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1887 – 2019. I primi 130 anni del disco nero

oscilloscopio

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Ha centotrenta anni l'oggetto più cool per la generazione dei nativi digitali. Ripercorriamo la storia di uno degli oggetti più iconici del Ventesimo secolo: il disco fonografico.
 

Le origini
Era il 1887 quando Emile Berliner presentò il primo disco con relativo apparecchio fonografico. Il materiale utilizzato per fabbricare i dischi, era il Gramophone_Carnevale.thumb.jpg.1cfa09b8fc2a50f254b077181d9b0031.jpgDuranoid, composto di nuova invenzione e molto costoso, che venne però presto soppiantato dalla più economica e prestante gommalacca (Shellac), o almeno fino agli anni ’40, quando si sostituì nuovamente col policloruro di vinile. Nel 1888 venne presentato al Franklin Institute di Filadelfia, oltre al nuovo disco, quello che possiamo considerare il primo prototipo di giradischi: comparve infatti per la prima volta il braccio che, realizzato da Werner Suess, (meccanico di Berliner), aveva il compito di raccordare il diaframma con la tromba di emissione. La trazione di questa macchina era manuale ed avveniva tramite una manovella ed ingranaggi, collegati al piatto del giradischi. Nel 1893 il disco venne lanciato sul mercato insieme alla macchina per riprodurlo, che montava un motore a molla costruito da Eldridge Johnson. La società di Berliner prese il nome di United States Gramophone Company.
I primi dischi realizzati avevano un diametro di 18 centimetri, ed una velocità di circa 70 rpm, successivamente il diametro aumentò a 25 e 30 cm e la velocità portata a 78 rpm, che permetteva un’incisione della durata da due a quattro minuti. Fino all’inizio del 1900 i dischi erano incisi su una sola facciata, fu la Columbia intorno al 1908 ad introdurre sul mercato i primi dischi incisi su entrambe le facciate (ma prove simili erano state già effettuate da Johnson nel 1900) anche se la produzione di dischi “monofacciali” proseguì fin oltre il 1910.Una lunga serie di battaglie legali relative ai diritti di commercializzazione del disco, seguirono il suo lancio sul mercato, ma limitiamoci a seguire l’evoluzione del disco nero. Fino al 1924 le registrazioni furono eseguite acusticamente, senza cioè l’ausilio di apparecchiature elettroniche. Le sale d’incisione erano costituite da stanze, nelle quali una parete ospitava un enorme imbuto che captava i suoni, e li trasmetteva al diaframma incisore, la cui puntina tracciava i solchi nella matrice: un disco di zinco rivestito di cera. La puntina incideva nella cera, scoprendo la superficie di zinco. Successivamente, tale matrice veniva immersa in una soluzione di acido cromico, che lasciava sullo zinco un solco corrispondente ai movimenti della puntina.
La limitata sensibilità e risposta in frequenza dell’incisione acustica, insieme all’elevata velocità di rotazione ed alla larghezza dei solchi del disco che ne limitavano fortemente la durata, non permettevano incisioni particolarmente complesse; sui primi dischi vennero quindi incisi brani per bande di ottoni, scene comiche recitate ed arie di opere liriche, spesso accompagnate dal solo pianoforte.Neophone_label.thumb.jpg.fbfbd0225d288b13241ce5c9dbedbc42.jpg

E’ del 1919 la prima registrazione dove appare il termine “Jazz” o meglio “Jass”, si trattava della “Original Dixieland Jass Band”, anche se già precedentemente si potevano trovare registrazioni assimilabili a tale genere musicale.  Con l’evolversi delle tecniche di incisione, si arrivò anche a registrare musica orchestrale, ma per incidere il suono dei violini, si inventò un nuovo strumento: il violino Stroh, che al posto della cassa di risonanza in legno, utilizzava, per amplificare il suono, una tromba, con risultati alquanto discutibili.

Esperimenti e curiosità.
Nei primi anni di vita del disco nero, sono apparse sul mercato diverse varianti e/o interpretazioni del tema. Nel 1904 la Neophone Records propose sul mercato un disco realizzato in cartone pressato, registrato (probabilmente per la prima volta nella storia) con incisione verticale al posto di quella orizzontale, tecnica correntemente utilizzata.  
La Pathè francese adottò anch’essa l’incisione verticale, e propose per prima l’utilizzo di puntine di zaffiro a punta arrotondata che, rispetto a quelle in acciaio appuntite, rovinavano meno i dischi. La lettura del disco avveniva inoltre partendo dal centro dello stesso verso l’esterno, contrariamente a quanto siamo abituati, e la velocità di rotazione era personalizzata ad 80 rpm.

Risale all’epoca del Primo conflitto mondiale la comparsa dei primi bootleg: l’embargo imposto da Francia ed Inghilterra alla Germania, aveva imposto a quest’ultima il blocco dell’import/export di matrici e dischi, peccato che le presse e molte matrici, fossero ubicate proprio in Germania la quale, infischiandosene dell’embargo, continuò a stampare e vendere i dischi di cui possedeva le matrici, evitando oltretutto di pagare le royalties a chi ne deteneva i diritti. Altro gadget curioso che comparve negli anni ’20 furono le cartoline sonore, ovvero delle cartoline illustrate che si spedivano regolarmente via posta, aventi un foro al centro e che, nella parte posteriore, avevano preinciso un breve messaggio musicale. Altra variante sul tema, furono i Flexidisc realizzati dalla Durium sempre intorno agli anni ’20. Questo tipo di dico, era realizzato in acetato e risultava quindi infrangibile, anche se la qualità dell’incisione era decisamente inferiore rispetto alla gommalacca. Visto il basso costo, vennero spesso inseriti nelle riviste specializzate, per proporre i brani più in voga del momento, denominati “Hit of the week”. Altra importante applicazione dei Flexidisc fu quella relativa alle fiabe per bambini, a cui era poco conveniente far maneggiare dischi in gommalacca, data la loro grande fragilità (ed elevato costo per l’epoca).HMV_Rigoletto.thumb.jpg.4520580e3ba0ec250fd02713b3aa8e98.jpg


Nipper
Vi chiederete: “di chi si tratta?” Semplicemente del cane che appare su milioni di dischi stampati dalla Gramophone company e dalle aziende che negli anni successivi ne acquisirono i diritti. L’immagine che siamo abituati a vedere, deriva direttamente da un dipinto che Henry Barraud fece del suo cane, mentre osservava incuriosito la tromba di un fonografo Edison. Barraud si presentò presso la Gramophone a Londra, nel 1899 con una fotografia del suo dipinto. Barry Owen, direttore della società, si offrì di acquistare il dipinto per 50 sterline, a patto che Barraud sostituisse sul dipinto il fonografo Edison, con un grammofono modello Improved. Concluso l’accordo, il dipinto fu posizionato nell’ufficio di Owen e l’immagine utilizzata come etichetta, inizialmente solo sui dischi, ma in seguito divenne il marchio della società. In America il marchio venne rilevato da Eldridge Johnson della Victor, ed il buon Nipper divenne famoso in tutto il mondo.

Dall’incisione acustica a quella elettrica
La prima incisione elettrica di cui si è a conoscenza, avvenne nel novembre del 1920, in occasione di una cerimonia in memoria del Milite ignoto nell’abbazia di Westminster, e fu effettuata da Lionel Guest e Horace Merriman, due militari che avevano svolto delle ricerche nel periodo bellico, su apparecchiature elettriche per la rilevazione di sommergibili. Essi collegarono dei microfoni a carbone caricati a tromba, mediante cavi telefonici, a degli amplificatori collocati in un furgone, e registrarono parte della celebrazione. Questa è anche la prima registrazione conosciuta, effettuata al di fuori da uno studio di registrazione. L’esordio in grande stile della registrazione elettrica, può essere assegnato alla Columbia, che nel 1925 annunciò la registrazione dell “Adeste Fideles” a 4.850 voci, registrato al Metropolitan il 31 marzo di quello stesso anno.

Le nuove tecnologie vennero subito acquisite e sviluppate dalle diverse case discografiche. Anche l’industria cinematografica era seriamente interessata alla riproduzione audio, per poter sonorizzare le pellicole cinematografiche. Il maggior limite in tal senso, derivava dalla durata limitata di un disco, che non superava i quattro o cinque minuti. Le nuove tecniche di incisione, le quali, oltre ad aumentare la fedeltà di riproduzione e permettere di ridurre la larghezza fra i solchi del disco, unite alla riduzione della velocità di rotazione dello stesso, da 78 a 33,33 rpm, consentirono di ottenere registrazioni della durata di 12/15 minuti, che era la stessa di una bobina cinematografica da 300 metri in uso all’epoca.

Tempo fa, in un thread, venne chiesto: perché proprio 33,33 rpm? Semplicemente perché i motori dei grammofoni giravano a 3600 rpm, che, con un rapporto 46 : 1 davano la velocità di 78,26 giri. Per allungare la durata del disco, vennero rapportati a 108 : 1, dando il risultato di 33,33 rpm, velocità tuttora utilizzata nei vinili LP.

Nel 1925, la General Electric Company, inventò per conto della Brunswich, un metodo di registrazione  assolutamente innovativo, chiamato “Panatrope”. Il Panatrope, adottava come “membrana” per l’incisione, uno specchio di cristallo sospeso, su cui veniva concentrato un raggio di luce. Il riflesso, modulato acusticamente, veniva convertito in segnale elettrico da una fotocellula, amplificato ed inviato al fonoincisore. Insieme ai dischi incisi con questo metodo, venne commercializzato quello che può essere considerato, il primo grammofono dotato di amplificazione valvolare ed altoparlante (che fu, per certi versi, il predecessore del lettore cd). Dato comunque l’elevato costo, sia della macchina, che dei supporti musicali, tale sistema venne presto abbandonato.Vdisc_Dorsey.thumb.jpg.9f11567d8d82973d305545ffb2aa8f9e.jpg

Un’altra novità di rilievo, dedicata alle trasmissioni radio, fu presentata nel 1931 dalla RCA e consisteva in dischi di grande diametro a microsolco, registrati a 33,3 rpm con incisione verticale, la cui risposta in frequenza si estendeva a 9.000 Hz, con una dinamica che raggiungeva i 50/60 db. Il passaggio graduale dalla produzione di dischi in gommalacca, a quelli in policloruro di vinile, avvenne durante il secondo conflitto mondiale. Gli Stati Uniti, fra i generi di conforto che inviavano alle truppe al fronte, fornivano anche dei grammofoni e relativi dischi, prevalentemente di “swing” e musica “pop”, i cosiddetti V-DISC (dischi della vittoria). Lo shellac non era certo il materiale ideale per questo tipo di applicazione, vista la sua fragilità, venne quindi utilizzato quello che ancora oggi si usa e chiamiamo abitualmente vinile: molto più leggero e resistente rispetto al predecessore. Va comunque segnalato che passarono ancora una decina di anni, prima che il nuovo materiale del supporto mandasse definitivamente in pensione il vecchio shellac, quantomeno nei paesi occidentali, dato che in India ed in altri paesi asiatici, la produzione dei vecchi dischi a 78 giri si protrasse anche negli anni ’60. Un particolare interessante relativo ai V-DISC, è che vennero incisi quando in America era in corso uno sciopero dei cantanti e dei musicisti, per ottenere il riconoscimento dei diritti d’autore. 
Gli artisti si prestarono gratuitamente con spirito patriottico all’incisione di questi dischi, ma dopo la guerra, la quasi totalità delle matrici ed una gran parte di questi dischi, venne distrutta; oggi sono articoli piuttosto rari e collezionabili. Come accaduto nel primo conflitto mondiale, anche il secondo pose le basi per un ulteriore miglioramento delle qualità del disco. Nel 1945, la Decca, grazie agli studi effettuati da Arthur Charles Haddy Neophone_Tell.thumb.jpg.9739ffdcb49ff621da1653c05bae403f.jpgsu elettroniche in grado di distinguere i sommergibili tedeschi da quelli alleati, presentò sul mercato i dischi Ffrr “Full Frequency Range Recording” che erano incisi e potevano riprodurre l’intero spettro sonoro udibile (20-20.000 Hz).

La nascita del vinile odierno
Nel 1948, la CBS presentò al mercato il “Long playing Micro groove”. Grazie alle nuove tecniche e macchine da incisione, realizzarono un disco da 30 cm di diametro con velocità di 33,33 rpm ed una larghezza dei solchi di solo 64 micron. Questo nuovo formato permetteva una durata complessiva dell’incisione di circa 46 minuti: era nato l’attuale LP, o vinile. L’anno successivo anche la RCA, che aveva già adottato la stampa dei dischi su vinile, adottò il microsolco, ma al posto di incidere a 33,33 giri, optò per la velocità di 45 giri, ed adottò il formato da 18 cm di diametro.  
Fino a questo momento, ogni casa discografica aveva adottato le proprie equalizzazioni in fase di incisione, ma nel 1949 si accordarono per una forma di equalizzazione “standard”, che prese il nome dall’associazione dei produttori discografici e venne denominata R.I.A.A. (Recording Industry Association of America), al fine di uniformare il modo di suonare di tutti i vinili, indipendentemente da chi li avesse prodotti. Anche in questo periodo non mancarono le sperimentazioni: vennero infatti proposti vinili a 33 giri, ma in formato da 25 o 18 cm, come i vecchi 78 giri o 45 giri. Fu anche testata l’incisione di due brani per facciata sui 45 giri, riducendo ulteriormente la larghezza dei solchi, ma gli scarsi risultati qualitativi ottenuti, ne segnarono la rapida estinzione. Stesso risultato per le incisioni ad una velocità di 16 giri, ancora accettabile per registrazioni di parlato, ma qualitativamente inaccettabili in ambito musicale. La fine degli anni ’50 vide la comparsa sul mercato dei primi dischi stereofonici. Sebbene esperimenti analoghi vennero eseguiti fin dagli anni ’30 (Fantasia di Walt Disney venne registrato nel 1940 su otto piste magnetiche), le prime case discografiche ad adottare questo sistema, furono la Audio Fidelity americana e le Pye e Decca inglesi. Il nuovo disco stereofonico, unito all’evoluzione ed al miglioramento di tutte le apparecchiature necessarie alla riproduzione, portarono alla nascita di quello che noi oggi chiamiamo alta fedeltà o Hi-Fi. Tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70, le nuove tecnologie permisero anche di provare ad incidere lacche in quadrifonia, ma la soluzione che uscì commercialmente vincitrice, fu la stereofonia tuttora utilizzata per le registrazioni sonore.

Conclusioni
L’avvento del cd e della registrazione digitale, ha fatto crollare l’interesse nei confronti del vinile dalla metà degli anni ’80. Il disco nero sembrava condannato all’oblio, o comunque a restare relegato nelle collezioni di pochi appassionati. Ma con l’inizio del nuovo secolo si è timidamente riaffacciato sul mercato, e con il passare degli anni, ha riconquistato una sua precisa collocazione nel settore musicale. Non è dato sapere se e quanto resisterà agli attacchi delle nuove tecnologie, ma è un dato di fatto che nel 2019 a 132 anni dalla sua comparsa, è ancora vivo e vegeto sugli scaffali dei negozi e dei grandi magazzini e, certamente, è il più longevo supporto fisico da quando esiste la riproduzione sonora.
 

Cetra_Buscaglione.jpg

 

 



25 Comments


Recommended Comments

bello leggere questi articoli.

non ho molti LP, nonostante li "conosca bene" li faccio girare con piacere.

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analogico_09

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Interessante "monografia" e mi associo al coretto di quelli che "lunga vita al vinile!"

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Bell'articolo!

Non sapevo del "Panatrope": non si finisce mai di imparare👍

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Ottimo post, riesumero' dal cantinato delle vecchie raccolte di classica e lirica lasciate in eredita' da un mio vecchio zio.. hai visto mai che posseggo un tesoro e no lo so ?  🙄

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cactus_atomo

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interessante il discorso sui dischi incisi su una sola facciata, na cosa che per me è nuovissima. Ottim articolo, una miniera di informazioni

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furono i Flexidisc realizzati dalla Durium 

ricordo negli anni '60 i "flexi" marcati "Il Musichiere" di svariati colori incisi solo da un lato a 45gg , mi sembra però fossero in plastica a diffetenza di quelli citati sopra...

Ricordo che per ascoltarli ci mettevo sotto un disco rigido, altrimenti faceva le "montagne russe" con i tasselli che c'erano sul piatto!😁

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oscilloscopio

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@rock56 Credo fossero sempre in acetato, ma contrariamente ai Durium che venivano incollati su una base di cartone, quelli erano "molli" e per ascoltarli bisognava metterli sopra ad un altro 45 giri..😁

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LaVoceElettrica

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Ricordo i flexi disc dati assiem alla cera Grey (1), al dentifricio Chlorodont (2) e pure ai formaggini Invernizzi.

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LaVoceElettrica

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Il 10/12/2019 Alle 09:23, oscilloscopio ha scritto:

e si, sul retro trovavi al limite il marchio di fabbrica...

Oltre a Nipper, anche il marchio Angel si presta a considerazioni.

Si tratta, infatti, di un "recording angel" cioè di un angelo dedito ad annotare le azioni dell'umanità; insomma uno stretto parente del "guardian angel", l'angelo custode, che invece si dedica al singolo individuo. In questo caso "annota" con una penna d'oca direttamente sul disco ed è evidente il gioco di parole che può nascere del temine "recording".

La Angel ha una storia complessa, passando di mano nel corso del secolo, per sparire nel 2006 (peccato...)

Angel.jpg.ded978459908a41ab6699e2c232397d3.jpg.

Dalla Angel derivò per alcuni mercati la Seraphim, "angeli dell'ordine più elevato", che, paradossalmente, era una collana di prezzo meno elevato (ma non la qualità).

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analogico_09

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10 ore fa, LaVoceElettrica ha scritto:

Ricordo i flexi disc dati assiem alla cera Grey (1), al dentifricio Chlorodont (2) e pure ai formaggini Invernizzi.

Io ci ho ancora i sei 10" 45 giri flex doubleface del boxetto uscito con l'Espresso nel 1980 intitolato "Il '68 - voci e storia di quell'anno incredibile.

Interessante.., si ascolta anche Laura Betti che interpreta la poesia di Pasolini schierato con i poliziotti dopo gli scontri di Valle Giulia.

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analogico_09

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c'era scritto su: "Mettere una moneta se il disco scivola"... :D

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cactus_atomo

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i 45 flexy ricordo che si trovvan anche nei fustini dei detersivi da bucato, forse AVA, 

Un fexy dell'espresso invece mi fece smetere di leggere quella testat, esattamente quello intitoalto "fate voi la perizia fonica" su un lato la voce dei telefonosti delle BR, sull'altra quella degli accusati di essere i telefonisti

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  • Inserimenti

    • AudioVintageHiFi
      By AudioVintageHiFi in The Billiard Room
         5
      Le riflessioni che si devono fare sui componenti vintage, e per vintage intendo quello “classico” che comprende elettroniche a tubi ma anche diffusori o giradischi che siano appartenuti al cosiddetta Hi-Fi Golden Age, sono di due ordini di pensiero attraverso due approcci ed obiettivi ben distinti tra di loro:
      il vintage da collezionare (come direbbero gli anglosassoni da “display”) il vintage da ascoltare.
      I due approcci al vintage audio
      Si può far iniziare Il vintage classico alla fine degli anni Quaranta, quando apparvero i primi finali a valvole ed i primi circuiti a bassa frequenza con requisiti di Alta Fedeltà, vedi il Leak del 1945 ed il Williamson del 1947, fino ad arrivare alla fine dei Settanta, quando si ebbe uno spartiacque con la riproduzione digitale ed il nuovo sistema di lettura dei dischi con il CD-Player, in pratica tutti gli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta.
      Il primo approccio è quello di reperire apparecchi da collezionare, che siano originali al 100% e che mantengano perciò inalterato nel tempo tutto il loro valore storico-filologico ma allo stesso tempo siano in grado di funzionare ancora in maniera ottimale, nonostante i vari decenni sulle loro spalle. Molti di questi, perciò, possono essere componenti da posizionare “in vetrina” e godere del ritorno emozionale che essi siano in grado di trasferire,  altri invece possono essere impiegati con grande soddisfazione così nello stato in cui si trovano. Dipende come sempre dalla loro qualità di costruzione. Mi riferisco ai vari brand storici, marchi illustri che hanno contribuito a determinare la Storia dell’Audio. E’ un obiettivo “nobile” atto a preservare nel tempo queste memorie del passato hi-fi per non farle cadere nell’oblio.
       
      Il secondo approccio invece è quello di ricercare il vintage classico perché si è convinti che esso possa ancora giocarsi le proprie chance (rispetto a componenti moderni) e quindi possa funzionare molto bene anche interfacciato in impianti audio attuali. Oltretutto la ricerca è figlia anche del loro costo che risulta molto più abbordabile e non arriva certamente ai prezzi alle volte esagerati delle apparecchiature vendute oggi giorno.
      E’ normale dedurre che per un impiego continuo e costante di tali apparecchi vintage sia necessario intervenire, avendo come obiettivo sempre un restauro conservativo e filologico dei componenti sostituiti. Occorre, infatti, ridare “energia” e mettere in sicurezza gli elementi più critici. Parlando di elettroniche, per esempio, oggetto di attenzione saranno le valvole o i transistor oppure i trasformatori o ancora la componentistica passiva.
      Considerando i diffusori, occorrerà verificare le membrane degli altoparlanti, lo stato dei cross-over e via dicendo.
       

      Questi due approcci sono altamente soggettivi e qualunque dei due venga adottato, la scelta definitiva dovrà portare alla massima soddisfazione del proprietario. Dipende solamente dall’appassionato di musica, infatti, sapere che cosa voglia e qual è la sua filosofia di pensiero.
      Io stesso possiedo componenti  hi-fi vintage che utilizzo quotidianamente, i quali sono stati revisionati e perciò sono in grado di riprodurre la musica in maniera corretta (come piace a me) ed allo stesso tempo ho una nutrita collezione di apparecchi vintage, non restaurati, che conservano intatto tutto il loro valore storico-costruttivo e sono comunque ancora capaci di offrire una riproduzione eccellente della musica riprodotta.
      Sono apparecchi a valvole oppure diffusori storici o giradischi di altissima qualità che per la loro stupenda progettazione e costruzione inducono a concrete riflessioni  sul “perché” l’evoluzione audio non abbia avuto, secondo il sottoscritto, molta ragione di successo in questi ultimi decenni! Un Radford STA-15 Serie III del 1964, un Marantz 8B del 1960 oppure un giradischi Garrard 401 del 1972 od ancora un diffusore Tannoy Lancaster Monitor-Gold del 1970, sono esempi eclatanti di un’ottima ingegnerizzazione audio e di un’altissima scuola di pensiero tuttora insuperata!
       
      Diffidate di chi sostiene per ignoranza (nell’accezione letterale del termine: che ignora, che non conosce) o per strani pregiudizi o peggio ancora perché in malafede per propri malcelati interessi che i componenti hi-fi del passato siano dei “rottami” e quindi non riescano a mostrare tutto il loro antico, e nello stesso tempo moderno, valore sonico. Essi sono totalmente in errore. E questo lo posso affermare data la mia esperienza e convivenza pluridecennale con questi affascinanti oggetti.
       

      Alcuni, poi, riducono il tutto alle misure: si basano cioè solamente sulle misurazioni tecniche dei vari apparecchi come se queste potessero spiegare  tutto o quasi delle “alchimie audio” e fossero in tal modo da considerarsi una sorta di “vangelo”.
      Non considerano, cioè, che la buona riproduzione musicale sia formata da un mix di fattori combinati fra loro come l’ambiente, l’interfacciamento dei singoli componenti, la posizione dei diffusori, l’utilizzo di circuiti e di materiali di qualità, ecc. Le misure elettriche sono utili ma non sono fondamentali!
       
      Se fosse vero  e dipendesse solo ed esclusivamente dalle misure elettriche, non si spiegherebbe come mai il trasformatore di uscita di un finale a tubi come  quello del Radford  STA-15 presenti caratteristiche tecniche eccellenti  mentre quello del leggendario Leak TL 12 Point-One (foto in copertina) risulti molto scarso alla prova del banco di misura. Eppure il Leak TL 12.1 viene considerato, a ragione, da decenni  e da tutti gli appassionati del mondo come uno dei migliori amplificatori mai costruiti nella Storia dell’hi-fi per la sua stupenda musicalità e qualità di riproduzione!
       
      Fidatevi quindi,come ho sempre fatto io, ciascuno del proprio orecchio e della propria sensibilità  e cultura musicale.

      (di Pier Paolo Ferrari, prima pubblicazione: gennaio 2014)
       

  • I Blog di Melius Club

    1. AudioVintageHiFi
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      By AudioVintageHiFi,


      Le riflessioni che si devono fare sui componenti vintage, e per vintage intendo quello “classico” che comprende elettroniche a tubi ma anche diffusori o giradischi che siano appartenuti al cosiddetta Hi-Fi Golden Age, sono di due ordini di pensiero attraverso due approcci ed obiettivi ben distinti tra di loro:

      • il vintage da collezionare (come direbbero gli anglosassoni da “display”)
      • il vintage da ascoltare.

      Radford STA-15 Serie III
      I due approcci al vintage audio
      Si può far iniziare Il vintage classico alla fine degli anni Quaranta, quando apparvero i primi finali a valvole ed i primi circuiti a bassa frequenza con requisiti di Alta Fedeltà, vedi il Leak del 1945 ed il Williamson del 1947, fino ad arrivare alla fine dei Settanta, quando si ebbe uno spartiacque con la riproduzione digitale ed il nuovo sistema di lettura dei dischi con il CD-Player, in pratica tutti gli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta.

      Il primo approccio è quello di reperire apparecchi da collezionare, che siano originali al 100% e che mantengano perciò inalterato nel tempo tutto il loro valore storico-filologico ma allo stesso tempo siano in grado di funzionare ancora in maniera ottimale, nonostante i vari decenni sulle loro spalle. Molti di questi, perciò, possono essere componenti da posizionare “in vetrina” e godere del ritorno emozionale che essi siano in grado di trasferire,  altri invece possono essere impiegati con grande soddisfazione così nello stato in cui si trovano. Dipende come sempre dalla loro qualità di costruzione. Mi riferisco ai vari brand storici, marchi illustri che hanno contribuito a determinare la Storia dell’Audio. E’ un obiettivo “nobile” atto a preservare nel tempo queste memorie del passato hi-fi per non farle cadere nell’oblio.

       

      Il secondo approccio invece è quello di ricercare il vintage classico perché si è convinti che esso possa ancora giocarsi le proprie chance (rispetto a componenti moderni) e quindi possa funzionare molto bene anche interfacciato in impianti audio attuali. Oltretutto la ricerca è figlia anche del loro costo che risulta molto più abbordabile e non arriva certamente ai prezzi alle volte esagerati delle apparecchiature vendute oggi giorno.

      E’ normale dedurre che per un impiego continuo e costante di tali apparecchi vintage sia necessario intervenire, avendo come obiettivo sempre un restauro conservativo e filologico dei componenti sostituiti. Occorre, infatti, ridare “energia” e mettere in sicurezza gli elementi più critici. Parlando di elettroniche, per esempio, oggetto di attenzione saranno le valvole o i transistor oppure i trasformatori o ancora la componentistica passiva.

      Considerando i diffusori, occorrerà verificare le membrane degli altoparlanti, lo stato dei cross-over e via dicendo.
       

      Marantz 8 B

      Questi due approcci sono altamente soggettivi e qualunque dei due venga adottato, la scelta definitiva dovrà portare alla massima soddisfazione del proprietario. Dipende solamente dall’appassionato di musica, infatti, sapere che cosa voglia e qual è la sua filosofia di pensiero.

      Io stesso possiedo componenti  hi-fi vintage che utilizzo quotidianamente, i quali sono stati revisionati e perciò sono in grado di riprodurre la musica in maniera corretta (come piace a me) ed allo stesso tempo ho una nutrita collezione di apparecchi vintage, non restaurati, che conservano intatto tutto il loro valore storico-costruttivo e sono comunque ancora capaci di offrire una riproduzione eccellente della musica riprodotta.

      Sono apparecchi a valvole oppure diffusori storici o giradischi di altissima qualità che per la loro stupenda progettazione e costruzione inducono a concrete riflessioni  sul “perché” l’evoluzione audio non abbia avuto, secondo il sottoscritto, molta ragione di successo in questi ultimi decenni! Un Radford STA-15 Serie III del 1964, un Marantz 8B del 1960 oppure un giradischi Garrard 401 del 1972 od ancora un diffusore Tannoy Lancaster Monitor-Gold del 1970, sono esempi eclatanti di un’ottima ingegnerizzazione audio e di un’altissima scuola di pensiero tuttora insuperata!

       

      Diffidate di chi sostiene per ignoranza (nell’accezione letterale del termine: che ignora, che non conosce) o per strani pregiudizi o peggio ancora perché in malafede per propri malcelati interessi che i componenti hi-fi del passato siano dei “rottami” e quindi non riescano a mostrare tutto il loro antico, e nello stesso tempo moderno, valore sonico. Essi sono totalmente in errore. E questo lo posso affermare data la mia esperienza e convivenza pluridecennale con questi affascinanti oggetti.
       

      Garrard 401

      Alcuni, poi, riducono il tutto alle misure: si basano cioè solamente sulle misurazioni tecniche dei vari apparecchi come se queste potessero spiegare  tutto o quasi delle “alchimie audio” e fossero in tal modo da considerarsi una sorta di “vangelo”.

      Non considerano, cioè, che la buona riproduzione musicale sia formata da un mix di fattori combinati fra loro come l’ambiente, l’interfacciamento dei singoli componenti, la posizione dei diffusori, l’utilizzo di circuiti e di materiali di qualità, ecc. Le misure elettriche sono utili ma non sono fondamentali!

       

      Se fosse vero  e dipendesse solo ed esclusivamente dalle misure elettriche, non si spiegherebbe come mai il trasformatore di uscita di un finale a tubi come  quello del Radford  STA-15 presenti caratteristiche tecniche eccellenti  mentre quello del leggendario Leak TL 12 Point-One (foto in copertina) risulti molto scarso alla prova del banco di misura. Eppure il Leak TL 12.1 viene considerato, a ragione, da decenni  e da tutti gli appassionati del mondo come uno dei migliori amplificatori mai costruiti nella Storia dell’hi-fi per la sua stupenda musicalità e qualità di riproduzione!

       

      Fidatevi quindi,come ho sempre fatto io, ciascuno del proprio orecchio e della propria sensibilità  e cultura musicale.

      (di Pier Paolo Ferrari, prima pubblicazione: gennaio 2014)
       

      Tannoy Lancaster


    2. Con il ritorno di moda del vinile, sempre più spesso noi vecchi barbogi cresciuti a base di musica analogica, veniamo interpellatati dalle new entry sul settaggio del giradischi. Vero è che sul web c’è tutto e anche di più, ma nella maggior parte dei casi i sistemi proposti sono idonei per analogisti “scafati” ed a volte sovrabbondanti o poco chiari per chi con il vinile non ha troppa dimestichezza.

      Visto che tra le “mission” di Melius Club c’è anche quella di avere un occhio di riguardo per le nuove leve, abbiamo pensato di produrre una guida sintetica, facile da usare e consultare, ma non per questo approssimativa, sul settaggio di testina e giradischi.
       

      Visto il particolare target cui ci rivolgiamo, abbiamo ridotto al minimo indispensabile le attrezzature da comprare, e siamo partiti dall’ipotesi di parlare a persone che per la prima volta si trovano a dover gestire direttamente un giradischi. Un neofita tipicamente comprerà un giradischi nuovo, preassemblato in fabbrica e spesso tarato dal venditore, ovviamente un prodotto che quando va bene sarà di classe media, diciamo un classico giradischi a cinghia, con braccio e testina MM. Questo ci semplifica la vita, parleremo in una prossima puntata di come abbinare una testina MC ad uno stadio phono.

       

      Il travaglio del neofita

      Allora il nostro neofita, che chiameremo Mario, ha un classico impianto hi-fi composto da un amplificatore, due diffusori, una sorgente digitale e a questo armamentario ha deciso di aggiungere un giradischi, Lo ha scelto con cura, informandosi sul web, nei negozi, leggendo le riviste, parlando con amici, ha ottenuto il placet della componente femminile (madre, moglie, fidanzata, a seconda dei casi) e finalmente lo porta trionfante a casa pronto per l’uso.

      Ma è davvero pronto? Sul web ne ha letto di cotte e di crude, montare il gira gli sembra ora una cosa astrusa e complicata, una via irta di pericoli, che al confronto mandare una navicella spaziale su Marte pare una passeggiata. Quasi quasi gli vien voglia di desistere e di maledire il momento che ha deciso di passare al vinile, ha mille dubbi, mille paure e sopratutto il timore di procurare danni irreparabili alla testina ed ai preziosi dischi.

      Calma Mario, le cose non stanno così, quando ero giovane il gira stava in tutte le case, lo usava anche la casalinga di Voghera (termine usato dagli statistici), ti assicuro che non morde e che non ha mai ucciso nessuno. Basta procedere con calma, molta calma, e con metodo.

       

      L'ingresso phono

      Per prima cosa, verifichiamo se il nostro amplificatore ha un ingresso phono. L’ingresso phono è diverso da tutti gli altri (cd, aux, tuner, tape, video, ecc), deve intanto avere un guadagno elevato (visto che il livello del segnale della testina è molto più basso di quello delle altre sorgenti), e poi deve essere equalizzato secondo la curva RIIA. Per i non addetti ai lavori spieghiamo di cosa si tratta.

      Per motivi inerenti alla incisione del disco, il segnale inciso su vinile viene equalizzato secondo una curva detta RIIA (una curva standardizzata negli anni ‘70 con un accordo tra tutte le case discografiche), quindi al momento dell’ascolto lo stadio phono deve avere al suo interno un circuito che sia speculare alla curva di incisione. Una volta, ossia prima dell’avvento del digitale, praticamente tutti gli ampli integrati e tutti i preamplificatori disponevano di una sezione phono, all’epoca molto curata, essendo il disco nero la fonte di qualità per antonomasia nell’uso casalingo di massa. Ormai da una ventina di anni sono sempre più rari gli ampli dotati di ingresso phono, quindi, caro Mario, prima di sballare il prezioso giradischi leggi con calma le “distruzioni per l’uso” del tuo ampli e controlla che abbia effettivamente una sezione phono, dico questo perché a volte sul pannello frontale c’è tra le sorgenti selezionabili il phono, ma potrebbe essere una comodità per l’utente (per ricordargli dove sta il pre phono esterno o quello interno ma optional).

      Se la sezione phono è presente, falso allarme possiamo procedere. Se la sezione phono è assente, Mario ferma tutto, e prima di continuare vai a comprare un pre phono.

       

      La sistemazione del giradischi

      Ma restiamo nella ipotesi più favorevole, ossia di pre phono presente all'interno dell’ampli. Come procediamo? Innanzitutto scegliamo un luogo dove posizionare il giradischi: una base stabile, priva il più possibile di vibrazioni, non troppo lontana dall’ingesso phono per non dover utilizzare cavi di segnale troppo lunghi, curando al contempo la distanza dai trasformatori di alimentazione dell’ampli, che potrebbero indurre rumori indesiderati. Un buon trucco è quello di mettere (se tutto va su uno stesso pian di appoggio), il giradischi con il braccio al lato opposto dell’ampli, se invece abbiamo un mobile a colonna evitiamo di posizionare il braccio in asse con i trasformatori di alimentazione dell’ampli. Individuato il luogo e prese le misure, possiamo finalmente procedere a sballare il giradischi ed a montarlo secondo le istruzioni a corredo, che possono variare da gira a gira.

       

      Gli attrezzi del mestiere
      Prima di andare oltre, procuriamoci gli attrezzi minimi necessari per una corretta installazione, non sono tanti, spesso economici e a volte recuperabili a costo zero. Ci serviranno.livelle a bolla

      a) una o più livelle a bolla, perché il gira per funzionare correttamente deve essere messo in bolla. Di livelle a bolla ce ne sono di tutti i tipi e di tutti i prezzi, vanno benissimo in teoria anche quelle da muratore reperibili a poco nelle ferramenta, ma spesso sono poco pratiche da utilizzare perché troppo grandi per l’uso su un gira. Io eviterei anche le bolle di livello marchiate con nomi altisonanti, costano molto e fanno lo stesso lavoro di quelle economiche. Sui siti di vendita on line ce ne sono parecchie, in foto ne mostro alcune a titolo esemplificativo

      b) un cacciavitino amagnetico (meglio due, uno a taglio ed uno a croce), quasi tutti ne abbiamo più di uno a casa, ma sono facilissimamente reperibili a poco prezzo dappertutto (e fa sempre comodo averli a disposizione)

      c) una pinzetta di quelli che le signore usano per le ciglia, anche questa di sicuro in casa non manca e se dovesse mancare la si può sempre chiedere in prestito ad una amica (sperando che non equivochi).

      d) una dima per il corretto montaggio della testina. Di dime ce ne sono moltisime sul mercato, per semplificare, qui possiamo dire che una vale l’altra, io suggerisco di prenderne una classica a due punti, eventualmente la si può anche scaricare da qualche sito web, avendo però cura di effettuare una stampa senza modificare le misure e usando possibilmente cartoncino non troppo leggero.

      e) uno specchietto o un apposito goniometro per verificare l'allineamento della testina.

      f) una bilancina per verificare il peso di lettura (anche se di solito i giradischi nuovi hanno scale precise, meglio avere uno strumento ad hoc, a volte poi ci si imbatte in gira privi di una scala graduata)

      g) un set di vitine di varia lunghezza e relative rondelle, sempre amagnetiche (ottone o inox) meglio ancora se con la testa a brugola, (munitevi della relativa chiavetta) eviterete slabbrature della testa usando le viti con la testa a taglio se scivolasse il cacciavite e otterrete un serraggio più deciso, magari non serviranno ma non si può mai sapere.

      h) utile ma all’inizio non indispensabile, il disco test di Hi-Fi News (ci sono anche quelli di Ortofon e di Tacet), per un analogista navigato è un must che non dovrebbe mancare, per un neofita una spesa che si può rinviare.

      Ovviamente se si ha un amico pratico e dotato di tutto l’armamentario sopra descritto, si può fare ricorso al suo ausilio ed alle sue attrezzature, e procedere alla installazione del giradischi senza ulteriori attese (ma poi queste 4 cosette procuratevele, male non fanno, non costano uno sproposito, e nella vita è meglio essere autonomi che dipendere dagli altri).

      Adesso siamo pronti per procedere e Mario è li che freme di impazienza. Per prima cosa posizioniamo il gira dove abbiamo deciso di metterlo, verifichiamo che le operazioni siano agevoli (mettere in disco, togliere un disco, ecc) e per prima cosa procediamo con la messa in bolla; per fare questo useremo le nostre bolle di livello e poi regoleremo i piedini fino a ottenere il risultato ottimale.

      Adesso possiamo procedere a collegare il giradischi all’ingresso phono dell’ampli, poniamo attenzione ala corretta polarità (positivo con positivo, negativo con negativo, cavetto di massa del braccio al connettore marcato “GND” sull’ampli).

       

      Montiamo la testina

      Il mio suggerimento è di NON collegare il giradischi alla rete elettrica durante il settaggio della testina, la fortuna è cieca ma la sfiga ci vede benissimo e il rischio che per l’emozione o la fretta il piatto si metta a girare mentre operiamo con la dima o la bilancina è sicuramente diverso da zero. Quindi calma calma e ancora calma, temiamo il gira non collegato. E sempre per prudenza, teniamo l’amplificatore spento e il selettore degli ingressi non su phono.

      Adesso dobbiamo procedere a regolare la testina. Se è stata preinstallata in fabbrica o dal venditore, possiamo dare per scontato che l’operazione sia stata fatta bene, quindi possiamo saltare il prossimo capitolo e andare direttamente alla regolazione del peso. Se invece abbiamo una testina di nostra scelta, da installare oppure vogliamo verificare che i settaggi di fabbrica non si siano modificati durante il trasporto o semplicemente vogliamo capire cose si fa, passiamo al capitolo “mettiamo in dima la testina”.

      Per prima cosa bisogna montare la testina sullo shell. I bracci di una volta avevano di solito shell intercambiabili a standard EIA, questo permette di togliere lo shell, montare la testina e rimontare lo shell senza dover rimovere il braccio dal gira. L’operazione, anche per un neofita, è facile e sicura, e permette di giocare con le testine alternandole, basta avere più shell.

      I bracci di oggi, per aumentare la rigidità del sistema, hanno invece quasi sempre lo shell fisso, quindi per il montaggio della testina è opportuno rimuovere il braccio dal giradischi. L’operazione di norma è assai semplice, in genere occorre allentare una vite di blocco e sfilare ll braccio. Per sicurezza in questo caso stacchiamo i cavi che dal gira vanno all’ampli, meglio una precauzione in più che una in meno.

      Per montare la testina, ci servirà un piano di lavoro bene illuminato con tutto il materiale necessario pronto all’uso e facilmente accessibile, pertanto serviranno la testina (ovvio), lo shell (idem), la pinzetta, il cacciavitino o chiavetta a brugola a seconda delle viti reperite, le viti di fissaggio della testina e le relative rondelle. Una volta le testine venivano vendute bene accessoriate (viti di diverse lunghezza, rondelle, pennellino, cacciavitino), oggi la dotazione è ridotta all’osso se ci sono 4 viti e 4 rondelle è grasso che cola. Quindi meglio procurarci un po di viti in più, sia a passo metrico (solitamente M2,5) che a passo americano.

      Le testine spesso sono dotate di un copripuntina, il mio suggerimento è di lasciarlo inserito fino a che la testina non sia fissata allo shell ed al braccio in posizione di lavoro. Lo rimuoverei solo prima di procedere alla messa in dima ed alla regolazione del peso (sempre per la logica che la prudenza non è mai troppa). Adesso possiamo finalmente cominciare.
      Per prima cosa colleghiamo i 4 pin della testina con i 4 cavetti dello shell. Quasi tutte le testine hanno i pin contrassegnati con un colore che corrisponde ai colori della 4 pagliuzze dello shell, non ci si può sbagliare se la luce è buona. I colori sono bianco rosso blu e verde, con poca luce blu e verde possono non essere immediatamente distinguibili, ma basta saperlo. Se il cavetto stenta a entrare nel pin, si può con attenzione e l’ausilio di un cacciavitino allargarne poco il connettore, se invece il contatto fosse lasco, si può ovviare stringendo con una pinzetta il connettore sul pin della testina. Il contatto lasco è la prima causa di rumorosità del giradischi, raccomando una particolare attenzione su questo punto (ovviamente senza esagerare).

      Terminata con successo questa fase del lavoro (Mario, visto che poi non serviva un chirurgo?) andiamo ora a fissare con le viti la testina allo shell. Ogni shell e ogni testina hanno un verso per esempio nei vecchi Thorens e nei Revox è possibile solo inserire la vite dal basso vero l’alto, operazione non permessa da alcune testine. Ma in genere si può procedere in entrambi i modi, a seconda di come stiamo più comodi e di come è strutturato il corpo testina. Va scelta una vite sufficientemente lunga da permettere l’inserimento anche del dado, ma non esageratamente lunga, in questa fase è importante solo che la testina sia fissata con due viti con sicurezza, ma lasciando una certa libertà di movimento, il fissaggio definitivo lo faremo dopo aver completato la messa in dima.

      azimutRegoliamo l'azimuth e il VTA

      Adesso però non dimentichiamoci dell’azimuth e del VTA. Per lavorare correttamente il braccio deve essere parallelo al giradischi mentre la testina deve essere allineata con il piatto. Quindi togliamo delicatamente il copristilo, mettiamo un disco NON IMPORTANTE sul piatto e facciamo scendere la testina sui solchi a gira spento. Per prima cosa verifichiamo, magari con l'ausilio di uno specchietto, che la testina sia allineata con il piatto, ossia che non penda verso destra o verso sinistra. Poi verifichiamo il braccio, se siamo fortunati avremo il braccio parallelo, al disco  altrimenti dovremo procedere in diversi modi. Il più semplice, ma non tutti i bracci lo permettono, è di variare l’altezza del braccio fino a raggiungere il risultato desiderato. In caso contrario a volte si riesce a risolvere interponendo degli spessorini tra corpo testina e shell, se non si risolve vuol dire semplicemente che la testina non è adatta a quel tipo di braccio (ipotesi abbastanza remota ma non impossibile).. A dimostrazione che l'analogico non è una scienza esatta, esistono anche diverse scuole di pensiero che prevedono un braccio non perfettamente allineato con il disco, ma sono soluzioni che vanno sperimentate ad orecchio e sinceramente le sconsiglio ad un neofita, che potrebbe ricavarne più danni che benefici. 

      Se siamo riusciti regolando il braccio ad ottenere il parallelismo braccio testina disco, possiamo tirare un sospiro di sollievo e andare avanti con la regina delle regolazioni, ossia la messa in dima.


      Mettiamo in dima la testina

      Per mettere in dima la testina di un giradischi si possono seguire più strade, utilizzare la dima in plastica fornita in dotazione da alcuni giradischi (i vecchi Thorens, alcuni Technics, ecc), utilizzare la dima ad un punto e l’overhang, utilizzare la dima a due punti, utilizzare dime più complesse e costose (dr. Flickert, Project, OMR ecc). Ritengo che per un principiante il sistema della dima a due punti sIa la soluzione migliore perché

      a) è universale

      b) svincola dalla conoscenza dell’overhang del braccio (dato non sempre fornito)

      c) è facile da usare senza rischiare di fare danno

      d) è economica
      71c5UxGqThL._AC_SL800_.jpg.20dae43b440eb7e4737fb5b8a156488a.jpgPremetto che le dime a due punti non sono tutte uguali, anche se forniscono tutte risultati attendibili. Spesso le problematiche dell’analogico non hanno una sola soluzione, quindi prendiamo la dima che Mario ha recuperato e usiamola senza porci tanti problemi.

      Il modo di funzionare di tutte le dime a due punti è semplice, si inserisce nel perno del giradischi il foro presente nella dima, si individuano i due punti segnati sulla dima e si fa scendere la puntina sul primo di essi. Quindi si ruota leggermente la testina nello shell (ecco il motivo per non avvitarla a morte) fino a che il corpo testina non sia allineato alla riga della dima che passa per il punto selezionato. Un trucco che spesso funziona è mettere una mina sottile da disegno sullo shell. Fatto questo si ruota la dima e eventualmente anche il braccio e si fa scendere la testina sul secondo punto di riferimento della dima, e si ripete l’operazione precedente. Si continua per tentativi successivi e piccoli aggiustamenti (Mario, non ti spaventare non è un ciclo infinito), in genere dopo 4-5 tentativi si arriva al parallelismo su entrambi i punti. Adesso possiamo stringere bene le viti, avendo cura di non far ruotare lo shell. E’ buona regola verificare nuovamente con la dima per scrupolo che tutto sia a posto dopo aver completato questa operazione.

       

      Regoliamo il peso di lettura della testina

      Ora ci siamo quasi, passiamo alla regolazione del peso della testina. Anche se ogni braccio può fare storia a se, in genere per regolare il peso si opera in questo modo:IMG_20200102_104531.thumb.jpg.d05e6095a559a2eaab00b9b16e363dfc.jpg

      a) si disinserice l’antiskating (se è magnetico o a molla lo si setta a zero, se è meccanico si toglie il pesetto della regolazione dello stesso)

      b) si gira il contrappeso grande (di solito cromato o anodizzato) fino a che il sistema braccio testina sia libero di oscillare senza scendere verso il disco e senza volare al cielo. In questo modo abbiamo trovato il punto degli zero grammi.

      c) adesso, tenendo fermo il contrappeso grande, ruotiamo la ghiera graduata fino a portarla sullo zero (ovviamente se questa ghiera esiste).

      d) ruotiamo il contrappeso grande insieme alla ghiera graduata fino a trovare il peso raccomandato dal costruttore esempio peso di lettura 2 gr, impostare a 2 gr.
      e) prendiamo la nostra bilancina e verifichiamo che il peso di lettura impostato corrisponda. Se la bilancina è meccanica (la classica Shure, per esempio) avrà una precisione di circa 0,25 grammi, se elettronica potrà essere precisa al decimo di grammo. Attenzione a come eseguiamo la misura, l’ideale sarebbe avere il piano di lettura all’altezza del piano del disco, ma non sempre questa situazione è fattibile quindi non è detto che la lettura con la bilancina sia perfettamente esatta. Ma se le variazioni sono sotto gli 0,25 grammi, non preoccupiamoci troppo, siamo comunque in una zona si sicurezza

       

      Regoliamo l'antiskating

      Dopo il peso eccoci all’antiskating, Sull’antiskating si sono scritte pagine e pagine, chi lo ritiene necessario, chi dannoso, chi lo verifica con il disco liscio, chi con l’oscilloscopio (i pignoli, brutta bestia) chi con i dischi test. Per un neofita direi di andare sul pratico ed impostare l’antiskating ad un valore circa uguale a quello del peso di lettura. La forza di skating non è costante, varia con la velocità di incisione del solco e con la distanza solco/perno, a meno di non usare bracci particolari (per esempio il Morsiani), non ci sarà una regolazione dell’antskating perfetta istante per istante, dobbiamo per forza di cose accettare una soluzione approssimativa. Certo si possono usare le tracce apposite del disco test di HiFi News, ma occorre ricordare che l’ultima è incisa in una condizione che non troveremo mai nei nostri dischi musicali, quindi una volta regolato l’antiskating con quel valore, faremo bene a diminuirlo un pochino.

       

      La fine del gioco

      Abbiamo finito? Quasi, Mario, quasi. Adesso verifichiamo di nuovo il parallelismo braccio piatto con il peso impostato, se è tutto ok, direi che ci spazzolina vinilesiamo, possiamo riporre con cura gli attrezzi del mestiere (mi raccomando le viti), ricollegare giradischi ed ampli, attaccare la spina di rete, mettere un disco sul piatto, selezionare phono sul selettore dell’ampli e cominciare ad ascoltare.

      Un piccolo suggerimento a Mario (ed a tutti i neofiti), fate suonare la testina per almeno una trentina di ore prima di emettere un giudizio e poi (ma meglio prima) procuratevi due “aggeggi” indispensabili, una spazzolina per il vinile ed uno spazzolino per la testina. La polvere è il nemico numero uno del disco nero, la sporcizia può accumularsi nei solchi e essere raccolta dalla puntina, usare il dito per pulirla è poco raccomandabile quindi non dimenticate questi piccoli accessori salvavita.

    3. Avevo intorno ai 15 anni quando scesi santa Teresa, arrivai sotto Port'Alba e consegnai due settimane di sudati risparmi a Guida. E fu così che mi accaparrai la prima edizione dell'opera prima di uno sconosciuto scrittore napoletano.
      La comprai al buio, come allora si compravano libri e dischi, ma me ne aveva parlato bene una persona di fiducia e allora decisi di rischiare.

      Ho poi incontrato di persona Luciano De Crescenzo, ben 25 anni dopo, teneva una conferenza nelle cantine storiche di Mastroberardino accompagnato da una giovanissima etèra vestita come Aspasia, la sua preferita. In quei 25 anni era passato da scrittore dopolavorista a Maestro di un genere letterario e cinematografico creato da lui stesso.

      Grazie professore per avermi insegnato l'ironia ed essere riuscito dove anche Geymonat e Adorno a volte avevano fallito.

      Ci rivedremo, non importa quando, tanto il tempo non esiste.
       

       

    4. INGRESSO.thumb.JPG.96b89f760d250b9e7058bd6fe8b766e5.JPG

       

      La vera magia che compie il Carnevale è quella di fermare il tempo: almeno per qualche giorno si può dimenticare il quotidiano e lasciarsi trasportare in un mondo fantastico, ritornare bambini inventarsi battaglie a colpi di coriandoli e volare con la fantasia in quei mondi fatti di streghe, elfi, draghi, fate, creature misteriose che evocano personaggi mitologici o del futuro che viaggiano nel nostro inconscio: DES MONDES FANTASTIQUES!

      Questo è stato il tema dell’ 86esimo Carnevale di Menton durante la tradizionale e celebre Fête du Citron che ha richiamato una gran folla entusiasta un po’ da tutto il mondo.

      Domenica eravamo 240000 e, alla fine, tutti eravamo cosparsi di “confettis” (coriandoli). Moltissimi i controlli e massiccia la presenza dei gendarmi ma,  più importante ed evidente, era la voglia di fare festa e divertirsi tutti insieme... no, non c’erano gilets jaunes ma tanti...citrons jaunes che, volentieri,  giocavano e si facevano fotografare soprattutto con i bambini. La temperatura era quasi estiva, il sole splendeva e, nel cielo, neanche una nuvola! Dopo la burrasca dei giorni scorsi, anche il mare si era calmato. La scenografia era quindi perfetta!

      Prima di partire con le foto delle cartoline, però, leggete il lato B, quello che vi racconta qualcosa sulle origini e la storia di questa bella festa, e probabilmente scoprirete qualche notizia interessante. Buon divertimento!

       

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      L’idea del Carnevale a Mentone, fino allora legato a quello di Nizza, è venuta all'inizio del 1900 ad opera di alcuni albergatori che volevano alimentare e intrattenere i villeggianti durante la stagione in cui era tradizione che re, principi, nobili, imprenditori, artisti e ricchi borghesi venissero su “la Côte” a trascorrere qualche salutare settimana al mare cercando anche di curare quel triste mal sottile che era la piaga del tempo. 

      Il Carnevale di Nizza, antichissimo e risalente addirittura al XIII secolo, era l’appuntamento ideale con la sua famosa Parade e i fantastici fuochi artificiali che chiudevano i festeggiamenti . Anche la regina Vittoria partecipò alla manifestazione nel 1882. 

      Una simpatica curiosità: durante questo periodo, nella seconda serata, si svolgeva una famosa e attesa gara, retaggio genovese, che era chiamata dei “Moucouleti”.

      In realtà, come racconta la storia, questa serata presentava un gioco molto divertente dedicato agli innamorati: i giovani tenevano in mano una candela accesa mentre le ragazze la portavano ugualmente ma tenendola, con la mano alzata, sulla testa. Il combattimento consisteva nel cercare, soffiando, di spegnere a vicenda la candela degli avversari mantenendo accesa la propria. Anche le ragazze cercavano di spegnere quella di quei corteggiatori che non gradivano o quelle delle rivali. Quelli che riuscivano a mantenere il moccolo acceso cercavano poi di spegnere quello della ragazza di cui erano innamorati: se ci riuscivano avevano in premio il bacio della fanciulla amata.

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      Intanto, nel 1929, quando si diceva che Mentone fosse il primo produttore di limoni del continente, un albergatore decise di allestire una Mostra di Fiori e di Agrumi  nel giardino dell’Hotel Riviera. L’esposizione riscosse un notevole interesse tanto che, a poco, si sviluppò sempre di più arricchendosi di carretti decorati di agrumi, piante di agrumi e bancarelle disseminati qua e là per la cittadina con graziose majorettes abbigliate in costume. 

       

      Finalmente, la vera FÊTE du CITRON nacque nel 1934 e diventò una manifestazione indipendente dal Carnevale di Nizza, offrendo un proprio défilé “al limone”!

      Nel 1936 apparvero  i primi  manifesti e la Festa si trasferì nei pressi del Casinò, nei giardini pubblici Biovès: qui nacquero le prime creazioni con l’utilizzo di 10000 limoni e 12000 arance: il tema era un omaggio al territorio.

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      Da allora, ogni anno, in autunno, viene deciso il tema per il prossimo Carnevale, tuttavia, come succede per tutti gli eventi, alcuni anni sono stati felici e altri meno sia per cause climatiche (anni di forti piogge e addirittura neve nel 1956!) che politiche, come il 1991, soppresso per motivi di sicurezza a causa della guerra del Golfo.

      Ecco le tappe principali e alcuni dei temi importanti che sono stati sviluppati nel corso degli anni passati:

      Nel 1959 gli agrumi dei carri non vengono più infilzati in lunghi spilloni ma ancorati e legati tra loro per mezzo di elastici. Quest’anno ne sono serviti 750000!

      Nel 1973, in omaggio a Jules Verne e allo sbarco sulla luna, il tema è stato: “Dalla Terra alla Luna”; a Jules Verne si ritornerà nel 2013 con “ Il giro del mondo in 80 giorni”.

      Dal 1995 al 1999 i temi sono dedicati agli eroi dei fumetti : Asterix, Obelix, Tintin, Lucky Luke, personaggi di Walt Disney e del film “Fantasia”.

      Nel 2000 sfilano per la prima volta i carri di agrumi articolati nei movimenti.

      Nel 2002 il tema è italiano : Pinocchio.

      Molte edizioni, invece,  hanno scelto temi geografici che spaziano nei viaggi e vanno dalla Cina all’India, a regioni europee e grandi isole.

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      Occupandoci di questioni più pratiche, viene spontaneo domandarsi da dove vengano ben 140 tonnellate di agrumi, quantità impossibile per un comprensorio così piccolo... E poi, se i limoni di Mentone sono così speciali e pregiati, perché sciuparli nella creazione dei carri? E dove finiranno alla fine del Carnevale?Chi li fa e chi li disfa?

      Eccomi qua a cercare di dare una risposta a queste domande che io, come voi, suppongo vi siate posti!

      Allora, da quel che ho saputo, nessuno degli agrumi impiegati proviene dal territorio e neppure dalla Francia! Arrivano in maggioranza dalla Spagna, dal Marocco e, forse anche un po’ dall’Italia e altri Paesi del Mediterraneo. Delle più di 140 tonnellate, acquistate dal Comune, 100 servono per decorare il Jardin, la cui visita costa 12€ e che ospita le strutture immobili. Un po’ più di 30 invece servono per allestire i carri della sfilata ( per assistere i costi vanno dai 10, in piedi ai 25 €, seduti in tribuna) e il restante per risistemare quelle che, nel corso di quindici giorni, periodo della durata della manifestazione, si deteriorano. Alla fine, quando si smontano gli allestimenti, gli agrumi vengono svenduti, per pochi euro, in sacchetti che le famiglie acquistano ( ma solo in parte, circa 6 o 7 tonnellate), per divertirsi creando giochi per i bambini o dilettandosi, a loro volta, in piccole creazioni. Uno dei giochi più comuni è quello di creare piramidi e, sempre con gli agrumi, bombardarle per vedere chi riesce ad abbatterne il maggior numero.

      Va detto che questi agrumi non sono di grande qualità e che, difficilmente si sarebbero venduti perché magari trattati con prodotti non conformi alle norme relative all’alimentazione. Restano comunque dubbi su altri eventuali usi.

      Dalla preparazione allo smantellamento, ogni anno, vengono assunte dal Comune centinaia di persone tra cui molti studenti e pensionati che si avvicendano nei vari compiti.

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      Adesso però divertitevi e rilassatevi guardando un po’ di cartoline che arrivano fresche fresche dalla festa del 24 febbraio scorso! Alla sfilata però, lo vedrete, non c’erano solo i carri di agrumi, 10 in tutto, ma parecchie altre attrazioni si susseguivano con performances di acrobati e artisti di strada, animali gonfiabili giganti, danze tipiche eseguite dalle simpatiche e bellissime rappresentanti dei Territori d’Oltre Mare, dame e cicisbei della Commedia dell’arte, violiniste, robot, maschere varie, velocipedi, carri meccanici di mostri  giganteschi che sparavano neve e coriandoli o che sbuffavano fumo dalle narici... Fantasie oniriche di ogni età e di ogni tipo...senza tempo, insomma, come le mie cartoline!CA3.thumb.JPG.3afa2e46908c76f0e59b25d76283c265.JPGCA4.thumb.JPG.c6858f40433065d8e276d242cd62156f.JPGCA5.thumb.JPG.98077b8241b9b351262ff0b891ee259a.JPGCA7.thumb.JPG.29bf76c49f543035cf6d648deaab51d0.JPG

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      .

      Purtoppo la mia carrellata finisce qui, con la Chimère... lo spazio è tiranno e io avevo ancora un po' di cartoline... vedremo se mi sarà possibile inserirne altre prima o poi...per ora restano alcuni spazi vuoti...Peccato!

      BUON CARNEVALE A TUTTI!!! 

      IMPORTANTE! Sono riuscita a postare qui sotto, in altri post successivi...  😁

       

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