Jump to content
Melius Club

Ricomincio da tre: Sonus Faber Electa Amator III

vignotra

3037 views

Un compleanno deve essere sempre festeggiato, soprattutto poi quando è quello di una delle realtà para – industriali di assoluta eccellenza del nostro paese: la Sonus Faber S.p.A. di Arcugnano, Vicenza.     
20181125_113228.thumb.jpg.456d7b0a85a5d1adae9eb9818403d107.jpg
Il 35° compleanno

Nessuno dei modelli di diffusori prodotti ad Arcugnano in questi ultimi anni ha tradito le aspettative sonore ed estetiche, rappresentando al meglio quel “saper fare” italiano, quel coniugare sapientemente le esigenze tecniche con quelle estetiche che rendono ogni diffusore Sonus Faber un qualcosa di diverso rispetto al panorama mondiale degli altri costruttori di diffusori. Per questo 35° compleanno si sono voluti regalare la riedizione di un diffusore che ha fatto la storia della fabbrica, senza il quale la Sf di oggi sarebbe stata sicuramente diversa o addirittura inesistente, la Electa Amator.


L'antenata

Sarò drastico: per me non esiste altro che la EA prima serie per due diverse ragioni, una soggettiva e la seconda oggettiva;

1)    Non avendo mai visto dal vivo la seconda non ne posso parlare;

2)    Non ci sono affinità tecniche fra la II e le altre, mentre sono immediate fra la I e la III.

A mio avviso la II ha più elementi di contatto con quell’altro capolavoro di Franco Serblin che è stata la Extrema, soprattutto per la presenza del radiatore passivo posteriore.

Il ricordo della “prima volta” con la Electa Amator I è di pochi anni fa. Un mio conoscente mi chiese un giorno di accompagnarlo a Roma per andare a prendere dei diffusori usati che aveva appena comprato da un privato. Ok, gli dico, ma quali diffusori hai preso? Quando me lo disse restai perplesso perché li stava comprando per la seconda volta. Ebbene sì, a distanza di molti anni si era ripreso le EA.  Da quella volta, per molti periodi diversi ed anche con sistemi ed in ambienti diversi ho sviluppato la mia conoscenza con questi diffusori storici e contraddittori.

Il primo impatto è di quelli che non si scordano: suono meraviglioso, ricchezza armonica, medio-alte fluide e setose (potrei continuare con gli aggettivi per ore). Il fascino della costruzione, la loro massa rispetto alle dimensioni. Ero davvero rapito da quello che sentivo e vedevo.

Ma l’incantesimo in realtà durò poco. Approfondendo la conoscenza con questo diffusore mi resi conto che, spesso, le sue caratterizzazioni, andavano a compromettere il risultato finale. Erano “prime donne”, non gradivano la mancanza di aria alle loro spalle e soprattutto ai loro lati. Il basso, a seconda della registrazione, poteva anche diventare “ingestibile” lungo e senza articolazione e, infine, la loro mancanza di trasparenza. Sì, al contrario di quello che molti hanno scritto nel passato sull’essere monitor, le EA I erano tutt’altro che monitor. Il tweeter Dynaudio era stato “piegato” al volere del creatore ed il risultato era un suono sì dolce, sì bello, ma decisamente poco trasparente.

Detto in poche parole, ogni volta che le ascoltavo mi sembrava che ci fosse una coperta sui diffusori. E non era né l’impianto utilizzato né l’ambiente. Gli stessi diffusori li ho anche sentiti in un ambiente (ancor più critici del primo) e con un altro (signor) impianto. E allora? Erano una ciofeca? No, erano i diffusori più umani che avessi mai sentito, con i loro pregi ed i loro difetti, specchio fedele di quello che Serblin voleva ottenere e, secondo me anche superiori all’altro capolavoro Serbliniano che sono state le Guarneri Homage.

 

Electa Amator III 2018

Fatta la dovuta premessa storica passiamo a definire cosa sono le Electa Amator III 2018. Dico subito quello che non sono: della prima edizione hanno solo il nome. Il suono, il mobile, le soluzioni tecnologiche sono della Sonus Faber del 21° secolo, quindi uso sapiente dei materiali coniugato alla tecnologia più avanzata. Il cabinet è una scatola di legno in noce massello spesso 25 mm. Le pareti anteriore e posteriore sono rivestite in vera pelle, mentre quella inferiore è un sandwich di tre materiali diversi (legno, lamina di ottone e marmo di Carrara da 30 mm avvitati dall’interno fra loro). Questo accoppiamento di materiali diversi fra loro, con diversa densità e struttura ridistribuisce e riduce le risonanze dell’intero mobile, tanto da sembrare completamente inerte a qualsiasi impulso esterno ed interno. Il tutto poi è avvitato agli stand fatti in alluminio anodizzato riempiti di materiale smorzante, con una base di marmo di Carrara. Anche alla base dei diffusori, tra i pilastri in alluminio e la base in marmo è stata interposta una lamina di ottone.20181125_113246.thumb.jpg.9ab4f14f349c91c889bfa43c489db71a.jpg

L’impatto visivo è completamente diverso da quello delle EA I con le doghe in massello (bellissime) oppure quello lucido e laccato delle Guarneri Evolution che ebbi modo di provare qualche anno fa (e che mi sono rimaste nel cuore).

Le EA III sono “minimaliste” non ti “sbattono in faccia” la loro tecnologia (le devi studiare) e la loro finitura è come un perfetto abito da lavoro cucito a mano da uno dei migliori sarti d’Italia. Le vedi, semplici e ti fai trarre in errore. Ti aspetti il suono del classico due vie da stand… e sei in errore.

Il tweeter, direttamente derivato da quello della Lilium è da 28 mm, con tecnologia DAD™  Damped Apex Dome™, con anteriormente il tripode che ricorda la caratteristica del tweeter Dynaudio della EA I. Alle sue spalle è stata posta un volume di caricamento, che è ben visibile dal foro del condotto reflex posteriore,  in legno massello.

Il mid-woofer da 18 cm è in polpa di cellulosa, ed è stato creato per questo progetto. Ha una buona escursione e, anche a volumi d’ascolto non proprio “civili” non ha mai manifestato di andare in affanno. I dati di targa parlano di una impedenza nominale da 4 ohm ma, visto il grafico del modulo e della fase, gentilmente fornitomi dal progettista Paolo Tezzon, direi che siamo superiori ai 5 ohm su tutta la banda di frequenze con rotazioni di fase comprese tra + e – 36°. Anche la sensibilità dichiarata (88db) mi è sembrata ottimistica poiché, molto spesso, ho visto indicazioni del livello del volume sul preamplificatore alti, molto alti. Ne deduco spannometricamente una sensibilità reale di crica 85/86db.


L'ascolto

Alla fine il suono. Si perché queste scatolette di legno, dannatamente pesanti, suonano….e lo fanno talmente bene da avermi lasciato perplesso molte volte durante gli ascolti fatti di sera a luce spenta.

Di ottimi diffusori, sia grandi che piccoli, in questi anni, ne ho ascoltati molti. Ognuno con le sue peculiarità e caratteristiche, ognuno con il suo carattere. Però noi cerchiamo il “nostro” suono, cioè quello che più si avvicina a quello che ascoltiamo dal vivo e che riesce a trasmettere le emozioni proprie che solo la musica live può dare. Alla fine ho scelto il mio riferimento, che cadde, quasi tre anno or sono, sulle Sonus Faber Lilium. Ora, ascoltare le Electa III, a luce spenta, mi ha dato una sensazione di smarrimento che è difficile da spiegare. Sentire le Lilium e sapere che non stanno suonando loro ma le Electa III. Con gran parte dei programmi musicali a me più confacenti, jazz e musica da camera per lo più, la differenza di suono a livello timbrico è inesistente. A livello dinamico sussiste la superiorità della volumetria e del numero dei trasduttori delle Lilium ma le piccoline reggono il passo. Ecco, la differenza sostanziale è quella naturale immanenza che il grande diffusore ha nel ricostruire lo spessore armonico. Eppure la Electa III regge il confronto. Gli strumenti ad arco sono timbricamente e armonicamente corretti e completi. Fin dove il mid-woofer delle Electa può arrivare (più o meno 40hz) il basso è profondo ed articolato, tendente a chiudere con dolcezza la struttura armonica, senza impastare o diventare duro e “muggente” come mi è capitato di ascoltare con altri diffusori anche da pavimento.   I legni e gli ottoni sono definiti, articolati e sempre perfettamente a fuoco. Nemmeno con la grande musica sinfonica (IV^ sinfonia di Mahler in sacd della LSO) si sono perse le sfumature più tenui o ci si è perso qualcosa della partitura per sovrapposizione degli strumenti. Una grande raffinatezza unita ad una altissima definizione.20181125_113412_HDR.jpg.3181e9c4fc35dca1f869711aa8c9dacc.jpg

Mi sarei atteso, prima della prova, qualche rinuncia (sopportabilissima) sulle percussioni ed in genere nell’ascolto della musica rock….e invece, altra seconda sorpresa. Passare dai Pink Floyd ai Genesis e terminare con Steven Wilson è stato un percorso di puro divertimento. Chitarre, tastiere, percussioni, ascoltate con la massima disinvoltura da ascolto live senza nessuna fatica d’ascolto e senza perdere nulla nei transienti e nella dinamica. Percussioni profonde e d’impatto (appena meno possenti delle Lilium) tali da farti seguire il ritmo con il massimo del piacere e del coinvolgimento. Sentire perfettamente a fuoco la “pelle” del tom della batteria, con quel senso di aria post percussione, mi ha stupito. Molte volte ho tralasciato di prendere appunti e mi sono goduto la musica, pura e semplice, senza stare a spaccare il capello in quattro o a ricercare riferimenti mnemonici su come dovrebbe suonare questo o quell’altro strumento.

Il palcoscenico ricreato da questi piccoli capolavori è notevole. Scompaiono e suona tutta la parete, con una notevole estensione in orizzontale e verticale. Dove ho avvertito qualcosa in meno è sul piano della profondità che, in realtà, attribuisco più al mio ambiente d’ascolto che ai diffusori in prova. Potrei continuare a scrivere per pagine e pagine sulle sensazioni ed emozioni che l’ascolto di questo diffusore mi ha regalato in un mese di prove ma temo che sarebbe del tutto inutile.

 

Conclusioni

Le Electa Amator III sono grandi piccoli diffusori. Suonano bene con tutti i generi musicali e non sono così complicate da far suonare in ambiente. Di una cosa hanno però necessità. Non sono voraci di corrente ma di potenza. Non crediate che possano suonare con “soli”100 watt o con un monotriodo. Hanno fame di potenza e la sanno gestire al meglio. Non ricreano come sanno fare le Lilium il palcoscenico reale con il suo grande “respiro”, non arrivano a creare quel basso “tellurico” proprio dei grandi sistemi, ma tutto il resto lo sanno fare benissimo, con grazia, definizione e tanta classe. In Sonus Faber sono riusciti nell’impresa di ricreare in scala inferiore (a livello dimensionale) il grande suono di un sistema più completo e complesso.

Normalmente evito di lasciarmi andare a consigli non richiesti. Ove possibile suggerisco un acquisto solo dopo aver ascoltato il sistema esistente. In questo caso, chi è alla ricerca di un diffusore da stand ma non vuole rinunciare al suono completo di un diffusore multi via da pavimento, vada ad ascoltare ovunque sia possibile questo sistema. Non ne rimarrà deluso, anzi.

Ora lasciamo le Electa Amator I e il ricordo di Franco Serblin al XX secolo e godiamoci queste nuove creature della Sonus Faber del XXI secolo.

 

20181121_183931.jpg.dc15c42d5edf8956995179326f0b078c.jpg 20181123_121317.jpg.055513e08207e511b28d77f64b0dd0ca.jpg

 

20181106_180133.jpg.c92be89a644c55c8c6eef4c15c851633.jpg 20181125_113355.jpg.8aab28d94ef11b385c7a188c4ba71567.jpg

20181125_113651.jpg 20181125_113713.thumb.jpg.edbc786257c0a5faac21a0c2d8bc5c01.jpg

 

Electa amator III impedenza e fase.jpg



14 Comments


Recommended Comments

Le Electa Amator, sono sempre state sin dalla prima versione, uno dei modelli più amati della Sonus Faber, ma, mi capita spesso di sentire appassionati che rimpiangono il suono della generazione di diffusori all’epoca Serblin, come se quello che è venuto dopo, non fosse all’altezza di quei progetti. Alcune volte è stato così,  ma non sempre. Sono passati anni, e il suono si è evoluto in direzioni diverse da quelle di quei tempi, e se il confronto lo si fa sempre con il passato, non ci si può evolvere.

Le prime Electa Amator, come è stato detto, non erano certo diffusori perfetti, tutt’altro, ma sono ancora nel cuore di molti perché avevano quel suono e quelle peculiarità. Se pensate, che nella storia dell’alta fedeltà, ci sono stati, tanti prodotti, che sono rimasti dei riferimenti per decenni, pur non essendo perfetti, questo qualcosa vorrà dire. La Amator è uno di quelli. 
La nuova Electa Amator III, non sarà come la prima, ne migliore ne peggiore, ma diversa nella sua somiglianza, è sarà solo il tempo a dirci se verrà considerata  dagli appassionati a livello della sua discendente. Intanto, godiamocela. 
Ho letto con piacere questa recensione, soprattutto perché nasce, come la precedente, da un’appassionato come noi e le sue esperienze con questo diffusore. 
Non è necessario essere d’accordo, per apprezzarne l’impegno di raccontarci qualcosa di interessante.

Grazie Vignotra. 

Share this comment


Link to comment

Leggo con piacere, con estremo piacere. E' un tuffo nel passato al mio primo ascolto delle Electa Amator I a casa di un collega. 

La mia prima impressione fu di stupore per quello che le due piccole sculture lignee sul loro piedistallo riuscivano ad esprimere. Durante quel primo ascolto non ebbi l'impressione di mancanza di trasparenza, forse perché  erano accoppiate al Sonus Faber Quid. Mi accorsi di tale caratteristica molti anni dopo, in un ascolto comparato con la produzione successiva della casa, credo fossero le Cremona Auditor.

Grazie!

Share this comment


Link to comment
paolosances

Posted

Disamina coinvolgente, che altro dire?

La raffinatezza estetica delle Electa Amator e la ricercatezza dei particolari, riportano alla memoria i fasti degli interni delle Jaguar di un tempo.

Share this comment


Link to comment
Ultima Legione @

Posted

.

Rileggendo oggi il thread che aprii per annunciare l'uscita delle Sonus Faber Electa Amator III giusto un anno fá, non posso che sorridere a tutti i fatui pregiudizi e gli un patetici preconcetti che furono espressi in cinque pagine di forum e che ancor oggi aleggiano su un brand che nel mondo HiFi/HiEnd ci ha meritato e offerto la stessa identica popolaritá delle Ferrari, della Nutella e di Giorgio Armani.

.

Realmente il meglio della creativitá, del talento e della musicalitá fatta emozione e sostanza.

.

Certo, puó pur sempre piacere o non piacere, ma sicuramente con straordinari diffusori come questi, per tutti gli altri nel mondo intero, l'asticella del confronto si é alzata ancor di piú, con buona pace di tutti i detrattori.

.

Complimenti per l'ottima recensione caro Vincenzo, 👏👏 a tratti emozionante e quasi passionale nel descrivere le senzazioni legate all'ascolto di questo straodinario diffusore e che si sovrappongono esattamente anche alla mia unica esperienza di ascolto delle EA III.

.

Share this comment


Link to comment
SimoTocca

Posted

Un grazie a Vincenzo per l’eccellente articolo/recensione, piacevole da leggere e ricco di spunti.

Da ogni riga emerge la profonda conoscenza con “il suono” Sonus Faber, quello passato così come quello presente, e dire conoscenza é come dire competenza, oltre che passione.

Due piccole note, da lettore di riviste d’oltreoceno:

1) Non guasterebbe la lista dei componenti usati per l’ascolto e la recensione (sì la foto é abbastanza eloquente, ma non si vede proprio tutto tutto...)

2) Sarebbe utile sapere il prezzo dei diffusori, in modo da capire meglio in quale fascia merceologica i diffusori in questione si pongano..

Ancora grazie per la bella lettura...  

Share this comment


Link to comment
SimoTocca

Posted

Il 21/10/2019 Alle 18:58, iBan69 ha scritto:

Sono passati anni, e il suono si è evoluto in direzioni diverse da quelle di quei tempi, e se il confronto lo si fa sempre con il passato, non ci si può evolvere.

Scusa, ma questa tua affermazione mi risulta assolutamente incomprensibile.

In che senso “un suono si evolve in direzioni diverse”?

L’unica evoluzione “voluta e cercata” da tutti i progettisti del mondo é quella di ottenere un suono che si avvicini, il più possibile, all’evento sonoro reale, alla realtà quindi. 

Qualunque direzione diversa da questa può portare a vicoli ciechi o a disastri.

Io non conosco le nuove Electa Amator III (o meglio le ho sentite poco e male ad una mostra) ma conosco bene le Amator I, diffusore che ho amato ma non ho mai posseduto perché al tempo ero studente e le casse costavano troppo per le mie tasche...

C’é da capire solo se le nuove siano più fedeli delle vecchie alla “realtà sonora”: se sì, la direzione nuova é quella giusta..

A.@vignotra sarebbe interessante attualizzare il vecchio costo delle Electa Amator I (che francamente non ricordo) per capire se siamo rimasti  “in linea” o meno.

Sarebbe interessante anche sapere la sorgente (digitale a vedere i CD...e il SACD della LSO, abbastanza ben registrato ma non certo la più bella registrazione della seconda sinfonia di Mahler) che hai usato, mentre sul pre e sui finali direi che non si hanno dubbi che siano McIntosch (sembra anche di capire i vari modelli), e magari anche i cavi usati per la prova.

Ma capisco che in fondo sono minuzie, pignolerie un po' pedanti per chi, come me, é abituato a leggere le recensioni su Stereophile o The Absolute Sound dove sono specificati tutti i componenti dell’impianto del recensore.

Comunque sia ancora grazie per la bella recensione!

Share this comment


Link to comment
19 minuti fa, SimoTocca ha scritto:
Il 21/10/2019 Alle 18:58, iBan69 ha scritto:

Sono passati anni, e il suono si è evoluto in direzioni diverse da quelle di quei tempi, e se il confronto lo si fa sempre con il passato, non ci si può evolvere.

Scusa, ma questa tua affermazione mi risulta assolutamente incomprensibile.

In che senso “un suono si evolve in direzioni diverse”?

L’unica evoluzione “voluta e cercata” da tutti i progettisti del mondo é quella di ottenere un suono che si avvicini, il più possibile, all’evento sonoro reale, alla realtà quindi. 

Qualunque direzione diversa da questa può portare a vicoli ciechi o a disastri.

Io non conosco le nuove Electa Amator III (o meglio le ho sentite poco e male ad una mostra) ma conosco bene le Amator I, diffusore che ho amato ma non ho mai posseduto perché al tempo ero studente e le casse costavano troppo per le mie tasche...

C’é da capire solo se le nuove siano più fedeli delle vecchie alla “realtà sonora”: se sì, la direzione nuova é quella giusta..

Ciao, hai interpretato male la mia affermazione ... ma, se non conosci il primo “vecchio” suono Sonus Faber (quello di Serblin, per intenderci), è più complicato capirlo.

Comunque, la maggioranza dei costruttori di prodotti hifi, che hanno almeno più di 20 anni sulle spalle, hanno modificato il suono dei loro prodotti (ci sono anche eccezioni, però), complice l’uso di nuove tecnologie, di nuovi materiali, e non ultimo questa tendenza alla iper definizione che tanto è decantata. Non esiste un suono solo, ne esistono tantissimi, nell’alta fedeltà! Quindi tu hai interpretato il suono in senso assoluto (quello suonato, non riprodotto, per capirci), invece, io parlavo di quello riprodotto da dei diffusori progettati e costruiti più di vent’anni fa, che avevano un suono diverso rispetto alle versioni precedenti e che oggi si cerca di riscoprire.

Comunque, sai bene anche tu che, qualunque diffusore, riproduce una verosimiglianza della realtà sonora, e che questa non può essere eguagliata, anche da un diffusore da 100.000€, sarà solo, un po’ più verosimile! 😉

Share this comment


Link to comment
SimoTocca

Posted

@iBan69 

Sono d’accordo con tutto quello che hai detto, ora che hai articolato nel dettaglio il tuo ragionamento...

Il suono delle vecchie Electa Amator lo conosce bene, sono queste nuove che praticamente non ho ascoltato...

D’altra parte anche al Munich HiEnd, negli ultimi 3 o 4 anni almeno, ascoltare le Sonus Faber era impossibile (erano spesso esposte le grandi, le Aida se non erro, collegate a quegli ampli dal design bizzarro e dal costo esorbitante di Dan D’Agostino (spesso presente in persona nello stand...) ma fatte suonare in sottofondo perché immerse in un gigantesco stand senza pareti o divisori...

Era possibile invece ascoltare le Ktema, ultimo affascinante progetto di Serblin, ma fatte suonare in saletta piccolissima e bassissima, certamente non adatta a quelle casse, e con impianto tutto Accuphase, eccellente sulla carta, ma nei fatti non l’abbinamento ideale per le Ktema...

Share this comment


Link to comment

@jimbo Non sono pochi nè molti. Un diffusore di questa classe si merita il meglio anche come potenza. Per preservare la dinamica io non scenderei sotto i 200 watt come minimo.

Share this comment


Link to comment
GianGastone

Posted

Il fodo in marmo e' terrificante. Poi funzionera' per quello che deve fare ma il risultato nel suo insieme e' di una bruttezza terrificante. O meglio pacchianeria.

Ben riuscita la filatura della stondatura.

Il problema semmai e' un altro, questo genere di estetica vuoi per l'eta vuoi per il numero di imitazioni lo trovo "vecchio", abusato, banalizzato. In fondo e' diventato anonimo. E forse per questo ormai in Sonus e' un tripudio di cuciture, cromature, pellami e ora marmo. Da prodotto elegante a dal sapore autentico e' ormai uno stereotipo a mio parere agonizzante, tenuto in vita a forza. Resta che come disegna Livio ben pochi. I problemi vengono dopo.

Preferico i modelli semplicemente laccati.

Share this comment


Link to comment
giannisegala

Posted

Ciao, non conosco le nuove E. A. ma sono un possessore del primo modello. Sono diffusori ancora oggi molto prestanti. Franco Serblin  non le amava moltissimo  per via del tweeter, troppo protagonista secondo il suo parere. Lui preferiva il D 28 delle Minima  che poi mise pure sulle Guarneri Homage. Non facili da posizionare per via del basso piuttosto gonfio ed invadente. Comunque, se riuscite a sistemarle per bene   sarete ripagati  con  un  risultato eccezionale. Per via del suono che,  come ha scritto Iban, non sarebbe più attuale vi dico che chi scrive così probabilmente non le conosce affatto,  oppure non le ha messe  nelle condizioni per potersi esprimere al meglio.

E' vero, in questi  ultimi anni parecchie cose sono cambiate, ma vi assicuro che se vi facessi ascoltare un impianto full anni '80 che ho a casa mia fareste molta fatica a capire l'età degli apparecchi. Complimenti a Vincenzo  per la recensione. A proposito, sapete che mi scrisse Franco Serblin poco prima di morire riguardo a quale  fosse il suo capolavoro?  Senza ombra di dubbio, mi scrisse, le Minima FM2.

Le  creature che più amava senza se e senza ma. Alla prossima.

gianni

Share this comment


Link to comment

Create an account or sign in to comment

You need to be a member in order to leave a comment

Create an account

Sign up for a new account in our community. It's easy!

Register a new account

Sign in

Already have an account? Sign in here.

Sign In Now
  • Inserimenti

    • appecundria
      By appecundria in La Sala del Caminetto
         31
      Per alcuni il subwoofer è fatto per l'home theater e i suoi effetti nella riproduzione audio musicale sono dubbi o addirittura negativi: ebbene non è così, se progettati e soprattutto installati in modo appropriato, i subwoofer possono essere estremamente efficaci. Bassi eccessivi o scarsamente definiti, come pure un evidente buco nello spettro delle frequenze nella regione di crossover tra gli altoparlanti satellite e il subwoofer, sono per lo più imputabili ad una cattiva scelta e/o ad un posizionamento errato in ambiente. E allora, non c'è niente di meglio di una mini guida di Melius per aiutare gli appassionati neofiti a fare la scelta giusta. Buona lettura, buona scelta e buona musica!
       
      Caratteristiche tecniche principali
      La membrana dell'altoparlante emette da due facce, fronte e retro, che vanno isolate tra di loro. La tecnica usata per fare questo è detta "carico acustico" dell'altoparlante, questo compito è svolto dal mobile. Esiste una decina di carichi acustici diversi ma quelli che ci interessano per questa guida sono solo due: sospensione pneumatica e bass-reflex. Nei subwoofer caricati in sospensione pneumatica (sealed), il mobile è completamente chiuso, questi sono generalmente più compatti ed è più semplice inserirli in ambiente, specialmente accostati alle pareti. La risposta alle variazioni rapide di ampiezza (come nella fase d'attacco dello strumento) di un woofer in sospensione pneumatica è ottima. D'altra parte, il suono emesso da un sub bass-reflex (ported) è più forte di quello di un sealed e scende più in basso grazie all'apertura di un condotto verso l'esterno. Una via di mezzo sono i subwoofer bass-reflex con passivo (radiator) sono compatti come i sealed e riescono ad avere un accordo a frequenze molto basse come i reflex. Purtroppo questi sono più complessi e costosi dei due precedenti perché al posto del condotto hanno un altoparlante passivo.
      Un'altra differenza nel mobile è il design Down-firing o Front-firing: la differenza sta nella direzione dell'altoparlante. Se è rivolto verso il basso, è un subwoofer down-firing, se invece emette il suono dalla parte anteriore, si dirà front-firing. E' difficile ricavare da questo dato delle indicazioni precise sul comportamento del sub in ambiente, ci sono altre caratteristiche più incisive, tuttavia molto genericamente si può dire che nel design down-firing il pavimento funge da superficie riflettente, col risultato di avere spesso bassi più immanenti e minori onde stazionarie. I subwoofer front-firing diffondono invece il suono direttamente nell'ambiente, ciò può tradursi in bassi più accurati e veloci. Nell'illustrazione, linkata da Wikipedia, è mostrato un design front-firing caricato in bass-reflex a condotto anteriore.
      I sub hanno a bordo una amplificazione dedicata, tipicamente in Classe-D, una topologia che offre elevate potenze e bassi consumi con una minima produzione di calore. La Classe D utilizza un tipo di uscita noto come Pulse Width Modulation (PWM) che commuta tra soltanto due stati (per questo  è detta "digitale"). Per fare questo, gli amplificatori di classe D richiedono un filtro di uscita che potrebbe influire sulla qualità del suono. La topologia BASH tracking utilizza un amplificatore di Classe D solo per tracciare il segnale di ingresso e regolare la tensione disponibile per alimentare un amplificatore di classe A/B, eliminando così il filtro di uscita.
      Crossover passivi e altri circuiti analogici hanno dei limiti funzionali, il DSP è un processore dedicato all'elaborazione dei segnali nel dominio digitale. Modellando digitalmente il suono, le possibilità sono quasi infinite per quanto riguarda la correzione dei difetti naturali di un altoparlante. Il subwoofer è un ottimo candidato per l'elaborazione DSP poiché è un progetto in cui un unico progettista controlla l'altoparlante, il mobile e l'amplificatore, il risultato può essere una risposta acustica estremamente fedele alle specifiche di progetto.
       
      Connessioni e comandi
      Il sub è un componente in sé piuttosto semplice, il pannello si riduce generalmente ai quattro elementi che seguono.
      Connessione “LINE IN” (Ingresso linea). Molti degli attuali amplificatori sono dotati di un’uscita contrassegnata "Subwoofer Out" o "LFE"che offre un segnale mono già filtrato. In alternativa si possono collegare le uscite "Pre Out" dei canali sinistro e destro agli ingressi sinistro (L/LFE) e destro (R) del subwoofer. Come terza opzione c'è quella di collegare i morsetti dei diffusori dell'amplificatore con i corrispondenti del sub. Questa in verità è la scelta di molti audiofili esperti (potrei anche dire incalliti), tuttavia ad un principiante la consiglio come ultima opzione, ogni cosa a suo tempo.
      Comando “LEVEL” (Guadagno). Regola il volume di ascolto del sub, va impostato una volta per tutte allineando il livello a quello dei diffusori principali fino ad ottenere il risultato voluto. Completata questa impostazione, il comando del volume sull’amplificatore dell’impianto regolerà contemporaneamente il volume sia del subwoofer sia degli altoparlanti principali.
      Comando “LOW-PASS” (Passa-basso). Il punto di crossover prescelto determina la frequenza alle quale le basse frequenze vengono trasferite al subwoofer. Impostare il punto di crossover in base alle dimensioni dei diffusori principali. Come regola generale, per altoparlanti da pavimento, più grandi, impostare il punto di crossover tra 50 e 80 Hz, mentre se si usano piccoli altoparlanti da scaffale ovvero “satelliti” come altoparlanti principali, impostarlo tra 80 e 120 Hz.
      Comando “PHASE”. Questo comando adatta acusticamente il subwoofer ai diffusori principali aiutando a correggere le differenze di fase meccaniche ed elettriche.
       
      Posizionamento in ambiente d'ascolto
      Un altoparlante posto in una stanza può teoricamente fornire un'energia dei bassi 64 volte maggiore in un posizionamento piuttosto che in un altro, questo significa che un altoparlante deve trovarsi in un posto specifico per mantenere i suoi bassi in equilibrio con il resto del suono. Il posizionamento del subwoofer in un ambiente non dedicato all'ascolto comporta sempre dei compromessi ed è condizionato da esigenze concorrenti come arredamento, estetica, spazio disponibile, area calpestabile. Tuttavia l'ambiente è parte integrante del sistema di riproduzione ed ogni stanza ha i suoi problemi di ordine acustico, problemi che bisogna cercare di mitigare col migliore posizionamento del sub. Le basse frequenze sono non direzionali, se posizionato correttamente un buon subwoofer non dovrebbe rivelare la sua posizione, tuttavia subwoofer non ben progettati tendono però a generare rumore fuori dalla loro banda (distorsione armonica e rumori udibili delle porte), ciò rende la loro posizione facilmente rilevabile e maschera anche la gamma media dai diffusori.Assumendo di avere un prodotto di qualità, bisogna considerare che le riflessioni, le onde stazionarie, la risonanza e l'assorbimento influenzano fortemente le prestazioni e che la vicinanza di un sub a una parete piatta può causare un suono rimbombante e sgradevole. Il principale problema è proprio l'onda stazionaria (l'animazione che vedete è linkata da Wikipedia), una risonanza a bassa frequenza che si verifica tra due pareti opposte, le onde stazionarie  causano un aumento di livello ad alcune frequenze, un'estensione della durata del suono a quelle stesse frequenze e alcuni profondi cali ad altre frequenze. Il fenomeno non si verifica allo stesso modo in punti diversi della stanza, questo è il motivo per cui la resa di un sub varia da punto a punto pur nella stessa stanza. Insomma, si tratta di provare a collocarlo in vari punti e a regolare i comandi su diverse posizioni fino a trovare la configurazione adatta alla stanza e alle proprie preferenze. Il posizionamento del subwoofer nella parte anteriore della stanza è il più comune e di solito si traduce nella migliore fusione con i diffusori, d'altra parte un posizionamento nell'angolo può aumentare notevolmente l'uscita del subwoofer. Conviene quindi cominciare col sub posizionato tra i diffusori (non necessariamente al centro) e discostato dalla parete di fondo, ascoltare, poi accostarlo alla parete di fondo, ascoltare, poi spostarlo verso l'angolo libero più vicino e ascoltare ancora. Prendetevi il giusto tempo, anche qualche giorno di ascolto per valutare ciascuna posizione non guasterà. Due sub oppure solo uno? In genere un buon sub è in grado di sonorizzare al meglio anche un tipico ambiente italiano di medie dimensioni, però c'è da dire che con due subwoofer aumenta notevolmente la densità modale nella stanza. Il risultato è una risposta in frequenza più fluida in più posizioni di ascolto nella stanza, con meno potenziale per irregolarità evidenti nella risposta in frequenza. Consiglio: cominciate con uno, poi quando (se) vorrete fare upgrade, valutate la possibilità di prenderne un altro uguale. Accessori utili: in caso di eccessive vibrazioni trasmesse al pavimento, provate i GorillaGrit e se non bastano si può passare ai SoundCare. Potrà essere utile anche un buon cavo come il Focal Elite. Un ultimo pro memoria: i subwoofer hanno magneti grandi e potenti, tenete il vostro sub distante da apparecchi sensibili.
       
      I magnifici 5
      Ed eccoci giunti al momento delle scelte. Non ho considerato "degni" woofer di taglio inferiore ai 25 cm, e pur restringendo il budget ad una fascia tra i trecento e i seicento euro, le opzioni possibili d'acquisto restano dozzine. Quindi, senza la pretesa di emettere giudizi assoluti, ho scelto i rappresentanti di cinque interpretazioni diverse del ruolo "subwoofer budget per alta fedeltà due canali", ecco a voi i magnifici cinque sub consigliati per un neofita... ma non solo per lui!
       
      Magnat Tempus Sub 300A
      Woofer da 30 cm in reflex 120 watt in Classe D con LPC Front-firing con condotti posteriori Presentato nel 2017, il Tempus 300A monta un altoparlante da 300 mm a lunga escursione con membrana in cellulosa dopata, la bobina mobile long-throw è ventilata, il magnete è stato messo a punto con l'ausilio di un Klippel Distortion Analyzer. Il woofer è caricato in bass reflex, front-firing, con condotti sul lato posteriore, bisognerà distanziarlo un po' dalla parete di fondo. L'amplificazione è fornita da un Classe D da 120 watt RMS con la circuitazione Magnat chiamata LPC Circuit, questa equalizza la risposta dei bassi più profondi nella gamma udibile e protegge il subwoofer tedesco da frequenze subsoniche (cioè non udibili) che potrebbero causare danni all'altoparlante. Magnat non specifica se si tratti di un DSP o no. La fase è commutabile 0/180°. Il cabinet è in MDF grado E1 con bracing interno, griglia frontale removibile, disponibile in finitura marrone o nera. Le dimensioni sono 355 x 447 x 445 mm, il peso è di 16,3 Kg.
      In sintesi: il Tempus 300A è un prodotto progettato e costruito bene, sia pur badando al sodo, e permette l'ingresso nel mondo dei veri subwoofer per hi-fi stereo con l'impegno economico minimo possibile. Link a disponibilità e prezzi.
       
      Klipsch Reference 10SWI
      Woofer da 25 cm in reflex 150 watt in Classe D Front-firing con condotto posteriore Wireless In produzione dal 2016, il R-10SWi è un wireless subwoofer, ha cioè la possibilità di essere posizionato esattamente nel punto più adatto avendo bisogno soltanto dell'alimentazione elettrica, la connessione non è a standard Bluetooth ma a 2.4 GHz. L'altoparlante è da 10" con l'iconica membrana spun-copper IMG (injected molded graphite) di Klipsch, caricato in bass reflex, front-firing, con condotti sul lato posteriore, bisognerà distanziarlo un po' dalla parete di fondo. L'amplificazione è fornita da un Classe D da 150 watt RMS. La fase è commutabile 0/180°. Il cabinet è in MDF, la griglia frontale è removibile, la finitura è in vinile nero satinato, il tutto si presenta con un bel look vintage. Le dimensioni sono 317 x 355 x 399 mm, il peso è di 11,6 Kg. In sintesi: compatto e wireless, il Reference-10SWI trova posto ovunque. Link a disponibilità e prezzi.
       
      JBL LSR310S
      Woofer da 25 cm in reflex 200 watt in Classe D Down-firing con condotto anteriore Ingressi bilanciati Uscite bilanciate filtrate JBL ha introdotto nel 2017 la Serie 3 Monitor con questo sub che è un vero studio monitor, come si vede subito dal pannello connessioni e comandi piuttosto raro da trovare in hi-fi.Il woofer da 10" progettato per questo sub offre un'estensione a bassa frequenza fino a 27 Hz e 113 dB SPL di picco massimo. Il carico è bass-reflex con un condotto anteriore di forma brevettata, la Slip Stream. Il modulo amplificazione è in Classe D e offre 200 Watt, potenza necessaria a supportare l'equalizzazione XLF. il pannello offre infatti tre impostazioni di crossover: 80 Hz, XLF, esterno. L'impostazione 80 Hz implementa i filtri passa alto e passa basso per l'accoppiamento con monitor da studio JBL o di altri produttori. L'impostazione esterna esclude tutti i filtri, consentendo l'uso di un crossover esterno. L'impostazione XLF attiva un filtro passa alto 120 Hz in combinazione con un tuning a bassa frequenza che avvicina il 310S al sound dei sistemi di riproduzione dei club. La fase è commutabile 0/180°. Sono presenti ingressi e uscite bilanciati con prese XLR e 1/4", le uscite sono filtrate dal crossover e dunque mandano ai diffusori il segnale privo delle frequenze riprodotte dal sub, realizzando così un vero sistema multiamplificato. Il mobile è rifinito con vinile nero, le dimensioni sono 448 x 381 x 398 mm, il peso è di 15.6 Kg.
      In sintesi: un sub da studio impiegabile anche a casa, ideale per chi ha dei monitor amplificati con ingresso bilanciato. Link a disponibilità e prezzi.
       
      ELAC Debut 2.0 Sub-3010
      Woofer da 25 cm in reflex 200 watt BASH-Tracking Front-firing con passivo inferiore da 25 cm DSP AutoEQ
      Nato nel 2018 dall'opera del guru americano Andrew Jones (già progettista di Kef, Infinity e TAD), il 3010 porta nella categoria "budget" alcune tecnologie viste fin'ora solo in "premium".
      Questo Elac mostra subito un elevato livello costruttivo, il mobile è in MDF conforme CARB2, una traversa centrale orizzontale ed una addossata al fondo rafforzano e irrigidiscono il cabinet, contribuendo a ridurre al minimo le vibrazioni indesiderate. Il design è front-firing, il caricamento è bass-reflex con passivo, il woofer attivo è un 10” long-throw con cono in carta dopata, il passivo è uguale salvo che appunto è passivo. Il tutto fornisce una risposta in fascia bassa fino a 28 Hz. L'amplificazione del sub tedesco è costituita da un BASH da 200 watt assistito da un DSP. Questo sub è anche dotato del sistema di equalizzazione automatica Auto EQ controllato tramite la app ELAC SUB Control 2.0. Utilizzando il microfono del tablet o dello smartphone, si fanno misurazioni della risposta sia da vicino che dalla posizione di ascolto. Con questi dati, l'app crea in automatico una curva di correzione, ma è possibile anche agire a mano tramite un equalizzatore parametrico a dodici bande incluso. L'app controlla tutti gli aspetti del volume e della messa a punto del sub, di conseguenza il retro del sub non presenta alcun controllo. Il mobile è rifinito con vinile color frassino nero, le dimensioni sono  364 x 343 x 343 mm, il peso è di 14,5 kg.
      In sintesi: un prodotto con dotazioni di classe superiore proposto ad un prezzo molto vantaggioso. Link a disponibilità e prezzi.
       
      SVS SB-1000
      Woofer da 30 cm in sospensione pneumatica 300 watt in Classe D Front-firing Uscite filtrate DSP La linea 1000 è stata lanciata dall'americana SVS sul finire del 2012 e si è imposta sulla concorrenza in virtù delle sue eccellenti prestazioni e della sua tecnologia avanzata. Per la stereofonia la casa suggerisce la versione sealed, SB-1000, un modello caratterizzato da design attraente con bordi smussati e compattezza della forma.
      Il mobile è costruito con un pannello frontale in MDF da 2,5 mentre gli altri pannelli sono da 2 cm. Le pareti interne sono rivestite con due fogli di materiale smorzante su tutte le facce. Il woofer ha un cestello in acciaio stampato, un cono da 12" in materiale plastico, un gruppo mobile a lunga escursione ed un motore ottimizzato con la Finite Element Analysis con doppio magnete in ferrite. Con questi presupposti il sub sfodera l'eccellente prestazione di 23 Hz a –3 dB e 21 Hz a –6 dB. A questo risultato non è estraneo il processore di segnale DSP avanzato e potente implementato da SVS, qualcosa che non è molto comune da vedere in un subwoofer economico. L'amplificatore a bordo è un Classe D da ben 300 watt (la sospensione pneumatica è un po' più vorace di watt), i controlli agiscono nel dominio digitale e quindi garantiscono interventi precisi e senza l'introduzione della distorsione tipica di quelli tradizionali. La fase è regolabile con continuità. Il pannello offre anche uscite linea filtrate a 80Hz per realizzare una multiamplificazione. Purtroppo la casa madre riserva la funzione AutoEQ alla serie superiore, forse i sette anni dal lancio cominciano a pesare. La finitura è in vinile tipo frassino nera opaca, la griglia è in tessuto, le dimensioni sono 344 x 329 x 354 mm, il peso è di 12,5 kg.
      In sintesi: forse i bassi più profondi, potenti e veloci della categoria, peccato per la mancanza di un AutoEQ. Link a disponibilità e prezzi.
  • I Blog di Melius Club

    1. appecundria
      Latest Entry

      By appecundria,

      Per alcuni il subwoofer è fatto per l'home theater e i suoi effetti nella riproduzione audio musicale sono dubbi o addirittura negativi: ebbene non è così, se progettati e soprattutto installati in modo appropriato, i subwoofer possono essere estremamente efficaci. Bassi eccessivi o scarsamente definiti, come pure un evidente buco nello spettro delle frequenze nella regione di crossover tra gli altoparlanti satellite e il subwoofer, sono per lo più imputabili ad una cattiva scelta e/o ad un posizionamento errato in ambiente. E allora, non c'è niente di meglio di una mini guida di Melius per aiutare gli appassionati neofiti a fare la scelta giusta. Buona lettura, buona scelta e buona musica!

       

      Caratteristiche tecniche principali

      La membrana dell'altoparlante emette da due facce, fronte e retro, che vanno isolate tra di loro. La tecnica usata per fare questo è detta "carico acustico" dell'altoparlante, questo compito è svolto dal mobile. Esiste una decina di carichi acustici diversi ma quelli che ci interessano per questa guida sono solo due: sospensione pneumatica e bass-reflex. Nei subwoofer caricati in sospensione pneumatica (sealed), il mobile è completamente chiuso, questi sono generalmente più compatti ed è più semplice inserirli in ambiente, specialmente accostati alle pareti. La risposta alle variazioni rapide di ampiezza (come nella fase d'attacco dello strumento) di un woofer in sospensione pneumatica è ottima. D'altra parte, il suono emesso da un sub bass-reflex (ported) è più forte di quello di un sealed e scende più in basso grazie all'apertura di un condotto verso l'esterno. Una via di mezzo sono i subwoofer bass-reflex con passivo (radiator) sono compatti come i sealed e riescono ad avere un accordo a frequenze molto basse come i reflex. Purtroppo questi sono più complessi e costosi dei due precedenti perché al posto del condotto hanno un altoparlante passivo.

      Bassreflex-Geh%C3%A4use_(enclosure).pngUn'altra differenza nel mobile è il design Down-firing o Front-firing: la differenza sta nella direzione dell'altoparlante. Se è rivolto verso il basso, è un subwoofer down-firing, se invece emette il suono dalla parte anteriore, si dirà front-firing. E' difficile ricavare da questo dato delle indicazioni precise sul comportamento del sub in ambiente, ci sono altre caratteristiche più incisive, tuttavia molto genericamente si può dire che nel design down-firing il pavimento funge da superficie riflettente, col risultato di avere spesso bassi più immanenti e minori onde stazionarie. I subwoofer front-firing diffondono invece il suono direttamente nell'ambiente, ciò può tradursi in bassi più accurati e veloci. Nell'illustrazione, linkata da Wikipedia, è mostrato un design front-firing caricato in bass-reflex a condotto anteriore.

      I sub hanno a bordo una amplificazione dedicata, tipicamente in Classe-D, una topologia che offre elevate potenze e bassi consumi con una minima produzione di calore. La Classe D utilizza un tipo di uscita noto come Pulse Width Modulation (PWM) che commuta tra soltanto due stati (per questo  è detta "digitale"). Per fare questo, gli amplificatori di classe D richiedono un filtro di uscita che potrebbe influire sulla qualità del suono. La topologia BASH tracking utilizza un amplificatore di Classe D solo per tracciare il segnale di ingresso e regolare la tensione disponibile per alimentare un amplificatore di classe A/B, eliminando così il filtro di uscita.

      Crossover passivi e altri circuiti analogici hanno dei limiti funzionali, il DSP è un processore dedicato all'elaborazione dei segnali nel dominio digitale. Modellando digitalmente il suono, le possibilità sono quasi infinite per quanto riguarda la correzione dei difetti naturali di un altoparlante. Il subwoofer è un ottimo candidato per l'elaborazione DSP poiché è un progetto in cui un unico progettista controlla l'altoparlante, il mobile e l'amplificatore, il risultato può essere una risposta acustica estremamente fedele alle specifiche di progetto.

       

      Connessioni e comandi

      Il sub è un componente in sé piuttosto semplice, il pannello si riduce generalmente ai quattro elementi che seguono.

      Connessione “LINE IN” (Ingresso linea). Molti degli attuali amplificatori sono dotati di un’uscita contrassegnata "Subwoofer Out" o "LFE"che offre un segnale mono già filtrato. In alternativa si possono collegare le uscite "Pre Out" dei canali sinistro e destro agli ingressi sinistro (L/LFE) e destro (R) del subwoofer. Come terza opzione c'è quella di collegare i morsetti dei diffusori dell'amplificatore con i corrispondenti del sub. Questa in verità è la scelta di molti audiofili esperti (potrei anche dire incalliti), tuttavia ad un principiante la consiglio come ultima opzione, ogni cosa a suo tempo.

      Comando “LEVEL” (Guadagno). Regola il volume di ascolto del sub, va impostato una volta per tutte allineando il livello a quello dei diffusori principali fino ad ottenere il risultato voluto. Completata questa impostazione, il comando del volume sull’amplificatore dell’impianto regolerà contemporaneamente il volume sia del subwoofer sia degli altoparlanti principali.

      Comando “LOW-PASS” (Passa-basso). Il punto di crossover prescelto determina la frequenza alle quale le basse frequenze vengono trasferite al subwoofer. Impostare il punto di crossover in base alle dimensioni dei diffusori principali. Come regola generale, per altoparlanti da pavimento, più grandi, impostare il punto di crossover tra 50 e 80 Hz, mentre se si usano piccoli altoparlanti da scaffale ovvero “satelliti” come altoparlanti principali, impostarlo tra 80 e 120 Hz.

      Comando “PHASE”. Questo comando adatta acusticamente il subwoofer ai diffusori principali aiutando a correggere le differenze di fase meccaniche ed elettriche.

       

      Posizionamento in ambiente d'ascolto
      Un altoparlante posto in una stanza può teoricamente fornire un'energia dei bassi 64 volte maggiore in un posizionamento piuttosto che in un altro, questo significa che un altoparlante deve trovarsi in un posto specifico per mantenere i suoi bassi in equilibrio con il resto del suono. Il posizionamento del subwoofer in un ambiente non dedicato all'ascolto comporta sempre dei compromessi ed è condizionato da esigenze concorrenti come arredamento, estetica, spazio disponibile, area calpestabile. Tuttavia l'ambiente è parte integrante del sistema di riproduzione ed ogni stanza ha i suoi problemi di ordine acustico, problemi che bisogna cercare di mitigare col migliore posizionamento del sub. Le basse frequenze sono non direzionali, se posizionato correttamente un buon subwoofer non dovrebbe rivelare la sua posizione, tuttavia subwoofer non ben progettati tendono però a generare rumore fuori dalla loro banda (distorsione armonica e rumori udibili delle porte), ciò rende la loro posizione facilmente rilevabile e maschera anche la gamma media dai diffusori.Assumendo di avere un prodotto di qualità, bisogna considerare che le riflessioni, le onde stazionarie, la risonanza e l'assorbimento influenzano fortemente le prestazioni e che la vicinanza di un sub a una parete piatta può causare un suono rimbombante e sgradevole. Il principale problema è proprio l'onda stazionaria (l'animazione che vedete è linkata da Wikipedia), una risonanza a bassa frequenza che si verifica tra due pareti opposte, le onde stazionarie 400px-Standing_wave_2.gif causano un aumento di livello ad alcune frequenze, un'estensione della durata del suono a quelle stesse frequenze e alcuni profondi cali ad altre frequenze. Il fenomeno non si verifica allo stesso modo in punti diversi della stanza, questo è il motivo per cui la resa di un sub varia da punto a punto pur nella stessa stanza. Insomma, si tratta di provare a collocarlo in vari punti e a regolare i comandi su diverse posizioni fino a trovare la configurazione adatta alla stanza e alle proprie preferenze. Il posizionamento del subwoofer nella parte anteriore della stanza è il più comune e di solito si traduce nella migliore fusione con i diffusori, d'altra parte un posizionamento nell'angolo può aumentare notevolmente l'uscita del subwoofer. Conviene quindi cominciare col sub posizionato tra i diffusori (non necessariamente al centro) e discostato dalla parete di fondo, ascoltare, poi accostarlo alla parete di fondo, ascoltare, poi spostarlo verso l'angolo libero più vicino e ascoltare ancora. Prendetevi il giusto tempo, anche qualche giorno di ascolto per valutare ciascuna posizione non guasterà. Due sub oppure solo uno? In genere un buon sub è in grado di sonorizzare al meglio anche un tipico ambiente italiano di medie dimensioni, però c'è da dire che con due subwoofer aumenta notevolmente la densità modale nella stanza. Il risultato è una risposta in frequenza più fluida in più posizioni di ascolto nella stanza, con meno potenziale per irregolarità evidenti nella risposta in frequenza. Consiglio: cominciate con uno, poi quando (se) vorrete fare upgrade, valutate la possibilità di prenderne un altro uguale. Accessori utili: in caso di eccessive vibrazioni trasmesse al pavimento, provate i GorillaGrit e se non bastano si può passare ai SoundCare. Potrà essere utile anche un buon cavo come il Focal Elite. Un ultimo pro memoria: i subwoofer hanno magneti grandi e potenti, tenete il vostro sub distante da apparecchi sensibili.

       

      I magnifici 5

      Ed eccoci giunti al momento delle scelte. Non ho considerato "degni" woofer di taglio inferiore ai 25 cm, e pur restringendo il budget ad una fascia tra i trecento e i seicento euro, le opzioni possibili d'acquisto restano dozzine. Quindi, senza la pretesa di emettere giudizi assoluti, ho scelto i rappresentanti di cinque interpretazioni diverse del ruolo "subwoofer budget per alta fedeltà due canali", ecco a voi i magnifici cinque sub consigliati per un neofita... ma non solo per lui!

       

      Magnat Tempus Sub 300AMagnat_TempusSub-mokka.thumb.jpg.e82d1c95904976b32d337695967f91df.jpg

      • Woofer da 30 cm in reflex
      • 120 watt in Classe D con LPC
      • Front-firing con condotti posteriori

      Presentato nel 2017, il Tempus 300A monta un altoparlante da 300 mm a lunga escursione con membrana in cellulosa dopata, la bobina mobile long-throw è ventilata, il magnete è stato messo a punto con l'ausilio di un Klippel Distortion Analyzer. Il woofer è caricato in bass reflex, front-firing, con condotti sul lato posteriore, bisognerà distanziarlo un po' dalla parete di fondo. L'amplificazione è fornita da un Classe D da 120 watt RMS con la circuitazione Magnat chiamata LPC Circuit, questa equalizza la risposta dei bassi più profondi nella gamma udibile e protegge il subwoofer tedesco da frequenze subsoniche (cioè non udibili) che potrebbero causare danni all'altoparlante. Magnat non specifica se si tratti di un DSP o no. La fase è commutabile 0/180°. Il cabinet è in MDF grado E1 con bracing interno, griglia frontale removibile, disponibile in finitura marrone o nera. Le dimensioni sono 355 x 447 x 445 mm, il peso è di 16,3 Kg.

      In sintesi: il Tempus 300A è un prodotto progettato e costruito bene, sia pur badando al sodo, e permette l'ingresso nel mondo dei veri subwoofer per hi-fi stereo con l'impegno economico minimo possibile. Link a disponibilità e prezzi.

       

      Klipsch Reference 10SWIKlipsch_R-10SWi-Angle.jpg.ca4bdcac4cdcfc1910a518d37e39dcd2.jpg

      • Woofer da 25 cm in reflex
      • 150 watt in Classe D
      • Front-firing con condotto posteriore
      • Wireless

      In produzione dal 2016, il R-10SWi è un wireless subwoofer, ha cioè la possibilità di essere posizionato esattamente nel punto più adatto avendo bisogno soltanto dell'alimentazione elettrica, la connessione non è a standard Bluetooth ma a 2.4 GHz. L'altoparlante è da 10" con l'iconica membrana spun-copper IMG (injected molded graphite) di Klipsch, caricato in bass reflex, front-firing, con condotti sul lato posteriore, bisognerà distanziarlo un po' dalla parete di fondo. L'amplificazione è fornita da un Classe D da 150 watt RMS. La fase è commutabile 0/180°. Il cabinet è in MDF, la griglia frontale è removibile, la finitura è in vinile nero satinato, il tutto si presenta con un bel look vintage. Le dimensioni sono 317 x 355 x 399 mm, il peso è di 11,6 Kg. In sintesi: compatto e wireless, il Reference-10SWI trova posto ovunque. Link a disponibilità e prezzi.

       

      JBL LSR310SJBL_LSR310S.jpg.f016b2cc5bc00a1f449d5db05aab06ec.jpg

      • Woofer da 25 cm in reflex
      • 200 watt in Classe D
      • Down-firing con condotto anteriore
      • Ingressi bilanciati
      • Uscite bilanciate filtrate

      JBL ha introdotto nel 2017 la Serie 3 Monitor con questo sub che è un vero studio monitor, come si vede subito dal pannello connessioni e comandi piuttosto raro da trovare in hi-fi.Il woofer da 10" progettato per questo sub offre un'estensione a bassa frequenza fino a 27 Hz e 113 dB SPL di picco massimo. Il carico è bass-reflex con un condotto anteriore di forma brevettata, la Slip Stream. Il modulo amplificazione è in Classe D e offre 200 Watt, potenza necessaria a supportare l'equalizzazione XLF. il pannello offre infatti tre impostazioni di crossover: 80 Hz, XLF, esterno. L'impostazione 80 Hz implementa i filtri passa alto e passa basso per l'accoppiamento con monitor da studio JBL o di altri produttori. L'impostazione esterna esclude tutti i filtri, consentendo l'uso di un crossover esterno. L'impostazione XLF attiva un filtro passa alto 120 Hz in combinazione con un tuning a bassa frequenza che avvicina il 310S al sound dei sistemi di riproduzione dei club. La fase è commutabile 0/180°. Sono presenti ingressi e uscite bilanciati con prese XLR e 1/4", le uscite sono filtrate dal crossover e dunque mandano ai diffusori il segnale privo delle frequenze riprodotte dal sub, realizzando così un vero sistema multiamplificato. Il mobile è rifinito con vinile nero, le dimensioni sono 448 x 381 x 398 mm, il peso è di 15.6 Kg.
      In sintesi: un sub da studio impiegabile anche a casa, ideale per chi ha dei monitor amplificati con ingresso bilanciato. Link a disponibilità e prezzi.

       

      ELAC Debut 2.0 Sub-3010Elac_sub-3010_s.jpg.3898ba06505ce1eb4747f77f1071e555.jpg

      • Woofer da 25 cm in reflex
      • 200 watt BASH-Tracking
      • Front-firing con passivo inferiore da 25 cm
      • DSP
      • AutoEQ

      Nato nel 2018 dall'opera del guru americano Andrew Jones (già progettista di Kef, Infinity e TAD), il 3010 porta nella categoria "budget" alcune tecnologie viste fin'ora solo in "premium".

      Questo Elac mostra subito un elevato livello costruttivo, il mobile è in MDF conforme CARB2, una traversa centrale orizzontale ed una addossata al fondo rafforzano e irrigidiscono il cabinet, contribuendo a ridurre al minimo le vibrazioni indesiderate. Il design è front-firing, il caricamento è bass-reflex con passivo, il woofer attivo è un 10” long-throw con cono in carta dopata, il passivo è uguale salvo che appunto è passivo. Il tutto fornisce una risposta in fascia bassa fino a 28 Hz. L'amplificazione del sub tedesco è costituita da un BASH da 200 watt assistito da un DSP. Questo sub è anche dotato del sistema di equalizzazione automatica Auto EQ controllato tramite la app ELAC SUB Control 2.0. Utilizzando il microfono del tablet o dello smartphone, si fanno misurazioni della risposta sia da vicino che dalla posizione di ascolto. Con questi dati, l'app crea in automatico una curva di correzione, ma è possibile anche agire a mano tramite un equalizzatore parametrico a dodici bande incluso. L'app controlla tutti gli aspetti del volume e della messa a punto del sub, di conseguenza il retro del sub non presenta alcun controllo. Il mobile è rifinito con vinile color frassino nero, le dimensioni sono  364 x 343 x 343 mm, il peso è di 14,5 kg.

      In sintesi: un prodotto con dotazioni di classe superiore proposto ad un prezzo molto vantaggioso. Link a disponibilità e prezzi.

       

      SVS_SB-1000.jpg.d3fff6387d45542d36d4c04e55ae2835.jpgSVS SB-1000

      • Woofer da 30 cm in sospensione pneumatica
      • 300 watt in Classe D
      • Front-firing
      • Uscite filtrate
      • DSP

      La linea 1000 è stata lanciata dall'americana SVS sul finire del 2012 e si è imposta sulla concorrenza in virtù delle sue eccellenti prestazioni e della sua tecnologia avanzata. Per la stereofonia la casa suggerisce la versione sealed, SB-1000, un modello caratterizzato da design attraente con bordi smussati e compattezza della forma.
      Il mobile è costruito con un pannello frontale in MDF da 2,5 mentre gli altri pannelli sono da 2 cm. Le pareti interne sono rivestite con due fogli di materiale smorzante su tutte le facce. Il woofer ha un cestello in acciaio stampato, un cono da 12" in materiale plastico, un gruppo mobile a lunga escursione ed un motore ottimizzato con la Finite Element Analysis con doppio magnete in ferrite. Con questi presupposti il sub sfodera l'eccellente prestazione di 23 Hz a –3 dB e 21 Hz a –6 dB. A questo risultato non è estraneo il processore di segnale DSP avanzato e potente implementato da SVS, qualcosa che non è molto comune da vedere in un subwoofer economico. L'amplificatore a bordo è un Classe D da ben 300 watt (la sospensione pneumatica è un po' più vorace di watt), i controlli agiscono nel dominio digitale e quindi garantiscono interventi precisi e senza l'introduzione della distorsione tipica di quelli tradizionali. La fase è regolabile con continuità. Il pannello offre anche uscite linea filtrate a 80Hz per realizzare una multiamplificazione. Purtroppo la casa madre riserva la funzione AutoEQ alla serie superiore, forse i sette anni dal lancio cominciano a pesare. La finitura è in vinile tipo frassino nera opaca, la griglia è in tessuto, le dimensioni sono 344 x 329 x 354 mm, il peso è di 12,5 kg.

      In sintesi: forse i bassi più profondi, potenti e veloci della categoria, peccato per la mancanza di un AutoEQ. Link a disponibilità e prezzi.

    2. dadox
      Latest Entry

      By dadox,


      Ed eccomi qua, dopo tanti anni di desideri mai esauditi, a condividere con voi il cambiamento (epocale, a mio modo di vivere il momento) ora più che mai, direi quasi drastico nel mio setup… un McIntosh MA6600 è finalmente in pianta stabile, lì, bello e possibile (per dirla alla Nannini).


      MA6600, finalmente

      61UgBIEqsVL._SL800_.jpg.273c9c7574913533740a5c37639846e3.jpgEh, si, perché da qualche giorno, giusto il tempo di rimettermi in quadro le vertebre (portarsi a spasso certi pesi da soli non è proprio salutare alla mia età), e sistemare fisicamente l’hardware, un McIntosh MA6600 è finalmente arrivato. Seppur io debba ogni tanto anche solo andare ad aprire la porta della sala per verificare che sia vero, e non un sogno che ti spiace renderti conto lo sia, una volta svegli! Dedicarvi la stesura di questo manoscritto (seppur per via informatica) è per me un “impeto d’orgoglio”, voglio sperare che per chi passi lo sguardo su queste righe non si trasformi nella solita noiosa diatriba, scaramuccia, o peggio fra estimatori McIntosh e detrattori dello stesso. Dal canto mio sono estimatore da parecchio, credo di essere stato (già da alcuni decenni oramai) affascinato da quel timbro sonoro che le elettroniche di Binghamton generano, un fascino che taluni appassionati percepiscono, tali altri no. Questo (per mia personale opinione) indipendentemente dal fattore estetico, o dalle caratteristiche elettriche.

      Come nel caso di altri svariati esempi, in qualsivoglia campo, e credo oramai la cosa sia palese, i McIntosh o si amano, o si odiano. Per gli audiofili non vi è una seppur remota possibilità di incontrarsi a metà strada. Non esiste compromesso. Da quando il suddetto ampli è stato inserito nel mio setup, e quindi aver potuto di fatto saggiarne il suono nel mio ambiente, (dato di fatto, onde poter esprimere reali sensazioni) le mie convinzioni sulla bontà del suono che questo Marchio offre si sono decisamente consolidate.

      Certamente ci sarà chi, leggendo queste righe, penserà di intervenire menzionando ed elogiando altri grandi nomi dell’Alta Fedeltà in luogo del marchio americano, in grado probabilmente di “demolire” a livello prestazionale “gli ampli coi vumeter blu”, ma se mi é concesso un paragone, l’hi-fi é un po’ come la pizza, di rado al palato mette tutti d’accordo. Come cibo in sé tutto ok, ma una volta in bocca, quasi mai nessuno ne certifica la migliore, ognuna ha una sua personalità (e altre, giusto per capirci, proprio non ce l’hanno).

      Ed é proprio la personalità che a Binghamton da circa 60 anni riescono a dare alle proprie creature, e questo 6600 non si esenta da tale retaggio. Sarà sicuramente un “semplice” entry level con autoformers per chi può permettersi di entrare nel mondo della hi-end dalla porta principale, sarà quasi certamente meno “dotato” dei suoi fratelli maggiori 7000 e 8000, ma l’eredità secondo me ci sta tutta.

      McIntosh riesce in qualche modo, cosa assolutamente non facile, a far sì che vi sia una stretta parentela musicale assimilabile a tutti i loro ampli. Sia che si tratti di un 6300 o un monolitico 452, ad esempio.

      Cambiano i muscoli, ma c’è sempre qualcosa che nella loro diversità prestazionale li rende comunque parenti. Anche le loro controparti in versione valvolare, mostrano sempre un principio di base che li accomuna ai loro fratelli a transistor. E questo, è secondo me un traguardo difficoltosissimo da raggiungere. Ovvio, al contempo le fazioni pro e contro McIntosh si divideranno ancor più, rendendo un ipotetico arcobaleno musicale sempre più simile al bianco/nero. Proprio come le fotografie, c’è chi le ama molto più che l’alternativa a colori, chi invece ne rimane indifferente.

      Volendo assimilare il bianco al cosiddetto “bene”, ed il nero al cosiddetto “male”, proverò a cimentarmi in una mia personale pagella.

      Il Bianco

      Parto dalla constatazione del fatto che le elettroniche di pilotaggio (integrati, pre e finali) sono in assoluto quelle che più sono in grado di drasticamente cambiare il modo di esprimersi dei diffusori, molto più di una periferica che viene aggiunta (o che ne sostituisce una), come può essere ad esempio un lettore cd piuttosto che un altro, un lettore di rete, un DAC, e via discorrendo. E che se tali elettroniche sono progettate al meglio, lasceranno transitare attraverso di esse solo le doti migliori delle periferiche a monte, senza intaccare la personalità sonora di alcun hardware. Semplice a dire, difficoltoso alquanto da mettere in pratica.

      Detto ciò, al momento, dovendomi ancora riprendere dallo shock economico, l’unica periferica che sto di questi tempi utilizzando, e che ha avuto il privilegio di esser collegato per primo al 6600, è un lettore Sony BDP-S550, che seppur seriamente castrato nelle possibilità operative per quanto riguarda i cd, ho da tempo scoperto che a livello sonico se la gioca con lettori di classe e costo maggiori. Per come vanno le cose ultimamente a livello economico… che c… fortuna, oserei dire. Tale equazione porta all’unica soluzione possibile, un buon ampli alza di parecchi gradini le possibilità musical-espressive di periferiche non prettamente destinate al mercato dell’inarrivabile high-end.

      Diffusori in campo, oramai, manco a dirlo, le mie inossidabili Bose 901 (serie 5). Anche qui, siamo nello spettro del bianco/nero, o ci sbavi, o ci vomiti sopra, vero, sì? Con le suddette, devo dire che gioco un pelino sporco. Nel senso che il loro equalizzatore attivo, oggetto senza il quale tali diffusori non potrebbero operare (che in alternativa, in un linguaggio più comprensibile ai più lo considererei un “crossover elettronico esterno”) è stato oggetto di un totale recapping, sia linea che alimentazione, con componenti audio grade, un “lifting” che sta andando ultimamente di moda negli States, in luogo delle tradizionali procedure di ricappaggio praticate dalle assistenze autorizzate Bose.

      Fermo restando che seppur la sala sia abbastanza vicina ai criteri di utilizzo delle 901, è pur sempre un ambiente ancora tutto da rimaneggiare nel tempo. Seppur la tecnologia Direct/Reflecting strizzi l’orecchio alle pareti libere, purtroppo tale sala è sin troppo vuota (non completamente, eh), nel tempo si dovrà vedere di incrementarne le suppellettili. Non è quindi il massimo dei terreni praticabili in caso di prove di ascolto. Un terreno abbastanza dissestato, oserei dire.

      71UmxoO9XdL._SL800_.jpg.e8927c0afc2bd231acf18d5ecf371716.jpgBene, fra le note “bianche”, la più degna di nota é stata quella di Marco @markozilla, il quale dopo qualche ora di ascolti di buona musica, durante la riproduzione di “Oscar Peterson Trio - We Get Requests” esce dal mutismo e se ne viene fuori con un “Caspita, ‘sto coso suona come un valvolare!”.

      Più che attendibile come esclamazione, essendo Marco “malato” di valvole, e serio estimatore Graaf. La seconda, che “Col volume anche solo al 15% mostrato sul display il suono viene percepito nella sua interezza”. Sensazioni che concordano in toto con le mie, ma la testimonianza di Marco ha fatto in modo di allontanare da me l’ipotesi di un banale contagio estetico da occhioni blu.

      Dopo aver ascoltato parecchi brani, sopratutto vocali, con un ampli del genere, sfido chiunque a venire ad obiettare che una Bose 901 sia priva di messa a fuoco della scena, sopratutto vocale. È noto che il suono generato dalla 901 è particolare (o lo è il resto del panorama diffusori?), poiché più che un coinvolgimento limitato triangolare che punta all’ascoltatore, emulando così una sorta di “immersione in cuffia ambientale”, tenta di ricreare la sensazione come se chi suona (o canta) sia effettivamente presente, con effetto live, non effetto studio di registrazione.

      La sensazione quindi, parlando di focalizzazione, è quella del cantante che è posizionato davanti a te, ma è come se fosse presente di persona, e non dà l’idea che stia dietro ad un microfono in studio. A mio parere è un effetto molto meno artefatto piuttosto che l’altro modo di ascoltare. Detto questo, (altra nota “bianca”), è incredibile quanto bene viene focalizzato il posizionamento di esecutori e cantanti, cosa che sinora nessun altra elettronica era riuscita a regalarmi. Il McIntosh in questione riesce a ricreare una solidità quasi fisica di ciò che si ascolta, con tutti gli strumenti al loro posto, chi più intimamente spostato verso il centro, chi più lontano (lontano, non indietro) verso gli angoli del gruppo che sta eseguendo. Si percepisce quasi l’impegno di un chitarrista nel districarsi col plettro fra le corde dello strumento, e la naturalezza di una solista mentre prende leggermente fiato per elaborare le parole di una strofa. Piccoli particolari che durante gli ascolti mi causano un malcelato sorriso di soddisfazione.

      514qRSnkPAL.jpg.ed90e385168b67da7702ed00dc239539.jpg

      Al contrario, durante l’ascolto della versione strumentale di “Man on the Rocks” di Mike Oldfield, il lungo intervento di chitarra elettrica in un infinito crescendo mi ha dapprima fatto correre i brividi lungo le gambe, per poi strapparmi una lacrimuccia. Ma che capita, sono forse impazzito? Di primo acchito le note basse le ho trovate, rispetto alla concorrenza (Denon, Nad, Cambridge) dapprima meno prestanti, ma dopo un po' ho (anzi, abbiamo) realizzato che non è il 6600 ed esser povero di basse frequenze, ma gli altri ad esser eccessivi. Non sono mancanti, semplicemente quando vengono fuori, rimangono più in linea col resto dello spettro riprodotto, senza un’eccessiva presa di possesso. Altra nota “bianca”, quindi.

      Idem per il parlato. Anche alzando il volume, le “esse” restano al loro posto, non tendono ad inasprirsi, come precedentemente accadeva. Nota “bianca”.

       

      Ma questo 6600, non contrasta proprio con nulla? Nel senso, è proprio tutto di un candido bianco? E le note “nere” dove stanno? Manco vira un pochino in seppia? Volendo essere spiritoso e di parte, non aggiungerei altro, andrebbe bene così, al massimo direi che l’unica nota “nera” è la livrea dell’amplificatore. Be', seppur a livello musicale io lo abbia trovato altro che soddisfacente (come ribadisco, non fatico ad immaginare che il mercato offrirà anche di meglio, ma va bene così, mi accontento con soddisfazione), qualche piccola pecca, a mio modo di vedere, bisogna metterla in conto.

       

      e il Nero

      Le note seguenti sono “nere”. In primis, i peccati di gioventù. Sono cose che ovviamente nessun negoziante vi verrà a raccontare, tranne quando l’apparecchio lo si riporterà in negozio per un “lifting” da parte dell’Assistenza. Il lifting è inteso come aggiornamento firmware della logica di controllo del 6600. Per stare appresso alle mode, Macintosh è caduta appunto, pure Lei, nel tranello delle elettroniche commercializzate di questi tempi. L’idea di delegare alla logica digitale l’intero reparto analogico di un McIntosh non è male, ma non ha fatto certo la felicità dei primi acquirenti, che si sono ritrovati in alto mare per colpa di strani comportamenti dell’ampli in questione. Avviso ai naviganti (per fare il verso ai marinai, ma col web più o meno siamo lì), se andate cercando un 6600 usato, assicuratevi che abbia un firmware aggiornato di recente (dalla versione 2.5 in avanti si è già in sicurezza da capricci caratteriali del software a bordo). Altrimenti tale procedura ve la ritroverete a carico vostro, con relative scocciature quali sollevamenti pesi e annessi mal di schiena, trasporti, ansia da danneggiamenti causati da corrieri, insomma, tutte cose che ogni appassionato già ben conosce.

      Poi, il telecomando. Che cercassi un apparecchio telecomandabile ok, ma seppur io non sia mai stato un fan delle elettroniche cinesi, perlomeno qualcosa da loro potevano farne tesoro. Visti i listini McIntosh, a mio modestissimo parere, l’aggiunta di un telecomando essenziale oltre a quello a corredo, meno multimediale e più “intimo”, con le funzioni basi ergonomicamente "a tiro di pollice" avrebbe fatto sicuramente più piacere, e forse sarebbe anche più in stile McIntosh, invece di maneggiare ogni volta questo “tazer”.leadImage.thumb.jpg.f6a9b1e127c2067ee648b5f670cc2f81.jpg

      Poi, ma queste sono note “grigie” (eppure ero convinto di tirare in ballo solo il bianco ed il nero…), che mi permetto di aggiungere e sottolineare, seppur in molti ne abbiano già esperimentato i risultati sulle elettroniche McIntosh. Seppur le elettroniche di questo Marchio beneficino come qualsiasi altro apparecchio di buoni cavi di connessione, che siano di potenza o di segnale, i McIntosh possono dare già grandi risultati senza andarsi ad imbarcare in acquisti di cablaggi di connessione a 2 o anche 3 zeri. Discorso a parte merita il cablaggio per l’alimentazione. Anche se non si è in possesso di impianti elettrici espressamente dedicati allo stereo, meglio aprire (almeno) il rubinetto nel classico ultimo metro, tentando, nei limiti del possibile, di ridurre eventuali possibili disturbi, e migliorare per quel poco che si può l’afflusso di corrente destinato alle elettroniche. Mi risulta che i McIntosh in particolare siano molto sensibili alla qualità dei cavi di alimentazione. È un po’ come scalare una collina di qualche km in salita con la bici, se la discesa sul lato opposto sarà anche di soli 500 metri sarà certo un gran beneficio per il nostro fiato. Un cavo di sezione perlomeno adeguata allo scopo vi farà subito notare una più che discreta miglioria prestazionale di questo MA6600. Buoni Ascolti.

      Prima pubblicazione il 12 marzo 2015

       

    3. Avevo intorno ai 15 anni quando scesi santa Teresa, arrivai sotto Port'Alba e consegnai due settimane di sudati risparmi a Guida. E fu così che mi accaparrai la prima edizione dell'opera prima di uno sconosciuto scrittore napoletano.
      La comprai al buio, come allora si compravano libri e dischi, ma me ne aveva parlato bene una persona di fiducia e allora decisi di rischiare.

      Ho poi incontrato di persona Luciano De Crescenzo, ben 25 anni dopo, teneva una conferenza nelle cantine storiche di Mastroberardino accompagnato da una giovanissima etèra vestita come Aspasia, la sua preferita. In quei 25 anni era passato da scrittore dopolavorista a Maestro di un genere letterario e cinematografico creato da lui stesso.

      Grazie professore per avermi insegnato l'ironia ed essere riuscito dove anche Geymonat e Adorno a volte avevano fallito.

      Ci rivedremo, non importa quando, tanto il tempo non esiste.
       

       

    4. INGRESSO.thumb.JPG.96b89f760d250b9e7058bd6fe8b766e5.JPG

       

      La vera magia che compie il Carnevale è quella di fermare il tempo: almeno per qualche giorno si può dimenticare il quotidiano e lasciarsi trasportare in un mondo fantastico, ritornare bambini inventarsi battaglie a colpi di coriandoli e volare con la fantasia in quei mondi fatti di streghe, elfi, draghi, fate, creature misteriose che evocano personaggi mitologici o del futuro che viaggiano nel nostro inconscio: DES MONDES FANTASTIQUES!

      Questo è stato il tema dell’ 86esimo Carnevale di Menton durante la tradizionale e celebre Fête du Citron che ha richiamato una gran folla entusiasta un po’ da tutto il mondo.

      Domenica eravamo 240000 e, alla fine, tutti eravamo cosparsi di “confettis” (coriandoli). Moltissimi i controlli e massiccia la presenza dei gendarmi ma,  più importante ed evidente, era la voglia di fare festa e divertirsi tutti insieme... no, non c’erano gilets jaunes ma tanti...citrons jaunes che, volentieri,  giocavano e si facevano fotografare soprattutto con i bambini. La temperatura era quasi estiva, il sole splendeva e, nel cielo, neanche una nuvola! Dopo la burrasca dei giorni scorsi, anche il mare si era calmato. La scenografia era quindi perfetta!

      Prima di partire con le foto delle cartoline, però, leggete il lato B, quello che vi racconta qualcosa sulle origini e la storia di questa bella festa, e probabilmente scoprirete qualche notizia interessante. Buon divertimento!

       

      #############################

      L’idea del Carnevale a Mentone, fino allora legato a quello di Nizza, è venuta all'inizio del 1900 ad opera di alcuni albergatori che volevano alimentare e intrattenere i villeggianti durante la stagione in cui era tradizione che re, principi, nobili, imprenditori, artisti e ricchi borghesi venissero su “la Côte” a trascorrere qualche salutare settimana al mare cercando anche di curare quel triste mal sottile che era la piaga del tempo. 

      Il Carnevale di Nizza, antichissimo e risalente addirittura al XIII secolo, era l’appuntamento ideale con la sua famosa Parade e i fantastici fuochi artificiali che chiudevano i festeggiamenti . Anche la regina Vittoria partecipò alla manifestazione nel 1882. 

      Una simpatica curiosità: durante questo periodo, nella seconda serata, si svolgeva una famosa e attesa gara, retaggio genovese, che era chiamata dei “Moucouleti”.

      In realtà, come racconta la storia, questa serata presentava un gioco molto divertente dedicato agli innamorati: i giovani tenevano in mano una candela accesa mentre le ragazze la portavano ugualmente ma tenendola, con la mano alzata, sulla testa. Il combattimento consisteva nel cercare, soffiando, di spegnere a vicenda la candela degli avversari mantenendo accesa la propria. Anche le ragazze cercavano di spegnere quella di quei corteggiatori che non gradivano o quelle delle rivali. Quelli che riuscivano a mantenere il moccolo acceso cercavano poi di spegnere quello della ragazza di cui erano innamorati: se ci riuscivano avevano in premio il bacio della fanciulla amata.

      @

      Intanto, nel 1929, quando si diceva che Mentone fosse il primo produttore di limoni del continente, un albergatore decise di allestire una Mostra di Fiori e di Agrumi  nel giardino dell’Hotel Riviera. L’esposizione riscosse un notevole interesse tanto che, a poco, si sviluppò sempre di più arricchendosi di carretti decorati di agrumi, piante di agrumi e bancarelle disseminati qua e là per la cittadina con graziose majorettes abbigliate in costume. 

       

      Finalmente, la vera FÊTE du CITRON nacque nel 1934 e diventò una manifestazione indipendente dal Carnevale di Nizza, offrendo un proprio défilé “al limone”!

      Nel 1936 apparvero  i primi  manifesti e la Festa si trasferì nei pressi del Casinò, nei giardini pubblici Biovès: qui nacquero le prime creazioni con l’utilizzo di 10000 limoni e 12000 arance: il tema era un omaggio al territorio.

      .

      Da allora, ogni anno, in autunno, viene deciso il tema per il prossimo Carnevale, tuttavia, come succede per tutti gli eventi, alcuni anni sono stati felici e altri meno sia per cause climatiche (anni di forti piogge e addirittura neve nel 1956!) che politiche, come il 1991, soppresso per motivi di sicurezza a causa della guerra del Golfo.

      Ecco le tappe principali e alcuni dei temi importanti che sono stati sviluppati nel corso degli anni passati:

      Nel 1959 gli agrumi dei carri non vengono più infilzati in lunghi spilloni ma ancorati e legati tra loro per mezzo di elastici. Quest’anno ne sono serviti 750000!

      Nel 1973, in omaggio a Jules Verne e allo sbarco sulla luna, il tema è stato: “Dalla Terra alla Luna”; a Jules Verne si ritornerà nel 2013 con “ Il giro del mondo in 80 giorni”.

      Dal 1995 al 1999 i temi sono dedicati agli eroi dei fumetti : Asterix, Obelix, Tintin, Lucky Luke, personaggi di Walt Disney e del film “Fantasia”.

      Nel 2000 sfilano per la prima volta i carri di agrumi articolati nei movimenti.

      Nel 2002 il tema è italiano : Pinocchio.

      Molte edizioni, invece,  hanno scelto temi geografici che spaziano nei viaggi e vanno dalla Cina all’India, a regioni europee e grandi isole.

      L3.thumb.JPG.48d55203ecf972de92d77955e12366e7.JPG

       

      Occupandoci di questioni più pratiche, viene spontaneo domandarsi da dove vengano ben 140 tonnellate di agrumi, quantità impossibile per un comprensorio così piccolo... E poi, se i limoni di Mentone sono così speciali e pregiati, perché sciuparli nella creazione dei carri? E dove finiranno alla fine del Carnevale?Chi li fa e chi li disfa?

      Eccomi qua a cercare di dare una risposta a queste domande che io, come voi, suppongo vi siate posti!

      Allora, da quel che ho saputo, nessuno degli agrumi impiegati proviene dal territorio e neppure dalla Francia! Arrivano in maggioranza dalla Spagna, dal Marocco e, forse anche un po’ dall’Italia e altri Paesi del Mediterraneo. Delle più di 140 tonnellate, acquistate dal Comune, 100 servono per decorare il Jardin, la cui visita costa 12€ e che ospita le strutture immobili. Un po’ più di 30 invece servono per allestire i carri della sfilata ( per assistere i costi vanno dai 10, in piedi ai 25 €, seduti in tribuna) e il restante per risistemare quelle che, nel corso di quindici giorni, periodo della durata della manifestazione, si deteriorano. Alla fine, quando si smontano gli allestimenti, gli agrumi vengono svenduti, per pochi euro, in sacchetti che le famiglie acquistano ( ma solo in parte, circa 6 o 7 tonnellate), per divertirsi creando giochi per i bambini o dilettandosi, a loro volta, in piccole creazioni. Uno dei giochi più comuni è quello di creare piramidi e, sempre con gli agrumi, bombardarle per vedere chi riesce ad abbatterne il maggior numero.

      Va detto che questi agrumi non sono di grande qualità e che, difficilmente si sarebbero venduti perché magari trattati con prodotti non conformi alle norme relative all’alimentazione. Restano comunque dubbi su altri eventuali usi.

      Dalla preparazione allo smantellamento, ogni anno, vengono assunte dal Comune centinaia di persone tra cui molti studenti e pensionati che si avvicendano nei vari compiti.

      L1.thumb.JPG.f1fbb4c189cc8afe6de44a2b7fa54ce7.JPG

       

      Adesso però divertitevi e rilassatevi guardando un po’ di cartoline che arrivano fresche fresche dalla festa del 24 febbraio scorso! Alla sfilata però, lo vedrete, non c’erano solo i carri di agrumi, 10 in tutto, ma parecchie altre attrazioni si susseguivano con performances di acrobati e artisti di strada, animali gonfiabili giganti, danze tipiche eseguite dalle simpatiche e bellissime rappresentanti dei Territori d’Oltre Mare, dame e cicisbei della Commedia dell’arte, violiniste, robot, maschere varie, velocipedi, carri meccanici di mostri  giganteschi che sparavano neve e coriandoli o che sbuffavano fumo dalle narici... Fantasie oniriche di ogni età e di ogni tipo...senza tempo, insomma, come le mie cartoline!CA3.thumb.JPG.3afa2e46908c76f0e59b25d76283c265.JPGCA4.thumb.JPG.c6858f40433065d8e276d242cd62156f.JPGCA5.thumb.JPG.98077b8241b9b351262ff0b891ee259a.JPGCA7.thumb.JPG.29bf76c49f543035cf6d648deaab51d0.JPG

      CA3.thumb.JPG.3afa2e46908c76f0e59b25d76283c265.JPG

      CA8.thumb.JPG.bc49f2879dbd0c2c6887f6536ef6bd93.JPG

      CA1.thumb.JPG.847eb1f46bad2972a4ea3236d1cf894c.JPG

      CA2.thumb.JPG.0b415bad8d9d4e40616af72e12791993.JPG

      .

      Purtoppo la mia carrellata finisce qui, con la Chimère... lo spazio è tiranno e io avevo ancora un po' di cartoline... vedremo se mi sarà possibile inserirne altre prima o poi...per ora restano alcuni spazi vuoti...Peccato!

      BUON CARNEVALE A TUTTI!!! 

      IMPORTANTE! Sono riuscita a postare qui sotto, in altri post successivi...  😁

       

      CA6.JPG

Facebook

About Melius Club

Melius Club è il ritrovo dei cultori di tutte le passioni sospese tra arte e tecnica, appassionati sempre alla ricerca del miglioramento. Melius Club è l'esclusivo spazio web dove coltivare la propria passione, condividere informazioni, raccontare esperienze, valutare prodotti e soluzioni col supporto attivo della comunità degli appassionati.

Riproduzione audio e video, fotografia, musica, dischi, concerti, cinema, teatro, collezionismo e restauro di preziose apparecchiature vintage: qui su Melius hanno spazio tutte le passioni.

 

 

Il servizio web Melius.Club viene offerto al pubblico da Kunigoo S.R.L., start-up innovativa attiva nel settore Internet of content and knowledge, con codice fiscale 07710391215.
Powered by K-Tribes.

Follow us

×
×
  • Create New...

Important Information

Privacy Policy