di caricamento, che è ben visibile dal foro del condotto reflex posteriore,  in legno massello.
      Il mid-woofer da 18 cm è in polpa di cellulosa, ed è stato creato per questo progetto. Ha una buona escursione e, anche a volumi d’ascolto non proprio “civili” non ha mai manifestato di andare in affanno. I dati di targa parlano di una impedenza nominale da 4 ohm ma, visto il grafico del modulo e della fase, gentilmente fornitomi dal progettista Paolo Tezzon, direi che siamo superiori ai 5 ohm su tutta la banda di frequenze con rotazioni di fase comprese tra + e – 36°. Anche la sensibilità dichiarata (88db) mi è sembrata ottimistica poiché, molto spesso, ho visto indicazioni del livello del volume sul preamplificatore alti, molto alti. Ne deduco spannometricamente una sensibilità reale di crica 85/86db.

      L'ascolto
      Alla fine il suono. Si perché queste scatolette di legno, dannatamente pesanti, suonano….e lo fanno talmente bene da avermi lasciato perplesso molte volte durante gli ascolti fatti di sera a luce spenta.
      Di ottimi diffusori, sia grandi che piccoli, in questi anni, ne ho ascoltati molti. Ognuno con le sue peculiarità e caratteristiche, ognuno con il suo carattere. Però noi cerchiamo il “nostro” suono, cioè quello che più si avvicina a quello che ascoltiamo dal vivo e che riesce a trasmettere le emozioni proprie che solo la musica live può dare. Alla fine ho scelto il mio riferimento, che cadde, quasi tre anno or sono, sulle Sonus Faber Lilium. Ora, ascoltare le Electa III, a luce spenta, mi ha dato una sensazione di smarrimento che è difficile da spiegare. Sentire le Lilium e sapere che non stanno suonando loro ma le Electa III. Con gran parte dei programmi musicali a me più confacenti, jazz e musica da camera per lo più, la differenza di suono a livello timbrico è inesistente. A livello dinamico sussiste la superiorità della volumetria e del numero dei trasduttori delle Lilium ma le piccoline reggono il passo. Ecco, la differenza sostanziale è quella naturale immanenza che il grande diffusore ha nel ricostruire lo spessore armonico. Eppure la Electa III regge il confronto. Gli strumenti ad arco sono timbricamente e armonicamente corretti e completi. Fin dove il mid-woofer delle Electa può arrivare (più o meno 40hz) il basso è profondo ed articolato, tendente a chiudere con dolcezza la struttura armonica, senza impastare o diventare duro e “muggente” come mi è capitato di ascoltare con altri diffusori anche da pavimento.   I legni e gli ottoni sono definiti, articolati e sempre perfettamente a fuoco. Nemmeno con la grande musica sinfonica (IV^ sinfonia di Mahler in sacd della LSO) si sono perse le sfumature più tenui o ci si è perso qualcosa della partitura per sovrapposizione degli strumenti. Una grande raffinatezza unita ad una altissima definizione.
      Mi sarei atteso, prima della prova, qualche rinuncia (sopportabilissima) sulle percussioni ed in genere nell’ascolto della musica rock….e invece, altra seconda sorpresa. Passare dai Pink Floyd ai Genesis e terminare con Steven Wilson è stato un percorso di puro divertimento. Chitarre, tastiere, percussioni, ascoltate con la massima disinvoltura da ascolto live senza nessuna fatica d’ascolto e senza perdere nulla nei transienti e nella dinamica. Percussioni profonde e d’impatto (appena meno possenti delle Lilium) tali da farti seguire il ritmo con il massimo del piacere e del coinvolgimento. Sentire perfettamente a fuoco la “pelle” del tom della batteria, con quel senso di aria post percussione, mi ha stupito. Molte volte ho tralasciato di prendere appunti e mi sono goduto la musica, pura e semplice, senza stare a spaccare il capello in quattro o a ricercare riferimenti mnemonici su come dovrebbe suonare questo o quell’altro strumento.
      Il palcoscenico ricreato da questi piccoli capolavori è notevole. Scompaiono e suona tutta la parete, con una notevole estensione in orizzontale e verticale. Dove ho avvertito qualcosa in meno è sul piano della profondità che, in realtà, attribuisco più al mio ambiente d’ascolto che ai diffusori in prova. Potrei continuare a scrivere per pagine e pagine sulle sensazioni ed emozioni che l’ascolto di questo diffusore mi ha regalato in un mese di prove ma temo che sarebbe del tutto inutile.
       
      Conclusioni
      Le Electa Amator III sono grandi piccoli diffusori. Suonano bene con tutti i generi musicali e non sono così complicate da far suonare in ambiente. Di una cosa hanno però necessità. Non sono voraci di corrente ma di potenza. Non crediate che possano suonare con “soli”100 watt o con un monotriodo. Hanno fame di potenza e la sanno gestire al meglio. Non ricreano come sanno fare le Lilium il palcoscenico reale con il suo grande “respiro”, non arrivano a creare quel basso “tellurico” proprio dei grandi sistemi, ma tutto il resto lo sanno fare benissimo, con grazia, definizione e tanta classe. In Sonus Faber sono riusciti nell’impresa di ricreare in scala inferiore (a livello dimensionale) il grande suono di un sistema più completo e complesso.
      Normalmente evito di lasciarmi andare a consigli non richiesti. Ove possibile suggerisco un acquisto solo dopo aver ascoltato il sistema esistente. In questo caso, chi è alla ricerca di un diffusore da stand ma non vuole rinunciare al suono completo di un diffusore multi via da pavimento, vada ad ascoltare ovunque sia possibile questo sistema. Non ne rimarrà deluso, anzi.
      Ora lasciamo le Electa Amator I e il ricordo di Franco Serblin al XX secolo e godiamoci queste nuove creature della Sonus Faber del XXI secolo.
       
       
       
       
       
       

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      Un compleanno deve essere sempre festeggiato, soprattutto poi quando è quello di una delle realtà para – industriali di assoluta eccellenza del nostro paese: la Sonus Faber S.p.A. di Arcugnano, Vicenza.     
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      Il 35° compleanno

      Nessuno dei modelli di diffusori prodotti ad Arcugnano in questi ultimi anni ha tradito le aspettative sonore ed estetiche, rappresentando al meglio quel “saper fare” italiano, quel coniugare sapientemente le esigenze tecniche con quelle estetiche che rendono ogni diffusore Sonus Faber un qualcosa di diverso rispetto al panorama mondiale degli altri costruttori di diffusori. Per questo 35° compleanno si sono voluti regalare la riedizione di un diffusore che ha fatto la storia della fabbrica, senza il quale la Sf di oggi sarebbe stata sicuramente diversa o addirittura inesistente, la Electa Amator.


      L'antenata

      Sarò drastico: per me non esiste altro che la EA prima serie per due diverse ragioni, una soggettiva e la seconda oggettiva;

      1)    Non avendo mai visto dal vivo la seconda non ne posso parlare;

      2)    Non ci sono affinità tecniche fra la II e le altre, mentre sono immediate fra la I e la III.

      A mio avviso la II ha più elementi di contatto con quell’altro capolavoro di Franco Serblin che è stata la Extrema, soprattutto per la presenza del radiatore passivo posteriore.

      Il ricordo della “prima volta” con la Electa Amator I è di pochi anni fa. Un mio conoscente mi chiese un giorno di accompagnarlo a Roma per andare a prendere dei diffusori usati che aveva appena comprato da un privato. Ok, gli dico, ma quali diffusori hai preso? Quando me lo disse restai perplesso perché li stava comprando per la seconda volta. Ebbene sì, a distanza di molti anni si era ripreso le EA.  Da quella volta, per molti periodi diversi ed anche con sistemi ed in ambienti diversi ho sviluppato la mia conoscenza con questi diffusori storici e contraddittori.

      Il primo impatto è di quelli che non si scordano: suono meraviglioso, ricchezza armonica, medio-alte fluide e setose (potrei continuare con gli aggettivi per ore). Il fascino della costruzione, la loro massa rispetto alle dimensioni. Ero davvero rapito da quello che sentivo e vedevo.

      Ma l’incantesimo in realtà durò poco. Approfondendo la conoscenza con questo diffusore mi resi conto che, spesso, le sue caratterizzazioni, andavano a compromettere il risultato finale. Erano “prime donne”, non gradivano la mancanza di aria alle loro spalle e soprattutto ai loro lati. Il basso, a seconda della registrazione, poteva anche diventare “ingestibile” lungo e senza articolazione e, infine, la loro mancanza di trasparenza. Sì, al contrario di quello che molti hanno scritto nel passato sull’essere monitor, le EA I erano tutt’altro che monitor. Il tweeter Dynaudio era stato “piegato” al volere del creatore ed il risultato era un suono sì dolce, sì bello, ma decisamente poco trasparente.

      Detto in poche parole, ogni volta che le ascoltavo mi sembrava che ci fosse una coperta sui diffusori. E non era né l’impianto utilizzato né l’ambiente. Gli stessi diffusori li ho anche sentiti in un ambiente (ancor più critici del primo) e con un altro (signor) impianto. E allora? Erano una ciofeca? No, erano i diffusori più umani che avessi mai sentito, con i loro pregi ed i loro difetti, specchio fedele di quello che Serblin voleva ottenere e, secondo me anche superiori all’altro capolavoro Serbliniano che sono state le Guarneri Homage.

       

      Electa Amator III 2018

      Fatta la dovuta premessa storica passiamo a definire cosa sono le Electa Amator III 2018. Dico subito quello che non sono: della prima edizione hanno solo il nome. Il suono, il mobile, le soluzioni tecnologiche sono della Sonus Faber del 21° secolo, quindi uso sapiente dei materiali coniugato alla tecnologia più avanzata. Il cabinet è una scatola di legno in noce massello spesso 25 mm. Le pareti anteriore e posteriore sono rivestite in vera pelle, mentre quella inferiore è un sandwich di tre materiali diversi (legno, lamina di ottone e marmo di Carrara da 30 mm avvitati dall’interno fra loro). Questo accoppiamento di materiali diversi fra loro, con diversa densità e struttura ridistribuisce e riduce le risonanze dell’intero mobile, tanto da sembrare completamente inerte a qualsiasi impulso esterno ed interno. Il tutto poi è avvitato agli stand fatti in alluminio anodizzato riempiti di materiale smorzante, con una base di marmo di Carrara. Anche alla base dei diffusori, tra i pilastri in alluminio e la base in marmo è stata interposta una lamina di ottone.20181125_113246.thumb.jpg.9ab4f14f349c91c889bfa43c489db71a.jpg

      L’impatto visivo è completamente diverso da quello delle EA I con le doghe in massello (bellissime) oppure quello lucido e laccato delle Guarneri Evolution che ebbi modo di provare qualche anno fa (e che mi sono rimaste nel cuore).

      Le EA III sono “minimaliste” non ti “sbattono in faccia” la loro tecnologia (le devi studiare) e la loro finitura è come un perfetto abito da lavoro cucito a mano da uno dei migliori sarti d’Italia. Le vedi, semplici e ti fai trarre in errore. Ti aspetti il suono del classico due vie da stand… e sei in errore.

      Il tweeter, direttamente derivato da quello della Lilium è da 28 mm, con tecnologia DAD™  Damped Apex Dome™, con anteriormente il tripode che ricorda la caratteristica del tweeter Dynaudio della EA I. Alle sue spalle è stata posta un volume di caricamento, che è ben visibile dal foro del condotto reflex posteriore,  in legno massello.

      Il mid-woofer da 18 cm è in polpa di cellulosa, ed è stato creato per questo progetto. Ha una buona escursione e, anche a volumi d’ascolto non proprio “civili” non ha mai manifestato di andare in affanno. I dati di targa parlano di una impedenza nominale da 4 ohm ma, visto il grafico del modulo e della fase, gentilmente fornitomi dal progettista Paolo Tezzon, direi che siamo superiori ai 5 ohm su tutta la banda di frequenze con rotazioni di fase comprese tra + e – 36°. Anche la sensibilità dichiarata (88db) mi è sembrata ottimistica poiché, molto spesso, ho visto indicazioni del livello del volume sul preamplificatore alti, molto alti. Ne deduco spannometricamente una sensibilità reale di crica 85/86db.


      L'ascolto

      Alla fine il suono. Si perché queste scatolette di legno, dannatamente pesanti, suonano….e lo fanno talmente bene da avermi lasciato perplesso molte volte durante gli ascolti fatti di sera a luce spenta.

      Di ottimi diffusori, sia grandi che piccoli, in questi anni, ne ho ascoltati molti. Ognuno con le sue peculiarità e caratteristiche, ognuno con il suo carattere. Però noi cerchiamo il “nostro” suono, cioè quello che più si avvicina a quello che ascoltiamo dal vivo e che riesce a trasmettere le emozioni proprie che solo la musica live può dare. Alla fine ho scelto il mio riferimento, che cadde, quasi tre anno or sono, sulle Sonus Faber Lilium. Ora, ascoltare le Electa III, a luce spenta, mi ha dato una sensazione di smarrimento che è difficile da spiegare. Sentire le Lilium e sapere che non stanno suonando loro ma le Electa III. Con gran parte dei programmi musicali a me più confacenti, jazz e musica da camera per lo più, la differenza di suono a livello timbrico è inesistente. A livello dinamico sussiste la superiorità della volumetria e del numero dei trasduttori delle Lilium ma le piccoline reggono il passo. Ecco, la differenza sostanziale è quella naturale immanenza che il grande diffusore ha nel ricostruire lo spessore armonico. Eppure la Electa III regge il confronto. Gli strumenti ad arco sono timbricamente e armonicamente corretti e completi. Fin dove il mid-woofer delle Electa può arrivare (più o meno 40hz) il basso è profondo ed articolato, tendente a chiudere con dolcezza la struttura armonica, senza impastare o diventare duro e “muggente” come mi è capitato di ascoltare con altri diffusori anche da pavimento.   I legni e gli ottoni sono definiti, articolati e sempre perfettamente a fuoco. Nemmeno con la grande musica sinfonica (IV^ sinfonia di Mahler in sacd della LSO) si sono perse le sfumature più tenui o ci si è perso qualcosa della partitura per sovrapposizione degli strumenti. Una grande raffinatezza unita ad una altissima definizione.20181125_113412_HDR.jpg.3181e9c4fc35dca1f869711aa8c9dacc.jpg

      Mi sarei atteso, prima della prova, qualche rinuncia (sopportabilissima) sulle percussioni ed in genere nell’ascolto della musica rock….e invece, altra seconda sorpresa. Passare dai Pink Floyd ai Genesis e terminare con Steven Wilson è stato un percorso di puro divertimento. Chitarre, tastiere, percussioni, ascoltate con la massima disinvoltura da ascolto live senza nessuna fatica d’ascolto e senza perdere nulla nei transienti e nella dinamica. Percussioni profonde e d’impatto (appena meno possenti delle Lilium) tali da farti seguire il ritmo con il massimo del piacere e del coinvolgimento. Sentire perfettamente a fuoco la “pelle” del tom della batteria, con quel senso di aria post percussione, mi ha stupito. Molte volte ho tralasciato di prendere appunti e mi sono goduto la musica, pura e semplice, senza stare a spaccare il capello in quattro o a ricercare riferimenti mnemonici su come dovrebbe suonare questo o quell’altro strumento.

      Il palcoscenico ricreato da questi piccoli capolavori è notevole. Scompaiono e suona tutta la parete, con una notevole estensione in orizzontale e verticale. Dove ho avvertito qualcosa in meno è sul piano della profondità che, in realtà, attribuisco più al mio ambiente d’ascolto che ai diffusori in prova. Potrei continuare a scrivere per pagine e pagine sulle sensazioni ed emozioni che l’ascolto di questo diffusore mi ha regalato in un mese di prove ma temo che sarebbe del tutto inutile.

       

      Conclusioni

      Le Electa Amator III sono grandi piccoli diffusori. Suonano bene con tutti i generi musicali e non sono così complicate da far suonare in ambiente. Di una cosa hanno però necessità. Non sono voraci di corrente ma di potenza. Non crediate che possano suonare con “soli”100 watt o con un monotriodo. Hanno fame di potenza e la sanno gestire al meglio. Non ricreano come sanno fare le Lilium il palcoscenico reale con il suo grande “respiro”, non arrivano a creare quel basso “tellurico” proprio dei grandi sistemi, ma tutto il resto lo sanno fare benissimo, con grazia, definizione e tanta classe. In Sonus Faber sono riusciti nell’impresa di ricreare in scala inferiore (a livello dimensionale) il grande suono di un sistema più completo e complesso.

      Normalmente evito di lasciarmi andare a consigli non richiesti. Ove possibile suggerisco un acquisto solo dopo aver ascoltato il sistema esistente. In questo caso, chi è alla ricerca di un diffusore da stand ma non vuole rinunciare al suono completo di un diffusore multi via da pavimento, vada ad ascoltare ovunque sia possibile questo sistema. Non ne rimarrà deluso, anzi.

      Ora lasciamo le Electa Amator I e il ricordo di Franco Serblin al XX secolo e godiamoci queste nuove creature della Sonus Faber del XXI secolo.

       

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    2. Avevo intorno ai 15 anni quando scesi santa Teresa, arrivai sotto Port'Alba e consegnai due settimane di sudati risparmi a Guida. E fu così che mi accaparrai la prima edizione dell'opera prima di uno sconosciuto scrittore napoletano.
      La comprai al buio, come allora si compravano libri e dischi, ma me ne aveva parlato bene una persona di fiducia e allora decisi di rischiare.

      Ho poi incontrato di persona Luciano De Crescenzo, ben 25 anni dopo, teneva una conferenza nelle cantine storiche di Mastroberardino accompagnato da una giovanissima etèra vestita come Aspasia, la sua preferita. In quei 25 anni era passato da scrittore dopolavorista a Maestro di un genere letterario e cinematografico creato da lui stesso.

      Grazie professore per avermi insegnato l'ironia ed essere riuscito dove anche Geymonat e Adorno a volte avevano fallito.

      Ci rivedremo, non importa quando, tanto il tempo non esiste.
       

       

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      La vera magia che compie il Carnevale è quella di fermare il tempo: almeno per qualche giorno si può dimenticare il quotidiano e lasciarsi trasportare in un mondo fantastico, ritornare bambini inventarsi battaglie a colpi di coriandoli e volare con la fantasia in quei mondi fatti di streghe, elfi, draghi, fate, creature misteriose che evocano personaggi mitologici o del futuro che viaggiano nel nostro inconscio: DES MONDES FANTASTIQUES!

      Questo è stato il tema dell’ 86esimo Carnevale di Menton durante la tradizionale e celebre Fête du Citron che ha richiamato una gran folla entusiasta un po’ da tutto il mondo.

      Domenica eravamo 240000 e, alla fine, tutti eravamo cosparsi di “confettis” (coriandoli). Moltissimi i controlli e massiccia la presenza dei gendarmi ma,  più importante ed evidente, era la voglia di fare festa e divertirsi tutti insieme... no, non c’erano gilets jaunes ma tanti...citrons jaunes che, volentieri,  giocavano e si facevano fotografare soprattutto con i bambini. La temperatura era quasi estiva, il sole splendeva e, nel cielo, neanche una nuvola! Dopo la burrasca dei giorni scorsi, anche il mare si era calmato. La scenografia era quindi perfetta!

      Prima di partire con le foto delle cartoline, però, leggete il lato B, quello che vi racconta qualcosa sulle origini e la storia di questa bella festa, e probabilmente scoprirete qualche notizia interessante. Buon divertimento!

       

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      L’idea del Carnevale a Mentone, fino allora legato a quello di Nizza, è venuta all'inizio del 1900 ad opera di alcuni albergatori che volevano alimentare e intrattenere i villeggianti durante la stagione in cui era tradizione che re, principi, nobili, imprenditori, artisti e ricchi borghesi venissero su “la Côte” a trascorrere qualche salutare settimana al mare cercando anche di curare quel triste mal sottile che era la piaga del tempo. 

      Il Carnevale di Nizza, antichissimo e risalente addirittura al XIII secolo, era l’appuntamento ideale con la sua famosa Parade e i fantastici fuochi artificiali che chiudevano i festeggiamenti . Anche la regina Vittoria partecipò alla manifestazione nel 1882. 

      Una simpatica curiosità: durante questo periodo, nella seconda serata, si svolgeva una famosa e attesa gara, retaggio genovese, che era chiamata dei “Moucouleti”.

      In realtà, come racconta la storia, questa serata presentava un gioco molto divertente dedicato agli innamorati: i giovani tenevano in mano una candela accesa mentre le ragazze la portavano ugualmente ma tenendola, con la mano alzata, sulla testa. Il combattimento consisteva nel cercare, soffiando, di spegnere a vicenda la candela degli avversari mantenendo accesa la propria. Anche le ragazze cercavano di spegnere quella di quei corteggiatori che non gradivano o quelle delle rivali. Quelli che riuscivano a mantenere il moccolo acceso cercavano poi di spegnere quello della ragazza di cui erano innamorati: se ci riuscivano avevano in premio il bacio della fanciulla amata.

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      Intanto, nel 1929, quando si diceva che Mentone fosse il primo produttore di limoni del continente, un albergatore decise di allestire una Mostra di Fiori e di Agrumi  nel giardino dell’Hotel Riviera. L’esposizione riscosse un notevole interesse tanto che, a poco, si sviluppò sempre di più arricchendosi di carretti decorati di agrumi, piante di agrumi e bancarelle disseminati qua e là per la cittadina con graziose majorettes abbigliate in costume. 

       

      Finalmente, la vera FÊTE du CITRON nacque nel 1934 e diventò una manifestazione indipendente dal Carnevale di Nizza, offrendo un proprio défilé “al limone”!

      Nel 1936 apparvero  i primi  manifesti e la Festa si trasferì nei pressi del Casinò, nei giardini pubblici Biovès: qui nacquero le prime creazioni con l’utilizzo di 10000 limoni e 12000 arance: il tema era un omaggio al territorio.

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      Da allora, ogni anno, in autunno, viene deciso il tema per il prossimo Carnevale, tuttavia, come succede per tutti gli eventi, alcuni anni sono stati felici e altri meno sia per cause climatiche (anni di forti piogge e addirittura neve nel 1956!) che politiche, come il 1991, soppresso per motivi di sicurezza a causa della guerra del Golfo.

      Ecco le tappe principali e alcuni dei temi importanti che sono stati sviluppati nel corso degli anni passati:

      Nel 1959 gli agrumi dei carri non vengono più infilzati in lunghi spilloni ma ancorati e legati tra loro per mezzo di elastici. Quest’anno ne sono serviti 750000!

      Nel 1973, in omaggio a Jules Verne e allo sbarco sulla luna, il tema è stato: “Dalla Terra alla Luna”; a Jules Verne si ritornerà nel 2013 con “ Il giro del mondo in 80 giorni”.

      Dal 1995 al 1999 i temi sono dedicati agli eroi dei fumetti : Asterix, Obelix, Tintin, Lucky Luke, personaggi di Walt Disney e del film “Fantasia”.

      Nel 2000 sfilano per la prima volta i carri di agrumi articolati nei movimenti.

      Nel 2002 il tema è italiano : Pinocchio.

      Molte edizioni, invece,  hanno scelto temi geografici che spaziano nei viaggi e vanno dalla Cina all’India, a regioni europee e grandi isole.

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      Occupandoci di questioni più pratiche, viene spontaneo domandarsi da dove vengano ben 140 tonnellate di agrumi, quantità impossibile per un comprensorio così piccolo... E poi, se i limoni di Mentone sono così speciali e pregiati, perché sciuparli nella creazione dei carri? E dove finiranno alla fine del Carnevale?Chi li fa e chi li disfa?

      Eccomi qua a cercare di dare una risposta a queste domande che io, come voi, suppongo vi siate posti!

      Allora, da quel che ho saputo, nessuno degli agrumi impiegati proviene dal territorio e neppure dalla Francia! Arrivano in maggioranza dalla Spagna, dal Marocco e, forse anche un po’ dall’Italia e altri Paesi del Mediterraneo. Delle più di 140 tonnellate, acquistate dal Comune, 100 servono per decorare il Jardin, la cui visita costa 12€ e che ospita le strutture immobili. Un po’ più di 30 invece servono per allestire i carri della sfilata ( per assistere i costi vanno dai 10, in piedi ai 25 €, seduti in tribuna) e il restante per risistemare quelle che, nel corso di quindici giorni, periodo della durata della manifestazione, si deteriorano. Alla fine, quando si smontano gli allestimenti, gli agrumi vengono svenduti, per pochi euro, in sacchetti che le famiglie acquistano ( ma solo in parte, circa 6 o 7 tonnellate), per divertirsi creando giochi per i bambini o dilettandosi, a loro volta, in piccole creazioni. Uno dei giochi più comuni è quello di creare piramidi e, sempre con gli agrumi, bombardarle per vedere chi riesce ad abbatterne il maggior numero.

      Va detto che questi agrumi non sono di grande qualità e che, difficilmente si sarebbero venduti perché magari trattati con prodotti non conformi alle norme relative all’alimentazione. Restano comunque dubbi su altri eventuali usi.

      Dalla preparazione allo smantellamento, ogni anno, vengono assunte dal Comune centinaia di persone tra cui molti studenti e pensionati che si avvicendano nei vari compiti.

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      Adesso però divertitevi e rilassatevi guardando un po’ di cartoline che arrivano fresche fresche dalla festa del 24 febbraio scorso! Alla sfilata però, lo vedrete, non c’erano solo i carri di agrumi, 10 in tutto, ma parecchie altre attrazioni si susseguivano con performances di acrobati e artisti di strada, animali gonfiabili giganti, danze tipiche eseguite dalle simpatiche e bellissime rappresentanti dei Territori d’Oltre Mare, dame e cicisbei della Commedia dell’arte, violiniste, robot, maschere varie, velocipedi, carri meccanici di mostri  giganteschi che sparavano neve e coriandoli o che sbuffavano fumo dalle narici... Fantasie oniriche di ogni età e di ogni tipo...senza tempo, insomma, come le mie cartoline!CA3.thumb.JPG.3afa2e46908c76f0e59b25d76283c265.JPGCA4.thumb.JPG.c6858f40433065d8e276d242cd62156f.JPGCA5.thumb.JPG.98077b8241b9b351262ff0b891ee259a.JPGCA7.thumb.JPG.29bf76c49f543035cf6d648deaab51d0.JPG

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      Purtoppo la mia carrellata finisce qui, con la Chimère... lo spazio è tiranno e io avevo ancora un po' di cartoline... vedremo se mi sarà possibile inserirne altre prima o poi...per ora restano alcuni spazi vuoti...Peccato!

      BUON CARNEVALE A TUTTI!!! 

      IMPORTANTE! Sono riuscita a postare qui sotto, in altri post successivi...  😁

       

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    4. Ben ritrovati, ad un nuovo appuntamento con i torrenti, le Trote, e le avventure di pesca.

       

      In questa nuova conversazione, vorrei illustrare per sommi capi, anche a chi ne è completamente digiuno, come si sviluppa la pesca alla Trota, che di norma presuppone due principali tecniche di esecuzione, una la cosiddetta pesca con artificiale, l’ altra invece quella con esca viva.

       

      La prima, conosciuta soprattutto per l’ uso del cosiddetto cucchiaino, prevede l’ utilizzo di un’ esca finta, formata da una paletta di metallo, a forma appunto di cucchiaino, paletta che è libera di ruotare su un asse formato da una sottile anima di acciaio, che ad un estremo ha un anellino che permette di fissare il rotante al filo di nylon, e sull’ altro lato, alla fine dell’ anima in acciaio, si trova un’ asola che tiene in posizione una piccola ancoretta, cioè tre ami fissati insieme e sfalsati a 120 gradi in modo da rendere l’ arpioncino sempre attivo nei confronti del pesce da qualsiasi angolo la aggredisca. La foto che segue, credo sia più chiara di qualsiasi spiegazione.

       

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      Come si vede qui sopra, i cucchiaini, così chiamati per la paletta che sembra un cucchiaio, sono i più utilizzati in torrenti, hanno forme, fogge, dimensioni variabili, come pure i colori e i disegni che compaiono sulla superficie del cucchiaino, alcuni li ho personalizzati io utilizzando i colori da modellismo, per fare delle diverse colorazioni o disegni che, ritenevo, potessero renderli più appetibili alle Trote, cosa che poi, statisticamente, non mi pare sia stata confermata . . . !!

       

      Pesca con artificiali 

       

      La tecnica di pesca con artificiale prevede il lancio del rotante, nella zona di interesse dello specchio d’ acqua, il suo recupero col mulinello a intervalli più o meno regolari, ma continuo, in modo che la paletta del cucchiaino in acqua giri a forma di vortice e attiri la curiosità e la voracità della trota, che inseguendo l’ esca finta e mordendola, rimanga agganciata  all’ ancoretta attaccata posteriormente.

      Sembra una tecnica crudele, invece è la forma di pesca meno aggressiva, preferita da chi non vuole trattenere il pesce, perché l’ abboccata così detta, ovvero l’ agganciarsi della trota all’ esca, è superficiale e solitamente, con molta attenzione, si può slamare, ovvero togliere l’ arpione dal labbro del pesce, senza provocare nessun danno fisico e produrre alcuna mutilazione.  

      E’ una tipologia di pesca molto pulita anche dal punto di vista del pescatore, che non maneggia esche vive, ovvero lombrichi, camole o altri animaletti, che comunque sporcano, deperiscono, e costringono a procurarseli per tempo, andando a raccoglierli o acquistandoli presso i negozi specializzati. Una variante consiste nell’ utilizzare artificiali con la forma di un pesce che, recuperando la lenza sotto la superficie, imitano il movimento natatorio di un pesciolino, e attirano così l’ attenzione della trota che vede sia una potenziale preda fonte di proteine nobili, che un intruso che invade il suo territorio, scatenando in questo modo la pronta reazione e l’ attacco, soprattutto di pesci di buona taglia. Molto valida in questo senso è l’ imitazione del pesce persico, che atavicamente scatena la reazione delle trote che lo vedono come un intruso nel proprio territorio di pertinenza, ovvero di caccia e di ambiente in cui vivere svolgendo le proprie attività.

      Qui sotto alcuni dei pesciolini finti , imitazioni molto veritiere, che vengono utilizzati per insidiare Trote di buone dimensioni, si tenga presente che questi pesci artificiali sono anche in grado di muoversi nell' acqua imitando il movimento del pesce vivo, ovvero guizzano e si muovono ondulando, cosa che può essere accentuata dal pescatore, sia muovendo la punta della canna lateralmente, sia variando la velocità di recupero con il mulinello. 

       

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      Quelli qui sopra in foto sono solo alcuni dei pesciolini ed esche artificiali che nei decenni ho utilizzato per la pesca, in torrente, e anche in lago, dove si potevano insidiare anche i cavedani, i Persici Trota, detti Boccaloni, e i Persici classici.

       

      Pesca con esche naturali

       

      La seconda forma di pesca alla trota si basa appunto sull’ utilizzo di esche vive, naturali, di cui i classici esempi sono il lombrico, la camola del miele o il gatoss, ed è la cosiddetta pesca alla tocca sul fondo, cioè attuata per mezzo di un finale di lenza composto, partendo dal tratto terminale del filo, da un amo con lombrico, camola del miele o altro insetto vivo, piombatura adeguata per permettere di lanciare ad una distanza di almeno 6-10 metri l’ esca e, non diffuso ma comodo, girella con moschettone che permette di attaccare e staccare facilmente la montatura così fatta dalla lenza principale, ovvero il filo che va alla canna e si avvolge nel mulinello.

      Il terminale citato, lungo solitamente dai 30 ai 45 centimetri, ha alcuni vantaggi rispetto al filo continuo, cioè senza l‘ interposizione del moschettone con girella, tra i quali il fatto che è molto veloce il cambio dello stesso, per esempio se si vuole montare un diverso finale di lenza con piombatura o amo differente, oppure se si impiglia e si strappa il filo sul fondo, cosa che in un torrente non è evento raro, di solito la rottura si ha sul nodo che aggancia il terminale al moschettone, preservando il resto della lenza, oppure per il cambio rapido da pesca ad esca viva a quella con artificiale, cioè da amo a cucchiaino o viceversa. C’ è però un aspetto negativo, ovvero  inserendo un elemento in più sulla lenza, ed un nodo ulteriore, si indebolisce la resistenza e l’ elasticità del filo, che può diventare cruciale se abboccasse un pesce importante, la trota attesa una vita intera.

      Nella pesca a tocca, il lancio dell’ esca si fa in corrente, sotto cascata, vicino a dove si pensa vi sia la tana e si lascia affondare il tutto senza recupero immediato, in modo che l’ esca si muova naturalmente seguendo la corrente, e il pesce possa vedere e saggiare il cibo attaccato all’ amo. Si mette poi in tensione il filo recuperando un poco di lenza con il mulinello, e si “sente” sul filo, fisicamente con la mano libera la presenza della trota che mangia, rappresentata tipicamente da colpetti più o meno energici che si propagano alla canna, poiché di solito il pesce mangia e contestualmente fa leggeri spostamenti del corpo, mantenendo la posizione in acque mosse, nuotando e compensando con piccoli movimenti laterali delle pinne. Qui sotto alcuni terminali già preparati, per non perdere tempo durante la battuta di pesca in torrente . . . 

       

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      La foto non rende molto, ma il concetto di fondo è che i finali hanno un' asola, si vede a destra, che si infila nella girelle e moschettone legata al nylon principale che entra nel mulinello, e che quindi si possono cambiare in funzione del peso che si usa, io di solito utilizzo due olivette abbastanza pesanti che permettono sia di lanciare agevolmente più lontano rimanendo nascosti, sia di far affondare subito in corrente l' esca. All' estremità di sinistra, dopo circa 30-40 centimetri di lenza, l' amo, in questo caso un amo corto per camole, scuro, per non riflettere la luce sotto il sole, e ritorto per ferrare meglio il pesce.

       

      Dal tipo di tocca che si avverte sulle dita della mano che stringe la lenza, un pescatore con esperienza capisce già di che mole è la Trota che sta assaggiando l’ esca, solitamente la trota piccola è vorace e molto disordinata nei colpetti e si muove molto nello spazio a sua disposizione, mentre la trota più matura mangia dando colpi secchi ma meno irruenti e spesso rimane in posizione immobile nel punto in cui ha abboccato, saggiando il cibo con molta calma prima di passare ad ingoiarlo.

      Durante la pesca alla tocca, c’ è la variante della Trota, di misura variabile che, presa in bocca l’ esca, punta decisa verso la sua tana, per abitudine o perché insidiata da rivali per il cibo, tana posta solitamente sotto una roccia, nei pressi della cascata, in un punto nascosto, dove si trova il suo rifugio abituale, per continuare a mangiare in sicurezza il cibo conquistato. A questo punto dell’ azione di pesca le cose possono ulteriormente complicarsi, perché una Trota in tana è sempre un’ incognita per il pescatore.

      In poche frazioni di secondo si deve decidere se lasciare che il pesce entri nel suo rifugio, affinché mangi con calma e si agganci quasi da solo all’ amo, o recuperare, dando il colpo di ferrata con la canna. Nella tana infatti gli spazi sono spesso angusti e il filo può incappare in punti taglienti delle rocce, per cui si rischia di tranciarlo, oppure si verificano situazioni in cui il pesce rimane saldamente bloccato nel suo rifugio, cosa che rende impossibile il tirarlo fuori dalla tana senza rischiare di strappare il filo o procurare dei danni al pesce stesso.

      Spesso conviene perciò ferrare quasi immediatamente, termine che indica il colpo con la canna a frusta all’ indietro subito dopo l’ abboccata del pesce e conseguente recupero del filo con il mulinello, per far si che l’ amo punga la trota e permetta al pescatore di trarla fuori dall’ acqua, anche se alte sono le probabilità che il pesce, non avendo ancora ingoiato il cibo e tenendolo nella parte anteriore della bocca, a filo di labbra, lo sputi e si liberi dall’ amo.

      Proprio perché l’ esca viene masticata e parzialmente ingerita dal pesce, questa tecnica di pesca è meno preservante per l’ integrità fisica della Trota, poiché l’ amo può ferire il pesce, rendendo più complessa la slamatura, o liberazione del pesce dall’ amo, senza il rischio di ledere qualche parte dell’ apparato boccale dello stesso. Risulta così che la tecnica con l’ esca viva, sia la meno adatta a fare una pesca sportiva di cattura e rilascio, perché più difficile risulta liberare il pesce dall’ amo e rimetterlo in acqua indenne. Proprio per limitare questi potenziali danni, di solito si tende ad utilizzare ami di generose dimensioni, in modo che le piccole trote non possano neppure ingoiarli, mentre le più grosse, con ami di grandi dimensioni, sono punte sul labbro e facilmente liberabili, seguendo alcune semplici precauzioni. Tra queste, bagnarsi bene le mani per non intaccare il film lipidico che ricopre la superficie del corpo del pesce, la trota infatti non ha scaglie, come molti altri pesci, la sua forma altamente idrodinamica si basa proprio sulla pelle nuda, che oppone minore resistenza al movimento in acqua, ed è però ricoperta da una mucillagine che protegge il pesce dagli attacchi di parassiti e di altri microorganismi, garantendo al contempo una buona aerodinamica corporea.

      Il pesce va maneggiato con attenzione e delicatezza, senza esercitare pressioni sul suo corpo, basta tenerlo immobilizzato per permettere di togliere l’ amo o l’ ancoretta dalle labbra, operazione in alcuni casi più complicata se l’ amo si è agganciato nel palato o se più di uno dei bracci dell’ ancoretta si sono conficcati nella bocca della trota. Una volta sganciata e libera, la trota va inserita in acqua, possibilmente muovendola delicatamente per permettere alle branchie di ossigenarsi nuovamente, tenendola per la coda, in acque correnti ma non eccessivamente veloci, in modo che riprenda conoscenza e sia lei a muoversi lasciando la mano del pescatore, che la regge. Tutti questi piccoli accorgimenti riescono a limitare al minimo la sofferenza e i disagi del pesce, che viene, per qualche secondo, tolto dal suo ambiente naturale e costretto ad andare un poco in debito di ossigeno, ma se si è attenti e rapidi, la trota ritorna nel suo ambiente liquido senza portarsi dietro nessuna menomazione o trauma, se non un’ esperienza che gli servirà per essere più guardinga e attenta, facendole guadagnare opportunità di sopravvivenza ad un ulteriore passaggio di un pescatore che tenterà di insidiarla.

       

      Differenza sostanziale tra le due tecniche, con artificiale e con esca viva, sono anche i tempi di reazione e le modalità di abboccata del pesce. Nel primo caso il cucchiaino transita velocemente nell’ acqua, per il recupero molto rapido della lenza fatto girando con continuità il mulinello, che aumenta ancora se si lancia in acque correnti e in rapida discesa a valle. Qui la trota ha pochi istanti per reagire, se si riesce a solleticarne la voracità e la curiosità spesso l’ attacco è immediato, addirittura con l’ artificiale in volo sopra lo specchio d’ acqua, e da qui inizia la sfida tra il pesce, che cerca di liberarsi dalla presa, e il pescatore che vuole spiaggiarlo fuor d’ acqua. La trota tenta di liberarsi dal cucchiaino dimenandosi in acqua, saltando fuori dalla superficie del torrente, dove il filo non è più sostenuto dal liquido e permette al pesce di sganciarsi più facilmente, ed anche, comportamento più tipico delle trote di una certa mole, venendo velocemente incontro al pescatore e quindi allentando la tensione della lenza e favorendo così la probabilità di sganciarsi dell’ ancoretta dalla bocca. Altra variabile nel recupero è data dalle posizioni spesso precarie in cui ci si trova a lottare con la trota, cioè in acque vorticose, in difficile equilibrio, nascosti dietro ad una roccia, oppure in posizione elevata rispetto all’ acqua e dovendo sollevare il pesce in aria, quindi senza sostegno del liquido, questo diventa immediatamente più pesante e in grado di divincolarsi in modo più disordinato.

      Nel caso di pesca con l’ esca viva, questa viene lanciata e fatta scendere verso il fondo, portata a spasso dalla corrente e mossa con piccoli recuperi dal pescatore, rimanendo più tempo a disposizione dei pesci ma è meno visibile di un oggetto in veloce movimento e luccicante, per cui risulta essere più una pesca di attesa e intercettazione del pesce che di sorpresa. Inoltre, una volta ghermito il boccone, il pesce assaggia e mastica il cibo, con tempi più lenti, spesso con cautela, tanto più la trota è grossa, e quindi bisogna attendere il giusto momento prima di ferrare, scelta spesso aleatoria e dettata dall’ esperienza e dalla sensazione che la trota mangi più o meno voracemente, pena il rischio di togliere letteralmente di bocca al pesce il ghiotto boccone.

      Buona parte delle abboccate, sia all’ esca finta che al vivo, vanno a vuoto, nel senso che il pesce sputa prima della ferrata, perché sente per esempio la punta dell’ amo pungerlo, oppure non aggancia il cucchiaino o si sgancia durante il recupero. Qualche volta beffa il pescatore anche se è stato spiaggiato, tale è la reattività, il saltare disordinato, il dimenarsi puntando per istinto sempre e immancabilmente tra l’ altro, in direzione dell’ acqua, unito al fatto di avere la superficie del corpo molto viscida che favorisce il nuoto, da lasciare di stucco il pescatore che è convinto di averla ormai in pugno. Non si contano le situazioni nelle quali mi è capitato di rimanere basito osservando il guizzo finale di una trota, considerata oramai catturata, che recupera il suo ambiente senza dare la possibilità di fare più nulla, lasciando con il rammarico di non essere stato più rapido, perché anche avventandosi sul pesce con le mani, pure in pochi centimetri d’ acqua la trota diventa inafferrabile e di nuovo padrona incontrastata della situazione, capace di dileguarsi in un attimo !.

      Esiste un altro approccio, molto tecnico, di pesca alla trota, è rappresentato dalla pesca a mosca, ovvero una pesca eseguita lanciando a notevole distanza, anche 12-15 metri, una lenza cosiddetta a coda di topo, che si proietta ed estende proprio per la sua conformazione e peso, alla punta della quale viene legata una moschina artificiale, costruita per imitare le piccole efemere ed altri insetti volanti, del peso di un paio di grammi. Il pescatore, eseguendo un movimento a frusta, con una canna e un mulinello speciali, distende muovendo la canna avanti ed indietro, la lenza fino a posarla sul pelo dell‘ acqua, dove attira le Trote che attaccano la riproduzione dell’ insetto che cela un amo.

      E’ una variante di pesca molto tecnica, ma richiede oltre ad un allenamento ed una pratica notevoli, anche il corretto spazio per poter muovere una lenza avanti ed indietro, in aria, senza che questa si impigli in rami, fronde o altro e per la morfologia dei torrenti che frequento è una tecnica di pesca che non è praticabile con successo. Oltre a quelle elencate, che sono le principali, esistono non solo altre tecniche e tipologie di pesca, legate anche alle caratteristiche differenti di torrenti, luoghi di pesca, ambienti, ma anche di quelle sopra citate vi sono innumerevoli varianti, spesso anche messe a punto da singoli pescatori, con modifiche delle esche artificiali, uso di galleggianti, utilizzo di canne molto lunghe e di attrezzature differenti da quanto io ho menzionato e delle quali, nello specifico delle mie esperienze, più avanti racconterò nel dettaglio di alcune di esse.  

      Le numerose varianti tecniche, frutto anche delle tradizioni locali, sono una prova ulteriore di uno sport molto variegato, che rappresenta una ricchezza sia per la passione in sé che per l’ importanza del tramandarsi di nozioni, metodi di pesca spesso profondamente differenti, comunque fonti di cultura, vitalità, diversificazione e diffusione di questo sport antico, o come vogliamo definirlo, passione, od anche hobby, che ci permette di passare del tempo immersi nella natura.

       

      Alla prossima puntata 

       

      saluti , Dario 

       



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