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Dingo Famelico, storia di un trafficante di vintage audio


lufranz

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Si aggira come uno sciacallo tra mercatini, soffitte e aste on-line con un unico scopo: riempire le proprie tasche. Ma gli affari non vanno sempre per il verso giusto.

Gianni guardò con aria torva il contenuto della valigetta grigia aperta sul tavolo. All’interno si trovava un piccolo, antiquato, registratore a nastro con il guscio di plastica color crema, unica cosa lasciatagli dallo zio Alfonso prima di passare a miglior vita. In pochi secondi emise il suo verdetto: 30/35 euro al massimo, ammettendo che funzionasse.
Gianni, meglio conosciuto come “Dingo Famelico” su un noto sito di aste online, era un trafficante di apparecchi elettronici vintage. “Trafficante” era la parola giusta: la sua attività principale era andare in giro per mercatini e discariche a caccia di qualsiasi cosa che avesse un pur vago aspetto d’epoca, pagarla il meno possibile, provvedere ad una sommaria ripulita, e metterla in vendita con roboanti - e talvolta deliranti - descrizioni che ne decantavano la bellezza ed il valore come raro e pregiato oggetto d’epoca.
Quando il prezioso reperto non era funzionante, si avvaleva dei servigi di Francesco “Pastasalda”, il brufoloso ragazzotto del primo piano che per venti euro (“non di più altrimenti lo butto”, precisava “Dingo” ad ogni incarico) riusciva a rimettere in moto quasi ogni cosa. Gli oggetti riparati da “Pastasalda” di solito funzionavano per poche ore, ma l’importante era che lo facessero almeno una volta a casa dell’incauto acquirente. Gianni stava bene attento a specificare in tutti i suoi annunci che l’oggetto era venduto senza alcuna garanzia, e questa sua astuzia lo aveva salvato da ben più di una richiesta di rimborso dai suoi sventurati clienti.
Ultimamente si era dedicato anche alla lettura dei necrologi sui giornali locali: spesso chi aveva superato la cinquantina conservava con cura “lo stereo” della sua gioventù, e capitava che vedove e orfani più o meno inconsolabili decidessero di sbarazzarsi di tutta la “ferraglia” che il caro estinto aveva conservato per anni in soggiorno. Nei casi più fortunati, il trapassato era stato uno di quei tipi che spendevano decine di migliaia di euro per ascoltare un disco in casa propria, e lui, sfruttando l’incompetenza di chi non aveva idea del reale valore di mercato degli oggetti rimasti, riusciva a portarsi via per quattro palanche impianti completi e di gran pregio, che poi rivendeva a caro prezzo in rete.


Lo zio Alfonso era stato proprio uno di questi individui che sprecavano i loro denari senza capire che un iPod comprato al supermercato avrebbe potuto fare esattamente le stesse cose ed in più riprodurre anche la musica piratata in rete. Nel corso degli anni aveva accumulato una impressionante quantità di apparecchiature hi-fi di pregio: amplificatori, giradischi, diffusori, registratori, tuner, lettori di compact disc, accessori: ogni volta che Gianni entrava in quella taverna si sorprendeva a pensare che una volta deceduto il caro zietto tutto quel ben di Dio sarebbe finito nelle sue mani rapaci di parente più prossimo e trasformato rapidamente in qualcosa di molto più gratificante: un viaggio in qualche paese dell’Est dove meravigliose fanciulle stavano aspettando solo lui, una macchina nuova, cene e divertimenti, vestiti griffati… doveva solo avere pazienza ed esercitare la sua fantasia.
Purtroppo il buon Alfonso, ben consapevole del delizioso curriculum del poco gradito nipote, aveva preparato un brutto scherzo: prima di lasciare questo mondo gli aveva consegnato solamente la valigetta grigia, lasciando tutto il resto ad un non meglio identificato museo storico delle telecomunicazioni per la creazione di una sezione dedicata allo sviluppo dei sistemi di riproduzione audio e video con annessa mediateca e sala di ascolto fruibile dal pubblico. Aveva però specificato che, qualora Gianni si fosse dimostrato almeno una volta nella vita dotato di un minimo di intelligenza, avrebbe potuto trovare un secondo testamento nascosto che annullava il lascito al museo e lo rendeva erede dell’intera collezione, senza alcun vincolo.
 

Gianni aveva buttato la valigetta in un angolo maledicendo quella vecchia carogna che non aveva minimamente apprezzato la visita mensile che lui gli faceva, almeno quando se ne ricordava, e se ne era del tutto dimenticato. Ora che gli affari stavano andando male e non riusciva da diverse settimane a reperire nei cassonetti nulla da spacciare come “meraviglioso vintage”, si era messo a rovistare in soffitta tra tutti gli oggetti inizialmente giudicati come “invendibili” ed aveva ritrovato anche il piccolo registratore dello zio. Attaccò la spina, ruotò una manopola e dopo qualche secondo un lieve ronzio uscì dall’altoparlante. Premette il tasto verde e le bobine iniziarono a girare. Bene – si disse a voce alta Gianni – questa roba funziona, stasera va in asta e se qualche babbeo se la…. La frase gli si spezzò in bocca: dal vecchio registratore, la voce dello zio Alfonso elencava uno ad uno tutti gli apparecchi della collezione e ne specificava il valore. Oltre diecimila euro solo nei primi due minuti di nastro… nella mente avida e ottusa di “Dingo” si formò faticosamente un’intuizione geniale: “E SE QUESTO FOSSE IL TESTAMENTO?”
Preso dall’eccitazione, Gianni proseguì con l’ascolto. L’inventario era terminato, e lo zio adesso si stava rivolgendo direttamente a lui: “Carissimo nonché unico nipote, per quanto ti conosca bene e ti reputi un perfetto imbecille, avido e insensibile, ho voluto comunque lasciarti una possibilità di entrare in possesso di quella collezione che guardavi con occhio rapace ogni volta che venivi a trovarmi a casa. Se stai ascoltando questo nastro, significa che nella tua testa vuota è comunque passato un ricordo della mia persona, quindi porta registratore e nastro dal notaio incaricato dell’esecuzione delle mie volontà”.

Immerso nella visione di decine – o forse centinaia – di lucidi apparecchi svolazzanti per la stanza in mezzo a bianchi angioletti con le ali ricoperte di biglietti da cento euro ed arpe tintinnanti, “Dingo” non aveva fatto caso all’odore di bruciato che si stava diffondendo nell'aria. Un attimo prima di pronunciare il nome del notaio, la voce di zio Alfonso si interruppe con uno scricchiolio, ed una densa voluta di fumo bianco uscì dal registratore.

“NOOOOOOO”, urlò Gianni con gli occhi iniettati di sangue mentre il sogno svaniva nella puzza biancastra, “NON PUOI FARMI QUESTO, MALEDETTO SCHIFOSO!”. In preda ad un attacco d’ira, afferrò con le mani l’incolpevole apparecchio, reo solamente di avere al suo interno un condensatore elettrolitico definitivamente offeso dal passare degli anni, e lo scagliò con forza a terra. Il mobile si ruppe in mille pezzi, ed il fragile coperchio di plastica trasparente che avrebbe dovuto proteggere le bobine saltò via. La bobina piena di nastro con il testamento dello zio descrisse in aria la parte ascendente di una perfetta parabola, secondo le ben note leggi della fisica classica. Nello stesso istante in cui “Dingo” realizzò che se avesse portato il registratore da “Pastasalda” questi lo avrebbe fatto funzionare in pochi minuti, la bobina iniziò a percorrere il ramo discendente della sua traiettoria e dopo una frazione di secondo cadde dentro il caminetto acceso.
L’abominevole imprecazione proferita da “Dingo”, degna del peggior scaricatore di porto, venne udita persino dal geometra che stava cercando gli addobbi di Natale in cantina, sei piani più sotto. Per un attimo a Gianni sembrò che la fiamma sprigionatasi dal vecchio nastro di acetato avesse il profilo di zio Alfonso nell’atto di mostrargli il ben noto “gesto dell’ombrello”…

7 Comments


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lufranz

Posted

Ho ritrovato il secondo. Suppongo di poterlo postare direttamente qui.

PreeeeEEEgo, saaalga, quaaaAAAArto pianooooo. La voce femminile strascicata che usciva dalla griglia accanto ai pulsanti dei campanelli era sicuramente quella che il giorno precedente gli aveva risposto al telefono.

Gianni attraversò il portone e si trovò in un cortile quadrato, circondato dalle mura interne del vecchio palazzo. La finestrella della guardiola era chiusa, probabilmente il portiere aveva deciso di concedersi una pennichella.

Fermo al centro del cortile, si guardò pensieroso intorno. Cinque livelli di ballatoio decoravano le facciate dall’intonaco ormai rovinato, una scala non molto grande ma dall’aspetto robusto saliva da terra fino all’ultimo piano e sembrava essere l’unica via di accesso ai vari appartamenti, le cui porte di ingresso si affacciavano su dei pianerottoli che dalle terrazze rientravano all’interno delle spesse mura. Salire al quarto piano non era un problema, sarebbe stato sicuramente più difficoltoso scendere portandosi in braccio quello che sperava sarebbe stato un ricco bottino.

Gianni, noto nei vari mercatini e siti di aste online come “Dingo Famelico”, era un trafficante – ma forse sarebbe più corretto dire “traffichino” – in apparecchi hi-fi usati e vintage. I suoi affari erano spesso molto vantaggiosi per lui e ben poco per il malcapitato cliente, che nella maggior parte dei casi scopriva di avere acquistato a caro prezzo un rottame riparato alla bell’e meglio dal bieco “Pastasalda”, il brufoloso quindicenne vicino di casa che per poche decine di euro riusciva a rimettere in funzione – di solito per tempi molto brevi – quasi ogni ferrovecchio che il nostro amico recuperava in mercatini e discariche, talvolta persino dai bidoni della spazzatura lungo la strada.

Oltre a rovistare tra i rifiuti, però, Gianni aveva anche un altro modo per procurarsi la merce con cui alimentava il suo commercio: ogni giorno esaminava con attenzione i vari giornali di annunci economici e le pagine dei necrologi, nella speranza di imbattersi in qualche addolorato parente di audiofilo appena deceduto che, ignaro del valore di quanto aveva lasciato su questo mondo il caro estinto, volesse solo sbarazzarsi di quegli ingombranti apparecchi che gli erano capitati tra capo e collo. Spesso e volentieri questo tipo di “caccia” gli permetteva di procurarsi oggetti di valore e in ottime condizioni, dai quali poi riusciva a ricavare cifre ben più importanti dei quattro soldi che gli poteva procurare la comune ferraglia.

Da alcuni mesi gli affari, complice anche la crisi, andavano abbastanza male; così quando gli cadde sotto gli occhi l’annuncio di vendita di un impianto di gran pregio, telefonare sig.ra Elvira ore pasti, ebbe un sussulto: forse era giunto il momento del riscatto, di rimpinguare l’ormai esausto conto corrente alle poste che probabilmente il mese prossimo non sarebbe riuscito neppure a pagare le bollette, di invitare a cena in quel ristorante del centro la formosa Elena, cugina di quello stupidotto di Pastasalda che però faceva tanto comodo, magari se fosse riuscito a mettersi con la ragazza poi avrebbe potuto tirare ancora un po’ sul prezzo delle riparazioni…

Immerso in queste edificanti considerazioni, “Dingo” quasi non si accorse di avere raggiunto il quarto piano e di essere sul pianerottolo proprio davanti alla porta dell’appartamento della signora Elvira. Suonò di nuovo il campanello, ding-dong, e dall’interno la solita voce miagolò un “EccomiiiiIIII…. arriiiIIIvoooo…”  sovrapposto al rumore dei tacchi di una camminata goffa e pesante.

La donna che gli aprì la porta occupava quasi tutto il varco, ed era sicuramente uno degli esseri umani più vasti che Gianni avesse mai visto di persona. Alta quasi un metro e ottanta e con un peso che poteva aggirarsi sui centosettanta – centoottanta chili, indossava una specie di brutto grembiule grigio con disegnati fiori rossi e gialli e delle ciabatte rosa sformate; una massa di capelli grigi palesemente non curati da mesi incorniciava la faccia rotonda in mezzo alla quale troneggiava un naso sproporzionato sorretto da una evidente ombra di baffo da maresciallo in pensione. Il doppio mento poteva tranquillamente essere assimilato ad una tacchinesca pappagorgia, e gli occhi porcini emanavano una luce strana, quasi diabolica.

“Si accoooOOOmodi, venga puuuUUUre dentro, sono sempre così sooOOOlaaa da quando il mio Armando se ne è andatoOOOooo…” tentò di cinguettare il donnone afferrando la mano di Gianni e trascinandolo dentro con uno strattone. Con un lesto colpo di piede chiuse la porta, e l’ingresso, privato della luce esterna, piombò nel buio di una misera lampadina da venti watt che tentava disperatamente di far vedere la propria esistenza affacciandosi da una ossidata e secolare  applique di bronzo.

Spinto dalle grosse mani della donna, Gianni si sedette sul divano di velluto verde che gli era stato indicato. A dire il vero, cominciava ad avvertire dentro di sé una strana sensazione di inquietudine, come una voce che tentava di dirgli di scappare via il più velocemente possibile. Per un attimo fu tentato di dare ascolto al proprio istinto e inventarsi una scusa improvvisata per andarsene, ma il pensiero del meraviglioso impianto hi-fi che sicuramente la signora Elvira gli avrebbe ceduto per quattro soldi gli fece mettere da parte in pochi secondi ogni perplessità ed esitazione. Osservò l’arredamento del salottino: tutti mobili risalenti agli anni sessanta o settanta al massimo, abbastanza ben tenuti e ricoperti di soprammobili di pessimo gusto. La finestra era nascosta da una pesante tenda colore avana, mentre un tappeto probabilmente un tempo di valore e ora buon ostello per pulci e acari ricopriva il pavimento di marmo lucido. Sopra il caminetto troneggiava una testa di cinghiale imbalsamata, e nell’angolo ticchettava placido un orologio a pendolo col mobile intarsiato. Nessun impianto hi-fi in vista, solo un vecchio televisore col mobile di legno appoggiato sul classico carrello con le classiche riviste di gossip sul ripiano sotto.

“Un Campariiii… un amaaaAAArooo… un drinkiiIIIno, eh… non mi dica di nooOOOOooo…” stava muggendo l’Elvira, mentre riempiva un bicchiere di cristallo col contenuto di una polverosa e secolare bottiglia panciuta. Glielo cacciò in mano e si sedette accanto a lui; il divano cigolò tristemente ed ebbe un sussulto, poi si stabilizzò: evidentemente era abituato da tempo a sopportare l’animalesco peso.

“Dingo” sorseggiò il liquido rossastro senza ascoltare le chiacchiere della sua ospite, e decise che era giunto il momento di discutere del motivo della sua visita: “Signora, se non le dispiace vorrei vedere l’impianto hi-fi del suo povero marito, quello che intende vendere, sa, io sono pronto ad acquistarlo in blocco se ci mettiamo d’accordo sul prezzo e…”

“Ma ceeEEErto, venga, è in camera da letto, al mio caro Armando piaceva tanto ascoltare musica mentre riposaaaAAAvaaa… andiamooOOOOoooo…”

Come quello dell’ingresso, anche il lampadario a gocce di vetro della camera ospitava una lampadina troppo fioca per illuminare in modo accettabile la stanza, pur tuttavia Dingo si rese subito conto che non c’era alcun impianto hi-fi in vista, e neppure un mobile nel quale potesse essere celato. Il rumore della porta che si chiudeva fece suonare ancora più forte il campanello di allarme dentro la sua testa, e si girò appena in tempo per vedere la signora Elvira che iniziava ad aprirsi i bottoni del grembiule: “Prendimi amooooOOOOoore, sono tutta tuaaaAAAAAhhhhh…oggi  sarà un giorno meraviglioooOOOsooso”.

Per un millesimo di secondo Gianni rimase come paralizzato a metà tra l’incredulo e l’inorridito, poi dietro la spinta dell’enorme braccio che gli si era posato sulla spalla perse l’equilibrio e cascò lungo disteso sul letto coperto da un liso plaid a fantasia scozzese rossa e verde. Realizzò subito in che razza di guaio era andato a cacciarsi, e con uno scatto sorprendente rotolò sul lato opposto del letto proprio nell’istante in cui la signora Elvira, abbandonato il grembiule a terra, impattò sul punto in si trovava lui un attimo prima. Il contraccolpo fece sollevare di scatto il materasso sotto Gianni, che venne lanciato  in aria per una ventina di centimetri. Ricadde sul letto, balzò giù con un colpo di reni che avrebbe sicuramente ricordato nei giorni successivi, e si mise in piedi di scatto lanciandosi verso la porta per fortuna non chiusa a chiave.

Anche Elvira, con una velocità impossibile per la massa spaventosa che si portava addosso, si alzò in piedi, ma non riuscì a controllare lo slancio e andò a sbattere con tutta la sua mole contro il cassettone destabilizzando la specchiera. Per un attimo lo specchio oscillò mantenendosi in equilibrio, poi pensò che finalmente era giunto il momento di smettere di riflettere ogni giorno lo spettacolo deplorevole della sua padrona appena alzata dal letto al mattino e cadde in avanti esplodendo in un tripudio di frammenti di vetro che si sparsero per tutta la stanza.  Incurante delle schegge vendicative che si erano proditoriamente infilate nelle sue pantofole rosa, Elvira attraversò il corridoio facendo tremare il pavimento e cercò di inseguire Gianni, che nel frattempo aveva già guadagnato la porta di ingresso e si era lanciato giù per le scale alla massima velocità che un essere umano poteva raggiungere con i propri piedi.

Passò come un fulmine davanti al portiere e al ragionier Casoria, appena rientrato da una lunga e noiosa giornata di lavoro, mentre Elvira, ormai conscia della inarrestabile e definitiva fuga della sua preda, si affacciava alla terrazza ululando “NON MI ABBANDONAREEEEEeeee, TOOOOORNA DA ME, AMOOOOREEEE MIIIIIiiioooooohhhhhh….ti voglioooooooohh…”

-          Luigi, non mi dica, è successo di nuovo ?

-          Eh ragioniere, a quanto pare… questa settimana è la terza volta.

-          L’altro ieri lo ha fatto con l’idraulico, vero ?

-          Sì, ha rotto apposta lo scarico del lavandino, poi ha chiamato l’idraulico e…

-          Anche lui….

-          Scappato di corsa, urlava. Pensi che poi ha chiamato me per sistemare il tubo, si stava allagando tutta la cucina.

-          Non mi dirà che anche con lei…

-          No, ma un paio di volte l’ho dovuta minacciare con la chiave inglese.

-          Da quando il signor Armando non c’è più…

-          Già, da quando non è tornato quella sera dopo il lavoro.

-          Si sa niente di lui ?

-          Sì, ho ricevuto una cartolina dal Costarica, sta bene, ma stia zitto mi raccomando, nessuno deve sapere.

-          Speriamo che si calmi presto… ieri ha urlato sulla terrazza fino all’ora di cena.

-          Qualcuno dovrebbe fare qualcosa… mah… a domani, Luigi.

-          Buona serata, ragioniere. E stia attento quando passa per il quarto piano, non si sa mai.

Il cuore di Gianni batteva al ritmo dei pistoni di una locomotiva a vapore in piena corsa. Con gli occhi fuori dalle orbite e la lingua a penzoloni si fermò seduto a terra, appoggiato a un lampione, sperando di essere abbastanza lontano da quella casa e dal mostro abominevole che la occupava. Pianse sommessamente tremando, e un passante impietosito gli posò davanti una moneta da un euro. Dopo aver ripreso fiato si rimise in piedi e si incamminò lentamente verso casa, ancora con le lacrime agli occhi. Per svariati minuti gli sembrò che il vento, passandogli addosso, sibilasse “non mi abbandonaaaaaare, torna da meeeeeee…..”

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blues66

Posted

@lufranz ciao  Luca , bravissimo ma è stupendo sto racconto  , un bel  tragicomc noire ?  pare uscito dalla mano dello scrittore  Stefano Benni !!?

a quando l'uscita ?

?

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aresmarte73

Posted

di personaggi come Dingo Famelico ne conosco parecchi, uno in particolare lo ho soprannominato il papero per via dei discorsi noiosi e surreali tipo personaggio dei fumetti ai quali mi sottoponeva ogni volta che mi incontrava...???

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  • Inserimenti

    • paolippe
      By paolippe in The Billiard Room
         21
      Non vi sono forse altri esempi di energia pura, scaturita dalla disperazione, che così come in altri pochissimi casi (Van Gogh?) sia capace di generare nello spettatore, il più delle volte ignaro del substrato, uno stupore, una gioia sì pura, un'energia di segno opposto tali da costituire un dilemma, un paradosso dell'anima.
       
      La voce di un vecchio.
      Provate ad ascoltare "Transmission" o "The Eternal". L'estasi è pari all'iniziale sgomento. Non vi sono mai stati cantanti così profondi e gutturali come Ian Curtis. La voce di un vecchio. Un vecchio saggio però. Ma poi, guardando i suoi video, quella faccia pulita di ragazzino mai cresciuto, sposatosi a 19 anni con un'altrettanto giovanissima moglie, si rimane ancor più attoniti. Padre e madre di una bambina, poco dopo.
       
      Ma che razza di band sono stati i Joy Division?
      Totalmente al di fuori dei cliché tipici del rock conosciuto: drogati non lo erano... e nemmeno rudi e sporchi. Nessuno di loro aveva i capelli lunghi nè l'aspetto tipico del cosiddetto "rocker", ma nemmeno quello dissacratorio delle band punk, post-punk o new-wave che grazie SOLO a loro proliferarono negli anni successivi.
      I New Order, naturale epilogo musicale privo dell'inarrivabile poeta,  continuarono sulla medesima, strada, con una serietà ed una sobrietà musicale e comportamentale che ancora oggi stupisce. Mai un eccesso. Solo Energia. Allo stato puro! Musica neutra, così come le loro vite.
       
      E neutra è la prima canzone dove si riconosce il tipico sound Joy Division: "Leaders of Man". Ma le parole, si sa, per quanto ne siano state scritte tante, troppe su Ian Curtis e i Joy Division, sono totalmente inadeguate a descrivere questo fenomeno musicale. Questa meteora culturale. Siamo TUTTI debitori di Ian, Bernard, Peter e  Stephen.
      L'unico consiglio che posso darvi è di ascoltare a lungo il loro album più bello, quello postumo. Quel Closer che diede ai Joy Division, oramai sciolti, la notorietà mondiale che il povero Ian non avrebbe mai conosciuto. E che forse, non avrebbe mai voluto conoscere, per quanto sobrio sia comunque rimasto il loro "essere", per volere dei superstiti e della moglie di Ian, Debbie.
      Ma subito dopo l'ascolto di Closer, guardatevi il film "Control". Un'opera cinematografica immane. Una ricostruzione di una fedeltà disarmante della vita, dei luoghi e delle gesta di quattro ragazzotti che a loro insaputa e in pochi mesi, con due soli dischi, hanno cambiato per sempre lo stile rock conosciuto. I più influenti, a mio modesto avviso, assieme a Beatles e Pink Floyd.
      Un saluto affettuoso a Ian.
      L'unico eroe rock che con la sua disperazione sia riuscito ad infondere gioia, energia inesauribile e perché no... speranza, in tutti noi comuni e inadeguati ascoltatori.

      (prima pubblicazione 8 gennaio 2014)
  • I Blog di Melius Club

    1. joe845
      Latest Entry

      By joe845,

       

      Stavolta mi avventuro in un terreno insidioso, quello dei cavi di alimentazione. Se infatti, l’oggetto cavo (di segnale, digitale, di potenza) e la sua importanza nel risultato finale sono stati ormai abbastanza accettati e condivisi da quasi tutta la popolazione audiofila - con comunque alcuni irriducibili “cavo scettici” - quando si parla di cavi di alimentazione, l’avversità e la reticenza a riconoscere eventuali benefici aumentano di un bel po' anche tra le fila dei “cavofili” e devo dire che anche io, a volte, mi sono trovato di fronte ad oggetti la cui efficacia era quanto meno discutibile, o dubbia. 

       

      Il cavo di alimentazione nella riproduzione audio

      O meglio, sicuramente qualcosa, inserendoli in un impianto, cambiava, ma a volte, ai miglioramenti riscontrati si accompagnavano degli “effetti collaterali” assolutamente non graditi. Probabilmente il problema è dovuto al fatto che, nel caso di un cavo di alimentazione, le variabili in gioco sono ancor più numerose che non quelle interessate in un cavo di segnale e dipendenti da oggetti al di fuori del nostro controllo (ad esempio il circuito elettrico di casa). O forse si tratta solo di una certa avversione “filosofica” che porta a pensare a un effetto placebo al contrario, non sono pochi quelli che sentenziano “con km e km di rete elettrica cosa vuoi che faccia l’ultimo metro”.

      Insomma, per una ragione o per l’altra, il cavo di alimentazione è abbastanza bistrattato.

      Io, come dicevo, ho avuto esperienze altalenanti, ma siccome sono un inguaribile curioso, ho accettato volentieri di provare l’entry level (si fa per dire) di Neutral Cable, un marchio che conosco bene perché ho visto nascere e del quale conosco il “deus ex machina”, Fabio Sorrentino, con il quale ho più volte condiviso esperienze di ascolto e, in tempi remoti, anche di autocostruzione.

       

      Il cavo Eclipse di Neutral Cable

      Ma veniamo al sodo. Eclipse è, come dicevamo, l’entry level della serie che comprende anche i modelli Fascino Improved e, al top, Reference.

      Il cavo di alimentazione Eclipse, come gli altri cavi Neutral Cable, è costruito a mano con conduttori in rame OCC di purezza 7N isolati in polietilene con una sezione di 3 x 4 mmq (per fase, neutro e terra). Grande importanza è attribuita dal costruttore alla qualità del rame, alle sezioni e all'isolante dei conduttori.

      In luogo di conduttori isolati con semplice ed economico PVC (isolante utilizzato nei normali cavi dei ns. impianti elettrici) si è scelto l'utilizzo del polietilene che ha una costante dielettrica molto più bassa del PVC. Un altro aspetto che caratterizza tutti i cavi Neutral Cable è l'attenzione posta agli aspetti meccanici e vibrazionali dei cavi (Vibration Damping System) in quanto vibrazioni, risonanze o collegamenti meccanicamente non perfettamente saldi non consentono prestazioni ottimali. Nel caso del cavo di alimentazione Eclipse, i conduttori sono twistati in modo molto stretto e successivamente tenuti uniti e smorzati con strati di materiali come teflon e guaine in poliefina. I conduttori poi una volta collegati ai contatti vengono ulteriormente accoppiati ad essi mediante resine per formare un solido corpo unico conduttori - spina.

      Il cavo monta delle ottime IEC e schuko Furutech, rispettivamente FI-11 (CU) e FI-E11 (CU). Le spine Furutech sono molto solide e sorde, hanno il corpo dei contatti in composito nylon - fibra di vetro, mentre il resto della spina è in policarbonato molto spesso. Garantiscono una presa molto ferma solida, soprattutto la IEC si serra molto bene nella vaschetta.

      Insomma il cavo è molto ben fatto ed il prezzo finale è ben bilanciato rispetto al costo dei singoli componenti. Ma vediamo come va…

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      La prova in opera

      Avendo nel mio impianto i “soliti” tre pezzi (sorgente, pre e finale) decido di andare con ordine e cominciare la prova collegando il CD Yamaha CDS 1000. Tolgo quindi il suo cavo originale e monto l’Eclipse. Lo lascio andare qualche giorno senza ascoltarlo, dato che Fabio mi aveva detto che era appena stato “sfornato”, poi comincio.

       

      Il primo approccio non è proprio convincente, facendo le varie sostituzioni utilizzando tutti i CD test che uso normalmente, non è che senta sto granché. Provo anche, ovviamente, a girare la fase, ma il risultato non cambia. Boh. (ma poi ci ritorniamo) ?

      Un po' deluso provo a lasciar perdere il CD e cominciare il test sul preamplificatore: ooohhhhh, ora sì.

       

      Qui l’apporto dell’Eclipse si sente eccome. Innanzitutto tutto (scusate la ripetizione) diventa più silenzioso, il “tappeto” del rumore sembra essersi abbassato di qualche dB. Capisco che sia difficile da immaginare “se non sta suonando niente cosa vuoi che si senta?” direte voi. Vero, ma comunque, almeno nel mio caso, con pre e finale equipaggiati con triodi DHT, qualcosina, magari appoggiando l’orecchio, si sente sempre. Ecco, con l’Eclipse, questo “tappeto” si sente molto meno.

      Facendo poi partire il cd arriva il resto. I contorni degli strumenti sono più netti, e anche più regolari, più spaziati. Ci sono più armonici, le “code” sono più ricche di informazione; forse è questo il parametro che più si avvale dell’ingresso del nuovo cavo, c’è più ricchezza, sia in alto che in basso, su tutta la gamma udibile. In particolare l’alto, oltre che più ricco e materico, mi sembra anche un minimo più esteso. Occhio che non voglio dire che sia un cavo chiaro. Non sposta l’equilibrio tonale ma sembra più far emergere qualcosa che già c’era ma rimaneva un po' nebuloso.

      Poi c’è la dinamica. Anche in questo caso il miglioramento è facilmente avvertibile, seppure in misura leggermente minore rispetto alla timbrica e alla ricchezza armonica. In generale c’è più energia e forza, sembra che il sistema suoni un po' più forte.

      Passando all’utilizzo sul finale non posso che confermare le doti fin qui osservate, forse con un pelino in meno di intensità ma l’approccio rimane, ovviamente invariato.

       

      151600440_Ecl2.jpg.b8842e4eb11850d636bfceb87656c286.jpgUna cosa che voglio sottolineare e che, contrariamente a quanto mi è successo con altri cavi di alimentazione, che miglioravano alcuni aspetti, magari estremizzandoli, ma ne peggioravano altri, con l’Eclipse l’equilibrio del sistema rimane il medesimo, quello che avete scelto nel corso dello sviluppo del vostro impianto, vengono solo esaltati aspetti che, con il cavo “normale”, erano un po' “nella nebbia”, poco a fuoco insomma.

      E questo per me è uno dei migliori complimenti che possa fare a un cavo di alimentazione.

       

      Ma c’è un ma. Torniamo al CD, perché il fatto che non si sentisse quasi nessun effetto mi era rimasto un po' sullo stomaco. Non tanto per il cavo in sé stesso quanto per la credibilità delle mie orecchie (perché non sentivano grandi cambiamenti, positivi o negativi che fossero?) quindi ne facevo un caso personale.

      Caso volle che, per altri motivi, un bel giorno mi trovo a spostare alcuni cavi e quindi provo ad utilizzare il cavo originale del CD su un altro oggetto, ma la spina IEC non entra. Ma che è? Provo e riprovo ma niente… guardo bene e mi accorgo che la spina IEC presente sul cavo originale Yamaha non ha il conduttore centrale della massa. Non solo non ha il conduttore, non ha proprio il foro!! (e infatti il cavo, in un'altra presa IEC, non entrava). Di conseguenza il CD Yamaha non ha il collegamento di massa (deve funzionare col doppio isolamento)  e probabilmente è questo che rendeva l’intervento dell’Eclipse così poco efficace.

      Ottimo, le orecchie ancora funzionano e il cavo è discolpato. ?

       

      Conclusioni

      Il cavo di alimentazione Eclipse di Neutral Cable, è un ottimo prodotto, svolge la sua funzione migliorativa senza apportare stravolgimenti all’equilibrio del vostro sistema e lo fa a un prezzo che, pur non basso in senso assoluto, lo è se rapportato al materiale utilizzato (non devo esser io a dirvi che solo di spine Furutech ci sono un bel po' di soldini.).

      Nel mio sistema la “posizione” che ha dato il risultato più evidente è stata quella sul preamplificatore, leggermente in secondo piano sul finale, la sorgente è stata un caso a sé, come già spiegato. Se siete in fase di completamento e affinamento del vostro impianto, tenetelo ben presente perché è veramente un buon valore aggiunto.

    2. Avevo intorno ai 15 anni quando scesi santa Teresa, arrivai sotto Port'Alba e consegnai due settimane di sudati risparmi a Guida. E fu così che mi accaparrai la prima edizione dell'opera prima di uno sconosciuto scrittore napoletano.
      La comprai al buio, come allora si compravano libri e dischi, ma me ne aveva parlato bene una persona di fiducia e allora decisi di rischiare.

      Ho poi incontrato di persona Luciano De Crescenzo, ben 25 anni dopo, teneva una conferenza nelle cantine storiche di Mastroberardino accompagnato da una giovanissima etèra vestita come Aspasia, la sua preferita. In quei 25 anni era passato da scrittore dopolavorista a Maestro di un genere letterario e cinematografico creato da lui stesso.

      Grazie professore per avermi insegnato l'ironia ed essere riuscito dove anche Geymonat e Adorno a volte avevano fallito.

      Ci rivedremo, non importa quando, tanto il tempo non esiste.
       

       

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      La vera magia che compie il Carnevale è quella di fermare il tempo: almeno per qualche giorno si può dimenticare il quotidiano e lasciarsi trasportare in un mondo fantastico, ritornare bambini inventarsi battaglie a colpi di coriandoli e volare con la fantasia in quei mondi fatti di streghe, elfi, draghi, fate, creature misteriose che evocano personaggi mitologici o del futuro che viaggiano nel nostro inconscio: DES MONDES FANTASTIQUES!

      Questo è stato il tema dell’ 86esimo Carnevale di Menton durante la tradizionale e celebre Fête du Citron che ha richiamato una gran folla entusiasta un po’ da tutto il mondo.

      Domenica eravamo 240000 e, alla fine, tutti eravamo cosparsi di “confettis” (coriandoli). Moltissimi i controlli e massiccia la presenza dei gendarmi ma,  più importante ed evidente, era la voglia di fare festa e divertirsi tutti insieme... no, non c’erano gilets jaunes ma tanti...citrons jaunes che, volentieri,  giocavano e si facevano fotografare soprattutto con i bambini. La temperatura era quasi estiva, il sole splendeva e, nel cielo, neanche una nuvola! Dopo la burrasca dei giorni scorsi, anche il mare si era calmato. La scenografia era quindi perfetta!

      Prima di partire con le foto delle cartoline, però, leggete il lato B, quello che vi racconta qualcosa sulle origini e la storia di questa bella festa, e probabilmente scoprirete qualche notizia interessante. Buon divertimento!

       

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      L’idea del Carnevale a Mentone, fino allora legato a quello di Nizza, è venuta all'inizio del 1900 ad opera di alcuni albergatori che volevano alimentare e intrattenere i villeggianti durante la stagione in cui era tradizione che re, principi, nobili, imprenditori, artisti e ricchi borghesi venissero su “la Côte” a trascorrere qualche salutare settimana al mare cercando anche di curare quel triste mal sottile che era la piaga del tempo. 

      Il Carnevale di Nizza, antichissimo e risalente addirittura al XIII secolo, era l’appuntamento ideale con la sua famosa Parade e i fantastici fuochi artificiali che chiudevano i festeggiamenti . Anche la regina Vittoria partecipò alla manifestazione nel 1882. 

      Una simpatica curiosità: durante questo periodo, nella seconda serata, si svolgeva una famosa e attesa gara, retaggio genovese, che era chiamata dei “Moucouleti”.

      In realtà, come racconta la storia, questa serata presentava un gioco molto divertente dedicato agli innamorati: i giovani tenevano in mano una candela accesa mentre le ragazze la portavano ugualmente ma tenendola, con la mano alzata, sulla testa. Il combattimento consisteva nel cercare, soffiando, di spegnere a vicenda la candela degli avversari mantenendo accesa la propria. Anche le ragazze cercavano di spegnere quella di quei corteggiatori che non gradivano o quelle delle rivali. Quelli che riuscivano a mantenere il moccolo acceso cercavano poi di spegnere quello della ragazza di cui erano innamorati: se ci riuscivano avevano in premio il bacio della fanciulla amata.

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      Intanto, nel 1929, quando si diceva che Mentone fosse il primo produttore di limoni del continente, un albergatore decise di allestire una Mostra di Fiori e di Agrumi  nel giardino dell’Hotel Riviera. L’esposizione riscosse un notevole interesse tanto che, a poco, si sviluppò sempre di più arricchendosi di carretti decorati di agrumi, piante di agrumi e bancarelle disseminati qua e là per la cittadina con graziose majorettes abbigliate in costume. 

       

      Finalmente, la vera FÊTE du CITRON nacque nel 1934 e diventò una manifestazione indipendente dal Carnevale di Nizza, offrendo un proprio défilé “al limone”!

      Nel 1936 apparvero  i primi  manifesti e la Festa si trasferì nei pressi del Casinò, nei giardini pubblici Biovès: qui nacquero le prime creazioni con l’utilizzo di 10000 limoni e 12000 arance: il tema era un omaggio al territorio.

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      Da allora, ogni anno, in autunno, viene deciso il tema per il prossimo Carnevale, tuttavia, come succede per tutti gli eventi, alcuni anni sono stati felici e altri meno sia per cause climatiche (anni di forti piogge e addirittura neve nel 1956!) che politiche, come il 1991, soppresso per motivi di sicurezza a causa della guerra del Golfo.

      Ecco le tappe principali e alcuni dei temi importanti che sono stati sviluppati nel corso degli anni passati:

      Nel 1959 gli agrumi dei carri non vengono più infilzati in lunghi spilloni ma ancorati e legati tra loro per mezzo di elastici. Quest’anno ne sono serviti 750000!

      Nel 1973, in omaggio a Jules Verne e allo sbarco sulla luna, il tema è stato: “Dalla Terra alla Luna”; a Jules Verne si ritornerà nel 2013 con “ Il giro del mondo in 80 giorni”.

      Dal 1995 al 1999 i temi sono dedicati agli eroi dei fumetti : Asterix, Obelix, Tintin, Lucky Luke, personaggi di Walt Disney e del film “Fantasia”.

      Nel 2000 sfilano per la prima volta i carri di agrumi articolati nei movimenti.

      Nel 2002 il tema è italiano : Pinocchio.

      Molte edizioni, invece,  hanno scelto temi geografici che spaziano nei viaggi e vanno dalla Cina all’India, a regioni europee e grandi isole.

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      Occupandoci di questioni più pratiche, viene spontaneo domandarsi da dove vengano ben 140 tonnellate di agrumi, quantità impossibile per un comprensorio così piccolo... E poi, se i limoni di Mentone sono così speciali e pregiati, perché sciuparli nella creazione dei carri? E dove finiranno alla fine del Carnevale?Chi li fa e chi li disfa?

      Eccomi qua a cercare di dare una risposta a queste domande che io, come voi, suppongo vi siate posti!

      Allora, da quel che ho saputo, nessuno degli agrumi impiegati proviene dal territorio e neppure dalla Francia! Arrivano in maggioranza dalla Spagna, dal Marocco e, forse anche un po’ dall’Italia e altri Paesi del Mediterraneo. Delle più di 140 tonnellate, acquistate dal Comune, 100 servono per decorare il Jardin, la cui visita costa 12€ e che ospita le strutture immobili. Un po’ più di 30 invece servono per allestire i carri della sfilata ( per assistere i costi vanno dai 10, in piedi ai 25 €, seduti in tribuna) e il restante per risistemare quelle che, nel corso di quindici giorni, periodo della durata della manifestazione, si deteriorano. Alla fine, quando si smontano gli allestimenti, gli agrumi vengono svenduti, per pochi euro, in sacchetti che le famiglie acquistano ( ma solo in parte, circa 6 o 7 tonnellate), per divertirsi creando giochi per i bambini o dilettandosi, a loro volta, in piccole creazioni. Uno dei giochi più comuni è quello di creare piramidi e, sempre con gli agrumi, bombardarle per vedere chi riesce ad abbatterne il maggior numero.

      Va detto che questi agrumi non sono di grande qualità e che, difficilmente si sarebbero venduti perché magari trattati con prodotti non conformi alle norme relative all’alimentazione. Restano comunque dubbi su altri eventuali usi.

      Dalla preparazione allo smantellamento, ogni anno, vengono assunte dal Comune centinaia di persone tra cui molti studenti e pensionati che si avvicendano nei vari compiti.

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      Adesso però divertitevi e rilassatevi guardando un po’ di cartoline che arrivano fresche fresche dalla festa del 24 febbraio scorso! Alla sfilata però, lo vedrete, non c’erano solo i carri di agrumi, 10 in tutto, ma parecchie altre attrazioni si susseguivano con performances di acrobati e artisti di strada, animali gonfiabili giganti, danze tipiche eseguite dalle simpatiche e bellissime rappresentanti dei Territori d’Oltre Mare, dame e cicisbei della Commedia dell’arte, violiniste, robot, maschere varie, velocipedi, carri meccanici di mostri  giganteschi che sparavano neve e coriandoli o che sbuffavano fumo dalle narici... Fantasie oniriche di ogni età e di ogni tipo...senza tempo, insomma, come le mie cartoline!CA3.thumb.JPG.3afa2e46908c76f0e59b25d76283c265.JPGCA4.thumb.JPG.c6858f40433065d8e276d242cd62156f.JPGCA5.thumb.JPG.98077b8241b9b351262ff0b891ee259a.JPGCA7.thumb.JPG.29bf76c49f543035cf6d648deaab51d0.JPG

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      Purtoppo la mia carrellata finisce qui, con la Chimère... lo spazio è tiranno e io avevo ancora un po' di cartoline... vedremo se mi sarà possibile inserirne altre prima o poi...per ora restano alcuni spazi vuoti...Peccato!

      BUON CARNEVALE A TUTTI!!! 

      IMPORTANTE! Sono riuscita a postare qui sotto, in altri post successivi...  ?

       

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