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Melius Club

Il restauro dell'orologio notturno di Santa Maria delle Grazie in Milano

oscilloscopio

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Un po’ di storia.
L’orologio notturno può essere considerato, come cita il Brusa “l’apoteosi dell’orologeria italiana ed insieme, la sua superba conclusione”. In effetti con l’inizio del 1700, i maestri orologiai italiani, non seppero mantenere la supremazia conquistata nel corso del XV e XVI secolo, nei confronti della concorrenza, soprattutto inglese e francese. Questo genere di orologi è definito “notturno”, in quanto all’interno della cassa, realizzata prevalentemente in ebano, noce o legno di pero ebanizzato, trova posto un lume o una candela, posti sotto l’apposito camino, atto a smaltire il calore. Tale candela retroillumina la mostra (o quadrante) dell’orologio, realizzato in vetro e spesso decorato da valenti artisti dell’epoca tra i quali il
Maratti, il Trevisani o il Mattioli. Nella mostra è ricavata un’apertura ad arco, lungo la quale scorrono le cifre delle ore, realizzate in metallo traforato, rivestito nella parte posteriore, di materiale traslucido che, nell’oscurità, permette la lettura dell’ora.
 

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L’invenzione dell’orologio notturno è attribuibile ai fratelli Pietro Tommaso, Giuseppe e Matteo Campani, attivi a Roma intorno alla metà del 1600. La richiesta pervenne loro direttamente da Papa Alessandro VII, il quale richiedeva “un orologio per la notte, che mostri bene e distintamente le ore, ma in modo che il lume della lucerna o lampada, non venga ad offendere gli occhi di chi lo riguarda”. Contemporaneamente all’invenzione dell’orologio, i Campani inventarono anche un nuovo tipo di scappamento denominato “a manovella”, che permetteva all’orologio di funzionare senza fare rumore. Per tale invenzione gli ingegnosi fratelli, ricevettero anche dei privilegi (brevetti) anche se (come sovente succede) tale scappamento fu presto copiato da molti orologiai italiani.


La riscoperta.
Estate 1999, era da poco terminato il restauro de “L’ultima cena” di Leonardo da Vinci ed in compagnia di mia moglie e dei miei genitori, siamo andati a visitare l’opera restaurata. Terminata la visita ci siamo recati in chiesa poiché, avendo letto su vecchi libri dell’esistenza dell’orologio, volevo visionarlo. Non trovandolo,chiesi lumi ad un frate lì presente. Non era un frate qualsiasi, bensì Padre Lorenzo Celeghin, il Priore della chiesa che, alla mia richiesta, rimase alquanto perplesso, chiedendomi come sapessi di quell’orologio.258697532_FOTOB_768.thumb.jpg.732f6dd307d184e6efcc4d5cebb31ebd.jpg
Date le spiegazioni del caso, fummo accompagnati nella sagrestia del Bramante, allora chiusa al pubblico. Ci trovammo in un ambiente mozzafiato, la volta affrescata (presumibilmente dal Bramante), un imponente doppia fila di armadi per arredi sacri in legno finemente intarsiati ed al centro si ergeva questo splendido orologio. Padre Celeghin mi invitò ad aprirlo e visionarlo. Mi resi subito conto che la cassa in legno era stata danneggiata (inizialmente credevo dal bombardamento inglese sulla chiesa, avvenuto nel 1943, cosa però smentita da successivi accertamenti). La testa della Vergine era mozzata, monco uno degli angeli alla base del timpano e la struttura lignea era scheggiata in diversi punti. Visionando poi la meccanica, vidi che fortunatamente, era completa (mancava solo il pendolo) anche se, i tentativi di ripristino avvenuti nei secoli precedenti, erano stati eseguiti con evidente imperizia ed approssimazione. Terminata l’osservazione dell’orologio, Padre Celeghin espresse il desiderio di rimetterlo in funzione (chiaramente a titolo gratuito, non possedendo la curia, i fondi per finanziare l’operazione). Presi a questo punto contatti con Luigi Pippa, massimo esperto italiano e non solo, nel restauro meccanico di orologi e pendoleria antica (sono sue le ricostruzioni dell’astrario di Giovanni de Dondi, presenti al Museo della scienza e della tecnologia di Milano e del museo dell’orologeria di La Chaux de Fonds in Svizzera. Già conoscevo il Pippa per altri motivi ed insieme, organizzammo un secondo sopralluogo per visionare la macchina; contestualmente ci trovammo anche con Claudio Fociani, restauratore accreditato presso la chiesa, che avrebbe dovuto occuparsi della cassa lignea e della ricostruzione delle parti mancanti. Con l’approvazione dei due restauratori ad effettuare gratuitamente il lavoro (vista l’importanza di quell’orologio) e con la benedizione di Padre Celeghin, iniziò il processo di restauro.

 

L’orologio 
L’orologio fu costruito da Jean Baptiste Gonnon, orologiaio francese originario di Thiers e trasferitosi a Milano nella seconda metà del XVII secolo, al seguito del conte Antonio Lopez Fuensalida, vicerè di Spagna e governatore del ducato milanese. Gonnon ottenne la cittadinanza nel 1667 con il nome di Gio Batta Gonone. Oltre a quello in oggetto, sappiamo costruì un grande orologio a pendolo, per il campanile di San Gottardo a Milano, di cui fu anche temperatore (addetto alla manutenzione e regolazione) sino al 1704. Di questo Maestro orologiaio, sono conosciuti anche un orologio da tasca senza conoide, con cassa in ferro forgiato ed appartenente ad un collezionista americano, una pendola ad edicola su piedi in bronzo, realizzata a Milano 593603950_FOTOC_1280.thumb.jpg.2c983d11bede94da81e0369fe528d63a.jpged ora nel museo di Lione, ed un secondo orologio notturno, molto simile per dimensioni e caratteristiche, a quello di Santa Maria delle Grazie.  L’esemplare che è stato restaurato, poggia su una base con quattro leoni che lo sorreggono ed è alto 170 centimetri, incluse la base stessa e la statua della Vergine. La cassa è interamente realizzata in legno di noce, con colonne tortili, capitelli ionico-corinzi e struttura a doppio timpano. Il quadrante è posto all’interno di una cornice intagliata e dorata, ed ha dipinta un’allegoria sulla provvisorietà della vita terrena; si osserva infatti una grande barca, con i passeggeri che vogano, mentre il tempo regge il timone. Completa l’immagine, la consueta apertura ad arco, al cui interno scorrono le placchette con incise le ore. Sopra il quadrante, è posizionato un cartiglio dorato e inciso, che recita: “MDCLXXX F. Felix Barberivs felice expectas exitv nescies mortis horam horarvm mesura sacrestie sacravit die III aprilis” che può essere tradotto come: “Nel 1680 frate Felice Barbieri, nell’attesa di una fine felice, ed ignaro dell’ora della morte, volle dedicare la misura delle ore, a questa sagrestia il giorno 3 di aprile”. Non è chiaro se l’orologio, sia stato solo posizionato da frate Barbieri, o sia stato commissionato dallo stesso al Gonnon, che lo ha poi realizzato. Considerando comunque gli eventi e l’epoca che hanno portato il Gonnon a Milano, la data 1680 potrebbe corrispondere, a quella di realizzazione dell’orologio. Sopra il cartiglio, è presente un secondo quadrante metallico, sul quale è possibile leggere: il mese, la data, le fasi lunari, l’età della luna, i segni zodiacali, le allegorie delle quattro stagioni e, nell’apertura in basso a destra, le allegorie dei pianeti, che danno nome ai giorni della settimana. In alto sul quadrante, è incisa una seconda iscrizione che recita: “Menses atq dies planetas tempora lunas cerne sed in vita sydera nulla colas” che può essere visto, come un ammonimento a non tener conto degli oroscopi e delle superstizioni e si può tradurre con: “Conosci i mesi, i giorni, i pianeti, lo scorrere del tempo, le lunazioni, ma nella vita, non considerare i corpi celesti”.

foto7.thumb.jpg.e50ed37b0317b55a500fc4f145c7eed5.jpgIl movimento è a platine circolari, separate da quattro colonnine, molla a rocchetto e cricchetto, con conoide a budello. Lo scappamento doveva essere originariamente a manovella, modificato in tempi successivi a verga. Un’asta rotante, collegata al movimento principale, trasmette la marcia al quadrante superiore del calendario, con quattro ruote dentate.


Il restauro
Il processo di restauro, ebbe inizialmente una battuta di arresto, in quanto nei primi mesi del 2000, venne improvvisamente a mancare Padre Celeghin. Dopo alcuni mesi Padre Stefano Rabacchi, fu nominato suo successore. Il nuovo Priore apprese con entusiasmo l’iniziativa del restauro ed i lavori poterono proseguire. La prima fase consistè, nell’ottenere l’autorizzazione dall’Intendenza delle Belle arti, a cui sia il sig. Pippa che il sig. Fociani, dovettero presentare il progetto di restauro relativo ai loro interventi. Come purtroppo sappiamo, le tempistiche dell’amministrazione pubblica sono bibliche e si dovette aspettare quasi un anno per ottenere l’autorizzazione a procedere. Qui termina la mia parte “attiva” in questa storia, riporterò adesso un riassunto, della procedura di restauro meccanico, cortesemente fornitami dal sig. Pippa. Purtroppo non sono in possesso della documentazione relativa al restauro della cassa, che resta nelle mani del sig. Fociani.

“Per prima cosa sono state rimosse le meccaniche dalla cassa, quindi, completamente smontate per la pulitura ed aggiustatura. La maggior parte dei danni, sono stati creati da vecchi interventi, eseguiti in modo maldestro. Il danno più grave, è stato causato dalla molla di carica, con l’occhiello di fissaggio talmente slabbrato, che, sganciandosi durante la ricarica, scaricava tutta la forza sulla prima ruota, stortandone leggermente alcuni denti. E’ stato quindi rifatto l’occhiello della molla e rinforzato l’aggancio al bariletto. Sono stati raddrizzati i denti della prima ruota e sostituito il budello usurato, con una nuova corda in budello naturale. Quando venne sostituito lo scappamento a manovella, con quello a verga, il ponte posteriore della verga, era stato privato delle spine di posizionamento, ed il foro della vite di fissaggio allargato, per permettere un posizionamento empirico della verga. Lo scappamento è stato quindi rettificato, ed una volta messo a punto, sono state ripristinate le spine di posizionamento, del ponte della verga. Per rimbussolare il perno del conoide, era stata inserita nella platina, una bussola più alta di quella originaria, ed era stata poi spianata con una lima, graffiando ed abradendo parzialmente la firma del Gonnon. Una frattura alla forchetta del 671663903_FOTOE.thumb.jpg.499e4c3acd99f314daff05fd89f4564b.jpgpendolo, era stata rabberciata mediante fil di ferro, eliminato l’accrocco, i monconi sono stati inguainati, con un tubetto di ottone saldato ad argento.

Le ruote ed i perni sono stati disossidati in bagni sgrassanti e lucidati a mano, con spazzole di diversa robustezza.

Non è stato necessario il rimbussolamento dei perni, in quanto, vista l’ottima qualità dei materiali, ancora in buone condizioni. I bracci di ferro che sostengono il movimento, sono stati raschiati e protetti, con vernice giapponese. Il pendolo mancante è stato ricostruito e tarato, nello stile dell’epoca. Le targhette delle ore sono state pulite e protette, è stata sostituita la seta che le rivestiva, ed è stata revisionata la catena, in quanto non permetteva un fluido scorrimento delle ore sul quadrante. La ricarica dell’orologio è giornaliera e si effettua sul fianco sinistro della cassa. E’ stata costruita una chiave allungata, bloccata sul perno di carica da due bulloncini a mano e, la cui impugnatura, si raggiunge aprendo lo sportello laterale della cassa. Il meccanismo del calendario, non presentava usura o rotture, era solo bloccato da incrostazioni e lubrificanti essiccati. Le parti meccaniche, sono state immerse in bagni sgrassanti e le parti arrugginite, raschiate e protette con paraffina liquida. I dischetti rotanti, dipinti con le allegorie, sono stati tamponati con soluzione antiossidante ed i dischetti argentati, protetti con vernice giapponese, come la piastra anteriore, ed il disco rotante. La fascia della data, è stata riargentata manualmente, con nitrato d’argento, mentre l’indice d’acciaio che era leggermente ossidato, è stato spazzolato e conserva la brunitura originale.”

Conclusioni
Alla fine del 2002, un sabato mattina, ci ritrovammo tutti e quattro nella sagrestia del Bramante: Fociani con la cassa restaurata, il Pippa con il movimento rimesso a nuovo, Padre Stefano ed il sottoscritto, ad osservare compiaciuti le ultime fasi dell’assemblaggio: l’orologio era finalmente restaurato e funzionante!  Terminata l’operazione e fatta la foto di rito, fummo invitati a pranzo alla mensa dei frati, dove venimmo pubblicamente ringraziati, e ci venne donato un libro sulla storia della chiesa e del convento di Santa Maria delle Grazie, con tanto di benedizione e dedica di riconoscimento. Oggi la sagrestia del Bramante, viene aperta in occasione di particolari eventi che si tengono nella chiesa, quindi non posso fare altro che suggerire, a chi si trovasse in zona, di visitarla e visionare di persona, il grande orologio notturno di Jean Baptiste Gonnon. Da destra: Luigi Pippa, Padre Stefano Rabacchi, Claudio Fociani, il sottoscritto).

 

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30 Comments


Recommended Comments



Grazie per tutto quanto hai condiviso con noi. Complimenti. Un quadro che esprime umanità da tutti gli aspetti. Un insegnamento di vita. 

Saluti

Luigi

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gian62xx

Posted

che bella avventura, complimenti !!!

(non sapevo dell'esistenza di questi orologi.)

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oscilloscopio

Posted

@gian62xx non ce ne sono in giro molti, e quei pochi solitamente alle aste battono cifre molto alte.

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gian62xx

Posted

interessante, e molto, il discorso del movimento silenzioso.

del 6-700 poi ... 

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  • Inserimenti

    • cactus_atomo
      By cactus_atomo in La Sala del Caminetto
         9
      Premessa: noi di Melius siamo sempre alla ricerca di prodotti interessanti, fruibili, per prezzo e dimensioni, da una vasta platea di potenziali utenti, perché siamo convinti che i top di gamma, le flagship, pur interessanti per noi appassionati di lunga data, non siano in grado di creare un mercato ampio e solido, che permetta agli utenti di crescere, acquisire consapevolezza e magari un domani decidere di passare ad un prodotto dal listino “troppo elevato”. In fondo direi che tutti abbiamo cominciato così, da prodotti dal prezzo umano, con i quali godere della nostra musica senza eccessive penalizzazioni, e grazie ai quali in alcuni è cresciuta “l’insana passione” e passo passo siamo arrivato ad impianti che tanti anni fa avremmo liquidato con “fuori di testa”.
       
      La sorpresa Pylon Audio
      Tra i marchi che pian piano stanno facendosi strada tra gli appassionati e che si costruendo una reputazione basata sui fatti, sicuramente c’è la polacca Pylon Audio. Si tratta di una ditta relativamente giovane, che ha scelto di attestarsi su un segmento di mercato particolare, quello dei diffusori con pochi fronzoli e molta sostanza, in modo da poter competere con un elevato rapporto qualità/prezzo, ponendo molta attenzione a entrambe queste due componenti. La Pylon Audio ha una dimensione industriale e non artigianale, in modo da poter distribuire i costi generali su un discreto numero di prodotti venduti, ha un suo sito (www.pylonaudio.com) in lingua polacca ed inglese, conta su una valida rete di distribuzione in tutta Europa (per l'Italia l’importatore è MGP Audio, sito web dell’importatore https://mgp-audio.weebly.com/ .
      Ho conosciuto Pylon Audio per caso, me ne parlarono bene alcuni amici di cui mi fido che le ascoltarono ad una manifestazione hi-fi, poi un amico fonico, che pur non avendole ascoltate direttamente mi riferiva che molti sui colleghi glie ne tessevano le lodi.
       
      Caratteristiche tecniche e costruttive
      A questo punto la curiosità era tanta e grazie alla cortesia e alla disponibilità dell’importatore ho potuto ricevere in prova una coppia di Pylon audio 30 (lo so, sono fissato con i diffusori da pavimento, che gli amanti delle scatole da scarpe mi perdonino), un oggetto che mi pare assai interessante in virtù della componentistica, delle caratteristiche e ovviamente anche del prezzo di listino. I diffusori mi sono arrivati in due solidi imballo di cartone,ben sistemati con il polistirolo interno, ogni pacco conteneva un diffusore, le istruzioni, la garanzia e le 4 punte. Pesano un poco, sui 30 kg cadauno imballi compresi, ma con l’aiuto del corriere sono riuscito a farli arrivare a casa mia senza problemi e direi con relativamente poca fatica. L’estrazione del diffusore dal suo imballo è semplice, ci sono riuscito da solo (invece per imballarlo per la rispedizione ho preferito farmi aiutare, non volevo procurare per la fretta danni estetici al prodotto). Il diffusore in questione all’aspetto si presenta come un classico diffusore da pavimento, un parallelepipedo non troppo invasivo (196x1080x390), ma comunque di buon litraggio, che si sviluppa più in profondità che in larghezza per favorire l’accettazione anche da parte del gentil sesso. Dal punto di vista tecnico, si tratta di un 3 vie, 4 altoparlanti, di cui 2 woofer seas da 18 cm, un mid sempre Seas da 15 cm ed un tweeter Scanspeak. I driver sono di qualità e ben noti, utilizzati da molti altri produttori e anche apprezzati da autocostruttori evoluti. Il crossover è stato realizzato con cura ma tenendo ben presente l’obiettivo di non rendere il carico troppo difficile per gli amplificatori che ragionevolmente verranno utilizzati per pilotarli, I dati dichiarati dal produttore parlano di impedenza dichiarta di 4 ohm, con una la risposta in frequenza (senza specificare entro quanti db) di 32-20.000,efficienza 91 db, la potenza nominale di 120 watt mtntre quella massima RMS di 250 watt. Per la morsettiera si è optato per un monowiring, e questa scelta mi trova molto d’accordo, si riducono i costi, si semplifica la vita all’utente finale e si evitano i grovigli antiestetici di cavi. In compenso i morsetti sono ben fatto ed accettano vati tipo di terminazioni. Il cabinet appare ben realizzato,non ha la cura dell'ebanisteria da liutaio, ma è solido e robusto, direi ben progettato per evitare le vibrazioni indesiderate. Di serie il diffusore è dotato di punte (4 per ogni diffusore), che all’uso si sono rivelate efficaci. Una nota di plauso al fatto che sia possibile avere questi diffusori in differenti finiture, color legno oppure laccate di vari colori(quelle che ho avuto in prova io erano colo legno chiaro, anche se avrei preferito le le classiche nere, per alcuni un po funeree, ma il nero sfina e rende il diffusore più snello alla vista, inoltre il nero è un colore che si inserisce bene in molti tipi di ambiente.
       

      Hardware e Software per la prova di ascolto
      Ho sistemato le Pylon Audio 30 nella mia solita stanza di ascolto, un saloncino di 35-40 mq, amplificazione Levinson (pre 28 e finale 23), cdp Sony scd1, giradischi Denon dp5000 con braccio Grace, testina kiseki blu e pre phono Threshold Fet ten. Ho posizionato i diffusori a poco più di un metro dalla pare parete di fondo, in modo da non avere il portaelettroniche tra i diffusori ma più indietro, l’interasse tra i diffusori era di circa 250 cm,la distanza dal punti di ascolto circa la stessa, con un leggero toe-in di circa 15 gradi. Questa sistemazione è stata raggiunta dopo una serie di piccoli aggiustamenti e prima di dare inizio alla prova di ascolto vera e propria. Per i più curiosi, i cavi di potenza erano quelli che uso da tempo, i Cardas hexlink five c, l’ambiente ha un blando trattamento passivo (grande tappeto tra diffusori e punto di ascolto, tube traps negli angoli della stanza e due semiclindri sulla parete dietro i diffusori). Come faccio sempre in occasione di prove di oggetti nuovi, ascolto per qualche giorno con i diffusori miei, (mentre con altra amplificazione faccio rodare i diffusori nuovi). Poi passo all’ascolto delle new entry, per un periodo di almeno 15-30 gg, alternando cd, sacd, vinile di vario genere (classica, lirica, jazz, pop, rock) di etichette commerciali valide, intervallando di tanto in tanto con le cosiddette registrazioni audiophile, ma il primo ascolto lo faccio sempre con i dischi test (vinile e cd) della rca, l’esperienza mi dice che il momento del frescone capita a tutti, quindi sono immancabili le classiche 4 tracce canale dx, canale sx, voce in fase, voce in controfase. dopo questa verifica mi sento di proseguire. La mia scaletta per le prove di ascolto è quasi sempre la stessa, comincio con il dies irae dal requiem di verdi diretto da Solti, passo poi all'alleluia dal Messia di Handel (Hogwood, con strumenti originali), sono brani impegnativi, con voci maschili, femminili, cori, orchestra, con alternanza di pianissimo e fortissimo. Poi passo a ascolti più intimi, il piano di Mendellshon, il quartetto la trota di Schubert, poi per non farmi mancare niente anche musica contemporanea (i mirabilmente incisi Wien I e III). Segue un cambio di genere, con i Dead can dance (into the labyrinth), gli immancabili Pink Floyd (scusate ma ci sono cresciuto), i Dire Straits, il “tormentone” De Andrè (canzone di Marinella insieme a Mina ed altro), tranquilli c’è anche il jazz (time out di Brubeck, poi Davis, Colleman, Armstrong, Mingus, ecc). Dopo questa passata di pezzi fissi, passo ad altro, un po secondo l’ispirazione del momento, per esempio Picaso (dal cd della Lavelle Spirit, molto gradevole e bene inciso), ex spiral (una eccezionale registrazione di percussioni in xrcd), un paio di vinili, un OMR con i pini di Roma di Respighi ed un direct to disc della sheffield con brani di Prokoviev. Naturalmente è di prammatica Mahler in super audio cd della rca (il silenzio nei pianissimo è incredibile), e tante altre cose, inclusi alcuni cd di tango. Ma di musica nel mese in cui queste Pylon audio hanno stazionato a casa mia ne ho ascoltata davvero tanta, e variata, non solo come generi ma anche come etichette.
       
      Le impressioni di ascolto
      Ma adesso veniamo alle impressioni di ascolto. Innanzitutto diciamo che la sensibilità è buona e appare in linea con quella dichiarata, il diffusore si pilota facilmente e anche a basse spl riesce a non perdere risoluzione. Ho provato ad eccedere con il volume ma non sono mai riuscito a metterlo davvero in crisi anche a esagerando con ascolti quasi esplosivi, approfittando della assenza dei vicini di casa (il diffusore era in prova, non mi sembrava il caso di esagerare portando l’ampli al clippping). La risposta in frequenza è bene estesa anche agli estremi di gamma, in basso scende senza problemi bel sotto dei 40 hz (diciamo che arriva a 35 senza problemi) , il medio basso è corposo e grintoso, ma non sporca la gamma media. Le voci sono bene intellegibili, sia per i solisti che per i cori. Molto buona la resa nei piani orchestrali, che non fanno mai “mappazza”, non impastano, non induriscono nei fortissimi. La gamma alta è nitida e dettagliata ma mai aggressiva e trapanante. La scena è giustamente estesa in larghezza e profondità, e resta ben salda al variare della spl. 
       
      Conclusioni
      Insomma credo si sia capito che il  diffusore è di quelli che mi piacciono, perché è completo (non chiediamogli ovviamente di riprodurre i 16 hz a -0 db), suona omogeneo ed equilibrato, nei brani che lo richiedono sa essere di volta in volta lirico o coinvolgente o emozionante, si comporta onorevolmente con praticamente tutti i generi musicali (i limiti sono più nelle registrazioni che nel diffusore), anche se trovo che dia il meglio di se con la musica complessa (sinfonica, grandi gruppi jazz, ecc). Cosa importante per l’ascoltatore medio, sa essere piacevole negli ascolti notturni ed a spl condominiali ma può anche regalare emozioni a chi ama volumi sostenuti. In sintesi un diffusore flessibile con cui è facile convivere e con cui ascoltare la musica che ci piace senza sentire che “manca qualcosa”. Non richiede centrali elettriche per essere pilotato, ma meglio avere elettroniche di qualità, un punto a favore è la facilità di collocazione in ambiente, (è quasi plug and play e sopporta posizionamenti non ottimali). Dimenticavo, il listino di queste Diamond 30 va da poco meno di 3000 euro per la coppia ad un massimo di 3450, a seconda della finitura scelta, che posizionano questo dffusore quasi al top della casa polacca, la quale produce modelli che vanno da un minimo 499 euro ad un massimo di 3990 euro la coppia. Credo che di Pylon Audio sentiremo ancora parlare e visti i prezzi e la qualità consiglio vivamente un ascolto a chi più che al “blasone” è interessato ad un diffusore valido, ben suonante e di prezzo competitivo.

  • I Blog di Melius Club

    1. cactus_atomo
      Latest Entry

      By cactus_atomo,


      Premessa: noi di Melius siamo sempre alla ricerca di prodotti interessanti, fruibili, per prezzo e dimensioni, da una vasta platea di potenziali utenti, perché siamo convinti che i top di gamma, le flagship, pur interessanti per noi appassionati di lunga data, non siano in grado di creare un mercato ampio e solido, che permetta agli utenti di crescere, acquisire consapevolezza e magari un domani decidere di passare ad un prodotto dal listino “troppo elevato”. In fondo direi che tutti abbiamo cominciato così, da prodotti dal prezzo umano, con i quali godere della nostra musica senza eccessive penalizzazioni, e grazie ai quali in alcuni è cresciuta “l’insana passione” e passo passo siamo arrivato ad impianti che tanti anni fa avremmo liquidato con “fuori di testa”.
       

      Diamond_30_natural_veneer_OAK_lacquer_oak_1.thumb.jpg.805bc5f18efba902c3012a002bac6990.jpgLa sorpresa Pylon Audio

      Tra i marchi che pian piano stanno facendosi strada tra gli appassionati e che si costruendo una reputazione basata sui fatti, sicuramente c’è la polacca Pylon Audio. Si tratta di una ditta relativamente giovane, che ha scelto di attestarsi su un segmento di mercato particolare, quello dei diffusori con pochi fronzoli e molta sostanza, in modo da poter competere con un elevato rapporto qualità/prezzo, ponendo molta attenzione a entrambe queste due componenti. La Pylon Audio ha una dimensione industriale e non artigianale, in modo da poter distribuire i costi generali su un discreto numero di prodotti venduti, ha un suo sito (www.pylonaudio.com) in lingua polacca ed inglese, conta su una valida rete di distribuzione in tutta Europa (per l'Italia l’importatore è MGP Audio, sito web dell’importatore https://mgp-audio.weebly.com/ .

      Ho conosciuto Pylon Audio per caso, me ne parlarono bene alcuni amici di cui mi fido che le ascoltarono ad una manifestazione hi-fi, poi un amico fonico, che pur non avendole ascoltate direttamente mi riferiva che molti sui colleghi glie ne tessevano le lodi.

       

      Caratteristiche tecniche e costruttive

      A questo punto la curiosità era tanta e grazie alla cortesia e alla disponibilità dell’importatore ho potuto ricevere in prova una coppia di Pylon audio 30 (lo so, sono fissato con i diffusori da pavimento, che gli amanti delle scatole da scarpe mi perdonino), un oggetto che mi pare assai interessante in virtù della componentistica, delle caratteristiche e ovviamente anche del prezzo di listino. I diffusori mi sono arrivati in due solidi imballo di cartone,ben sistemati con il polistirolo interno, ogni pacco conteneva un diffusore, le istruzioni, la garanzia e le 4 punte. Pesano un poco, sui 30 kg cadauno imballi compresi, ma con l’aiuto del corriere sono riuscito a farli arrivare a casa mia senza problemi e direi con relativamente poca fatica. L’estrazione del diffusore dal suo imballo è semplice, ci sono riuscito da solo (invece per imballarlo per la rispedizione ho preferito farmi aiutare, non volevo procurare per la fretta danni estetici al prodotto). Il diffusore in questione all’aspetto si presenta come un classico diffusore da pavimento, un parallelepipedo non troppo invasivo (196x1080x390), ma comunque di buon litraggio, che si sviluppa più in profondità che in larghezza per favorire l’accettazione anche da parte del gentil sesso. Dal punto di vista tecnico, si tratta di un 3 vie, 4 altoparlanti, di cui 2 woofer seas da 18 cm, un mid sempre Seas da 15 cm ed un tweeter Scanspeak. I driver sono di qualità e ben noti, utilizzati da molti altri produttori e anche apprezzati da autocostruttori evoluti. Il crossover è stato realizzato con cura ma tenendo ben presente l’obiettivo di non rendere il carico troppo difficile per gli amplificatori che ragionevolmente verranno utilizzati per pilotarli, I dati dichiarati dal produttore parlano di impedenza dichiarta di 4 ohm, con una la risposta in frequenza (senza specificare entro quanti db) di 32-20.000,efficienza 91 db, la potenza nominale di 120 watt mtntre quella massima RMS di 250 watt. Per la morsettiera si è optato per un monowiring, e questa scelta mi trova molto d’accordo, si riducono i costi, si semplifica la vita all’utente finale e si evitano i grovigli antiestetici di cavi. In compenso i morsetti sono ben fatto ed accettano vati tipo di terminazioni. Il cabinet appare ben realizzato,non ha la cura dell'ebanisteria da liutaio, ma è solido e robusto, direi ben progettato per evitare le vibrazioni indesiderate. Di serie il diffusore è dotato di punte (4 per ogni diffusore), che all’uso si sono rivelate efficaci. Una nota di plauso al fatto che sia possibile avere questi diffusori in differenti finiture, color legno oppure laccate di vari colori(quelle che ho avuto in prova io erano colo legno chiaro, anche se avrei preferito le le classiche nere, per alcuni un po funeree, ma il nero sfina e rende il diffusore più snello alla vista, inoltre il nero è un colore che si inserisce bene in molti tipi di ambiente.
       

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      Hardware e Software per la prova di ascolto

      Ho sistemato le Pylon Audio 30 nella mia solita stanza di ascolto, un saloncino di 35-40 mq, amplificazione Levinson (pre 28 e finale 23), cdp Sony scd1, giradischi Denon dp5000 con braccio Grace, testina kiseki blu e pre phono Threshold Fet ten. Ho posizionato i diffusori a poco più di un metro dalla pare parete di fondo, in modo da non avere il portaelettroniche tra i diffusori ma più indietro, l’interasse tra i diffusori era di circa 250 cm,la distanza dal punti di ascolto circa la stessa, con un leggero toe-in di circa 15 gradi. Questa sistemazione è stata raggiunta dopo una serie di piccoli aggiustamenti e prima di dare inizio alla prova di ascolto vera e propria. Per i più curiosi, i cavi di potenza erano quelli che uso da tempo, i Cardas hexlink five c, l’ambiente ha un blando trattamento passivo (grande tappeto tra diffusori e punto di ascolto, tube traps negli angoli della stanza e due semiclindri sulla parete dietro i diffusori). Come faccio sempre in occasione di prove di oggetti nuovi, ascolto per qualche giorno con i diffusori miei, (mentre con altra amplificazione faccio rodare i diffusori nuovi). Poi passo all’ascolto delle new entry, per un periodo di almeno 15-30 gg, alternando cd, sacd, vinile di vario genere (classica, lirica, jazz, pop, rock) di etichette commerciali valide, intervallando di tanto in tanto con le cosiddette registrazioni audiophile, ma il primo ascolto lo faccio sempre con i dischi test (vinile e cd) della rca, l’esperienza mi dice che il momento del frescone capita a tutti, quindi sono immancabili le classiche 4 tracce canale dx, canale sx, voce in fase, voce in controfase. dopo questa verifica mi sento di proseguire. La mia scaletta per le prove di ascolto è quasi sempre la stessa, comincio con il dies irae dal requiem di verdi diretto da Solti, passo poi all'alleluia dal Messia di Handel (Hogwood, con strumenti originali), sono brani impegnativi, con voci maschili, femminili, cori, orchestra, con alternanza di pianissimo e fortissimo. Poi passo a ascolti più intimi, il piano di Mendellshon, il quartetto la trota di Schubert, poi per non farmi mancare niente anche musica contemporanea (i mirabilmente incisi Wien I e III). Segue un cambio di genere, con i Dead can dance (into the labyrinth), gli immancabili Pink Floyd (scusate ma ci sono cresciuto), i Dire Straits, il “tormentone” De Andrè (canzone di Marinella insieme a Mina ed altro), tranquilli c’è anche il jazz (time out di Brubeck, poi Davis, Colleman, Armstrong, Mingus, ecc). Dopo questa passata di pezzi fissi, passo ad altro, un po secondo l’ispirazione del momento, per esempio Picaso (dal cd della Lavelle Spirit, molto gradevole e bene inciso), ex spiral (una eccezionale registrazione di percussioni in xrcd), un paio di vinili, un OMR con i pini di Roma di Respighi ed un direct to disc della sheffield con brani di Prokoviev. Naturalmente è di prammatica Mahler in super audio cd della rca (il silenzio nei pianissimo è incredibile), e tante altre cose, inclusi alcuni cd di tango. Ma di musica nel mese in cui queste Pylon audio hanno stazionato a casa mia ne ho ascoltata davvero tanta, e variata, non solo come generi ma anche come etichette.

       

      Le impressioni di ascolto

      Ma adesso veniamo alle impressioni di ascolto. Innanzitutto diciamo che la sensibilità è buona e appare in linea con quella dichiarata, il diffusore si pilota facilmente e anche a basse spl riesce a non perdere risoluzione. Ho provato ad eccedere con il volume ma non sono mai riuscito a metterlo davvero in crisi anche a esagerando con ascolti quasi esplosivi, approfittando della assenza dei vicini di casa (il diffusore era in prova, non mi sembrava il caso di esagerare portando l’ampli al clippping). La risposta in frequenza è bene estesa anche agli estremi di gamma, in basso scende senza problemi bel sotto dei 40 hz (diciamo che arriva a 35 senza problemi) , il medio basso è corposo e grintoso, ma non sporca la gamma media. Le voci sono bene intellegibili, sia per i solisti che per i cori. Molto buona la resa nei piani orchestrali, che non fanno mai “mappazza”, non impastano, non induriscono nei fortissimi. La gamma alta è nitida e dettagliata ma mai aggressiva e trapanante. La scena è giustamente estesa in larghezza e profondità, e resta ben salda al variare della spl. 

       

      Conclusioni

      Insomma credo si sia capito che il  diffusore è di quelli che mi piacciono, perché è completo (non chiediamogli ovviamente di riprodurre i 16 hz a -0 db), suona omogeneo ed equilibrato, nei brani che lo richiedono sa essere di volta in volta lirico o coinvolgente o emozionante, si comporta onorevolmente con praticamente tutti i generi musicali (i limiti sono più nelle registrazioni che nel diffusore), anche se trovo che dia il meglio di se con la musica complessa (sinfonica, grandi gruppi jazz, ecc). Cosa importante per l’ascoltatore medio, sa essere piacevole negli ascolti notturni ed a spl condominiali ma può anche regalare emozioni a chi ama volumi sostenuti. In sintesi un diffusore flessibile con cui è facile convivere e con cui ascoltare la musica che ci piace senza sentire che “manca qualcosa”. Non richiede centrali elettriche per essere pilotato, ma meglio avere elettroniche di qualità, un punto a favore è la facilità di collocazione in ambiente, (è quasi plug and play e sopporta posizionamenti non ottimali). Dimenticavo, il listino di queste Diamond 30 va da poco meno di 3000 euro per la coppia ad un massimo di 3450, a seconda della finitura scelta, che posizionano questo dffusore quasi al top della casa polacca, la quale produce modelli che vanno da un minimo 499 euro ad un massimo di 3990 euro la coppia. Credo che di Pylon Audio sentiremo ancora parlare e visti i prezzi e la qualità consiglio vivamente un ascolto a chi più che al “blasone” è interessato ad un diffusore valido, ben suonante e di prezzo competitivo.

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    2. iltondi
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      By iltondi,


      Il primo aprile del 1984 moriva, ucciso da un colpo di pistola sparato dal padre, uno dei maggiori esponenti della musica soul: Marvin Gaye. Il giorno dopo avrebbe compiuto quarantacinque anni. Ma la sua voce continua ancora a sentirsi. Questo articolo è per celebrare la sua grandezza, un omaggio doveroso e sentito per uno degli interpreti più carismatici e innovativi di sempre.
       

      Il primo d'aprile, oltre al pesce fuori moda e sgualcito che magari qualcuno si ritrova ancora appiccicato dietro le spalle, per me da sempre coincide con un vuoto che si allarga, una mancanza che echeggia come una voce in un pozzo. Per cui è un debito di riconoscenza, o una sorta di adorazione perpetua, ciò che mi spinge a scrivere un articolo celebrativo dedicato a Marvin Gaye e a farlo pubblicare in questi giorni, esattamente quando ricorre il trentesimo anniversario della sua morte. A essere sinceri, più che la sua scomparsa si dovrebbe celebrarne la nascita, che, per un segno beffardo del caso o forse di Dio, sarebbe il 2. Ma il mito prende avvio dalla fine, come si sa. Quel 2 di aprile del 1984 avrebbe dunque compiuto quarantacinque anni.

      Nato a Washington nel 1939 come Marvin Pentz Gay Jr., aggiunge una “e” in fondo al nome per dare un tocco di classe (ma anche per evitare ambiguità), come già aveva fatto qualche anno prima Sam Cooke, altra divinità della musica soul. Sul finire degli anni Cinquanta, giovanissimo, è già nel circuito della musica, fino a venire scritturato dalla leggendaria Chess Records (che vantava nella propria scuderia Muddy Waters, Chuck Berry, Etta James) e in seguito dalla celebre etichetta di Detroit, la Motown (fondata in realtà come Tamla), di cui è per anni tra gli artisti di punta insieme a gente del calibro di Stevie Wonder e i Jackson 5. Ma all'inizio è pure percussionista, autore per gli altri, voce del coro, e ci vogliono una dozzina di dischi e alcuni singoli di successo come How sweet it is (to be loved by you) e I heard it through the grapevine (la sua cover, seguita a ruota da quella dei Creedence Clearwater Revival, rimane la più conosciuta) per arrivare all'album perfetto, il capolavoro indiscusso What's going on.

      51RlgDC35tL._AC_.jpg.91239f7035acad32920f088ac52954fa.jpgArrivarci è un'impresa difficile anche perché in mezzo c'è la morte di Tammi Terrell a soli ventiquattro anni: il nome forse non sarà arcinoto, ma almeno una volta nella vita sarà capitato di ascoltare Ain't no mountain high enough (peraltro sfuttatissima da pubblicità e colonne sonore di film), brano che rappresenta l'emblema del loro connubio artistico. Dopo la scomparsa della Terrell, nel 1970, per Gaye c'è solo disperazione, tanto che si ritira per un po' dalle scene e per un paio di anni non fa nemmeno concerti. Tuttavia, come spesso succede, dalle tragedie e dalla sofferenza scaturisce materiale buono per essere tradotto in parole e musica. Il risultato è appunto What's going on.
      In realtà, a complicare le cose ci si mette anche Berry Gordy, produttore della Motown, che all'inizio non ne vuol sapere di pubblicarlo, perché lo giudica un prodotto di scarso appeal commerciale. Ma si sbaglia. Il brano che dà il nome all'album è il lampo di un genio, con quel chiacchiericcio iniziale, le risate, le sovraincisioni, la magnifica intro di sax, il testo intriso di malinconica amarezza e di palese protesta, amore e speranza, e infine i suoi classici urletti. L'album, vero e proprio concept album, è un condensato di tematiche pregnanti e attuali come la marginalità, la droga, e soprattutto il conflitto del Vietnam; e allora ecco l'insensatezza della guerra, l'infinita scia di morti, il vissuto dei reduci. Dentro ci sono anche il rapporto con Dio, la speranza riposta nei bambini, la città e i ghetti americani, e tutta un'altra seria di spunti sociali che rende What's going on "l'album", un disco immenso, più che mai autentico e accorato. La musica soul passa in un attimo dall'opinione diffusa di canzonette d'amore e contenuti più frivoli a quella di sound raffinato e testi di impegno civile.


      Gli anni successivi sono quelli del ritorno alla sensualità, in cui Marvin Gaye gioca di sponda con la sua immagine di figura carismatica e di sex symbol per le folle di donne in deliquio che sgomitano sotto il palco. Sono gli anni di Let's get it on (1973), la cui traccia eponima è simbolo dell'amore puro e ha in sé un potenziale erotico debordante (chi non l'ha mai usata come sottofondo di un momento hot è ancora in tempo...), e di I want you (1976), che segna anche una svolta funk, in linea con le richieste della casa di produzione sempre interessata alla commerciabilità della sua musica. Sono poi gli anni di due grandiosi album live: Marvin Gaye Live! (1974) e Live at the London Palladium (1977), che racchiude l'apice di quella svolta funk in Got to give it up, pezzo cantato in falsetto dall'inizio alla fine e che, nella sua versione intera, supera i dieci minuti ed è tutto da ballare.81qKCeXmRyL._SS500_.jpg.0ef55f0d63a09b1d0747cd1199e57846.jpg

      L'ultimo periodo della carriera e della vita di Marvin Gaye è contraddistinto dalla crisi finanziaria e da problemi fiscali, periodo aggravato dal divorzio con la moglie e dalla tossicodipendenza. Poi la rinascita, con il cambio di etichetta (Columbia Records) e la pubblicazione di Midnight Love (1982), che contiene un altro inno erotico: Sexual healing. Per giungere alla sua morte.

       

      Marvin Gaye vive a casa dei suoi genitori, quando suo padre, col quale ha sempre avuto forti contrasti, gli spara il primo aprile del 1984. L'ennesima lite che culmina nel peggiore dei modi, un gesto forse frutto dell'esasperazione. E il principe della musica soul se ne va, proprio come se n'era andato Sam Cooke, pure lui ucciso da un colpo di arma da fuoco vent'anni prima (anche se, nel suo caso, in circostanze più misteriose, perché fu la direttrice di un motel a premere il grilletto); un triste destino, quello della scomparsa prematura, che comunque accomuna altri rappresentanti della musica nera come Otis Redding (morto a soli ventisei anni, in un incidente aereo del 1967) e Michael Jackson, lei cui dinamiche legate agli ultimi istanti rimangono ancora tutte da chiarire. Qualche album postumo non renderà giustizia alla figura di Marvin Gaye, tra le voci più influenti del secolo scorso e fonte di ispirazione per innumerevoli artisti successivi: dal nuovo interprete bianco del soul Robin Thicke (tra l'altro accusato di plagio per Blurred lines, proprio nei confronti di Got to give it up) al rapper Big Sean, da Lenny Kravitz (di cui si vociferava da tempo che dovesse interpretarne la parte in un biopic; invece, pare che dovrà uscire tra non molto un film diretto da Cameron Crowe, già esperto del genere, con protagonista Terrence Howard) fino all'ottimo Gregory Porter.

      Di lui si ricordano anche i suggestivi duetti con talentuose interpreti femminili: oltre alla già citata Tammi Terrell, anche Mary Wells e Diana Ross (l'album Diana & Marvin, del 1973, custodisce proprio i brani cantati insieme dai due).

       

      Marvin Gaye fu per la musica soul quello che Jimi Hendrix era stato per il rock e John Coltrane per il jazz. Se fosse ancora vivo, oggi avrebbe settantacinque anni, e l'età anagrafica probabilmente gli consentirebbe ancora di salire sul palco a intrattenere le masse col suo timbro caldo e il carisma inconfondibile. Quello che rimane invece è uno stato molto vicino all'estasi quando si ascolta la sua voce, mentre un vecchio disco scricchiola sul piatto. E poi qualche foto in bianco e nero, un capellino di lana, la barba lunga, la mano sul mento, un sorriso con la bocca e con gli occhi che intanto guardano di lato. Infine quel vuoto che continua a diventare più largo.

    3. Avevo intorno ai 15 anni quando scesi santa Teresa, arrivai sotto Port'Alba e consegnai due settimane di sudati risparmi a Guida. E fu così che mi accaparrai la prima edizione dell'opera prima di uno sconosciuto scrittore napoletano.
      La comprai al buio, come allora si compravano libri e dischi, ma me ne aveva parlato bene una persona di fiducia e allora decisi di rischiare.

      Ho poi incontrato di persona Luciano De Crescenzo, ben 25 anni dopo, teneva una conferenza nelle cantine storiche di Mastroberardino accompagnato da una giovanissima etèra vestita come Aspasia, la sua preferita. In quei 25 anni era passato da scrittore dopolavorista a Maestro di un genere letterario e cinematografico creato da lui stesso.

      Grazie professore per avermi insegnato l'ironia ed essere riuscito dove anche Geymonat e Adorno a volte avevano fallito.

      Ci rivedremo, non importa quando, tanto il tempo non esiste.
       

       

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      La vera magia che compie il Carnevale è quella di fermare il tempo: almeno per qualche giorno si può dimenticare il quotidiano e lasciarsi trasportare in un mondo fantastico, ritornare bambini inventarsi battaglie a colpi di coriandoli e volare con la fantasia in quei mondi fatti di streghe, elfi, draghi, fate, creature misteriose che evocano personaggi mitologici o del futuro che viaggiano nel nostro inconscio: DES MONDES FANTASTIQUES!

      Questo è stato il tema dell’ 86esimo Carnevale di Menton durante la tradizionale e celebre Fête du Citron che ha richiamato una gran folla entusiasta un po’ da tutto il mondo.

      Domenica eravamo 240000 e, alla fine, tutti eravamo cosparsi di “confettis” (coriandoli). Moltissimi i controlli e massiccia la presenza dei gendarmi ma,  più importante ed evidente, era la voglia di fare festa e divertirsi tutti insieme... no, non c’erano gilets jaunes ma tanti...citrons jaunes che, volentieri,  giocavano e si facevano fotografare soprattutto con i bambini. La temperatura era quasi estiva, il sole splendeva e, nel cielo, neanche una nuvola! Dopo la burrasca dei giorni scorsi, anche il mare si era calmato. La scenografia era quindi perfetta!

      Prima di partire con le foto delle cartoline, però, leggete il lato B, quello che vi racconta qualcosa sulle origini e la storia di questa bella festa, e probabilmente scoprirete qualche notizia interessante. Buon divertimento!

       

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      L’idea del Carnevale a Mentone, fino allora legato a quello di Nizza, è venuta all'inizio del 1900 ad opera di alcuni albergatori che volevano alimentare e intrattenere i villeggianti durante la stagione in cui era tradizione che re, principi, nobili, imprenditori, artisti e ricchi borghesi venissero su “la Côte” a trascorrere qualche salutare settimana al mare cercando anche di curare quel triste mal sottile che era la piaga del tempo. 

      Il Carnevale di Nizza, antichissimo e risalente addirittura al XIII secolo, era l’appuntamento ideale con la sua famosa Parade e i fantastici fuochi artificiali che chiudevano i festeggiamenti . Anche la regina Vittoria partecipò alla manifestazione nel 1882. 

      Una simpatica curiosità: durante questo periodo, nella seconda serata, si svolgeva una famosa e attesa gara, retaggio genovese, che era chiamata dei “Moucouleti”.

      In realtà, come racconta la storia, questa serata presentava un gioco molto divertente dedicato agli innamorati: i giovani tenevano in mano una candela accesa mentre le ragazze la portavano ugualmente ma tenendola, con la mano alzata, sulla testa. Il combattimento consisteva nel cercare, soffiando, di spegnere a vicenda la candela degli avversari mantenendo accesa la propria. Anche le ragazze cercavano di spegnere quella di quei corteggiatori che non gradivano o quelle delle rivali. Quelli che riuscivano a mantenere il moccolo acceso cercavano poi di spegnere quello della ragazza di cui erano innamorati: se ci riuscivano avevano in premio il bacio della fanciulla amata.

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      Intanto, nel 1929, quando si diceva che Mentone fosse il primo produttore di limoni del continente, un albergatore decise di allestire una Mostra di Fiori e di Agrumi  nel giardino dell’Hotel Riviera. L’esposizione riscosse un notevole interesse tanto che, a poco, si sviluppò sempre di più arricchendosi di carretti decorati di agrumi, piante di agrumi e bancarelle disseminati qua e là per la cittadina con graziose majorettes abbigliate in costume. 

       

      Finalmente, la vera FÊTE du CITRON nacque nel 1934 e diventò una manifestazione indipendente dal Carnevale di Nizza, offrendo un proprio défilé “al limone”!

      Nel 1936 apparvero  i primi  manifesti e la Festa si trasferì nei pressi del Casinò, nei giardini pubblici Biovès: qui nacquero le prime creazioni con l’utilizzo di 10000 limoni e 12000 arance: il tema era un omaggio al territorio.

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      Da allora, ogni anno, in autunno, viene deciso il tema per il prossimo Carnevale, tuttavia, come succede per tutti gli eventi, alcuni anni sono stati felici e altri meno sia per cause climatiche (anni di forti piogge e addirittura neve nel 1956!) che politiche, come il 1991, soppresso per motivi di sicurezza a causa della guerra del Golfo.

      Ecco le tappe principali e alcuni dei temi importanti che sono stati sviluppati nel corso degli anni passati:

      Nel 1959 gli agrumi dei carri non vengono più infilzati in lunghi spilloni ma ancorati e legati tra loro per mezzo di elastici. Quest’anno ne sono serviti 750000!

      Nel 1973, in omaggio a Jules Verne e allo sbarco sulla luna, il tema è stato: “Dalla Terra alla Luna”; a Jules Verne si ritornerà nel 2013 con “ Il giro del mondo in 80 giorni”.

      Dal 1995 al 1999 i temi sono dedicati agli eroi dei fumetti : Asterix, Obelix, Tintin, Lucky Luke, personaggi di Walt Disney e del film “Fantasia”.

      Nel 2000 sfilano per la prima volta i carri di agrumi articolati nei movimenti.

      Nel 2002 il tema è italiano : Pinocchio.

      Molte edizioni, invece,  hanno scelto temi geografici che spaziano nei viaggi e vanno dalla Cina all’India, a regioni europee e grandi isole.

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      Occupandoci di questioni più pratiche, viene spontaneo domandarsi da dove vengano ben 140 tonnellate di agrumi, quantità impossibile per un comprensorio così piccolo... E poi, se i limoni di Mentone sono così speciali e pregiati, perché sciuparli nella creazione dei carri? E dove finiranno alla fine del Carnevale?Chi li fa e chi li disfa?

      Eccomi qua a cercare di dare una risposta a queste domande che io, come voi, suppongo vi siate posti!

      Allora, da quel che ho saputo, nessuno degli agrumi impiegati proviene dal territorio e neppure dalla Francia! Arrivano in maggioranza dalla Spagna, dal Marocco e, forse anche un po’ dall’Italia e altri Paesi del Mediterraneo. Delle più di 140 tonnellate, acquistate dal Comune, 100 servono per decorare il Jardin, la cui visita costa 12€ e che ospita le strutture immobili. Un po’ più di 30 invece servono per allestire i carri della sfilata ( per assistere i costi vanno dai 10, in piedi ai 25 €, seduti in tribuna) e il restante per risistemare quelle che, nel corso di quindici giorni, periodo della durata della manifestazione, si deteriorano. Alla fine, quando si smontano gli allestimenti, gli agrumi vengono svenduti, per pochi euro, in sacchetti che le famiglie acquistano ( ma solo in parte, circa 6 o 7 tonnellate), per divertirsi creando giochi per i bambini o dilettandosi, a loro volta, in piccole creazioni. Uno dei giochi più comuni è quello di creare piramidi e, sempre con gli agrumi, bombardarle per vedere chi riesce ad abbatterne il maggior numero.

      Va detto che questi agrumi non sono di grande qualità e che, difficilmente si sarebbero venduti perché magari trattati con prodotti non conformi alle norme relative all’alimentazione. Restano comunque dubbi su altri eventuali usi.

      Dalla preparazione allo smantellamento, ogni anno, vengono assunte dal Comune centinaia di persone tra cui molti studenti e pensionati che si avvicendano nei vari compiti.

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      Adesso però divertitevi e rilassatevi guardando un po’ di cartoline che arrivano fresche fresche dalla festa del 24 febbraio scorso! Alla sfilata però, lo vedrete, non c’erano solo i carri di agrumi, 10 in tutto, ma parecchie altre attrazioni si susseguivano con performances di acrobati e artisti di strada, animali gonfiabili giganti, danze tipiche eseguite dalle simpatiche e bellissime rappresentanti dei Territori d’Oltre Mare, dame e cicisbei della Commedia dell’arte, violiniste, robot, maschere varie, velocipedi, carri meccanici di mostri  giganteschi che sparavano neve e coriandoli o che sbuffavano fumo dalle narici... Fantasie oniriche di ogni età e di ogni tipo...senza tempo, insomma, come le mie cartoline!CA3.thumb.JPG.3afa2e46908c76f0e59b25d76283c265.JPGCA4.thumb.JPG.c6858f40433065d8e276d242cd62156f.JPGCA5.thumb.JPG.98077b8241b9b351262ff0b891ee259a.JPGCA7.thumb.JPG.29bf76c49f543035cf6d648deaab51d0.JPG

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      Purtoppo la mia carrellata finisce qui, con la Chimère... lo spazio è tiranno e io avevo ancora un po' di cartoline... vedremo se mi sarà possibile inserirne altre prima o poi...per ora restano alcuni spazi vuoti...Peccato!

      BUON CARNEVALE A TUTTI!!! 

      IMPORTANTE! Sono riuscita a postare qui sotto, in altri post successivi...  😁

       

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