Jump to content
Melius Club

Ricomincio da tre: Sonus Faber Electa Amator III

vignotra

4730 views

Un compleanno deve essere sempre festeggiato, soprattutto poi quando è quello di una delle realtà para – industriali di assoluta eccellenza del nostro paese: la Sonus Faber S.p.A. di Arcugnano, Vicenza.     
20181125_113228.thumb.jpg.456d7b0a85a5d1adae9eb9818403d107.jpg
Il 35° compleanno

Nessuno dei modelli di diffusori prodotti ad Arcugnano in questi ultimi anni ha tradito le aspettative sonore ed estetiche, rappresentando al meglio quel “saper fare” italiano, quel coniugare sapientemente le esigenze tecniche con quelle estetiche che rendono ogni diffusore Sonus Faber un qualcosa di diverso rispetto al panorama mondiale degli altri costruttori di diffusori. Per questo 35° compleanno si sono voluti regalare la riedizione di un diffusore che ha fatto la storia della fabbrica, senza il quale la Sf di oggi sarebbe stata sicuramente diversa o addirittura inesistente, la Electa Amator.


L'antenata

Sarò drastico: per me non esiste altro che la EA prima serie per due diverse ragioni, una soggettiva e la seconda oggettiva;

1)    Non avendo mai visto dal vivo la seconda non ne posso parlare;

2)    Non ci sono affinità tecniche fra la II e le altre, mentre sono immediate fra la I e la III.

A mio avviso la II ha più elementi di contatto con quell’altro capolavoro di Franco Serblin che è stata la Extrema, soprattutto per la presenza del radiatore passivo posteriore.

Il ricordo della “prima volta” con la Electa Amator I è di pochi anni fa. Un mio conoscente mi chiese un giorno di accompagnarlo a Roma per andare a prendere dei diffusori usati che aveva appena comprato da un privato. Ok, gli dico, ma quali diffusori hai preso? Quando me lo disse restai perplesso perché li stava comprando per la seconda volta. Ebbene sì, a distanza di molti anni si era ripreso le EA.  Da quella volta, per molti periodi diversi ed anche con sistemi ed in ambienti diversi ho sviluppato la mia conoscenza con questi diffusori storici e contraddittori.

Il primo impatto è di quelli che non si scordano: suono meraviglioso, ricchezza armonica, medio-alte fluide e setose (potrei continuare con gli aggettivi per ore). Il fascino della costruzione, la loro massa rispetto alle dimensioni. Ero davvero rapito da quello che sentivo e vedevo.

Ma l’incantesimo in realtà durò poco. Approfondendo la conoscenza con questo diffusore mi resi conto che, spesso, le sue caratterizzazioni, andavano a compromettere il risultato finale. Erano “prime donne”, non gradivano la mancanza di aria alle loro spalle e soprattutto ai loro lati. Il basso, a seconda della registrazione, poteva anche diventare “ingestibile” lungo e senza articolazione e, infine, la loro mancanza di trasparenza. Sì, al contrario di quello che molti hanno scritto nel passato sull’essere monitor, le EA I erano tutt’altro che monitor. Il tweeter Dynaudio era stato “piegato” al volere del creatore ed il risultato era un suono sì dolce, sì bello, ma decisamente poco trasparente.

Detto in poche parole, ogni volta che le ascoltavo mi sembrava che ci fosse una coperta sui diffusori. E non era né l’impianto utilizzato né l’ambiente. Gli stessi diffusori li ho anche sentiti in un ambiente (ancor più critici del primo) e con un altro (signor) impianto. E allora? Erano una ciofeca? No, erano i diffusori più umani che avessi mai sentito, con i loro pregi ed i loro difetti, specchio fedele di quello che Serblin voleva ottenere e, secondo me anche superiori all’altro capolavoro Serbliniano che sono state le Guarneri Homage.

 

Electa Amator III 2018

Fatta la dovuta premessa storica passiamo a definire cosa sono le Electa Amator III 2018. Dico subito quello che non sono: della prima edizione hanno solo il nome. Il suono, il mobile, le soluzioni tecnologiche sono della Sonus Faber del 21° secolo, quindi uso sapiente dei materiali coniugato alla tecnologia più avanzata. Il cabinet è una scatola di legno in noce massello spesso 25 mm. Le pareti anteriore e posteriore sono rivestite in vera pelle, mentre quella inferiore è un sandwich di tre materiali diversi (legno, lamina di ottone e marmo di Carrara da 30 mm avvitati dall’interno fra loro). Questo accoppiamento di materiali diversi fra loro, con diversa densità e struttura ridistribuisce e riduce le risonanze dell’intero mobile, tanto da sembrare completamente inerte a qualsiasi impulso esterno ed interno. Il tutto poi è avvitato agli stand fatti in alluminio anodizzato riempiti di materiale smorzante, con una base di marmo di Carrara. Anche alla base dei diffusori, tra i pilastri in alluminio e la base in marmo è stata interposta una lamina di ottone.20181125_113246.thumb.jpg.9ab4f14f349c91c889bfa43c489db71a.jpg

L’impatto visivo è completamente diverso da quello delle EA I con le doghe in massello (bellissime) oppure quello lucido e laccato delle Guarneri Evolution che ebbi modo di provare qualche anno fa (e che mi sono rimaste nel cuore).

Le EA III sono “minimaliste” non ti “sbattono in faccia” la loro tecnologia (le devi studiare) e la loro finitura è come un perfetto abito da lavoro cucito a mano da uno dei migliori sarti d’Italia. Le vedi, semplici e ti fai trarre in errore. Ti aspetti il suono del classico due vie da stand… e sei in errore.

Il tweeter, direttamente derivato da quello della Lilium è da 28 mm, con tecnologia DAD™  Damped Apex Dome™, con anteriormente il tripode che ricorda la caratteristica del tweeter Dynaudio della EA I. Alle sue spalle è stata posta un volume di caricamento, che è ben visibile dal foro del condotto reflex posteriore,  in legno massello.

Il mid-woofer da 18 cm è in polpa di cellulosa, ed è stato creato per questo progetto. Ha una buona escursione e, anche a volumi d’ascolto non proprio “civili” non ha mai manifestato di andare in affanno. I dati di targa parlano di una impedenza nominale da 4 ohm ma, visto il grafico del modulo e della fase, gentilmente fornitomi dal progettista Paolo Tezzon, direi che siamo superiori ai 5 ohm su tutta la banda di frequenze con rotazioni di fase comprese tra + e – 36°. Anche la sensibilità dichiarata (88db) mi è sembrata ottimistica poiché, molto spesso, ho visto indicazioni del livello del volume sul preamplificatore alti, molto alti. Ne deduco spannometricamente una sensibilità reale di crica 85/86db.


L'ascolto

Alla fine il suono. Si perché queste scatolette di legno, dannatamente pesanti, suonano….e lo fanno talmente bene da avermi lasciato perplesso molte volte durante gli ascolti fatti di sera a luce spenta.

Di ottimi diffusori, sia grandi che piccoli, in questi anni, ne ho ascoltati molti. Ognuno con le sue peculiarità e caratteristiche, ognuno con il suo carattere. Però noi cerchiamo il “nostro” suono, cioè quello che più si avvicina a quello che ascoltiamo dal vivo e che riesce a trasmettere le emozioni proprie che solo la musica live può dare. Alla fine ho scelto il mio riferimento, che cadde, quasi tre anno or sono, sulle Sonus Faber Lilium. Ora, ascoltare le Electa III, a luce spenta, mi ha dato una sensazione di smarrimento che è difficile da spiegare. Sentire le Lilium e sapere che non stanno suonando loro ma le Electa III. Con gran parte dei programmi musicali a me più confacenti, jazz e musica da camera per lo più, la differenza di suono a livello timbrico è inesistente. A livello dinamico sussiste la superiorità della volumetria e del numero dei trasduttori delle Lilium ma le piccoline reggono il passo. Ecco, la differenza sostanziale è quella naturale immanenza che il grande diffusore ha nel ricostruire lo spessore armonico. Eppure la Electa III regge il confronto. Gli strumenti ad arco sono timbricamente e armonicamente corretti e completi. Fin dove il mid-woofer delle Electa può arrivare (più o meno 40hz) il basso è profondo ed articolato, tendente a chiudere con dolcezza la struttura armonica, senza impastare o diventare duro e “muggente” come mi è capitato di ascoltare con altri diffusori anche da pavimento.   I legni e gli ottoni sono definiti, articolati e sempre perfettamente a fuoco. Nemmeno con la grande musica sinfonica (IV^ sinfonia di Mahler in sacd della LSO) si sono perse le sfumature più tenui o ci si è perso qualcosa della partitura per sovrapposizione degli strumenti. Una grande raffinatezza unita ad una altissima definizione.20181125_113412_HDR.jpg.3181e9c4fc35dca1f869711aa8c9dacc.jpg

Mi sarei atteso, prima della prova, qualche rinuncia (sopportabilissima) sulle percussioni ed in genere nell’ascolto della musica rock….e invece, altra seconda sorpresa. Passare dai Pink Floyd ai Genesis e terminare con Steven Wilson è stato un percorso di puro divertimento. Chitarre, tastiere, percussioni, ascoltate con la massima disinvoltura da ascolto live senza nessuna fatica d’ascolto e senza perdere nulla nei transienti e nella dinamica. Percussioni profonde e d’impatto (appena meno possenti delle Lilium) tali da farti seguire il ritmo con il massimo del piacere e del coinvolgimento. Sentire perfettamente a fuoco la “pelle” del tom della batteria, con quel senso di aria post percussione, mi ha stupito. Molte volte ho tralasciato di prendere appunti e mi sono goduto la musica, pura e semplice, senza stare a spaccare il capello in quattro o a ricercare riferimenti mnemonici su come dovrebbe suonare questo o quell’altro strumento.

Il palcoscenico ricreato da questi piccoli capolavori è notevole. Scompaiono e suona tutta la parete, con una notevole estensione in orizzontale e verticale. Dove ho avvertito qualcosa in meno è sul piano della profondità che, in realtà, attribuisco più al mio ambiente d’ascolto che ai diffusori in prova. Potrei continuare a scrivere per pagine e pagine sulle sensazioni ed emozioni che l’ascolto di questo diffusore mi ha regalato in un mese di prove ma temo che sarebbe del tutto inutile.

 

Conclusioni

Le Electa Amator III sono grandi piccoli diffusori. Suonano bene con tutti i generi musicali e non sono così complicate da far suonare in ambiente. Di una cosa hanno però necessità. Non sono voraci di corrente ma di potenza. Non crediate che possano suonare con “soli”100 watt o con un monotriodo. Hanno fame di potenza e la sanno gestire al meglio. Non ricreano come sanno fare le Lilium il palcoscenico reale con il suo grande “respiro”, non arrivano a creare quel basso “tellurico” proprio dei grandi sistemi, ma tutto il resto lo sanno fare benissimo, con grazia, definizione e tanta classe. In Sonus Faber sono riusciti nell’impresa di ricreare in scala inferiore (a livello dimensionale) il grande suono di un sistema più completo e complesso.

Normalmente evito di lasciarmi andare a consigli non richiesti. Ove possibile suggerisco un acquisto solo dopo aver ascoltato il sistema esistente. In questo caso, chi è alla ricerca di un diffusore da stand ma non vuole rinunciare al suono completo di un diffusore multi via da pavimento, vada ad ascoltare ovunque sia possibile questo sistema. Non ne rimarrà deluso, anzi.

Ora lasciamo le Electa Amator I e il ricordo di Franco Serblin al XX secolo e godiamoci queste nuove creature della Sonus Faber del XXI secolo.

 

20181121_183931.jpg.dc15c42d5edf8956995179326f0b078c.jpg 20181123_121317.jpg.055513e08207e511b28d77f64b0dd0ca.jpg

 

20181106_180133.jpg.c92be89a644c55c8c6eef4c15c851633.jpg 20181125_113355.jpg.8aab28d94ef11b385c7a188c4ba71567.jpg

20181125_113651.jpg 20181125_113713.thumb.jpg.edbc786257c0a5faac21a0c2d8bc5c01.jpg

 

Electa amator III impedenza e fase.jpg



22 Comments


Recommended Comments

Le Electa Amator, sono sempre state sin dalla prima versione, uno dei modelli più amati della Sonus Faber, ma, mi capita spesso di sentire appassionati che rimpiangono il suono della generazione di diffusori all’epoca Serblin, come se quello che è venuto dopo, non fosse all’altezza di quei progetti. Alcune volte è stato così,  ma non sempre. Sono passati anni, e il suono si è evoluto in direzioni diverse da quelle di quei tempi, e se il confronto lo si fa sempre con il passato, non ci si può evolvere.

Le prime Electa Amator, come è stato detto, non erano certo diffusori perfetti, tutt’altro, ma sono ancora nel cuore di molti perché avevano quel suono e quelle peculiarità. Se pensate, che nella storia dell’alta fedeltà, ci sono stati, tanti prodotti, che sono rimasti dei riferimenti per decenni, pur non essendo perfetti, questo qualcosa vorrà dire. La Amator è uno di quelli. 
La nuova Electa Amator III, non sarà come la prima, ne migliore ne peggiore, ma diversa nella sua somiglianza, è sarà solo il tempo a dirci se verrà considerata  dagli appassionati a livello della sua discendente. Intanto, godiamocela. 
Ho letto con piacere questa recensione, soprattutto perché nasce, come la precedente, da un’appassionato come noi e le sue esperienze con questo diffusore. 
Non è necessario essere d’accordo, per apprezzarne l’impegno di raccontarci qualcosa di interessante.

Grazie Vignotra. 

Share this comment


Link to comment

Leggo con piacere, con estremo piacere. E' un tuffo nel passato al mio primo ascolto delle Electa Amator I a casa di un collega. 

La mia prima impressione fu di stupore per quello che le due piccole sculture lignee sul loro piedistallo riuscivano ad esprimere. Durante quel primo ascolto non ebbi l'impressione di mancanza di trasparenza, forse perché  erano accoppiate al Sonus Faber Quid. Mi accorsi di tale caratteristica molti anni dopo, in un ascolto comparato con la produzione successiva della casa, credo fossero le Cremona Auditor.

Grazie!

Share this comment


Link to comment
paolosances

Posted

Disamina coinvolgente, che altro dire?

La raffinatezza estetica delle Electa Amator e la ricercatezza dei particolari, riportano alla memoria i fasti degli interni delle Jaguar di un tempo.

Share this comment


Link to comment
Ultima Legione @

Posted

.

Rileggendo oggi il thread che aprii per annunciare l'uscita delle Sonus Faber Electa Amator III giusto un anno fá, non posso che sorridere a tutti i fatui pregiudizi e gli un patetici preconcetti che furono espressi in cinque pagine di forum e che ancor oggi aleggiano su un brand che nel mondo HiFi/HiEnd ci ha meritato e offerto la stessa identica popolaritá delle Ferrari, della Nutella e di Giorgio Armani.

.

Realmente il meglio della creativitá, del talento e della musicalitá fatta emozione e sostanza.

.

Certo, puó pur sempre piacere o non piacere, ma sicuramente con straordinari diffusori come questi, per tutti gli altri nel mondo intero, l'asticella del confronto si é alzata ancor di piú, con buona pace di tutti i detrattori.

.

Complimenti per l'ottima recensione caro Vincenzo, 👏👏 a tratti emozionante e quasi passionale nel descrivere le senzazioni legate all'ascolto di questo straodinario diffusore e che si sovrappongono esattamente anche alla mia unica esperienza di ascolto delle EA III.

.

Share this comment


Link to comment
SimoTocca

Posted

Un grazie a Vincenzo per l’eccellente articolo/recensione, piacevole da leggere e ricco di spunti.

Da ogni riga emerge la profonda conoscenza con “il suono” Sonus Faber, quello passato così come quello presente, e dire conoscenza é come dire competenza, oltre che passione.

Due piccole note, da lettore di riviste d’oltreoceno:

1) Non guasterebbe la lista dei componenti usati per l’ascolto e la recensione (sì la foto é abbastanza eloquente, ma non si vede proprio tutto tutto...)

2) Sarebbe utile sapere il prezzo dei diffusori, in modo da capire meglio in quale fascia merceologica i diffusori in questione si pongano..

Ancora grazie per la bella lettura...  

Share this comment


Link to comment
SimoTocca

Posted

Il 21/10/2019 Alle 18:58, iBan69 ha scritto:

Sono passati anni, e il suono si è evoluto in direzioni diverse da quelle di quei tempi, e se il confronto lo si fa sempre con il passato, non ci si può evolvere.

Scusa, ma questa tua affermazione mi risulta assolutamente incomprensibile.

In che senso “un suono si evolve in direzioni diverse”?

L’unica evoluzione “voluta e cercata” da tutti i progettisti del mondo é quella di ottenere un suono che si avvicini, il più possibile, all’evento sonoro reale, alla realtà quindi. 

Qualunque direzione diversa da questa può portare a vicoli ciechi o a disastri.

Io non conosco le nuove Electa Amator III (o meglio le ho sentite poco e male ad una mostra) ma conosco bene le Amator I, diffusore che ho amato ma non ho mai posseduto perché al tempo ero studente e le casse costavano troppo per le mie tasche...

C’é da capire solo se le nuove siano più fedeli delle vecchie alla “realtà sonora”: se sì, la direzione nuova é quella giusta..

A.@vignotra sarebbe interessante attualizzare il vecchio costo delle Electa Amator I (che francamente non ricordo) per capire se siamo rimasti  “in linea” o meno.

Sarebbe interessante anche sapere la sorgente (digitale a vedere i CD...e il SACD della LSO, abbastanza ben registrato ma non certo la più bella registrazione della seconda sinfonia di Mahler) che hai usato, mentre sul pre e sui finali direi che non si hanno dubbi che siano McIntosch (sembra anche di capire i vari modelli), e magari anche i cavi usati per la prova.

Ma capisco che in fondo sono minuzie, pignolerie un po' pedanti per chi, come me, é abituato a leggere le recensioni su Stereophile o The Absolute Sound dove sono specificati tutti i componenti dell’impianto del recensore.

Comunque sia ancora grazie per la bella recensione!

Share this comment


Link to comment
19 minuti fa, SimoTocca ha scritto:
Il 21/10/2019 Alle 18:58, iBan69 ha scritto:

Sono passati anni, e il suono si è evoluto in direzioni diverse da quelle di quei tempi, e se il confronto lo si fa sempre con il passato, non ci si può evolvere.

Scusa, ma questa tua affermazione mi risulta assolutamente incomprensibile.

In che senso “un suono si evolve in direzioni diverse”?

L’unica evoluzione “voluta e cercata” da tutti i progettisti del mondo é quella di ottenere un suono che si avvicini, il più possibile, all’evento sonoro reale, alla realtà quindi. 

Qualunque direzione diversa da questa può portare a vicoli ciechi o a disastri.

Io non conosco le nuove Electa Amator III (o meglio le ho sentite poco e male ad una mostra) ma conosco bene le Amator I, diffusore che ho amato ma non ho mai posseduto perché al tempo ero studente e le casse costavano troppo per le mie tasche...

C’é da capire solo se le nuove siano più fedeli delle vecchie alla “realtà sonora”: se sì, la direzione nuova é quella giusta..

Ciao, hai interpretato male la mia affermazione ... ma, se non conosci il primo “vecchio” suono Sonus Faber (quello di Serblin, per intenderci), è più complicato capirlo.

Comunque, la maggioranza dei costruttori di prodotti hifi, che hanno almeno più di 20 anni sulle spalle, hanno modificato il suono dei loro prodotti (ci sono anche eccezioni, però), complice l’uso di nuove tecnologie, di nuovi materiali, e non ultimo questa tendenza alla iper definizione che tanto è decantata. Non esiste un suono solo, ne esistono tantissimi, nell’alta fedeltà! Quindi tu hai interpretato il suono in senso assoluto (quello suonato, non riprodotto, per capirci), invece, io parlavo di quello riprodotto da dei diffusori progettati e costruiti più di vent’anni fa, che avevano un suono diverso rispetto alle versioni precedenti e che oggi si cerca di riscoprire.

Comunque, sai bene anche tu che, qualunque diffusore, riproduce una verosimiglianza della realtà sonora, e che questa non può essere eguagliata, anche da un diffusore da 100.000€, sarà solo, un po’ più verosimile! 😉

Share this comment


Link to comment
SimoTocca

Posted

@iBan69 

Sono d’accordo con tutto quello che hai detto, ora che hai articolato nel dettaglio il tuo ragionamento...

Il suono delle vecchie Electa Amator lo conosce bene, sono queste nuove che praticamente non ho ascoltato...

D’altra parte anche al Munich HiEnd, negli ultimi 3 o 4 anni almeno, ascoltare le Sonus Faber era impossibile (erano spesso esposte le grandi, le Aida se non erro, collegate a quegli ampli dal design bizzarro e dal costo esorbitante di Dan D’Agostino (spesso presente in persona nello stand...) ma fatte suonare in sottofondo perché immerse in un gigantesco stand senza pareti o divisori...

Era possibile invece ascoltare le Ktema, ultimo affascinante progetto di Serblin, ma fatte suonare in saletta piccolissima e bassissima, certamente non adatta a quelle casse, e con impianto tutto Accuphase, eccellente sulla carta, ma nei fatti non l’abbinamento ideale per le Ktema...

Share this comment


Link to comment

@jimbo Non sono pochi nè molti. Un diffusore di questa classe si merita il meglio anche come potenza. Per preservare la dinamica io non scenderei sotto i 200 watt come minimo.

Share this comment


Link to comment
GianGastone

Posted

Il fodo in marmo e' terrificante. Poi funzionera' per quello che deve fare ma il risultato nel suo insieme e' di una bruttezza terrificante. O meglio pacchianeria.

Ben riuscita la filatura della stondatura.

Il problema semmai e' un altro, questo genere di estetica vuoi per l'eta vuoi per il numero di imitazioni lo trovo "vecchio", abusato, banalizzato. In fondo e' diventato anonimo. E forse per questo ormai in Sonus e' un tripudio di cuciture, cromature, pellami e ora marmo. Da prodotto elegante a dal sapore autentico e' ormai uno stereotipo a mio parere agonizzante, tenuto in vita a forza. Resta che come disegna Livio ben pochi. I problemi vengono dopo.

Preferico i modelli semplicemente laccati.

Share this comment


Link to comment
giannisegala

Posted

Ciao, non conosco le nuove E. A. ma sono un possessore del primo modello. Sono diffusori ancora oggi molto prestanti. Franco Serblin  non le amava moltissimo  per via del tweeter, troppo protagonista secondo il suo parere. Lui preferiva il D 28 delle Minima  che poi mise pure sulle Guarneri Homage. Non facili da posizionare per via del basso piuttosto gonfio ed invadente. Comunque, se riuscite a sistemarle per bene   sarete ripagati  con  un  risultato eccezionale. Per via del suono che,  come ha scritto Iban, non sarebbe più attuale vi dico che chi scrive così probabilmente non le conosce affatto,  oppure non le ha messe  nelle condizioni per potersi esprimere al meglio.

E' vero, in questi  ultimi anni parecchie cose sono cambiate, ma vi assicuro che se vi facessi ascoltare un impianto full anni '80 che ho a casa mia fareste molta fatica a capire l'età degli apparecchi. Complimenti a Vincenzo  per la recensione. A proposito, sapete che mi scrisse Franco Serblin poco prima di morire riguardo a quale  fosse il suo capolavoro?  Senza ombra di dubbio, mi scrisse, le Minima FM2.

Le  creature che più amava senza se e senza ma. Alla prossima.

gianni

Share this comment


Link to comment
gingobiloba

Posted

@giannisegala Concordo posseggo anche io le Sonus Faber minima e quando le ascolto sono le uniche casse che non mi fanno rimpiangere le magneplanar, sono ancora oggi delle chicche, io possiedo anche gli stand originali, insieme sono anche un oggetto di vero design.

@SimoTocca cercati una coppia usata, da abbinare alle Maggie :-)

Share this comment


Link to comment
SimoTocca

Posted

@gingobiloba se ne trovo una coppia in buone condizioni procedo all’acquisto!

Share this comment


Link to comment
biologo

Posted

Avete mai pensato di fare suonare i Mc con i diffusori Audel. Io li ritengo superiori ai diffusori Sonus Faber

Share this comment


Link to comment
gingobiloba

Posted

@biologo Guarda sono sicuro che nel modo ci sono delle cose simili che suonano meglio delle Sonus Faber, ma permettimi che certi oggetti si comperano anche per avere il gusto del guardarli...

Mi sono comperato un finale Micntosh MC240 mi piace? Se devo essere sincero non mi fa impazzire ma è così bello...

@SimoTocca Comunque ti assicuro che le Minima sono spietate se non hai tutto a posto, un poco come le Magneplanar.

Valuta anche le Guarneri prima serie, bellissime e assetate di buoni watt

Share this comment


Link to comment
biologo

Posted

@gingobiloba Io preferisco cose che suonano bene, per me la bellezza è il suono non l'estetica di un diffusore, ma rispetto la tua opinione.

Share this comment


Link to comment

Ho posseduto per circa 15 anni delle Electa Amator II. Indubbiamente belle, affascinanti e bensuonanti ma anche difficili da pilotare e sistemare in ambiente.

Le ho sostituite con delle Tannoy.. e sinceramente non le rimpiango per nulla.

Share this comment


Link to comment
Pdameno

Posted

Caro @vignotra,

innanzitutto grazie per la bellissima recensione, da appassionato Sonus Faber della prima ora la ho trovata molto utile ed esaustiva.

Mi permetto di aggiungere la mia modesta e personalissima esperienza da possessore sia delle EA prima serie che della EA seconda serie (le EA III le ho solo ascoltate da un noto rivenditore del centro Italia e, devo ammettere doli non esserne rimasto particolarmente colpito ma si sa, non bisogna mai giudicare un diffusore da un ascolto frettoloso ed effettuato in condizioni non “controllate”).

Il mio contributo vuole essere solo in merito alle caratteristiche ed alle prestazioni dei due modelli precedenti.

Le ELECTA AMATOR I (qui concordo con il tuo giudizio), sono dei diffusori che necessitano una particolare attenzione nel posizionamento, ma una volta inserite in maniera corretta in ambiente e soprattutto, se amplificate a dovere, riescono a raggiungere prestazioni incredibili sia come ricostruzione dell’immagine che come raffinatezza timbrica ed estensione della risposta in frequenza. Io le ho avute a lungo nella mia catena  sempre amplificate con elettroniche Spectral e, ad essere onesto, il risultato era tutt’altro che “colorito”. Quello che ho imparato con il tempo però è che quei meravigliosi oggetti per la riproduzione del suono avevano bisogno di un approccio molto attento nell’abbinamento con le elettroniche... poca simpatia per le valvole, poca anche per amplificazioni a stato solido carenti di corrente e con poco controllo in basso. In altre parole la scelta dei partner era di fondamentale importanza per la resa finale (come peraltro anche per molti altri diffusori di pari lignaggio e levatura) ma una volta azzeccato il “matching” il risultato ottenuto mi ha ripagato con innumerevoli giornate di ascolto appassionato ed estremamente gratificante.

Conclusione: un diffusore che se ben abbinato e correttamente inserito in ambiente ha ancora oggi pochissimi rivali a prescindere dalla categoria e fascia di prezzo di appartenenza.

Veniamo ora alle Electa Amator II, diffusore piuttosto controverso e probabilmente non molto apprezzato dagli appassionati del marchio proprio perché profondamente diverso dal suo predecessore. Il progetto prende le distanze da quello della prima serie, cambiano i trasduttori, il crossover, il cabinet non utilizza più un raccordo reflex posteriore ma viene ora utilizzato un radiatore passivo (che poi sarà utilizzato anche nelle Extrema ma con i trasduttori che torneranno ad essere quelli della prima serie con woofer di dimensioni più importanti).

Il suono di questo diffusore è, ovviamente, molto lontano da quello del suo predecessore. La gamma bassa adesso è molto più controllata, quasi asciutta, mentre la gamma alta risulta sicuramente meno raffinata e un po’ più in evidenza. Un carattere completamente diverso dalle EA1, si vira verso una impostazione più monitor che comporta abbinamenti differenti a livello di elettroniche per smussare alcune spigolosita’ della nuova impostazione timbrica.

Conclusione: un diffusore più semplice da posizionare in ambiente ma con una impostazione troppo distante dal suo predecessore. Non è rimasto nel cuore degli amanti del marchio.

Per quanto riguarda la nuova versione, mi ripropongo di ascoltarla con maggiore cura ed attenzione. Spero proprio che la mia prima impressione sia stata fuorviata da un abbinamento non proprio felice e da un posizionamento in ambiente non ottimale...

Share this comment


Link to comment
vignotra

Posted

@Pdameno ti ringrazio per il tuo intervento. spero che tu possa provare le III in condizioni migliori. Lo meritano.

Share this comment


Link to comment

Create an account or sign in to comment

You need to be a member in order to leave a comment

Create an account

Sign up for a new account in our community. It's easy!

Register a new account

Sign in

Already have an account? Sign in here.

Sign In Now
  • Inserimenti

    • mom
      By mom in Interventi
         33
      Inizio io con questa bellissima immagine che ne da David Letterman.
       
      “L’ autunno è la mia stagione preferita a Los Angeles, guardare gli uccelli cambiare colore e cadere dagli alberi.”

      A voi la parola... scrivete le vostre citazioni che amate quando pensate all’autunno...  
  • I Blog di Melius Club

    1. joe845
      Latest Entry

      By joe845,

       

      Possiedo un cd player Yamaha CD-S1000 che mi soddisfa alquanto, sicuramente un oggetto con un ottimo rapporto prezzo/prestazioni; è oggettivamente bello, suona bene, ha una costruzione assolutamente massiccia e ben fatta. E quindi, che vuoi? Direte voi.

      Per saperlo basta proseguire la lettura di questo post che potrebbe intitolarsi anche: Amplificatori operazionali a discreti Burson Audio V6 Vivid (come modificare uno Yamaha CD-S1000 in più step e vivere felici).

       

      di Giovanni Aste

      Traduzione di E. Tomasi

       

      Tutto ciò che occorre è una buona scusa

      Niente, è che sono autocostruttore fino al midollo e quindi non riesco, anche volendo, a non aprire un qualsiasi oggetto hi-fi per vedere come è fatto (la scusa) e per verificare se non si possa modificare in meglio (la vera ragione).

      Detto fatto, lo apro, costruzione esemplare, tutto logisticamente ben posizionato, la scheda audio, sulla parte superiore destra guardando l’apparecchio dal di fronte, appare subito alla vista appena tolto il coperchio. Il layout è ordinatamente diviso per canale DX e SX, con sparpagliati qua e là operazionali vari, transistor, condensatori, resistenze, fino ai pin d’uscita.

      Qualcosa si intuisce ma... vabbè, ci vuole lo schema elettrico.

      Girando un po' in rete trovo, addirittura, il manuale “MAINTENANCE” (quindi non il semplice USER) con tutti gli schemi elettrici, le foto degli stampati, le liste parti, insomma un oggetto veramente completo. E messo a disposizione di tutti, gratuitamente, su internet; quando un costruttore è serio si capisce subito. Sfogliando pagina per pagina trovo finalmente lo schema della scheda audio, andiamo a dare un’occhiata..

       

      1615473934_figura1.JPG.b017672562c6c8292445a4795b2a5dc4.JPG

       

      Tralasciando lo stadio di conversione I/V (a sinistra della figura) che non provo certo a modificare, troviamo un ampli differenziale, realizzato con le due metà di un operazionale NE5532DP, e poi lo stadio filtro/buffer d’uscita realizzato con un altro operazionale, forse un po' più “fichetto” (dico forse perché di operazionali non mi intendo tanto), un LME49723. Seguono il condensatore di uscita, due transistor inseriti come “mute” che quindi, se comandati, cortocircuitano il segnale a massa, e un filtro RC finale (presente su praticamente tutti i lettori CD)

       

      E quindi, cosa modifichiamo? Andiamo con ordine.

      Primo step. La prima cosa che ho fatto è stato dissaldare il piedino di C108, quello ovviamente lato R135, in modo da eliminarne l’effetto (o meglio, il possibile effetto) sulle alte frequenze, tenete però presente che la mia catena è tutta valvolare, quindi un minimo effetto di filtro alle alte frequenze è sempre presente, dato dai trasformatori di uscita, mentre non so cosa potrebbe succedere in un sistema tutto SS con banda passante di un MHz.

      Si sente? Bah! Sinceramente, per quel che è la banda passante del mio orecchio di ultra cinquantenne, che arriva circa a 14KHz (a spanne eh?!?) non mi è sembrato cambiasse granché. Ma comunque ormai l’avevo fatto e l’ho lasciato così. Anche se, essendo stato solo dissaldato un pin, a tornare nella configurazione iniziale ci vogliono veramente due secondi.

       

      Secondo step. Guardando lo schema appare subito chiaro che il condensatore in uscita è un abnorme 470uF e, ovviamente, visto il valore, elettrolitico.

      La scelta del costruttore è corretta, visto che non può sapere, a priori, cosa verrà collegato, deve inserire una capacità tale che anche col più basso dei carichi consentiti, il lettore riesca a garantire la banda passante nominale.922991409_figura7.jpg.69ad72ec0697e2c29ebf0011fd45cb1e.jpg

      Nel mio caso, in cui il carico visto dall’uscita del CD, è un pre a triodi con un potenziometro da 50K in ingresso, il condensatore in esame può scendere a ben più miti valori, diciamo che con un 10uF (o forse meno) dovremmo cavarcela. Dissaldo l’elettrolitico e inserisco quello che avevo per le mani, un Arcotronic plastico (penso polipropilene) da 10uF 250V.

      Si sente? Sì, questo sicuramente si sente. Diciamo che mi aspettavo qualcosa di più, evidentemente l’elettrolitico faceva comunque bene il suo sporco lavoro, ma comunque la grana diventa più fine, aumentano spessore e consistenza di ogni strumento, il suono è meno superficiale, più complesso e pieno di sfumature. Ed anche in questo caso, tornare indietro è possibile e con pochissimo sforzo.

       

      Terzo step. E qui il gioco si fa duro. A un certo punto mi sono detto “ma ‘sto condensatore è proprio necessario?”. L’operazionale è alimentato in duale quindi la sua uscita non dovrebbe presentare alcun offset (a parte ovviamente quel poco derivante dal fatto che nessun componente è il componente ideale). Allora attacco l’oscilloscopio al punto tra il piedino 7 di U17 e il condensatore e mi metto a misurare. Qualche millivolt, praticamente nulla. Lascio il tutto acceso per qualche ora, praticamente nessun cambiamento. 

      Quindi mi decido, o la va o la spacca. E a questo punto faccio piazza pulita! 

      Con un pezzetto di filo (ovviamente audiofile), faccio un ponticello tra l’uscita dell’operazionale e il punto in comune tra R135 e C108, visto che ora che ho dissaldato un pin di C108 c’è una piazzola libera. D’altronde il miglior condensatore è quello che non c’è, giusto?

      Si sente? E be'! Qui la cosa si fa interessante e parecchio! All’inizio si rimane quasi sconcertati, perché lo "Yamahone", che in versione “liscia” ha un carattere molto neutro, gentile, trasparente, lineare, leggerissimamente ambrato, diventa di punto in bianco quasi scorbutico, sicuramente più deciso, negli attacchi, nei rilasci, sembra che ci sia più energia in generale. È proprio un bel cambiamento “overall”. Ma basta poco per capire che siamo nella direzione giusta. È tutto più vero, c’è poco da fare. È stato tolto un velo, e neanche tanto leggero. E veramente a costo 0!

       

      Quindi, finito? Macchè!

      Quarto step. Sempre più difficile. Per un po' di tempo ascolto con questa configurazione un po' insolita e, sinceramente, non proprio filosoficamente corretta, perché la mia estrazione tecnica mi dice, nel profondo, che un cavolo di condensatorino ce lo dovrei mettere. Ma tant’è, nel mio sistema sinceramente posso farne a meno e dato che per quanto possa spendere, un condensatore migliore di un filo non posso trovarlo, decido di lasciarlo  così.1566824288_figura2.JPG.efe8a2da73b20f8dcc7c42e0090f05c3.JPG

      Stavo quindi per richiudere il contenitore del CD-S1000, quando caso volle che incappassi, su internet, in una recensione su degli operazionali a discreti della australiana Burson Audio, una (relativamente) giovane azienda che produce apparati completi di notevole fattura (ampli cuffie, pre, etc), ma strizza l’occhio anche ai DIYers con una piccola serie di oggetti per l’autocostruzione/customizzazione. Producono infatti operazionali a discreti (la linea V5 e V6 principalmente) e piccoli kit di adattamento per questi ultimi, cioè un adattatore SOIC to DIP8 (per passare da SMD a montaggio normale) e un aggeggino che permette di connettere l’opamp anche in posizioni non perfettamente verticali visto che, come vedrete, questi componenti sono fortemente sviluppati in altezza e non è detto che entrino in tutti i contenitori dei vari apparecchi (nel CD-S1000 ci sono entrati per 2 mm).

      Ora, un circuito integrato operazionale a discreti è un ossimoro, e già questo mi rende l’oggetto simpatico.

      Leggo qualche recensione e sono tutte positive e alla fin fine la modifica non costerebbe neanche tanto, potrei sostituire U17 e il corrispettivo U15 per l’altro canale, con due operazionali doppi realizzati dalla Burson per una spesa intorno ai 150 Euro spedizione compresa, quindi.

      Quindi un cavolo, c’è un grosso problema; gli operazionali sul CD-S1000 sono SMD, mentre gli operazionali Burson, i V6 Vivid, per la precisione, sono, per ovvie ragioni, formato “normale” con uno zoccolo DIP 8, come potete vedere nella foto relativa.

      E allora che si fa?

      470991493_figura3.JPG.5b27dbe5aee1439b04a20c5363bf3060.JPGOccorre dissaldare gli opamp originali, inserire degli adattatori da SOIC a DIP8 (la stessa Burson ne produce, un po' costosi in verità, io li ho comprati sulla baia) e poi si possono montare i V6 (o tutto quello che volete).

      E qui la cosa comincia ad assumere aspetti inquietanti.

      Sul sito Burson c’è un video di un tizio che, con una treccia dissaldante, in pochi secondi dissalda un operazionale SMD e poi salda il nuovo adattatore, ma la realtà potrebbe essere differente e se faccio un errore avrò un CDS “mattone” e niente altro. Ci penso qualche giorno perché il rischio c’è, senza dubbio. Poi alla fine mi decido.

      La curiosità è troppa, cavolo!

      Fortunatamente ho vicino casa un negozietto di elettronica con un valente tecnico, smonto la scheda e gliela porto, insieme ai “ragnetti” da saldare al posto degli SMD e gli spiego il da farsi. A parte il commento in slang romanaccio “ma se funzionano che li cambi affà?”, assolutamente comprensibile da una persona non affetta dal morbo dell’audiofilo autocostruttore, mi sembra sicuro del fatto suo e, seppur con una certa apprensione, gli lascio il tutto.

      Quelli che vedete nella foto, indicati dai cerchi bianchi sono i due operazionali IC15 e IC17 che andranno rimossi per inserire gli adattatori SOIC to DIP8, sotto una foto con gli operazionali sostituiti con gli adattatori.

       

      1540981855_figura4.jpg.c594135d248b6cc73d6ee94fd22bb46e.jpgDopo qualche giorno mi chiama; operazionali rimossi e adattatori montati. Bene, il passo più importante dovrebbe essere riuscito, dico dovrebbe perché ovviamente a parte un’ispezione visiva e una breve verifica col tester non ho possibilità di provare.

      Mi prende una certa fretta (e anche apprensione), compro una coppia di V6 Vivid da Audiophonics, la persona che gestisce il sito è molto professionale ed efficiente, e dopo solo due giorni le due torrette rosse sono a casa mia.

      Li monto, riposiziono il CD al suo posto, collego e accendo tutto, trepidante: quella decina di secondi che è passata tra lo “switch on” e l’uscita del suono dai diffusori sono stati estremameeeente lunghi.

       

      Ma poi 🙂

      Qui il cambiamento diventa molto più evidente. La prima cosa che appare, immediata, e che sinceramente non mi aspettavo con questa intensità, è il miglioramento nella scena che diventa molto più a fuoco, con le posizioni più ferme e definite, e con una profondità notevolmente aumentata, in tutte le direzioni. In generale è tutto il volume della scatola sonora che aumenta e diventa maggiormente palpabile. Come se vi affacciaste su una “stanza” più grande, dove tutto si vede meglio.

       

      Poi, CD dopo CD, si apprezza il maggior dettaglio, che come al solito rende tutto più vero, l’eliminazione di qualsiasi asprezza, specie sulle medie e alte frequenze, la grana che diventa ancora più fine.

      Con questo upgrade, la macchina sale veramente a una classe superiore, senza alcun dubbio (e Dennis, della Burson Audio, mi ha detto che i V6 miglioreranno ancora molto nelle prime 100 ore), battendosela con macchine di costo sicuramente superiore.

      733311533_figura5.jpg.a525d030f3f461132dfa7043c91679e6.jpgCerto, il solo costo dei due operazionali è il 15% dell’intero valore della macchina, ma vi assicuro che sono soldi molto ben spesi.

      Ultima nota: anche in questo caso l’uscita dell’operazionale è diretta, verso i pin (ed il mondo) esterni, senza condensatori di accoppiamento. Ed anche in questo caso ho monitorato per circa due ore il livello in uscita con il sistema a riposo. Partendo da 12mV sul destro e 5mV sul sinistro, dopo due ore il sistema si era assestato su 10mV a dx e -3mV a SX (e senza carico).

      Anche in questo caso ho deciso che potevo dormire tranquillo.

       

      Conclusioni

      Spero che questa “avventura” sia stata per voi interessante (come lo è stata per me).

      È una modifica a più step, quasi tutti completamente reversibili nel caso in cui il risultato non piacesse.

      Inoltre potete applicarne alcuni e non applicarne altri, ad esempio potete mantenere il condensatore d’uscita ma migliorarne la qualità (in questo caso però è basilare conoscere il valore d’impedenza del carico perché potrebbe pregiudicarne il valore e quindi anche la qualità), o scegliere altre soluzioni intermedie.876429885_figura6.jpg.e640e7cc8673cef92444c6032135ebc3.jpg

      Certo, ci vuole un po' di incoscienza e comunque bisogna sapere bene cosa si fa e come è realizzato il vostro impianto io, ovviamente, non mi prendo alcuna responsabilità, neanche morale, in caso di soprese non gradite.

      Se però vi mostrerete sufficientemente coraggiosi, sarete ripagati con una macchina che passa sicuramente, con l’applicazione completa delle varianti (V6 vivid compresi ovviamente), ad una classe di lettore nettamente superiore.

      Alla prossima!

       

      VERSIONE INGLESE

      Yamaha CD-S1000 modified with Burson Audio opamp.

      I had (and still have) a Yamaha CDS1000 cd player which I was quite satisfied with, definitely a component with a great price/performance ratio: as a matter of fact it’s beautiful, it plays well and it’s solidly built.

      Then, ‘what more do you want?’, you might say. Nothing, it’s just that I’m a diyer to the bone and therefore I can’t (even if I wanted to!) not open any hifi device to see how it’s made (that’s the official excuse) and to check if it can be modded for the better (the real reason behind it).

      And that’s exactly what happened to the CD-S. No sooner said than done, I opened it: exemplary construction, everything rationally placed and engineered, the audio board on the top right hand side comes in view right after removing the lid. The layout is divided into right and left channel with a bunch of opamps, resistors, caps scattered between the input and the output. One can guess of course... but I definitely needed a schematic.

      Whilst surfing the net I bumped into none other than the Maintenance Manual (not just a user manual then!) with all the schematics, PCB pictures, bill of materials, a complete set of info. And totally free, of course, for anyone to peruse. It is from things like these that one can grasp the accuracy and professionalism of a brand.

      Browsing through the manual, finally I found the audio circuit schematic, let’s have a look at it

      Apart from the I/V conversion stage (on the left hand side of the picture) which I certainly won’t even try to tamper with, we can see a differential amplifier, made out of two halves of a 5532 opamp and then output filter/buffer stage, consisting of another opamp, possibly a nicer one (I say “possibly” because I’m not much of an expert about opamps), a LME49723. After that there’s the output capacitor, two transistors used as “mute” that, if used, short the signal to ground, and the final RC filter (as in all other CD players)

      So: what do we modify??

      First Step    

      The first thing I did was to unsolder C108 terminal on R135 side, in order to remove the effect (or better, the “possible” effect) on high frequencies.

      As a side note, please consider that my audio chain is totally made out of valve components, therefore there is always some high frequency low pass filter (from the power amp output transformers, for instance), whereas I have no idea what could happen in a full solid state system with 1 MHz bandwidth….

      Is there a real audible effect? Well, for what is my ear’s bandwidth (I don’t think I’m getting past 14 KHz or so) I didn’t hear anything worth mentioning.

      Anyway I had already done it so, tough: I left it like that. In any case, being just one terminal unsoldered, it’s really easy to get back to its original state.

      Second Step

      Looking at the schematic, it’s quite apparent that the output capacitor is hugely oversized (470uF) and, as such, given its value, it’s an electrolytic cap .

      Of course, from the manufacturer’s point of view, the choice is surely correct since no one can know in advance what the player would be connected to: having that high a capacitor’s value guarantees the full bandwidth whatever the load the player be attached to.

      In our case, where the load seen by the player is a DHT preamp with a 50k pot at the input, the capacitor could easily be reduced to much more manageable capacity values (10uF or less should be more than enough)

      After unsoldering the capacitor, I replaced it with one I had available, a10uF/250V plastic film Arcotronic (polypropylene)

      Is there a real audible effect?

      Oh yes, this time really the modification can be heard!

      I was actually expecting a bit more, this means that the existing cap was working egregiously.

      Anyway, the sound texture has become less grainy, the instruments show a bit more thickness and weight.

      And, as before, the mod is easily reversible.

      Third Step (Where the going gets tough…)

      At this point I asked myself if the capacitor was really necessary. The opamp is powered by a dual DC supply therefore the output signal should be devoid of any offset DC (except, of course, the amount derived by the fact that no component operates in an ideal world…)

      So, I switched the oscilloscope on and connect it between terminal 7 of U17 and the capacitor and I started measuring.

      The result is just some mV, practically negligible. I left everything on for a few hours but I noticed no relevant changes.

      So I decided to go for a full monty! And this time it means really changing everything!

      With a small bit of rigorously audiophile cable I bridged over the opamp output terminal and the point in common between R135 and C108: I have some space now that I unsoldered one of C108 terminals.

      Everybody knows that the best component is the one that is not on the signal path!

      Is there a real audible effect?

      Oh Yes! Now things get really interesting! At the beginning the feeling is of bewilderment almost because the Yamaha (which in vanilla version has a very neutral, gentle, transparent, linear, slightly amber character) becomes suddenly almost nervous, with definitely more rapid attacks and releases. There is a feeling of more energetic sound. It’s really a nice overall improvement. Enough to understand that we are traveling in the right direction, everything sounds more “real”, like removing a veil and not even that thin. At no cost.

      Then… is it finished? No way!

      Fourth Step (more and more difficult…)

      I’ve been listening for a while the latest unusual configuration which, to be honest, I don’t find especially correct from a philosophical viewpoint because my tech background deep down tells me that at least one small capacitor should be left. Oh well, I can easily live without it in my system and since, no matter how much I can afford, one cannot find a capacitor that sounds better than a wire, I decided to leave everything as it was.

      I was about to close the top lid when, by mere happenstance, I came to read a web review of some discrete component op amps made by the Australian manufacturer Burson Audio.

      Burson Audio is a (relatively) young company that manufactures audio devices of remarkable craftmanship (amplifiers, preamps, headphones, etc) but always with an eye on the DIYers community, having a small series of components for DIY/customisation. They actually produce some discrete component op-amps (mainly the V5 and V6 line) and some adapter kits for those, namely a SOIC to DIP8 adapter (to fit SMD installations) and a small gizmo that allows the op-amp to be connected also not vertically, since these devices are generally quite developed in height and not necessarily fit into any cabinet (for the record, they were fine in the CDS1000 only by 2mm)

      Now, an IC opamp made out of discrete components is kind of an oxymoron per se, and just that makes me like it already 😊

      I read some reviews, all positive, and in the end, the modification was not that dear, I could replace U17 (and the correspondent U15 for the other channel) with two of these Burson opamps for about 150 euros, included shipping. So….

      Hold on, there’s a BIG problem though: U15 and U17 are SMD whereas the Burson V6 Vivid are, for obvious reasons, in a “standard” format, with a DIP8 socket as in picture.

      So, what to do?

      U15 and U17 must be unsoldered, two SOIC to DIP8 adapters have to be fitted in their place (Burson themselves produce them, a bit expensive, to be honest: I bought mine on ebay) then one can plug the V6’s in (or whatever other opamp you prefer)

      That’s when the operation starts getting scary…. On the Burson website there’s a guy with some soldering wire that in no time unsolders an SMD opamp and then solders the new adapter in its place.. but in real life that could be different and if make a mistake all I gain is a new cumbersome yet hi tech door stopper and not much else…

      I took some days to think about it, the risk was not negligible, then eventually I decided.

      I was too curious at that point!

      Luckily, I have a small electronics shop near me, where there’s a very good technician.

      I dismounted the board and brought it to him, along with the two small “spiders” to be soldered in lieu of the existing SMD opamps. Of course his first comment was “why do you want me to change them if they are working?” and I totally understand his viewpoint (not being an audiophile diyer twat) but he seemed a confident tech so, not without a glimpse of anxiety, I left everything to him.

      Clearly shown in the picture (circled in white) are the IC5 and IC7 which will have to be removed and replaced by the SOIC/DIP8 adaptors.

      Below that, a picture of the adaptors installed

      After a few days I received a call from the technician: opamps removed, adaptors installed.

      Ok, this was the most important step and was apparently done. I say apparently because I couldn’t tell anything besides a simple visual inspection and a brief check with a tester….

      I started to be in a hurry (and not without a certain anxiety), so I bought a pair of V6 Vivid from Audiophonics. The person managing the website was very professional and efficient: 2 days and small red towers were with me…

      I installed them right away, put the CD player back in its place, connected everything with trepidation…. The 10 odd seconds between the “switch on” and the sound coming out of the speakers had never been longer….

      But then…

      Here the differences are MUCH MORE evident.

      First thing I noticed, immediately (and I didn’t expect it with such an intensity) is the improvement in the image, much more focused, all the instruments steady and well defined and more depth in all directions.

      In general the 3D sound box has increased in size in all dimensions and the sound is more palpable, like one entering a bigger room and putting new glasses on: all clearer, sharper and bigger.

      CD after CD, one can appreciate the increased detail that, as usual, makes all more “real”, every roughness is removed, especially in the mid-high frequency range, the grain becomes finer and finer.

      With this upgrade, the Yamaha CDS really ascends to a superior level, without a shadow of doubt (and Dennis, of Burson Audio, told me the V6 will get much better in the next 100hrs): now it can fight with more expensive players.

      Well, the cost of the two V6 is about 15% the cost of the whole player but I assure you it’s money well spent.

      Last note: the opamp output is direct in this case too, no coupling capacitors. I monitored the output level for about a couple of hours and I got a steady reading of 10mV on the right channel and 3mV on the left (after an initial value of 12mV and 5mV respectively)

      Let’s say that this was quite reassuring

      I hope this “adventure” has been interesting for you as it’s been for me.

      It’s a multi-step modification. All steps are completely reversible in case one doesn’t like the result.

      Besides, one can carry out only some of the mods and not all of them. For instance, one can keep the output cap but improve its quality (it’s important, though, to know the load impedance because it could jeopardize its value and, therefore, its quality) or one can choose some intermediate steps.

      Surely, some recklessness is needed and in any case it’s mandatory to have enough knowledge of the situation and of the rest of the equipment use: I won’t take any responsibility, neither moral nor material in case of unwanted surprises!

      However, if you are brave enough, you will be rewarded with a cd player that, with all mods applied, will have jumped to a sharply higher class.

      Cheers.

    2. Il best seller del prof. Amar Bose, in vendita dal 1983 al 1991, nacque per essere posto in libreria, in orizzontale, col deflettore orientato secondo i dettami del professore. Sono inconfondibili per il loro design asimmetrico ed il caratteristico array di tweeter a cono in "Free Space", che si accompagna ad un woofer da 20 cm. caricato in reflex.

       

      Sono qui per parlarvi di una coppia di diffusori a cui sono legato, diciamo così, sentimentalmente: mi hanno accompagnato per tanti anni di ascolti, poi, causa vicissitudini e cambi di abitazione, erano finite in cantina. Da qualche tempo hanno riconquistato un posto nella mia sala di ascolto, rivelando doti che solo il loro posizionamento ottimale ha svelato. Vi sto parlando di una coppia di Bose 301 series II, anno di acquisto 1986.Bose 301 series II

      Per lunghi anni hanno costituito la voce del mio impianto: acquistate assolutamente d'impulso, dopo ascolti casuali, aveva fatto colpo, lo confesso, il fatto che fossero "diverse" dagli altri diffusori allora in giro, con un prezzo alla portata delle mie tasche e, soprattutto, un modello da scaffale, dato che in quel periodo la mia camera permetteva il loro collocamento solo su di un lungo mobile addossato ad una parete.


      Il mio impianto
      Il resto dell'impianto era costituito da un gira e un ampli Technics, a cui affiancai prima una piastra Aiwa ed in seguito un lettore cd Sony. Per 15 anni ho ascoltato musica da questo impianto, sfruttando relativamente le doti delle 301 in quanto il loro posizionamento seguiva solo in parte le raccomandazioni del produttore.
      Da allora è passato tanto tempo e negli ultimi anni, nonostante pochi soldi a disposizione, la passione per l'ascolto hi-fi si è risvegliata: grazie al Forum il mio universo audiofilo si è aperto a cose che non avrei mai pensato: ampli cuffia, dac e tutta una serie di catene audio sono mano a mano entrate nello spazio di ascolto che ho a disposizione, uno studiolo di 4,80 per 3,80 mq, mediamente arredato.
      Complice tutta una serie di passaggi, ultimamente mi è tornata la voglia di ascoltare le vecchie e gloriose 301, che non ho mai avuto voglia veramente di vendere. E qui comincia il bello. Sono andato a ripescare il manuale d'utilizzo e ho cercato di vedere se potevo realizzare nel mio spazio di ascolto un posizionamento ottimale.

       

      Il posizionamento ottimale
      Da notare che questi diffusori, come anche le più prestigiose 901, hanno vincoli di posizionamento che, se non rispettati, vanificano molto della esperienza di ascolto. La prima necessità è stata quella di dotami di stand adeguati senza spendere una follia: ho optato per l'autocostruzione, aiutato da un amico volenteroso e l'amicizia di un falegname. Ne è venuta fuori una coppia di stand in legno dal colore simile alla impiallacciatura Bose 301 series II studiolodelle 301, alti 70 cm e con alla base dei piedini ottenuti con dei battiporta di gomma, dunque una situazione di disaccoppiamento. L'altezza scelta è una via di mezzo tra il minimo consigliato da Bose (45 cm) e l'idea di una altezza della fonte sonora vicina alla altezza delle orecchie da seduto. Il direzionamento delle coppie di TW (che formano un angolo di alcuni gradi diretto verso l'alto gli anteriori e paralleli i posteriori) mi ha fatto comunque scegliere di tenere la posizione dei diffusori leggermente più bassa della quota delle mie orecchie. D'altra parte tenerle più basse o più alte della misura scelta avrebbe portato ad una serie di difficoltà di posizionamento nel mio spazio di ascolto e il compromesso è stato inevitabile.

      Veniamo al posizionamento. Bose consigliava nello scarno foglietto di istruzioni di rispettare innanzi tutto il corretto posizionamento destra-sinistra dei diffusori, di distanziarli tra loro di 1,2 - 3,6 m, di tenerle come dicevo almento 45 cm dal pavimento o dal soffitto e infine di distanziarle dalle pareti laterali da un minimo di 30 ad un massimo di 90 cm. Della distanza dalla parete posteriore si parlava di altrettanti 45 cm minimi. 


      Lo studiolo

      Veniamo allo spazio di ascolto: con un programmino di progettazione 3D ho fatto un rendering del mio studiolo. Per una serie di vincoli insuperabili (lo studio è utilizzato in parte anche per lavoro) non ho potuto rispettare in pieno il posizionamento ideale, in particolare rispetto alla simmetria della distanza dalle pareti laterali, rispetto alle quali c'è una distanza di circa 90 cm a sinistra, mentre a destra la parete dista circa 120 cm. Questa differenza è stata in parte compensata da soluzioni ottenute attraverso l'arredamento.
      Per il resto, le 301 sono in posizione di riposo e vengono messe a dimora per l'ascolto posizionandole a circa 70 cm dalla parte di fondo, con una distanza tra loro di 185 cm e la posizione di ascolto è a circa 2 metri, con circa 60 cm di spazio dietro alle spalle.Bose 301 series II riflessioni
      Una particolarità del mio spazio di ascolto è quella di avere due piccole librerie dove tengo la collezione di cd, identiche, che ho potuto posizionare circa 20 cm posteriormente e a lato di entrambi i diffusori: questa soluzione ha avuto un impatto notevole sulla resa delle 301, creando una superficie di riflessione del tw posteriore che esalta la funzione dello stesso. Nelle immagini potete vedere una piccola indagine delle riflessioni sonore che i diffusori generano nella stanza.

       

      Conclusioni

      Ho deciso di scrivere queste righe per il piacere di condividere un' esperienza di ascolto che con pochissimi soldi e un po' di applicazione mi sta dando moltissima soddisfazione.

      Ritornare ad ascoltare questi diffusori mi ha permesso di dire che avevo visto giusto, ma soprattutto di riflettere, se mai ce ne fosse bisogno, che il corretto posizionamento e la cura dello spazio di ascolto sono indispensabili per far rendere al meglio un impianto. Mentre ascoltavo le 301 in questi giorni pensavo che in fondo più vado avanti in questa passione e meno mi interessa di trovare la quadratura del cerchio. Ora sono più interessato ad apprezzare i pregi dell'impianto nei suoi limiti, ad accogliere più l'emozione che a perseguire assoluti. Lo ritengo un approdo che mi sta facendo apprezzare gli impianti che ho per quello che possono dare e  la trovo una posizione molto rilassante.

      (Prima pubblicazione: novembre 2012)

    3. Avevo intorno ai 15 anni quando scesi santa Teresa, arrivai sotto Port'Alba e consegnai due settimane di sudati risparmi a Guida. E fu così che mi accaparrai la prima edizione dell'opera prima di uno sconosciuto scrittore napoletano.
      La comprai al buio, come allora si compravano libri e dischi, ma me ne aveva parlato bene una persona di fiducia e allora decisi di rischiare.

      Ho poi incontrato di persona Luciano De Crescenzo, ben 25 anni dopo, teneva una conferenza nelle cantine storiche di Mastroberardino accompagnato da una giovanissima etèra vestita come Aspasia, la sua preferita. In quei 25 anni era passato da scrittore dopolavorista a Maestro di un genere letterario e cinematografico creato da lui stesso.

      Grazie professore per avermi insegnato l'ironia ed essere riuscito dove anche Geymonat e Adorno a volte avevano fallito.

      Ci rivedremo, non importa quando, tanto il tempo non esiste.
       

       

    4. INGRESSO.thumb.JPG.96b89f760d250b9e7058bd6fe8b766e5.JPG

       

      La vera magia che compie il Carnevale è quella di fermare il tempo: almeno per qualche giorno si può dimenticare il quotidiano e lasciarsi trasportare in un mondo fantastico, ritornare bambini inventarsi battaglie a colpi di coriandoli e volare con la fantasia in quei mondi fatti di streghe, elfi, draghi, fate, creature misteriose che evocano personaggi mitologici o del futuro che viaggiano nel nostro inconscio: DES MONDES FANTASTIQUES!

      Questo è stato il tema dell’ 86esimo Carnevale di Menton durante la tradizionale e celebre Fête du Citron che ha richiamato una gran folla entusiasta un po’ da tutto il mondo.

      Domenica eravamo 240000 e, alla fine, tutti eravamo cosparsi di “confettis” (coriandoli). Moltissimi i controlli e massiccia la presenza dei gendarmi ma,  più importante ed evidente, era la voglia di fare festa e divertirsi tutti insieme... no, non c’erano gilets jaunes ma tanti...citrons jaunes che, volentieri,  giocavano e si facevano fotografare soprattutto con i bambini. La temperatura era quasi estiva, il sole splendeva e, nel cielo, neanche una nuvola! Dopo la burrasca dei giorni scorsi, anche il mare si era calmato. La scenografia era quindi perfetta!

      Prima di partire con le foto delle cartoline, però, leggete il lato B, quello che vi racconta qualcosa sulle origini e la storia di questa bella festa, e probabilmente scoprirete qualche notizia interessante. Buon divertimento!

       

      #############################

      L’idea del Carnevale a Mentone, fino allora legato a quello di Nizza, è venuta all'inizio del 1900 ad opera di alcuni albergatori che volevano alimentare e intrattenere i villeggianti durante la stagione in cui era tradizione che re, principi, nobili, imprenditori, artisti e ricchi borghesi venissero su “la Côte” a trascorrere qualche salutare settimana al mare cercando anche di curare quel triste mal sottile che era la piaga del tempo. 

      Il Carnevale di Nizza, antichissimo e risalente addirittura al XIII secolo, era l’appuntamento ideale con la sua famosa Parade e i fantastici fuochi artificiali che chiudevano i festeggiamenti . Anche la regina Vittoria partecipò alla manifestazione nel 1882. 

      Una simpatica curiosità: durante questo periodo, nella seconda serata, si svolgeva una famosa e attesa gara, retaggio genovese, che era chiamata dei “Moucouleti”.

      In realtà, come racconta la storia, questa serata presentava un gioco molto divertente dedicato agli innamorati: i giovani tenevano in mano una candela accesa mentre le ragazze la portavano ugualmente ma tenendola, con la mano alzata, sulla testa. Il combattimento consisteva nel cercare, soffiando, di spegnere a vicenda la candela degli avversari mantenendo accesa la propria. Anche le ragazze cercavano di spegnere quella di quei corteggiatori che non gradivano o quelle delle rivali. Quelli che riuscivano a mantenere il moccolo acceso cercavano poi di spegnere quello della ragazza di cui erano innamorati: se ci riuscivano avevano in premio il bacio della fanciulla amata.

      @

      Intanto, nel 1929, quando si diceva che Mentone fosse il primo produttore di limoni del continente, un albergatore decise di allestire una Mostra di Fiori e di Agrumi  nel giardino dell’Hotel Riviera. L’esposizione riscosse un notevole interesse tanto che, a poco, si sviluppò sempre di più arricchendosi di carretti decorati di agrumi, piante di agrumi e bancarelle disseminati qua e là per la cittadina con graziose majorettes abbigliate in costume. 

       

      Finalmente, la vera FÊTE du CITRON nacque nel 1934 e diventò una manifestazione indipendente dal Carnevale di Nizza, offrendo un proprio défilé “al limone”!

      Nel 1936 apparvero  i primi  manifesti e la Festa si trasferì nei pressi del Casinò, nei giardini pubblici Biovès: qui nacquero le prime creazioni con l’utilizzo di 10000 limoni e 12000 arance: il tema era un omaggio al territorio.

      .

      Da allora, ogni anno, in autunno, viene deciso il tema per il prossimo Carnevale, tuttavia, come succede per tutti gli eventi, alcuni anni sono stati felici e altri meno sia per cause climatiche (anni di forti piogge e addirittura neve nel 1956!) che politiche, come il 1991, soppresso per motivi di sicurezza a causa della guerra del Golfo.

      Ecco le tappe principali e alcuni dei temi importanti che sono stati sviluppati nel corso degli anni passati:

      Nel 1959 gli agrumi dei carri non vengono più infilzati in lunghi spilloni ma ancorati e legati tra loro per mezzo di elastici. Quest’anno ne sono serviti 750000!

      Nel 1973, in omaggio a Jules Verne e allo sbarco sulla luna, il tema è stato: “Dalla Terra alla Luna”; a Jules Verne si ritornerà nel 2013 con “ Il giro del mondo in 80 giorni”.

      Dal 1995 al 1999 i temi sono dedicati agli eroi dei fumetti : Asterix, Obelix, Tintin, Lucky Luke, personaggi di Walt Disney e del film “Fantasia”.

      Nel 2000 sfilano per la prima volta i carri di agrumi articolati nei movimenti.

      Nel 2002 il tema è italiano : Pinocchio.

      Molte edizioni, invece,  hanno scelto temi geografici che spaziano nei viaggi e vanno dalla Cina all’India, a regioni europee e grandi isole.

      L3.thumb.JPG.48d55203ecf972de92d77955e12366e7.JPG

       

      Occupandoci di questioni più pratiche, viene spontaneo domandarsi da dove vengano ben 140 tonnellate di agrumi, quantità impossibile per un comprensorio così piccolo... E poi, se i limoni di Mentone sono così speciali e pregiati, perché sciuparli nella creazione dei carri? E dove finiranno alla fine del Carnevale?Chi li fa e chi li disfa?

      Eccomi qua a cercare di dare una risposta a queste domande che io, come voi, suppongo vi siate posti!

      Allora, da quel che ho saputo, nessuno degli agrumi impiegati proviene dal territorio e neppure dalla Francia! Arrivano in maggioranza dalla Spagna, dal Marocco e, forse anche un po’ dall’Italia e altri Paesi del Mediterraneo. Delle più di 140 tonnellate, acquistate dal Comune, 100 servono per decorare il Jardin, la cui visita costa 12€ e che ospita le strutture immobili. Un po’ più di 30 invece servono per allestire i carri della sfilata ( per assistere i costi vanno dai 10, in piedi ai 25 €, seduti in tribuna) e il restante per risistemare quelle che, nel corso di quindici giorni, periodo della durata della manifestazione, si deteriorano. Alla fine, quando si smontano gli allestimenti, gli agrumi vengono svenduti, per pochi euro, in sacchetti che le famiglie acquistano ( ma solo in parte, circa 6 o 7 tonnellate), per divertirsi creando giochi per i bambini o dilettandosi, a loro volta, in piccole creazioni. Uno dei giochi più comuni è quello di creare piramidi e, sempre con gli agrumi, bombardarle per vedere chi riesce ad abbatterne il maggior numero.

      Va detto che questi agrumi non sono di grande qualità e che, difficilmente si sarebbero venduti perché magari trattati con prodotti non conformi alle norme relative all’alimentazione. Restano comunque dubbi su altri eventuali usi.

      Dalla preparazione allo smantellamento, ogni anno, vengono assunte dal Comune centinaia di persone tra cui molti studenti e pensionati che si avvicendano nei vari compiti.

      L1.thumb.JPG.f1fbb4c189cc8afe6de44a2b7fa54ce7.JPG

       

      Adesso però divertitevi e rilassatevi guardando un po’ di cartoline che arrivano fresche fresche dalla festa del 24 febbraio scorso! Alla sfilata però, lo vedrete, non c’erano solo i carri di agrumi, 10 in tutto, ma parecchie altre attrazioni si susseguivano con performances di acrobati e artisti di strada, animali gonfiabili giganti, danze tipiche eseguite dalle simpatiche e bellissime rappresentanti dei Territori d’Oltre Mare, dame e cicisbei della Commedia dell’arte, violiniste, robot, maschere varie, velocipedi, carri meccanici di mostri  giganteschi che sparavano neve e coriandoli o che sbuffavano fumo dalle narici... Fantasie oniriche di ogni età e di ogni tipo...senza tempo, insomma, come le mie cartoline!CA3.thumb.JPG.3afa2e46908c76f0e59b25d76283c265.JPGCA4.thumb.JPG.c6858f40433065d8e276d242cd62156f.JPGCA5.thumb.JPG.98077b8241b9b351262ff0b891ee259a.JPGCA7.thumb.JPG.29bf76c49f543035cf6d648deaab51d0.JPG

      CA3.thumb.JPG.3afa2e46908c76f0e59b25d76283c265.JPG

      CA8.thumb.JPG.bc49f2879dbd0c2c6887f6536ef6bd93.JPG

      CA1.thumb.JPG.847eb1f46bad2972a4ea3236d1cf894c.JPG

      CA2.thumb.JPG.0b415bad8d9d4e40616af72e12791993.JPG

      .

      Purtoppo la mia carrellata finisce qui, con la Chimère... lo spazio è tiranno e io avevo ancora un po' di cartoline... vedremo se mi sarà possibile inserirne altre prima o poi...per ora restano alcuni spazi vuoti...Peccato!

      BUON CARNEVALE A TUTTI!!! 

      IMPORTANTE! Sono riuscita a postare qui sotto, in altri post successivi...  😁

       

      CA6.JPG

Facebook

About Melius Club

Melius Club è il ritrovo dei cultori di tutte le passioni sospese tra arte e tecnica, appassionati sempre alla ricerca del miglioramento. Melius Club è l'esclusivo spazio web dove coltivare la propria passione, condividere informazioni, raccontare esperienze, valutare prodotti e soluzioni col supporto attivo della comunità degli appassionati.

Riproduzione audio e video, fotografia, musica, dischi, concerti, cinema, teatro, collezionismo e restauro di preziose apparecchiature vintage: qui su Melius hanno spazio tutte le passioni.

 

 

Il servizio web Melius.Club viene offerto al pubblico da Kunigoo S.R.L., start-up innovativa attiva nel settore Internet of content and knowledge, con codice fiscale 07710391215.
Powered by K-Tribes.

Follow us

×
×
  • Create New...

Important Information

Privacy Policy