Jump to content
Melius Club

Ricomincio da tre: Sonus Faber Electa Amator III

vignotra

1686 views

Un compleanno deve essere sempre festeggiato, soprattutto poi quando è quello di una delle realtà para – industriali di assoluta eccellenza del nostro paese: la Sonus Faber S.p.A. di Arcugnano, Vicenza.     
20181125_113228.thumb.jpg.456d7b0a85a5d1adae9eb9818403d107.jpg
Il 35° compleanno

Nessuno dei modelli di diffusori prodotti ad Arcugnano in questi ultimi anni ha tradito le aspettative sonore ed estetiche, rappresentando al meglio quel “saper fare” italiano, quel coniugare sapientemente le esigenze tecniche con quelle estetiche che rendono ogni diffusore Sonus Faber un qualcosa di diverso rispetto al panorama mondiale degli altri costruttori di diffusori. Per questo 35° compleanno si sono voluti regalare la riedizione di un diffusore che ha fatto la storia della fabbrica, senza il quale la Sf di oggi sarebbe stata sicuramente diversa o addirittura inesistente, la Electa Amator.


L'antenata

Sarò drastico: per me non esiste altro che la EA prima serie per due diverse ragioni, una soggettiva e la seconda oggettiva;

1)    Non avendo mai visto dal vivo la seconda non ne posso parlare;

2)    Non ci sono affinità tecniche fra la II e le altre, mentre sono immediate fra la I e la III.

A mio avviso la II ha più elementi di contatto con quell’altro capolavoro di Franco Serblin che è stata la Extrema, soprattutto per la presenza del radiatore passivo posteriore.

Il ricordo della “prima volta” con la Electa Amator I è di pochi anni fa. Un mio conoscente mi chiese un giorno di accompagnarlo a Roma per andare a prendere dei diffusori usati che aveva appena comprato da un privato. Ok, gli dico, ma quali diffusori hai preso? Quando me lo disse restai perplesso perché li stava comprando per la seconda volta. Ebbene sì, a distanza di molti anni si era ripreso le EA.  Da quella volta, per molti periodi diversi ed anche con sistemi ed in ambienti diversi ho sviluppato la mia conoscenza con questi diffusori storici e contraddittori.

Il primo impatto è di quelli che non si scordano: suono meraviglioso, ricchezza armonica, medio-alte fluide e setose (potrei continuare con gli aggettivi per ore). Il fascino della costruzione, la loro massa rispetto alle dimensioni. Ero davvero rapito da quello che sentivo e vedevo.

Ma l’incantesimo in realtà durò poco. Approfondendo la conoscenza con questo diffusore mi resi conto che, spesso, le sue caratterizzazioni, andavano a compromettere il risultato finale. Erano “prime donne”, non gradivano la mancanza di aria alle loro spalle e soprattutto ai loro lati. Il basso, a seconda della registrazione, poteva anche diventare “ingestibile” lungo e senza articolazione e, infine, la loro mancanza di trasparenza. Sì, al contrario di quello che molti hanno scritto nel passato sull’essere monitor, le EA I erano tutt’altro che monitor. Il tweeter Dynaudio era stato “piegato” al volere del creatore ed il risultato era un suono sì dolce, sì bello, ma decisamente poco trasparente.

Detto in poche parole, ogni volta che le ascoltavo mi sembrava che ci fosse una coperta sui diffusori. E non era né l’impianto utilizzato né l’ambiente. Gli stessi diffusori li ho anche sentiti in un ambiente (ancor più critici del primo) e con un altro (signor) impianto. E allora? Erano una ciofeca? No, erano i diffusori più umani che avessi mai sentito, con i loro pregi ed i loro difetti, specchio fedele di quello che Serblin voleva ottenere e, secondo me anche superiori all’altro capolavoro Serbliniano che sono state le Guarneri Homage.

 

Electa Amator III 2018

Fatta la dovuta premessa storica passiamo a definire cosa sono le Electa Amator III 2018. Dico subito quello che non sono: della prima edizione hanno solo il nome. Il suono, il mobile, le soluzioni tecnologiche sono della Sonus Faber del 21° secolo, quindi uso sapiente dei materiali coniugato alla tecnologia più avanzata. Il cabinet è una scatola di legno in noce massello spesso 25 mm. Le pareti anteriore e posteriore sono rivestite in vera pelle, mentre quella inferiore è un sandwich di tre materiali diversi (legno, lamina di ottone e marmo di Carrara da 30 mm avvitati dall’interno fra loro). Questo accoppiamento di materiali diversi fra loro, con diversa densità e struttura ridistribuisce e riduce le risonanze dell’intero mobile, tanto da sembrare completamente inerte a qualsiasi impulso esterno ed interno. Il tutto poi è avvitato agli stand fatti in alluminio anodizzato riempiti di materiale smorzante, con una base di marmo di Carrara. Anche alla base dei diffusori, tra i pilastri in alluminio e la base in marmo è stata interposta una lamina di ottone.20181125_113246.thumb.jpg.9ab4f14f349c91c889bfa43c489db71a.jpg

L’impatto visivo è completamente diverso da quello delle EA I con le doghe in massello (bellissime) oppure quello lucido e laccato delle Guarneri Evolution che ebbi modo di provare qualche anno fa (e che mi sono rimaste nel cuore).

Le EA III sono “minimaliste” non ti “sbattono in faccia” la loro tecnologia (le devi studiare) e la loro finitura è come un perfetto abito da lavoro cucito a mano da uno dei migliori sarti d’Italia. Le vedi, semplici e ti fai trarre in errore. Ti aspetti il suono del classico due vie da stand… e sei in errore.

Il tweeter, direttamente derivato da quello della Lilium è da 28 mm, con tecnologia DAD™  Damped Apex Dome™, con anteriormente il tripode che ricorda la caratteristica del tweeter Dynaudio della EA I. Alle sue spalle è stata posta un volume di caricamento, che è ben visibile dal foro del condotto reflex posteriore,  in legno massello.

Il mid-woofer da 18 cm è in polpa di cellulosa, ed è stato creato per questo progetto. Ha una buona escursione e, anche a volumi d’ascolto non proprio “civili” non ha mai manifestato di andare in affanno. I dati di targa parlano di una impedenza nominale da 4 ohm ma, visto il grafico del modulo e della fase, gentilmente fornitomi dal progettista Paolo Tezzon, direi che siamo superiori ai 5 ohm su tutta la banda di frequenze con rotazioni di fase comprese tra + e – 36°. Anche la sensibilità dichiarata (88db) mi è sembrata ottimistica poiché, molto spesso, ho visto indicazioni del livello del volume sul preamplificatore alti, molto alti. Ne deduco spannometricamente una sensibilità reale di crica 85/86db.


L'ascolto

Alla fine il suono. Si perché queste scatolette di legno, dannatamente pesanti, suonano….e lo fanno talmente bene da avermi lasciato perplesso molte volte durante gli ascolti fatti di sera a luce spenta.

Di ottimi diffusori, sia grandi che piccoli, in questi anni, ne ho ascoltati molti. Ognuno con le sue peculiarità e caratteristiche, ognuno con il suo carattere. Però noi cerchiamo il “nostro” suono, cioè quello che più si avvicina a quello che ascoltiamo dal vivo e che riesce a trasmettere le emozioni proprie che solo la musica live può dare. Alla fine ho scelto il mio riferimento, che cadde, quasi tre anno or sono, sulle Sonus Faber Lilium. Ora, ascoltare le Electa III, a luce spenta, mi ha dato una sensazione di smarrimento che è difficile da spiegare. Sentire le Lilium e sapere che non stanno suonando loro ma le Electa III. Con gran parte dei programmi musicali a me più confacenti, jazz e musica da camera per lo più, la differenza di suono a livello timbrico è inesistente. A livello dinamico sussiste la superiorità della volumetria e del numero dei trasduttori delle Lilium ma le piccoline reggono il passo. Ecco, la differenza sostanziale è quella naturale immanenza che il grande diffusore ha nel ricostruire lo spessore armonico. Eppure la Electa III regge il confronto. Gli strumenti ad arco sono timbricamente e armonicamente corretti e completi. Fin dove il mid-woofer delle Electa può arrivare (più o meno 40hz) il basso è profondo ed articolato, tendente a chiudere con dolcezza la struttura armonica, senza impastare o diventare duro e “muggente” come mi è capitato di ascoltare con altri diffusori anche da pavimento.   I legni e gli ottoni sono definiti, articolati e sempre perfettamente a fuoco. Nemmeno con la grande musica sinfonica (IV^ sinfonia di Mahler in sacd della LSO) si sono perse le sfumature più tenui o ci si è perso qualcosa della partitura per sovrapposizione degli strumenti. Una grande raffinatezza unita ad una altissima definizione.20181125_113412_HDR.jpg.3181e9c4fc35dca1f869711aa8c9dacc.jpg

Mi sarei atteso, prima della prova, qualche rinuncia (sopportabilissima) sulle percussioni ed in genere nell’ascolto della musica rock….e invece, altra seconda sorpresa. Passare dai Pink Floyd ai Genesis e terminare con Steven Wilson è stato un percorso di puro divertimento. Chitarre, tastiere, percussioni, ascoltate con la massima disinvoltura da ascolto live senza nessuna fatica d’ascolto e senza perdere nulla nei transienti e nella dinamica. Percussioni profonde e d’impatto (appena meno possenti delle Lilium) tali da farti seguire il ritmo con il massimo del piacere e del coinvolgimento. Sentire perfettamente a fuoco la “pelle” del tom della batteria, con quel senso di aria post percussione, mi ha stupito. Molte volte ho tralasciato di prendere appunti e mi sono goduto la musica, pura e semplice, senza stare a spaccare il capello in quattro o a ricercare riferimenti mnemonici su come dovrebbe suonare questo o quell’altro strumento.

Il palcoscenico ricreato da questi piccoli capolavori è notevole. Scompaiono e suona tutta la parete, con una notevole estensione in orizzontale e verticale. Dove ho avvertito qualcosa in meno è sul piano della profondità che, in realtà, attribuisco più al mio ambiente d’ascolto che ai diffusori in prova. Potrei continuare a scrivere per pagine e pagine sulle sensazioni ed emozioni che l’ascolto di questo diffusore mi ha regalato in un mese di prove ma temo che sarebbe del tutto inutile.

 

Conclusioni

Le Electa Amator III sono grandi piccoli diffusori. Suonano bene con tutti i generi musicali e non sono così complicate da far suonare in ambiente. Di una cosa hanno però necessità. Non sono voraci di corrente ma di potenza. Non crediate che possano suonare con “soli”100 watt o con un monotriodo. Hanno fame di potenza e la sanno gestire al meglio. Non ricreano come sanno fare le Lilium il palcoscenico reale con il suo grande “respiro”, non arrivano a creare quel basso “tellurico” proprio dei grandi sistemi, ma tutto il resto lo sanno fare benissimo, con grazia, definizione e tanta classe. In Sonus Faber sono riusciti nell’impresa di ricreare in scala inferiore (a livello dimensionale) il grande suono di un sistema più completo e complesso.

Normalmente evito di lasciarmi andare a consigli non richiesti. Ove possibile suggerisco un acquisto solo dopo aver ascoltato il sistema esistente. In questo caso, chi è alla ricerca di un diffusore da stand ma non vuole rinunciare al suono completo di un diffusore multi via da pavimento, vada ad ascoltare ovunque sia possibile questo sistema. Non ne rimarrà deluso, anzi.

Ora lasciamo le Electa Amator I e il ricordo di Franco Serblin al XX secolo e godiamoci queste nuove creature della Sonus Faber del XXI secolo.

 

20181121_183931.jpg.dc15c42d5edf8956995179326f0b078c.jpg 20181123_121317.jpg.055513e08207e511b28d77f64b0dd0ca.jpg

 

20181106_180133.jpg.c92be89a644c55c8c6eef4c15c851633.jpg 20181125_113355.jpg.8aab28d94ef11b385c7a188c4ba71567.jpg

20181125_113651.jpg 20181125_113713.thumb.jpg.edbc786257c0a5faac21a0c2d8bc5c01.jpg

 

Electa amator III impedenza e fase.jpg



14 Comments


Recommended Comments

iBan69

Posted

Le Electa Amator, sono sempre state sin dalla prima versione, uno dei modelli più amati della Sonus Faber, ma, mi capita spesso di sentire appassionati che rimpiangono il suono della generazione di diffusori all’epoca Serblin, come se quello che è venuto dopo, non fosse all’altezza di quei progetti. Alcune volte è stato così,  ma non sempre. Sono passati anni, e il suono si è evoluto in direzioni diverse da quelle di quei tempi, e se il confronto lo si fa sempre con il passato, non ci si può evolvere.

Le prime Electa Amator, come è stato detto, non erano certo diffusori perfetti, tutt’altro, ma sono ancora nel cuore di molti perché avevano quel suono e quelle peculiarità. Se pensate, che nella storia dell’alta fedeltà, ci sono stati, tanti prodotti, che sono rimasti dei riferimenti per decenni, pur non essendo perfetti, questo qualcosa vorrà dire. La Amator è uno di quelli. 
La nuova Electa Amator III, non sarà come la prima, ne migliore ne peggiore, ma diversa nella sua somiglianza, è sarà solo il tempo a dirci se verrà considerata  dagli appassionati a livello della sua discendente. Intanto, godiamocela. 
Ho letto con piacere questa recensione, soprattutto perché nasce, come la precedente, da un’appassionato come noi e le sue esperienze con questo diffusore. 
Non è necessario essere d’accordo, per apprezzarne l’impegno di raccontarci qualcosa di interessante.

Grazie Vignotra. 

Share this comment


Link to comment
qzndq3

Posted

Leggo con piacere, con estremo piacere. E' un tuffo nel passato al mio primo ascolto delle Electa Amator I a casa di un collega. 

La mia prima impressione fu di stupore per quello che le due piccole sculture lignee sul loro piedistallo riuscivano ad esprimere. Durante quel primo ascolto non ebbi l'impressione di mancanza di trasparenza, forse perché  erano accoppiate al Sonus Faber Quid. Mi accorsi di tale caratteristica molti anni dopo, in un ascolto comparato con la produzione successiva della casa, credo fossero le Cremona Auditor.

Grazie!

Share this comment


Link to comment
paolosances

Posted

Disamina coinvolgente, che altro dire?

La raffinatezza estetica delle Electa Amator e la ricercatezza dei particolari, riportano alla memoria i fasti degli interni delle Jaguar di un tempo.

Share this comment


Link to comment
Ultima Legione @

Posted

.

Rileggendo oggi il thread che aprii per annunciare l'uscita delle Sonus Faber Electa Amator III giusto un anno fá, non posso che sorridere a tutti i fatui pregiudizi e gli un patetici preconcetti che furono espressi in cinque pagine di forum e che ancor oggi aleggiano su un brand che nel mondo HiFi/HiEnd ci ha meritato e offerto la stessa identica popolaritá delle Ferrari, della Nutella e di Giorgio Armani.

.

Realmente il meglio della creativitá, del talento e della musicalitá fatta emozione e sostanza.

.

Certo, puó pur sempre piacere o non piacere, ma sicuramente con straordinari diffusori come questi, per tutti gli altri nel mondo intero, l'asticella del confronto si é alzata ancor di piú, con buona pace di tutti i detrattori.

.

Complimenti per l'ottima recensione caro Vincenzo, 👏👏 a tratti emozionante e quasi passionale nel descrivere le senzazioni legate all'ascolto di questo straodinario diffusore e che si sovrappongono esattamente anche alla mia unica esperienza di ascolto delle EA III.

.

Share this comment


Link to comment
SimoTocca

Posted

Un grazie a Vincenzo per l’eccellente articolo/recensione, piacevole da leggere e ricco di spunti.

Da ogni riga emerge la profonda conoscenza con “il suono” Sonus Faber, quello passato così come quello presente, e dire conoscenza é come dire competenza, oltre che passione.

Due piccole note, da lettore di riviste d’oltreoceno:

1) Non guasterebbe la lista dei componenti usati per l’ascolto e la recensione (sì la foto é abbastanza eloquente, ma non si vede proprio tutto tutto...)

2) Sarebbe utile sapere il prezzo dei diffusori, in modo da capire meglio in quale fascia merceologica i diffusori in questione si pongano..

Ancora grazie per la bella lettura...  

Share this comment


Link to comment
SimoTocca

Posted

Il 21/10/2019 Alle 18:58, iBan69 ha scritto:

Sono passati anni, e il suono si è evoluto in direzioni diverse da quelle di quei tempi, e se il confronto lo si fa sempre con il passato, non ci si può evolvere.

Scusa, ma questa tua affermazione mi risulta assolutamente incomprensibile.

In che senso “un suono si evolve in direzioni diverse”?

L’unica evoluzione “voluta e cercata” da tutti i progettisti del mondo é quella di ottenere un suono che si avvicini, il più possibile, all’evento sonoro reale, alla realtà quindi. 

Qualunque direzione diversa da questa può portare a vicoli ciechi o a disastri.

Io non conosco le nuove Electa Amator III (o meglio le ho sentite poco e male ad una mostra) ma conosco bene le Amator I, diffusore che ho amato ma non ho mai posseduto perché al tempo ero studente e le casse costavano troppo per le mie tasche...

C’é da capire solo se le nuove siano più fedeli delle vecchie alla “realtà sonora”: se sì, la direzione nuova é quella giusta..

A.@vignotra sarebbe interessante attualizzare il vecchio costo delle Electa Amator I (che francamente non ricordo) per capire se siamo rimasti  “in linea” o meno.

Sarebbe interessante anche sapere la sorgente (digitale a vedere i CD...e il SACD della LSO, abbastanza ben registrato ma non certo la più bella registrazione della seconda sinfonia di Mahler) che hai usato, mentre sul pre e sui finali direi che non si hanno dubbi che siano McIntosch (sembra anche di capire i vari modelli), e magari anche i cavi usati per la prova.

Ma capisco che in fondo sono minuzie, pignolerie un po' pedanti per chi, come me, é abituato a leggere le recensioni su Stereophile o The Absolute Sound dove sono specificati tutti i componenti dell’impianto del recensore.

Comunque sia ancora grazie per la bella recensione!

Share this comment


Link to comment
iBan69

Posted

19 minuti fa, SimoTocca ha scritto:
Il 21/10/2019 Alle 18:58, iBan69 ha scritto:

Sono passati anni, e il suono si è evoluto in direzioni diverse da quelle di quei tempi, e se il confronto lo si fa sempre con il passato, non ci si può evolvere.

Scusa, ma questa tua affermazione mi risulta assolutamente incomprensibile.

In che senso “un suono si evolve in direzioni diverse”?

L’unica evoluzione “voluta e cercata” da tutti i progettisti del mondo é quella di ottenere un suono che si avvicini, il più possibile, all’evento sonoro reale, alla realtà quindi. 

Qualunque direzione diversa da questa può portare a vicoli ciechi o a disastri.

Io non conosco le nuove Electa Amator III (o meglio le ho sentite poco e male ad una mostra) ma conosco bene le Amator I, diffusore che ho amato ma non ho mai posseduto perché al tempo ero studente e le casse costavano troppo per le mie tasche...

C’é da capire solo se le nuove siano più fedeli delle vecchie alla “realtà sonora”: se sì, la direzione nuova é quella giusta..

Ciao, hai interpretato male la mia affermazione ... ma, se non conosci il primo “vecchio” suono Sonus Faber (quello di Serblin, per intenderci), è più complicato capirlo.

Comunque, la maggioranza dei costruttori di prodotti hifi, che hanno almeno più di 20 anni sulle spalle, hanno modificato il suono dei loro prodotti (ci sono anche eccezioni, però), complice l’uso di nuove tecnologie, di nuovi materiali, e non ultimo questa tendenza alla iper definizione che tanto è decantata. Non esiste un suono solo, ne esistono tantissimi, nell’alta fedeltà! Quindi tu hai interpretato il suono in senso assoluto (quello suonato, non riprodotto, per capirci), invece, io parlavo di quello riprodotto da dei diffusori progettati e costruiti più di vent’anni fa, che avevano un suono diverso rispetto alle versioni precedenti e che oggi si cerca di riscoprire.

Comunque, sai bene anche tu che, qualunque diffusore, riproduce una verosimiglianza della realtà sonora, e che questa non può essere eguagliata, anche da un diffusore da 100.000€, sarà solo, un po’ più verosimile! 😉

Share this comment


Link to comment
SimoTocca

Posted

@iBan69 

Sono d’accordo con tutto quello che hai detto, ora che hai articolato nel dettaglio il tuo ragionamento...

Il suono delle vecchie Electa Amator lo conosce bene, sono queste nuove che praticamente non ho ascoltato...

D’altra parte anche al Munich HiEnd, negli ultimi 3 o 4 anni almeno, ascoltare le Sonus Faber era impossibile (erano spesso esposte le grandi, le Aida se non erro, collegate a quegli ampli dal design bizzarro e dal costo esorbitante di Dan D’Agostino (spesso presente in persona nello stand...) ma fatte suonare in sottofondo perché immerse in un gigantesco stand senza pareti o divisori...

Era possibile invece ascoltare le Ktema, ultimo affascinante progetto di Serblin, ma fatte suonare in saletta piccolissima e bassissima, certamente non adatta a quelle casse, e con impianto tutto Accuphase, eccellente sulla carta, ma nei fatti non l’abbinamento ideale per le Ktema...

Share this comment


Link to comment
vignotra

Posted

@jimbo Non sono pochi nè molti. Un diffusore di questa classe si merita il meglio anche come potenza. Per preservare la dinamica io non scenderei sotto i 200 watt come minimo.

Share this comment


Link to comment
GianGastone

Posted

Il fodo in marmo e' terrificante. Poi funzionera' per quello che deve fare ma il risultato nel suo insieme e' di una bruttezza terrificante. O meglio pacchianeria.

Ben riuscita la filatura della stondatura.

Il problema semmai e' un altro, questo genere di estetica vuoi per l'eta vuoi per il numero di imitazioni lo trovo "vecchio", abusato, banalizzato. In fondo e' diventato anonimo. E forse per questo ormai in Sonus e' un tripudio di cuciture, cromature, pellami e ora marmo. Da prodotto elegante a dal sapore autentico e' ormai uno stereotipo a mio parere agonizzante, tenuto in vita a forza. Resta che come disegna Livio ben pochi. I problemi vengono dopo.

Preferico i modelli semplicemente laccati.

Share this comment


Link to comment
giannisegala

Posted

Ciao, non conosco le nuove E. A. ma sono un possessore del primo modello. Sono diffusori ancora oggi molto prestanti. Franco Serblin  non le amava moltissimo  per via del tweeter, troppo protagonista secondo il suo parere. Lui preferiva il D 28 delle Minima  che poi mise pure sulle Guarneri Homage. Non facili da posizionare per via del basso piuttosto gonfio ed invadente. Comunque, se riuscite a sistemarle per bene   sarete ripagati  con  un  risultato eccezionale. Per via del suono che,  come ha scritto Iban, non sarebbe più attuale vi dico che chi scrive così probabilmente non le conosce affatto,  oppure non le ha messe  nelle condizioni per potersi esprimere al meglio.

E' vero, in questi  ultimi anni parecchie cose sono cambiate, ma vi assicuro che se vi facessi ascoltare un impianto full anni '80 che ho a casa mia fareste molta fatica a capire l'età degli apparecchi. Complimenti a Vincenzo  per la recensione. A proposito, sapete che mi scrisse Franco Serblin poco prima di morire riguardo a quale  fosse il suo capolavoro?  Senza ombra di dubbio, mi scrisse, le Minima FM2.

Le  creature che più amava senza se e senza ma. Alla prossima.

gianni

Share this comment


Link to comment
Guest
Add a comment...

×   Pasted as rich text.   Restore formatting

  Only 75 emoji are allowed.

×   Your link has been automatically embedded.   Display as a link instead

×   Your previous content has been restored.   Clear editor

×   You cannot paste images directly. Upload or insert images from URL.

  • Inserimenti

    • oscilloscopio
      By oscilloscopio in La Sala del Caminetto
         27
      Un po’ di storia.
      L’orologio notturno può essere considerato, come cita il Brusa “l’apoteosi dell’orologeria italiana ed insieme, la sua superba conclusione”. In effetti con l’inizio del 1700, i maestri orologiai italiani, non seppero mantenere la supremazia conquistata nel corso del XV e XVI secolo, nei confronti della concorrenza, soprattutto inglese e francese. Questo genere di orologi è definito “notturno”, in quanto all’interno della cassa, realizzata prevalentemente in ebano, noce o legno di pero ebanizzato, trova posto un lume o una candela, posti sotto l’apposito camino, atto a smaltire il calore. Tale candela retroillumina la mostra (o quadrante) dell’orologio, realizzato in vetro e spesso decorato da valenti artisti dell’epoca tra i quali il
      Maratti, il Trevisani o il Mattioli. Nella mostra è ricavata un’apertura ad arco, lungo la quale scorrono le cifre delle ore, realizzate in metallo traforato, rivestito nella parte posteriore, di materiale traslucido che, nell’oscurità, permette la lettura dell’ora.
       


      L’invenzione dell’orologio notturno è attribuibile ai fratelli Pietro Tommaso, Giuseppe e Matteo Campani, attivi a Roma intorno alla metà del 1600. La richiesta pervenne loro direttamente da Papa Alessandro VII, il quale richiedeva “un orologio per la notte, che mostri bene e distintamente le ore, ma in modo che il lume della lucerna o lampada, non venga ad offendere gli occhi di chi lo riguarda”. Contemporaneamente all’invenzione dell’orologio, i Campani inventarono anche un nuovo tipo di scappamento denominato “a manovella”, che permetteva all’orologio di funzionare senza fare rumore. Per tale invenzione gli ingegnosi fratelli, ricevettero anche dei privilegi (brevetti) anche se (come sovente succede) tale scappamento fu presto copiato da molti orologiai italiani.

      La riscoperta.
      Estate 1999, era da poco terminato il restauro de “L’ultima cena” di Leonardo da Vinci ed in compagnia di mia moglie e dei miei genitori, siamo andati a visitare l’opera restaurata. Terminata la visita ci siamo recati in chiesa poiché, avendo letto su vecchi libri dell’esistenza dell’orologio, volevo visionarlo. Non trovandolo,chiesi lumi ad un frate lì presente. Non era un frate qualsiasi, bensì Padre Lorenzo Celeghin, il Priore della chiesa che, alla mia richiesta, rimase alquanto perplesso, chiedendomi come sapessi di quell’orologio.
      Date le spiegazioni del caso, fummo accompagnati nella sagrestia del Bramante, allora chiusa al pubblico. Ci trovammo in un ambiente mozzafiato, la volta affrescata (presumibilmente dal Bramante), un imponente doppia fila di armadi per arredi sacri in legno finemente intarsiati ed al centro si ergeva questo splendido orologio. Padre Celeghin mi invitò ad aprirlo e visionarlo. Mi resi subito conto che la cassa in legno era stata danneggiata (inizialmente credevo dal bombardamento inglese sulla chiesa, avvenuto nel 1943, cosa però smentita da successivi accertamenti). La testa della Vergine era mozzata, monco uno degli angeli alla base del timpano e la struttura lignea era scheggiata in diversi punti. Visionando poi la meccanica, vidi che fortunatamente, era completa (mancava solo il pendolo) anche se, i tentativi di ripristino avvenuti nei secoli precedenti, erano stati eseguiti con evidente imperizia ed approssimazione. Terminata l’osservazione dell’orologio, Padre Celeghin espresse il desiderio di rimetterlo in funzione (chiaramente a titolo gratuito, non possedendo la curia, i fondi per finanziare l’operazione). Presi a questo punto contatti con Luigi Pippa, massimo esperto italiano e non solo, nel restauro meccanico di orologi e pendoleria antica (sono sue le ricostruzioni dell’astrario di Giovanni de Dondi, presenti al Museo della scienza e della tecnologia di Milano e del museo dell’orologeria di La Chaux de Fonds in Svizzera. Già conoscevo il Pippa per altri motivi ed insieme, organizzammo un secondo sopralluogo per visionare la macchina; contestualmente ci trovammo anche con Claudio Fociani, restauratore accreditato presso la chiesa, che avrebbe dovuto occuparsi della cassa lignea e della ricostruzione delle parti mancanti. Con l’approvazione dei due restauratori ad effettuare gratuitamente il lavoro (vista l’importanza di quell’orologio) e con la benedizione di Padre Celeghin, iniziò il processo di restauro.
       
      L’orologio 
      L’orologio fu costruito da Jean Baptiste Gonnon, orologiaio francese originario di Thiers e trasferitosi a Milano nella seconda metà del XVII secolo, al seguito del conte Antonio Lopez Fuensalida, vicerè di Spagna e governatore del ducato milanese. Gonnon ottenne la cittadinanza nel 1667 con il nome di Gio Batta Gonone. Oltre a quello in oggetto, sappiamo costruì un grande orologio a pendolo, per il campanile di San Gottardo a Milano, di cui fu anche temperatore (addetto alla manutenzione e regolazione) sino al 1704. Di questo Maestro orologiaio, sono conosciuti anche un orologio da tasca senza conoide, con cassa in ferro forgiato ed appartenente ad un collezionista americano, una pendola ad edicola su piedi in bronzo, realizzata a Milano ed ora nel museo di Lione, ed un secondo orologio notturno, molto simile per dimensioni e caratteristiche, a quello di Santa Maria delle Grazie.  L’esemplare che è stato restaurato, poggia su una base con quattro leoni che lo sorreggono ed è alto 170 centimetri, incluse la base stessa e la statua della Vergine. La cassa è interamente realizzata in legno di noce, con colonne tortili, capitelli ionico-corinzi e struttura a doppio timpano. Il quadrante è posto all’interno di una cornice intagliata e dorata, ed ha dipinta un’allegoria sulla provvisorietà della vita terrena; si osserva infatti una grande barca, con i passeggeri che vogano, mentre il tempo regge il timone. Completa l’immagine, la consueta apertura ad arco, al cui interno scorrono le placchette con incise le ore. Sopra il quadrante, è posizionato un cartiglio dorato e inciso, che recita: “MDCLXXX F. Felix Barberivs felice expectas exitv nescies mortis horam horarvm mesura sacrestie sacravit die III aprilis” che può essere tradotto come: “Nel 1680 frate Felice Barbieri, nell’attesa di una fine felice, ed ignaro dell’ora della morte, volle dedicare la misura delle ore, a questa sagrestia il giorno 3 di aprile”. Non è chiaro se l’orologio, sia stato solo posizionato da frate Barbieri, o sia stato commissionato dallo stesso al Gonnon, che lo ha poi realizzato. Considerando comunque gli eventi e l’epoca che hanno portato il Gonnon a Milano, la data 1680 potrebbe corrispondere, a quella di realizzazione dell’orologio. Sopra il cartiglio, è presente un secondo quadrante metallico, sul quale è possibile leggere: il mese, la data, le fasi lunari, l’età della luna, i segni zodiacali, le allegorie delle quattro stagioni e, nell’apertura in basso a destra, le allegorie dei pianeti, che danno nome ai giorni della settimana. In alto sul quadrante, è incisa una seconda iscrizione che recita: “Menses atq dies planetas tempora lunas cerne sed in vita sydera nulla colas” che può essere visto, come un ammonimento a non tener conto degli oroscopi e delle superstizioni e si può tradurre con: “Conosci i mesi, i giorni, i pianeti, lo scorrere del tempo, le lunazioni, ma nella vita, non considerare i corpi celesti”.
      Il movimento è a platine circolari, separate da quattro colonnine, molla a rocchetto e cricchetto, con conoide a budello. Lo scappamento doveva essere originariamente a manovella, modificato in tempi successivi a verga. Un’asta rotante, collegata al movimento principale, trasmette la marcia al quadrante superiore del calendario, con quattro ruote dentate.

      Il restauro
      Il processo di restauro, ebbe inizialmente una battuta di arresto, in quanto nei primi mesi del 2000, venne improvvisamente a mancare Padre Celeghin. Dopo alcuni mesi Padre Stefano Rabacchi, fu nominato suo successore. Il nuovo Priore apprese con entusiasmo l’iniziativa del restauro ed i lavori poterono proseguire. La prima fase consistè, nell’ottenere l’autorizzazione dall’Intendenza delle Belle arti, a cui sia il sig. Pippa che il sig. Fociani, dovettero presentare il progetto di restauro relativo ai loro interventi. Come purtroppo sappiamo, le tempistiche dell’amministrazione pubblica sono bibliche e si dovette aspettare quasi un anno per ottenere l’autorizzazione a procedere. Qui termina la mia parte “attiva” in questa storia, riporterò adesso un riassunto, della procedura di restauro meccanico, cortesemente fornitami dal sig. Pippa. Purtroppo non sono in possesso della documentazione relativa al restauro della cassa, che resta nelle mani del sig. Fociani.
      “Per prima cosa sono state rimosse le meccaniche dalla cassa, quindi, completamente smontate per la pulitura ed aggiustatura. La maggior parte dei danni, sono stati creati da vecchi interventi, eseguiti in modo maldestro. Il danno più grave, è stato causato dalla molla di carica, con l’occhiello di fissaggio talmente slabbrato, che, sganciandosi durante la ricarica, scaricava tutta la forza sulla prima ruota, stortandone leggermente alcuni denti. E’ stato quindi rifatto l’occhiello della molla e rinforzato l’aggancio al bariletto. Sono stati raddrizzati i denti della prima ruota e sostituito il budello usurato, con una nuova corda in budello naturale. Quando venne sostituito lo scappamento a manovella, con quello a verga, il ponte posteriore della verga, era stato privato delle spine di posizionamento, ed il foro della vite di fissaggio allargato, per permettere un posizionamento empirico della verga. Lo scappamento è stato quindi rettificato, ed una volta messo a punto, sono state ripristinate le spine di posizionamento, del ponte della verga. Per rimbussolare il perno del conoide, era stata inserita nella platina, una bussola più alta di quella originaria, ed era stata poi spianata con una lima, graffiando ed abradendo parzialmente la firma del Gonnon. Una frattura alla forchetta del pendolo, era stata rabberciata mediante fil di ferro, eliminato l’accrocco, i monconi sono stati inguainati, con un tubetto di ottone saldato ad argento.
      Le ruote ed i perni sono stati disossidati in bagni sgrassanti e lucidati a mano, con spazzole di diversa robustezza.

      Non è stato necessario il rimbussolamento dei perni, in quanto, vista l’ottima qualità dei materiali, ancora in buone condizioni. I bracci di ferro che sostengono il movimento, sono stati raschiati e protetti, con vernice giapponese. Il pendolo mancante è stato ricostruito e tarato, nello stile dell’epoca. Le targhette delle ore sono state pulite e protette, è stata sostituita la seta che le rivestiva, ed è stata revisionata la catena, in quanto non permetteva un fluido scorrimento delle ore sul quadrante. La ricarica dell’orologio è giornaliera e si effettua sul fianco sinistro della cassa. E’ stata costruita una chiave allungata, bloccata sul perno di carica da due bulloncini a mano e, la cui impugnatura, si raggiunge aprendo lo sportello laterale della cassa. Il meccanismo del calendario, non presentava usura o rotture, era solo bloccato da incrostazioni e lubrificanti essiccati. Le parti meccaniche, sono state immerse in bagni sgrassanti e le parti arrugginite, raschiate e protette con paraffina liquida. I dischetti rotanti, dipinti con le allegorie, sono stati tamponati con soluzione antiossidante ed i dischetti argentati, protetti con vernice giapponese, come la piastra anteriore, ed il disco rotante. La fascia della data, è stata riargentata manualmente, con nitrato d’argento, mentre l’indice d’acciaio che era leggermente ossidato, è stato spazzolato e conserva la brunitura originale.”

      Conclusioni
      Alla fine del 2002, un sabato mattina, ci ritrovammo tutti e quattro nella sagrestia del Bramante: Fociani con la cassa restaurata, il Pippa con il movimento rimesso a nuovo, Padre Stefano ed il sottoscritto, ad osservare compiaciuti le ultime fasi dell’assemblaggio: l’orologio era finalmente restaurato e funzionante!  Terminata l’operazione e fatta la foto di rito, fummo invitati a pranzo alla mensa dei frati, dove venimmo pubblicamente ringraziati, e ci venne donato un libro sulla storia della chiesa e del convento di Santa Maria delle Grazie, con tanto di benedizione e dedica di riconoscimento. Oggi la sagrestia del Bramante, viene aperta in occasione di particolari eventi che si tengono nella chiesa, quindi non posso fare altro che suggerire, a chi si trovasse in zona, di visitarla e visionare di persona, il grande orologio notturno di Jean Baptiste Gonnon. Da destra: Luigi Pippa, Padre Stefano Rabacchi, Claudio Fociani, il sottoscritto).
       

       
       

       
       
       

       
  • I Blog di Melius Club

    1. oscilloscopio
      Latest Entry

      By oscilloscopio,


      Un po’ di storia.
      L’orologio notturno può essere considerato, come cita il Brusa “l’apoteosi dell’orologeria italiana ed insieme, la sua superba conclusione”. In effetti con l’inizio del 1700, i maestri orologiai italiani, non seppero mantenere la supremazia conquistata nel corso del XV e XVI secolo, nei confronti della concorrenza, soprattutto inglese e francese. Questo genere di orologi è definito “notturno”, in quanto all’interno della cassa, realizzata prevalentemente in ebano, noce o legno di pero ebanizzato, trova posto un lume o una candela, posti sotto l’apposito camino, atto a smaltire il calore. Tale candela retroillumina la mostra (o quadrante) dell’orologio, realizzato in vetro e spesso decorato da valenti artisti dell’epoca tra i quali il
      Maratti, il Trevisani o il Mattioli. Nella mostra è ricavata un’apertura ad arco, lungo la quale scorrono le cifre delle ore, realizzate in metallo traforato, rivestito nella parte posteriore, di materiale traslucido che, nell’oscurità, permette la lettura dell’ora.
       

      foto8_1024.thumb.jpg.ae515ebd23558e3d12dce5e833a5397d.jpg


      L’invenzione dell’orologio notturno è attribuibile ai fratelli Pietro Tommaso, Giuseppe e Matteo Campani, attivi a Roma intorno alla metà del 1600. La richiesta pervenne loro direttamente da Papa Alessandro VII, il quale richiedeva “un orologio per la notte, che mostri bene e distintamente le ore, ma in modo che il lume della lucerna o lampada, non venga ad offendere gli occhi di chi lo riguarda”. Contemporaneamente all’invenzione dell’orologio, i Campani inventarono anche un nuovo tipo di scappamento denominato “a manovella”, che permetteva all’orologio di funzionare senza fare rumore. Per tale invenzione gli ingegnosi fratelli, ricevettero anche dei privilegi (brevetti) anche se (come sovente succede) tale scappamento fu presto copiato da molti orologiai italiani.


      La riscoperta.
      Estate 1999, era da poco terminato il restauro de “L’ultima cena” di Leonardo da Vinci ed in compagnia di mia moglie e dei miei genitori, siamo andati a visitare l’opera restaurata. Terminata la visita ci siamo recati in chiesa poiché, avendo letto su vecchi libri dell’esistenza dell’orologio, volevo visionarlo. Non trovandolo,chiesi lumi ad un frate lì presente. Non era un frate qualsiasi, bensì Padre Lorenzo Celeghin, il Priore della chiesa che, alla mia richiesta, rimase alquanto perplesso, chiedendomi come sapessi di quell’orologio.258697532_FOTOB_768.thumb.jpg.732f6dd307d184e6efcc4d5cebb31ebd.jpg
      Date le spiegazioni del caso, fummo accompagnati nella sagrestia del Bramante, allora chiusa al pubblico. Ci trovammo in un ambiente mozzafiato, la volta affrescata (presumibilmente dal Bramante), un imponente doppia fila di armadi per arredi sacri in legno finemente intarsiati ed al centro si ergeva questo splendido orologio. Padre Celeghin mi invitò ad aprirlo e visionarlo. Mi resi subito conto che la cassa in legno era stata danneggiata (inizialmente credevo dal bombardamento inglese sulla chiesa, avvenuto nel 1943, cosa però smentita da successivi accertamenti). La testa della Vergine era mozzata, monco uno degli angeli alla base del timpano e la struttura lignea era scheggiata in diversi punti. Visionando poi la meccanica, vidi che fortunatamente, era completa (mancava solo il pendolo) anche se, i tentativi di ripristino avvenuti nei secoli precedenti, erano stati eseguiti con evidente imperizia ed approssimazione. Terminata l’osservazione dell’orologio, Padre Celeghin espresse il desiderio di rimetterlo in funzione (chiaramente a titolo gratuito, non possedendo la curia, i fondi per finanziare l’operazione). Presi a questo punto contatti con Luigi Pippa, massimo esperto italiano e non solo, nel restauro meccanico di orologi e pendoleria antica (sono sue le ricostruzioni dell’astrario di Giovanni de Dondi, presenti al Museo della scienza e della tecnologia di Milano e del museo dell’orologeria di La Chaux de Fonds in Svizzera. Già conoscevo il Pippa per altri motivi ed insieme, organizzammo un secondo sopralluogo per visionare la macchina; contestualmente ci trovammo anche con Claudio Fociani, restauratore accreditato presso la chiesa, che avrebbe dovuto occuparsi della cassa lignea e della ricostruzione delle parti mancanti. Con l’approvazione dei due restauratori ad effettuare gratuitamente il lavoro (vista l’importanza di quell’orologio) e con la benedizione di Padre Celeghin, iniziò il processo di restauro.

       

      L’orologio 
      L’orologio fu costruito da Jean Baptiste Gonnon, orologiaio francese originario di Thiers e trasferitosi a Milano nella seconda metà del XVII secolo, al seguito del conte Antonio Lopez Fuensalida, vicerè di Spagna e governatore del ducato milanese. Gonnon ottenne la cittadinanza nel 1667 con il nome di Gio Batta Gonone. Oltre a quello in oggetto, sappiamo costruì un grande orologio a pendolo, per il campanile di San Gottardo a Milano, di cui fu anche temperatore (addetto alla manutenzione e regolazione) sino al 1704. Di questo Maestro orologiaio, sono conosciuti anche un orologio da tasca senza conoide, con cassa in ferro forgiato ed appartenente ad un collezionista americano, una pendola ad edicola su piedi in bronzo, realizzata a Milano 593603950_FOTOC_1280.thumb.jpg.2c983d11bede94da81e0369fe528d63a.jpged ora nel museo di Lione, ed un secondo orologio notturno, molto simile per dimensioni e caratteristiche, a quello di Santa Maria delle Grazie.  L’esemplare che è stato restaurato, poggia su una base con quattro leoni che lo sorreggono ed è alto 170 centimetri, incluse la base stessa e la statua della Vergine. La cassa è interamente realizzata in legno di noce, con colonne tortili, capitelli ionico-corinzi e struttura a doppio timpano. Il quadrante è posto all’interno di una cornice intagliata e dorata, ed ha dipinta un’allegoria sulla provvisorietà della vita terrena; si osserva infatti una grande barca, con i passeggeri che vogano, mentre il tempo regge il timone. Completa l’immagine, la consueta apertura ad arco, al cui interno scorrono le placchette con incise le ore. Sopra il quadrante, è posizionato un cartiglio dorato e inciso, che recita: “MDCLXXX F. Felix Barberivs felice expectas exitv nescies mortis horam horarvm mesura sacrestie sacravit die III aprilis” che può essere tradotto come: “Nel 1680 frate Felice Barbieri, nell’attesa di una fine felice, ed ignaro dell’ora della morte, volle dedicare la misura delle ore, a questa sagrestia il giorno 3 di aprile”. Non è chiaro se l’orologio, sia stato solo posizionato da frate Barbieri, o sia stato commissionato dallo stesso al Gonnon, che lo ha poi realizzato. Considerando comunque gli eventi e l’epoca che hanno portato il Gonnon a Milano, la data 1680 potrebbe corrispondere, a quella di realizzazione dell’orologio. Sopra il cartiglio, è presente un secondo quadrante metallico, sul quale è possibile leggere: il mese, la data, le fasi lunari, l’età della luna, i segni zodiacali, le allegorie delle quattro stagioni e, nell’apertura in basso a destra, le allegorie dei pianeti, che danno nome ai giorni della settimana. In alto sul quadrante, è incisa una seconda iscrizione che recita: “Menses atq dies planetas tempora lunas cerne sed in vita sydera nulla colas” che può essere visto, come un ammonimento a non tener conto degli oroscopi e delle superstizioni e si può tradurre con: “Conosci i mesi, i giorni, i pianeti, lo scorrere del tempo, le lunazioni, ma nella vita, non considerare i corpi celesti”.

      foto7.thumb.jpg.e50ed37b0317b55a500fc4f145c7eed5.jpgIl movimento è a platine circolari, separate da quattro colonnine, molla a rocchetto e cricchetto, con conoide a budello. Lo scappamento doveva essere originariamente a manovella, modificato in tempi successivi a verga. Un’asta rotante, collegata al movimento principale, trasmette la marcia al quadrante superiore del calendario, con quattro ruote dentate.


      Il restauro
      Il processo di restauro, ebbe inizialmente una battuta di arresto, in quanto nei primi mesi del 2000, venne improvvisamente a mancare Padre Celeghin. Dopo alcuni mesi Padre Stefano Rabacchi, fu nominato suo successore. Il nuovo Priore apprese con entusiasmo l’iniziativa del restauro ed i lavori poterono proseguire. La prima fase consistè, nell’ottenere l’autorizzazione dall’Intendenza delle Belle arti, a cui sia il sig. Pippa che il sig. Fociani, dovettero presentare il progetto di restauro relativo ai loro interventi. Come purtroppo sappiamo, le tempistiche dell’amministrazione pubblica sono bibliche e si dovette aspettare quasi un anno per ottenere l’autorizzazione a procedere. Qui termina la mia parte “attiva” in questa storia, riporterò adesso un riassunto, della procedura di restauro meccanico, cortesemente fornitami dal sig. Pippa. Purtroppo non sono in possesso della documentazione relativa al restauro della cassa, che resta nelle mani del sig. Fociani.

      “Per prima cosa sono state rimosse le meccaniche dalla cassa, quindi, completamente smontate per la pulitura ed aggiustatura. La maggior parte dei danni, sono stati creati da vecchi interventi, eseguiti in modo maldestro. Il danno più grave, è stato causato dalla molla di carica, con l’occhiello di fissaggio talmente slabbrato, che, sganciandosi durante la ricarica, scaricava tutta la forza sulla prima ruota, stortandone leggermente alcuni denti. E’ stato quindi rifatto l’occhiello della molla e rinforzato l’aggancio al bariletto. Sono stati raddrizzati i denti della prima ruota e sostituito il budello usurato, con una nuova corda in budello naturale. Quando venne sostituito lo scappamento a manovella, con quello a verga, il ponte posteriore della verga, era stato privato delle spine di posizionamento, ed il foro della vite di fissaggio allargato, per permettere un posizionamento empirico della verga. Lo scappamento è stato quindi rettificato, ed una volta messo a punto, sono state ripristinate le spine di posizionamento, del ponte della verga. Per rimbussolare il perno del conoide, era stata inserita nella platina, una bussola più alta di quella originaria, ed era stata poi spianata con una lima, graffiando ed abradendo parzialmente la firma del Gonnon. Una frattura alla forchetta del 671663903_FOTOE.thumb.jpg.499e4c3acd99f314daff05fd89f4564b.jpgpendolo, era stata rabberciata mediante fil di ferro, eliminato l’accrocco, i monconi sono stati inguainati, con un tubetto di ottone saldato ad argento.

      Le ruote ed i perni sono stati disossidati in bagni sgrassanti e lucidati a mano, con spazzole di diversa robustezza.

      Non è stato necessario il rimbussolamento dei perni, in quanto, vista l’ottima qualità dei materiali, ancora in buone condizioni. I bracci di ferro che sostengono il movimento, sono stati raschiati e protetti, con vernice giapponese. Il pendolo mancante è stato ricostruito e tarato, nello stile dell’epoca. Le targhette delle ore sono state pulite e protette, è stata sostituita la seta che le rivestiva, ed è stata revisionata la catena, in quanto non permetteva un fluido scorrimento delle ore sul quadrante. La ricarica dell’orologio è giornaliera e si effettua sul fianco sinistro della cassa. E’ stata costruita una chiave allungata, bloccata sul perno di carica da due bulloncini a mano e, la cui impugnatura, si raggiunge aprendo lo sportello laterale della cassa. Il meccanismo del calendario, non presentava usura o rotture, era solo bloccato da incrostazioni e lubrificanti essiccati. Le parti meccaniche, sono state immerse in bagni sgrassanti e le parti arrugginite, raschiate e protette con paraffina liquida. I dischetti rotanti, dipinti con le allegorie, sono stati tamponati con soluzione antiossidante ed i dischetti argentati, protetti con vernice giapponese, come la piastra anteriore, ed il disco rotante. La fascia della data, è stata riargentata manualmente, con nitrato d’argento, mentre l’indice d’acciaio che era leggermente ossidato, è stato spazzolato e conserva la brunitura originale.”

      Conclusioni
      Alla fine del 2002, un sabato mattina, ci ritrovammo tutti e quattro nella sagrestia del Bramante: Fociani con la cassa restaurata, il Pippa con il movimento rimesso a nuovo, Padre Stefano ed il sottoscritto, ad osservare compiaciuti le ultime fasi dell’assemblaggio: l’orologio era finalmente restaurato e funzionante!  Terminata l’operazione e fatta la foto di rito, fummo invitati a pranzo alla mensa dei frati, dove venimmo pubblicamente ringraziati, e ci venne donato un libro sulla storia della chiesa e del convento di Santa Maria delle Grazie, con tanto di benedizione e dedica di riconoscimento. Oggi la sagrestia del Bramante, viene aperta in occasione di particolari eventi che si tengono nella chiesa, quindi non posso fare altro che suggerire, a chi si trovasse in zona, di visitarla e visionare di persona, il grande orologio notturno di Jean Baptiste Gonnon. Da destra: Luigi Pippa, Padre Stefano Rabacchi, Claudio Fociani, il sottoscritto).

       

      340871183_FOTOF.jpg.2a28cab661d60730d763ea0471427491.jpg

       

       

      foto13.thumb.jpg.0c4f9c24ee3d4df87c4ec5b644a18c78.jpg

       foto20.thumb.jpg.268b72c9cc6c3b1e9874a881d97aa969.jpg

       

       

      foto15.jpg.88176f41d54a8e6e44cd16e2ef9af7ab.jpg
       

    2. tunedguy57
      Latest Entry

      By tunedguy57,


      Annuncio su rivista Mercatino: "Vendo Marantz 1060 perfette condizioni lire 50.000".

      Telefono e mi precipito. Trovo una coppia sui quaranta anni in piena baruffa, apre lui incazzatissimo, mi presento.

      Lei si fa avanti e sbrigativa mi dice di venire in soggiorno, l'amplificatore è sul tavolo: è perfetto, vicino c'è anche l'owner manual.
       

      Marantz_Model_1060_g.jpg.a119974d390105428f85eedf6eebf7fa.jpg

      I due discutono, lui alza la voce, arriva in soggiorno e fa: "E 'sta storia cos'è?"
      Lei, con fare sicuro: "Questo amplificatore è mio e lo vendo io!"
      Lui: "E a quanto lo vendi?"
      Lei: "E a te che te ne frega? E' forse tuo?"

      Sono imbarazzato, vorrei andarmene via lasciandoli alla loro discussione e dico alla donna (una bella donna): "Senta se permette, tornerei quando vi siete messi d'accordo!"
      Lui col Mercatino in mano arriva come una furia e urla: "Cosa? Cinquantamila lire? Ma vale molto di più!"
      Sono sempre più imbarazzato. Lei afferra il Marantz e il manuale e me li porge: "Se li prenda!"
      Io, "Signora se lei crede le posso pagare di più, non voglio approfittare della situazione!"
      Lei mi bisbiglia in un orecchio "Se lo prenda gratis, così a quello gli faccio ancora più nervoso!"
      E io: "Non posso accettare!"

      Lui intanto gridava come un ossesso...
      Lei, bella, bionda e signorile, mi appioppa l'ampli in mano ed esclama: "Va bene così! Non voglio nulla! Glielo regalo!"
      Lui ammutolisce. Lei lo guarda, io mi sento una m***a.
      Silenzio di qualche secondo... lui esce sbattendo la porta.
      Lei allora mi fa: "be', allora me le dà queste cinquantamila lire?"
      E io: "Ehm... certo, certo! Ma è sicura? Vista la situazione mi pare di rubarlo!"
      Allora lei, spazientita: "Se io voglio regalare, regalo! Sono o non sono padrona di fare ciò che voglio con la roba mia?"
      E io: "Si certo, ecco qua le cinquantamila" Non vedevo l'ora di andarmene da là.

      Scesi le scale che mi tremavano le gambe... quello era un Marantz maledetto... Tornato a casa lo appoggiai sulla mensola e non lo accesi.

      Solo qualche giorno dopo lo accesi, quando l'eco di quelle urla si era diradato nella mia mente: era vero!

      Funzionava perfettamente.

    3. Avevo intorno ai 15 anni quando scesi santa Teresa, arrivai sotto Port'Alba e consegnai due settimane di sudati risparmi a Guida. E fu così che mi accaparrai la prima edizione dell'opera prima di uno sconosciuto scrittore napoletano.
      La comprai al buio, come allora si compravano libri e dischi, ma me ne aveva parlato bene una persona di fiducia e allora decisi di rischiare.

      Ho poi incontrato di persona Luciano De Crescenzo, ben 25 anni dopo, teneva una conferenza nelle cantine storiche di Mastroberardino accompagnato da una giovanissima etèra vestita come Aspasia, la sua preferita. In quei 25 anni era passato da scrittore dopolavorista a Maestro di un genere letterario e cinematografico creato da lui stesso.

      Grazie professore per avermi insegnato l'ironia ed essere riuscito dove anche Geymonat e Adorno a volte avevano fallito.

      Ci rivedremo, non importa quando, tanto il tempo non esiste.
       

       

    4. INGRESSO.thumb.JPG.96b89f760d250b9e7058bd6fe8b766e5.JPG

       

      La vera magia che compie il Carnevale è quella di fermare il tempo: almeno per qualche giorno si può dimenticare il quotidiano e lasciarsi trasportare in un mondo fantastico, ritornare bambini inventarsi battaglie a colpi di coriandoli e volare con la fantasia in quei mondi fatti di streghe, elfi, draghi, fate, creature misteriose che evocano personaggi mitologici o del futuro che viaggiano nel nostro inconscio: DES MONDES FANTASTIQUES!

      Questo è stato il tema dell’ 86esimo Carnevale di Menton durante la tradizionale e celebre Fête du Citron che ha richiamato una gran folla entusiasta un po’ da tutto il mondo.

      Domenica eravamo 240000 e, alla fine, tutti eravamo cosparsi di “confettis” (coriandoli). Moltissimi i controlli e massiccia la presenza dei gendarmi ma,  più importante ed evidente, era la voglia di fare festa e divertirsi tutti insieme... no, non c’erano gilets jaunes ma tanti...citrons jaunes che, volentieri,  giocavano e si facevano fotografare soprattutto con i bambini. La temperatura era quasi estiva, il sole splendeva e, nel cielo, neanche una nuvola! Dopo la burrasca dei giorni scorsi, anche il mare si era calmato. La scenografia era quindi perfetta!

      Prima di partire con le foto delle cartoline, però, leggete il lato B, quello che vi racconta qualcosa sulle origini e la storia di questa bella festa, e probabilmente scoprirete qualche notizia interessante. Buon divertimento!

       

      #############################

      L’idea del Carnevale a Mentone, fino allora legato a quello di Nizza, è venuta all'inizio del 1900 ad opera di alcuni albergatori che volevano alimentare e intrattenere i villeggianti durante la stagione in cui era tradizione che re, principi, nobili, imprenditori, artisti e ricchi borghesi venissero su “la Côte” a trascorrere qualche salutare settimana al mare cercando anche di curare quel triste mal sottile che era la piaga del tempo. 

      Il Carnevale di Nizza, antichissimo e risalente addirittura al XIII secolo, era l’appuntamento ideale con la sua famosa Parade e i fantastici fuochi artificiali che chiudevano i festeggiamenti . Anche la regina Vittoria partecipò alla manifestazione nel 1882. 

      Una simpatica curiosità: durante questo periodo, nella seconda serata, si svolgeva una famosa e attesa gara, retaggio genovese, che era chiamata dei “Moucouleti”.

      In realtà, come racconta la storia, questa serata presentava un gioco molto divertente dedicato agli innamorati: i giovani tenevano in mano una candela accesa mentre le ragazze la portavano ugualmente ma tenendola, con la mano alzata, sulla testa. Il combattimento consisteva nel cercare, soffiando, di spegnere a vicenda la candela degli avversari mantenendo accesa la propria. Anche le ragazze cercavano di spegnere quella di quei corteggiatori che non gradivano o quelle delle rivali. Quelli che riuscivano a mantenere il moccolo acceso cercavano poi di spegnere quello della ragazza di cui erano innamorati: se ci riuscivano avevano in premio il bacio della fanciulla amata.

      @

      Intanto, nel 1929, quando si diceva che Mentone fosse il primo produttore di limoni del continente, un albergatore decise di allestire una Mostra di Fiori e di Agrumi  nel giardino dell’Hotel Riviera. L’esposizione riscosse un notevole interesse tanto che, a poco, si sviluppò sempre di più arricchendosi di carretti decorati di agrumi, piante di agrumi e bancarelle disseminati qua e là per la cittadina con graziose majorettes abbigliate in costume. 

       

      Finalmente, la vera FÊTE du CITRON nacque nel 1934 e diventò una manifestazione indipendente dal Carnevale di Nizza, offrendo un proprio défilé “al limone”!

      Nel 1936 apparvero  i primi  manifesti e la Festa si trasferì nei pressi del Casinò, nei giardini pubblici Biovès: qui nacquero le prime creazioni con l’utilizzo di 10000 limoni e 12000 arance: il tema era un omaggio al territorio.

      .

      Da allora, ogni anno, in autunno, viene deciso il tema per il prossimo Carnevale, tuttavia, come succede per tutti gli eventi, alcuni anni sono stati felici e altri meno sia per cause climatiche (anni di forti piogge e addirittura neve nel 1956!) che politiche, come il 1991, soppresso per motivi di sicurezza a causa della guerra del Golfo.

      Ecco le tappe principali e alcuni dei temi importanti che sono stati sviluppati nel corso degli anni passati:

      Nel 1959 gli agrumi dei carri non vengono più infilzati in lunghi spilloni ma ancorati e legati tra loro per mezzo di elastici. Quest’anno ne sono serviti 750000!

      Nel 1973, in omaggio a Jules Verne e allo sbarco sulla luna, il tema è stato: “Dalla Terra alla Luna”; a Jules Verne si ritornerà nel 2013 con “ Il giro del mondo in 80 giorni”.

      Dal 1995 al 1999 i temi sono dedicati agli eroi dei fumetti : Asterix, Obelix, Tintin, Lucky Luke, personaggi di Walt Disney e del film “Fantasia”.

      Nel 2000 sfilano per la prima volta i carri di agrumi articolati nei movimenti.

      Nel 2002 il tema è italiano : Pinocchio.

      Molte edizioni, invece,  hanno scelto temi geografici che spaziano nei viaggi e vanno dalla Cina all’India, a regioni europee e grandi isole.

      L3.thumb.JPG.48d55203ecf972de92d77955e12366e7.JPG

       

      Occupandoci di questioni più pratiche, viene spontaneo domandarsi da dove vengano ben 140 tonnellate di agrumi, quantità impossibile per un comprensorio così piccolo... E poi, se i limoni di Mentone sono così speciali e pregiati, perché sciuparli nella creazione dei carri? E dove finiranno alla fine del Carnevale?Chi li fa e chi li disfa?

      Eccomi qua a cercare di dare una risposta a queste domande che io, come voi, suppongo vi siate posti!

      Allora, da quel che ho saputo, nessuno degli agrumi impiegati proviene dal territorio e neppure dalla Francia! Arrivano in maggioranza dalla Spagna, dal Marocco e, forse anche un po’ dall’Italia e altri Paesi del Mediterraneo. Delle più di 140 tonnellate, acquistate dal Comune, 100 servono per decorare il Jardin, la cui visita costa 12€ e che ospita le strutture immobili. Un po’ più di 30 invece servono per allestire i carri della sfilata ( per assistere i costi vanno dai 10, in piedi ai 25 €, seduti in tribuna) e il restante per risistemare quelle che, nel corso di quindici giorni, periodo della durata della manifestazione, si deteriorano. Alla fine, quando si smontano gli allestimenti, gli agrumi vengono svenduti, per pochi euro, in sacchetti che le famiglie acquistano ( ma solo in parte, circa 6 o 7 tonnellate), per divertirsi creando giochi per i bambini o dilettandosi, a loro volta, in piccole creazioni. Uno dei giochi più comuni è quello di creare piramidi e, sempre con gli agrumi, bombardarle per vedere chi riesce ad abbatterne il maggior numero.

      Va detto che questi agrumi non sono di grande qualità e che, difficilmente si sarebbero venduti perché magari trattati con prodotti non conformi alle norme relative all’alimentazione. Restano comunque dubbi su altri eventuali usi.

      Dalla preparazione allo smantellamento, ogni anno, vengono assunte dal Comune centinaia di persone tra cui molti studenti e pensionati che si avvicendano nei vari compiti.

      L1.thumb.JPG.f1fbb4c189cc8afe6de44a2b7fa54ce7.JPG

       

      Adesso però divertitevi e rilassatevi guardando un po’ di cartoline che arrivano fresche fresche dalla festa del 24 febbraio scorso! Alla sfilata però, lo vedrete, non c’erano solo i carri di agrumi, 10 in tutto, ma parecchie altre attrazioni si susseguivano con performances di acrobati e artisti di strada, animali gonfiabili giganti, danze tipiche eseguite dalle simpatiche e bellissime rappresentanti dei Territori d’Oltre Mare, dame e cicisbei della Commedia dell’arte, violiniste, robot, maschere varie, velocipedi, carri meccanici di mostri  giganteschi che sparavano neve e coriandoli o che sbuffavano fumo dalle narici... Fantasie oniriche di ogni età e di ogni tipo...senza tempo, insomma, come le mie cartoline!CA3.thumb.JPG.3afa2e46908c76f0e59b25d76283c265.JPGCA4.thumb.JPG.c6858f40433065d8e276d242cd62156f.JPGCA5.thumb.JPG.98077b8241b9b351262ff0b891ee259a.JPGCA7.thumb.JPG.29bf76c49f543035cf6d648deaab51d0.JPG

      CA3.thumb.JPG.3afa2e46908c76f0e59b25d76283c265.JPG

      CA8.thumb.JPG.bc49f2879dbd0c2c6887f6536ef6bd93.JPG

      CA1.thumb.JPG.847eb1f46bad2972a4ea3236d1cf894c.JPG

      CA2.thumb.JPG.0b415bad8d9d4e40616af72e12791993.JPG

      .

      Purtoppo la mia carrellata finisce qui, con la Chimère... lo spazio è tiranno e io avevo ancora un po' di cartoline... vedremo se mi sarà possibile inserirne altre prima o poi...per ora restano alcuni spazi vuoti...Peccato!

      BUON CARNEVALE A TUTTI!!! 

      IMPORTANTE! Sono riuscita a postare qui sotto, in altri post successivi...  😁

       

      CA6.JPG



Facebook

About Melius Club

Melius Club è il ritrovo dei cultori di tutte le passioni sospese tra arte e tecnica, appassionati sempre alla ricerca del miglioramento. Melius Club è l'esclusivo spazio web dove coltivare la propria passione, condividere informazioni, raccontare esperienze, valutare prodotti e soluzioni col supporto attivo della comunità degli appassionati.

Riproduzione audio e video, fotografia, musica, dischi, concerti, cinema, teatro, collezionismo e restauro di preziose apparecchiature vintage: qui su Melius hanno spazio tutte le passioni.

 

 

Il servizio web Melius.Club viene offerto al pubblico da Kunigoo S.R.L., start-up innovativa attiva nel settore Internet of content and knowledge, con codice fiscale 07710391215.
Powered by K-Tribes.

Follow us

×
×
  • Create New...

Important Information

Privacy Policy