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Opera Grand Callas, concretezza ed eleganza made in Italy

toPICO

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La bella e corposa Grand Callas è uno fra gli ultimi diffusori della ditta trevigiana Opera Loudspeakers, azienda che il prossimo anno festeggerà il trentesimo anno dalla sua fondazione ufficiale. Oltre ad essere personalmente legato al marchio per questioni di mero campanilismo, Opera e in modo particolare i prodotti della linea Callas mi 02_GranCallas.thumb.jpg.bbb74f111b890259b3c40542b4d525d2.jpgfanno tornare piacevolmente indietro di qualche lustro, quando ascoltai nel piccolo e grazioso negozio Audio Club HiFi di Castelfranco Veneto un impiantino interessante che adottava come terminali proprio una coppia di Callas da stand.

Quelle casse massicce, ma esteticamente forse non bellissime, mi affascinarono immediatamente con la loro voce e mi reintrodussero nel mondo dell’alta fedeltà dopo alcuni anni di latitanza.

Oggi la gamma Callas è formata da tre prodotti differenti, l’erede di quel diffusore da stand che tanto mi piacque e che porta lo stesso nome, le recenti Callas Diva e le nostre Grand Callas che rappresentano il modello di punta dell’attuale produzione Opera.

 

Design
Le Grand Callas sono sicuramente dei diffusori importanti per dimensioni e peso, ma i fianchi curvilinei, la testa inclinata terminata con una spessa lama in vetro, oltre ai materiali impiegati, ne fanno un oggetto sicuramente molto gradevole e aggraziato che piacerà con tutta probabilità anche alle mogli più esigenti. Le finiture disponibili per i fianchi in legno sagomato sono noce e mogano, mentre la restante struttura è nera, come nera è la pelle che riveste il frontale. In dotazione c’è anche un’utile tela protettiva e una piastra di supporto in acciaio verniciato nero con adeguate punte regolabili in altezza.


Costruzione
Il mobile della Grand Callas, come in parte ho già anticipato, è costruito in modo superbo, con ottime finiture e con perfetti accoppiamenti delle varie parti che lo compongono. Le dimensioni sono quelle di un diffusore importante e il volume interno è di 92 litri di cui 80 sono dedicati ai woofer. Il medio è caricato in sospensione pneumatica in un volume separato. Il mobile è realizzato in MDF e multistrato curvato. Lo spessore va dai 25 millimetri dei fianchi ai 50 del pannello frontale. I driver impiegati sono di buon livello, due woofer Scanspeak Epigee 22w8557T01 da 8” a lunga escursione, il midrange Seas U18rnx/p da 7” con membrana in polipropilene ricotto e ogiva, l’ottimo tweeter Scanspeak D2905/970000 da 1” che troviamo sul frontale e i la coppia di D2608/81300 sul retro in configurazione dipolo. Di qualità anche le componenti usate per il crossover, progettato quest’ultimo con frequenze di taglio a 200 e 2000 Hz circa. Molto bella la morsettiera biwiring posta sul retro dei diffusori in posizione comoda e accessibile che all’occorrenza permette di adottare la biamplificazione passiva: collegando i connettori denominati “high” si pilota la gamma alta, sia il tweeter anteriore che il dipolo posteriore, con “low” si ha accesso alla via medio bassa, midrange e woofer. 04_GranCallas.thumb.jpg.1477eeff1de623e4f5df4d6299c9a600.jpgSempre sullo stesso quadro, troviamo anche un interruttore che inserisce o disattiva l’equalizzazione della risposta alle basse frequenze. L’imballo in cui sono contenute è molto robusto e nonostante la mole dei diffusori, che pesano quasi 80 chilogrammi ciascuno, non è stato troppo complicato estrarle, montare le basi e collocarle in ambiente. Il consiglio, quando si svolgono queste operazioni con oggetti così voluminosi e pesanti, è comunque sempre quello di coinvolgere un volenteroso e forzuto amico, anche non necessariamente audiofilo, ma dotato di adeguati bicipiti. All’interno si trova anche un manualetto che, oltre alle caratteristiche tecniche, suggerisce come estrarre dall’imballo i diffusori in totale sicurezza e posizionarli correttamente in ambiente e con quali amplificatori accoppiarli.

 

Suono
Le Grand Callas sono state inserite nel mio impianto principale, composto dal lettore digitale cd/sacd Cary Audio 306 Pro, Apple Mac Pro con Audirvana+ per la musica liquida collegato al Canever ZeroUno Dac, giradischi Thorens TD 124 con Saec WE-308 L, pre phono Mactone XX-301, preamplificatore Atelier Du Triode ilPre, amplificatore finale Cello Rhapsody, diffusori Revel Ultima Studio, cavi di alimentazione e potenza Faber’s Cables, di segnale RCA Signal Cable, USB Belkin Gold e WireWorld Starlight 7.

Avendo io a disposizione solo una coppia di cavi monowiring ho optato per l’inserimento di adeguati ponticelli, evitando, come è mia personale abitudine, quelli metallici in dotazione.

Le Grand Callas, come suggerito dal costruttore, sono state in partenza configurate come una cassa chiusa, bloccando i tre condotti reflex con i cilindri in poliuretano in dotazione ed inserendo l’equalizzazione in gamma bassa. A mano a mano che la confidenza con le due “signore” migliorava, sono state provate altre configurazioni, soprattutto in relazione al loro posizionamento in ambiente. Disponendo di una certa libertà di manovra e di una sala di dimensioni adeguate alla situazione, sono riuscito ad utilizzarle senza equalizzazione e con i fori del caricamento reflex liberi, migliorando abbastanza chiaramente la resa in gamma bassa e soprattutto la spazialità e la tridimensionalità del suono.

Avendole avute in prova per un tempo abbastanza lungo, tempo che normalmente non è concesso a chi effettua simili prove, ho ascoltato una grande quantità di musica, di generi fra i più disparati, dal pop alla musica classica e in formati diversi, vinile, cd/sacd e file anche ad alta risoluzione.

06_GranCallas.thumb.jpg.489977f281b04c8c944fb76b766131ff.jpgLe Grand Callas sono diffusori onnivori, molto piacevoli con la musica classica e anche con il jazz, ma, a mio avviso, danno il loro meglio con il rock. Il basso è sempre ben presente, non teso come le mie Revel, ma più pieno e rotondo, non gonfio. A tal proposito mi sento di consigliare amplificatori, sicuramente a stato solido, di potenza adeguata in relazione alle dimensioni della sala d’ascolto, che riescano a controllare molto bene i due woofer da 20 cm, donando allo stesso tempo la trasparenza e la fluidità necessaria in gamma medio-alta.

Di questi diffusori mi sono in particolar modo piaciuti l’equilibrio timbrico, l’articolazione e il controllo del basso, anche favoriti dal trattamento acustico ambientale realizzato con i Daad forniti da Acustica Applicata (di cui ho parlato qui), ma anche la qualità della gamma media che è un giusto vanto di mamma Opera.

Oltre alla diversa impostazione sonora, le differenze con il diffusore di riferimento sono costituite dalla inferiore larghezza del palcoscenico e da un suono meno “avvolgente”; d’altro canto le Grand Callas si dimostrano però un diffusore più viscerale ed emozionante che sanno colpire nel segno con armi differenti a quelle a cui sono abituato. Sempre buona invece la profondità della scena in cui ha senz’altro un compito chiave il dipolo posteriore derivato concettualmente dal precedente modello e dalla Tebaldi.


Universalità
Come tutti sanno non esiste un diffusore universale, e se esiste io ancora non l’ho ascoltato. Esiste però il diffusore che meglio di altri corrisponde alle proprie esigenze, anche economiche, e che meglio di altri si interfaccia con il proprio ambiente. Di sicuro i punti di forza di questi diffusori sono la coerenza timbrica e la dinamica a cui si aggiungono aspetti più frivoli, ma non marginali come la piacevolezza d'ascolto e la musicalità o quello che gli anglosassoni definiscono anche come PRaT.


Valore
Oggi, mentre metto insieme queste parole, le Opera Grand Callas hanno un prezzo di listino di 10.600 €, una cifra sicuramente alta per noi umani che stiamo sopravvivendo alla crisi economica del nuovo millennio, ma allineata e anzi competitiva se la paragoniamo a quella di prodotti similari che il mercato hi-fi/hi-end offre. A questo va aggiunto che lo street price per questa coppia di diffusori rischia di essere realmente invitante e potrebbe aiutare a raggiungere, almeno per un po’, la pace dei sensi audiofili.

Un altro aspetto fondamentale da considerare è che il loro possessore non dovrà svenarsi o vendere un rene per acquistare un’amplificazione eccezionale che riesca a farle suonare come sanno, come a volte accade per taluni diffusori capricciosi.


Conclusioni
Le Opera Grand Callas, è innegabile, mi sono molto piaciute. Le ho inserite nel mio impianto senza troppi problemi se non quelli legati al posizionamento, aspetto con cui bisogna sempre fare i conti, sia che si abbia a che fare con mini diffusori o con due bolidi da un quintale ciascuno. Mi hanno portato a riascoltare e a godere di canzoni che non ascoltavo da tempo. Sono esteticamente molto gradevoli, costruite benissimo e suonano. Sì, suonano! Suonano come molti diffusori di oggi non sanno più suonare, senza quella ostentazione inutile dell’iperdettaglio che spesso si traduce in un suono arido e asciutto. Hanno pure un buon rapporto qualità-prezzo e non sono troppo esigenti sul fronte amplificazione.

Se state ricercando un nuovo diffusore per il vostro impianto e il budget è adeguato, vi invito a tenere in seria considerazione le Opera Grand Callas, ad ascoltarle, meglio se a casa di qualcuno che sia appassionato tanto quanto noi e, perché no, a richiedere ai signori Nasta una visita presso la loro ditta, per capire che oltre al prodotto, c’è passione e competenza.
 

Pagella

  • Design e Costruzione: 5/5 - Buon design, ottima la realizzazione e la fattura del prodotto e i materiali impiegati.
  • Universalità: 4/5 - Un’anima votata al rock, ma con buone capacità di riprodurre ogni genere musicale.
  • Suono: 5/5 - Una volta disposte correttamente in ambiente si riescono ad ottenere risultati pregevoli.
  • Concretezza: 5/5 - E’ il punto forte di questo prodotto, ricco di sostanza e capace di emozionare.
  • Valore: 4/5 - Prezzo importante, ma inferiore rispetto a molti prodotti confrontabili; rapporto qualità/prezzo adeguato.

 

03_GranCallas.jpg05_GranCallas.thumb.jpg.2984be4c070f0f954b3733a73409a3f9.jpg

 

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19 Comments


Recommended Comments

giannifocus

Posted

Ti rispondo io avendo avuto le Callas 2014 da stand prima delle Diva...eh si il family sound è lo stesso delle sorelle.

Riguardo le sorelline di categoria inferiore il family sound c'è ma si perde in coerenza e raffinatezza.

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Bel diffusore, bella recensione, belle foto, complimenti!

Nonostante l’impostazione sonora delle Opera, non si confà con i miei gusti, riconosco all’azienda Italica, di aver sempre prodotto buoni diffusori, e in questo caso, con le Gran Callas, un ottimo diffusore. 

Grazie

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9 ore fa, SimoTocca ha scritto:

@toPICO

Complimenti per la bella recensione, e non lo dico per piaggeria, ma perché quello che hai scritto ha il dono della completezza, ma senza mai annoiare con note prolisse, e della facilità di lettura, ma senza per questo essere semplicistico.

In quanto fan “sfegatato” di Bebo Moroni, non mi sarebbero dispiaciute note più dettagliate riguardanti l’ascolto dei diversi generi musicali (scrivi così bene che ti si legge volentieri anche se scrivi di più! Non avere paura a dilungarti troppo, specie sulle note di ascolto).

Mi piacerebbe sapere anche qualcosa delle tue impressioni nate dal confronto con le tue casse Revel (le Opera non le conosco, ma le Revel sì), anche perché sapere “i gusti” e le “preferenze” e “i riferimenti” del recensore aiuta spesso a capire se chi scrive ha più o meno affinità con chi lo legge (per esempio, pur leggendo con estremo piacere in Stereophile le recensioni di Art Dudley so di avere gusti audiofili completamente diversi dai suoi, che predilige diffusori a tromba Altec o DeVore, mentre so di avere affinità audiofila con i gusti dell’ex-direttore John Atkinson, e quindi so di potermi “fidare” di un suo giudizio ...).

Di nuovo grazie per il bellissimo articolo e per le belle foto che lo completano.

P.S. Con la speranza di leggerti presto di nuovo qui sopra...

Simone ti ringrazio per quello che mi hai scritto, non mi sarei potuto aspettare un complimento migliore! Qualsiasi cosa io scriva cerco sempre di essere asciutto e diretto proprio perché per me l'obiettivo primario è la comprensione. Alcune riflessioni le ho dovute tagliare per rientrare nella linea guida che noi redattori dobbiamo seguire, per poter presentare al lettore un prodotto omogeneo e coordinato, ma vedrò di aggiungere qui quello che man mano verrà fuori.
Del resto la bellezza del mezzo che stiamo utilizzando, a differenza della carta stampata, è anche questa.


La differenza fra Revel e Opera è davvero grande: le americane sono delle "spade" estremamente corrette su tutta la gamma e non perdonano niente. Se un'incisione è pessima, ne noterai purtroppo, o per fortuna, tutti i difetti. Fra le tante cose l'amplificazione dev'essere di grande qualità e sufficientemente potente per far smuovere quei moltopococedevoli woofer... all'epoca non fu un'impresa facile, ma mi andò bene.
Dall'altra parte del mondo ci sono le Opera che hanno una gamma medio-bassa più in evidenza, ma che attraverso un attento posizionamento delle stesse in ambiente, la possibilità di agire sugli accordi del reflex e l'attenuazione della gamma bassa possono far raggiungere abbastanza velocemente buoni risultati. Sono senz'altro più semplici da gestire, molto meno idiosincratiche nei confronti dell'amplificazione e sicuramente più goderecce delle Revel per quel tipo di suono, passami il termine, un po' "grassoccio" che però le rende anche più universali.

Nella sede di Opera le ho ascoltate anche collegate ad amplificatori valvolari, ma non mi sentirei di consigliarne l'abbinamento... con le Callas da stand molto probabilmente sì.

Quanto ai dischi ascoltati durante la prova non ti posso aiutare più di tanto, le ho avute a casa per un periodo abbastanza lungo ed ho veramente ascoltato di tutto. Io sono un onnivoro dal punto di vista musicale, farei prima a dirti cosa non ascolto...
La classica in genere l'ascolto usando il giradischi, il pop e il rock quasi esclusivamente con cd o liquida. Il jazz una via di mezzo.

Ultimamente ho riesumato la discografia di Dave Holland e quella di Jan Garbarek e un po' di cose interessanti in cui c'è lo zampino di Marc Ribot (che suonerà a breve Al Vapor a Mestre). Magari stasera ti giro una foto dei dischi che ho ascoltato di recente e che non ho ancora risistemato.

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6 ore fa, giannifocus ha scritto:

Complimenti per l’articolo e le belle foto che nonostante tutto non rendono omaggio del tutto alla bellezza dal vivo di questo capolavoro. 
Essendo possessore di Callas Diva 2016 mi ritrovo in pieno con la tua disamina anche perché ho avuto possibilità di ascoltare fianco fianco Diva e Grand Callas. 
Io le piloto con un Unico 90 rivalvolato Mullard e nonostante il mio ambiente di ca. 50 mq si difende egregiamente. 
Ho visto dalle foto che usi delle sottopunte su un pavimento simile al mio. Posso chiederti che modello sono e se le hai provate anche senza?

grazie

Grazie anche a te Gianni. L'Unico 90 è un'ottima opzione, non solo per le Diva. E' un integrato davvero ben riuscito e ben suonante, secondo me il migliore Unico a catalogo.
Le sottopunte sono delle pasticche in grafite HD, comperate da Simone Lucchetti, a cui ho fissato una monetina con un po' di patafix. Semplici ed efficaci. Con le Opera non ho fatto esperimenti esoterici, mi sono limitato a inserirle in un set-up già ampiamente collaudato.

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SimoTocca

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@toPICO 

Grazie per la tua risposta! Il paragone con le Revel (concordo, molto precise e analitiche) ha aiutato meglio a capire il carattere delle casse italiane, senza averle ascoltate. 

Bello questo caminetto...se il buondì si vede dal mattino...allora...ci aspetta un giorno radioso😉 !!

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Gran bella recensione, oltretutto i diffusori Opera sono tra i miei preferiti. Complimenti ancora!

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minollo63

Posted

@toPICO Complimenti per la recensione e per il modo di esporre gli argomenti.

Sei riuscito ad attrarre la mia attenzione, puntando su alcuni aspetti in particolare che mi hanno interessato, pur non essendo io un amante del marchio in questione.

Bravo !

Ciao

Stefano R.

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Grande Pierfrancesco.

Prova di stampo,davvero superlativo e facilmente comprensibile,anche ai meno avvezzi.

Foto da reportage professionale.

Fossi un produttore di strumenti audio,ti darei da provare il mio meglio...😜

Emilio

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argonauta1973

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Ottima prova da cui si evince la concretezza, che è a mio parere la caratteristica principale delle GrandCallas e Opera in genere. 
Bravo @toPICO, un saluto!

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appecundria

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Vivi complimenti a @toPICO

Ho avuto a lungo nei miei pensieri le Grand Callas 2008 con la loro tripletta posteriore, ma l'ambiente di ascolto che avevo allora non era adatto.

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Non ricordo esattamente il modello , ma questo marchio facente parte di una catena comprendente ampli e sorgente UNISON ,è stata una delle meglio suonanti che ho potuto apprezzare da molti anni a questa parte.

C'è anche da dire che ,sia l'elettroniche UNISON che i diffusori OPERA ,sono spettacolari anche esteticamente .

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Complimenti per l'iniziativa e soprattutto la recensione @toPICO

Belle le foto a bella la "sala del caminetto".

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Bella rece, mi hai fatto venire voglia di provarle...

ho provato il modello precedente, belle, ma non andavano incontro ai miei particolari gusti..

Massimo

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    • Re_Frain
      By Re_Frain in La Sala del Caminetto
         8
      Sono passati alcuni giorni da quando è arrivato in casa il Bryston BDA-3, è entrato chiedendo quasi il permesso, con la sua scatola scarna ed essenziale, con le sue istruzioni dettagliate e precise, privo del suo telecomando (opzionale) e con un “solido” cavo di alimentazione.
      Conosco bene i prodotti della casa canadese, ho ascoltato, e avuto, DAC,  pre e finali, so bene di cosa parlo: Bryston vuol dire qualità assoluta.
      La Bryston Ltd, di Peterborough, Ontario, Canada, è una ditta nata per operare nel settore pro di alto livello, solo in un secondo momento ha allargato il suo campo di azione al settore home. Ma l’impostazione tipicamente pro rimane, grande attenzione quindi  alla qualità costruttiva, alla affidabilità (la garanzia, fatto credo unico nel panorama hifi, è di 20 anni)  alle reali condizioni di utilizzo,  ovviamente connessioni anche XLR (nel pro irrinunciabili), estetica semplice e funzionale.

      Funzionalità e costruzione
      Oggi, con il progressivo passaggio degli audiofili, alla musica liquida, il dac sta diventando il cuore dell’impianto, prendendo (soprattutto per chi non ha bisogno di sorgenti analogiche) il posto che era del preamplificatore. Il dac è diventato il centro di selezione e smistamento delle sorgenti digitali, può a volte svolgere anche la funzione di controllo di volume, può avere a bordo un DSP o interfacciarsi con quello che abbiamo installato sul pc, e tanto altro, insomma oggi il DAC non è solo un “convertitore di segnale da analogico a digitale” ma molto di più, pur se ovviamente la sezione DAC vera e propria è quella che pesa di più sugli ascolti e di conseguenza interessa maggiormente a noi appassionati del buon suono.

      Il Bryston BDA-3, va detto subito, è una macchina pensata e dedicata all’audio stereofonico, questo va tenuto ben presente al momento dell’acquisto. Esso utilizza per la sezione DAC propriamente detta due ic della AKM a 32 bit, grazie ai quali può processare segnali digitali PCM fino alla risoluzione di 384/32 e DSD  fino a 256DSD (DSD4). La realizzazione è, come sono soliti fare in Bryston, spartana, senza fronzoli, può non piacere ma è una questione di meri gusti estetici. Sono 6,8 kg di concretezza, moltissimi ingressi, 10 tra le quali ben 4 HDMI, accetta XLR e RCA. Le dimensioni sono più o meno quelle standard dei nostri tradizionali apparecchi audio, circa 43 cm di larghezza, circa 29 di profondità e meno di 10 di altezza. Il DAC è disponibile, senza differenza di prezzo, in finitura nera e argento (a mio parere preferibile).
      Anche per quanto attiene alle connessioni siamo in presenza di una macchina flessibile ed aggiornata, 4 ingressi HDMI abilitati per PCM e DSD ma solo stereo (non multi canale, vengono ignorate anche le codifiche Dolby e DTS), 2 ingressi USB, ma anche Toslink, RCA, XLR. Occorre porre attenzione al fatto che non tutti gli ingressi sfruttano fino in fondo le potenzialità del dac, la Toslink è adatta solo al PCM fino al 24/96, la RCA, la BNC  e la XLR al  PCM fino a 24/192, la HDMI al PCM 24/192 ed al DSD2, mentre con la usb si possono trattare i segnali alla risoluzione massima (32/384 e DSD4). Il BDA-3 dispone anche di connessione HDMI passtrought in modo da consentire il collegamento d un processore esterno o un video.
      Il pannello frontale è assai intuitivo, pulsante di accensione-standby a destra, poi quelli per selezionare gli ingressi (2 USB, 1 AES-EBU, 2 Spdif, 4 HDMI, 1 ottico), poi il comodo pulsante per effettuare l'upsampling del segnale di ingresso (in modo facoltativo), seguono i led che indicano il sample rate sia in pcm che in dsd. Il pannello posteriore ha ovviamente gli ingressi indicati sul frontale, poi le uscite analogiche sia xlr che rca, collegamenti con interfacce di controllo (USB, RS32 e Ethernet). una uscita HDMI e il trigger.
      Per gli “informatici”, il DAC non richiede installazione sotto Mac e Linux, installazione necessaria invece con Windows, i driver aggiornati sono scaricabili dal sito della Bryston. Collegando il dac alla rete via LAN è anche possibile scaricare eventuali aggiornamenti firmware che la casa madre dovesse rendere disponibili nel tempo. Nel manuale sono indicate anche le operazioni per utilizzare come player audio Foobar e Jriver, cosa che però non preclude la possibilità di utilizzare altri player a scelta dell’utente.
      Le funzioni del dac possono essere telecomandate, sia tramite un pratico telecomando proprietario (purtroppo non fornito di serie) oppure mediante dispositivi esterni via Tcp/ip, infrarossi, USB, RS232 o trigger.



      Ascolto
      Premessa: noi audiofili abbiamo sempre in mente la ricerca della perfetta riproduzione acustica, cerchiamo supporti che ci facciano vivere la musica con quell’entusiasmo primordiale che ci riporta a questo o a quel concerto, andiamo per fiere ( o per case ) ad ascoltare di tutto, diffusori, integrati, pre e via dicendo, quando sentiamo “quel suono” rimaniamo lì fermi a goderci quell’attimo… ma poi, iniziamo la ricerca frenetica del componente che sta suonando meglio in quel momento! Si comincia col chiedere informazioni al padrone dell'impianto, e quando individuiamo il pezzo pregiato lo vogliamo a tutti i costi! A me è successo questo, ascoltando il Bryston BDA-3
      Primo Ascolto: prima della prova tra me, Giovanni Aste ed Enrico Felici, avevo già tastato il polso alla "bestia", appena collegato al mio fedele Teac VRDS9 ho sentito subito che sarebbe stato un amore destinato a durare. Rachelle Ferrell, in “Live In Montreux”, si è materializzata davanti a me sprigionando magnetismo e potenza vocale, Tyron Brown e Doug Nally sostengono con forza e precisione i suoi incredibili vocalizzi e il BDA-3 riproduce con dettaglio, precisione e trasparenza tutto senza la minima sbavatura, facendomi godere fino a perdermi.
      La prova a tre: quando ho proposto ai miei due compagni di ascolto una recensione a tre dell’intero impianto li ho trovati un po' dubbiosi, l’idea base era di effettuare degli ascolti congiunti, scambiandoci a posteriori pareri ed impressioni per poi procedere individualmente alla stesura delle recensioni, “spartendoci” i singoli componenti sulla base delle preferenze individuali. Alla fine, li ho convinti e così facciamo. A me tocca il DAC Bryston BDA-3, top di gamma della casa canadese, che con un prezzo di listino di 4.600 euro, si pone  in fascia alta ma come vedremo in seguito sono soldi veramente ben spesi. Il resto dell'impianto è composto dalle ottime Aliante Decò, dall'integrato a valvole Synthesis 753 AC, dal giradischi Clearaudio Concept (alternato con il mio Audiogear LaTurbie con testina Grado Signature J ),  meccanica Teac VRDS9 e set completo di cavi Meleos.
      Il Bryston, a giudizio unanime, si rivela senza incertezze per quello che è, un prodotto solido (nella costruzione ma anche nel suono), capace di tirar fuori dai file, solidi o liquidi che fossero, anche i particolari più minuti, senza aggiungere coloriture eufoniche ma anche senza le asprezze spesso imputate al digitale. Lo “smalto ferroso” della grande orchestra (per usare una espressione cara ad un grande esperto di ascolti dal vivo di musica classica) non diventa mai ruggine.
      Il basso si rivela granitico, possente, controllato e privo di sbavature, le voci rifinite e intellegibili, anche nei passaggi più ostici della lirica, gli archi veloci e grintosi. Colpisce in positivo il fatto che queste caratteristiche permangono al variare dei generi musicali, anche se la differenza tra la qualità delle registrazioni non viene in alcun modo mascherata.
      La ricostruzione del palcoscenico virtuale, merito anche del resto della catena, è realistica e stabile, non si ha quella sgradevole sensazione di orchestrali che pattinano davanti a noi al variare delle frequenze o del volume. Non ci sono fuochi d'artificio o effetti speciali, il suono sembra sempre naturale e verosimile.
      Ma proseguiamo con gli ascolti: Enrico ci propina il solito Alleluja di Handel ed il requiem di Verdi, io ribatto con Time out di Brubeck e con De Andrè, Giovanni tira fuori i Dead Can Dance, mai una sbavatura, mai il minimo cenno di fatica di ascolto, mai la fastidiosa sensazione di “suono finto”. Emergono, da registrazioni che tutti e tre conosciamo a menadito, i particolari, le sfumature, quelle cose che in ultima analisi fanno di fatto la differenza tra un normale ascolto d un eccellente ascolto, tra un ascolto soltanto piacevole ed un ascolto coinvolgente.
      Solo l’arrivo di pizza e birra ci obbliga a malincuore (a malincuore… va be') a sospendere la seduta di ascolto, ma che si sia trattato della performance di un grande DAC è impressione comune.  Nei giorni successivi  non sono riuscito mio malgrado a liberarmi dalla dipendenza da questo splendido prodotto,  ho dedicato quindi gran parte del mio poco tempo libero alla musica digitale, riscoprendo, nel vero senso della parola, musiche che avevo accantonato e che mi hanno tramesso una emozione nuova.

      Conclusioni
      Il Bryston BDA-3 è un oggetto che mi ha davvero entusiasmato, come raramente mi è successo con i prodotti dedicati al digitale, certo, il listino non è per tutti ma tuttavia ben lontano da alcuni eccessi che si vedono in giro. A voler essere pignoli, per raggiungere la perfezione operativa questo DAC dovrebbe semplicemente essere dotato di serie del suo telecomando (anche se è vero che ormai gli amanti della liquida preferiscono utilizzare le app sullo smartphone, svincolandosi così dalla necessità di controllare gli archivi musicali da display lontani) e dovrebbe soprattutto implementare un buon controllo di volume, in modo tale da permettere l’eliminazione del pre (e la conseguente semplificazione dell’impianto) soprattutto per chi utilizza diffusori amplificati.
      Da segnalare l’esistenza del fratello minore Bryston BDA-2, listino 3500 euro,  che mantiene quasi tutte le caratteristiche del fratellone, per chi non è interessato al DSD e si accontenta di una risoluzione massima di 32/176.
       
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    1. appecundria
      Latest Entry

      By appecundria,

      Per alcuni il subwoofer è fatto per l'home theater e i suoi effetti nella riproduzione audio musicale sono dubbi o addirittura negativi: ebbene non è così, se progettati e soprattutto installati in modo appropriato, i subwoofer possono essere estremamente efficaci. Bassi eccessivi o scarsamente definiti, come pure un evidente buco nello spettro delle frequenze nella regione di crossover tra gli altoparlanti satellite e il subwoofer, sono per lo più imputabili ad una cattiva scelta e/o ad un posizionamento errato in ambiente. E allora, non c'è niente di meglio di una mini guida di Melius per aiutare gli appassionati neofiti a fare la scelta giusta. Buona lettura, buona scelta e buona musica!

       

      Caratteristiche tecniche principali

      La membrana dell'altoparlante emette da due facce, fronte e retro, che vanno isolate tra di loro. La tecnica usata per fare questo è detta "carico acustico" dell'altoparlante, questo compito è svolto dal mobile. Esiste una decina di carichi acustici diversi ma quelli che ci interessano per questa guida sono solo due: sospensione pneumatica e bass-reflex. Nei subwoofer caricati in sospensione pneumatica (sealed), il mobile è completamente chiuso, questi sono generalmente più compatti ed è più semplice inserirli in ambiente, specialmente accostati alle pareti. La risposta alle variazioni rapide di ampiezza (come nella fase d'attacco dello strumento) di un woofer in sospensione pneumatica è ottima. D'altra parte, il suono emesso da un sub bass-reflex (ported) è più forte di quello di un sealed e scende più in basso grazie all'apertura di un condotto verso l'esterno. Una via di mezzo sono i subwoofer bass-reflex con passivo (radiator) sono compatti come i sealed e riescono ad avere un accordo a frequenze molto basse come i reflex. Purtroppo questi sono più complessi e costosi dei due precedenti perché al posto del condotto hanno un altoparlante passivo.

      Bassreflex-Geh%C3%A4use_(enclosure).pngUn'altra differenza nel mobile è il design Down-firing o Front-firing: la differenza sta nella direzione dell'altoparlante. Se è rivolto verso il basso, è un subwoofer down-firing, se invece emette il suono dalla parte anteriore, si dirà front-firing. E' difficile ricavare da questo dato delle indicazioni precise sul comportamento del sub in ambiente, ci sono altre caratteristiche più incisive, tuttavia molto genericamente si può dire che nel design down-firing il pavimento funge da superficie riflettente, col risultato di avere spesso bassi più immanenti e minori onde stazionarie. I subwoofer front-firing diffondono invece il suono direttamente nell'ambiente, ciò può tradursi in bassi più accurati e veloci. Nell'illustrazione, linkata da Wikipedia, è mostrato un design front-firing caricato in bass-reflex a condotto anteriore.

      I sub hanno a bordo una amplificazione dedicata, tipicamente in Classe-D, una topologia che offre elevate potenze e bassi consumi con una minima produzione di calore. La Classe D utilizza un tipo di uscita noto come Pulse Width Modulation (PWM) che commuta tra soltanto due stati (per questo  è detta "digitale"). Per fare questo, gli amplificatori di classe D richiedono un filtro di uscita che potrebbe influire sulla qualità del suono. La topologia BASH tracking utilizza un amplificatore di Classe D solo per tracciare il segnale di ingresso e regolare la tensione disponibile per alimentare un amplificatore di classe A/B, eliminando così il filtro di uscita.

      Crossover passivi e altri circuiti analogici hanno dei limiti funzionali, il DSP è un processore dedicato all'elaborazione dei segnali nel dominio digitale. Modellando digitalmente il suono, le possibilità sono quasi infinite per quanto riguarda la correzione dei difetti naturali di un altoparlante. Il subwoofer è un ottimo candidato per l'elaborazione DSP poiché è un progetto in cui un unico progettista controlla l'altoparlante, il mobile e l'amplificatore, il risultato può essere una risposta acustica estremamente fedele alle specifiche di progetto.

       

      Connessioni e comandi

      Il sub è un componente in sé piuttosto semplice, il pannello si riduce generalmente ai quattro elementi che seguono.

      Connessione “LINE IN” (Ingresso linea). Molti degli attuali amplificatori sono dotati di un’uscita contrassegnata "Subwoofer Out" o "LFE"che offre un segnale mono già filtrato. In alternativa si possono collegare le uscite "Pre Out" dei canali sinistro e destro agli ingressi sinistro (L/LFE) e destro (R) del subwoofer. Come terza opzione c'è quella di collegare i morsetti dei diffusori dell'amplificatore con i corrispondenti del sub. Questa in verità è la scelta di molti audiofili esperti (potrei anche dire incalliti), tuttavia ad un principiante la consiglio come ultima opzione, ogni cosa a suo tempo.

      Comando “LEVEL” (Guadagno). Regola il volume di ascolto del sub, va impostato una volta per tutte allineando il livello a quello dei diffusori principali fino ad ottenere il risultato voluto. Completata questa impostazione, il comando del volume sull’amplificatore dell’impianto regolerà contemporaneamente il volume sia del subwoofer sia degli altoparlanti principali.

      Comando “LOW-PASS” (Passa-basso). Il punto di crossover prescelto determina la frequenza alle quale le basse frequenze vengono trasferite al subwoofer. Impostare il punto di crossover in base alle dimensioni dei diffusori principali. Come regola generale, per altoparlanti da pavimento, più grandi, impostare il punto di crossover tra 50 e 80 Hz, mentre se si usano piccoli altoparlanti da scaffale ovvero “satelliti” come altoparlanti principali, impostarlo tra 80 e 120 Hz.

      Comando “PHASE”. Questo comando adatta acusticamente il subwoofer ai diffusori principali aiutando a correggere le differenze di fase meccaniche ed elettriche.

       

      Posizionamento in ambiente d'ascolto
      Un altoparlante posto in una stanza può teoricamente fornire un'energia dei bassi 64 volte maggiore in un posizionamento piuttosto che in un altro, questo significa che un altoparlante deve trovarsi in un posto specifico per mantenere i suoi bassi in equilibrio con il resto del suono. Il posizionamento del subwoofer in un ambiente non dedicato all'ascolto comporta sempre dei compromessi ed è condizionato da esigenze concorrenti come arredamento, estetica, spazio disponibile, area calpestabile. Tuttavia l'ambiente è parte integrante del sistema di riproduzione ed ogni stanza ha i suoi problemi di ordine acustico, problemi che bisogna cercare di mitigare col migliore posizionamento del sub. Le basse frequenze sono non direzionali, se posizionato correttamente un buon subwoofer non dovrebbe rivelare la sua posizione, tuttavia subwoofer non ben progettati tendono però a generare rumore fuori dalla loro banda (distorsione armonica e rumori udibili delle porte), ciò rende la loro posizione facilmente rilevabile e maschera anche la gamma media dai diffusori.Assumendo di avere un prodotto di qualità, bisogna considerare che le riflessioni, le onde stazionarie, la risonanza e l'assorbimento influenzano fortemente le prestazioni e che la vicinanza di un sub a una parete piatta può causare un suono rimbombante e sgradevole. Il principale problema è proprio l'onda stazionaria (l'animazione che vedete è linkata da Wikipedia), una risonanza a bassa frequenza che si verifica tra due pareti opposte, le onde stazionarie 400px-Standing_wave_2.gif causano un aumento di livello ad alcune frequenze, un'estensione della durata del suono a quelle stesse frequenze e alcuni profondi cali ad altre frequenze. Il fenomeno non si verifica allo stesso modo in punti diversi della stanza, questo è il motivo per cui la resa di un sub varia da punto a punto pur nella stessa stanza. Insomma, si tratta di provare a collocarlo in vari punti e a regolare i comandi su diverse posizioni fino a trovare la configurazione adatta alla stanza e alle proprie preferenze. Il posizionamento del subwoofer nella parte anteriore della stanza è il più comune e di solito si traduce nella migliore fusione con i diffusori, d'altra parte un posizionamento nell'angolo può aumentare notevolmente l'uscita del subwoofer. Conviene quindi cominciare col sub posizionato tra i diffusori (non necessariamente al centro) e discostato dalla parete di fondo, ascoltare, poi accostarlo alla parete di fondo, ascoltare, poi spostarlo verso l'angolo libero più vicino e ascoltare ancora. Prendetevi il giusto tempo, anche qualche giorno di ascolto per valutare ciascuna posizione non guasterà. Due sub oppure solo uno? In genere un buon sub è in grado di sonorizzare al meglio anche un tipico ambiente italiano di medie dimensioni, però c'è da dire che con due subwoofer aumenta notevolmente la densità modale nella stanza. Il risultato è una risposta in frequenza più fluida in più posizioni di ascolto nella stanza, con meno potenziale per irregolarità evidenti nella risposta in frequenza. Consiglio: cominciate con uno, poi quando (se) vorrete fare upgrade, valutate la possibilità di prenderne un altro uguale. Accessori utili: in caso di eccessive vibrazioni trasmesse al pavimento, provate i GorillaGrit e se non bastano si può passare ai SoundCare. Potrà essere utile anche un buon cavo come il Focal Elite. Un ultimo pro memoria: i subwoofer hanno magneti grandi e potenti, tenete il vostro sub distante da apparecchi sensibili.

       

      I magnifici 5

      Ed eccoci giunti al momento delle scelte. Non ho considerato "degni" woofer di taglio inferiore ai 25 cm, e pur restringendo il budget ad una fascia tra i trecento e i seicento euro, le opzioni possibili d'acquisto restano dozzine. Quindi, senza la pretesa di emettere giudizi assoluti, ho scelto i rappresentanti di cinque interpretazioni diverse del ruolo "subwoofer budget per alta fedeltà due canali", ecco a voi i magnifici cinque sub consigliati per un neofita... ma non solo per lui!

       

      Magnat Tempus Sub 300AMagnat_TempusSub-mokka.thumb.jpg.e82d1c95904976b32d337695967f91df.jpg

      • Woofer da 30 cm in reflex
      • 120 watt in Classe D con LPC
      • Front-firing con condotti posteriori

      Presentato nel 2017, il Tempus 300A monta un altoparlante da 300 mm a lunga escursione con membrana in cellulosa dopata, la bobina mobile long-throw è ventilata, il magnete è stato messo a punto con l'ausilio di un Klippel Distortion Analyzer. Il woofer è caricato in bass reflex, front-firing, con condotti sul lato posteriore, bisognerà distanziarlo un po' dalla parete di fondo. L'amplificazione è fornita da un Classe D da 120 watt RMS con la circuitazione Magnat chiamata LPC Circuit, questa equalizza la risposta dei bassi più profondi nella gamma udibile e protegge il subwoofer tedesco da frequenze subsoniche (cioè non udibili) che potrebbero causare danni all'altoparlante. Magnat non specifica se si tratti di un DSP o no. La fase è commutabile 0/180°. Il cabinet è in MDF grado E1 con bracing interno, griglia frontale removibile, disponibile in finitura marrone o nera. Le dimensioni sono 355 x 447 x 445 mm, il peso è di 16,3 Kg.

      In sintesi: il Tempus 300A è un prodotto progettato e costruito bene, sia pur badando al sodo, e permette l'ingresso nel mondo dei veri subwoofer per hi-fi stereo con l'impegno economico minimo possibile. Link a disponibilità e prezzi.

       

      Klipsch Reference 10SWIKlipsch_R-10SWi-Angle.jpg.ca4bdcac4cdcfc1910a518d37e39dcd2.jpg

      • Woofer da 25 cm in reflex
      • 150 watt in Classe D
      • Front-firing con condotto posteriore
      • Wireless

      In produzione dal 2016, il R-10SWi è un wireless subwoofer, ha cioè la possibilità di essere posizionato esattamente nel punto più adatto avendo bisogno soltanto dell'alimentazione elettrica, la connessione non è a standard Bluetooth ma a 2.4 GHz. L'altoparlante è da 10" con l'iconica membrana spun-copper IMG (injected molded graphite) di Klipsch, caricato in bass reflex, front-firing, con condotti sul lato posteriore, bisognerà distanziarlo un po' dalla parete di fondo. L'amplificazione è fornita da un Classe D da 150 watt RMS. La fase è commutabile 0/180°. Il cabinet è in MDF, la griglia frontale è removibile, la finitura è in vinile nero satinato, il tutto si presenta con un bel look vintage. Le dimensioni sono 317 x 355 x 399 mm, il peso è di 11,6 Kg. In sintesi: compatto e wireless, il Reference-10SWI trova posto ovunque. Link a disponibilità e prezzi.

       

      JBL LSR310SJBL_LSR310S.jpg.f016b2cc5bc00a1f449d5db05aab06ec.jpg

      • Woofer da 25 cm in reflex
      • 200 watt in Classe D
      • Down-firing con condotto anteriore
      • Ingressi bilanciati
      • Uscite bilanciate filtrate

      JBL ha introdotto nel 2017 la Serie 3 Monitor con questo sub che è un vero studio monitor, come si vede subito dal pannello connessioni e comandi piuttosto raro da trovare in hi-fi.Il woofer da 10" progettato per questo sub offre un'estensione a bassa frequenza fino a 27 Hz e 113 dB SPL di picco massimo. Il carico è bass-reflex con un condotto anteriore di forma brevettata, la Slip Stream. Il modulo amplificazione è in Classe D e offre 200 Watt, potenza necessaria a supportare l'equalizzazione XLF. il pannello offre infatti tre impostazioni di crossover: 80 Hz, XLF, esterno. L'impostazione 80 Hz implementa i filtri passa alto e passa basso per l'accoppiamento con monitor da studio JBL o di altri produttori. L'impostazione esterna esclude tutti i filtri, consentendo l'uso di un crossover esterno. L'impostazione XLF attiva un filtro passa alto 120 Hz in combinazione con un tuning a bassa frequenza che avvicina il 310S al sound dei sistemi di riproduzione dei club. La fase è commutabile 0/180°. Sono presenti ingressi e uscite bilanciati con prese XLR e 1/4", le uscite sono filtrate dal crossover e dunque mandano ai diffusori il segnale privo delle frequenze riprodotte dal sub, realizzando così un vero sistema multiamplificato. Il mobile è rifinito con vinile nero, le dimensioni sono 448 x 381 x 398 mm, il peso è di 15.6 Kg.
      In sintesi: un sub da studio impiegabile anche a casa, ideale per chi ha dei monitor amplificati con ingresso bilanciato. Link a disponibilità e prezzi.

       

      ELAC Debut 2.0 Sub-3010Elac_sub-3010_s.jpg.3898ba06505ce1eb4747f77f1071e555.jpg

      • Woofer da 25 cm in reflex
      • 200 watt BASH-Tracking
      • Front-firing con passivo inferiore da 25 cm
      • DSP
      • AutoEQ

      Nato nel 2018 dall'opera del guru americano Andrew Jones (già progettista di Kef, Infinity e TAD), il 3010 porta nella categoria "budget" alcune tecnologie viste fin'ora solo in "premium".

      Questo Elac mostra subito un elevato livello costruttivo, il mobile è in MDF conforme CARB2, una traversa centrale orizzontale ed una addossata al fondo rafforzano e irrigidiscono il cabinet, contribuendo a ridurre al minimo le vibrazioni indesiderate. Il design è front-firing, il caricamento è bass-reflex con passivo, il woofer attivo è un 10” long-throw con cono in carta dopata, il passivo è uguale salvo che appunto è passivo. Il tutto fornisce una risposta in fascia bassa fino a 28 Hz. L'amplificazione del sub tedesco è costituita da un BASH da 200 watt assistito da un DSP. Questo sub è anche dotato del sistema di equalizzazione automatica Auto EQ controllato tramite la app ELAC SUB Control 2.0. Utilizzando il microfono del tablet o dello smartphone, si fanno misurazioni della risposta sia da vicino che dalla posizione di ascolto. Con questi dati, l'app crea in automatico una curva di correzione, ma è possibile anche agire a mano tramite un equalizzatore parametrico a dodici bande incluso. L'app controlla tutti gli aspetti del volume e della messa a punto del sub, di conseguenza il retro del sub non presenta alcun controllo. Il mobile è rifinito con vinile color frassino nero, le dimensioni sono  364 x 343 x 343 mm, il peso è di 14,5 kg.

      In sintesi: un prodotto con dotazioni di classe superiore proposto ad un prezzo molto vantaggioso. Link a disponibilità e prezzi.

       

      SVS_SB-1000.jpg.d3fff6387d45542d36d4c04e55ae2835.jpgSVS SB-1000

      • Woofer da 30 cm in sospensione pneumatica
      • 300 watt in Classe D
      • Front-firing
      • Uscite filtrate
      • DSP

      La linea 1000 è stata lanciata dall'americana SVS sul finire del 2012 e si è imposta sulla concorrenza in virtù delle sue eccellenti prestazioni e della sua tecnologia avanzata. Per la stereofonia la casa suggerisce la versione sealed, SB-1000, un modello caratterizzato da design attraente con bordi smussati e compattezza della forma.
      Il mobile è costruito con un pannello frontale in MDF da 2,5 mentre gli altri pannelli sono da 2 cm. Le pareti interne sono rivestite con due fogli di materiale smorzante su tutte le facce. Il woofer ha un cestello in acciaio stampato, un cono da 12" in materiale plastico, un gruppo mobile a lunga escursione ed un motore ottimizzato con la Finite Element Analysis con doppio magnete in ferrite. Con questi presupposti il sub sfodera l'eccellente prestazione di 23 Hz a –3 dB e 21 Hz a –6 dB. A questo risultato non è estraneo il processore di segnale DSP avanzato e potente implementato da SVS, qualcosa che non è molto comune da vedere in un subwoofer economico. L'amplificatore a bordo è un Classe D da ben 300 watt (la sospensione pneumatica è un po' più vorace di watt), i controlli agiscono nel dominio digitale e quindi garantiscono interventi precisi e senza l'introduzione della distorsione tipica di quelli tradizionali. La fase è regolabile con continuità. Il pannello offre anche uscite linea filtrate a 80Hz per realizzare una multiamplificazione. Purtroppo la casa madre riserva la funzione AutoEQ alla serie superiore, forse i sette anni dal lancio cominciano a pesare. La finitura è in vinile tipo frassino nera opaca, la griglia è in tessuto, le dimensioni sono 344 x 329 x 354 mm, il peso è di 12,5 kg.

      In sintesi: forse i bassi più profondi, potenti e veloci della categoria, peccato per la mancanza di un AutoEQ. Link a disponibilità e prezzi.

    2. dadox
      Latest Entry

      By dadox,


      Ed eccomi qua, dopo tanti anni di desideri mai esauditi, a condividere con voi il cambiamento (epocale, a mio modo di vivere il momento) ora più che mai, direi quasi drastico nel mio setup… un McIntosh MA6600 è finalmente in pianta stabile, lì, bello e possibile (per dirla alla Nannini).


      MA6600, finalmente

      61UgBIEqsVL._SL800_.jpg.273c9c7574913533740a5c37639846e3.jpgEh, si, perché da qualche giorno, giusto il tempo di rimettermi in quadro le vertebre (portarsi a spasso certi pesi da soli non è proprio salutare alla mia età), e sistemare fisicamente l’hardware, un McIntosh MA6600 è finalmente arrivato. Seppur io debba ogni tanto anche solo andare ad aprire la porta della sala per verificare che sia vero, e non un sogno che ti spiace renderti conto lo sia, una volta svegli! Dedicarvi la stesura di questo manoscritto (seppur per via informatica) è per me un “impeto d’orgoglio”, voglio sperare che per chi passi lo sguardo su queste righe non si trasformi nella solita noiosa diatriba, scaramuccia, o peggio fra estimatori McIntosh e detrattori dello stesso. Dal canto mio sono estimatore da parecchio, credo di essere stato (già da alcuni decenni oramai) affascinato da quel timbro sonoro che le elettroniche di Binghamton generano, un fascino che taluni appassionati percepiscono, tali altri no. Questo (per mia personale opinione) indipendentemente dal fattore estetico, o dalle caratteristiche elettriche.

      Come nel caso di altri svariati esempi, in qualsivoglia campo, e credo oramai la cosa sia palese, i McIntosh o si amano, o si odiano. Per gli audiofili non vi è una seppur remota possibilità di incontrarsi a metà strada. Non esiste compromesso. Da quando il suddetto ampli è stato inserito nel mio setup, e quindi aver potuto di fatto saggiarne il suono nel mio ambiente, (dato di fatto, onde poter esprimere reali sensazioni) le mie convinzioni sulla bontà del suono che questo Marchio offre si sono decisamente consolidate.

      Certamente ci sarà chi, leggendo queste righe, penserà di intervenire menzionando ed elogiando altri grandi nomi dell’Alta Fedeltà in luogo del marchio americano, in grado probabilmente di “demolire” a livello prestazionale “gli ampli coi vumeter blu”, ma se mi é concesso un paragone, l’hi-fi é un po’ come la pizza, di rado al palato mette tutti d’accordo. Come cibo in sé tutto ok, ma una volta in bocca, quasi mai nessuno ne certifica la migliore, ognuna ha una sua personalità (e altre, giusto per capirci, proprio non ce l’hanno).

      Ed é proprio la personalità che a Binghamton da circa 60 anni riescono a dare alle proprie creature, e questo 6600 non si esenta da tale retaggio. Sarà sicuramente un “semplice” entry level con autoformers per chi può permettersi di entrare nel mondo della hi-end dalla porta principale, sarà quasi certamente meno “dotato” dei suoi fratelli maggiori 7000 e 8000, ma l’eredità secondo me ci sta tutta.

      McIntosh riesce in qualche modo, cosa assolutamente non facile, a far sì che vi sia una stretta parentela musicale assimilabile a tutti i loro ampli. Sia che si tratti di un 6300 o un monolitico 452, ad esempio.

      Cambiano i muscoli, ma c’è sempre qualcosa che nella loro diversità prestazionale li rende comunque parenti. Anche le loro controparti in versione valvolare, mostrano sempre un principio di base che li accomuna ai loro fratelli a transistor. E questo, è secondo me un traguardo difficoltosissimo da raggiungere. Ovvio, al contempo le fazioni pro e contro McIntosh si divideranno ancor più, rendendo un ipotetico arcobaleno musicale sempre più simile al bianco/nero. Proprio come le fotografie, c’è chi le ama molto più che l’alternativa a colori, chi invece ne rimane indifferente.

      Volendo assimilare il bianco al cosiddetto “bene”, ed il nero al cosiddetto “male”, proverò a cimentarmi in una mia personale pagella.

      Il Bianco

      Parto dalla constatazione del fatto che le elettroniche di pilotaggio (integrati, pre e finali) sono in assoluto quelle che più sono in grado di drasticamente cambiare il modo di esprimersi dei diffusori, molto più di una periferica che viene aggiunta (o che ne sostituisce una), come può essere ad esempio un lettore cd piuttosto che un altro, un lettore di rete, un DAC, e via discorrendo. E che se tali elettroniche sono progettate al meglio, lasceranno transitare attraverso di esse solo le doti migliori delle periferiche a monte, senza intaccare la personalità sonora di alcun hardware. Semplice a dire, difficoltoso alquanto da mettere in pratica.

      Detto ciò, al momento, dovendomi ancora riprendere dallo shock economico, l’unica periferica che sto di questi tempi utilizzando, e che ha avuto il privilegio di esser collegato per primo al 6600, è un lettore Sony BDP-S550, che seppur seriamente castrato nelle possibilità operative per quanto riguarda i cd, ho da tempo scoperto che a livello sonico se la gioca con lettori di classe e costo maggiori. Per come vanno le cose ultimamente a livello economico… che c… fortuna, oserei dire. Tale equazione porta all’unica soluzione possibile, un buon ampli alza di parecchi gradini le possibilità musical-espressive di periferiche non prettamente destinate al mercato dell’inarrivabile high-end.

      Diffusori in campo, oramai, manco a dirlo, le mie inossidabili Bose 901 (serie 5). Anche qui, siamo nello spettro del bianco/nero, o ci sbavi, o ci vomiti sopra, vero, sì? Con le suddette, devo dire che gioco un pelino sporco. Nel senso che il loro equalizzatore attivo, oggetto senza il quale tali diffusori non potrebbero operare (che in alternativa, in un linguaggio più comprensibile ai più lo considererei un “crossover elettronico esterno”) è stato oggetto di un totale recapping, sia linea che alimentazione, con componenti audio grade, un “lifting” che sta andando ultimamente di moda negli States, in luogo delle tradizionali procedure di ricappaggio praticate dalle assistenze autorizzate Bose.

      Fermo restando che seppur la sala sia abbastanza vicina ai criteri di utilizzo delle 901, è pur sempre un ambiente ancora tutto da rimaneggiare nel tempo. Seppur la tecnologia Direct/Reflecting strizzi l’orecchio alle pareti libere, purtroppo tale sala è sin troppo vuota (non completamente, eh), nel tempo si dovrà vedere di incrementarne le suppellettili. Non è quindi il massimo dei terreni praticabili in caso di prove di ascolto. Un terreno abbastanza dissestato, oserei dire.

      71UmxoO9XdL._SL800_.jpg.e8927c0afc2bd231acf18d5ecf371716.jpgBene, fra le note “bianche”, la più degna di nota é stata quella di Marco @markozilla, il quale dopo qualche ora di ascolti di buona musica, durante la riproduzione di “Oscar Peterson Trio - We Get Requests” esce dal mutismo e se ne viene fuori con un “Caspita, ‘sto coso suona come un valvolare!”.

      Più che attendibile come esclamazione, essendo Marco “malato” di valvole, e serio estimatore Graaf. La seconda, che “Col volume anche solo al 15% mostrato sul display il suono viene percepito nella sua interezza”. Sensazioni che concordano in toto con le mie, ma la testimonianza di Marco ha fatto in modo di allontanare da me l’ipotesi di un banale contagio estetico da occhioni blu.

      Dopo aver ascoltato parecchi brani, sopratutto vocali, con un ampli del genere, sfido chiunque a venire ad obiettare che una Bose 901 sia priva di messa a fuoco della scena, sopratutto vocale. È noto che il suono generato dalla 901 è particolare (o lo è il resto del panorama diffusori?), poiché più che un coinvolgimento limitato triangolare che punta all’ascoltatore, emulando così una sorta di “immersione in cuffia ambientale”, tenta di ricreare la sensazione come se chi suona (o canta) sia effettivamente presente, con effetto live, non effetto studio di registrazione.

      La sensazione quindi, parlando di focalizzazione, è quella del cantante che è posizionato davanti a te, ma è come se fosse presente di persona, e non dà l’idea che stia dietro ad un microfono in studio. A mio parere è un effetto molto meno artefatto piuttosto che l’altro modo di ascoltare. Detto questo, (altra nota “bianca”), è incredibile quanto bene viene focalizzato il posizionamento di esecutori e cantanti, cosa che sinora nessun altra elettronica era riuscita a regalarmi. Il McIntosh in questione riesce a ricreare una solidità quasi fisica di ciò che si ascolta, con tutti gli strumenti al loro posto, chi più intimamente spostato verso il centro, chi più lontano (lontano, non indietro) verso gli angoli del gruppo che sta eseguendo. Si percepisce quasi l’impegno di un chitarrista nel districarsi col plettro fra le corde dello strumento, e la naturalezza di una solista mentre prende leggermente fiato per elaborare le parole di una strofa. Piccoli particolari che durante gli ascolti mi causano un malcelato sorriso di soddisfazione.

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      Al contrario, durante l’ascolto della versione strumentale di “Man on the Rocks” di Mike Oldfield, il lungo intervento di chitarra elettrica in un infinito crescendo mi ha dapprima fatto correre i brividi lungo le gambe, per poi strapparmi una lacrimuccia. Ma che capita, sono forse impazzito? Di primo acchito le note basse le ho trovate, rispetto alla concorrenza (Denon, Nad, Cambridge) dapprima meno prestanti, ma dopo un po' ho (anzi, abbiamo) realizzato che non è il 6600 ed esser povero di basse frequenze, ma gli altri ad esser eccessivi. Non sono mancanti, semplicemente quando vengono fuori, rimangono più in linea col resto dello spettro riprodotto, senza un’eccessiva presa di possesso. Altra nota “bianca”, quindi.

      Idem per il parlato. Anche alzando il volume, le “esse” restano al loro posto, non tendono ad inasprirsi, come precedentemente accadeva. Nota “bianca”.

       

      Ma questo 6600, non contrasta proprio con nulla? Nel senso, è proprio tutto di un candido bianco? E le note “nere” dove stanno? Manco vira un pochino in seppia? Volendo essere spiritoso e di parte, non aggiungerei altro, andrebbe bene così, al massimo direi che l’unica nota “nera” è la livrea dell’amplificatore. Be', seppur a livello musicale io lo abbia trovato altro che soddisfacente (come ribadisco, non fatico ad immaginare che il mercato offrirà anche di meglio, ma va bene così, mi accontento con soddisfazione), qualche piccola pecca, a mio modo di vedere, bisogna metterla in conto.

       

      e il Nero

      Le note seguenti sono “nere”. In primis, i peccati di gioventù. Sono cose che ovviamente nessun negoziante vi verrà a raccontare, tranne quando l’apparecchio lo si riporterà in negozio per un “lifting” da parte dell’Assistenza. Il lifting è inteso come aggiornamento firmware della logica di controllo del 6600. Per stare appresso alle mode, Macintosh è caduta appunto, pure Lei, nel tranello delle elettroniche commercializzate di questi tempi. L’idea di delegare alla logica digitale l’intero reparto analogico di un McIntosh non è male, ma non ha fatto certo la felicità dei primi acquirenti, che si sono ritrovati in alto mare per colpa di strani comportamenti dell’ampli in questione. Avviso ai naviganti (per fare il verso ai marinai, ma col web più o meno siamo lì), se andate cercando un 6600 usato, assicuratevi che abbia un firmware aggiornato di recente (dalla versione 2.5 in avanti si è già in sicurezza da capricci caratteriali del software a bordo). Altrimenti tale procedura ve la ritroverete a carico vostro, con relative scocciature quali sollevamenti pesi e annessi mal di schiena, trasporti, ansia da danneggiamenti causati da corrieri, insomma, tutte cose che ogni appassionato già ben conosce.

      Poi, il telecomando. Che cercassi un apparecchio telecomandabile ok, ma seppur io non sia mai stato un fan delle elettroniche cinesi, perlomeno qualcosa da loro potevano farne tesoro. Visti i listini McIntosh, a mio modestissimo parere, l’aggiunta di un telecomando essenziale oltre a quello a corredo, meno multimediale e più “intimo”, con le funzioni basi ergonomicamente "a tiro di pollice" avrebbe fatto sicuramente più piacere, e forse sarebbe anche più in stile McIntosh, invece di maneggiare ogni volta questo “tazer”.leadImage.thumb.jpg.f6a9b1e127c2067ee648b5f670cc2f81.jpg

      Poi, ma queste sono note “grigie” (eppure ero convinto di tirare in ballo solo il bianco ed il nero…), che mi permetto di aggiungere e sottolineare, seppur in molti ne abbiano già esperimentato i risultati sulle elettroniche McIntosh. Seppur le elettroniche di questo Marchio beneficino come qualsiasi altro apparecchio di buoni cavi di connessione, che siano di potenza o di segnale, i McIntosh possono dare già grandi risultati senza andarsi ad imbarcare in acquisti di cablaggi di connessione a 2 o anche 3 zeri. Discorso a parte merita il cablaggio per l’alimentazione. Anche se non si è in possesso di impianti elettrici espressamente dedicati allo stereo, meglio aprire (almeno) il rubinetto nel classico ultimo metro, tentando, nei limiti del possibile, di ridurre eventuali possibili disturbi, e migliorare per quel poco che si può l’afflusso di corrente destinato alle elettroniche. Mi risulta che i McIntosh in particolare siano molto sensibili alla qualità dei cavi di alimentazione. È un po’ come scalare una collina di qualche km in salita con la bici, se la discesa sul lato opposto sarà anche di soli 500 metri sarà certo un gran beneficio per il nostro fiato. Un cavo di sezione perlomeno adeguata allo scopo vi farà subito notare una più che discreta miglioria prestazionale di questo MA6600. Buoni Ascolti.

      Prima pubblicazione il 12 marzo 2015

       

    3. Avevo intorno ai 15 anni quando scesi santa Teresa, arrivai sotto Port'Alba e consegnai due settimane di sudati risparmi a Guida. E fu così che mi accaparrai la prima edizione dell'opera prima di uno sconosciuto scrittore napoletano.
      La comprai al buio, come allora si compravano libri e dischi, ma me ne aveva parlato bene una persona di fiducia e allora decisi di rischiare.

      Ho poi incontrato di persona Luciano De Crescenzo, ben 25 anni dopo, teneva una conferenza nelle cantine storiche di Mastroberardino accompagnato da una giovanissima etèra vestita come Aspasia, la sua preferita. In quei 25 anni era passato da scrittore dopolavorista a Maestro di un genere letterario e cinematografico creato da lui stesso.

      Grazie professore per avermi insegnato l'ironia ed essere riuscito dove anche Geymonat e Adorno a volte avevano fallito.

      Ci rivedremo, non importa quando, tanto il tempo non esiste.
       

       

    4. INGRESSO.thumb.JPG.96b89f760d250b9e7058bd6fe8b766e5.JPG

       

      La vera magia che compie il Carnevale è quella di fermare il tempo: almeno per qualche giorno si può dimenticare il quotidiano e lasciarsi trasportare in un mondo fantastico, ritornare bambini inventarsi battaglie a colpi di coriandoli e volare con la fantasia in quei mondi fatti di streghe, elfi, draghi, fate, creature misteriose che evocano personaggi mitologici o del futuro che viaggiano nel nostro inconscio: DES MONDES FANTASTIQUES!

      Questo è stato il tema dell’ 86esimo Carnevale di Menton durante la tradizionale e celebre Fête du Citron che ha richiamato una gran folla entusiasta un po’ da tutto il mondo.

      Domenica eravamo 240000 e, alla fine, tutti eravamo cosparsi di “confettis” (coriandoli). Moltissimi i controlli e massiccia la presenza dei gendarmi ma,  più importante ed evidente, era la voglia di fare festa e divertirsi tutti insieme... no, non c’erano gilets jaunes ma tanti...citrons jaunes che, volentieri,  giocavano e si facevano fotografare soprattutto con i bambini. La temperatura era quasi estiva, il sole splendeva e, nel cielo, neanche una nuvola! Dopo la burrasca dei giorni scorsi, anche il mare si era calmato. La scenografia era quindi perfetta!

      Prima di partire con le foto delle cartoline, però, leggete il lato B, quello che vi racconta qualcosa sulle origini e la storia di questa bella festa, e probabilmente scoprirete qualche notizia interessante. Buon divertimento!

       

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      L’idea del Carnevale a Mentone, fino allora legato a quello di Nizza, è venuta all'inizio del 1900 ad opera di alcuni albergatori che volevano alimentare e intrattenere i villeggianti durante la stagione in cui era tradizione che re, principi, nobili, imprenditori, artisti e ricchi borghesi venissero su “la Côte” a trascorrere qualche salutare settimana al mare cercando anche di curare quel triste mal sottile che era la piaga del tempo. 

      Il Carnevale di Nizza, antichissimo e risalente addirittura al XIII secolo, era l’appuntamento ideale con la sua famosa Parade e i fantastici fuochi artificiali che chiudevano i festeggiamenti . Anche la regina Vittoria partecipò alla manifestazione nel 1882. 

      Una simpatica curiosità: durante questo periodo, nella seconda serata, si svolgeva una famosa e attesa gara, retaggio genovese, che era chiamata dei “Moucouleti”.

      In realtà, come racconta la storia, questa serata presentava un gioco molto divertente dedicato agli innamorati: i giovani tenevano in mano una candela accesa mentre le ragazze la portavano ugualmente ma tenendola, con la mano alzata, sulla testa. Il combattimento consisteva nel cercare, soffiando, di spegnere a vicenda la candela degli avversari mantenendo accesa la propria. Anche le ragazze cercavano di spegnere quella di quei corteggiatori che non gradivano o quelle delle rivali. Quelli che riuscivano a mantenere il moccolo acceso cercavano poi di spegnere quello della ragazza di cui erano innamorati: se ci riuscivano avevano in premio il bacio della fanciulla amata.

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      Intanto, nel 1929, quando si diceva che Mentone fosse il primo produttore di limoni del continente, un albergatore decise di allestire una Mostra di Fiori e di Agrumi  nel giardino dell’Hotel Riviera. L’esposizione riscosse un notevole interesse tanto che, a poco, si sviluppò sempre di più arricchendosi di carretti decorati di agrumi, piante di agrumi e bancarelle disseminati qua e là per la cittadina con graziose majorettes abbigliate in costume. 

       

      Finalmente, la vera FÊTE du CITRON nacque nel 1934 e diventò una manifestazione indipendente dal Carnevale di Nizza, offrendo un proprio défilé “al limone”!

      Nel 1936 apparvero  i primi  manifesti e la Festa si trasferì nei pressi del Casinò, nei giardini pubblici Biovès: qui nacquero le prime creazioni con l’utilizzo di 10000 limoni e 12000 arance: il tema era un omaggio al territorio.

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      Da allora, ogni anno, in autunno, viene deciso il tema per il prossimo Carnevale, tuttavia, come succede per tutti gli eventi, alcuni anni sono stati felici e altri meno sia per cause climatiche (anni di forti piogge e addirittura neve nel 1956!) che politiche, come il 1991, soppresso per motivi di sicurezza a causa della guerra del Golfo.

      Ecco le tappe principali e alcuni dei temi importanti che sono stati sviluppati nel corso degli anni passati:

      Nel 1959 gli agrumi dei carri non vengono più infilzati in lunghi spilloni ma ancorati e legati tra loro per mezzo di elastici. Quest’anno ne sono serviti 750000!

      Nel 1973, in omaggio a Jules Verne e allo sbarco sulla luna, il tema è stato: “Dalla Terra alla Luna”; a Jules Verne si ritornerà nel 2013 con “ Il giro del mondo in 80 giorni”.

      Dal 1995 al 1999 i temi sono dedicati agli eroi dei fumetti : Asterix, Obelix, Tintin, Lucky Luke, personaggi di Walt Disney e del film “Fantasia”.

      Nel 2000 sfilano per la prima volta i carri di agrumi articolati nei movimenti.

      Nel 2002 il tema è italiano : Pinocchio.

      Molte edizioni, invece,  hanno scelto temi geografici che spaziano nei viaggi e vanno dalla Cina all’India, a regioni europee e grandi isole.

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      Occupandoci di questioni più pratiche, viene spontaneo domandarsi da dove vengano ben 140 tonnellate di agrumi, quantità impossibile per un comprensorio così piccolo... E poi, se i limoni di Mentone sono così speciali e pregiati, perché sciuparli nella creazione dei carri? E dove finiranno alla fine del Carnevale?Chi li fa e chi li disfa?

      Eccomi qua a cercare di dare una risposta a queste domande che io, come voi, suppongo vi siate posti!

      Allora, da quel che ho saputo, nessuno degli agrumi impiegati proviene dal territorio e neppure dalla Francia! Arrivano in maggioranza dalla Spagna, dal Marocco e, forse anche un po’ dall’Italia e altri Paesi del Mediterraneo. Delle più di 140 tonnellate, acquistate dal Comune, 100 servono per decorare il Jardin, la cui visita costa 12€ e che ospita le strutture immobili. Un po’ più di 30 invece servono per allestire i carri della sfilata ( per assistere i costi vanno dai 10, in piedi ai 25 €, seduti in tribuna) e il restante per risistemare quelle che, nel corso di quindici giorni, periodo della durata della manifestazione, si deteriorano. Alla fine, quando si smontano gli allestimenti, gli agrumi vengono svenduti, per pochi euro, in sacchetti che le famiglie acquistano ( ma solo in parte, circa 6 o 7 tonnellate), per divertirsi creando giochi per i bambini o dilettandosi, a loro volta, in piccole creazioni. Uno dei giochi più comuni è quello di creare piramidi e, sempre con gli agrumi, bombardarle per vedere chi riesce ad abbatterne il maggior numero.

      Va detto che questi agrumi non sono di grande qualità e che, difficilmente si sarebbero venduti perché magari trattati con prodotti non conformi alle norme relative all’alimentazione. Restano comunque dubbi su altri eventuali usi.

      Dalla preparazione allo smantellamento, ogni anno, vengono assunte dal Comune centinaia di persone tra cui molti studenti e pensionati che si avvicendano nei vari compiti.

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      Adesso però divertitevi e rilassatevi guardando un po’ di cartoline che arrivano fresche fresche dalla festa del 24 febbraio scorso! Alla sfilata però, lo vedrete, non c’erano solo i carri di agrumi, 10 in tutto, ma parecchie altre attrazioni si susseguivano con performances di acrobati e artisti di strada, animali gonfiabili giganti, danze tipiche eseguite dalle simpatiche e bellissime rappresentanti dei Territori d’Oltre Mare, dame e cicisbei della Commedia dell’arte, violiniste, robot, maschere varie, velocipedi, carri meccanici di mostri  giganteschi che sparavano neve e coriandoli o che sbuffavano fumo dalle narici... Fantasie oniriche di ogni età e di ogni tipo...senza tempo, insomma, come le mie cartoline!CA3.thumb.JPG.3afa2e46908c76f0e59b25d76283c265.JPGCA4.thumb.JPG.c6858f40433065d8e276d242cd62156f.JPGCA5.thumb.JPG.98077b8241b9b351262ff0b891ee259a.JPGCA7.thumb.JPG.29bf76c49f543035cf6d648deaab51d0.JPG

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      Purtoppo la mia carrellata finisce qui, con la Chimère... lo spazio è tiranno e io avevo ancora un po' di cartoline... vedremo se mi sarà possibile inserirne altre prima o poi...per ora restano alcuni spazi vuoti...Peccato!

      BUON CARNEVALE A TUTTI!!! 

      IMPORTANTE! Sono riuscita a postare qui sotto, in altri post successivi...  😁

       

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