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Klipsch Heresy III, diffusori da pavimento


emilio.paolo

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Quando al liceo si sparse la voce che Fabrizio era riuscito ad acquistare le Klipsch Heresy allo spaccio della NATO grazie ad un amico in Shore Patrol, fummo in molti a riconsiderare in chiave utilitarista l’ingombrante presenza a Gaeta della sede dell’ammiragliato della VI^ Flotta Americana nel Mediterraneo, primo vulnus all’idealismo pacifista e antiamericanismo studentesco di allora.

Si aprivano opportunità nuove e qualcuno riuscì a portarsi a casa anche altri nomi esotici e molto considerati nell’immaginario collettivo: JBL, Luxman, Pioneer e Marantz. Era il 1980 e quelle Klipsch furono riferimento degli ascolti hi-fi pomeridiani per gli "impallinati" della comitiva, e protagoniste delle serate disco-dance improvvisate nella "casa delle feste".

Attinsi anch’io a quelle Klipsch che furono motivo d’orgoglio e status symbol per molti anni, benché solo l’entry level del glorioso marchio americano.

 

Paul-Klipsch-heresy.jpg.1df8170f870231509f9dfbab3264a492.jpgLa nascita dell'Eresia

La Heresy nasce nel 1957 (parliamo di ben cinquant’anni di produzione ininterrotta… quando si dice un mito!), inizialmente concepita come un canale centrale da aggiungere alle Klipschorn, poi guadagnandosi un proprio spazio come sistema di diffusori meno impegnativo per set-up domestici.

L’Eresia, secondo Klipsch, sta nel fatto di aver utilizzato per la prima volta un woofer a radiazione diretta (il classico woofer tondo a membrana) in luogo di quello a tromba solitamente dedicato alla gamma bassa nei suoi progetti di allora (tutti rigorosamente 3 vie a trombe). Ciò al fine di poter utilizzare casse dagli ingombri ridotti impossibili da realizzare facendo uso delle grandi trombe altrimenti necessarie per la riproduzione della gamma bassa (occorre precisare che la taglia ridotta delle Heresy è tale se confrontata con quella delle mostruose sorelle maggiori, ma parliamo pur sempre un rispettabile diffusore da pavimento, con litraggio maggiore di quello di tante torri con woofer da 16 cm, tanto per capirci).

La Heresy è stata modificata nel 1986 nella versione II fino al modello III del 2006. Piccole ma significative modifiche: il woofer da 30 cm è oggi più performante, i trasduttori dedicati alla riproduzione del medio e degli acuti sono caricati a tromba e presentano componentistica sovradimensionata e cupole in titanio. Inoltre è presente una nuova morsettiera per il biwiring; la base inclinata, indispensabile per il corretto posizionamento in ambiente, è di serie, come pure l’elegante livrea lignea in ciliegio, noce o nera in luogo della più spartana finitura in semilavorato.

La casa dichiara che la risultante delle modifiche tecniche è una maggiore efficienza, passata da 96 a 99 dB, e un suono dolce, dinamico e con bassa distorsione.

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L'ascolto

Ho inserito le Klipsch nel mio impianto composto dal lettore Bow Technologies ZZ8, preamplificatore Cello Palette, finale McIntosh MC252. Cavi di alimentazione Furutech, di segnale Nordost SPM e di potenza Cardas Golden Reference. Diffusori di riferimento, Dynaudio Special 25.

Purtroppo non ho avuto a disposizione le basette dedicate e mi sono dovuto ingegnare utilizzando degli orribili quanto funzionali piedoni di gomma piena, forgiati con i potenti mezzi del buon Luigi, per conferire la corretta inclinazione al diffusore.

Trattandosi di diffusore a cassa chiusa, la Heresy III risulta abbastanza insensibile alla distanza dalla parete di fondo quanto a pulizia in gamma bassa, pur apprezzandone il rinforzo. Nella mia sala ho scelto, dopo varie prove, la distanza di circa 70 cm dalla parete di fondo e oltre 150 cm da quelle laterali, come miglior compromesso tra pulizia e potenza della gamma bassa e profondità della scena. Tra i diffusori ho lasciato 250 centimetri.Heresy-III.jpg.ec353552f96bde6dc9bdaffa09dec304.jpg

Molta più attenzione richiede l’inclinazione verso l’alto, al fine di portare la scena ad una altezza credibile, attesa la bassa statura delle Heresy (nel mio ambiente ho trovato ottimale alzare di circa 6 cm il lato anteriore della base rispetto al posteriore, ma ovviamente molto dipende dalla distanza del punto di ascolto dal fronte dei diffusori, per cui consiglio di provare con un cd test con una voce al centro, al fine di regolarsi con l’altezza del cantante). Parimenti gradita per una ottimale focalizzazione è una quasi impercettibile rotazione dei diffusori verso il centro (al massimo quattro centimetri la maggior distanza dalla parete di fondo del lato posteriore esterno rispetto al lato interno).

Dopo un adeguato rodaggio per sciogliere il wooferone e ammorbidire le trombe ho fatto i primi ascolti con i miei dischetti di riferimento.

L’aspettativa era grande, e con una certa tenerezza mi sono rivisto 25 anni fa con degli oggetti che allora sicuramente non avevo capito appieno, ma che mi davano grosse emozioni per il solo fatto di averli in casa.

Passate sotto la lente d’ingrandimento dell’esperienza acquisita in questi anni, oggi le Heresy III mi sono apparse un diffusore completo, in grado di smentire molti dei luoghi comuni su questa tipologia di progetto.

Quante ne ho sentite: le trombe sono aggressive, i suoni sono proiettati in avanti, non c’è profondità, la scena è bassa, la grana è grossa, non scendono in basso, e così via. E’ il bestiario ricorrente di chi questi diffusori non li ha mai ascoltati, o li conosce de relato, oppure li ha sentiti in improbabili set-up pilotate con un integratuccio strillone di bassa lega e senza cura per il posizionamento.

Oggi posso affermare, senza tema di smentite, che le Heresy III esigono qualità a monte e un fine tuning, mostrandosi diffusore esigente e rivelatore che tradisce quella vena di snobismo che la nobiltà di casata gli permette.

Al primo disco mi lascio cogliere letteralmente impreparato dalla ricostruzione scenica. Le Dynaudio mi hanno un po’ viziato sotto questo profilo, regalandomi palcoscenici da primato. Dunque ovvio essere un po’ prevenuti per l’ospite dalle dimensioni così strane e con i driver caricati a tromba. Invece mi stupisce proprio l’altezza, la larghezza e la profondità della scena. Complice l’elettronica a monte, ho assaporato echi lontani, ho visto lo spazio all’esterno delle Heresy popolarsi di strumenti e voci, credibili e pieni, su un orizzonte immaginario correttamente posizionato in alto, addirittura avvantaggiati, nell’illusione prospettica, dalla bassa statura delle Klipsch.

Ribadisco la cosa che per me più ha dell’incredibile: gli strumenti e le voci arrivano dalla giusta altezza, almeno un metro dietro il fronte dei diffusori e ben svincolati da questi ultimi. Provate a vedere dove si va a collocare quel vecchio leone di Phil Woods nel brano "Charles Crhistopher" (tratto da "Here’s to my lady", etichetta Chesky records): almeno un metro all’esterno del diffusore destro, con il pianoforte che fa altrettanto, ma molto più indietro, dal lato opposto. Woods si muove durante l’assolo, allontanandosi dal microfono e le Heresy lo seguono e assecondano come un "occhio di bue": stupefacente!

Però sulla collocazione spaziale degli strumenti, le Heresy perdonano meno le incisioni non impeccabili, rispetto alle Special 25, attraendo soprattutto le frequenze basse al wooferone se lo strumento che le emette è registrato proprio in cassa, come può accadere in alcuni software, magari privi di vocazione audiofila.

La dinamica, manco a dirlo, è l’autentico punto di forza delle Heresy, con la raccomandazione, a fronte della facilità di emissione del diffusore, di non lasciarsi prendere troppo la mano col volume. Consiglio di regolarsi su quello che appare nel proprio ambiente un suono acustico credibile, pena l’ingigantimento delle dimensioni degli strumenti e un affaticamento uditivo dovuto all’uso improprio delle casse più che alle caratteristiche, tutt’altro che affaticanti del diffusore. Ribadisco questo concetto, in quanto le Heresy, fino a volumi d’ascolto "civili", sanno rispettare i sacri crismi della riproduzione fedele, esprimendo una raffinatezza quasi da diffusore da stand e proponendo un ricco quanto forbito linguaggio audiofilo. Appena si esagera con il volume (e, vi dico, è davvero facile esagerare!) viene fuori il carattere più rude e spartano di monitor da palco.

Il primo test che ho voluto affrontare è quello del pianoforte, strumento complesso e difficile da riprodurre proprio per le notevoli escursioni dinamiche e la ricchezza armonica. Le Klipsch privilegiano senz’altro la dinamica, ma in maniera gentile e senza artificiosità, come si conviene all’emissione di uno strumento acustico.

 

71YcxTi7aJL._AC_SL330_.jpgIl pianoforte di Ivo Pogorelich ("La Cabane sur des pottes de poule", tratto da "I Quadri di un’esposizione" di Mussorgsky, etichetta Deutsche Grammophon) evidenzia una cassa armonica grande e potente che nei fortissimo riempie la sala con naturalezza e senza che i trasduttori manifestino cenni di distorsione alcuna del messaggio. Solo nelle due ottave estreme inferiori dello strumento avverto un alleggerimento della pressione sonora dovuto all’uscita del messaggio dal range di frequenze di esercizio del diffusore.

Piacevolmente rotondi e percussivi sono i cantini di un altro pianoforte, quello di Noijma (brano "La Campanella", tratto da "Nojima plays Liszt", etichetta "Reference recordings"), meno vibranti ed eterei del riferimento, ma molto presenti e descrittivi. Ancora una volta la tentazione di alzare il volume è forte, e, perché resistere? Nessun dettaglio sembra sfuggire energetizzato dalla cura Klipsch, anzi costretto a ruolo di protagonista suo malgrado.

Con queste premesse, l’impatto dinamico nelle registrazioni live è cosa che non si dimentica facilmente, soprattutto quando a suonare è quel capolavoro "A night in San Francisco" di Van Morrison (etichetta Polydor).

Qui le Heresy esprimono in pieno la loro vocazione, lasciando assaporare la polvere e gli umori del palco. Van Morrison è collocato a tre metri dal mio divano, respira nel microfono e induce la suggestione di un alito di senape e birra. La scena si estende tumida e vitale, con suoni e rumori con pari dignità, proiettando l’orecchio dell’ascoltatore direttamente nella spia dei musicisti.

Il riferimento non si spinge a tanto, quasi epurando, nell’eccesso di raffinatezza e snobismo, il messaggio sonoro di tutto ciò che suono non appare. La Heresy, invece, accentua proprio le impurità, quelle basse frequenze che fanno vibrare l’atmosfera e fanno percepire entusiasmi e sudore di pubblico e protagonisti.

La timbrica, ancora una volta è una piacevole sorpresa, con le trombe garbatissime in grado di rendere le voci (ascoltate la voce di Brian Kennedy, special guest in "Tupelo Honey", restituita con freschezza e sensualità, cui fa da contrappunto il grave rantolo di Morrison) come i fiati e i cantini delle corde percosse e pizzicate, con delicatezza ed espressività.

L’estremo alto non è particolarmente esteso, né stupisce per analiticità, ma si fa amare per una apprezzabile neutralità ed equilibrio. Contribuisce in maniera determinante alla piacevolezza e assenza di fatica d’ascolto proprio perché non ha alcuna velleità da strumento di precisione.

La gamma media si presenta perfettamente legata alla gamma alta, anche se un po’ meno coerente, almeno al confronto col mio due vie di riferimento, con l’emissione in basso, frutto probabilmente, oltre che della configurazione a tre vie, anche della diversa tipologia di trasduttori impiegati sul progetto.

Ma la gamma media è anche la vera sorpresa, brillante e vivace, capace di donare tridimensionalità alle voci ed agli strumenti, insistendo più sul chiaroscuro che sul colore. I suoni di questa gamma si materializzano corposi, pieni e intensi, facendo dimenticare la trasparenza del riferimento. Pennellate grasse o autentiche spatolate affrescano la parete di fondo dove prima insistevano le figure acquerellate del riferimento.

Le voci umane, così cariche e calde, non varcano mai il fronte dei diffusori, godendo, anzi, della sorprendente profondità del palcoscenico.

Focalizzandomi sulla gamma bassa, le Heresy seguono con vigore e apprezzabile articolazione il giro del basso elettrico e riproducendo la grancassa della batteria in tutto il suo splendore, cosa che rende estremamente gustoso l’ascolto dei generi pop — rock — country e blues in tutte le loro varianti.

Più in basso, il contrabbasso con l’archetto che insiste sulla prima corda e il pedale dell’organo, le due ottave all’estremo basso del pianoforte risultano attenuati: se questo vuol dire che le Heresy non scendono in basso, allora è vero, non scendono in basso, come grossa parte dei diffusori in commercio, aggiungo.

Parlando di Klipsch dobbiamo però chiarirci sulla portata di questa affermazione che potrebbe lasciar intendere un diffusore leggerino in basso, e dal suono dall’esile corpo. Nulla di più fuorviante! (ricordiamoci che c’è sempre un wooferotto da 30 e passa centimetri a spingere lì sotto…)

Ascoltiamo "Brothers in arms" dei Dire Straits (tratto dal disco omonimo, etichetta Universal). Dopo l’inizio, reso con la dovuta drammaticità, in prossimità del minuto 2 della traccia viene in evidenza un pedale di Hammond che per alcuni secondi alterna ossessivamente due note prima che entri il basso elettrico e la batteria. Beh, le note del pedale appaiono attenuate e poco leggibili, ma poi, quando entra la ritmica, il diffusore "pompa" da paura, esprimendo un impatto live che solo diffusori da pavimento di grosso litraggio e grossi woofer possono permettersi. Difficile resistere alla tentazione di dare manetta e godersi la musica senza badare più alla qualità dell’incisione.

 

Heresy-IIIb.jpg.2b93de3b1a90bf1262aa200395a71228.jpgCon ciò intendo dire che la gamma bassa espressa dai generi citati è completa e coinvolgente.

Una piacevole scoperta è anche la grande orchestra, dove il macrocontrasto e l’impatto viscerale lascia increduli e stupiti (ragazzi, il pieno orchestrale che chiude con lo slam della grancassa e piatti è esperienza che ti scompiglia il bulbo…) consentendo di passare sopra a qualche sbavatura in gamma medio-bassa dove insistono i toni più gravi.

Il modo di intendere la musica di Paul Klipsch è mutuato dall’esperienza live, e chi vuol riconciliare gli ascolti domestici con quell’emozione non può ignorare questo glorioso marchio.

A me le Heresy III sono piaciute anche per la rotondità e suggestione che sono capaci di trasmettere esprimendo una fluidità, garbo e coinvolgimento che non ricordo come prima prerogativa delle serie precedenti.

 

Conclusioni

Nate all’ombra della Klipschorn, le Heresy III sono un sistema maturo che brilla di luce propria, sopravvivendo alle mode e proponendosi ancora come protagoniste dei sogni degli appassionati della buona musica: queste cinquantenni americane "non s’arrendono mai"!

Versatili e in grado di regalare grandi soddisfazioni, a patto di non sottovalutarne le esigenze, sono un prodotto dell’America che ha fatto scuola, nonché un assegno circolare che, sono convinto, in pochi passeranno mai a riscuotere.

 

di Emilio Paolo Forte

  • Melius 7
  • Thanks 3

6 Comments


Recommended Comments

Questa recensione,  all'epoca,.mi convinse ad acquistare le Heresy... quanti anni sono già passati...

Grazie ancora ad Emilio e alla redazione per aver riproposto questo bellissimo articolo!

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complimenti ottima review. considerazioni ragionate e molto accurate. dimostri erudizione e capacità di immersione in uno dei pochi brand che non si è venduto alle logiche del mercato, benché klipsch faccia parte del grande gruppo voxx Int. (che ha annoverato negli anni brand come acoustic research, advent, code alarm, invision, jensen, oehlbach, prestige, RCA, heco e magnat).

 

con klipsch stiamo parlando di una produzione fedele al luogo di progettazione, completamente artigianale, una delle poche rimaste al mondo.

in giro siamo pieni di diffusori prodotti in cina o vietnam semplicemente per alzare i prezzi di vendita e diminuire i costi. questa fusione genera dumping e fa perdere know how. in questo nostro mondo dell'hi-end basato sulla pionieristica passione. purtroppo viviamo nei tempi del dominio della tecnica (cit. umberto galimberti). inoltre in tutto questo tralasciamo sempre l'etica consequenziale perché ci concentriamo solo sull'aspetto empirico. per consequenzialità intendo l'effetto domino che ne deriva deriva. partendo dalle logiche schizofreniche che il mercato impone.

 

molti diffusori concorrenti, seppur tecnologicamente updatati ai tempi che stiamo vivendo (tutto è asiatico oggi dall'iphone ai pullman..), non sono convinto possano avere all'interno una scelta di componentistica qualitativamente valida.

esempio: queste klipsch appartengono alla serie heritage, ovvero quella più tecnologicamente avanzata, teoricamente senza compromessi sui materiali impiegati.

le nuove JBL L100 del gruppo H&K prodotte in cina, sono serie synthetis, anche qui il fiore all'occhiello della casa di northridge california, ma cosa avranno al loro interno? il massimo condensatore selezionabile?

altro esempio: la nuova line-up di wharfedele. diffusori prodotti in larga scala ad un prezzo inferiore su cui appostano l'adesivo dell'union jack in bella vista, ma il luogo dove sono state assemblate e forse anche concepite è il remoto distretto dello huaquangbei a futian. è correttezza questa da parte di un brand? vestirsi da napoleone (tra l'altro oggi compie 200 anni) e comportarsi da sobrio sottotenente (nulla a che vedere con il colonnello paul wilbur klipsch).

 

molti diranno: quello che conta è sempre cosa riescono a restuirti a livello sonoro. corretto, ma non per puristi e quasi feticisti dell'audio come siamo noi audiofili.

 

nulla contro il grande popolo cinese, nulla di stereotipato, nulla di sovranista. vade retro. oggi sono loro i fari per la biotecnologia, per la micro elettronica, per la preparazione scolastica universitaria oltre al fatto che stanno quasi riuscendo a portare due ragazzi sulla luna tra qualche anno (vedasi il programma spaziale chang'e project), però penso che per assecondare la nostra passione serva oltre all'orecchio, all'occhio anche un pizzico di mito, leggenda, storia, eredità.

in pochi diffusori ho visto nel retro il nome del supervisore di produzione (artigiano vero) che firma e vidima, assumendosi la responsabilità, il corretto funzionamento ad opera d'arte, come si diceva un tempo.

 

premetto che non sono un grande fan del suono klipsch. riconosco altresì il valore dell'idea che sta alla base degli studi, pionieristici e relativi traguardi raggiunti, dal colonnello con il sistema horn.

 

quello che voglio aggiungere, come contributo, alla tua ottima recensione, con lo scopo di avvalorarla ancora di più, è che semplicemente non mi fido del dio denaro e dei grandi gruppi che, acquistando, snaturano e sradicano concetti, progetti, sogni, visioni ed immaterialità. aspetti impagabili. tutto quello che, con le serie migliori klipsch, non ha ancora fatto. per fortuna.

 

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@Cybe No. Mi spiace. Le klipsch al loro interno non brillano certo per usare "il miglior condensatore" e la serie Heritage non è la punta di diamante della tecnologia. Anzi. La klipsch usa i condensatori èpiù economici e funzionali possibili per ottenere un risultato accettabile. Polipropilene  e polipropilene metallizzato certo... ma base. LE membrane in titanio ci sono dalla serie 3 solo perchè un ex progettista della klipsch, Bob Crites, stava vendendo tonnellate di membrane in titanio a ch aveva Klipsch vecchie e molto vecchie... e se avesse continuato così, il mercato del nuovo sarebbe crollato in quanto qualunque klipsch heritage usata upgradata con le membrane di Bob sarebbe risultata infinitamente superiore alla produzione attuale. LE Heresy 3 altro non sono che delle heresy 2 con le membrane di Bob Crites e i suoi aggiornamenti al crossover. Sulle 4 non ne so nulla. E per finire.... forse...

49 minuti fa, Cybe ha scritto:

ueste klipsch appartengono alla serie heritage, ovvero quella più tecnologicamente avanzata, teoricamente senza compromessi sui materiali impiegati.

la serie heritage come dice il nome, è la più tecnologicamente ARRETRATA, e produrre roba vintage al giorno d'oggi è davvero complicato e costoso. Quindi tanto di cappello alla Klipsch che ha capito che l'innovazione nel campo audio non sempre paga, e che certe cose sono state fatte in modo talemte incredibilmente fantastico che non lasciano margine a miglioramenti, e che seppur una volta fossero "in economia" oggi sono costose, ma "ne vale la pena" Dunque grazie Colonnello per aver azzeccato, per un colpo di genio quanto di fortuna, dei progetti che si dimostrano se non immortali, almeno molto molto longevi. Ci sono poche cose senza tempo nell'hifi. I garrard (301 e 401), lo SMe 3012 (non il 3009....), la Denon 103, e la srie Heritage della Klipsch.  

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grazie per le precisazione. avevo infatti scritto “teoricamente”.. supponevo si trattasse di componentistica di alto livello per la serie heritage, che tradotto significa “eredità” o “patrimonio”.. cmq la serie di maggior prestigio di klipsch.

sta si fatto che, si, continuo a sostenere che progetti eterni e ben suonanti, è giusto pagarli.. sia stata la

serendipità, sia stata la fortuna, sia stato il genio.. va bene pagarli anche per riuscire ad andar contro le logiche di zygmunt bauman spiegate nel libro  “consumo dunque sono”. lui asserisce che: “C'era una volta - nella fase solida della modernità - la "società dei produttori", epoca di masse, regole vincolanti e poteri politici forti. I valori che la governavano erano sicurezza, stabilità, durata nel tempo. Quel mondo si è sfaldato e oggi viviamo nella "società dei consumatori", il cui valore supremo è il diritto-obbligo alla "ricerca della felicità", una felicità istantanea e perpetua che non deriva tanto dalla soddisfazione dei desideri quanto dalla loro quantità e intensità. Eppure, dice Bauman, rispetto ai nostri antenati noi non siamo più felici: più alienati semmai, isolati, spesso vessati, prosciugati da vite frenetiche e vuote, costretti a prendere parte a una competizione grottesca per la visibilità e lo status, in una società che vive per il consumo e trasforma tutto in merce. Ma proprio tutto, anche i consumatori. Ciononostante stiamo al gioco e non ci ribelliamo, né sentiamo alcun impulso a farlo.”

conscio della mia arcaica posizione non  anti globalista, ma internazionalista, il mio intervento di ieri andava in quella direzione con l’auspicio che quell’operaio dell’arkansas continui ad esser pagato adeguatamente e lavori “il giusto” e non venga sfruttato e spremuto come in altre parti del mondo. il senso era anche quello. grazie @Stel1963 per aver precisato.

 

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Il 5/5/2021 at 22:23, Stel1963 ha scritto:

Ci sono poche cose senza tempo nell'hifi. I garrard (301 e 401), lo SMe 3012 (non il 3009....), la Denon 103, e la srie Heritage della Klipsch. 

E i QUAD II, che infatti con le Heresy (III nel mio caso) formano un'accoppiata fenomenale!! 

Ah, bellissima la foto a colori del Paul Wilbur, che resta forse l'unico progettista che avrei voluto conoscere...

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Il 5/5/2021 at 22:23, Stel1963 ha scritto:

Quindi tanto di cappello alla Klipsch che ha capito che l'innovazione nel campo audio non sempre paga, e che certe cose sono state fatte in modo talemte incredibilmente fantastico che non lasciano margine a miglioramenti, e che seppur una volta fossero "in economia" oggi sono costose, ma "ne vale la pena" Dunque grazie Colonnello per aver azzeccato, per un colpo di genio quanto di fortuna, dei progetti che si dimostrano se non immortali, almeno molto molto longevi

     

Hai sintetizzato il mio pensiero nei riguardi di quello che oggi è Klipsch,grazie a chi c'è stato ieri e ha inventato questa realtà.....

Saluti

Andrea 

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