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1887 – 2019. I primi 130 anni del disco nero

oscilloscopio

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Ha centotrenta anni l'oggetto più cool per la generazione dei nativi digitali. Ripercorriamo la storia di uno degli oggetti più iconici del Ventesimo secolo: il disco fonografico.
 

Le origini
Era il 1887 quando Emile Berliner presentò il primo disco con relativo apparecchio fonografico. Il materiale utilizzato per fabbricare i dischi, era il Gramophone_Carnevale.thumb.jpg.1cfa09b8fc2a50f254b077181d9b0031.jpgDuranoid, composto di nuova invenzione e molto costoso, che venne però presto soppiantato dalla più economica e prestante gommalacca (Shellac), o almeno fino agli anni ’40, quando si sostituì nuovamente col policloruro di vinile. Nel 1888 venne presentato al Franklin Institute di Filadelfia, oltre al nuovo disco, quello che possiamo considerare il primo prototipo di giradischi: comparve infatti per la prima volta il braccio che, realizzato da Werner Suess, (meccanico di Berliner), aveva il compito di raccordare il diaframma con la tromba di emissione. La trazione di questa macchina era manuale ed avveniva tramite una manovella ed ingranaggi, collegati al piatto del giradischi. Nel 1893 il disco venne lanciato sul mercato insieme alla macchina per riprodurlo, che montava un motore a molla costruito da Eldridge Johnson. La società di Berliner prese il nome di United States Gramophone Company.
I primi dischi realizzati avevano un diametro di 18 centimetri, ed una velocità di circa 70 rpm, successivamente il diametro aumentò a 25 e 30 cm e la velocità portata a 78 rpm, che permetteva un’incisione della durata da due a quattro minuti. Fino all’inizio del 1900 i dischi erano incisi su una sola facciata, fu la Columbia intorno al 1908 ad introdurre sul mercato i primi dischi incisi su entrambe le facciate (ma prove simili erano state già effettuate da Johnson nel 1900) anche se la produzione di dischi “monofacciali” proseguì fin oltre il 1910.Una lunga serie di battaglie legali relative ai diritti di commercializzazione del disco, seguirono il suo lancio sul mercato, ma limitiamoci a seguire l’evoluzione del disco nero. Fino al 1924 le registrazioni furono eseguite acusticamente, senza cioè l’ausilio di apparecchiature elettroniche. Le sale d’incisione erano costituite da stanze, nelle quali una parete ospitava un enorme imbuto che captava i suoni, e li trasmetteva al diaframma incisore, la cui puntina tracciava i solchi nella matrice: un disco di zinco rivestito di cera. La puntina incideva nella cera, scoprendo la superficie di zinco. Successivamente, tale matrice veniva immersa in una soluzione di acido cromico, che lasciava sullo zinco un solco corrispondente ai movimenti della puntina.
La limitata sensibilità e risposta in frequenza dell’incisione acustica, insieme all’elevata velocità di rotazione ed alla larghezza dei solchi del disco che ne limitavano fortemente la durata, non permettevano incisioni particolarmente complesse; sui primi dischi vennero quindi incisi brani per bande di ottoni, scene comiche recitate ed arie di opere liriche, spesso accompagnate dal solo pianoforte.Neophone_label.thumb.jpg.fbfbd0225d288b13241ce5c9dbedbc42.jpg

E’ del 1919 la prima registrazione dove appare il termine “Jazz” o meglio “Jass”, si trattava della “Original Dixieland Jass Band”, anche se già precedentemente si potevano trovare registrazioni assimilabili a tale genere musicale.  Con l’evolversi delle tecniche di incisione, si arrivò anche a registrare musica orchestrale, ma per incidere il suono dei violini, si inventò un nuovo strumento: il violino Stroh, che al posto della cassa di risonanza in legno, utilizzava, per amplificare il suono, una tromba, con risultati alquanto discutibili.

Esperimenti e curiosità.
Nei primi anni di vita del disco nero, sono apparse sul mercato diverse varianti e/o interpretazioni del tema. Nel 1904 la Neophone Records propose sul mercato un disco realizzato in cartone pressato, registrato (probabilmente per la prima volta nella storia) con incisione verticale al posto di quella orizzontale, tecnica correntemente utilizzata.  
La Pathè francese adottò anch’essa l’incisione verticale, e propose per prima l’utilizzo di puntine di zaffiro a punta arrotondata che, rispetto a quelle in acciaio appuntite, rovinavano meno i dischi. La lettura del disco avveniva inoltre partendo dal centro dello stesso verso l’esterno, contrariamente a quanto siamo abituati, e la velocità di rotazione era personalizzata ad 80 rpm.

Risale all’epoca del Primo conflitto mondiale la comparsa dei primi bootleg: l’embargo imposto da Francia ed Inghilterra alla Germania, aveva imposto a quest’ultima il blocco dell’import/export di matrici e dischi, peccato che le presse e molte matrici, fossero ubicate proprio in Germania la quale, infischiandosene dell’embargo, continuò a stampare e vendere i dischi di cui possedeva le matrici, evitando oltretutto di pagare le royalties a chi ne deteneva i diritti. Altro gadget curioso che comparve negli anni ’20 furono le cartoline sonore, ovvero delle cartoline illustrate che si spedivano regolarmente via posta, aventi un foro al centro e che, nella parte posteriore, avevano preinciso un breve messaggio musicale. Altra variante sul tema, furono i Flexidisc realizzati dalla Durium sempre intorno agli anni ’20. Questo tipo di dico, era realizzato in acetato e risultava quindi infrangibile, anche se la qualità dell’incisione era decisamente inferiore rispetto alla gommalacca. Visto il basso costo, vennero spesso inseriti nelle riviste specializzate, per proporre i brani più in voga del momento, denominati “Hit of the week”. Altra importante applicazione dei Flexidisc fu quella relativa alle fiabe per bambini, a cui era poco conveniente far maneggiare dischi in gommalacca, data la loro grande fragilità (ed elevato costo per l’epoca).HMV_Rigoletto.thumb.jpg.4520580e3ba0ec250fd02713b3aa8e98.jpg


Nipper
Vi chiederete: “di chi si tratta?” Semplicemente del cane che appare su milioni di dischi stampati dalla Gramophone company e dalle aziende che negli anni successivi ne acquisirono i diritti. L’immagine che siamo abituati a vedere, deriva direttamente da un dipinto che Henry Barraud fece del suo cane, mentre osservava incuriosito la tromba di un fonografo Edison. Barraud si presentò presso la Gramophone a Londra, nel 1899 con una fotografia del suo dipinto. Barry Owen, direttore della società, si offrì di acquistare il dipinto per 50 sterline, a patto che Barraud sostituisse sul dipinto il fonografo Edison, con un grammofono modello Improved. Concluso l’accordo, il dipinto fu posizionato nell’ufficio di Owen e l’immagine utilizzata come etichetta, inizialmente solo sui dischi, ma in seguito divenne il marchio della società. In America il marchio venne rilevato da Eldridge Johnson della Victor, ed il buon Nipper divenne famoso in tutto il mondo.

Dall’incisione acustica a quella elettrica
La prima incisione elettrica di cui si è a conoscenza, avvenne nel novembre del 1920, in occasione di una cerimonia in memoria del Milite ignoto nell’abbazia di Westminster, e fu effettuata da Lionel Guest e Horace Merriman, due militari che avevano svolto delle ricerche nel periodo bellico, su apparecchiature elettriche per la rilevazione di sommergibili. Essi collegarono dei microfoni a carbone caricati a tromba, mediante cavi telefonici, a degli amplificatori collocati in un furgone, e registrarono parte della celebrazione. Questa è anche la prima registrazione conosciuta, effettuata al di fuori da uno studio di registrazione. L’esordio in grande stile della registrazione elettrica, può essere assegnato alla Columbia, che nel 1925 annunciò la registrazione dell “Adeste Fideles” a 4.850 voci, registrato al Metropolitan il 31 marzo di quello stesso anno.

Le nuove tecnologie vennero subito acquisite e sviluppate dalle diverse case discografiche. Anche l’industria cinematografica era seriamente interessata alla riproduzione audio, per poter sonorizzare le pellicole cinematografiche. Il maggior limite in tal senso, derivava dalla durata limitata di un disco, che non superava i quattro o cinque minuti. Le nuove tecniche di incisione, le quali, oltre ad aumentare la fedeltà di riproduzione e permettere di ridurre la larghezza fra i solchi del disco, unite alla riduzione della velocità di rotazione dello stesso, da 78 a 33,33 rpm, consentirono di ottenere registrazioni della durata di 12/15 minuti, che era la stessa di una bobina cinematografica da 300 metri in uso all’epoca.

Tempo fa, in un thread, venne chiesto: perché proprio 33,33 rpm? Semplicemente perché i motori dei grammofoni giravano a 3600 rpm, che, con un rapporto 46 : 1 davano la velocità di 78,26 giri. Per allungare la durata del disco, vennero rapportati a 108 : 1, dando il risultato di 33,33 rpm, velocità tuttora utilizzata nei vinili LP.

Nel 1925, la General Electric Company, inventò per conto della Brunswich, un metodo di registrazione  assolutamente innovativo, chiamato “Panatrope”. Il Panatrope, adottava come “membrana” per l’incisione, uno specchio di cristallo sospeso, su cui veniva concentrato un raggio di luce. Il riflesso, modulato acusticamente, veniva convertito in segnale elettrico da una fotocellula, amplificato ed inviato al fonoincisore. Insieme ai dischi incisi con questo metodo, venne commercializzato quello che può essere considerato, il primo grammofono dotato di amplificazione valvolare ed altoparlante (che fu, per certi versi, il predecessore del lettore cd). Dato comunque l’elevato costo, sia della macchina, che dei supporti musicali, tale sistema venne presto abbandonato.Vdisc_Dorsey.thumb.jpg.9f11567d8d82973d305545ffb2aa8f9e.jpg

Un’altra novità di rilievo, dedicata alle trasmissioni radio, fu presentata nel 1931 dalla RCA e consisteva in dischi di grande diametro a microsolco, registrati a 33,3 rpm con incisione verticale, la cui risposta in frequenza si estendeva a 9.000 Hz, con una dinamica che raggiungeva i 50/60 db. Il passaggio graduale dalla produzione di dischi in gommalacca, a quelli in policloruro di vinile, avvenne durante il secondo conflitto mondiale. Gli Stati Uniti, fra i generi di conforto che inviavano alle truppe al fronte, fornivano anche dei grammofoni e relativi dischi, prevalentemente di “swing” e musica “pop”, i cosiddetti V-DISC (dischi della vittoria). Lo shellac non era certo il materiale ideale per questo tipo di applicazione, vista la sua fragilità, venne quindi utilizzato quello che ancora oggi si usa e chiamiamo abitualmente vinile: molto più leggero e resistente rispetto al predecessore. Va comunque segnalato che passarono ancora una decina di anni, prima che il nuovo materiale del supporto mandasse definitivamente in pensione il vecchio shellac, quantomeno nei paesi occidentali, dato che in India ed in altri paesi asiatici, la produzione dei vecchi dischi a 78 giri si protrasse anche negli anni ’60. Un particolare interessante relativo ai V-DISC, è che vennero incisi quando in America era in corso uno sciopero dei cantanti e dei musicisti, per ottenere il riconoscimento dei diritti d’autore. 
Gli artisti si prestarono gratuitamente con spirito patriottico all’incisione di questi dischi, ma dopo la guerra, la quasi totalità delle matrici ed una gran parte di questi dischi, venne distrutta; oggi sono articoli piuttosto rari e collezionabili. Come accaduto nel primo conflitto mondiale, anche il secondo pose le basi per un ulteriore miglioramento delle qualità del disco. Nel 1945, la Decca, grazie agli studi effettuati da Arthur Charles Haddy Neophone_Tell.thumb.jpg.9739ffdcb49ff621da1653c05bae403f.jpgsu elettroniche in grado di distinguere i sommergibili tedeschi da quelli alleati, presentò sul mercato i dischi Ffrr “Full Frequency Range Recording” che erano incisi e potevano riprodurre l’intero spettro sonoro udibile (20-20.000 Hz).

La nascita del vinile odierno
Nel 1948, la CBS presentò al mercato il “Long playing Micro groove”. Grazie alle nuove tecniche e macchine da incisione, realizzarono un disco da 30 cm di diametro con velocità di 33,33 rpm ed una larghezza dei solchi di solo 64 micron. Questo nuovo formato permetteva una durata complessiva dell’incisione di circa 46 minuti: era nato l’attuale LP, o vinile. L’anno successivo anche la RCA, che aveva già adottato la stampa dei dischi su vinile, adottò il microsolco, ma al posto di incidere a 33,33 giri, optò per la velocità di 45 giri, ed adottò il formato da 18 cm di diametro.  
Fino a questo momento, ogni casa discografica aveva adottato le proprie equalizzazioni in fase di incisione, ma nel 1949 si accordarono per una forma di equalizzazione “standard”, che prese il nome dall’associazione dei produttori discografici e venne denominata R.I.A.A. (Recording Industry Association of America), al fine di uniformare il modo di suonare di tutti i vinili, indipendentemente da chi li avesse prodotti. Anche in questo periodo non mancarono le sperimentazioni: vennero infatti proposti vinili a 33 giri, ma in formato da 25 o 18 cm, come i vecchi 78 giri o 45 giri. Fu anche testata l’incisione di due brani per facciata sui 45 giri, riducendo ulteriormente la larghezza dei solchi, ma gli scarsi risultati qualitativi ottenuti, ne segnarono la rapida estinzione. Stesso risultato per le incisioni ad una velocità di 16 giri, ancora accettabile per registrazioni di parlato, ma qualitativamente inaccettabili in ambito musicale. La fine degli anni ’50 vide la comparsa sul mercato dei primi dischi stereofonici. Sebbene esperimenti analoghi vennero eseguiti fin dagli anni ’30 (Fantasia di Walt Disney venne registrato nel 1940 su otto piste magnetiche), le prime case discografiche ad adottare questo sistema, furono la Audio Fidelity americana e le Pye e Decca inglesi. Il nuovo disco stereofonico, unito all’evoluzione ed al miglioramento di tutte le apparecchiature necessarie alla riproduzione, portarono alla nascita di quello che noi oggi chiamiamo alta fedeltà o Hi-Fi. Tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70, le nuove tecnologie permisero anche di provare ad incidere lacche in quadrifonia, ma la soluzione che uscì commercialmente vincitrice, fu la stereofonia tuttora utilizzata per le registrazioni sonore.

Conclusioni
L’avvento del cd e della registrazione digitale, ha fatto crollare l’interesse nei confronti del vinile dalla metà degli anni ’80. Il disco nero sembrava condannato all’oblio, o comunque a restare relegato nelle collezioni di pochi appassionati. Ma con l’inizio del nuovo secolo si è timidamente riaffacciato sul mercato, e con il passare degli anni, ha riconquistato una sua precisa collocazione nel settore musicale. Non è dato sapere se e quanto resisterà agli attacchi delle nuove tecnologie, ma è un dato di fatto che nel 2019 a 132 anni dalla sua comparsa, è ancora vivo e vegeto sugli scaffali dei negozi e dei grandi magazzini e, certamente, è il più longevo supporto fisico da quando esiste la riproduzione sonora.
 

Cetra_Buscaglione.jpg

 

 



25 Comments


Recommended Comments

Bel post, complimenti!

Lunga vita al vinile!

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bello leggere questi articoli.

non ho molti LP, nonostante li "conosca bene" li faccio girare con piacere.

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analogico_09

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Interessante "monografia" e mi associo al coretto di quelli che "lunga vita al vinile!"

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Bell'articolo!

Non sapevo del "Panatrope": non si finisce mai di imparare👍

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Ottimo post, riesumero' dal cantinato delle vecchie raccolte di classica e lirica lasciate in eredita' da un mio vecchio zio.. hai visto mai che posseggo un tesoro e no lo so ?  🙄

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cactus_atomo

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interessante il discorso sui dischi incisi su una sola facciata, na cosa che per me è nuovissima. Ottim articolo, una miniera di informazioni

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furono i Flexidisc realizzati dalla Durium 

ricordo negli anni '60 i "flexi" marcati "Il Musichiere" di svariati colori incisi solo da un lato a 45gg , mi sembra però fossero in plastica a diffetenza di quelli citati sopra...

Ricordo che per ascoltarli ci mettevo sotto un disco rigido, altrimenti faceva le "montagne russe" con i tasselli che c'erano sul piatto!😁

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oscilloscopio

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@rock56 Credo fossero sempre in acetato, ma contrariamente ai Durium che venivano incollati su una base di cartone, quelli erano "molli" e per ascoltarli bisognava metterli sopra ad un altro 45 giri..😁

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LaVoceElettrica

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Ricordo i flexi disc dati assiem alla cera Grey (1), al dentifricio Chlorodont (2) e pure ai formaggini Invernizzi.

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LaVoceElettrica

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Il 10/12/2019 Alle 09:23, oscilloscopio ha scritto:

e si, sul retro trovavi al limite il marchio di fabbrica...

Oltre a Nipper, anche il marchio Angel si presta a considerazioni.

Si tratta, infatti, di un "recording angel" cioè di un angelo dedito ad annotare le azioni dell'umanità; insomma uno stretto parente del "guardian angel", l'angelo custode, che invece si dedica al singolo individuo. In questo caso "annota" con una penna d'oca direttamente sul disco ed è evidente il gioco di parole che può nascere del temine "recording".

La Angel ha una storia complessa, passando di mano nel corso del secolo, per sparire nel 2006 (peccato...)

Angel.jpg.ded978459908a41ab6699e2c232397d3.jpg.

Dalla Angel derivò per alcuni mercati la Seraphim, "angeli dell'ordine più elevato", che, paradossalmente, era una collana di prezzo meno elevato (ma non la qualità).

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analogico_09

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10 ore fa, LaVoceElettrica ha scritto:

Ricordo i flexi disc dati assiem alla cera Grey (1), al dentifricio Chlorodont (2) e pure ai formaggini Invernizzi.

Io ci ho ancora i sei 10" 45 giri flex doubleface del boxetto uscito con l'Espresso nel 1980 intitolato "Il '68 - voci e storia di quell'anno incredibile.

Interessante.., si ascolta anche Laura Betti che interpreta la poesia di Pasolini schierato con i poliziotti dopo gli scontri di Valle Giulia.

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analogico_09

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c'era scritto su: "Mettere una moneta se il disco scivola"... :D

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cactus_atomo

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i 45 flexy ricordo che si trovvan anche nei fustini dei detersivi da bucato, forse AVA, 

Un fexy dell'espresso invece mi fece smetere di leggere quella testat, esattamente quello intitoalto "fate voi la perizia fonica" su un lato la voce dei telefonosti delle BR, sull'altra quella degli accusati di essere i telefonisti

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Leggo solo ora e me ne dolgo, ottimo lavoto Tito !

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Bravo Tito, una lettura interessante e piacevole!

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  • Inserimenti

    • mom
      By mom in Interventi
         33
      Inizio io con questa bellissima immagine che ne da David Letterman.
       
      “L’ autunno è la mia stagione preferita a Los Angeles, guardare gli uccelli cambiare colore e cadere dagli alberi.”

      A voi la parola... scrivete le vostre citazioni che amate quando pensate all’autunno...  
  • I Blog di Melius Club

    1. joe845
      Latest Entry

      By joe845,

       

      Possiedo un cd player Yamaha CD-S1000 che mi soddisfa alquanto, sicuramente un oggetto con un ottimo rapporto prezzo/prestazioni; è oggettivamente bello, suona bene, ha una costruzione assolutamente massiccia e ben fatta. E quindi, che vuoi? Direte voi.

      Per saperlo basta proseguire la lettura di questo post che potrebbe intitolarsi anche: Amplificatori operazionali a discreti Burson Audio V6 Vivid (come modificare uno Yamaha CD-S1000 in più step e vivere felici).

       

      di Giovanni Aste

      Traduzione di E. Tomasi

       

      Tutto ciò che occorre è una buona scusa

      Niente, è che sono autocostruttore fino al midollo e quindi non riesco, anche volendo, a non aprire un qualsiasi oggetto hi-fi per vedere come è fatto (la scusa) e per verificare se non si possa modificare in meglio (la vera ragione).

      Detto fatto, lo apro, costruzione esemplare, tutto logisticamente ben posizionato, la scheda audio, sulla parte superiore destra guardando l’apparecchio dal di fronte, appare subito alla vista appena tolto il coperchio. Il layout è ordinatamente diviso per canale DX e SX, con sparpagliati qua e là operazionali vari, transistor, condensatori, resistenze, fino ai pin d’uscita.

      Qualcosa si intuisce ma... vabbè, ci vuole lo schema elettrico.

      Girando un po' in rete trovo, addirittura, il manuale “MAINTENANCE” (quindi non il semplice USER) con tutti gli schemi elettrici, le foto degli stampati, le liste parti, insomma un oggetto veramente completo. E messo a disposizione di tutti, gratuitamente, su internet; quando un costruttore è serio si capisce subito. Sfogliando pagina per pagina trovo finalmente lo schema della scheda audio, andiamo a dare un’occhiata..

       

      1615473934_figura1.JPG.b017672562c6c8292445a4795b2a5dc4.JPG

       

      Tralasciando lo stadio di conversione I/V (a sinistra della figura) che non provo certo a modificare, troviamo un ampli differenziale, realizzato con le due metà di un operazionale NE5532DP, e poi lo stadio filtro/buffer d’uscita realizzato con un altro operazionale, forse un po' più “fichetto” (dico forse perché di operazionali non mi intendo tanto), un LME49723. Seguono il condensatore di uscita, due transistor inseriti come “mute” che quindi, se comandati, cortocircuitano il segnale a massa, e un filtro RC finale (presente su praticamente tutti i lettori CD)

       

      E quindi, cosa modifichiamo? Andiamo con ordine.

      Primo step. La prima cosa che ho fatto è stato dissaldare il piedino di C108, quello ovviamente lato R135, in modo da eliminarne l’effetto (o meglio, il possibile effetto) sulle alte frequenze, tenete però presente che la mia catena è tutta valvolare, quindi un minimo effetto di filtro alle alte frequenze è sempre presente, dato dai trasformatori di uscita, mentre non so cosa potrebbe succedere in un sistema tutto SS con banda passante di un MHz.

      Si sente? Bah! Sinceramente, per quel che è la banda passante del mio orecchio di ultra cinquantenne, che arriva circa a 14KHz (a spanne eh?!?) non mi è sembrato cambiasse granché. Ma comunque ormai l’avevo fatto e l’ho lasciato così. Anche se, essendo stato solo dissaldato un pin, a tornare nella configurazione iniziale ci vogliono veramente due secondi.

       

      Secondo step. Guardando lo schema appare subito chiaro che il condensatore in uscita è un abnorme 470uF e, ovviamente, visto il valore, elettrolitico.

      La scelta del costruttore è corretta, visto che non può sapere, a priori, cosa verrà collegato, deve inserire una capacità tale che anche col più basso dei carichi consentiti, il lettore riesca a garantire la banda passante nominale.922991409_figura7.jpg.69ad72ec0697e2c29ebf0011fd45cb1e.jpg

      Nel mio caso, in cui il carico visto dall’uscita del CD, è un pre a triodi con un potenziometro da 50K in ingresso, il condensatore in esame può scendere a ben più miti valori, diciamo che con un 10uF (o forse meno) dovremmo cavarcela. Dissaldo l’elettrolitico e inserisco quello che avevo per le mani, un Arcotronic plastico (penso polipropilene) da 10uF 250V.

      Si sente? Sì, questo sicuramente si sente. Diciamo che mi aspettavo qualcosa di più, evidentemente l’elettrolitico faceva comunque bene il suo sporco lavoro, ma comunque la grana diventa più fine, aumentano spessore e consistenza di ogni strumento, il suono è meno superficiale, più complesso e pieno di sfumature. Ed anche in questo caso, tornare indietro è possibile e con pochissimo sforzo.

       

      Terzo step. E qui il gioco si fa duro. A un certo punto mi sono detto “ma ‘sto condensatore è proprio necessario?”. L’operazionale è alimentato in duale quindi la sua uscita non dovrebbe presentare alcun offset (a parte ovviamente quel poco derivante dal fatto che nessun componente è il componente ideale). Allora attacco l’oscilloscopio al punto tra il piedino 7 di U17 e il condensatore e mi metto a misurare. Qualche millivolt, praticamente nulla. Lascio il tutto acceso per qualche ora, praticamente nessun cambiamento. 

      Quindi mi decido, o la va o la spacca. E a questo punto faccio piazza pulita! 

      Con un pezzetto di filo (ovviamente audiofile), faccio un ponticello tra l’uscita dell’operazionale e il punto in comune tra R135 e C108, visto che ora che ho dissaldato un pin di C108 c’è una piazzola libera. D’altronde il miglior condensatore è quello che non c’è, giusto?

      Si sente? E be'! Qui la cosa si fa interessante e parecchio! All’inizio si rimane quasi sconcertati, perché lo "Yamahone", che in versione “liscia” ha un carattere molto neutro, gentile, trasparente, lineare, leggerissimamente ambrato, diventa di punto in bianco quasi scorbutico, sicuramente più deciso, negli attacchi, nei rilasci, sembra che ci sia più energia in generale. È proprio un bel cambiamento “overall”. Ma basta poco per capire che siamo nella direzione giusta. È tutto più vero, c’è poco da fare. È stato tolto un velo, e neanche tanto leggero. E veramente a costo 0!

       

      Quindi, finito? Macchè!

      Quarto step. Sempre più difficile. Per un po' di tempo ascolto con questa configurazione un po' insolita e, sinceramente, non proprio filosoficamente corretta, perché la mia estrazione tecnica mi dice, nel profondo, che un cavolo di condensatorino ce lo dovrei mettere. Ma tant’è, nel mio sistema sinceramente posso farne a meno e dato che per quanto possa spendere, un condensatore migliore di un filo non posso trovarlo, decido di lasciarlo  così.1566824288_figura2.JPG.efe8a2da73b20f8dcc7c42e0090f05c3.JPG

      Stavo quindi per richiudere il contenitore del CD-S1000, quando caso volle che incappassi, su internet, in una recensione su degli operazionali a discreti della australiana Burson Audio, una (relativamente) giovane azienda che produce apparati completi di notevole fattura (ampli cuffie, pre, etc), ma strizza l’occhio anche ai DIYers con una piccola serie di oggetti per l’autocostruzione/customizzazione. Producono infatti operazionali a discreti (la linea V5 e V6 principalmente) e piccoli kit di adattamento per questi ultimi, cioè un adattatore SOIC to DIP8 (per passare da SMD a montaggio normale) e un aggeggino che permette di connettere l’opamp anche in posizioni non perfettamente verticali visto che, come vedrete, questi componenti sono fortemente sviluppati in altezza e non è detto che entrino in tutti i contenitori dei vari apparecchi (nel CD-S1000 ci sono entrati per 2 mm).

      Ora, un circuito integrato operazionale a discreti è un ossimoro, e già questo mi rende l’oggetto simpatico.

      Leggo qualche recensione e sono tutte positive e alla fin fine la modifica non costerebbe neanche tanto, potrei sostituire U17 e il corrispettivo U15 per l’altro canale, con due operazionali doppi realizzati dalla Burson per una spesa intorno ai 150 Euro spedizione compresa, quindi.

      Quindi un cavolo, c’è un grosso problema; gli operazionali sul CD-S1000 sono SMD, mentre gli operazionali Burson, i V6 Vivid, per la precisione, sono, per ovvie ragioni, formato “normale” con uno zoccolo DIP 8, come potete vedere nella foto relativa.

      E allora che si fa?

      470991493_figura3.JPG.5b27dbe5aee1439b04a20c5363bf3060.JPGOccorre dissaldare gli opamp originali, inserire degli adattatori da SOIC a DIP8 (la stessa Burson ne produce, un po' costosi in verità, io li ho comprati sulla baia) e poi si possono montare i V6 (o tutto quello che volete).

      E qui la cosa comincia ad assumere aspetti inquietanti.

      Sul sito Burson c’è un video di un tizio che, con una treccia dissaldante, in pochi secondi dissalda un operazionale SMD e poi salda il nuovo adattatore, ma la realtà potrebbe essere differente e se faccio un errore avrò un CDS “mattone” e niente altro. Ci penso qualche giorno perché il rischio c’è, senza dubbio. Poi alla fine mi decido.

      La curiosità è troppa, cavolo!

      Fortunatamente ho vicino casa un negozietto di elettronica con un valente tecnico, smonto la scheda e gliela porto, insieme ai “ragnetti” da saldare al posto degli SMD e gli spiego il da farsi. A parte il commento in slang romanaccio “ma se funzionano che li cambi affà?”, assolutamente comprensibile da una persona non affetta dal morbo dell’audiofilo autocostruttore, mi sembra sicuro del fatto suo e, seppur con una certa apprensione, gli lascio il tutto.

      Quelli che vedete nella foto, indicati dai cerchi bianchi sono i due operazionali IC15 e IC17 che andranno rimossi per inserire gli adattatori SOIC to DIP8, sotto una foto con gli operazionali sostituiti con gli adattatori.

       

      1540981855_figura4.jpg.c594135d248b6cc73d6ee94fd22bb46e.jpgDopo qualche giorno mi chiama; operazionali rimossi e adattatori montati. Bene, il passo più importante dovrebbe essere riuscito, dico dovrebbe perché ovviamente a parte un’ispezione visiva e una breve verifica col tester non ho possibilità di provare.

      Mi prende una certa fretta (e anche apprensione), compro una coppia di V6 Vivid da Audiophonics, la persona che gestisce il sito è molto professionale ed efficiente, e dopo solo due giorni le due torrette rosse sono a casa mia.

      Li monto, riposiziono il CD al suo posto, collego e accendo tutto, trepidante: quella decina di secondi che è passata tra lo “switch on” e l’uscita del suono dai diffusori sono stati estremameeeente lunghi.

       

      Ma poi 🙂

      Qui il cambiamento diventa molto più evidente. La prima cosa che appare, immediata, e che sinceramente non mi aspettavo con questa intensità, è il miglioramento nella scena che diventa molto più a fuoco, con le posizioni più ferme e definite, e con una profondità notevolmente aumentata, in tutte le direzioni. In generale è tutto il volume della scatola sonora che aumenta e diventa maggiormente palpabile. Come se vi affacciaste su una “stanza” più grande, dove tutto si vede meglio.

       

      Poi, CD dopo CD, si apprezza il maggior dettaglio, che come al solito rende tutto più vero, l’eliminazione di qualsiasi asprezza, specie sulle medie e alte frequenze, la grana che diventa ancora più fine.

      Con questo upgrade, la macchina sale veramente a una classe superiore, senza alcun dubbio (e Dennis, della Burson Audio, mi ha detto che i V6 miglioreranno ancora molto nelle prime 100 ore), battendosela con macchine di costo sicuramente superiore.

      733311533_figura5.jpg.a525d030f3f461132dfa7043c91679e6.jpgCerto, il solo costo dei due operazionali è il 15% dell’intero valore della macchina, ma vi assicuro che sono soldi molto ben spesi.

      Ultima nota: anche in questo caso l’uscita dell’operazionale è diretta, verso i pin (ed il mondo) esterni, senza condensatori di accoppiamento. Ed anche in questo caso ho monitorato per circa due ore il livello in uscita con il sistema a riposo. Partendo da 12mV sul destro e 5mV sul sinistro, dopo due ore il sistema si era assestato su 10mV a dx e -3mV a SX (e senza carico).

      Anche in questo caso ho deciso che potevo dormire tranquillo.

       

      Conclusioni

      Spero che questa “avventura” sia stata per voi interessante (come lo è stata per me).

      È una modifica a più step, quasi tutti completamente reversibili nel caso in cui il risultato non piacesse.

      Inoltre potete applicarne alcuni e non applicarne altri, ad esempio potete mantenere il condensatore d’uscita ma migliorarne la qualità (in questo caso però è basilare conoscere il valore d’impedenza del carico perché potrebbe pregiudicarne il valore e quindi anche la qualità), o scegliere altre soluzioni intermedie.876429885_figura6.jpg.e640e7cc8673cef92444c6032135ebc3.jpg

      Certo, ci vuole un po' di incoscienza e comunque bisogna sapere bene cosa si fa e come è realizzato il vostro impianto io, ovviamente, non mi prendo alcuna responsabilità, neanche morale, in caso di soprese non gradite.

      Se però vi mostrerete sufficientemente coraggiosi, sarete ripagati con una macchina che passa sicuramente, con l’applicazione completa delle varianti (V6 vivid compresi ovviamente), ad una classe di lettore nettamente superiore.

      Alla prossima!

       

      VERSIONE INGLESE

      Yamaha CD-S1000 modified with Burson Audio opamp.

      I had (and still have) a Yamaha CDS1000 cd player which I was quite satisfied with, definitely a component with a great price/performance ratio: as a matter of fact it’s beautiful, it plays well and it’s solidly built.

      Then, ‘what more do you want?’, you might say. Nothing, it’s just that I’m a diyer to the bone and therefore I can’t (even if I wanted to!) not open any hifi device to see how it’s made (that’s the official excuse) and to check if it can be modded for the better (the real reason behind it).

      And that’s exactly what happened to the CD-S. No sooner said than done, I opened it: exemplary construction, everything rationally placed and engineered, the audio board on the top right hand side comes in view right after removing the lid. The layout is divided into right and left channel with a bunch of opamps, resistors, caps scattered between the input and the output. One can guess of course... but I definitely needed a schematic.

      Whilst surfing the net I bumped into none other than the Maintenance Manual (not just a user manual then!) with all the schematics, PCB pictures, bill of materials, a complete set of info. And totally free, of course, for anyone to peruse. It is from things like these that one can grasp the accuracy and professionalism of a brand.

      Browsing through the manual, finally I found the audio circuit schematic, let’s have a look at it

      Apart from the I/V conversion stage (on the left hand side of the picture) which I certainly won’t even try to tamper with, we can see a differential amplifier, made out of two halves of a 5532 opamp and then output filter/buffer stage, consisting of another opamp, possibly a nicer one (I say “possibly” because I’m not much of an expert about opamps), a LME49723. After that there’s the output capacitor, two transistors used as “mute” that, if used, short the signal to ground, and the final RC filter (as in all other CD players)

      So: what do we modify??

      First Step    

      The first thing I did was to unsolder C108 terminal on R135 side, in order to remove the effect (or better, the “possible” effect) on high frequencies.

      As a side note, please consider that my audio chain is totally made out of valve components, therefore there is always some high frequency low pass filter (from the power amp output transformers, for instance), whereas I have no idea what could happen in a full solid state system with 1 MHz bandwidth….

      Is there a real audible effect? Well, for what is my ear’s bandwidth (I don’t think I’m getting past 14 KHz or so) I didn’t hear anything worth mentioning.

      Anyway I had already done it so, tough: I left it like that. In any case, being just one terminal unsoldered, it’s really easy to get back to its original state.

      Second Step

      Looking at the schematic, it’s quite apparent that the output capacitor is hugely oversized (470uF) and, as such, given its value, it’s an electrolytic cap .

      Of course, from the manufacturer’s point of view, the choice is surely correct since no one can know in advance what the player would be connected to: having that high a capacitor’s value guarantees the full bandwidth whatever the load the player be attached to.

      In our case, where the load seen by the player is a DHT preamp with a 50k pot at the input, the capacitor could easily be reduced to much more manageable capacity values (10uF or less should be more than enough)

      After unsoldering the capacitor, I replaced it with one I had available, a10uF/250V plastic film Arcotronic (polypropylene)

      Is there a real audible effect?

      Oh yes, this time really the modification can be heard!

      I was actually expecting a bit more, this means that the existing cap was working egregiously.

      Anyway, the sound texture has become less grainy, the instruments show a bit more thickness and weight.

      And, as before, the mod is easily reversible.

      Third Step (Where the going gets tough…)

      At this point I asked myself if the capacitor was really necessary. The opamp is powered by a dual DC supply therefore the output signal should be devoid of any offset DC (except, of course, the amount derived by the fact that no component operates in an ideal world…)

      So, I switched the oscilloscope on and connect it between terminal 7 of U17 and the capacitor and I started measuring.

      The result is just some mV, practically negligible. I left everything on for a few hours but I noticed no relevant changes.

      So I decided to go for a full monty! And this time it means really changing everything!

      With a small bit of rigorously audiophile cable I bridged over the opamp output terminal and the point in common between R135 and C108: I have some space now that I unsoldered one of C108 terminals.

      Everybody knows that the best component is the one that is not on the signal path!

      Is there a real audible effect?

      Oh Yes! Now things get really interesting! At the beginning the feeling is of bewilderment almost because the Yamaha (which in vanilla version has a very neutral, gentle, transparent, linear, slightly amber character) becomes suddenly almost nervous, with definitely more rapid attacks and releases. There is a feeling of more energetic sound. It’s really a nice overall improvement. Enough to understand that we are traveling in the right direction, everything sounds more “real”, like removing a veil and not even that thin. At no cost.

      Then… is it finished? No way!

      Fourth Step (more and more difficult…)

      I’ve been listening for a while the latest unusual configuration which, to be honest, I don’t find especially correct from a philosophical viewpoint because my tech background deep down tells me that at least one small capacitor should be left. Oh well, I can easily live without it in my system and since, no matter how much I can afford, one cannot find a capacitor that sounds better than a wire, I decided to leave everything as it was.

      I was about to close the top lid when, by mere happenstance, I came to read a web review of some discrete component op amps made by the Australian manufacturer Burson Audio.

      Burson Audio is a (relatively) young company that manufactures audio devices of remarkable craftmanship (amplifiers, preamps, headphones, etc) but always with an eye on the DIYers community, having a small series of components for DIY/customisation. They actually produce some discrete component op-amps (mainly the V5 and V6 line) and some adapter kits for those, namely a SOIC to DIP8 adapter (to fit SMD installations) and a small gizmo that allows the op-amp to be connected also not vertically, since these devices are generally quite developed in height and not necessarily fit into any cabinet (for the record, they were fine in the CDS1000 only by 2mm)

      Now, an IC opamp made out of discrete components is kind of an oxymoron per se, and just that makes me like it already 😊

      I read some reviews, all positive, and in the end, the modification was not that dear, I could replace U17 (and the correspondent U15 for the other channel) with two of these Burson opamps for about 150 euros, included shipping. So….

      Hold on, there’s a BIG problem though: U15 and U17 are SMD whereas the Burson V6 Vivid are, for obvious reasons, in a “standard” format, with a DIP8 socket as in picture.

      So, what to do?

      U15 and U17 must be unsoldered, two SOIC to DIP8 adapters have to be fitted in their place (Burson themselves produce them, a bit expensive, to be honest: I bought mine on ebay) then one can plug the V6’s in (or whatever other opamp you prefer)

      That’s when the operation starts getting scary…. On the Burson website there’s a guy with some soldering wire that in no time unsolders an SMD opamp and then solders the new adapter in its place.. but in real life that could be different and if make a mistake all I gain is a new cumbersome yet hi tech door stopper and not much else…

      I took some days to think about it, the risk was not negligible, then eventually I decided.

      I was too curious at that point!

      Luckily, I have a small electronics shop near me, where there’s a very good technician.

      I dismounted the board and brought it to him, along with the two small “spiders” to be soldered in lieu of the existing SMD opamps. Of course his first comment was “why do you want me to change them if they are working?” and I totally understand his viewpoint (not being an audiophile diyer twat) but he seemed a confident tech so, not without a glimpse of anxiety, I left everything to him.

      Clearly shown in the picture (circled in white) are the IC5 and IC7 which will have to be removed and replaced by the SOIC/DIP8 adaptors.

      Below that, a picture of the adaptors installed

      After a few days I received a call from the technician: opamps removed, adaptors installed.

      Ok, this was the most important step and was apparently done. I say apparently because I couldn’t tell anything besides a simple visual inspection and a brief check with a tester….

      I started to be in a hurry (and not without a certain anxiety), so I bought a pair of V6 Vivid from Audiophonics. The person managing the website was very professional and efficient: 2 days and small red towers were with me…

      I installed them right away, put the CD player back in its place, connected everything with trepidation…. The 10 odd seconds between the “switch on” and the sound coming out of the speakers had never been longer….

      But then…

      Here the differences are MUCH MORE evident.

      First thing I noticed, immediately (and I didn’t expect it with such an intensity) is the improvement in the image, much more focused, all the instruments steady and well defined and more depth in all directions.

      In general the 3D sound box has increased in size in all dimensions and the sound is more palpable, like one entering a bigger room and putting new glasses on: all clearer, sharper and bigger.

      CD after CD, one can appreciate the increased detail that, as usual, makes all more “real”, every roughness is removed, especially in the mid-high frequency range, the grain becomes finer and finer.

      With this upgrade, the Yamaha CDS really ascends to a superior level, without a shadow of doubt (and Dennis, of Burson Audio, told me the V6 will get much better in the next 100hrs): now it can fight with more expensive players.

      Well, the cost of the two V6 is about 15% the cost of the whole player but I assure you it’s money well spent.

      Last note: the opamp output is direct in this case too, no coupling capacitors. I monitored the output level for about a couple of hours and I got a steady reading of 10mV on the right channel and 3mV on the left (after an initial value of 12mV and 5mV respectively)

      Let’s say that this was quite reassuring

      I hope this “adventure” has been interesting for you as it’s been for me.

      It’s a multi-step modification. All steps are completely reversible in case one doesn’t like the result.

      Besides, one can carry out only some of the mods and not all of them. For instance, one can keep the output cap but improve its quality (it’s important, though, to know the load impedance because it could jeopardize its value and, therefore, its quality) or one can choose some intermediate steps.

      Surely, some recklessness is needed and in any case it’s mandatory to have enough knowledge of the situation and of the rest of the equipment use: I won’t take any responsibility, neither moral nor material in case of unwanted surprises!

      However, if you are brave enough, you will be rewarded with a cd player that, with all mods applied, will have jumped to a sharply higher class.

      Cheers.

    2. Il best seller del prof. Amar Bose, in vendita dal 1983 al 1991, nacque per essere posto in libreria, in orizzontale, col deflettore orientato secondo i dettami del professore. Sono inconfondibili per il loro design asimmetrico ed il caratteristico array di tweeter a cono in "Free Space", che si accompagna ad un woofer da 20 cm. caricato in reflex.

       

      Sono qui per parlarvi di una coppia di diffusori a cui sono legato, diciamo così, sentimentalmente: mi hanno accompagnato per tanti anni di ascolti, poi, causa vicissitudini e cambi di abitazione, erano finite in cantina. Da qualche tempo hanno riconquistato un posto nella mia sala di ascolto, rivelando doti che solo il loro posizionamento ottimale ha svelato. Vi sto parlando di una coppia di Bose 301 series II, anno di acquisto 1986.Bose 301 series II

      Per lunghi anni hanno costituito la voce del mio impianto: acquistate assolutamente d'impulso, dopo ascolti casuali, aveva fatto colpo, lo confesso, il fatto che fossero "diverse" dagli altri diffusori allora in giro, con un prezzo alla portata delle mie tasche e, soprattutto, un modello da scaffale, dato che in quel periodo la mia camera permetteva il loro collocamento solo su di un lungo mobile addossato ad una parete.


      Il mio impianto
      Il resto dell'impianto era costituito da un gira e un ampli Technics, a cui affiancai prima una piastra Aiwa ed in seguito un lettore cd Sony. Per 15 anni ho ascoltato musica da questo impianto, sfruttando relativamente le doti delle 301 in quanto il loro posizionamento seguiva solo in parte le raccomandazioni del produttore.
      Da allora è passato tanto tempo e negli ultimi anni, nonostante pochi soldi a disposizione, la passione per l'ascolto hi-fi si è risvegliata: grazie al Forum il mio universo audiofilo si è aperto a cose che non avrei mai pensato: ampli cuffia, dac e tutta una serie di catene audio sono mano a mano entrate nello spazio di ascolto che ho a disposizione, uno studiolo di 4,80 per 3,80 mq, mediamente arredato.
      Complice tutta una serie di passaggi, ultimamente mi è tornata la voglia di ascoltare le vecchie e gloriose 301, che non ho mai avuto voglia veramente di vendere. E qui comincia il bello. Sono andato a ripescare il manuale d'utilizzo e ho cercato di vedere se potevo realizzare nel mio spazio di ascolto un posizionamento ottimale.

       

      Il posizionamento ottimale
      Da notare che questi diffusori, come anche le più prestigiose 901, hanno vincoli di posizionamento che, se non rispettati, vanificano molto della esperienza di ascolto. La prima necessità è stata quella di dotami di stand adeguati senza spendere una follia: ho optato per l'autocostruzione, aiutato da un amico volenteroso e l'amicizia di un falegname. Ne è venuta fuori una coppia di stand in legno dal colore simile alla impiallacciatura Bose 301 series II studiolodelle 301, alti 70 cm e con alla base dei piedini ottenuti con dei battiporta di gomma, dunque una situazione di disaccoppiamento. L'altezza scelta è una via di mezzo tra il minimo consigliato da Bose (45 cm) e l'idea di una altezza della fonte sonora vicina alla altezza delle orecchie da seduto. Il direzionamento delle coppie di TW (che formano un angolo di alcuni gradi diretto verso l'alto gli anteriori e paralleli i posteriori) mi ha fatto comunque scegliere di tenere la posizione dei diffusori leggermente più bassa della quota delle mie orecchie. D'altra parte tenerle più basse o più alte della misura scelta avrebbe portato ad una serie di difficoltà di posizionamento nel mio spazio di ascolto e il compromesso è stato inevitabile.

      Veniamo al posizionamento. Bose consigliava nello scarno foglietto di istruzioni di rispettare innanzi tutto il corretto posizionamento destra-sinistra dei diffusori, di distanziarli tra loro di 1,2 - 3,6 m, di tenerle come dicevo almento 45 cm dal pavimento o dal soffitto e infine di distanziarle dalle pareti laterali da un minimo di 30 ad un massimo di 90 cm. Della distanza dalla parete posteriore si parlava di altrettanti 45 cm minimi. 


      Lo studiolo

      Veniamo allo spazio di ascolto: con un programmino di progettazione 3D ho fatto un rendering del mio studiolo. Per una serie di vincoli insuperabili (lo studio è utilizzato in parte anche per lavoro) non ho potuto rispettare in pieno il posizionamento ideale, in particolare rispetto alla simmetria della distanza dalle pareti laterali, rispetto alle quali c'è una distanza di circa 90 cm a sinistra, mentre a destra la parete dista circa 120 cm. Questa differenza è stata in parte compensata da soluzioni ottenute attraverso l'arredamento.
      Per il resto, le 301 sono in posizione di riposo e vengono messe a dimora per l'ascolto posizionandole a circa 70 cm dalla parte di fondo, con una distanza tra loro di 185 cm e la posizione di ascolto è a circa 2 metri, con circa 60 cm di spazio dietro alle spalle.Bose 301 series II riflessioni
      Una particolarità del mio spazio di ascolto è quella di avere due piccole librerie dove tengo la collezione di cd, identiche, che ho potuto posizionare circa 20 cm posteriormente e a lato di entrambi i diffusori: questa soluzione ha avuto un impatto notevole sulla resa delle 301, creando una superficie di riflessione del tw posteriore che esalta la funzione dello stesso. Nelle immagini potete vedere una piccola indagine delle riflessioni sonore che i diffusori generano nella stanza.

       

      Conclusioni

      Ho deciso di scrivere queste righe per il piacere di condividere un' esperienza di ascolto che con pochissimi soldi e un po' di applicazione mi sta dando moltissima soddisfazione.

      Ritornare ad ascoltare questi diffusori mi ha permesso di dire che avevo visto giusto, ma soprattutto di riflettere, se mai ce ne fosse bisogno, che il corretto posizionamento e la cura dello spazio di ascolto sono indispensabili per far rendere al meglio un impianto. Mentre ascoltavo le 301 in questi giorni pensavo che in fondo più vado avanti in questa passione e meno mi interessa di trovare la quadratura del cerchio. Ora sono più interessato ad apprezzare i pregi dell'impianto nei suoi limiti, ad accogliere più l'emozione che a perseguire assoluti. Lo ritengo un approdo che mi sta facendo apprezzare gli impianti che ho per quello che possono dare e  la trovo una posizione molto rilassante.

      (Prima pubblicazione: novembre 2012)

    3. Avevo intorno ai 15 anni quando scesi santa Teresa, arrivai sotto Port'Alba e consegnai due settimane di sudati risparmi a Guida. E fu così che mi accaparrai la prima edizione dell'opera prima di uno sconosciuto scrittore napoletano.
      La comprai al buio, come allora si compravano libri e dischi, ma me ne aveva parlato bene una persona di fiducia e allora decisi di rischiare.

      Ho poi incontrato di persona Luciano De Crescenzo, ben 25 anni dopo, teneva una conferenza nelle cantine storiche di Mastroberardino accompagnato da una giovanissima etèra vestita come Aspasia, la sua preferita. In quei 25 anni era passato da scrittore dopolavorista a Maestro di un genere letterario e cinematografico creato da lui stesso.

      Grazie professore per avermi insegnato l'ironia ed essere riuscito dove anche Geymonat e Adorno a volte avevano fallito.

      Ci rivedremo, non importa quando, tanto il tempo non esiste.
       

       

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      La vera magia che compie il Carnevale è quella di fermare il tempo: almeno per qualche giorno si può dimenticare il quotidiano e lasciarsi trasportare in un mondo fantastico, ritornare bambini inventarsi battaglie a colpi di coriandoli e volare con la fantasia in quei mondi fatti di streghe, elfi, draghi, fate, creature misteriose che evocano personaggi mitologici o del futuro che viaggiano nel nostro inconscio: DES MONDES FANTASTIQUES!

      Questo è stato il tema dell’ 86esimo Carnevale di Menton durante la tradizionale e celebre Fête du Citron che ha richiamato una gran folla entusiasta un po’ da tutto il mondo.

      Domenica eravamo 240000 e, alla fine, tutti eravamo cosparsi di “confettis” (coriandoli). Moltissimi i controlli e massiccia la presenza dei gendarmi ma,  più importante ed evidente, era la voglia di fare festa e divertirsi tutti insieme... no, non c’erano gilets jaunes ma tanti...citrons jaunes che, volentieri,  giocavano e si facevano fotografare soprattutto con i bambini. La temperatura era quasi estiva, il sole splendeva e, nel cielo, neanche una nuvola! Dopo la burrasca dei giorni scorsi, anche il mare si era calmato. La scenografia era quindi perfetta!

      Prima di partire con le foto delle cartoline, però, leggete il lato B, quello che vi racconta qualcosa sulle origini e la storia di questa bella festa, e probabilmente scoprirete qualche notizia interessante. Buon divertimento!

       

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      L’idea del Carnevale a Mentone, fino allora legato a quello di Nizza, è venuta all'inizio del 1900 ad opera di alcuni albergatori che volevano alimentare e intrattenere i villeggianti durante la stagione in cui era tradizione che re, principi, nobili, imprenditori, artisti e ricchi borghesi venissero su “la Côte” a trascorrere qualche salutare settimana al mare cercando anche di curare quel triste mal sottile che era la piaga del tempo. 

      Il Carnevale di Nizza, antichissimo e risalente addirittura al XIII secolo, era l’appuntamento ideale con la sua famosa Parade e i fantastici fuochi artificiali che chiudevano i festeggiamenti . Anche la regina Vittoria partecipò alla manifestazione nel 1882. 

      Una simpatica curiosità: durante questo periodo, nella seconda serata, si svolgeva una famosa e attesa gara, retaggio genovese, che era chiamata dei “Moucouleti”.

      In realtà, come racconta la storia, questa serata presentava un gioco molto divertente dedicato agli innamorati: i giovani tenevano in mano una candela accesa mentre le ragazze la portavano ugualmente ma tenendola, con la mano alzata, sulla testa. Il combattimento consisteva nel cercare, soffiando, di spegnere a vicenda la candela degli avversari mantenendo accesa la propria. Anche le ragazze cercavano di spegnere quella di quei corteggiatori che non gradivano o quelle delle rivali. Quelli che riuscivano a mantenere il moccolo acceso cercavano poi di spegnere quello della ragazza di cui erano innamorati: se ci riuscivano avevano in premio il bacio della fanciulla amata.

      @

      Intanto, nel 1929, quando si diceva che Mentone fosse il primo produttore di limoni del continente, un albergatore decise di allestire una Mostra di Fiori e di Agrumi  nel giardino dell’Hotel Riviera. L’esposizione riscosse un notevole interesse tanto che, a poco, si sviluppò sempre di più arricchendosi di carretti decorati di agrumi, piante di agrumi e bancarelle disseminati qua e là per la cittadina con graziose majorettes abbigliate in costume. 

       

      Finalmente, la vera FÊTE du CITRON nacque nel 1934 e diventò una manifestazione indipendente dal Carnevale di Nizza, offrendo un proprio défilé “al limone”!

      Nel 1936 apparvero  i primi  manifesti e la Festa si trasferì nei pressi del Casinò, nei giardini pubblici Biovès: qui nacquero le prime creazioni con l’utilizzo di 10000 limoni e 12000 arance: il tema era un omaggio al territorio.

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      Da allora, ogni anno, in autunno, viene deciso il tema per il prossimo Carnevale, tuttavia, come succede per tutti gli eventi, alcuni anni sono stati felici e altri meno sia per cause climatiche (anni di forti piogge e addirittura neve nel 1956!) che politiche, come il 1991, soppresso per motivi di sicurezza a causa della guerra del Golfo.

      Ecco le tappe principali e alcuni dei temi importanti che sono stati sviluppati nel corso degli anni passati:

      Nel 1959 gli agrumi dei carri non vengono più infilzati in lunghi spilloni ma ancorati e legati tra loro per mezzo di elastici. Quest’anno ne sono serviti 750000!

      Nel 1973, in omaggio a Jules Verne e allo sbarco sulla luna, il tema è stato: “Dalla Terra alla Luna”; a Jules Verne si ritornerà nel 2013 con “ Il giro del mondo in 80 giorni”.

      Dal 1995 al 1999 i temi sono dedicati agli eroi dei fumetti : Asterix, Obelix, Tintin, Lucky Luke, personaggi di Walt Disney e del film “Fantasia”.

      Nel 2000 sfilano per la prima volta i carri di agrumi articolati nei movimenti.

      Nel 2002 il tema è italiano : Pinocchio.

      Molte edizioni, invece,  hanno scelto temi geografici che spaziano nei viaggi e vanno dalla Cina all’India, a regioni europee e grandi isole.

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      Occupandoci di questioni più pratiche, viene spontaneo domandarsi da dove vengano ben 140 tonnellate di agrumi, quantità impossibile per un comprensorio così piccolo... E poi, se i limoni di Mentone sono così speciali e pregiati, perché sciuparli nella creazione dei carri? E dove finiranno alla fine del Carnevale?Chi li fa e chi li disfa?

      Eccomi qua a cercare di dare una risposta a queste domande che io, come voi, suppongo vi siate posti!

      Allora, da quel che ho saputo, nessuno degli agrumi impiegati proviene dal territorio e neppure dalla Francia! Arrivano in maggioranza dalla Spagna, dal Marocco e, forse anche un po’ dall’Italia e altri Paesi del Mediterraneo. Delle più di 140 tonnellate, acquistate dal Comune, 100 servono per decorare il Jardin, la cui visita costa 12€ e che ospita le strutture immobili. Un po’ più di 30 invece servono per allestire i carri della sfilata ( per assistere i costi vanno dai 10, in piedi ai 25 €, seduti in tribuna) e il restante per risistemare quelle che, nel corso di quindici giorni, periodo della durata della manifestazione, si deteriorano. Alla fine, quando si smontano gli allestimenti, gli agrumi vengono svenduti, per pochi euro, in sacchetti che le famiglie acquistano ( ma solo in parte, circa 6 o 7 tonnellate), per divertirsi creando giochi per i bambini o dilettandosi, a loro volta, in piccole creazioni. Uno dei giochi più comuni è quello di creare piramidi e, sempre con gli agrumi, bombardarle per vedere chi riesce ad abbatterne il maggior numero.

      Va detto che questi agrumi non sono di grande qualità e che, difficilmente si sarebbero venduti perché magari trattati con prodotti non conformi alle norme relative all’alimentazione. Restano comunque dubbi su altri eventuali usi.

      Dalla preparazione allo smantellamento, ogni anno, vengono assunte dal Comune centinaia di persone tra cui molti studenti e pensionati che si avvicendano nei vari compiti.

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      Adesso però divertitevi e rilassatevi guardando un po’ di cartoline che arrivano fresche fresche dalla festa del 24 febbraio scorso! Alla sfilata però, lo vedrete, non c’erano solo i carri di agrumi, 10 in tutto, ma parecchie altre attrazioni si susseguivano con performances di acrobati e artisti di strada, animali gonfiabili giganti, danze tipiche eseguite dalle simpatiche e bellissime rappresentanti dei Territori d’Oltre Mare, dame e cicisbei della Commedia dell’arte, violiniste, robot, maschere varie, velocipedi, carri meccanici di mostri  giganteschi che sparavano neve e coriandoli o che sbuffavano fumo dalle narici... Fantasie oniriche di ogni età e di ogni tipo...senza tempo, insomma, come le mie cartoline!CA3.thumb.JPG.3afa2e46908c76f0e59b25d76283c265.JPGCA4.thumb.JPG.c6858f40433065d8e276d242cd62156f.JPGCA5.thumb.JPG.98077b8241b9b351262ff0b891ee259a.JPGCA7.thumb.JPG.29bf76c49f543035cf6d648deaab51d0.JPG

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      .

      Purtoppo la mia carrellata finisce qui, con la Chimère... lo spazio è tiranno e io avevo ancora un po' di cartoline... vedremo se mi sarà possibile inserirne altre prima o poi...per ora restano alcuni spazi vuoti...Peccato!

      BUON CARNEVALE A TUTTI!!! 

      IMPORTANTE! Sono riuscita a postare qui sotto, in altri post successivi...  😁

       

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