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Arrivederci, professor De Crescenzo

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appecundria

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Avevo intorno ai 15 anni quando scesi santa Teresa, arrivai sotto Port'Alba e consegnai due settimane di sudati risparmi a Guida. E fu così che mi accaparrai la prima edizione dell'opera prima di uno sconosciuto scrittore napoletano.
La comprai al buio, come allora si compravano libri e dischi, ma me ne aveva parlato bene una persona di fiducia e allora decisi di rischiare.

Ho poi incontrato di persona Luciano De Crescenzo, ben 25 anni dopo, teneva una conferenza nelle cantine storiche di Mastroberardino accompagnato da una giovanissima etèra vestita come Aspasia, la sua preferita. In quei 25 anni era passato da scrittore dopolavorista a Maestro di un genere letterario e cinematografico creato da lui stesso.

Grazie professore per avermi insegnato l'ironia ed essere riuscito dove anche Geymonat e Adorno a volte avevano fallito.

Ci rivedremo, non importa quando, tanto il tempo non esiste.
 

 

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Confermo, almeno nel nostro territorio, alcune locuzioni sono così radicate che quando qualche giorno fa udìi mio padre, coetaneo dell'ingegnere e sempre incredibilmente attivo e produttivo nel corso della sua vita, uscire dallo stato stuporoso cui la malattia e i farmaci l'hanno portato e, rendendosi conto delle sue attuali condizioni, esclamare dopo avermi rivolto uno sguardo ironico, "u anime do priatorio", io e mia sorella non abbiamo potuto evitare un amaro sorriso andando con la memoria alla stessa scena del vecchio in carrozzella cui mentalmente si paragonava.

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appecundria

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Mitico: ridotto in questo stato dal cognato.

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Pasquale SantoiemmaGiacoia

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Quando, vent'anni fa circa, De Crescenzo "si confessò in un articolo su un quotidiano"

d'essere affetto da prosopagnosia

lo fece a modo suo citando un filosofo giapponese che affermava:

la cosa più importante della vita è l'essere riconosciuto.

Poichè chi è affetto da prosopagnosia non riconosce più i volti delle persone conosciute, di amici, parenti stretti,

di tutti e tutte... se la guardo solo in faccia non riconosco più persino Sofia Loren!


Nella sua sensibilità De Crescenzo si preoccupò ironicamente dell'eventuale effetto negativo sul morale

e sull'ego delle persone che da lui, improvvisamente, non venivano più riconosciute.


Mi aiuto e li aiuto - così disse-scrisse - distribuendo, se "vedo" il caso, miei biglietti da visita ove, sul retro,

compare questa dicitura: mi dispiace non averti salutato subito ma sono affetto da una menomazione.


Come vedo i volti, le facce?

Vedo con le orecchie; se parlano posso riconoscere le voci e capire chi ho di fronte.

Prima, per mesi, alla mia malattia nessuno ci credeva pensando che fosse uno scherzo nuovo, una burla o un vezzo;

ora che sanno vedendomi, gentilmente prima si "dichiarano": ciao sono Renzo, sono Tizio, sono Caio...

Come diceva Fucujama filosofo giapponese:

la cosa più importante della vita è essere riconosciuto.

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    • toPICO
      By toPICO in La Sala del Caminetto
         18
      La bella e corposa Grand Callas è uno fra gli ultimi diffusori della ditta trevigiana Opera Loudspeakers, azienda che il prossimo anno festeggerà il trentesimo anno dalla sua fondazione ufficiale. Oltre ad essere personalmente legato al marchio per questioni di mero campanilismo, Opera e in modo particolare i prodotti della linea Callas mi fanno tornare piacevolmente indietro di qualche lustro, quando ascoltai nel piccolo e grazioso negozio Audio Club HiFi di Castelfranco Veneto un impiantino interessante che adottava come terminali proprio una coppia di Callas da stand.
      Quelle casse massicce, ma esteticamente forse non bellissime, mi affascinarono immediatamente con la loro voce e mi reintrodussero nel mondo dell’alta fedeltà dopo alcuni anni di latitanza.
      Oggi la gamma Callas è formata da tre prodotti differenti, l’erede di quel diffusore da stand che tanto mi piacque e che porta lo stesso nome, le recenti Callas Diva e le nostre Grand Callas che rappresentano il modello di punta dell’attuale produzione Opera.
       
      Design
      Le Grand Callas sono sicuramente dei diffusori importanti per dimensioni e peso, ma i fianchi curvilinei, la testa inclinata terminata con una spessa lama in vetro, oltre ai materiali impiegati, ne fanno un oggetto sicuramente molto gradevole e aggraziato che piacerà con tutta probabilità anche alle mogli più esigenti. Le finiture disponibili per i fianchi in legno sagomato sono noce e mogano, mentre la restante struttura è nera, come nera è la pelle che riveste il frontale. In dotazione c’è anche un’utile tela protettiva e una piastra di supporto in acciaio verniciato nero con adeguate punte regolabili in altezza.

      Costruzione
      Il mobile della Grand Callas, come in parte ho già anticipato, è costruito in modo superbo, con ottime finiture e con perfetti accoppiamenti delle varie parti che lo compongono. Le dimensioni sono quelle di un diffusore importante e il volume interno è di 92 litri di cui 80 sono dedicati ai woofer. Il medio è caricato in sospensione pneumatica in un volume separato. Il mobile è realizzato in MDF e multistrato curvato. Lo spessore va dai 25 millimetri dei fianchi ai 50 del pannello frontale. I driver impiegati sono di buon livello, due woofer Scanspeak Epigee 22w8557T01 da 8” a lunga escursione, il midrange Seas U18rnx/p da 7” con membrana in polipropilene ricotto e ogiva, l’ottimo tweeter Scanspeak D2905/970000 da 1” che troviamo sul frontale e i la coppia di D2608/81300 sul retro in configurazione dipolo. Di qualità anche le componenti usate per il crossover, progettato quest’ultimo con frequenze di taglio a 200 e 2000 Hz circa. Molto bella la morsettiera biwiring posta sul retro dei diffusori in posizione comoda e accessibile che all’occorrenza permette di adottare la biamplificazione passiva: collegando i connettori denominati “high” si pilota la gamma alta, sia il tweeter anteriore che il dipolo posteriore, con “low” si ha accesso alla via medio bassa, midrange e woofer. Sempre sullo stesso quadro, troviamo anche un interruttore che inserisce o disattiva l’equalizzazione della risposta alle basse frequenze. L’imballo in cui sono contenute è molto robusto e nonostante la mole dei diffusori, che pesano quasi 80 chilogrammi ciascuno, non è stato troppo complicato estrarle, montare le basi e collocarle in ambiente. Il consiglio, quando si svolgono queste operazioni con oggetti così voluminosi e pesanti, è comunque sempre quello di coinvolgere un volenteroso e forzuto amico, anche non necessariamente audiofilo, ma dotato di adeguati bicipiti. All’interno si trova anche un manualetto che, oltre alle caratteristiche tecniche, suggerisce come estrarre dall’imballo i diffusori in totale sicurezza e posizionarli correttamente in ambiente e con quali amplificatori accoppiarli.
       
      Suono
      Le Grand Callas sono state inserite nel mio impianto principale, composto dal lettore digitale cd/sacd Cary Audio 306 Pro, Apple Mac Pro con Audirvana+ per la musica liquida collegato al Canever ZeroUno Dac, giradischi Thorens TD 124 con Saec WE-308 L, pre phono Mactone XX-301, preamplificatore Atelier Du Triode ilPre, amplificatore finale Cello Rhapsody, diffusori Revel Ultima Studio, cavi di alimentazione e potenza Faber’s Cables, di segnale RCA Signal Cable, USB Belkin Gold e WireWorld Starlight 7.
      Avendo io a disposizione solo una coppia di cavi monowiring ho optato per l’inserimento di adeguati ponticelli, evitando, come è mia personale abitudine, quelli metallici in dotazione.
      Le Grand Callas, come suggerito dal costruttore, sono state in partenza configurate come una cassa chiusa, bloccando i tre condotti reflex con i cilindri in poliuretano in dotazione ed inserendo l’equalizzazione in gamma bassa. A mano a mano che la confidenza con le due “signore” migliorava, sono state provate altre configurazioni, soprattutto in relazione al loro posizionamento in ambiente. Disponendo di una certa libertà di manovra e di una sala di dimensioni adeguate alla situazione, sono riuscito ad utilizzarle senza equalizzazione e con i fori del caricamento reflex liberi, migliorando abbastanza chiaramente la resa in gamma bassa e soprattutto la spazialità e la tridimensionalità del suono.
      Avendole avute in prova per un tempo abbastanza lungo, tempo che normalmente non è concesso a chi effettua simili prove, ho ascoltato una grande quantità di musica, di generi fra i più disparati, dal pop alla musica classica e in formati diversi, vinile, cd/sacd e file anche ad alta risoluzione.
      Le Grand Callas sono diffusori onnivori, molto piacevoli con la musica classica e anche con il jazz, ma, a mio avviso, danno il loro meglio con il rock. Il basso è sempre ben presente, non teso come le mie Revel, ma più pieno e rotondo, non gonfio. A tal proposito mi sento di consigliare amplificatori, sicuramente a stato solido, di potenza adeguata in relazione alle dimensioni della sala d’ascolto, che riescano a controllare molto bene i due woofer da 20 cm, donando allo stesso tempo la trasparenza e la fluidità necessaria in gamma medio-alta.
      Di questi diffusori mi sono in particolar modo piaciuti l’equilibrio timbrico, l’articolazione e il controllo del basso, anche favoriti dal trattamento acustico ambientale realizzato con i Daad forniti da Acustica Applicata (di cui ho parlato qui), ma anche la qualità della gamma media che è un giusto vanto di mamma Opera.
      Oltre alla diversa impostazione sonora, le differenze con il diffusore di riferimento sono costituite dalla inferiore larghezza del palcoscenico e da un suono meno “avvolgente”; d’altro canto le Grand Callas si dimostrano però un diffusore più viscerale ed emozionante che sanno colpire nel segno con armi differenti a quelle a cui sono abituato. Sempre buona invece la profondità della scena in cui ha senz’altro un compito chiave il dipolo posteriore derivato concettualmente dal precedente modello e dalla Tebaldi.

      Universalità
      Come tutti sanno non esiste un diffusore universale, e se esiste io ancora non l’ho ascoltato. Esiste però il diffusore che meglio di altri corrisponde alle proprie esigenze, anche economiche, e che meglio di altri si interfaccia con il proprio ambiente. Di sicuro i punti di forza di questi diffusori sono la coerenza timbrica e la dinamica a cui si aggiungono aspetti più frivoli, ma non marginali come la piacevolezza d'ascolto e la musicalità o quello che gli anglosassoni definiscono anche come PRaT.

      Valore
      Oggi, mentre metto insieme queste parole, le Opera Grand Callas hanno un prezzo di listino di 10.600 €, una cifra sicuramente alta per noi umani che stiamo sopravvivendo alla crisi economica del nuovo millennio, ma allineata e anzi competitiva se la paragoniamo a quella di prodotti similari che il mercato hi-fi/hi-end offre. A questo va aggiunto che lo street price per questa coppia di diffusori rischia di essere realmente invitante e potrebbe aiutare a raggiungere, almeno per un po’, la pace dei sensi audiofili.
      Un altro aspetto fondamentale da considerare è che il loro possessore non dovrà svenarsi o vendere un rene per acquistare un’amplificazione eccezionale che riesca a farle suonare come sanno, come a volte accade per taluni diffusori capricciosi.

      Conclusioni
      Le Opera Grand Callas, è innegabile, mi sono molto piaciute. Le ho inserite nel mio impianto senza troppi problemi se non quelli legati al posizionamento, aspetto con cui bisogna sempre fare i conti, sia che si abbia a che fare con mini diffusori o con due bolidi da un quintale ciascuno. Mi hanno portato a riascoltare e a godere di canzoni che non ascoltavo da tempo. Sono esteticamente molto gradevoli, costruite benissimo e suonano. Sì, suonano! Suonano come molti diffusori di oggi non sanno più suonare, senza quella ostentazione inutile dell’iperdettaglio che spesso si traduce in un suono arido e asciutto. Hanno pure un buon rapporto qualità-prezzo e non sono troppo esigenti sul fronte amplificazione.
      Se state ricercando un nuovo diffusore per il vostro impianto e il budget è adeguato, vi invito a tenere in seria considerazione le Opera Grand Callas, ad ascoltarle, meglio se a casa di qualcuno che sia appassionato tanto quanto noi e, perché no, a richiedere ai signori Nasta una visita presso la loro ditta, per capire che oltre al prodotto, c’è passione e competenza.
       
      Pagella
      Design e Costruzione: 5/5 - Buon design, ottima la realizzazione e la fattura del prodotto e i materiali impiegati. Universalità: 4/5 - Un’anima votata al rock, ma con buone capacità di riprodurre ogni genere musicale. Suono: 5/5 - Una volta disposte correttamente in ambiente si riescono ad ottenere risultati pregevoli. Concretezza: 5/5 - E’ il punto forte di questo prodotto, ricco di sostanza e capace di emozionare. Valore: 4/5 - Prezzo importante, ma inferiore rispetto a molti prodotti confrontabili; rapporto qualità/prezzo adeguato.  

       




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    1. La bella e corposa Grand Callas è uno fra gli ultimi diffusori della ditta trevigiana Opera Loudspeakers, azienda che il prossimo anno festeggerà il trentesimo anno dalla sua fondazione ufficiale. Oltre ad essere personalmente legato al marchio per questioni di mero campanilismo, Opera e in modo particolare i prodotti della linea Callas mi 02_GranCallas.thumb.jpg.bbb74f111b890259b3c40542b4d525d2.jpgfanno tornare piacevolmente indietro di qualche lustro, quando ascoltai nel piccolo e grazioso negozio Audio Club HiFi di Castelfranco Veneto un impiantino interessante che adottava come terminali proprio una coppia di Callas da stand.

      Quelle casse massicce, ma esteticamente forse non bellissime, mi affascinarono immediatamente con la loro voce e mi reintrodussero nel mondo dell’alta fedeltà dopo alcuni anni di latitanza.

      Oggi la gamma Callas è formata da tre prodotti differenti, l’erede di quel diffusore da stand che tanto mi piacque e che porta lo stesso nome, le recenti Callas Diva e le nostre Grand Callas che rappresentano il modello di punta dell’attuale produzione Opera.

       

      Design
      Le Grand Callas sono sicuramente dei diffusori importanti per dimensioni e peso, ma i fianchi curvilinei, la testa inclinata terminata con una spessa lama in vetro, oltre ai materiali impiegati, ne fanno un oggetto sicuramente molto gradevole e aggraziato che piacerà con tutta probabilità anche alle mogli più esigenti. Le finiture disponibili per i fianchi in legno sagomato sono noce e mogano, mentre la restante struttura è nera, come nera è la pelle che riveste il frontale. In dotazione c’è anche un’utile tela protettiva e una piastra di supporto in acciaio verniciato nero con adeguate punte regolabili in altezza.


      Costruzione
      Il mobile della Grand Callas, come in parte ho già anticipato, è costruito in modo superbo, con ottime finiture e con perfetti accoppiamenti delle varie parti che lo compongono. Le dimensioni sono quelle di un diffusore importante e il volume interno è di 92 litri di cui 80 sono dedicati ai woofer. Il medio è caricato in sospensione pneumatica in un volume separato. Il mobile è realizzato in MDF e multistrato curvato. Lo spessore va dai 25 millimetri dei fianchi ai 50 del pannello frontale. I driver impiegati sono di buon livello, due woofer Scanspeak Epigee 22w8557T01 da 8” a lunga escursione, il midrange Seas U18rnx/p da 7” con membrana in polipropilene ricotto e ogiva, l’ottimo tweeter Scanspeak D2905/970000 da 1” che troviamo sul frontale e i la coppia di D2608/81300 sul retro in configurazione dipolo. Di qualità anche le componenti usate per il crossover, progettato quest’ultimo con frequenze di taglio a 200 e 2000 Hz circa. Molto bella la morsettiera biwiring posta sul retro dei diffusori in posizione comoda e accessibile che all’occorrenza permette di adottare la biamplificazione passiva: collegando i connettori denominati “high” si pilota la gamma alta, sia il tweeter anteriore che il dipolo posteriore, con “low” si ha accesso alla via medio bassa, midrange e woofer. 04_GranCallas.thumb.jpg.1477eeff1de623e4f5df4d6299c9a600.jpgSempre sullo stesso quadro, troviamo anche un interruttore che inserisce o disattiva l’equalizzazione della risposta alle basse frequenze. L’imballo in cui sono contenute è molto robusto e nonostante la mole dei diffusori, che pesano quasi 80 chilogrammi ciascuno, non è stato troppo complicato estrarle, montare le basi e collocarle in ambiente. Il consiglio, quando si svolgono queste operazioni con oggetti così voluminosi e pesanti, è comunque sempre quello di coinvolgere un volenteroso e forzuto amico, anche non necessariamente audiofilo, ma dotato di adeguati bicipiti. All’interno si trova anche un manualetto che, oltre alle caratteristiche tecniche, suggerisce come estrarre dall’imballo i diffusori in totale sicurezza e posizionarli correttamente in ambiente e con quali amplificatori accoppiarli.

       

      Suono
      Le Grand Callas sono state inserite nel mio impianto principale, composto dal lettore digitale cd/sacd Cary Audio 306 Pro, Apple Mac Pro con Audirvana+ per la musica liquida collegato al Canever ZeroUno Dac, giradischi Thorens TD 124 con Saec WE-308 L, pre phono Mactone XX-301, preamplificatore Atelier Du Triode ilPre, amplificatore finale Cello Rhapsody, diffusori Revel Ultima Studio, cavi di alimentazione e potenza Faber’s Cables, di segnale RCA Signal Cable, USB Belkin Gold e WireWorld Starlight 7.

      Avendo io a disposizione solo una coppia di cavi monowiring ho optato per l’inserimento di adeguati ponticelli, evitando, come è mia personale abitudine, quelli metallici in dotazione.

      Le Grand Callas, come suggerito dal costruttore, sono state in partenza configurate come una cassa chiusa, bloccando i tre condotti reflex con i cilindri in poliuretano in dotazione ed inserendo l’equalizzazione in gamma bassa. A mano a mano che la confidenza con le due “signore” migliorava, sono state provate altre configurazioni, soprattutto in relazione al loro posizionamento in ambiente. Disponendo di una certa libertà di manovra e di una sala di dimensioni adeguate alla situazione, sono riuscito ad utilizzarle senza equalizzazione e con i fori del caricamento reflex liberi, migliorando abbastanza chiaramente la resa in gamma bassa e soprattutto la spazialità e la tridimensionalità del suono.

      Avendole avute in prova per un tempo abbastanza lungo, tempo che normalmente non è concesso a chi effettua simili prove, ho ascoltato una grande quantità di musica, di generi fra i più disparati, dal pop alla musica classica e in formati diversi, vinile, cd/sacd e file anche ad alta risoluzione.

      06_GranCallas.thumb.jpg.489977f281b04c8c944fb76b766131ff.jpgLe Grand Callas sono diffusori onnivori, molto piacevoli con la musica classica e anche con il jazz, ma, a mio avviso, danno il loro meglio con il rock. Il basso è sempre ben presente, non teso come le mie Revel, ma più pieno e rotondo, non gonfio. A tal proposito mi sento di consigliare amplificatori, sicuramente a stato solido, di potenza adeguata in relazione alle dimensioni della sala d’ascolto, che riescano a controllare molto bene i due woofer da 20 cm, donando allo stesso tempo la trasparenza e la fluidità necessaria in gamma medio-alta.

      Di questi diffusori mi sono in particolar modo piaciuti l’equilibrio timbrico, l’articolazione e il controllo del basso, anche favoriti dal trattamento acustico ambientale realizzato con i Daad forniti da Acustica Applicata (di cui ho parlato qui), ma anche la qualità della gamma media che è un giusto vanto di mamma Opera.

      Oltre alla diversa impostazione sonora, le differenze con il diffusore di riferimento sono costituite dalla inferiore larghezza del palcoscenico e da un suono meno “avvolgente”; d’altro canto le Grand Callas si dimostrano però un diffusore più viscerale ed emozionante che sanno colpire nel segno con armi differenti a quelle a cui sono abituato. Sempre buona invece la profondità della scena in cui ha senz’altro un compito chiave il dipolo posteriore derivato concettualmente dal precedente modello e dalla Tebaldi.


      Universalità
      Come tutti sanno non esiste un diffusore universale, e se esiste io ancora non l’ho ascoltato. Esiste però il diffusore che meglio di altri corrisponde alle proprie esigenze, anche economiche, e che meglio di altri si interfaccia con il proprio ambiente. Di sicuro i punti di forza di questi diffusori sono la coerenza timbrica e la dinamica a cui si aggiungono aspetti più frivoli, ma non marginali come la piacevolezza d'ascolto e la musicalità o quello che gli anglosassoni definiscono anche come PRaT.


      Valore
      Oggi, mentre metto insieme queste parole, le Opera Grand Callas hanno un prezzo di listino di 10.600 €, una cifra sicuramente alta per noi umani che stiamo sopravvivendo alla crisi economica del nuovo millennio, ma allineata e anzi competitiva se la paragoniamo a quella di prodotti similari che il mercato hi-fi/hi-end offre. A questo va aggiunto che lo street price per questa coppia di diffusori rischia di essere realmente invitante e potrebbe aiutare a raggiungere, almeno per un po’, la pace dei sensi audiofili.

      Un altro aspetto fondamentale da considerare è che il loro possessore non dovrà svenarsi o vendere un rene per acquistare un’amplificazione eccezionale che riesca a farle suonare come sanno, come a volte accade per taluni diffusori capricciosi.


      Conclusioni
      Le Opera Grand Callas, è innegabile, mi sono molto piaciute. Le ho inserite nel mio impianto senza troppi problemi se non quelli legati al posizionamento, aspetto con cui bisogna sempre fare i conti, sia che si abbia a che fare con mini diffusori o con due bolidi da un quintale ciascuno. Mi hanno portato a riascoltare e a godere di canzoni che non ascoltavo da tempo. Sono esteticamente molto gradevoli, costruite benissimo e suonano. Sì, suonano! Suonano come molti diffusori di oggi non sanno più suonare, senza quella ostentazione inutile dell’iperdettaglio che spesso si traduce in un suono arido e asciutto. Hanno pure un buon rapporto qualità-prezzo e non sono troppo esigenti sul fronte amplificazione.

      Se state ricercando un nuovo diffusore per il vostro impianto e il budget è adeguato, vi invito a tenere in seria considerazione le Opera Grand Callas, ad ascoltarle, meglio se a casa di qualcuno che sia appassionato tanto quanto noi e, perché no, a richiedere ai signori Nasta una visita presso la loro ditta, per capire che oltre al prodotto, c’è passione e competenza.
       

      Pagella

      • Design e Costruzione: 5/5 - Buon design, ottima la realizzazione e la fattura del prodotto e i materiali impiegati.
      • Universalità: 4/5 - Un’anima votata al rock, ma con buone capacità di riprodurre ogni genere musicale.
      • Suono: 5/5 - Una volta disposte correttamente in ambiente si riescono ad ottenere risultati pregevoli.
      • Concretezza: 5/5 - E’ il punto forte di questo prodotto, ricco di sostanza e capace di emozionare.
      • Valore: 4/5 - Prezzo importante, ma inferiore rispetto a molti prodotti confrontabili; rapporto qualità/prezzo adeguato.

       

      03_GranCallas.jpg05_GranCallas.thumb.jpg.2984be4c070f0f954b3733a73409a3f9.jpg

       

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    2. Avevo intorno ai 15 anni quando scesi santa Teresa, arrivai sotto Port'Alba e consegnai due settimane di sudati risparmi a Guida. E fu così che mi accaparrai la prima edizione dell'opera prima di uno sconosciuto scrittore napoletano.
      La comprai al buio, come allora si compravano libri e dischi, ma me ne aveva parlato bene una persona di fiducia e allora decisi di rischiare.

      Ho poi incontrato di persona Luciano De Crescenzo, ben 25 anni dopo, teneva una conferenza nelle cantine storiche di Mastroberardino accompagnato da una giovanissima etèra vestita come Aspasia, la sua preferita. In quei 25 anni era passato da scrittore dopolavorista a Maestro di un genere letterario e cinematografico creato da lui stesso.

      Grazie professore per avermi insegnato l'ironia ed essere riuscito dove anche Geymonat e Adorno a volte avevano fallito.

      Ci rivedremo, non importa quando, tanto il tempo non esiste.
       

       

    3. INGRESSO.thumb.JPG.96b89f760d250b9e7058bd6fe8b766e5.JPG

       

      La vera magia che compie il Carnevale è quella di fermare il tempo: almeno per qualche giorno si può dimenticare il quotidiano e lasciarsi trasportare in un mondo fantastico, ritornare bambini inventarsi battaglie a colpi di coriandoli e volare con la fantasia in quei mondi fatti di streghe, elfi, draghi, fate, creature misteriose che evocano personaggi mitologici o del futuro che viaggiano nel nostro inconscio: DES MONDES FANTASTIQUES!

      Questo è stato il tema dell’ 86esimo Carnevale di Menton durante la tradizionale e celebre Fête du Citron che ha richiamato una gran folla entusiasta un po’ da tutto il mondo.

      Domenica eravamo 240000 e, alla fine, tutti eravamo cosparsi di “confettis” (coriandoli). Moltissimi i controlli e massiccia la presenza dei gendarmi ma,  più importante ed evidente, era la voglia di fare festa e divertirsi tutti insieme... no, non c’erano gilets jaunes ma tanti...citrons jaunes che, volentieri,  giocavano e si facevano fotografare soprattutto con i bambini. La temperatura era quasi estiva, il sole splendeva e, nel cielo, neanche una nuvola! Dopo la burrasca dei giorni scorsi, anche il mare si era calmato. La scenografia era quindi perfetta!

      Prima di partire con le foto delle cartoline, però, leggete il lato B, quello che vi racconta qualcosa sulle origini e la storia di questa bella festa, e probabilmente scoprirete qualche notizia interessante. Buon divertimento!

       

      #############################

      L’idea del Carnevale a Mentone, fino allora legato a quello di Nizza, è venuta all'inizio del 1900 ad opera di alcuni albergatori che volevano alimentare e intrattenere i villeggianti durante la stagione in cui era tradizione che re, principi, nobili, imprenditori, artisti e ricchi borghesi venissero su “la Côte” a trascorrere qualche salutare settimana al mare cercando anche di curare quel triste mal sottile che era la piaga del tempo. 

      Il Carnevale di Nizza, antichissimo e risalente addirittura al XIII secolo, era l’appuntamento ideale con la sua famosa Parade e i fantastici fuochi artificiali che chiudevano i festeggiamenti . Anche la regina Vittoria partecipò alla manifestazione nel 1882. 

      Una simpatica curiosità: durante questo periodo, nella seconda serata, si svolgeva una famosa e attesa gara, retaggio genovese, che era chiamata dei “Moucouleti”.

      In realtà, come racconta la storia, questa serata presentava un gioco molto divertente dedicato agli innamorati: i giovani tenevano in mano una candela accesa mentre le ragazze la portavano ugualmente ma tenendola, con la mano alzata, sulla testa. Il combattimento consisteva nel cercare, soffiando, di spegnere a vicenda la candela degli avversari mantenendo accesa la propria. Anche le ragazze cercavano di spegnere quella di quei corteggiatori che non gradivano o quelle delle rivali. Quelli che riuscivano a mantenere il moccolo acceso cercavano poi di spegnere quello della ragazza di cui erano innamorati: se ci riuscivano avevano in premio il bacio della fanciulla amata.

      @

      Intanto, nel 1929, quando si diceva che Mentone fosse il primo produttore di limoni del continente, un albergatore decise di allestire una Mostra di Fiori e di Agrumi  nel giardino dell’Hotel Riviera. L’esposizione riscosse un notevole interesse tanto che, a poco, si sviluppò sempre di più arricchendosi di carretti decorati di agrumi, piante di agrumi e bancarelle disseminati qua e là per la cittadina con graziose majorettes abbigliate in costume. 

       

      Finalmente, la vera FÊTE du CITRON nacque nel 1934 e diventò una manifestazione indipendente dal Carnevale di Nizza, offrendo un proprio défilé “al limone”!

      Nel 1936 apparvero  i primi  manifesti e la Festa si trasferì nei pressi del Casinò, nei giardini pubblici Biovès: qui nacquero le prime creazioni con l’utilizzo di 10000 limoni e 12000 arance: il tema era un omaggio al territorio.

      .

      Da allora, ogni anno, in autunno, viene deciso il tema per il prossimo Carnevale, tuttavia, come succede per tutti gli eventi, alcuni anni sono stati felici e altri meno sia per cause climatiche (anni di forti piogge e addirittura neve nel 1956!) che politiche, come il 1991, soppresso per motivi di sicurezza a causa della guerra del Golfo.

      Ecco le tappe principali e alcuni dei temi importanti che sono stati sviluppati nel corso degli anni passati:

      Nel 1959 gli agrumi dei carri non vengono più infilzati in lunghi spilloni ma ancorati e legati tra loro per mezzo di elastici. Quest’anno ne sono serviti 750000!

      Nel 1973, in omaggio a Jules Verne e allo sbarco sulla luna, il tema è stato: “Dalla Terra alla Luna”; a Jules Verne si ritornerà nel 2013 con “ Il giro del mondo in 80 giorni”.

      Dal 1995 al 1999 i temi sono dedicati agli eroi dei fumetti : Asterix, Obelix, Tintin, Lucky Luke, personaggi di Walt Disney e del film “Fantasia”.

      Nel 2000 sfilano per la prima volta i carri di agrumi articolati nei movimenti.

      Nel 2002 il tema è italiano : Pinocchio.

      Molte edizioni, invece,  hanno scelto temi geografici che spaziano nei viaggi e vanno dalla Cina all’India, a regioni europee e grandi isole.

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      Occupandoci di questioni più pratiche, viene spontaneo domandarsi da dove vengano ben 140 tonnellate di agrumi, quantità impossibile per un comprensorio così piccolo... E poi, se i limoni di Mentone sono così speciali e pregiati, perché sciuparli nella creazione dei carri? E dove finiranno alla fine del Carnevale?Chi li fa e chi li disfa?

      Eccomi qua a cercare di dare una risposta a queste domande che io, come voi, suppongo vi siate posti!

      Allora, da quel che ho saputo, nessuno degli agrumi impiegati proviene dal territorio e neppure dalla Francia! Arrivano in maggioranza dalla Spagna, dal Marocco e, forse anche un po’ dall’Italia e altri Paesi del Mediterraneo. Delle più di 140 tonnellate, acquistate dal Comune, 100 servono per decorare il Jardin, la cui visita costa 12€ e che ospita le strutture immobili. Un po’ più di 30 invece servono per allestire i carri della sfilata ( per assistere i costi vanno dai 10, in piedi ai 25 €, seduti in tribuna) e il restante per risistemare quelle che, nel corso di quindici giorni, periodo della durata della manifestazione, si deteriorano. Alla fine, quando si smontano gli allestimenti, gli agrumi vengono svenduti, per pochi euro, in sacchetti che le famiglie acquistano ( ma solo in parte, circa 6 o 7 tonnellate), per divertirsi creando giochi per i bambini o dilettandosi, a loro volta, in piccole creazioni. Uno dei giochi più comuni è quello di creare piramidi e, sempre con gli agrumi, bombardarle per vedere chi riesce ad abbatterne il maggior numero.

      Va detto che questi agrumi non sono di grande qualità e che, difficilmente si sarebbero venduti perché magari trattati con prodotti non conformi alle norme relative all’alimentazione. Restano comunque dubbi su altri eventuali usi.

      Dalla preparazione allo smantellamento, ogni anno, vengono assunte dal Comune centinaia di persone tra cui molti studenti e pensionati che si avvicendano nei vari compiti.

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      Adesso però divertitevi e rilassatevi guardando un po’ di cartoline che arrivano fresche fresche dalla festa del 24 febbraio scorso! Alla sfilata però, lo vedrete, non c’erano solo i carri di agrumi, 10 in tutto, ma parecchie altre attrazioni si susseguivano con performances di acrobati e artisti di strada, animali gonfiabili giganti, danze tipiche eseguite dalle simpatiche e bellissime rappresentanti dei Territori d’Oltre Mare, dame e cicisbei della Commedia dell’arte, violiniste, robot, maschere varie, velocipedi, carri meccanici di mostri  giganteschi che sparavano neve e coriandoli o che sbuffavano fumo dalle narici... Fantasie oniriche di ogni età e di ogni tipo...senza tempo, insomma, come le mie cartoline!CA3.thumb.JPG.3afa2e46908c76f0e59b25d76283c265.JPGCA4.thumb.JPG.c6858f40433065d8e276d242cd62156f.JPGCA5.thumb.JPG.98077b8241b9b351262ff0b891ee259a.JPGCA7.thumb.JPG.29bf76c49f543035cf6d648deaab51d0.JPG

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      Purtoppo la mia carrellata finisce qui, con la Chimère... lo spazio è tiranno e io avevo ancora un po' di cartoline... vedremo se mi sarà possibile inserirne altre prima o poi...per ora restano alcuni spazi vuoti...Peccato!

      BUON CARNEVALE A TUTTI!!! 

      IMPORTANTE! Sono riuscita a postare qui sotto, in altri post successivi...  😁

       

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    4. Ben ritrovati, ad un nuovo appuntamento con i torrenti, le Trote, e le avventure di pesca.

       

      In questa nuova conversazione, vorrei illustrare per sommi capi, anche a chi ne è completamente digiuno, come si sviluppa la pesca alla Trota, che di norma presuppone due principali tecniche di esecuzione, una la cosiddetta pesca con artificiale, l’ altra invece quella con esca viva.

       

      La prima, conosciuta soprattutto per l’ uso del cosiddetto cucchiaino, prevede l’ utilizzo di un’ esca finta, formata da una paletta di metallo, a forma appunto di cucchiaino, paletta che è libera di ruotare su un asse formato da una sottile anima di acciaio, che ad un estremo ha un anellino che permette di fissare il rotante al filo di nylon, e sull’ altro lato, alla fine dell’ anima in acciaio, si trova un’ asola che tiene in posizione una piccola ancoretta, cioè tre ami fissati insieme e sfalsati a 120 gradi in modo da rendere l’ arpioncino sempre attivo nei confronti del pesce da qualsiasi angolo la aggredisca. La foto che segue, credo sia più chiara di qualsiasi spiegazione.

       

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      Come si vede qui sopra, i cucchiaini, così chiamati per la paletta che sembra un cucchiaio, sono i più utilizzati in torrenti, hanno forme, fogge, dimensioni variabili, come pure i colori e i disegni che compaiono sulla superficie del cucchiaino, alcuni li ho personalizzati io utilizzando i colori da modellismo, per fare delle diverse colorazioni o disegni che, ritenevo, potessero renderli più appetibili alle Trote, cosa che poi, statisticamente, non mi pare sia stata confermata . . . !!

       

      Pesca con artificiali 

       

      La tecnica di pesca con artificiale prevede il lancio del rotante, nella zona di interesse dello specchio d’ acqua, il suo recupero col mulinello a intervalli più o meno regolari, ma continuo, in modo che la paletta del cucchiaino in acqua giri a forma di vortice e attiri la curiosità e la voracità della trota, che inseguendo l’ esca finta e mordendola, rimanga agganciata  all’ ancoretta attaccata posteriormente.

      Sembra una tecnica crudele, invece è la forma di pesca meno aggressiva, preferita da chi non vuole trattenere il pesce, perché l’ abboccata così detta, ovvero l’ agganciarsi della trota all’ esca, è superficiale e solitamente, con molta attenzione, si può slamare, ovvero togliere l’ arpione dal labbro del pesce, senza provocare nessun danno fisico e produrre alcuna mutilazione.  

      E’ una tipologia di pesca molto pulita anche dal punto di vista del pescatore, che non maneggia esche vive, ovvero lombrichi, camole o altri animaletti, che comunque sporcano, deperiscono, e costringono a procurarseli per tempo, andando a raccoglierli o acquistandoli presso i negozi specializzati. Una variante consiste nell’ utilizzare artificiali con la forma di un pesce che, recuperando la lenza sotto la superficie, imitano il movimento natatorio di un pesciolino, e attirano così l’ attenzione della trota che vede sia una potenziale preda fonte di proteine nobili, che un intruso che invade il suo territorio, scatenando in questo modo la pronta reazione e l’ attacco, soprattutto di pesci di buona taglia. Molto valida in questo senso è l’ imitazione del pesce persico, che atavicamente scatena la reazione delle trote che lo vedono come un intruso nel proprio territorio di pertinenza, ovvero di caccia e di ambiente in cui vivere svolgendo le proprie attività.

      Qui sotto alcuni dei pesciolini finti , imitazioni molto veritiere, che vengono utilizzati per insidiare Trote di buone dimensioni, si tenga presente che questi pesci artificiali sono anche in grado di muoversi nell' acqua imitando il movimento del pesce vivo, ovvero guizzano e si muovono ondulando, cosa che può essere accentuata dal pescatore, sia muovendo la punta della canna lateralmente, sia variando la velocità di recupero con il mulinello. 

       

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      Quelli qui sopra in foto sono solo alcuni dei pesciolini ed esche artificiali che nei decenni ho utilizzato per la pesca, in torrente, e anche in lago, dove si potevano insidiare anche i cavedani, i Persici Trota, detti Boccaloni, e i Persici classici.

       

      Pesca con esche naturali

       

      La seconda forma di pesca alla trota si basa appunto sull’ utilizzo di esche vive, naturali, di cui i classici esempi sono il lombrico, la camola del miele o il gatoss, ed è la cosiddetta pesca alla tocca sul fondo, cioè attuata per mezzo di un finale di lenza composto, partendo dal tratto terminale del filo, da un amo con lombrico, camola del miele o altro insetto vivo, piombatura adeguata per permettere di lanciare ad una distanza di almeno 6-10 metri l’ esca e, non diffuso ma comodo, girella con moschettone che permette di attaccare e staccare facilmente la montatura così fatta dalla lenza principale, ovvero il filo che va alla canna e si avvolge nel mulinello.

      Il terminale citato, lungo solitamente dai 30 ai 45 centimetri, ha alcuni vantaggi rispetto al filo continuo, cioè senza l‘ interposizione del moschettone con girella, tra i quali il fatto che è molto veloce il cambio dello stesso, per esempio se si vuole montare un diverso finale di lenza con piombatura o amo differente, oppure se si impiglia e si strappa il filo sul fondo, cosa che in un torrente non è evento raro, di solito la rottura si ha sul nodo che aggancia il terminale al moschettone, preservando il resto della lenza, oppure per il cambio rapido da pesca ad esca viva a quella con artificiale, cioè da amo a cucchiaino o viceversa. C’ è però un aspetto negativo, ovvero  inserendo un elemento in più sulla lenza, ed un nodo ulteriore, si indebolisce la resistenza e l’ elasticità del filo, che può diventare cruciale se abboccasse un pesce importante, la trota attesa una vita intera.

      Nella pesca a tocca, il lancio dell’ esca si fa in corrente, sotto cascata, vicino a dove si pensa vi sia la tana e si lascia affondare il tutto senza recupero immediato, in modo che l’ esca si muova naturalmente seguendo la corrente, e il pesce possa vedere e saggiare il cibo attaccato all’ amo. Si mette poi in tensione il filo recuperando un poco di lenza con il mulinello, e si “sente” sul filo, fisicamente con la mano libera la presenza della trota che mangia, rappresentata tipicamente da colpetti più o meno energici che si propagano alla canna, poiché di solito il pesce mangia e contestualmente fa leggeri spostamenti del corpo, mantenendo la posizione in acque mosse, nuotando e compensando con piccoli movimenti laterali delle pinne. Qui sotto alcuni terminali già preparati, per non perdere tempo durante la battuta di pesca in torrente . . . 

       

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      La foto non rende molto, ma il concetto di fondo è che i finali hanno un' asola, si vede a destra, che si infila nella girelle e moschettone legata al nylon principale che entra nel mulinello, e che quindi si possono cambiare in funzione del peso che si usa, io di solito utilizzo due olivette abbastanza pesanti che permettono sia di lanciare agevolmente più lontano rimanendo nascosti, sia di far affondare subito in corrente l' esca. All' estremità di sinistra, dopo circa 30-40 centimetri di lenza, l' amo, in questo caso un amo corto per camole, scuro, per non riflettere la luce sotto il sole, e ritorto per ferrare meglio il pesce.

       

      Dal tipo di tocca che si avverte sulle dita della mano che stringe la lenza, un pescatore con esperienza capisce già di che mole è la Trota che sta assaggiando l’ esca, solitamente la trota piccola è vorace e molto disordinata nei colpetti e si muove molto nello spazio a sua disposizione, mentre la trota più matura mangia dando colpi secchi ma meno irruenti e spesso rimane in posizione immobile nel punto in cui ha abboccato, saggiando il cibo con molta calma prima di passare ad ingoiarlo.

      Durante la pesca alla tocca, c’ è la variante della Trota, di misura variabile che, presa in bocca l’ esca, punta decisa verso la sua tana, per abitudine o perché insidiata da rivali per il cibo, tana posta solitamente sotto una roccia, nei pressi della cascata, in un punto nascosto, dove si trova il suo rifugio abituale, per continuare a mangiare in sicurezza il cibo conquistato. A questo punto dell’ azione di pesca le cose possono ulteriormente complicarsi, perché una Trota in tana è sempre un’ incognita per il pescatore.

      In poche frazioni di secondo si deve decidere se lasciare che il pesce entri nel suo rifugio, affinché mangi con calma e si agganci quasi da solo all’ amo, o recuperare, dando il colpo di ferrata con la canna. Nella tana infatti gli spazi sono spesso angusti e il filo può incappare in punti taglienti delle rocce, per cui si rischia di tranciarlo, oppure si verificano situazioni in cui il pesce rimane saldamente bloccato nel suo rifugio, cosa che rende impossibile il tirarlo fuori dalla tana senza rischiare di strappare il filo o procurare dei danni al pesce stesso.

      Spesso conviene perciò ferrare quasi immediatamente, termine che indica il colpo con la canna a frusta all’ indietro subito dopo l’ abboccata del pesce e conseguente recupero del filo con il mulinello, per far si che l’ amo punga la trota e permetta al pescatore di trarla fuori dall’ acqua, anche se alte sono le probabilità che il pesce, non avendo ancora ingoiato il cibo e tenendolo nella parte anteriore della bocca, a filo di labbra, lo sputi e si liberi dall’ amo.

      Proprio perché l’ esca viene masticata e parzialmente ingerita dal pesce, questa tecnica di pesca è meno preservante per l’ integrità fisica della Trota, poiché l’ amo può ferire il pesce, rendendo più complessa la slamatura, o liberazione del pesce dall’ amo, senza il rischio di ledere qualche parte dell’ apparato boccale dello stesso. Risulta così che la tecnica con l’ esca viva, sia la meno adatta a fare una pesca sportiva di cattura e rilascio, perché più difficile risulta liberare il pesce dall’ amo e rimetterlo in acqua indenne. Proprio per limitare questi potenziali danni, di solito si tende ad utilizzare ami di generose dimensioni, in modo che le piccole trote non possano neppure ingoiarli, mentre le più grosse, con ami di grandi dimensioni, sono punte sul labbro e facilmente liberabili, seguendo alcune semplici precauzioni. Tra queste, bagnarsi bene le mani per non intaccare il film lipidico che ricopre la superficie del corpo del pesce, la trota infatti non ha scaglie, come molti altri pesci, la sua forma altamente idrodinamica si basa proprio sulla pelle nuda, che oppone minore resistenza al movimento in acqua, ed è però ricoperta da una mucillagine che protegge il pesce dagli attacchi di parassiti e di altri microorganismi, garantendo al contempo una buona aerodinamica corporea.

      Il pesce va maneggiato con attenzione e delicatezza, senza esercitare pressioni sul suo corpo, basta tenerlo immobilizzato per permettere di togliere l’ amo o l’ ancoretta dalle labbra, operazione in alcuni casi più complicata se l’ amo si è agganciato nel palato o se più di uno dei bracci dell’ ancoretta si sono conficcati nella bocca della trota. Una volta sganciata e libera, la trota va inserita in acqua, possibilmente muovendola delicatamente per permettere alle branchie di ossigenarsi nuovamente, tenendola per la coda, in acque correnti ma non eccessivamente veloci, in modo che riprenda conoscenza e sia lei a muoversi lasciando la mano del pescatore, che la regge. Tutti questi piccoli accorgimenti riescono a limitare al minimo la sofferenza e i disagi del pesce, che viene, per qualche secondo, tolto dal suo ambiente naturale e costretto ad andare un poco in debito di ossigeno, ma se si è attenti e rapidi, la trota ritorna nel suo ambiente liquido senza portarsi dietro nessuna menomazione o trauma, se non un’ esperienza che gli servirà per essere più guardinga e attenta, facendole guadagnare opportunità di sopravvivenza ad un ulteriore passaggio di un pescatore che tenterà di insidiarla.

       

      Differenza sostanziale tra le due tecniche, con artificiale e con esca viva, sono anche i tempi di reazione e le modalità di abboccata del pesce. Nel primo caso il cucchiaino transita velocemente nell’ acqua, per il recupero molto rapido della lenza fatto girando con continuità il mulinello, che aumenta ancora se si lancia in acque correnti e in rapida discesa a valle. Qui la trota ha pochi istanti per reagire, se si riesce a solleticarne la voracità e la curiosità spesso l’ attacco è immediato, addirittura con l’ artificiale in volo sopra lo specchio d’ acqua, e da qui inizia la sfida tra il pesce, che cerca di liberarsi dalla presa, e il pescatore che vuole spiaggiarlo fuor d’ acqua. La trota tenta di liberarsi dal cucchiaino dimenandosi in acqua, saltando fuori dalla superficie del torrente, dove il filo non è più sostenuto dal liquido e permette al pesce di sganciarsi più facilmente, ed anche, comportamento più tipico delle trote di una certa mole, venendo velocemente incontro al pescatore e quindi allentando la tensione della lenza e favorendo così la probabilità di sganciarsi dell’ ancoretta dalla bocca. Altra variabile nel recupero è data dalle posizioni spesso precarie in cui ci si trova a lottare con la trota, cioè in acque vorticose, in difficile equilibrio, nascosti dietro ad una roccia, oppure in posizione elevata rispetto all’ acqua e dovendo sollevare il pesce in aria, quindi senza sostegno del liquido, questo diventa immediatamente più pesante e in grado di divincolarsi in modo più disordinato.

      Nel caso di pesca con l’ esca viva, questa viene lanciata e fatta scendere verso il fondo, portata a spasso dalla corrente e mossa con piccoli recuperi dal pescatore, rimanendo più tempo a disposizione dei pesci ma è meno visibile di un oggetto in veloce movimento e luccicante, per cui risulta essere più una pesca di attesa e intercettazione del pesce che di sorpresa. Inoltre, una volta ghermito il boccone, il pesce assaggia e mastica il cibo, con tempi più lenti, spesso con cautela, tanto più la trota è grossa, e quindi bisogna attendere il giusto momento prima di ferrare, scelta spesso aleatoria e dettata dall’ esperienza e dalla sensazione che la trota mangi più o meno voracemente, pena il rischio di togliere letteralmente di bocca al pesce il ghiotto boccone.

      Buona parte delle abboccate, sia all’ esca finta che al vivo, vanno a vuoto, nel senso che il pesce sputa prima della ferrata, perché sente per esempio la punta dell’ amo pungerlo, oppure non aggancia il cucchiaino o si sgancia durante il recupero. Qualche volta beffa il pescatore anche se è stato spiaggiato, tale è la reattività, il saltare disordinato, il dimenarsi puntando per istinto sempre e immancabilmente tra l’ altro, in direzione dell’ acqua, unito al fatto di avere la superficie del corpo molto viscida che favorisce il nuoto, da lasciare di stucco il pescatore che è convinto di averla ormai in pugno. Non si contano le situazioni nelle quali mi è capitato di rimanere basito osservando il guizzo finale di una trota, considerata oramai catturata, che recupera il suo ambiente senza dare la possibilità di fare più nulla, lasciando con il rammarico di non essere stato più rapido, perché anche avventandosi sul pesce con le mani, pure in pochi centimetri d’ acqua la trota diventa inafferrabile e di nuovo padrona incontrastata della situazione, capace di dileguarsi in un attimo !.

      Esiste un altro approccio, molto tecnico, di pesca alla trota, è rappresentato dalla pesca a mosca, ovvero una pesca eseguita lanciando a notevole distanza, anche 12-15 metri, una lenza cosiddetta a coda di topo, che si proietta ed estende proprio per la sua conformazione e peso, alla punta della quale viene legata una moschina artificiale, costruita per imitare le piccole efemere ed altri insetti volanti, del peso di un paio di grammi. Il pescatore, eseguendo un movimento a frusta, con una canna e un mulinello speciali, distende muovendo la canna avanti ed indietro, la lenza fino a posarla sul pelo dell‘ acqua, dove attira le Trote che attaccano la riproduzione dell’ insetto che cela un amo.

      E’ una variante di pesca molto tecnica, ma richiede oltre ad un allenamento ed una pratica notevoli, anche il corretto spazio per poter muovere una lenza avanti ed indietro, in aria, senza che questa si impigli in rami, fronde o altro e per la morfologia dei torrenti che frequento è una tecnica di pesca che non è praticabile con successo. Oltre a quelle elencate, che sono le principali, esistono non solo altre tecniche e tipologie di pesca, legate anche alle caratteristiche differenti di torrenti, luoghi di pesca, ambienti, ma anche di quelle sopra citate vi sono innumerevoli varianti, spesso anche messe a punto da singoli pescatori, con modifiche delle esche artificiali, uso di galleggianti, utilizzo di canne molto lunghe e di attrezzature differenti da quanto io ho menzionato e delle quali, nello specifico delle mie esperienze, più avanti racconterò nel dettaglio di alcune di esse.  

      Le numerose varianti tecniche, frutto anche delle tradizioni locali, sono una prova ulteriore di uno sport molto variegato, che rappresenta una ricchezza sia per la passione in sé che per l’ importanza del tramandarsi di nozioni, metodi di pesca spesso profondamente differenti, comunque fonti di cultura, vitalità, diversificazione e diffusione di questo sport antico, o come vogliamo definirlo, passione, od anche hobby, che ci permette di passare del tempo immersi nella natura.

       

      Alla prossima puntata 

       

      saluti , Dario 

       



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