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Il restauro dell'orologio notturno di Santa Maria delle Grazie in Milano

oscilloscopio

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Un po’ di storia.
L’orologio notturno può essere considerato, come cita il Brusa “l’apoteosi dell’orologeria italiana ed insieme, la sua superba conclusione”. In effetti con l’inizio del 1700, i maestri orologiai italiani, non seppero mantenere la supremazia conquistata nel corso del XV e XVI secolo, nei confronti della concorrenza, soprattutto inglese e francese. Questo genere di orologi è definito “notturno”, in quanto all’interno della cassa, realizzata prevalentemente in ebano, noce o legno di pero ebanizzato, trova posto un lume o una candela, posti sotto l’apposito camino, atto a smaltire il calore. Tale candela retroillumina la mostra (o quadrante) dell’orologio, realizzato in vetro e spesso decorato da valenti artisti dell’epoca tra i quali il
Maratti, il Trevisani o il Mattioli. Nella mostra è ricavata un’apertura ad arco, lungo la quale scorrono le cifre delle ore, realizzate in metallo traforato, rivestito nella parte posteriore, di materiale traslucido che, nell’oscurità, permette la lettura dell’ora.
 

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L’invenzione dell’orologio notturno è attribuibile ai fratelli Pietro Tommaso, Giuseppe e Matteo Campani, attivi a Roma intorno alla metà del 1600. La richiesta pervenne loro direttamente da Papa Alessandro VII, il quale richiedeva “un orologio per la notte, che mostri bene e distintamente le ore, ma in modo che il lume della lucerna o lampada, non venga ad offendere gli occhi di chi lo riguarda”. Contemporaneamente all’invenzione dell’orologio, i Campani inventarono anche un nuovo tipo di scappamento denominato “a manovella”, che permetteva all’orologio di funzionare senza fare rumore. Per tale invenzione gli ingegnosi fratelli, ricevettero anche dei privilegi (brevetti) anche se (come sovente succede) tale scappamento fu presto copiato da molti orologiai italiani.


La riscoperta.
Estate 1999, era da poco terminato il restauro de “L’ultima cena” di Leonardo da Vinci ed in compagnia di mia moglie e dei miei genitori, siamo andati a visitare l’opera restaurata. Terminata la visita ci siamo recati in chiesa poiché, avendo letto su vecchi libri dell’esistenza dell’orologio, volevo visionarlo. Non trovandolo,chiesi lumi ad un frate lì presente. Non era un frate qualsiasi, bensì Padre Lorenzo Celeghin, il Priore della chiesa che, alla mia richiesta, rimase alquanto perplesso, chiedendomi come sapessi di quell’orologio.258697532_FOTOB_768.thumb.jpg.732f6dd307d184e6efcc4d5cebb31ebd.jpg
Date le spiegazioni del caso, fummo accompagnati nella sagrestia del Bramante, allora chiusa al pubblico. Ci trovammo in un ambiente mozzafiato, la volta affrescata (presumibilmente dal Bramante), un imponente doppia fila di armadi per arredi sacri in legno finemente intarsiati ed al centro si ergeva questo splendido orologio. Padre Celeghin mi invitò ad aprirlo e visionarlo. Mi resi subito conto che la cassa in legno era stata danneggiata (inizialmente credevo dal bombardamento inglese sulla chiesa, avvenuto nel 1943, cosa però smentita da successivi accertamenti). La testa della Vergine era mozzata, monco uno degli angeli alla base del timpano e la struttura lignea era scheggiata in diversi punti. Visionando poi la meccanica, vidi che fortunatamente, era completa (mancava solo il pendolo) anche se, i tentativi di ripristino avvenuti nei secoli precedenti, erano stati eseguiti con evidente imperizia ed approssimazione. Terminata l’osservazione dell’orologio, Padre Celeghin espresse il desiderio di rimetterlo in funzione (chiaramente a titolo gratuito, non possedendo la curia, i fondi per finanziare l’operazione). Presi a questo punto contatti con Luigi Pippa, massimo esperto italiano e non solo, nel restauro meccanico di orologi e pendoleria antica (sono sue le ricostruzioni dell’astrario di Giovanni de Dondi, presenti al Museo della scienza e della tecnologia di Milano e del museo dell’orologeria di La Chaux de Fonds in Svizzera. Già conoscevo il Pippa per altri motivi ed insieme, organizzammo un secondo sopralluogo per visionare la macchina; contestualmente ci trovammo anche con Claudio Fociani, restauratore accreditato presso la chiesa, che avrebbe dovuto occuparsi della cassa lignea e della ricostruzione delle parti mancanti. Con l’approvazione dei due restauratori ad effettuare gratuitamente il lavoro (vista l’importanza di quell’orologio) e con la benedizione di Padre Celeghin, iniziò il processo di restauro.

 

L’orologio 
L’orologio fu costruito da Jean Baptiste Gonnon, orologiaio francese originario di Thiers e trasferitosi a Milano nella seconda metà del XVII secolo, al seguito del conte Antonio Lopez Fuensalida, vicerè di Spagna e governatore del ducato milanese. Gonnon ottenne la cittadinanza nel 1667 con il nome di Gio Batta Gonone. Oltre a quello in oggetto, sappiamo costruì un grande orologio a pendolo, per il campanile di San Gottardo a Milano, di cui fu anche temperatore (addetto alla manutenzione e regolazione) sino al 1704. Di questo Maestro orologiaio, sono conosciuti anche un orologio da tasca senza conoide, con cassa in ferro forgiato ed appartenente ad un collezionista americano, una pendola ad edicola su piedi in bronzo, realizzata a Milano 593603950_FOTOC_1280.thumb.jpg.2c983d11bede94da81e0369fe528d63a.jpged ora nel museo di Lione, ed un secondo orologio notturno, molto simile per dimensioni e caratteristiche, a quello di Santa Maria delle Grazie.  L’esemplare che è stato restaurato, poggia su una base con quattro leoni che lo sorreggono ed è alto 170 centimetri, incluse la base stessa e la statua della Vergine. La cassa è interamente realizzata in legno di noce, con colonne tortili, capitelli ionico-corinzi e struttura a doppio timpano. Il quadrante è posto all’interno di una cornice intagliata e dorata, ed ha dipinta un’allegoria sulla provvisorietà della vita terrena; si osserva infatti una grande barca, con i passeggeri che vogano, mentre il tempo regge il timone. Completa l’immagine, la consueta apertura ad arco, al cui interno scorrono le placchette con incise le ore. Sopra il quadrante, è posizionato un cartiglio dorato e inciso, che recita: “MDCLXXX F. Felix Barberivs felice expectas exitv nescies mortis horam horarvm mesura sacrestie sacravit die III aprilis” che può essere tradotto come: “Nel 1680 frate Felice Barbieri, nell’attesa di una fine felice, ed ignaro dell’ora della morte, volle dedicare la misura delle ore, a questa sagrestia il giorno 3 di aprile”. Non è chiaro se l’orologio, sia stato solo posizionato da frate Barbieri, o sia stato commissionato dallo stesso al Gonnon, che lo ha poi realizzato. Considerando comunque gli eventi e l’epoca che hanno portato il Gonnon a Milano, la data 1680 potrebbe corrispondere, a quella di realizzazione dell’orologio. Sopra il cartiglio, è presente un secondo quadrante metallico, sul quale è possibile leggere: il mese, la data, le fasi lunari, l’età della luna, i segni zodiacali, le allegorie delle quattro stagioni e, nell’apertura in basso a destra, le allegorie dei pianeti, che danno nome ai giorni della settimana. In alto sul quadrante, è incisa una seconda iscrizione che recita: “Menses atq dies planetas tempora lunas cerne sed in vita sydera nulla colas” che può essere visto, come un ammonimento a non tener conto degli oroscopi e delle superstizioni e si può tradurre con: “Conosci i mesi, i giorni, i pianeti, lo scorrere del tempo, le lunazioni, ma nella vita, non considerare i corpi celesti”.

foto7.thumb.jpg.e50ed37b0317b55a500fc4f145c7eed5.jpgIl movimento è a platine circolari, separate da quattro colonnine, molla a rocchetto e cricchetto, con conoide a budello. Lo scappamento doveva essere originariamente a manovella, modificato in tempi successivi a verga. Un’asta rotante, collegata al movimento principale, trasmette la marcia al quadrante superiore del calendario, con quattro ruote dentate.


Il restauro
Il processo di restauro, ebbe inizialmente una battuta di arresto, in quanto nei primi mesi del 2000, venne improvvisamente a mancare Padre Celeghin. Dopo alcuni mesi Padre Stefano Rabacchi, fu nominato suo successore. Il nuovo Priore apprese con entusiasmo l’iniziativa del restauro ed i lavori poterono proseguire. La prima fase consistè, nell’ottenere l’autorizzazione dall’Intendenza delle Belle arti, a cui sia il sig. Pippa che il sig. Fociani, dovettero presentare il progetto di restauro relativo ai loro interventi. Come purtroppo sappiamo, le tempistiche dell’amministrazione pubblica sono bibliche e si dovette aspettare quasi un anno per ottenere l’autorizzazione a procedere. Qui termina la mia parte “attiva” in questa storia, riporterò adesso un riassunto, della procedura di restauro meccanico, cortesemente fornitami dal sig. Pippa. Purtroppo non sono in possesso della documentazione relativa al restauro della cassa, che resta nelle mani del sig. Fociani.

“Per prima cosa sono state rimosse le meccaniche dalla cassa, quindi, completamente smontate per la pulitura ed aggiustatura. La maggior parte dei danni, sono stati creati da vecchi interventi, eseguiti in modo maldestro. Il danno più grave, è stato causato dalla molla di carica, con l’occhiello di fissaggio talmente slabbrato, che, sganciandosi durante la ricarica, scaricava tutta la forza sulla prima ruota, stortandone leggermente alcuni denti. E’ stato quindi rifatto l’occhiello della molla e rinforzato l’aggancio al bariletto. Sono stati raddrizzati i denti della prima ruota e sostituito il budello usurato, con una nuova corda in budello naturale. Quando venne sostituito lo scappamento a manovella, con quello a verga, il ponte posteriore della verga, era stato privato delle spine di posizionamento, ed il foro della vite di fissaggio allargato, per permettere un posizionamento empirico della verga. Lo scappamento è stato quindi rettificato, ed una volta messo a punto, sono state ripristinate le spine di posizionamento, del ponte della verga. Per rimbussolare il perno del conoide, era stata inserita nella platina, una bussola più alta di quella originaria, ed era stata poi spianata con una lima, graffiando ed abradendo parzialmente la firma del Gonnon. Una frattura alla forchetta del 671663903_FOTOE.thumb.jpg.499e4c3acd99f314daff05fd89f4564b.jpgpendolo, era stata rabberciata mediante fil di ferro, eliminato l’accrocco, i monconi sono stati inguainati, con un tubetto di ottone saldato ad argento.

Le ruote ed i perni sono stati disossidati in bagni sgrassanti e lucidati a mano, con spazzole di diversa robustezza.

Non è stato necessario il rimbussolamento dei perni, in quanto, vista l’ottima qualità dei materiali, ancora in buone condizioni. I bracci di ferro che sostengono il movimento, sono stati raschiati e protetti, con vernice giapponese. Il pendolo mancante è stato ricostruito e tarato, nello stile dell’epoca. Le targhette delle ore sono state pulite e protette, è stata sostituita la seta che le rivestiva, ed è stata revisionata la catena, in quanto non permetteva un fluido scorrimento delle ore sul quadrante. La ricarica dell’orologio è giornaliera e si effettua sul fianco sinistro della cassa. E’ stata costruita una chiave allungata, bloccata sul perno di carica da due bulloncini a mano e, la cui impugnatura, si raggiunge aprendo lo sportello laterale della cassa. Il meccanismo del calendario, non presentava usura o rotture, era solo bloccato da incrostazioni e lubrificanti essiccati. Le parti meccaniche, sono state immerse in bagni sgrassanti e le parti arrugginite, raschiate e protette con paraffina liquida. I dischetti rotanti, dipinti con le allegorie, sono stati tamponati con soluzione antiossidante ed i dischetti argentati, protetti con vernice giapponese, come la piastra anteriore, ed il disco rotante. La fascia della data, è stata riargentata manualmente, con nitrato d’argento, mentre l’indice d’acciaio che era leggermente ossidato, è stato spazzolato e conserva la brunitura originale.”

Conclusioni
Alla fine del 2002, un sabato mattina, ci ritrovammo tutti e quattro nella sagrestia del Bramante: Fociani con la cassa restaurata, il Pippa con il movimento rimesso a nuovo, Padre Stefano ed il sottoscritto, ad osservare compiaciuti le ultime fasi dell’assemblaggio: l’orologio era finalmente restaurato e funzionante!  Terminata l’operazione e fatta la foto di rito, fummo invitati a pranzo alla mensa dei frati, dove venimmo pubblicamente ringraziati, e ci venne donato un libro sulla storia della chiesa e del convento di Santa Maria delle Grazie, con tanto di benedizione e dedica di riconoscimento. Oggi la sagrestia del Bramante, viene aperta in occasione di particolari eventi che si tengono nella chiesa, quindi non posso fare altro che suggerire, a chi si trovasse in zona, di visitarla e visionare di persona, il grande orologio notturno di Jean Baptiste Gonnon. Da destra: Luigi Pippa, Padre Stefano Rabacchi, Claudio Fociani, il sottoscritto).

 

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30 Comments


Recommended Comments



Complimenti Tito, non è da tutti darsi così da fare solo per il piacere di conservare un pezzo di storia, giù il cappello.

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Complimenti anche da paete mia, quando verremo a visitare Milano avremo una tappa il più 👍

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Ottimo lavoro ed ottimo esempio di cura verso un' opera d'arte.

Avete "adottato" l'orologio con tutta l'attenzione che meritava. Complimenti ! 

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oscilloscopio

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Grazie a tutti, è stata un'esperienza molto gratificante sia dal punto di vista umano, sia da quello di un appassionato di antichi orologi, che ha potuto vedere all'opera un grande Maestro e rinascere un capolavoro di orologeria.

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LaVoceElettrica

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11 minuti fa, oscilloscopio ha scritto:

Grazie Andrea, è stata una bellissima esperienza.

Di' piuttosto che all'inizio "non vedevi l'ora".

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eccheqqua

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Complimenti anche da parte mia; incredibile quanti tesori nascosti la nostra povera Italia abbia sparsi per tutto il territorio, di cui spesso non si conosce nemmeno l'esistenza.

I giapponesi o gli americani si leccherebbero anche le dita dei piedi e ci avrebbero costruito un museo apposito se avessero qualcosa del genere.😕

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Vivi complimenti per la meritoria opera e grazie per averla condivisa con noi.

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BEST-GROOVE

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E bravo Tito, Intrigante il racconto e la volontà indomita di alcuni soggetti privati di interessarsi nel voler riportare in funzione a titolo gratuito capolavori meccanici ricchi di storia fascino e cultura come le mura atte a contenerli.
Ce ne vorrebbero di più di persone così!

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oscilloscopio

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L'orologeria è stata spesso considerata un'arte "minore" ma in realtà esistono delle opere che sia a livello meccanico, sia a livello ebanistico/artistico, non hanno nulla da invidiare alle arti "maggiori". Sarebbe un vero peccato se venissero abbandonate al degrado, fortunatamente esistono dei professionisti che, sia per mestiere che per passione, intervengono per salvarle.

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°Guru°

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@oscilloscopio Sì. Che si tratti di un vecchio giocattolo a molla o di un importante orologio antico, la vecchia meccanica mi affascina sempre tantissimo... Immaginare un meccanismo composto da pezzi prodotti manualmente uno ad uno, più lo studio... Credo che oggi al mondo siano rarissimi, o probabilmente estinti, gli italiani in grado di produrre in autonomia manufatti del genere.

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@oscilloscopio ho letto con interesse: complimenti per l'opera meritoria. Sono rimasto affascinato da questo restauro che unisce tecnica e storia.

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analogico_09

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Complimenti per l'impresa. Moltissima arte italiana (dalle antichissime pietre fino alle storiche e più recenti forme di tecnologia saldate all'"estetica" ) dovrebbe essere restaurata

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Una storia davvero coinvolgente, che ha visto prevalere l'intelligenza, il coraggio e la passione disinteressata per perseguire lo scopo di restituire a tutti una vera opera d'arte. Complimenti anche da parte mia

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Guglielmo 61

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@oscilloscopio ciao oscillo, non posso che inchinarmi di fronte a cotanta cultura e passione per l,arte .nulla da invidiare a Sgarbi o a Daverio .Meriteresti il ministero dei beni culturali e  Best groove quello delle infrastrutture, avremmo sicuramente un'Italia migliore...👏👏👏

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oscilloscopio

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19 minuti fa, Guglielmo 61 ha scritto:

ma fra i 4 ,tu sei quello vestito di bianco?

Magari a quei tempi...adesso ho la coda e le corna...😁

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    • AudioVintageHiFi
      By AudioVintageHiFi in The Billiard Room
         5
      Le riflessioni che si devono fare sui componenti vintage, e per vintage intendo quello “classico” che comprende elettroniche a tubi ma anche diffusori o giradischi che siano appartenuti al cosiddetta Hi-Fi Golden Age, sono di due ordini di pensiero attraverso due approcci ed obiettivi ben distinti tra di loro:
      il vintage da collezionare (come direbbero gli anglosassoni da “display”) il vintage da ascoltare.
      I due approcci al vintage audio
      Si può far iniziare Il vintage classico alla fine degli anni Quaranta, quando apparvero i primi finali a valvole ed i primi circuiti a bassa frequenza con requisiti di Alta Fedeltà, vedi il Leak del 1945 ed il Williamson del 1947, fino ad arrivare alla fine dei Settanta, quando si ebbe uno spartiacque con la riproduzione digitale ed il nuovo sistema di lettura dei dischi con il CD-Player, in pratica tutti gli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta.
      Il primo approccio è quello di reperire apparecchi da collezionare, che siano originali al 100% e che mantengano perciò inalterato nel tempo tutto il loro valore storico-filologico ma allo stesso tempo siano in grado di funzionare ancora in maniera ottimale, nonostante i vari decenni sulle loro spalle. Molti di questi, perciò, possono essere componenti da posizionare “in vetrina” e godere del ritorno emozionale che essi siano in grado di trasferire,  altri invece possono essere impiegati con grande soddisfazione così nello stato in cui si trovano. Dipende come sempre dalla loro qualità di costruzione. Mi riferisco ai vari brand storici, marchi illustri che hanno contribuito a determinare la Storia dell’Audio. E’ un obiettivo “nobile” atto a preservare nel tempo queste memorie del passato hi-fi per non farle cadere nell’oblio.
       
      Il secondo approccio invece è quello di ricercare il vintage classico perché si è convinti che esso possa ancora giocarsi le proprie chance (rispetto a componenti moderni) e quindi possa funzionare molto bene anche interfacciato in impianti audio attuali. Oltretutto la ricerca è figlia anche del loro costo che risulta molto più abbordabile e non arriva certamente ai prezzi alle volte esagerati delle apparecchiature vendute oggi giorno.
      E’ normale dedurre che per un impiego continuo e costante di tali apparecchi vintage sia necessario intervenire, avendo come obiettivo sempre un restauro conservativo e filologico dei componenti sostituiti. Occorre, infatti, ridare “energia” e mettere in sicurezza gli elementi più critici. Parlando di elettroniche, per esempio, oggetto di attenzione saranno le valvole o i transistor oppure i trasformatori o ancora la componentistica passiva.
      Considerando i diffusori, occorrerà verificare le membrane degli altoparlanti, lo stato dei cross-over e via dicendo.
       

      Questi due approcci sono altamente soggettivi e qualunque dei due venga adottato, la scelta definitiva dovrà portare alla massima soddisfazione del proprietario. Dipende solamente dall’appassionato di musica, infatti, sapere che cosa voglia e qual è la sua filosofia di pensiero.
      Io stesso possiedo componenti  hi-fi vintage che utilizzo quotidianamente, i quali sono stati revisionati e perciò sono in grado di riprodurre la musica in maniera corretta (come piace a me) ed allo stesso tempo ho una nutrita collezione di apparecchi vintage, non restaurati, che conservano intatto tutto il loro valore storico-costruttivo e sono comunque ancora capaci di offrire una riproduzione eccellente della musica riprodotta.
      Sono apparecchi a valvole oppure diffusori storici o giradischi di altissima qualità che per la loro stupenda progettazione e costruzione inducono a concrete riflessioni  sul “perché” l’evoluzione audio non abbia avuto, secondo il sottoscritto, molta ragione di successo in questi ultimi decenni! Un Radford STA-15 Serie III del 1964, un Marantz 8B del 1960 oppure un giradischi Garrard 401 del 1972 od ancora un diffusore Tannoy Lancaster Monitor-Gold del 1970, sono esempi eclatanti di un’ottima ingegnerizzazione audio e di un’altissima scuola di pensiero tuttora insuperata!
       
      Diffidate di chi sostiene per ignoranza (nell’accezione letterale del termine: che ignora, che non conosce) o per strani pregiudizi o peggio ancora perché in malafede per propri malcelati interessi che i componenti hi-fi del passato siano dei “rottami” e quindi non riescano a mostrare tutto il loro antico, e nello stesso tempo moderno, valore sonico. Essi sono totalmente in errore. E questo lo posso affermare data la mia esperienza e convivenza pluridecennale con questi affascinanti oggetti.
       

      Alcuni, poi, riducono il tutto alle misure: si basano cioè solamente sulle misurazioni tecniche dei vari apparecchi come se queste potessero spiegare  tutto o quasi delle “alchimie audio” e fossero in tal modo da considerarsi una sorta di “vangelo”.
      Non considerano, cioè, che la buona riproduzione musicale sia formata da un mix di fattori combinati fra loro come l’ambiente, l’interfacciamento dei singoli componenti, la posizione dei diffusori, l’utilizzo di circuiti e di materiali di qualità, ecc. Le misure elettriche sono utili ma non sono fondamentali!
       
      Se fosse vero  e dipendesse solo ed esclusivamente dalle misure elettriche, non si spiegherebbe come mai il trasformatore di uscita di un finale a tubi come  quello del Radford  STA-15 presenti caratteristiche tecniche eccellenti  mentre quello del leggendario Leak TL 12 Point-One (foto in copertina) risulti molto scarso alla prova del banco di misura. Eppure il Leak TL 12.1 viene considerato, a ragione, da decenni  e da tutti gli appassionati del mondo come uno dei migliori amplificatori mai costruiti nella Storia dell’hi-fi per la sua stupenda musicalità e qualità di riproduzione!
       
      Fidatevi quindi,come ho sempre fatto io, ciascuno del proprio orecchio e della propria sensibilità  e cultura musicale.

      (di Pier Paolo Ferrari, prima pubblicazione: gennaio 2014)
       

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    1. AudioVintageHiFi
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      By AudioVintageHiFi,


      Le riflessioni che si devono fare sui componenti vintage, e per vintage intendo quello “classico” che comprende elettroniche a tubi ma anche diffusori o giradischi che siano appartenuti al cosiddetta Hi-Fi Golden Age, sono di due ordini di pensiero attraverso due approcci ed obiettivi ben distinti tra di loro:

      • il vintage da collezionare (come direbbero gli anglosassoni da “display”)
      • il vintage da ascoltare.

      Radford STA-15 Serie III
      I due approcci al vintage audio
      Si può far iniziare Il vintage classico alla fine degli anni Quaranta, quando apparvero i primi finali a valvole ed i primi circuiti a bassa frequenza con requisiti di Alta Fedeltà, vedi il Leak del 1945 ed il Williamson del 1947, fino ad arrivare alla fine dei Settanta, quando si ebbe uno spartiacque con la riproduzione digitale ed il nuovo sistema di lettura dei dischi con il CD-Player, in pratica tutti gli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta.

      Il primo approccio è quello di reperire apparecchi da collezionare, che siano originali al 100% e che mantengano perciò inalterato nel tempo tutto il loro valore storico-filologico ma allo stesso tempo siano in grado di funzionare ancora in maniera ottimale, nonostante i vari decenni sulle loro spalle. Molti di questi, perciò, possono essere componenti da posizionare “in vetrina” e godere del ritorno emozionale che essi siano in grado di trasferire,  altri invece possono essere impiegati con grande soddisfazione così nello stato in cui si trovano. Dipende come sempre dalla loro qualità di costruzione. Mi riferisco ai vari brand storici, marchi illustri che hanno contribuito a determinare la Storia dell’Audio. E’ un obiettivo “nobile” atto a preservare nel tempo queste memorie del passato hi-fi per non farle cadere nell’oblio.

       

      Il secondo approccio invece è quello di ricercare il vintage classico perché si è convinti che esso possa ancora giocarsi le proprie chance (rispetto a componenti moderni) e quindi possa funzionare molto bene anche interfacciato in impianti audio attuali. Oltretutto la ricerca è figlia anche del loro costo che risulta molto più abbordabile e non arriva certamente ai prezzi alle volte esagerati delle apparecchiature vendute oggi giorno.

      E’ normale dedurre che per un impiego continuo e costante di tali apparecchi vintage sia necessario intervenire, avendo come obiettivo sempre un restauro conservativo e filologico dei componenti sostituiti. Occorre, infatti, ridare “energia” e mettere in sicurezza gli elementi più critici. Parlando di elettroniche, per esempio, oggetto di attenzione saranno le valvole o i transistor oppure i trasformatori o ancora la componentistica passiva.

      Considerando i diffusori, occorrerà verificare le membrane degli altoparlanti, lo stato dei cross-over e via dicendo.
       

      Marantz 8 B

      Questi due approcci sono altamente soggettivi e qualunque dei due venga adottato, la scelta definitiva dovrà portare alla massima soddisfazione del proprietario. Dipende solamente dall’appassionato di musica, infatti, sapere che cosa voglia e qual è la sua filosofia di pensiero.

      Io stesso possiedo componenti  hi-fi vintage che utilizzo quotidianamente, i quali sono stati revisionati e perciò sono in grado di riprodurre la musica in maniera corretta (come piace a me) ed allo stesso tempo ho una nutrita collezione di apparecchi vintage, non restaurati, che conservano intatto tutto il loro valore storico-costruttivo e sono comunque ancora capaci di offrire una riproduzione eccellente della musica riprodotta.

      Sono apparecchi a valvole oppure diffusori storici o giradischi di altissima qualità che per la loro stupenda progettazione e costruzione inducono a concrete riflessioni  sul “perché” l’evoluzione audio non abbia avuto, secondo il sottoscritto, molta ragione di successo in questi ultimi decenni! Un Radford STA-15 Serie III del 1964, un Marantz 8B del 1960 oppure un giradischi Garrard 401 del 1972 od ancora un diffusore Tannoy Lancaster Monitor-Gold del 1970, sono esempi eclatanti di un’ottima ingegnerizzazione audio e di un’altissima scuola di pensiero tuttora insuperata!

       

      Diffidate di chi sostiene per ignoranza (nell’accezione letterale del termine: che ignora, che non conosce) o per strani pregiudizi o peggio ancora perché in malafede per propri malcelati interessi che i componenti hi-fi del passato siano dei “rottami” e quindi non riescano a mostrare tutto il loro antico, e nello stesso tempo moderno, valore sonico. Essi sono totalmente in errore. E questo lo posso affermare data la mia esperienza e convivenza pluridecennale con questi affascinanti oggetti.
       

      Garrard 401

      Alcuni, poi, riducono il tutto alle misure: si basano cioè solamente sulle misurazioni tecniche dei vari apparecchi come se queste potessero spiegare  tutto o quasi delle “alchimie audio” e fossero in tal modo da considerarsi una sorta di “vangelo”.

      Non considerano, cioè, che la buona riproduzione musicale sia formata da un mix di fattori combinati fra loro come l’ambiente, l’interfacciamento dei singoli componenti, la posizione dei diffusori, l’utilizzo di circuiti e di materiali di qualità, ecc. Le misure elettriche sono utili ma non sono fondamentali!

       

      Se fosse vero  e dipendesse solo ed esclusivamente dalle misure elettriche, non si spiegherebbe come mai il trasformatore di uscita di un finale a tubi come  quello del Radford  STA-15 presenti caratteristiche tecniche eccellenti  mentre quello del leggendario Leak TL 12 Point-One (foto in copertina) risulti molto scarso alla prova del banco di misura. Eppure il Leak TL 12.1 viene considerato, a ragione, da decenni  e da tutti gli appassionati del mondo come uno dei migliori amplificatori mai costruiti nella Storia dell’hi-fi per la sua stupenda musicalità e qualità di riproduzione!

       

      Fidatevi quindi,come ho sempre fatto io, ciascuno del proprio orecchio e della propria sensibilità  e cultura musicale.

      (di Pier Paolo Ferrari, prima pubblicazione: gennaio 2014)
       

      Tannoy Lancaster


    2. Con il ritorno di moda del vinile, sempre più spesso noi vecchi barbogi cresciuti a base di musica analogica, veniamo interpellatati dalle new entry sul settaggio del giradischi. Vero è che sul web c’è tutto e anche di più, ma nella maggior parte dei casi i sistemi proposti sono idonei per analogisti “scafati” ed a volte sovrabbondanti o poco chiari per chi con il vinile non ha troppa dimestichezza.

      Visto che tra le “mission” di Melius Club c’è anche quella di avere un occhio di riguardo per le nuove leve, abbiamo pensato di produrre una guida sintetica, facile da usare e consultare, ma non per questo approssimativa, sul settaggio di testina e giradischi.
       

      Visto il particolare target cui ci rivolgiamo, abbiamo ridotto al minimo indispensabile le attrezzature da comprare, e siamo partiti dall’ipotesi di parlare a persone che per la prima volta si trovano a dover gestire direttamente un giradischi. Un neofita tipicamente comprerà un giradischi nuovo, preassemblato in fabbrica e spesso tarato dal venditore, ovviamente un prodotto che quando va bene sarà di classe media, diciamo un classico giradischi a cinghia, con braccio e testina MM. Questo ci semplifica la vita, parleremo in una prossima puntata di come abbinare una testina MC ad uno stadio phono.

       

      Il travaglio del neofita

      Allora il nostro neofita, che chiameremo Mario, ha un classico impianto hi-fi composto da un amplificatore, due diffusori, una sorgente digitale e a questo armamentario ha deciso di aggiungere un giradischi, Lo ha scelto con cura, informandosi sul web, nei negozi, leggendo le riviste, parlando con amici, ha ottenuto il placet della componente femminile (madre, moglie, fidanzata, a seconda dei casi) e finalmente lo porta trionfante a casa pronto per l’uso.

      Ma è davvero pronto? Sul web ne ha letto di cotte e di crude, montare il gira gli sembra ora una cosa astrusa e complicata, una via irta di pericoli, che al confronto mandare una navicella spaziale su Marte pare una passeggiata. Quasi quasi gli vien voglia di desistere e di maledire il momento che ha deciso di passare al vinile, ha mille dubbi, mille paure e sopratutto il timore di procurare danni irreparabili alla testina ed ai preziosi dischi.

      Calma Mario, le cose non stanno così, quando ero giovane il gira stava in tutte le case, lo usava anche la casalinga di Voghera (termine usato dagli statistici), ti assicuro che non morde e che non ha mai ucciso nessuno. Basta procedere con calma, molta calma, e con metodo.

       

      L'ingresso phono

      Per prima cosa, verifichiamo se il nostro amplificatore ha un ingresso phono. L’ingresso phono è diverso da tutti gli altri (cd, aux, tuner, tape, video, ecc), deve intanto avere un guadagno elevato (visto che il livello del segnale della testina è molto più basso di quello delle altre sorgenti), e poi deve essere equalizzato secondo la curva RIIA. Per i non addetti ai lavori spieghiamo di cosa si tratta.

      Per motivi inerenti alla incisione del disco, il segnale inciso su vinile viene equalizzato secondo una curva detta RIIA (una curva standardizzata negli anni ‘70 con un accordo tra tutte le case discografiche), quindi al momento dell’ascolto lo stadio phono deve avere al suo interno un circuito che sia speculare alla curva di incisione. Una volta, ossia prima dell’avvento del digitale, praticamente tutti gli ampli integrati e tutti i preamplificatori disponevano di una sezione phono, all’epoca molto curata, essendo il disco nero la fonte di qualità per antonomasia nell’uso casalingo di massa. Ormai da una ventina di anni sono sempre più rari gli ampli dotati di ingresso phono, quindi, caro Mario, prima di sballare il prezioso giradischi leggi con calma le “distruzioni per l’uso” del tuo ampli e controlla che abbia effettivamente una sezione phono, dico questo perché a volte sul pannello frontale c’è tra le sorgenti selezionabili il phono, ma potrebbe essere una comodità per l’utente (per ricordargli dove sta il pre phono esterno o quello interno ma optional).

      Se la sezione phono è presente, falso allarme possiamo procedere. Se la sezione phono è assente, Mario ferma tutto, e prima di continuare vai a comprare un pre phono.

       

      La sistemazione del giradischi

      Ma restiamo nella ipotesi più favorevole, ossia di pre phono presente all'interno dell’ampli. Come procediamo? Innanzitutto scegliamo un luogo dove posizionare il giradischi: una base stabile, priva il più possibile di vibrazioni, non troppo lontana dall’ingesso phono per non dover utilizzare cavi di segnale troppo lunghi, curando al contempo la distanza dai trasformatori di alimentazione dell’ampli, che potrebbero indurre rumori indesiderati. Un buon trucco è quello di mettere (se tutto va su uno stesso pian di appoggio), il giradischi con il braccio al lato opposto dell’ampli, se invece abbiamo un mobile a colonna evitiamo di posizionare il braccio in asse con i trasformatori di alimentazione dell’ampli. Individuato il luogo e prese le misure, possiamo finalmente procedere a sballare il giradischi ed a montarlo secondo le istruzioni a corredo, che possono variare da gira a gira.

       

      Gli attrezzi del mestiere
      Prima di andare oltre, procuriamoci gli attrezzi minimi necessari per una corretta installazione, non sono tanti, spesso economici e a volte recuperabili a costo zero. Ci serviranno.livelle a bolla

      a) una o più livelle a bolla, perché il gira per funzionare correttamente deve essere messo in bolla. Di livelle a bolla ce ne sono di tutti i tipi e di tutti i prezzi, vanno benissimo in teoria anche quelle da muratore reperibili a poco nelle ferramenta, ma spesso sono poco pratiche da utilizzare perché troppo grandi per l’uso su un gira. Io eviterei anche le bolle di livello marchiate con nomi altisonanti, costano molto e fanno lo stesso lavoro di quelle economiche. Sui siti di vendita on line ce ne sono parecchie, in foto ne mostro alcune a titolo esemplificativo

      b) un cacciavitino amagnetico (meglio due, uno a taglio ed uno a croce), quasi tutti ne abbiamo più di uno a casa, ma sono facilissimamente reperibili a poco prezzo dappertutto (e fa sempre comodo averli a disposizione)

      c) una pinzetta di quelli che le signore usano per le ciglia, anche questa di sicuro in casa non manca e se dovesse mancare la si può sempre chiedere in prestito ad una amica (sperando che non equivochi).

      d) una dima per il corretto montaggio della testina. Di dime ce ne sono moltisime sul mercato, per semplificare, qui possiamo dire che una vale l’altra, io suggerisco di prenderne una classica a due punti, eventualmente la si può anche scaricare da qualche sito web, avendo però cura di effettuare una stampa senza modificare le misure e usando possibilmente cartoncino non troppo leggero.

      e) uno specchietto o un apposito goniometro per verificare l'allineamento della testina.

      f) una bilancina per verificare il peso di lettura (anche se di solito i giradischi nuovi hanno scale precise, meglio avere uno strumento ad hoc, a volte poi ci si imbatte in gira privi di una scala graduata)

      g) un set di vitine di varia lunghezza e relative rondelle, sempre amagnetiche (ottone o inox) meglio ancora se con la testa a brugola, (munitevi della relativa chiavetta) eviterete slabbrature della testa usando le viti con la testa a taglio se scivolasse il cacciavite e otterrete un serraggio più deciso, magari non serviranno ma non si può mai sapere.

      h) utile ma all’inizio non indispensabile, il disco test di Hi-Fi News (ci sono anche quelli di Ortofon e di Tacet), per un analogista navigato è un must che non dovrebbe mancare, per un neofita una spesa che si può rinviare.

      Ovviamente se si ha un amico pratico e dotato di tutto l’armamentario sopra descritto, si può fare ricorso al suo ausilio ed alle sue attrezzature, e procedere alla installazione del giradischi senza ulteriori attese (ma poi queste 4 cosette procuratevele, male non fanno, non costano uno sproposito, e nella vita è meglio essere autonomi che dipendere dagli altri).

      Adesso siamo pronti per procedere e Mario è li che freme di impazienza. Per prima cosa posizioniamo il gira dove abbiamo deciso di metterlo, verifichiamo che le operazioni siano agevoli (mettere in disco, togliere un disco, ecc) e per prima cosa procediamo con la messa in bolla; per fare questo useremo le nostre bolle di livello e poi regoleremo i piedini fino a ottenere il risultato ottimale.

      Adesso possiamo procedere a collegare il giradischi all’ingresso phono dell’ampli, poniamo attenzione ala corretta polarità (positivo con positivo, negativo con negativo, cavetto di massa del braccio al connettore marcato “GND” sull’ampli).

       

      Montiamo la testina

      Il mio suggerimento è di NON collegare il giradischi alla rete elettrica durante il settaggio della testina, la fortuna è cieca ma la sfiga ci vede benissimo e il rischio che per l’emozione o la fretta il piatto si metta a girare mentre operiamo con la dima o la bilancina è sicuramente diverso da zero. Quindi calma calma e ancora calma, temiamo il gira non collegato. E sempre per prudenza, teniamo l’amplificatore spento e il selettore degli ingressi non su phono.

      Adesso dobbiamo procedere a regolare la testina. Se è stata preinstallata in fabbrica o dal venditore, possiamo dare per scontato che l’operazione sia stata fatta bene, quindi possiamo saltare il prossimo capitolo e andare direttamente alla regolazione del peso. Se invece abbiamo una testina di nostra scelta, da installare oppure vogliamo verificare che i settaggi di fabbrica non si siano modificati durante il trasporto o semplicemente vogliamo capire cose si fa, passiamo al capitolo “mettiamo in dima la testina”.

      Per prima cosa bisogna montare la testina sullo shell. I bracci di una volta avevano di solito shell intercambiabili a standard EIA, questo permette di togliere lo shell, montare la testina e rimontare lo shell senza dover rimovere il braccio dal gira. L’operazione, anche per un neofita, è facile e sicura, e permette di giocare con le testine alternandole, basta avere più shell.

      I bracci di oggi, per aumentare la rigidità del sistema, hanno invece quasi sempre lo shell fisso, quindi per il montaggio della testina è opportuno rimuovere il braccio dal giradischi. L’operazione di norma è assai semplice, in genere occorre allentare una vite di blocco e sfilare ll braccio. Per sicurezza in questo caso stacchiamo i cavi che dal gira vanno all’ampli, meglio una precauzione in più che una in meno.

      Per montare la testina, ci servirà un piano di lavoro bene illuminato con tutto il materiale necessario pronto all’uso e facilmente accessibile, pertanto serviranno la testina (ovvio), lo shell (idem), la pinzetta, il cacciavitino o chiavetta a brugola a seconda delle viti reperite, le viti di fissaggio della testina e le relative rondelle. Una volta le testine venivano vendute bene accessoriate (viti di diverse lunghezza, rondelle, pennellino, cacciavitino), oggi la dotazione è ridotta all’osso se ci sono 4 viti e 4 rondelle è grasso che cola. Quindi meglio procurarci un po di viti in più, sia a passo metrico (solitamente M2,5) che a passo americano.

      Le testine spesso sono dotate di un copripuntina, il mio suggerimento è di lasciarlo inserito fino a che la testina non sia fissata allo shell ed al braccio in posizione di lavoro. Lo rimuoverei solo prima di procedere alla messa in dima ed alla regolazione del peso (sempre per la logica che la prudenza non è mai troppa). Adesso possiamo finalmente cominciare.
      Per prima cosa colleghiamo i 4 pin della testina con i 4 cavetti dello shell. Quasi tutte le testine hanno i pin contrassegnati con un colore che corrisponde ai colori della 4 pagliuzze dello shell, non ci si può sbagliare se la luce è buona. I colori sono bianco rosso blu e verde, con poca luce blu e verde possono non essere immediatamente distinguibili, ma basta saperlo. Se il cavetto stenta a entrare nel pin, si può con attenzione e l’ausilio di un cacciavitino allargarne poco il connettore, se invece il contatto fosse lasco, si può ovviare stringendo con una pinzetta il connettore sul pin della testina. Il contatto lasco è la prima causa di rumorosità del giradischi, raccomando una particolare attenzione su questo punto (ovviamente senza esagerare).

      Terminata con successo questa fase del lavoro (Mario, visto che poi non serviva un chirurgo?) andiamo ora a fissare con le viti la testina allo shell. Ogni shell e ogni testina hanno un verso per esempio nei vecchi Thorens e nei Revox è possibile solo inserire la vite dal basso vero l’alto, operazione non permessa da alcune testine. Ma in genere si può procedere in entrambi i modi, a seconda di come stiamo più comodi e di come è strutturato il corpo testina. Va scelta una vite sufficientemente lunga da permettere l’inserimento anche del dado, ma non esageratamente lunga, in questa fase è importante solo che la testina sia fissata con due viti con sicurezza, ma lasciando una certa libertà di movimento, il fissaggio definitivo lo faremo dopo aver completato la messa in dima.

      azimutRegoliamo l'azimuth e il VTA

      Adesso però non dimentichiamoci dell’azimuth e del VTA. Per lavorare correttamente il braccio deve essere parallelo al giradischi mentre la testina deve essere allineata con il piatto. Quindi togliamo delicatamente il copristilo, mettiamo un disco NON IMPORTANTE sul piatto e facciamo scendere la testina sui solchi a gira spento. Per prima cosa verifichiamo, magari con l'ausilio di uno specchietto, che la testina sia allineata con il piatto, ossia che non penda verso destra o verso sinistra. Poi verifichiamo il braccio, se siamo fortunati avremo il braccio parallelo, al disco  altrimenti dovremo procedere in diversi modi. Il più semplice, ma non tutti i bracci lo permettono, è di variare l’altezza del braccio fino a raggiungere il risultato desiderato. In caso contrario a volte si riesce a risolvere interponendo degli spessorini tra corpo testina e shell, se non si risolve vuol dire semplicemente che la testina non è adatta a quel tipo di braccio (ipotesi abbastanza remota ma non impossibile).. A dimostrazione che l'analogico non è una scienza esatta, esistono anche diverse scuole di pensiero che prevedono un braccio non perfettamente allineato con il disco, ma sono soluzioni che vanno sperimentate ad orecchio e sinceramente le sconsiglio ad un neofita, che potrebbe ricavarne più danni che benefici. 

      Se siamo riusciti regolando il braccio ad ottenere il parallelismo braccio testina disco, possiamo tirare un sospiro di sollievo e andare avanti con la regina delle regolazioni, ossia la messa in dima.


      Mettiamo in dima la testina

      Per mettere in dima la testina di un giradischi si possono seguire più strade, utilizzare la dima in plastica fornita in dotazione da alcuni giradischi (i vecchi Thorens, alcuni Technics, ecc), utilizzare la dima ad un punto e l’overhang, utilizzare la dima a due punti, utilizzare dime più complesse e costose (dr. Flickert, Project, OMR ecc). Ritengo che per un principiante il sistema della dima a due punti sIa la soluzione migliore perché

      a) è universale

      b) svincola dalla conoscenza dell’overhang del braccio (dato non sempre fornito)

      c) è facile da usare senza rischiare di fare danno

      d) è economica
      71c5UxGqThL._AC_SL800_.jpg.20dae43b440eb7e4737fb5b8a156488a.jpgPremetto che le dime a due punti non sono tutte uguali, anche se forniscono tutte risultati attendibili. Spesso le problematiche dell’analogico non hanno una sola soluzione, quindi prendiamo la dima che Mario ha recuperato e usiamola senza porci tanti problemi.

      Il modo di funzionare di tutte le dime a due punti è semplice, si inserisce nel perno del giradischi il foro presente nella dima, si individuano i due punti segnati sulla dima e si fa scendere la puntina sul primo di essi. Quindi si ruota leggermente la testina nello shell (ecco il motivo per non avvitarla a morte) fino a che il corpo testina non sia allineato alla riga della dima che passa per il punto selezionato. Un trucco che spesso funziona è mettere una mina sottile da disegno sullo shell. Fatto questo si ruota la dima e eventualmente anche il braccio e si fa scendere la testina sul secondo punto di riferimento della dima, e si ripete l’operazione precedente. Si continua per tentativi successivi e piccoli aggiustamenti (Mario, non ti spaventare non è un ciclo infinito), in genere dopo 4-5 tentativi si arriva al parallelismo su entrambi i punti. Adesso possiamo stringere bene le viti, avendo cura di non far ruotare lo shell. E’ buona regola verificare nuovamente con la dima per scrupolo che tutto sia a posto dopo aver completato questa operazione.

       

      Regoliamo il peso di lettura della testina

      Ora ci siamo quasi, passiamo alla regolazione del peso della testina. Anche se ogni braccio può fare storia a se, in genere per regolare il peso si opera in questo modo:IMG_20200102_104531.thumb.jpg.d05e6095a559a2eaab00b9b16e363dfc.jpg

      a) si disinserice l’antiskating (se è magnetico o a molla lo si setta a zero, se è meccanico si toglie il pesetto della regolazione dello stesso)

      b) si gira il contrappeso grande (di solito cromato o anodizzato) fino a che il sistema braccio testina sia libero di oscillare senza scendere verso il disco e senza volare al cielo. In questo modo abbiamo trovato il punto degli zero grammi.

      c) adesso, tenendo fermo il contrappeso grande, ruotiamo la ghiera graduata fino a portarla sullo zero (ovviamente se questa ghiera esiste).

      d) ruotiamo il contrappeso grande insieme alla ghiera graduata fino a trovare il peso raccomandato dal costruttore esempio peso di lettura 2 gr, impostare a 2 gr.
      e) prendiamo la nostra bilancina e verifichiamo che il peso di lettura impostato corrisponda. Se la bilancina è meccanica (la classica Shure, per esempio) avrà una precisione di circa 0,25 grammi, se elettronica potrà essere precisa al decimo di grammo. Attenzione a come eseguiamo la misura, l’ideale sarebbe avere il piano di lettura all’altezza del piano del disco, ma non sempre questa situazione è fattibile quindi non è detto che la lettura con la bilancina sia perfettamente esatta. Ma se le variazioni sono sotto gli 0,25 grammi, non preoccupiamoci troppo, siamo comunque in una zona si sicurezza

       

      Regoliamo l'antiskating

      Dopo il peso eccoci all’antiskating, Sull’antiskating si sono scritte pagine e pagine, chi lo ritiene necessario, chi dannoso, chi lo verifica con il disco liscio, chi con l’oscilloscopio (i pignoli, brutta bestia) chi con i dischi test. Per un neofita direi di andare sul pratico ed impostare l’antiskating ad un valore circa uguale a quello del peso di lettura. La forza di skating non è costante, varia con la velocità di incisione del solco e con la distanza solco/perno, a meno di non usare bracci particolari (per esempio il Morsiani), non ci sarà una regolazione dell’antskating perfetta istante per istante, dobbiamo per forza di cose accettare una soluzione approssimativa. Certo si possono usare le tracce apposite del disco test di HiFi News, ma occorre ricordare che l’ultima è incisa in una condizione che non troveremo mai nei nostri dischi musicali, quindi una volta regolato l’antiskating con quel valore, faremo bene a diminuirlo un pochino.

       

      La fine del gioco

      Abbiamo finito? Quasi, Mario, quasi. Adesso verifichiamo di nuovo il parallelismo braccio piatto con il peso impostato, se è tutto ok, direi che ci spazzolina vinilesiamo, possiamo riporre con cura gli attrezzi del mestiere (mi raccomando le viti), ricollegare giradischi ed ampli, attaccare la spina di rete, mettere un disco sul piatto, selezionare phono sul selettore dell’ampli e cominciare ad ascoltare.

      Un piccolo suggerimento a Mario (ed a tutti i neofiti), fate suonare la testina per almeno una trentina di ore prima di emettere un giudizio e poi (ma meglio prima) procuratevi due “aggeggi” indispensabili, una spazzolina per il vinile ed uno spazzolino per la testina. La polvere è il nemico numero uno del disco nero, la sporcizia può accumularsi nei solchi e essere raccolta dalla puntina, usare il dito per pulirla è poco raccomandabile quindi non dimenticate questi piccoli accessori salvavita.

    3. Avevo intorno ai 15 anni quando scesi santa Teresa, arrivai sotto Port'Alba e consegnai due settimane di sudati risparmi a Guida. E fu così che mi accaparrai la prima edizione dell'opera prima di uno sconosciuto scrittore napoletano.
      La comprai al buio, come allora si compravano libri e dischi, ma me ne aveva parlato bene una persona di fiducia e allora decisi di rischiare.

      Ho poi incontrato di persona Luciano De Crescenzo, ben 25 anni dopo, teneva una conferenza nelle cantine storiche di Mastroberardino accompagnato da una giovanissima etèra vestita come Aspasia, la sua preferita. In quei 25 anni era passato da scrittore dopolavorista a Maestro di un genere letterario e cinematografico creato da lui stesso.

      Grazie professore per avermi insegnato l'ironia ed essere riuscito dove anche Geymonat e Adorno a volte avevano fallito.

      Ci rivedremo, non importa quando, tanto il tempo non esiste.
       

       

    4. INGRESSO.thumb.JPG.96b89f760d250b9e7058bd6fe8b766e5.JPG

       

      La vera magia che compie il Carnevale è quella di fermare il tempo: almeno per qualche giorno si può dimenticare il quotidiano e lasciarsi trasportare in un mondo fantastico, ritornare bambini inventarsi battaglie a colpi di coriandoli e volare con la fantasia in quei mondi fatti di streghe, elfi, draghi, fate, creature misteriose che evocano personaggi mitologici o del futuro che viaggiano nel nostro inconscio: DES MONDES FANTASTIQUES!

      Questo è stato il tema dell’ 86esimo Carnevale di Menton durante la tradizionale e celebre Fête du Citron che ha richiamato una gran folla entusiasta un po’ da tutto il mondo.

      Domenica eravamo 240000 e, alla fine, tutti eravamo cosparsi di “confettis” (coriandoli). Moltissimi i controlli e massiccia la presenza dei gendarmi ma,  più importante ed evidente, era la voglia di fare festa e divertirsi tutti insieme... no, non c’erano gilets jaunes ma tanti...citrons jaunes che, volentieri,  giocavano e si facevano fotografare soprattutto con i bambini. La temperatura era quasi estiva, il sole splendeva e, nel cielo, neanche una nuvola! Dopo la burrasca dei giorni scorsi, anche il mare si era calmato. La scenografia era quindi perfetta!

      Prima di partire con le foto delle cartoline, però, leggete il lato B, quello che vi racconta qualcosa sulle origini e la storia di questa bella festa, e probabilmente scoprirete qualche notizia interessante. Buon divertimento!

       

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      L’idea del Carnevale a Mentone, fino allora legato a quello di Nizza, è venuta all'inizio del 1900 ad opera di alcuni albergatori che volevano alimentare e intrattenere i villeggianti durante la stagione in cui era tradizione che re, principi, nobili, imprenditori, artisti e ricchi borghesi venissero su “la Côte” a trascorrere qualche salutare settimana al mare cercando anche di curare quel triste mal sottile che era la piaga del tempo. 

      Il Carnevale di Nizza, antichissimo e risalente addirittura al XIII secolo, era l’appuntamento ideale con la sua famosa Parade e i fantastici fuochi artificiali che chiudevano i festeggiamenti . Anche la regina Vittoria partecipò alla manifestazione nel 1882. 

      Una simpatica curiosità: durante questo periodo, nella seconda serata, si svolgeva una famosa e attesa gara, retaggio genovese, che era chiamata dei “Moucouleti”.

      In realtà, come racconta la storia, questa serata presentava un gioco molto divertente dedicato agli innamorati: i giovani tenevano in mano una candela accesa mentre le ragazze la portavano ugualmente ma tenendola, con la mano alzata, sulla testa. Il combattimento consisteva nel cercare, soffiando, di spegnere a vicenda la candela degli avversari mantenendo accesa la propria. Anche le ragazze cercavano di spegnere quella di quei corteggiatori che non gradivano o quelle delle rivali. Quelli che riuscivano a mantenere il moccolo acceso cercavano poi di spegnere quello della ragazza di cui erano innamorati: se ci riuscivano avevano in premio il bacio della fanciulla amata.

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      Intanto, nel 1929, quando si diceva che Mentone fosse il primo produttore di limoni del continente, un albergatore decise di allestire una Mostra di Fiori e di Agrumi  nel giardino dell’Hotel Riviera. L’esposizione riscosse un notevole interesse tanto che, a poco, si sviluppò sempre di più arricchendosi di carretti decorati di agrumi, piante di agrumi e bancarelle disseminati qua e là per la cittadina con graziose majorettes abbigliate in costume. 

       

      Finalmente, la vera FÊTE du CITRON nacque nel 1934 e diventò una manifestazione indipendente dal Carnevale di Nizza, offrendo un proprio défilé “al limone”!

      Nel 1936 apparvero  i primi  manifesti e la Festa si trasferì nei pressi del Casinò, nei giardini pubblici Biovès: qui nacquero le prime creazioni con l’utilizzo di 10000 limoni e 12000 arance: il tema era un omaggio al territorio.

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      Da allora, ogni anno, in autunno, viene deciso il tema per il prossimo Carnevale, tuttavia, come succede per tutti gli eventi, alcuni anni sono stati felici e altri meno sia per cause climatiche (anni di forti piogge e addirittura neve nel 1956!) che politiche, come il 1991, soppresso per motivi di sicurezza a causa della guerra del Golfo.

      Ecco le tappe principali e alcuni dei temi importanti che sono stati sviluppati nel corso degli anni passati:

      Nel 1959 gli agrumi dei carri non vengono più infilzati in lunghi spilloni ma ancorati e legati tra loro per mezzo di elastici. Quest’anno ne sono serviti 750000!

      Nel 1973, in omaggio a Jules Verne e allo sbarco sulla luna, il tema è stato: “Dalla Terra alla Luna”; a Jules Verne si ritornerà nel 2013 con “ Il giro del mondo in 80 giorni”.

      Dal 1995 al 1999 i temi sono dedicati agli eroi dei fumetti : Asterix, Obelix, Tintin, Lucky Luke, personaggi di Walt Disney e del film “Fantasia”.

      Nel 2000 sfilano per la prima volta i carri di agrumi articolati nei movimenti.

      Nel 2002 il tema è italiano : Pinocchio.

      Molte edizioni, invece,  hanno scelto temi geografici che spaziano nei viaggi e vanno dalla Cina all’India, a regioni europee e grandi isole.

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      Occupandoci di questioni più pratiche, viene spontaneo domandarsi da dove vengano ben 140 tonnellate di agrumi, quantità impossibile per un comprensorio così piccolo... E poi, se i limoni di Mentone sono così speciali e pregiati, perché sciuparli nella creazione dei carri? E dove finiranno alla fine del Carnevale?Chi li fa e chi li disfa?

      Eccomi qua a cercare di dare una risposta a queste domande che io, come voi, suppongo vi siate posti!

      Allora, da quel che ho saputo, nessuno degli agrumi impiegati proviene dal territorio e neppure dalla Francia! Arrivano in maggioranza dalla Spagna, dal Marocco e, forse anche un po’ dall’Italia e altri Paesi del Mediterraneo. Delle più di 140 tonnellate, acquistate dal Comune, 100 servono per decorare il Jardin, la cui visita costa 12€ e che ospita le strutture immobili. Un po’ più di 30 invece servono per allestire i carri della sfilata ( per assistere i costi vanno dai 10, in piedi ai 25 €, seduti in tribuna) e il restante per risistemare quelle che, nel corso di quindici giorni, periodo della durata della manifestazione, si deteriorano. Alla fine, quando si smontano gli allestimenti, gli agrumi vengono svenduti, per pochi euro, in sacchetti che le famiglie acquistano ( ma solo in parte, circa 6 o 7 tonnellate), per divertirsi creando giochi per i bambini o dilettandosi, a loro volta, in piccole creazioni. Uno dei giochi più comuni è quello di creare piramidi e, sempre con gli agrumi, bombardarle per vedere chi riesce ad abbatterne il maggior numero.

      Va detto che questi agrumi non sono di grande qualità e che, difficilmente si sarebbero venduti perché magari trattati con prodotti non conformi alle norme relative all’alimentazione. Restano comunque dubbi su altri eventuali usi.

      Dalla preparazione allo smantellamento, ogni anno, vengono assunte dal Comune centinaia di persone tra cui molti studenti e pensionati che si avvicendano nei vari compiti.

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      Adesso però divertitevi e rilassatevi guardando un po’ di cartoline che arrivano fresche fresche dalla festa del 24 febbraio scorso! Alla sfilata però, lo vedrete, non c’erano solo i carri di agrumi, 10 in tutto, ma parecchie altre attrazioni si susseguivano con performances di acrobati e artisti di strada, animali gonfiabili giganti, danze tipiche eseguite dalle simpatiche e bellissime rappresentanti dei Territori d’Oltre Mare, dame e cicisbei della Commedia dell’arte, violiniste, robot, maschere varie, velocipedi, carri meccanici di mostri  giganteschi che sparavano neve e coriandoli o che sbuffavano fumo dalle narici... Fantasie oniriche di ogni età e di ogni tipo...senza tempo, insomma, come le mie cartoline!CA3.thumb.JPG.3afa2e46908c76f0e59b25d76283c265.JPGCA4.thumb.JPG.c6858f40433065d8e276d242cd62156f.JPGCA5.thumb.JPG.98077b8241b9b351262ff0b891ee259a.JPGCA7.thumb.JPG.29bf76c49f543035cf6d648deaab51d0.JPG

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      CA8.thumb.JPG.bc49f2879dbd0c2c6887f6536ef6bd93.JPG

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      CA2.thumb.JPG.0b415bad8d9d4e40616af72e12791993.JPG

      .

      Purtoppo la mia carrellata finisce qui, con la Chimère... lo spazio è tiranno e io avevo ancora un po' di cartoline... vedremo se mi sarà possibile inserirne altre prima o poi...per ora restano alcuni spazi vuoti...Peccato!

      BUON CARNEVALE A TUTTI!!! 

      IMPORTANTE! Sono riuscita a postare qui sotto, in altri post successivi...  😁

       

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