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Twin Pulse Ragnarr 2019: una cuffia isobarica Made in Italy

marillion

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Dalla Slovenia, alla Russia, alla Cina, in varie parti del mondo assistiamo alla nascita di aziende che producono cuffie alla velocità della luce, in special modo negli ultimi anni, da quando ha preso piede il trend delle cuffie ortodinamiche. In Italia abbiamo avuto diversi produttori di amplificatori per cuffia, mi vengono in mente per primi i vari Rudistor, Megahertz, SI Audio, ma - tranne Rudistor con la sua Chroma - non ricordo produttori nostrani di cuffie. Finalmente oggi anche da noi abbiamo un'azienda che si cimenta nella creazione di prodotti per noi appassionati dell’ascolto in cuffia ad alto livello: la Spirit SounDesign s.r.l. di Torino.

Spirit Torino
Ho avuto possibilità recentemente, in occasione del Roma Hi-End,  di ascoltare le creazioni del produttore piemontese a marchio Spirit Torino. Alcuni di voi sicuramente ricordano la Spirit Labs, la società dove Andrea Ricci (il patron della Spirit Torino), iniziò modificando cuffie di altri produttori e poi piano piano cominciò a produrre due sue cuffie: la MMXVI e la TWIN PULSE, usando driver della Grado.
Con la nascita del marchio Spirit Torino, Ricci ha fatto un notevole passo avanti, innanzitutto facendosi realizzare i driver da un produttore su sue specifiche indicazioni tecniche. Poi creando dei prodotti sia di cuffie chiuse che aperte che stanno riscuotendo un successo di vendite sul mercato internazionale. Un paio di anni fa mi è capitato di trovare un loro stand anche al famoso Monaco HI- End che, come molti sapranno, è la mostra hi-end internazionale più importante.Il modello che ho avuto in prova è la Twin Pulse Ragnarr, edizione 2019, la loro “aperta” top di gamma, colgo l’occasione per ringraziare Andrea Ricci per la disponibilità.
 

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Twin Pulse Ragnarr ed. 2019

Già dalla confezione in legno e metallo si capisce come il produttore punti ad un certo tipo di clientela. Le cuffie sono di dimensioni importanti, i materiali usati sono tutti di  pregio e curatissimi nei dettagli. In effetti il look della cuffia ricorda molto le cuffie top della Grado, ma qui stiamo parlando secondo me di ben altro livello, sia costruttivo che qualitativo.
I cups sono in solido alluminio, in questo modo secondo il produttore, si eliminano o comunque riducono in modo importante le risonanze e le vibrazioni. Oltre a raggiungere questo scopo (ho poggiato le mie dita sui caps durante la riproduzione e non ho percepito vibrazioni di sorta) l’alluminio, lavorato in mondo impeccabile su questa versione, è di una bellezza fuori dal comune. In aggiunta a delle incisioni  accattivanti, come si può vedere in foto, sulle cuffie vi è inciso il logo “Spirit Torino”. Rimuovendo i pads in foam, si può leggere il nome della cuffia e il suo numero seriale, oltre alla dicitura “Made in Italy”. L’archetto, anch’esso in metallo, è rivestito da una cover in vera pelle. Il tutto riprodotto nella cuffia in prova in un elegante color azzurro.


La tecnologia proprietaria chiamata “Twin Pulse Isobaric” utilizza dei driver prodotti da Nhoord Audio su specifiche indicate dalla Spirit Torino. Stiamo parlando praticamente di due driver collegati in serie che si muovono in sincro. Gli stessi sono  ricoperti da una griglia protettiva su cui si legge il nome della ditta. 
 
Misurandola con la mia bilancina personale, la cuffia pesa circa 440 grammi. Indossandola, anche se non è comodissima, il clamping non risulta fastidioso. Non l’ho avuta abbastanza per poterlo verificare, ma credo che con il tempo dovrebbe adattarsi alla testa della persona che la indosserà rendendola ancora più “sopportabile”.
La cuffia è terminata con un cavo XRL 4 pins costruito dalla Spirit stessa (in fase di acquisto si può scegliere la terminazione desiderata), purtroppo non intercambiabile, con altri cavi custom made. Ricci mi spiegava in una nostra conversazione che, vista la tecnologia usata dal progettista, non è possibile fare altrimenti. 
Il cavo è realizzato in rame OFC di classe 5, con sezioni per polo di 0,5 mm quadri.  Le saldature sono in argento. Quindi come si può capire stiamo parlando di un cavo di  tutto rispetto. 
Infine, per questa versione Ragnarr, la Spirit dichiara una impedenza di 64 ohm ed una sensibilità di 91 db.


L'ascolto

Un suggerimento che mi sento di dare è di non affrettarsi nel giudicare le prestazioni quando si ascolta una cuffia, un consiglio che vale nell’ascolto di qualsiasi tipologia di cuffia, ma da considerare specialmente con prodotti che “crescono” nell’ascolto come la nostra Twin Pulse. 

 

La Twin Pulse Ragnarr è stata provata nel mio attuale setup, cosi composto Sorgenti: Streamer Cambridge Audio CXN (V2), SACD Yamaha 2000, Oppo105d, Dap Astel & Kern Kann. Amplificatori: Woo Audio WA22, Audio Gd Master 9. Cuffie: Focal Clear, Audeze LCDX 3f, ZMF Aelous & Eikon.


La filosofia del progettista è stata quella di creare un prodotto idoneo per valutare registrazioni di un certo livello. E’ quindi una cuffia con una natura che potremmo definire “monitor”. Nei primi minuti di ascolto non si è stregati dai bassi in evidenza o dalle alte iper dettagliate, ma piano piano, proseguendo negli ascolti si viene catturati dalla musica e si dimentica di stare ad “ascoltare la cuffia”.
Ho trovato, tra i miei due ampli, una sinergia migliore con l’Audio Gd rispetto al valvolare Woo Audio, forse per la natura della Ragnarr, un ampli neutro ben si abbina ad un headphones inspirata da questa filosofia, dove per monitor intendiamo non colorato e fedele il più possibile alla registrazione originale.
Il soundstage non è impressionante, come quello di una Sennheiser 800 ad esempio, ma rimane buono sia in larghezza che in profondità. 
In verità ho notato, con alcune incisioni, una tendenza leggermente “boomy” nelle frequenze più basse, ma relativamente solo ad incisioni che esaltano questo tipo di frequenze, come musica elettronica, in questo caso alcuni brani dei Depeche Mode tratti dalla raccolta “The singles 86-98”.   
Passando ad incisioni jazz,  Pat Metheny “Letter from home”, la chitarra del grandissimo chitarrista scivola leggera e precisa nei vari passaggi e nelle varie scale in cui si cimenta il virtuoso Pat (uno dei miei chitarristi preferiti).
Con l’hard rock di “Led Zeppelin III”, mi ritrovo a battere il tempo con i miei piedi senza nemmeno accorgermene. La gran cassa di John Bonham in “Since I’ve been loving you” ti colpisce nello stomaco nella sua pienezza e corposità. Emozionante. 
Passando alle voci femminili, con Diana Krall “The girl in the other room”, la voce calda e suadente della singer canadese si lascia apprezzare in tutta la sua bellezza. Album davvero notevole questa della consorte di Elvis Costello. 
La peculiarità di questa cuffia è di esprimersi al meglio con incisioni di livello, specialmente jazz, e meno con incisioni di qualità medio bassa di generi come rock o musica elettronica. Le voci, specie femminili, vengono rese con una liquidità sorprendente, risultando molto reali e coinvolgenti. I medi ad ogni modo, in generale, appaiono sempre naturali e coerenti.
I piani sonori sono riprodotti in modo pulito e abbastanza preciso. La gamma dei bassi è veloce e dinamica, peculiarità questa che viene esaltata con determinate registrazioni in cui la batteria la fa da padrone, in cui  si apprezza un punch corposo.  
Gli alti non risultano mai “pungenti” e non si notano sibilanti fastidiose con nessun album da me ascoltato. 
Facendo un rapido confronto con le altre cuffie in mio possesso, la Spirit esce vincente sia con la Audeze che con le due ZMF in quanto a correttezza timbrica (anche se il tono della cuffia è tendente al caldo), un po’ meno magari con la Focal Clear, con la quale se gioca quantomeno alla pari su molti brani in cui il dettaglio nell’ascolto diventa importante. 
Sulla “musicalità” ci sarebbe da fare un discorso a parte, dovremmo necessariamente andare secondo i propri gusti, in quanto la cuffia, come già detto, va ascoltata e apprezzata attentamente. Non ha quindi un effetto “wow”, come potrebbe avere una Audeze o altre cuffie simili abbastanza caratterizzate nella loro timbrica.
Tra i due amplificatori con cui l’ho pilotata, l’abbinamento migliore è risultato essere senza dubbio con l’asiatico a stato solido della Audio Gd, il quale grazie alla sua neutraulità riesce ad esaltare le caratteristiche timbriche della Ragnarr.
Come tutti i cavalli di razza la Twin Pulse  va trattata con cura e messa in condizione di esprimersi al meglio e, credetemi, vi sorprenderà con le sue prestazioni. 


Conclusioni

La flagship del marchio Piemontese, si è lasciata apprezzare innanzitutto  nella sua bellezza (anche l’occhio vuole la sua parte) ma soprattutto nella precisione e tecnicità dei suo suono. 
Non è un oggetto per tutte le tasche. Il prezzo di listino di 3.750 euro di questa particolare versione la rende di fatto una cuffia di fascia alta, indirizzata ad appassionati disposti a spendere per avere un prodotto esclusivo e ben suonante. Mi sento di affermare che la top in catalogo della casa piemontese  è tra le migliori cuffie dinamiche da me ascoltate.
Nel panorama cuffiofilo attuale, dove produttori di amplificatori e cuffie nascono alla velocità della luce creando una certa confusione tra noi innamorati di questo particolare ascolto, mi sento di consigliare questo marchio che ha presente nel suo catalogo diverse cuffie,  meno costose della Twin Pulse Ragnarr, ma tutte di ottimo livello, sia chiuse che aperte. Tra queste, al Roma Hi-End mi ha colpito particolarmente la “Super leggera” caratterizzata da una timbrica veloce e divertente. Ma questa è un'altra storia… 
 

Twin Pulse Ragnarr_box.jpeg



6 Comments


Recommended Comments

SimoTocca

Posted

Bella recensione...di un prodotto che non conoscevo! Al prossimo Munch HiEnd si dará una bella ascoltatina a questa cuffiotta italiana...

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@SimoTocca vale la pena darci un ascolto IMHO. Ma è una cuffia da apprezzare con calma con il proprio set-up. 

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SimoTocca

Posted

Hai ragione, e l’hai anche sottolineato nella tua recensione che “vale la pena ascoltarla con calma” e con il proprio set up... 

Ma non é così facile da realizzare, questa cosa, come invece un ascolto ad una mostra...😪

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@SimoTocca purtroppo hai ragione. Gli ascolti nelle varie mostre servono solo a farsi un idea, a volte anche sbagliata, di una prodotto.
Ho letto opinioni contrastanti su questa cuffia in rete, ma solo da chi l’aveva ascoltata brevemente nelle mostre..

Come ho scritto, questa Twin Pulse, più di altre cuffie, va ascoltata con calma e messa in condizione di suonare adeguatamente. 
Solo allora si è in grado di dare un giudizio definitivo e non affrettato. 

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    • marillion
      By marillion in La Sala del Caminetto
         6
      Dalla Slovenia, alla Russia, alla Cina, in varie parti del mondo assistiamo alla nascita di aziende che producono cuffie alla velocità della luce, in special modo negli ultimi anni, da quando ha preso piede il trend delle cuffie ortodinamiche. In Italia abbiamo avuto diversi produttori di amplificatori per cuffia, mi vengono in mente per primi i vari Rudistor, Megahertz, SI Audio, ma - tranne Rudistor con la sua Chroma - non ricordo produttori nostrani di cuffie. Finalmente oggi anche da noi abbiamo un'azienda che si cimenta nella creazione di prodotti per noi appassionati dell’ascolto in cuffia ad alto livello: la Spirit SounDesign s.r.l. di Torino.

      Spirit Torino
      Ho avuto possibilità recentemente, in occasione del Roma Hi-End,  di ascoltare le creazioni del produttore piemontese a marchio Spirit Torino. Alcuni di voi sicuramente ricordano la Spirit Labs, la società dove Andrea Ricci (il patron della Spirit Torino), iniziò modificando cuffie di altri produttori e poi piano piano cominciò a produrre due sue cuffie: la MMXVI e la TWIN PULSE, usando driver della Grado.
      Con la nascita del marchio Spirit Torino, Ricci ha fatto un notevole passo avanti, innanzitutto facendosi realizzare i driver da un produttore su sue specifiche indicazioni tecniche. Poi creando dei prodotti sia di cuffie chiuse che aperte che stanno riscuotendo un successo di vendite sul mercato internazionale. Un paio di anni fa mi è capitato di trovare un loro stand anche al famoso Monaco HI- End che, come molti sapranno, è la mostra hi-end internazionale più importante.Il modello che ho avuto in prova è la Twin Pulse Ragnarr, edizione 2019, la loro “aperta” top di gamma, colgo l’occasione per ringraziare Andrea Ricci per la disponibilità.
       

      Twin Pulse Ragnarr ed. 2019
      Già dalla confezione in legno e metallo si capisce come il produttore punti ad un certo tipo di clientela. Le cuffie sono di dimensioni importanti, i materiali usati sono tutti di  pregio e curatissimi nei dettagli. In effetti il look della cuffia ricorda molto le cuffie top della Grado, ma qui stiamo parlando secondo me di ben altro livello, sia costruttivo che qualitativo.
      I cups sono in solido alluminio, in questo modo secondo il produttore, si eliminano o comunque riducono in modo importante le risonanze e le vibrazioni. Oltre a raggiungere questo scopo (ho poggiato le mie dita sui caps durante la riproduzione e non ho percepito vibrazioni di sorta) l’alluminio, lavorato in mondo impeccabile su questa versione, è di una bellezza fuori dal comune. In aggiunta a delle incisioni  accattivanti, come si può vedere in foto, sulle cuffie vi è inciso il logo “Spirit Torino”. Rimuovendo i pads in foam, si può leggere il nome della cuffia e il suo numero seriale, oltre alla dicitura “Made in Italy”. L’archetto, anch’esso in metallo, è rivestito da una cover in vera pelle. Il tutto riprodotto nella cuffia in prova in un elegante color azzurro.

      La tecnologia proprietaria chiamata “Twin Pulse Isobaric” utilizza dei driver prodotti da Nhoord Audio su specifiche indicate dalla Spirit Torino. Stiamo parlando praticamente di due driver collegati in serie che si muovono in sincro. Gli stessi sono  ricoperti da una griglia protettiva su cui si legge il nome della ditta. 
       
      Misurandola con la mia bilancina personale, la cuffia pesa circa 440 grammi. Indossandola, anche se non è comodissima, il clamping non risulta fastidioso. Non l’ho avuta abbastanza per poterlo verificare, ma credo che con il tempo dovrebbe adattarsi alla testa della persona che la indosserà rendendola ancora più “sopportabile”.
      La cuffia è terminata con un cavo XRL 4 pins costruito dalla Spirit stessa (in fase di acquisto si può scegliere la terminazione desiderata), purtroppo non intercambiabile, con altri cavi custom made. Ricci mi spiegava in una nostra conversazione che, vista la tecnologia usata dal progettista, non è possibile fare altrimenti. 
      Il cavo è realizzato in rame OFC di classe 5, con sezioni per polo di 0,5 mm quadri.  Le saldature sono in argento. Quindi come si può capire stiamo parlando di un cavo di  tutto rispetto. 
      Infine, per questa versione Ragnarr, la Spirit dichiara una impedenza di 64 ohm ed una sensibilità di 91 db.

      L'ascolto
      Un suggerimento che mi sento di dare è di non affrettarsi nel giudicare le prestazioni quando si ascolta una cuffia, un consiglio che vale nell’ascolto di qualsiasi tipologia di cuffia, ma da considerare specialmente con prodotti che “crescono” nell’ascolto come la nostra Twin Pulse. 
       
      La Twin Pulse Ragnarr è stata provata nel mio attuale setup, cosi composto Sorgenti: Streamer Cambridge Audio CXN (V2), SACD Yamaha 2000, Oppo105d, Dap Astel & Kern Kann. Amplificatori: Woo Audio WA22, Audio Gd Master 9. Cuffie: Focal Clear, Audeze LCDX 3f, ZMF Aelous & Eikon.

      La filosofia del progettista è stata quella di creare un prodotto idoneo per valutare registrazioni di un certo livello. E’ quindi una cuffia con una natura che potremmo definire “monitor”. Nei primi minuti di ascolto non si è stregati dai bassi in evidenza o dalle alte iper dettagliate, ma piano piano, proseguendo negli ascolti si viene catturati dalla musica e si dimentica di stare ad “ascoltare la cuffia”.
      Ho trovato, tra i miei due ampli, una sinergia migliore con l’Audio Gd rispetto al valvolare Woo Audio, forse per la natura della Ragnarr, un ampli neutro ben si abbina ad un headphones inspirata da questa filosofia, dove per monitor intendiamo non colorato e fedele il più possibile alla registrazione originale.
      Il soundstage non è impressionante, come quello di una Sennheiser 800 ad esempio, ma rimane buono sia in larghezza che in profondità. 
      In verità ho notato, con alcune incisioni, una tendenza leggermente “boomy” nelle frequenze più basse, ma relativamente solo ad incisioni che esaltano questo tipo di frequenze, come musica elettronica, in questo caso alcuni brani dei Depeche Mode tratti dalla raccolta “The singles 86-98”.   
      Passando ad incisioni jazz,  Pat Metheny “Letter from home”, la chitarra del grandissimo chitarrista scivola leggera e precisa nei vari passaggi e nelle varie scale in cui si cimenta il virtuoso Pat (uno dei miei chitarristi preferiti).
      Con l’hard rock di “Led Zeppelin III”, mi ritrovo a battere il tempo con i miei piedi senza nemmeno accorgermene. La gran cassa di John Bonham in “Since I’ve been loving you” ti colpisce nello stomaco nella sua pienezza e corposità. Emozionante. 
      Passando alle voci femminili, con Diana Krall “The girl in the other room”, la voce calda e suadente della singer canadese si lascia apprezzare in tutta la sua bellezza. Album davvero notevole questa della consorte di Elvis Costello. 
      La peculiarità di questa cuffia è di esprimersi al meglio con incisioni di livello, specialmente jazz, e meno con incisioni di qualità medio bassa di generi come rock o musica elettronica. Le voci, specie femminili, vengono rese con una liquidità sorprendente, risultando molto reali e coinvolgenti. I medi ad ogni modo, in generale, appaiono sempre naturali e coerenti.
      I piani sonori sono riprodotti in modo pulito e abbastanza preciso. La gamma dei bassi è veloce e dinamica, peculiarità questa che viene esaltata con determinate registrazioni in cui la batteria la fa da padrone, in cui  si apprezza un punch corposo.  
      Gli alti non risultano mai “pungenti” e non si notano sibilanti fastidiose con nessun album da me ascoltato. 
      Facendo un rapido confronto con le altre cuffie in mio possesso, la Spirit esce vincente sia con la Audeze che con le due ZMF in quanto a correttezza timbrica (anche se il tono della cuffia è tendente al caldo), un po’ meno magari con la Focal Clear, con la quale se gioca quantomeno alla pari su molti brani in cui il dettaglio nell’ascolto diventa importante. 
      Sulla “musicalità” ci sarebbe da fare un discorso a parte, dovremmo necessariamente andare secondo i propri gusti, in quanto la cuffia, come già detto, va ascoltata e apprezzata attentamente. Non ha quindi un effetto “wow”, come potrebbe avere una Audeze o altre cuffie simili abbastanza caratterizzate nella loro timbrica.
      Tra i due amplificatori con cui l’ho pilotata, l’abbinamento migliore è risultato essere senza dubbio con l’asiatico a stato solido della Audio Gd, il quale grazie alla sua neutraulità riesce ad esaltare le caratteristiche timbriche della Ragnarr.
      Come tutti i cavalli di razza la Twin Pulse  va trattata con cura e messa in condizione di esprimersi al meglio e, credetemi, vi sorprenderà con le sue prestazioni. 

      Conclusioni
      La flagship del marchio Piemontese, si è lasciata apprezzare innanzitutto  nella sua bellezza (anche l’occhio vuole la sua parte) ma soprattutto nella precisione e tecnicità dei suo suono. 
      Non è un oggetto per tutte le tasche. Il prezzo di listino di 3.750 euro di questa particolare versione la rende di fatto una cuffia di fascia alta, indirizzata ad appassionati disposti a spendere per avere un prodotto esclusivo e ben suonante. Mi sento di affermare che la top in catalogo della casa piemontese  è tra le migliori cuffie dinamiche da me ascoltate.
      Nel panorama cuffiofilo attuale, dove produttori di amplificatori e cuffie nascono alla velocità della luce creando una certa confusione tra noi innamorati di questo particolare ascolto, mi sento di consigliare questo marchio che ha presente nel suo catalogo diverse cuffie,  meno costose della Twin Pulse Ragnarr, ma tutte di ottimo livello, sia chiuse che aperte. Tra queste, al Roma Hi-End mi ha colpito particolarmente la “Super leggera” caratterizzata da una timbrica veloce e divertente. Ma questa è un'altra storia… 
       

  • I Blog di Melius Club

    1. dadox
      Latest Entry

      By dadox,


      Ed eccomi qua, dopo tanti anni di desideri mai esauditi, a condividere con voi il cambiamento (epocale, a mio modo di vivere il momento) ora più che mai, direi quasi drastico nel mio setup… un McIntosh MA6600 è finalmente in pianta stabile, lì, bello e possibile (per dirla alla Nannini).


      MA6600, finalmente

      61UgBIEqsVL._SL800_.jpg.273c9c7574913533740a5c37639846e3.jpgEh, si, perché da qualche giorno, giusto il tempo di rimettermi in quadro le vertebre (portarsi a spasso certi pesi da soli non è proprio salutare alla mia età), e sistemare fisicamente l’hardware, un McIntosh MA6600 è finalmente arrivato. Seppur io debba ogni tanto anche solo andare ad aprire la porta della sala per verificare che sia vero, e non un sogno che ti spiace renderti conto lo sia, una volta svegli! Dedicarvi la stesura di questo manoscritto (seppur per via informatica) è per me un “impeto d’orgoglio”, voglio sperare che per chi passi lo sguardo su queste righe non si trasformi nella solita noiosa diatriba, scaramuccia, o peggio fra estimatori McIntosh e detrattori dello stesso. Dal canto mio sono estimatore da parecchio, credo di essere stato (già da alcuni decenni oramai) affascinato da quel timbro sonoro che le elettroniche di Binghamton generano, un fascino che taluni appassionati percepiscono, tali altri no. Questo (per mia personale opinione) indipendentemente dal fattore estetico, o dalle caratteristiche elettriche.

      Come nel caso di altri svariati esempi, in qualsivoglia campo, e credo oramai la cosa sia palese, i McIntosh o si amano, o si odiano. Per gli audiofili non vi è una seppur remota possibilità di incontrarsi a metà strada. Non esiste compromesso. Da quando il suddetto ampli è stato inserito nel mio setup, e quindi aver potuto di fatto saggiarne il suono nel mio ambiente, (dato di fatto, onde poter esprimere reali sensazioni) le mie convinzioni sulla bontà del suono che questo Marchio offre si sono decisamente consolidate.

      Certamente ci sarà chi, leggendo queste righe, penserà di intervenire menzionando ed elogiando altri grandi nomi dell’Alta Fedeltà in luogo del marchio americano, in grado probabilmente di “demolire” a livello prestazionale “gli ampli coi vumeter blu”, ma se mi é concesso un paragone, l’hi-fi é un po’ come la pizza, di rado al palato mette tutti d’accordo. Come cibo in sé tutto ok, ma una volta in bocca, quasi mai nessuno ne certifica la migliore, ognuna ha una sua personalità (e altre, giusto per capirci, proprio non ce l’hanno).

      Ed é proprio la personalità che a Binghamton da circa 60 anni riescono a dare alle proprie creature, e questo 6600 non si esenta da tale retaggio. Sarà sicuramente un “semplice” entry level con autoformers per chi può permettersi di entrare nel mondo della hi-end dalla porta principale, sarà quasi certamente meno “dotato” dei suoi fratelli maggiori 7000 e 8000, ma l’eredità secondo me ci sta tutta.

      McIntosh riesce in qualche modo, cosa assolutamente non facile, a far sì che vi sia una stretta parentela musicale assimilabile a tutti i loro ampli. Sia che si tratti di un 6300 o un monolitico 452, ad esempio.

      Cambiano i muscoli, ma c’è sempre qualcosa che nella loro diversità prestazionale li rende comunque parenti. Anche le loro controparti in versione valvolare, mostrano sempre un principio di base che li accomuna ai loro fratelli a transistor. E questo, è secondo me un traguardo difficoltosissimo da raggiungere. Ovvio, al contempo le fazioni pro e contro McIntosh si divideranno ancor più, rendendo un ipotetico arcobaleno musicale sempre più simile al bianco/nero. Proprio come le fotografie, c’è chi le ama molto più che l’alternativa a colori, chi invece ne rimane indifferente.

      Volendo assimilare il bianco al cosiddetto “bene”, ed il nero al cosiddetto “male”, proverò a cimentarmi in una mia personale pagella.

      Il Bianco

      Parto dalla constatazione del fatto che le elettroniche di pilotaggio (integrati, pre e finali) sono in assoluto quelle che più sono in grado di drasticamente cambiare il modo di esprimersi dei diffusori, molto più di una periferica che viene aggiunta (o che ne sostituisce una), come può essere ad esempio un lettore cd piuttosto che un altro, un lettore di rete, un DAC, e via discorrendo. E che se tali elettroniche sono progettate al meglio, lasceranno transitare attraverso di esse solo le doti migliori delle periferiche a monte, senza intaccare la personalità sonora di alcun hardware. Semplice a dire, difficoltoso alquanto da mettere in pratica.

      Detto ciò, al momento, dovendomi ancora riprendere dallo shock economico, l’unica periferica che sto di questi tempi utilizzando, e che ha avuto il privilegio di esser collegato per primo al 6600, è un lettore Sony BDP-S550, che seppur seriamente castrato nelle possibilità operative per quanto riguarda i cd, ho da tempo scoperto che a livello sonico se la gioca con lettori di classe e costo maggiori. Per come vanno le cose ultimamente a livello economico… che c… fortuna, oserei dire. Tale equazione porta all’unica soluzione possibile, un buon ampli alza di parecchi gradini le possibilità musical-espressive di periferiche non prettamente destinate al mercato dell’inarrivabile high-end.

      Diffusori in campo, oramai, manco a dirlo, le mie inossidabili Bose 901 (serie 5). Anche qui, siamo nello spettro del bianco/nero, o ci sbavi, o ci vomiti sopra, vero, sì? Con le suddette, devo dire che gioco un pelino sporco. Nel senso che il loro equalizzatore attivo, oggetto senza il quale tali diffusori non potrebbero operare (che in alternativa, in un linguaggio più comprensibile ai più lo considererei un “crossover elettronico esterno”) è stato oggetto di un totale recapping, sia linea che alimentazione, con componenti audio grade, un “lifting” che sta andando ultimamente di moda negli States, in luogo delle tradizionali procedure di ricappaggio praticate dalle assistenze autorizzate Bose.

      Fermo restando che seppur la sala sia abbastanza vicina ai criteri di utilizzo delle 901, è pur sempre un ambiente ancora tutto da rimaneggiare nel tempo. Seppur la tecnologia Direct/Reflecting strizzi l’orecchio alle pareti libere, purtroppo tale sala è sin troppo vuota (non completamente, eh), nel tempo si dovrà vedere di incrementarne le suppellettili. Non è quindi il massimo dei terreni praticabili in caso di prove di ascolto. Un terreno abbastanza dissestato, oserei dire.

      71UmxoO9XdL._SL800_.jpg.e8927c0afc2bd231acf18d5ecf371716.jpgBene, fra le note “bianche”, la più degna di nota é stata quella di Marco @markozilla, il quale dopo qualche ora di ascolti di buona musica, durante la riproduzione di “Oscar Peterson Trio - We Get Requests” esce dal mutismo e se ne viene fuori con un “Caspita, ‘sto coso suona come un valvolare!”.

      Più che attendibile come esclamazione, essendo Marco “malato” di valvole, e serio estimatore Graaf. La seconda, che “Col volume anche solo al 15% mostrato sul display il suono viene percepito nella sua interezza”. Sensazioni che concordano in toto con le mie, ma la testimonianza di Marco ha fatto in modo di allontanare da me l’ipotesi di un banale contagio estetico da occhioni blu.

      Dopo aver ascoltato parecchi brani, sopratutto vocali, con un ampli del genere, sfido chiunque a venire ad obiettare che una Bose 901 sia priva di messa a fuoco della scena, sopratutto vocale. È noto che il suono generato dalla 901 è particolare (o lo è il resto del panorama diffusori?), poiché più che un coinvolgimento limitato triangolare che punta all’ascoltatore, emulando così una sorta di “immersione in cuffia ambientale”, tenta di ricreare la sensazione come se chi suona (o canta) sia effettivamente presente, con effetto live, non effetto studio di registrazione.

      La sensazione quindi, parlando di focalizzazione, è quella del cantante che è posizionato davanti a te, ma è come se fosse presente di persona, e non dà l’idea che stia dietro ad un microfono in studio. A mio parere è un effetto molto meno artefatto piuttosto che l’altro modo di ascoltare. Detto questo, (altra nota “bianca”), è incredibile quanto bene viene focalizzato il posizionamento di esecutori e cantanti, cosa che sinora nessun altra elettronica era riuscita a regalarmi. Il McIntosh in questione riesce a ricreare una solidità quasi fisica di ciò che si ascolta, con tutti gli strumenti al loro posto, chi più intimamente spostato verso il centro, chi più lontano (lontano, non indietro) verso gli angoli del gruppo che sta eseguendo. Si percepisce quasi l’impegno di un chitarrista nel districarsi col plettro fra le corde dello strumento, e la naturalezza di una solista mentre prende leggermente fiato per elaborare le parole di una strofa. Piccoli particolari che durante gli ascolti mi causano un malcelato sorriso di soddisfazione.

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      Al contrario, durante l’ascolto della versione strumentale di “Man on the Rocks” di Mike Oldfield, il lungo intervento di chitarra elettrica in un infinito crescendo mi ha dapprima fatto correre i brividi lungo le gambe, per poi strapparmi una lacrimuccia. Ma che capita, sono forse impazzito? Di primo acchito le note basse le ho trovate, rispetto alla concorrenza (Denon, Nad, Cambridge) dapprima meno prestanti, ma dopo un po' ho (anzi, abbiamo) realizzato che non è il 6600 ed esser povero di basse frequenze, ma gli altri ad esser eccessivi. Non sono mancanti, semplicemente quando vengono fuori, rimangono più in linea col resto dello spettro riprodotto, senza un’eccessiva presa di possesso. Altra nota “bianca”, quindi.

      Idem per il parlato. Anche alzando il volume, le “esse” restano al loro posto, non tendono ad inasprirsi, come precedentemente accadeva. Nota “bianca”.

       

      Ma questo 6600, non contrasta proprio con nulla? Nel senso, è proprio tutto di un candido bianco? E le note “nere” dove stanno? Manco vira un pochino in seppia? Volendo essere spiritoso e di parte, non aggiungerei altro, andrebbe bene così, al massimo direi che l’unica nota “nera” è la livrea dell’amplificatore. Be', seppur a livello musicale io lo abbia trovato altro che soddisfacente (come ribadisco, non fatico ad immaginare che il mercato offrirà anche di meglio, ma va bene così, mi accontento con soddisfazione), qualche piccola pecca, a mio modo di vedere, bisogna metterla in conto.

       

      e il Nero

      Le note seguenti sono “nere”. In primis, i peccati di gioventù. Sono cose che ovviamente nessun negoziante vi verrà a raccontare, tranne quando l’apparecchio lo si riporterà in negozio per un “lifting” da parte dell’Assistenza. Il lifting è inteso come aggiornamento firmware della logica di controllo del 6600. Per stare appresso alle mode, Macintosh è caduta appunto, pure Lei, nel tranello delle elettroniche commercializzate di questi tempi. L’idea di delegare alla logica digitale l’intero reparto analogico di un McIntosh non è male, ma non ha fatto certo la felicità dei primi acquirenti, che si sono ritrovati in alto mare per colpa di strani comportamenti dell’ampli in questione. Avviso ai naviganti (per fare il verso ai marinai, ma col web più o meno siamo lì), se andate cercando un 6600 usato, assicuratevi che abbia un firmware aggiornato di recente (dalla versione 2.5 in avanti si è già in sicurezza da capricci caratteriali del software a bordo). Altrimenti tale procedura ve la ritroverete a carico vostro, con relative scocciature quali sollevamenti pesi e annessi mal di schiena, trasporti, ansia da danneggiamenti causati da corrieri, insomma, tutte cose che ogni appassionato già ben conosce.

      Poi, il telecomando. Che cercassi un apparecchio telecomandabile ok, ma seppur io non sia mai stato un fan delle elettroniche cinesi, perlomeno qualcosa da loro potevano farne tesoro. Visti i listini McIntosh, a mio modestissimo parere, l’aggiunta di un telecomando essenziale oltre a quello a corredo, meno multimediale e più “intimo”, con le funzioni basi ergonomicamente "a tiro di pollice" avrebbe fatto sicuramente più piacere, e forse sarebbe anche più in stile McIntosh, invece di maneggiare ogni volta questo “tazer”.leadImage.thumb.jpg.f6a9b1e127c2067ee648b5f670cc2f81.jpg

      Poi, ma queste sono note “grigie” (eppure ero convinto di tirare in ballo solo il bianco ed il nero…), che mi permetto di aggiungere e sottolineare, seppur in molti ne abbiano già esperimentato i risultati sulle elettroniche McIntosh. Seppur le elettroniche di questo Marchio beneficino come qualsiasi altro apparecchio di buoni cavi di connessione, che siano di potenza o di segnale, i McIntosh possono dare già grandi risultati senza andarsi ad imbarcare in acquisti di cablaggi di connessione a 2 o anche 3 zeri. Discorso a parte merita il cablaggio per l’alimentazione. Anche se non si è in possesso di impianti elettrici espressamente dedicati allo stereo, meglio aprire (almeno) il rubinetto nel classico ultimo metro, tentando, nei limiti del possibile, di ridurre eventuali possibili disturbi, e migliorare per quel poco che si può l’afflusso di corrente destinato alle elettroniche. Mi risulta che i McIntosh in particolare siano molto sensibili alla qualità dei cavi di alimentazione. È un po’ come scalare una collina di qualche km in salita con la bici, se la discesa sul lato opposto sarà anche di soli 500 metri sarà certo un gran beneficio per il nostro fiato. Un cavo di sezione perlomeno adeguata allo scopo vi farà subito notare una più che discreta miglioria prestazionale di questo MA6600. Buoni Ascolti.

      Prima pubblicazione il 12 marzo 2015

       


    2. Con il ritorno di moda del vinile, sempre più spesso noi vecchi barbogi cresciuti a base di musica analogica, veniamo interpellatati dalle new entry sul settaggio del giradischi. Vero è che sul web c’è tutto e anche di più, ma nella maggior parte dei casi i sistemi proposti sono idonei per analogisti “scafati” ed a volte sovrabbondanti o poco chiari per chi con il vinile non ha troppa dimestichezza.

      Visto che tra le “mission” di Melius Club c’è anche quella di avere un occhio di riguardo per le nuove leve, abbiamo pensato di produrre una guida sintetica, facile da usare e consultare, ma non per questo approssimativa, sul settaggio di testina e giradischi.
       

      Visto il particolare target cui ci rivolgiamo, abbiamo ridotto al minimo indispensabile le attrezzature da comprare, e siamo partiti dall’ipotesi di parlare a persone che per la prima volta si trovano a dover gestire direttamente un giradischi. Un neofita tipicamente comprerà un giradischi nuovo, preassemblato in fabbrica e spesso tarato dal venditore, ovviamente un prodotto che quando va bene sarà di classe media, diciamo un classico giradischi a cinghia, con braccio e testina MM. Questo ci semplifica la vita, parleremo in una prossima puntata di come abbinare una testina MC ad uno stadio phono.

       

      Il travaglio del neofita

      Allora il nostro neofita, che chiameremo Mario, ha un classico impianto hi-fi composto da un amplificatore, due diffusori, una sorgente digitale e a questo armamentario ha deciso di aggiungere un giradischi, Lo ha scelto con cura, informandosi sul web, nei negozi, leggendo le riviste, parlando con amici, ha ottenuto il placet della componente femminile (madre, moglie, fidanzata, a seconda dei casi) e finalmente lo porta trionfante a casa pronto per l’uso.

      Ma è davvero pronto? Sul web ne ha letto di cotte e di crude, montare il gira gli sembra ora una cosa astrusa e complicata, una via irta di pericoli, che al confronto mandare una navicella spaziale su Marte pare una passeggiata. Quasi quasi gli vien voglia di desistere e di maledire il momento che ha deciso di passare al vinile, ha mille dubbi, mille paure e sopratutto il timore di procurare danni irreparabili alla testina ed ai preziosi dischi.

      Calma Mario, le cose non stanno così, quando ero giovane il gira stava in tutte le case, lo usava anche la casalinga di Voghera (termine usato dagli statistici), ti assicuro che non morde e che non ha mai ucciso nessuno. Basta procedere con calma, molta calma, e con metodo.

       

      L'ingresso phono

      Per prima cosa, verifichiamo se il nostro amplificatore ha un ingresso phono. L’ingresso phono è diverso da tutti gli altri (cd, aux, tuner, tape, video, ecc), deve intanto avere un guadagno elevato (visto che il livello del segnale della testina è molto più basso di quello delle altre sorgenti), e poi deve essere equalizzato secondo la curva RIIA. Per i non addetti ai lavori spieghiamo di cosa si tratta.

      Per motivi inerenti alla incisione del disco, il segnale inciso su vinile viene equalizzato secondo una curva detta RIIA (una curva standardizzata negli anni ‘70 con un accordo tra tutte le case discografiche), quindi al momento dell’ascolto lo stadio phono deve avere al suo interno un circuito che sia speculare alla curva di incisione. Una volta, ossia prima dell’avvento del digitale, praticamente tutti gli ampli integrati e tutti i preamplificatori disponevano di una sezione phono, all’epoca molto curata, essendo il disco nero la fonte di qualità per antonomasia nell’uso casalingo di massa. Ormai da una ventina di anni sono sempre più rari gli ampli dotati di ingresso phono, quindi, caro Mario, prima di sballare il prezioso giradischi leggi con calma le “distruzioni per l’uso” del tuo ampli e controlla che abbia effettivamente una sezione phono, dico questo perché a volte sul pannello frontale c’è tra le sorgenti selezionabili il phono, ma potrebbe essere una comodità per l’utente (per ricordargli dove sta il pre phono esterno o quello interno ma optional).

      Se la sezione phono è presente, falso allarme possiamo procedere. Se la sezione phono è assente, Mario ferma tutto, e prima di continuare vai a comprare un pre phono.

       

      La sistemazione del giradischi

      Ma restiamo nella ipotesi più favorevole, ossia di pre phono presente all'interno dell’ampli. Come procediamo? Innanzitutto scegliamo un luogo dove posizionare il giradischi: una base stabile, priva il più possibile di vibrazioni, non troppo lontana dall’ingesso phono per non dover utilizzare cavi di segnale troppo lunghi, curando al contempo la distanza dai trasformatori di alimentazione dell’ampli, che potrebbero indurre rumori indesiderati. Un buon trucco è quello di mettere (se tutto va su uno stesso pian di appoggio), il giradischi con il braccio al lato opposto dell’ampli, se invece abbiamo un mobile a colonna evitiamo di posizionare il braccio in asse con i trasformatori di alimentazione dell’ampli. Individuato il luogo e prese le misure, possiamo finalmente procedere a sballare il giradischi ed a montarlo secondo le istruzioni a corredo, che possono variare da gira a gira.

       

      Gli attrezzi del mestiere
      Prima di andare oltre, procuriamoci gli attrezzi minimi necessari per una corretta installazione, non sono tanti, spesso economici e a volte recuperabili a costo zero. Ci serviranno.livelle a bolla

      a) una o più livelle a bolla, perché il gira per funzionare correttamente deve essere messo in bolla. Di livelle a bolla ce ne sono di tutti i tipi e di tutti i prezzi, vanno benissimo in teoria anche quelle da muratore reperibili a poco nelle ferramenta, ma spesso sono poco pratiche da utilizzare perché troppo grandi per l’uso su un gira. Io eviterei anche le bolle di livello marchiate con nomi altisonanti, costano molto e fanno lo stesso lavoro di quelle economiche. Sui siti di vendita on line ce ne sono parecchie, in foto ne mostro alcune a titolo esemplificativo

      b) un cacciavitino amagnetico (meglio due, uno a taglio ed uno a croce), quasi tutti ne abbiamo più di uno a casa, ma sono facilissimamente reperibili a poco prezzo dappertutto (e fa sempre comodo averli a disposizione)

      c) una pinzetta di quelli che le signore usano per le ciglia, anche questa di sicuro in casa non manca e se dovesse mancare la si può sempre chiedere in prestito ad una amica (sperando che non equivochi).

      d) una dima per il corretto montaggio della testina. Di dime ce ne sono moltisime sul mercato, per semplificare, qui possiamo dire che una vale l’altra, io suggerisco di prenderne una classica a due punti, eventualmente la si può anche scaricare da qualche sito web, avendo però cura di effettuare una stampa senza modificare le misure e usando possibilmente cartoncino non troppo leggero.

      e) uno specchietto o un apposito goniometro per verificare l'allineamento della testina.

      f) una bilancina per verificare il peso di lettura (anche se di solito i giradischi nuovi hanno scale precise, meglio avere uno strumento ad hoc, a volte poi ci si imbatte in gira privi di una scala graduata)

      g) un set di vitine di varia lunghezza e relative rondelle, sempre amagnetiche (ottone o inox) meglio ancora se con la testa a brugola, (munitevi della relativa chiavetta) eviterete slabbrature della testa usando le viti con la testa a taglio se scivolasse il cacciavite e otterrete un serraggio più deciso, magari non serviranno ma non si può mai sapere.

      h) utile ma all’inizio non indispensabile, il disco test di Hi-Fi News (ci sono anche quelli di Ortofon e di Tacet), per un analogista navigato è un must che non dovrebbe mancare, per un neofita una spesa che si può rinviare.

      Ovviamente se si ha un amico pratico e dotato di tutto l’armamentario sopra descritto, si può fare ricorso al suo ausilio ed alle sue attrezzature, e procedere alla installazione del giradischi senza ulteriori attese (ma poi queste 4 cosette procuratevele, male non fanno, non costano uno sproposito, e nella vita è meglio essere autonomi che dipendere dagli altri).

      Adesso siamo pronti per procedere e Mario è li che freme di impazienza. Per prima cosa posizioniamo il gira dove abbiamo deciso di metterlo, verifichiamo che le operazioni siano agevoli (mettere in disco, togliere un disco, ecc) e per prima cosa procediamo con la messa in bolla; per fare questo useremo le nostre bolle di livello e poi regoleremo i piedini fino a ottenere il risultato ottimale.

      Adesso possiamo procedere a collegare il giradischi all’ingresso phono dell’ampli, poniamo attenzione ala corretta polarità (positivo con positivo, negativo con negativo, cavetto di massa del braccio al connettore marcato “GND” sull’ampli).

       

      Montiamo la testina

      Il mio suggerimento è di NON collegare il giradischi alla rete elettrica durante il settaggio della testina, la fortuna è cieca ma la sfiga ci vede benissimo e il rischio che per l’emozione o la fretta il piatto si metta a girare mentre operiamo con la dima o la bilancina è sicuramente diverso da zero. Quindi calma calma e ancora calma, temiamo il gira non collegato. E sempre per prudenza, teniamo l’amplificatore spento e il selettore degli ingressi non su phono.

      Adesso dobbiamo procedere a regolare la testina. Se è stata preinstallata in fabbrica o dal venditore, possiamo dare per scontato che l’operazione sia stata fatta bene, quindi possiamo saltare il prossimo capitolo e andare direttamente alla regolazione del peso. Se invece abbiamo una testina di nostra scelta, da installare oppure vogliamo verificare che i settaggi di fabbrica non si siano modificati durante il trasporto o semplicemente vogliamo capire cose si fa, passiamo al capitolo “mettiamo in dima la testina”.

      Per prima cosa bisogna montare la testina sullo shell. I bracci di una volta avevano di solito shell intercambiabili a standard EIA, questo permette di togliere lo shell, montare la testina e rimontare lo shell senza dover rimovere il braccio dal gira. L’operazione, anche per un neofita, è facile e sicura, e permette di giocare con le testine alternandole, basta avere più shell.

      I bracci di oggi, per aumentare la rigidità del sistema, hanno invece quasi sempre lo shell fisso, quindi per il montaggio della testina è opportuno rimuovere il braccio dal giradischi. L’operazione di norma è assai semplice, in genere occorre allentare una vite di blocco e sfilare ll braccio. Per sicurezza in questo caso stacchiamo i cavi che dal gira vanno all’ampli, meglio una precauzione in più che una in meno.

      Per montare la testina, ci servirà un piano di lavoro bene illuminato con tutto il materiale necessario pronto all’uso e facilmente accessibile, pertanto serviranno la testina (ovvio), lo shell (idem), la pinzetta, il cacciavitino o chiavetta a brugola a seconda delle viti reperite, le viti di fissaggio della testina e le relative rondelle. Una volta le testine venivano vendute bene accessoriate (viti di diverse lunghezza, rondelle, pennellino, cacciavitino), oggi la dotazione è ridotta all’osso se ci sono 4 viti e 4 rondelle è grasso che cola. Quindi meglio procurarci un po di viti in più, sia a passo metrico (solitamente M2,5) che a passo americano.

      Le testine spesso sono dotate di un copripuntina, il mio suggerimento è di lasciarlo inserito fino a che la testina non sia fissata allo shell ed al braccio in posizione di lavoro. Lo rimuoverei solo prima di procedere alla messa in dima ed alla regolazione del peso (sempre per la logica che la prudenza non è mai troppa). Adesso possiamo finalmente cominciare.
      Per prima cosa colleghiamo i 4 pin della testina con i 4 cavetti dello shell. Quasi tutte le testine hanno i pin contrassegnati con un colore che corrisponde ai colori della 4 pagliuzze dello shell, non ci si può sbagliare se la luce è buona. I colori sono bianco rosso blu e verde, con poca luce blu e verde possono non essere immediatamente distinguibili, ma basta saperlo. Se il cavetto stenta a entrare nel pin, si può con attenzione e l’ausilio di un cacciavitino allargarne poco il connettore, se invece il contatto fosse lasco, si può ovviare stringendo con una pinzetta il connettore sul pin della testina. Il contatto lasco è la prima causa di rumorosità del giradischi, raccomando una particolare attenzione su questo punto (ovviamente senza esagerare).

      Terminata con successo questa fase del lavoro (Mario, visto che poi non serviva un chirurgo?) andiamo ora a fissare con le viti la testina allo shell. Ogni shell e ogni testina hanno un verso per esempio nei vecchi Thorens e nei Revox è possibile solo inserire la vite dal basso vero l’alto, operazione non permessa da alcune testine. Ma in genere si può procedere in entrambi i modi, a seconda di come stiamo più comodi e di come è strutturato il corpo testina. Va scelta una vite sufficientemente lunga da permettere l’inserimento anche del dado, ma non esageratamente lunga, in questa fase è importante solo che la testina sia fissata con due viti con sicurezza, ma lasciando una certa libertà di movimento, il fissaggio definitivo lo faremo dopo aver completato la messa in dima.

      azimutRegoliamo l'azimuth e il VTA

      Adesso però non dimentichiamoci dell’azimuth e del VTA. Per lavorare correttamente il braccio deve essere parallelo al giradischi mentre la testina deve essere allineata con il piatto. Quindi togliamo delicatamente il copristilo, mettiamo un disco NON IMPORTANTE sul piatto e facciamo scendere la testina sui solchi a gira spento. Per prima cosa verifichiamo, magari con l'ausilio di uno specchietto, che la testina sia allineata con il piatto, ossia che non penda verso destra o verso sinistra. Poi verifichiamo il braccio, se siamo fortunati avremo il braccio parallelo, al disco  altrimenti dovremo procedere in diversi modi. Il più semplice, ma non tutti i bracci lo permettono, è di variare l’altezza del braccio fino a raggiungere il risultato desiderato. In caso contrario a volte si riesce a risolvere interponendo degli spessorini tra corpo testina e shell, se non si risolve vuol dire semplicemente che la testina non è adatta a quel tipo di braccio (ipotesi abbastanza remota ma non impossibile).. A dimostrazione che l'analogico non è una scienza esatta, esistono anche diverse scuole di pensiero che prevedono un braccio non perfettamente allineato con il disco, ma sono soluzioni che vanno sperimentate ad orecchio e sinceramente le sconsiglio ad un neofita, che potrebbe ricavarne più danni che benefici. 

      Se siamo riusciti regolando il braccio ad ottenere il parallelismo braccio testina disco, possiamo tirare un sospiro di sollievo e andare avanti con la regina delle regolazioni, ossia la messa in dima.


      Mettiamo in dima la testina

      Per mettere in dima la testina di un giradischi si possono seguire più strade, utilizzare la dima in plastica fornita in dotazione da alcuni giradischi (i vecchi Thorens, alcuni Technics, ecc), utilizzare la dima ad un punto e l’overhang, utilizzare la dima a due punti, utilizzare dime più complesse e costose (dr. Flickert, Project, OMR ecc). Ritengo che per un principiante il sistema della dima a due punti sIa la soluzione migliore perché

      a) è universale

      b) svincola dalla conoscenza dell’overhang del braccio (dato non sempre fornito)

      c) è facile da usare senza rischiare di fare danno

      d) è economica
      71c5UxGqThL._AC_SL800_.jpg.20dae43b440eb7e4737fb5b8a156488a.jpgPremetto che le dime a due punti non sono tutte uguali, anche se forniscono tutte risultati attendibili. Spesso le problematiche dell’analogico non hanno una sola soluzione, quindi prendiamo la dima che Mario ha recuperato e usiamola senza porci tanti problemi.

      Il modo di funzionare di tutte le dime a due punti è semplice, si inserisce nel perno del giradischi il foro presente nella dima, si individuano i due punti segnati sulla dima e si fa scendere la puntina sul primo di essi. Quindi si ruota leggermente la testina nello shell (ecco il motivo per non avvitarla a morte) fino a che il corpo testina non sia allineato alla riga della dima che passa per il punto selezionato. Un trucco che spesso funziona è mettere una mina sottile da disegno sullo shell. Fatto questo si ruota la dima e eventualmente anche il braccio e si fa scendere la testina sul secondo punto di riferimento della dima, e si ripete l’operazione precedente. Si continua per tentativi successivi e piccoli aggiustamenti (Mario, non ti spaventare non è un ciclo infinito), in genere dopo 4-5 tentativi si arriva al parallelismo su entrambi i punti. Adesso possiamo stringere bene le viti, avendo cura di non far ruotare lo shell. E’ buona regola verificare nuovamente con la dima per scrupolo che tutto sia a posto dopo aver completato questa operazione.

       

      Regoliamo il peso di lettura della testina

      Ora ci siamo quasi, passiamo alla regolazione del peso della testina. Anche se ogni braccio può fare storia a se, in genere per regolare il peso si opera in questo modo:IMG_20200102_104531.thumb.jpg.d05e6095a559a2eaab00b9b16e363dfc.jpg

      a) si disinserice l’antiskating (se è magnetico o a molla lo si setta a zero, se è meccanico si toglie il pesetto della regolazione dello stesso)

      b) si gira il contrappeso grande (di solito cromato o anodizzato) fino a che il sistema braccio testina sia libero di oscillare senza scendere verso il disco e senza volare al cielo. In questo modo abbiamo trovato il punto degli zero grammi.

      c) adesso, tenendo fermo il contrappeso grande, ruotiamo la ghiera graduata fino a portarla sullo zero (ovviamente se questa ghiera esiste).

      d) ruotiamo il contrappeso grande insieme alla ghiera graduata fino a trovare il peso raccomandato dal costruttore esempio peso di lettura 2 gr, impostare a 2 gr.
      e) prendiamo la nostra bilancina e verifichiamo che il peso di lettura impostato corrisponda. Se la bilancina è meccanica (la classica Shure, per esempio) avrà una precisione di circa 0,25 grammi, se elettronica potrà essere precisa al decimo di grammo. Attenzione a come eseguiamo la misura, l’ideale sarebbe avere il piano di lettura all’altezza del piano del disco, ma non sempre questa situazione è fattibile quindi non è detto che la lettura con la bilancina sia perfettamente esatta. Ma se le variazioni sono sotto gli 0,25 grammi, non preoccupiamoci troppo, siamo comunque in una zona si sicurezza

       

      Regoliamo l'antiskating

      Dopo il peso eccoci all’antiskating, Sull’antiskating si sono scritte pagine e pagine, chi lo ritiene necessario, chi dannoso, chi lo verifica con il disco liscio, chi con l’oscilloscopio (i pignoli, brutta bestia) chi con i dischi test. Per un neofita direi di andare sul pratico ed impostare l’antiskating ad un valore circa uguale a quello del peso di lettura. La forza di skating non è costante, varia con la velocità di incisione del solco e con la distanza solco/perno, a meno di non usare bracci particolari (per esempio il Morsiani), non ci sarà una regolazione dell’antskating perfetta istante per istante, dobbiamo per forza di cose accettare una soluzione approssimativa. Certo si possono usare le tracce apposite del disco test di HiFi News, ma occorre ricordare che l’ultima è incisa in una condizione che non troveremo mai nei nostri dischi musicali, quindi una volta regolato l’antiskating con quel valore, faremo bene a diminuirlo un pochino.

       

      La fine del gioco

      Abbiamo finito? Quasi, Mario, quasi. Adesso verifichiamo di nuovo il parallelismo braccio piatto con il peso impostato, se è tutto ok, direi che ci spazzolina vinilesiamo, possiamo riporre con cura gli attrezzi del mestiere (mi raccomando le viti), ricollegare giradischi ed ampli, attaccare la spina di rete, mettere un disco sul piatto, selezionare phono sul selettore dell’ampli e cominciare ad ascoltare.

      Un piccolo suggerimento a Mario (ed a tutti i neofiti), fate suonare la testina per almeno una trentina di ore prima di emettere un giudizio e poi (ma meglio prima) procuratevi due “aggeggi” indispensabili, una spazzolina per il vinile ed uno spazzolino per la testina. La polvere è il nemico numero uno del disco nero, la sporcizia può accumularsi nei solchi e essere raccolta dalla puntina, usare il dito per pulirla è poco raccomandabile quindi non dimenticate questi piccoli accessori salvavita.

    3. Avevo intorno ai 15 anni quando scesi santa Teresa, arrivai sotto Port'Alba e consegnai due settimane di sudati risparmi a Guida. E fu così che mi accaparrai la prima edizione dell'opera prima di uno sconosciuto scrittore napoletano.
      La comprai al buio, come allora si compravano libri e dischi, ma me ne aveva parlato bene una persona di fiducia e allora decisi di rischiare.

      Ho poi incontrato di persona Luciano De Crescenzo, ben 25 anni dopo, teneva una conferenza nelle cantine storiche di Mastroberardino accompagnato da una giovanissima etèra vestita come Aspasia, la sua preferita. In quei 25 anni era passato da scrittore dopolavorista a Maestro di un genere letterario e cinematografico creato da lui stesso.

      Grazie professore per avermi insegnato l'ironia ed essere riuscito dove anche Geymonat e Adorno a volte avevano fallito.

      Ci rivedremo, non importa quando, tanto il tempo non esiste.
       

       

    4. INGRESSO.thumb.JPG.96b89f760d250b9e7058bd6fe8b766e5.JPG

       

      La vera magia che compie il Carnevale è quella di fermare il tempo: almeno per qualche giorno si può dimenticare il quotidiano e lasciarsi trasportare in un mondo fantastico, ritornare bambini inventarsi battaglie a colpi di coriandoli e volare con la fantasia in quei mondi fatti di streghe, elfi, draghi, fate, creature misteriose che evocano personaggi mitologici o del futuro che viaggiano nel nostro inconscio: DES MONDES FANTASTIQUES!

      Questo è stato il tema dell’ 86esimo Carnevale di Menton durante la tradizionale e celebre Fête du Citron che ha richiamato una gran folla entusiasta un po’ da tutto il mondo.

      Domenica eravamo 240000 e, alla fine, tutti eravamo cosparsi di “confettis” (coriandoli). Moltissimi i controlli e massiccia la presenza dei gendarmi ma,  più importante ed evidente, era la voglia di fare festa e divertirsi tutti insieme... no, non c’erano gilets jaunes ma tanti...citrons jaunes che, volentieri,  giocavano e si facevano fotografare soprattutto con i bambini. La temperatura era quasi estiva, il sole splendeva e, nel cielo, neanche una nuvola! Dopo la burrasca dei giorni scorsi, anche il mare si era calmato. La scenografia era quindi perfetta!

      Prima di partire con le foto delle cartoline, però, leggete il lato B, quello che vi racconta qualcosa sulle origini e la storia di questa bella festa, e probabilmente scoprirete qualche notizia interessante. Buon divertimento!

       

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      L’idea del Carnevale a Mentone, fino allora legato a quello di Nizza, è venuta all'inizio del 1900 ad opera di alcuni albergatori che volevano alimentare e intrattenere i villeggianti durante la stagione in cui era tradizione che re, principi, nobili, imprenditori, artisti e ricchi borghesi venissero su “la Côte” a trascorrere qualche salutare settimana al mare cercando anche di curare quel triste mal sottile che era la piaga del tempo. 

      Il Carnevale di Nizza, antichissimo e risalente addirittura al XIII secolo, era l’appuntamento ideale con la sua famosa Parade e i fantastici fuochi artificiali che chiudevano i festeggiamenti . Anche la regina Vittoria partecipò alla manifestazione nel 1882. 

      Una simpatica curiosità: durante questo periodo, nella seconda serata, si svolgeva una famosa e attesa gara, retaggio genovese, che era chiamata dei “Moucouleti”.

      In realtà, come racconta la storia, questa serata presentava un gioco molto divertente dedicato agli innamorati: i giovani tenevano in mano una candela accesa mentre le ragazze la portavano ugualmente ma tenendola, con la mano alzata, sulla testa. Il combattimento consisteva nel cercare, soffiando, di spegnere a vicenda la candela degli avversari mantenendo accesa la propria. Anche le ragazze cercavano di spegnere quella di quei corteggiatori che non gradivano o quelle delle rivali. Quelli che riuscivano a mantenere il moccolo acceso cercavano poi di spegnere quello della ragazza di cui erano innamorati: se ci riuscivano avevano in premio il bacio della fanciulla amata.

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      Intanto, nel 1929, quando si diceva che Mentone fosse il primo produttore di limoni del continente, un albergatore decise di allestire una Mostra di Fiori e di Agrumi  nel giardino dell’Hotel Riviera. L’esposizione riscosse un notevole interesse tanto che, a poco, si sviluppò sempre di più arricchendosi di carretti decorati di agrumi, piante di agrumi e bancarelle disseminati qua e là per la cittadina con graziose majorettes abbigliate in costume. 

       

      Finalmente, la vera FÊTE du CITRON nacque nel 1934 e diventò una manifestazione indipendente dal Carnevale di Nizza, offrendo un proprio défilé “al limone”!

      Nel 1936 apparvero  i primi  manifesti e la Festa si trasferì nei pressi del Casinò, nei giardini pubblici Biovès: qui nacquero le prime creazioni con l’utilizzo di 10000 limoni e 12000 arance: il tema era un omaggio al territorio.

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      Da allora, ogni anno, in autunno, viene deciso il tema per il prossimo Carnevale, tuttavia, come succede per tutti gli eventi, alcuni anni sono stati felici e altri meno sia per cause climatiche (anni di forti piogge e addirittura neve nel 1956!) che politiche, come il 1991, soppresso per motivi di sicurezza a causa della guerra del Golfo.

      Ecco le tappe principali e alcuni dei temi importanti che sono stati sviluppati nel corso degli anni passati:

      Nel 1959 gli agrumi dei carri non vengono più infilzati in lunghi spilloni ma ancorati e legati tra loro per mezzo di elastici. Quest’anno ne sono serviti 750000!

      Nel 1973, in omaggio a Jules Verne e allo sbarco sulla luna, il tema è stato: “Dalla Terra alla Luna”; a Jules Verne si ritornerà nel 2013 con “ Il giro del mondo in 80 giorni”.

      Dal 1995 al 1999 i temi sono dedicati agli eroi dei fumetti : Asterix, Obelix, Tintin, Lucky Luke, personaggi di Walt Disney e del film “Fantasia”.

      Nel 2000 sfilano per la prima volta i carri di agrumi articolati nei movimenti.

      Nel 2002 il tema è italiano : Pinocchio.

      Molte edizioni, invece,  hanno scelto temi geografici che spaziano nei viaggi e vanno dalla Cina all’India, a regioni europee e grandi isole.

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      Occupandoci di questioni più pratiche, viene spontaneo domandarsi da dove vengano ben 140 tonnellate di agrumi, quantità impossibile per un comprensorio così piccolo... E poi, se i limoni di Mentone sono così speciali e pregiati, perché sciuparli nella creazione dei carri? E dove finiranno alla fine del Carnevale?Chi li fa e chi li disfa?

      Eccomi qua a cercare di dare una risposta a queste domande che io, come voi, suppongo vi siate posti!

      Allora, da quel che ho saputo, nessuno degli agrumi impiegati proviene dal territorio e neppure dalla Francia! Arrivano in maggioranza dalla Spagna, dal Marocco e, forse anche un po’ dall’Italia e altri Paesi del Mediterraneo. Delle più di 140 tonnellate, acquistate dal Comune, 100 servono per decorare il Jardin, la cui visita costa 12€ e che ospita le strutture immobili. Un po’ più di 30 invece servono per allestire i carri della sfilata ( per assistere i costi vanno dai 10, in piedi ai 25 €, seduti in tribuna) e il restante per risistemare quelle che, nel corso di quindici giorni, periodo della durata della manifestazione, si deteriorano. Alla fine, quando si smontano gli allestimenti, gli agrumi vengono svenduti, per pochi euro, in sacchetti che le famiglie acquistano ( ma solo in parte, circa 6 o 7 tonnellate), per divertirsi creando giochi per i bambini o dilettandosi, a loro volta, in piccole creazioni. Uno dei giochi più comuni è quello di creare piramidi e, sempre con gli agrumi, bombardarle per vedere chi riesce ad abbatterne il maggior numero.

      Va detto che questi agrumi non sono di grande qualità e che, difficilmente si sarebbero venduti perché magari trattati con prodotti non conformi alle norme relative all’alimentazione. Restano comunque dubbi su altri eventuali usi.

      Dalla preparazione allo smantellamento, ogni anno, vengono assunte dal Comune centinaia di persone tra cui molti studenti e pensionati che si avvicendano nei vari compiti.

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      Adesso però divertitevi e rilassatevi guardando un po’ di cartoline che arrivano fresche fresche dalla festa del 24 febbraio scorso! Alla sfilata però, lo vedrete, non c’erano solo i carri di agrumi, 10 in tutto, ma parecchie altre attrazioni si susseguivano con performances di acrobati e artisti di strada, animali gonfiabili giganti, danze tipiche eseguite dalle simpatiche e bellissime rappresentanti dei Territori d’Oltre Mare, dame e cicisbei della Commedia dell’arte, violiniste, robot, maschere varie, velocipedi, carri meccanici di mostri  giganteschi che sparavano neve e coriandoli o che sbuffavano fumo dalle narici... Fantasie oniriche di ogni età e di ogni tipo...senza tempo, insomma, come le mie cartoline!CA3.thumb.JPG.3afa2e46908c76f0e59b25d76283c265.JPGCA4.thumb.JPG.c6858f40433065d8e276d242cd62156f.JPGCA5.thumb.JPG.98077b8241b9b351262ff0b891ee259a.JPGCA7.thumb.JPG.29bf76c49f543035cf6d648deaab51d0.JPG

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      .

      Purtoppo la mia carrellata finisce qui, con la Chimère... lo spazio è tiranno e io avevo ancora un po' di cartoline... vedremo se mi sarà possibile inserirne altre prima o poi...per ora restano alcuni spazi vuoti...Peccato!

      BUON CARNEVALE A TUTTI!!! 

      IMPORTANTE! Sono riuscita a postare qui sotto, in altri post successivi...  😁

       

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