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I miei inizi di pesca alla Trota in un torrente

meridian

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Sono passati decenni da quando, piccolo appassionato di natura e animali, mi infilai in un torrente guardando con occhi curiosi e stupiti un luogo per me completamente sconosciuto, avventuroso, molto particolare.
Forse la pesca non fu il mio primo pensiero, non avevo mai visto delle trote se non raffigurate sui libri, e non avevo amici o parenti pescatori, me li sarei fatti lì, in quei luoghi che hanno rappresentato la mia palestra di pesca alla trota e perché no, anche una palestra di vita.

Un giorno di inizi agosto, a seguito delle mie continue insistenze e richieste, con mio padre che finalmente mi accompagna, armato di una cannetta in bambù, per nulla adatta alla pesca della trota, una lenza rimediata, un amo prestato, addirittura un bullone come piombo, ripassato nel filo due volte, con due lombrichi raccolti nella piccola discarica del paese, ho ricevuto il battesimo della pesca, avevo undici anni, siamo agli inizi degli anni ' 70.
 


Per tutto c'è un inizio
Ovviamente non conoscevo le regole i divieti e la necessità di una licenza, né tantomeno le tecniche, non sapevo come comportarmi e muovermi, mi sono limitato a prendere una trota sfortunata, e forse a tenerla, nonostante non fosse in misura, ma non ricordo i dettagli, fu un inizio, inglorioso ma seminale per il futuro.

Feci pochissime uscite perché dipendevo dalla presenza di mio padre, pescai alcuni sfortunati pesci, ma mi appassionai, convinto l’ anno successivo di pescare trote giganti, e così, su suggerimento di pescatori locali dall’ esperienza decennale, mi comprai la mia prima attrezzatura seria, e i capi di abbigliamento utili per vivere i torrenti e le tecniche di pesca adeguate, con la promessa che alcuni di loro mi fecero di portarmi a pescare, insegnarmi a muovermi su un torrente e a comportarmi correttamente per poter vivere quello sport con profitto e divertimento.

Fu così che l’ anno seguente mi presentai attrezzato e decisamente motivato, ebbi il mio training di pesca alla trota in torrente e di pesca a spinning sul lago in cui sfociava il fiume della valle, avevo dodici anni e praticamente iniziò lì la mia avventura di pescatore di trote Fario sui torrenti dell’ Appennino Ligure, che tra qualche alto e basso, dura tuttora . . .

A distanza di così tanto tempo, posso affermare che quei primi anni di frequentazione dei torrenti si sono impressi indelebilmente dentro di me, nei sensi, nei pensieri, nelle emozioni, sulla pelle, nei miei occhi, segnandomi inevitabilmente per il resto della vita.
 

Tante le avventure, i ricordi, le delusioni, gli incontri, gli inconvenienti, le aspettative, le gioie, i disguidi, ogni uscita sul fiume mi ha arricchito, mi ha cambiato, mi ha donato qualcosa, ha contribuito alla mia formazione, nel carattere, nel fisico, nel cuore, nei sensi. In pratica è stata, la pesca, una maestra di vita, al pari di un caro amico, un insegnante, una guida che mi ha affiancato, aiutato a maturare, di esperienza in esperienza, negli anni più importanti della crescita.

Quegli anni in cui ognuno si forma, si afferma come persona e personalità, si costruisce i propri riferimenti e modelli, si crea le aspettative e gli ideali, si evolve da ragazzino a persona, testa pensante, creando e ampliando le proprie autonomie e conoscenze, pilastri della futura vita adulta. Credo anche che un simile interesse non si sarebbe così tanto radicato nei miei pensieri, nelle mie abitudini, nel mio immaginario, se non avessi iniziato ad appassionarmi in giovane età.

Molti buoni atleti che emergono in uno sport, cominciano a praticarlo in età precoce, diventa un elemento inscindibile della loro esistenza e spesso li accompagna per l’ intera vita. Per me è stato così con la pesca, ho iniziato ad avvicinarmi con continuità dai dodici anni, età in cui si impara in fretta, si ha entusiasmo, si partecipa e si cresce con il proprio sport, ci si misura con la propria passione, che, per inciso, non mi ha ancora abbandonato.
La pesca ha dato un suo contributo, per me sicuramente importante, la prova è che ancora oggi amo viverla, magari con uno spirito diverso ma sempre con l’ entusiasmo e i presupposti del primo giorno, ovvero passare qualche ora in luoghi piacevoli, a praticare un’ attività splendida e avventurosa, in pace con il mondo e con me stesso, senza forzature ed esibizionismo, con grande rispetto dei luoghi, delle regole e di tutto ciò che mi circonda.


Un pensiero corre, doveroso, ai miei genitori, soprattutto a mia madre, che accettarono il mio nuovo hobby, presto tramutato in passione sfrenata, perché durante le estati successive, frequentando durante gli anni a seguire sempre gli stessi luoghi, io ero immerso in torrenti, affluenti, laghetti, boschi luoghi selvatici e quasi selvaggi, poco frequentati o per nulla abitati, sempre alla ricerca di nuove emozioni, avventure e catture, e spesso non mi vedevano per quasi tutto il giorno, non sapendo esattamente dove e con chi ero, quando sarei tornato, cosa mi poteva succedere, e altro ancora, limitandosi ogni tanto a dirmi di stare attento e di non farmi male.

Dalla mia parte c’ era il fatto che ero considerato un ragazzino tranquillo, attento, cosciente dei pericoli e sufficientemente attrezzato per potermi muovere in simili ambienti, ma certamente l’ imponderabile può essere sempre in agguato e sotto certi aspetti, ripensando oggi a tutto quello che ho fatto e vissuto in quei luoghi, sono stato anche molto fortunato !!

Le centinaia e centinaia di uscite su torrenti diversi, in condizioni meteorologiche le più variabili e spesso inclementi, in luoghi isolati, impervi, difficili, in quasi assoluta solitudine e lontananza da ogni avamposto di civiltà, con la probabilità di un incontro sgradito come una vipera, e la costante possibilità di un infortunio, anche banale, ma potenzialmente pericoloso, mi fanno pensare che ho avuto anche una buona dose di fortuna e di coincidenze positive, che la mia attenzione e concentrazione sono state sicuramente utili ma non garanti assolute di certezze, o di totale sicurezza.
 

Per fare una similitudine che renda l’ idea, in alta montagna qualche volta avvengono disgrazie che sono il frutto del fato e delle coincidenze, poiché la preparazione, la tecnica, l’ esperienza, l’ attrezzatura sono quasi sempre ai massimi livelli, ma purtroppo l’ imponderabile, il disguido, l’ errore o la semplice distrazione, hanno spesso conseguenze fatali.

E molti dei luoghi, dei torrenti ed affluenti che ho percorso, dei sentieri e dei fuori pista in boschi e monti spesso mai percorsi prima, nascondevano sicuramente insidie e pericoli, possibili frane, scivolate, cadute, botte contro massi e distorsioni o altre fatalità, come pure i rischi di fare tardi ed essere raggiunti dal buio in pieno bosco, le condizioni atmosferiche avverse, insomma, molte situazioni sono state vissute ai limiti del pericolo e con una buona dose di incoscienza, che era sicuramente aiutata dall' entusiasmo e dalla voglia, quasi un' impellenza, di avventura, di pescare la trota della vita, di vedere luoghi quasi inaccessibili e quasi mai percorsi da piede umano, ma solo da cinghiali, caprioli e altri animali selvatici.


La conquista dell'autonomia

Ho così trascorso un paio di stagioni estive di coesistenza e collaborazione con alcuni pescatori del posto, dai quali ho assorbito tante informazioni, molti utili suggerimenti ed il corretto approccio a muoversi su un torrente, luogo decisamente particolare e differente da qualsiasi altro, anche per la necessità di avere il giusto approccio alla pesca della trota, che in successivi capitoli illustrerò più nel dettaglio, iniziai a distaccarmene, trovando gradualmente la mia autonomia. Come un allievo che, seguito un maestro o una scuola, comincia a praticare da solo un’ attività, che sperimenta il suo percorso, elaborando in modo nuovo e personale quanto visto, imparato, vissuto.

Con questo non voglio dire che rinnegai i miei compagni di avventure, o che mi isolai, perché le uscite di pesca con loro, mirate ad esplorare luoghi poco conosciuti, a sperimentare nuove esche artificiali o tecniche particolari, rappresentavano una parte del mio bagaglio culturale e di condivisione, ma sviluppai  parallelamente a ciò una mia personale e solitaria gestione dell’ arte di pescare, un modo originale e autonomo di approccio al torrente. Per inciso, è vero che spesso pescavo in compagnia di un amico, appena più grande di me, che i luoghi, boschi, sentieri e fiumi erano allora più popolati, che tutti mi conoscevano, che lasciavo sempre detto, o quasi, dove mi recavo, ma dopo i quindici anni venne spontanea la scelta di muovermi da solo e più avanti spiegherò perché.
 

Cominciai a cercare i luoghi di pesca meno convenzionali, più isolati, perché lì erano le trote più grosse, indisturbate, perché lì erano più alte le probabilità di essere soli, di essere i primi, di far fruttare la giornata di pesca, unito anche al senso di avventura, al piacere di vedere affluenti nuovi, allo stimolo di percorrere tratti di torrente che riservavano una sorpresa ad ogni lago, sia per la bellezza e novità dei posti, sia per le possibilità di incontrare trote in luoghi dove la maggior parte dei pescatori non si avventuravano mai. Dirò anche che col tempo, e l’ esperienza, ho spesso privilegiato la pesca su affluenti minori, caratterizzati da un senso di intimismo spesso notevole, quasi dei rigagnoli in estate, ma che possono riservare grosse soddisfazioni, sia per la pesca in sé che per i bellissimi luoghi, impervi e solitari, che sono parte integrante del piacere di percorrerli.

Di certo questi piccoli affluenti laterali non sono mai ricchi di fauna acquatica, per ovvii motivi, tra i quali la difficoltà dei pesci a risalire, ci sono dei punti nei quali anche un essere adattato a nuotare controcorrente come la trota non ce la fa a superare balzi e strapiombi. Inoltre nei piccoli rigagnoli secondari, c’ è meno acqua in estate e meno cibo a disposizione, minori opportunità riproduttive, condizioni di vita decisamente difficili, che comportano anche una maggior lentezza nella crescita dei pesci stessi. Vanno tenuti presente, riguardo a queste mie scelte, anche dei motivi più sottili, gli affluenti hanno dalla loro un’ accessibilità e una logistica limitata rispetto al torrente principale, sentieri, passaggi, punti di uscita e questo preserva di più le poche, spesso belle trote, che lo popolano. Inoltre, cosa non rara, succede che qualche pescatore abbia seminato degli avannotti in un affluente con l’ idea di venire a pescarle qualche anno dopo, non tornando mai più in loco, bene, chi giunge per primo su un tale corso d’ acqua cinque, otto anni a seguire, potrebbe non credere ai propri occhi, trote belle, meno diffidenti, in poche parole una riserva di pesca personale.
 


Un’ altra regola fondamentale, per la pesca alla trota, è di essere i primi, a percorrere il torrente, altrimenti le probabilità di non vedere neanche un pesce sono elevate, chi percorre il torrente per primo nella giornata, è nella condizione ideale di incrociare trote non disturbate, attive, spesso in caccia, motivate ad abboccare se non ci si palesa malamente. Chi segue, trova trote disturbate e impaurite, quasi sempre in tana, non motivate a mangiare ma solo a mimetizzarsi salvo qualche rara eccezione, magari un pesce che si trovava in tana al primo passaggio, potrà mostrarsi al secondo pescatore che transita in quel tratto di fiume.

Agli inizi l’ aspetto della sfida, l’aspetto ludico, il cercare di catturare tanti pesci, uno più del mio compagno di pesca, prendere la trota grossa, quella sognata da tutti, erano gli stimoli e le aspettative principali, oggi, a distanza di oltre quarant’ anni, alcune sono rimaste identiche ma altri elementi sono cambiati, come io sono cambiato, obiettivi modificati e maturati dalla vita, come ogni periodo ed esperienza dell’ esistenza è in grado di fare, influendo su scelte, interessi, passioni.

Ogni uscita di pesca è sempre ricca di emozioni, carica di coinvolgimento, ma alcuni elementi di fondo sono decisamente mutati, diversi, nuovi. Esiste un’ aumentata consapevolezza e conoscenza dei propri limiti, concetti che a quindici anni risultano decisamente approssimativi, c’ è un maggior rispetto di ciò che mi circonda, dovuto alle maggiori conoscenze e alla maturazione, ci sono elementi e momenti che vengono gustati diversamente, perché allora la mia stagione di pesca durava tutta l’ estate e coincideva con la vacanza scolastica, tale che potessi uscire a pescare tutti i giorni e io spesso lo facevo due volte al giorno. Oggi non solo non ho il tempo per poterlo fare, ma anche fisicamente non sarei in grado di mantenere i ritmi degli anni in cui il fisico mi assecondava in tutte le mie richieste, anche le più ardite e impegnative.

Come capita spesso nella vita normale, devo fare i conti con le energie e i ritmi di una persona di mezza età, che non sempre riesce a fare ciò che lo spirito vorrebbe, ciò che le emozioni esigerebbero. Sono infatti costretto a mediare tra spinte emotive e possibilità fisiche, mentre un giovane neppure sa cosa siano tali limiti o non  riflette minimamente sulla possibilità di porsi dei limiti. Ai tempi della mia gioventù, anagrafica e di pesca, potevo pescare per quattro ore il mattino e replicare per altrettante ore il pomeriggio, senza grossi contraccolpi fisici, tranne magari un piccolo indolenzimento alle gambe, ed il giorno dopo, ripartire per un altro tratto di torrente.

Valutando questa passione sotto il punto di vista odierno, la consapevolezza acquisita e il cambiamento di ritmo attuali mi impongono di godere di più dei tempi che posso dedicare al mio hobby, mi fanno centellinare di più le emozioni, i luoghi, le situazioni, con lo spirito di chi ha un bel momento e lo vuole ricordare, di chi vive un attimo prezioso, visto più come un dono e non come un diritto, vissuto come una gratificazione e non come una vittoria del sé sul mondo esterno, piuttosto di compartecipazione con tutto ciò che mi circonda, sia del mondo inanimato, l’  ambiente, sia degli esseri viventi che lo popolano e con esso interagiscono.

Una storia che continua

Centinaia, dicevo, le avventure, gli aneddoti, le situazioni vissute, alcune le racconterò nel proseguo, non prima di aver fatto un minimo di introduzione sulla tecnica e le modalità di pesca alla trota, che possono sembrare semplici o ripetitive, ma che invece nascondono molteplici sfaccettature, numerose varianti, tanti aspetti che apparentemente sono secondari, ma che spesso determinano i risultati finali di una battuta di pesca alla trota.

Tutto ciò non per fare dello sterile tecnicismo o per entrare in argomenti e terminologie da iniziati, ma soprattutto per permettere a chi legge di entrare meglio nei meccanismi che regolano la pratica della pesca in torrente, e capire meglio le emozioni che sottendono una simile passione.

E con le prossime puntate di questa mia nuova avventura sul Blog di Melius Club, spero di appassionare anche voi a questo bellissimo hobby, sport, mezzo per vivere la natura, se mi seguirete mi auguro che la condivisione delle mie avventure sia cosa gradita e fonte di reciproco scambio di esperienze e di condivisione di passioni, emozioni e ricordi . . . !!!


A presto su questo torrente, Dario
 

 

 

Natura_3.jpg



15 Commenti


Commenti raccomandati

OneShot

Inviato

Che posto fantastico! Mi ricorda un po' Varzi ed un po' il passo del Brallo, direi comunque impervio...

Complimenti anche per il racconto.

OS

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appecundria

Inviato

bellissimo, grazie! Possiamo sperare anche in qualche ricetta segreta per cucinare una bella trota? :)

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K-Tribes Team

Inviato

Grazie Dario @meridian, questo è il primo blog post di questo Club, resterà negli annali! :)

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meridian

Inviato

Grazie a voi per la fiducia e il gradimento, il fatto di essere il primo a scrivere sui blog mi gratifica molto, ma nello stesso tempo mi carica di giuste responsabilità, soprattutto di dare continuità a questo spazio, che mi permette di unire la scrittura ad un hobby, forse sport, sicuramente una grande passione, che mi ha accompagnato per quasi tutta la vita. 

Il tempo è sempre tiranno, ma anche gentiluomo, spero di meritarmi questa vetrina nel Club ! 

Saluti , Dario 

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meridian

Inviato

@appecundria  Ciao, grazie a te per il commento, sulle ricette, be', non ci sono grandi segreti, essendo le Trote che pesco autoctone, hanno carni eccellenti perché vivono in acque pulitissime, ma hanno dimensioni relative, circa 22-25 centimetri, quindi di solito le cuciniamo, fresche fresche, facendole fritte appena passate nella farina bianca. . . 

Ma qualche ricetta carina la posterò, nel proseguo del blog !!! :D

saluti , Dario 

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meridian

Inviato

@K-Tribes Team 

2 ore fa, K-Tribes Team ha scritto:

Grazie Dario @meridian, questo è il primo blog post di questo Club, resterà negli annali! :)

Sono io che vi ringrazio per l' apertura di questo spazio, inaspettata e improvvisa ! Così mi sembrava giusto cominciare e vedendo che nessuno si sbilanciava . . .mi sono deciso a inaugurare questa avventura ! 

Diciamo che rompere il ghiaccio, paradossalmente, è stato facile, ma ora viene il bello, bisogna dare continuità e rendere il tutto interessante e piacevole, sono graditi suggerimenti, mi piacerebbe fosse un percorso lungo e condiviso . . . 

Saluti , Dario 

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analogico_09

Inviato

Complimenti davvero, Dario, non immaginavo che nutrissi una passione (vera da come ne parli) così "naturale", interessante come il tuo scritto incorniciato con le belle foto dei luoghi nei quali la pratichi.

Confessa.., frequentando le trote, dagli e dagli.., hai cominciato a pensare a un certo "quintetto" d'archi... e poi ecco che ti è nata anche la passione per la musica! ;)

In bocca al lupo, di cuore!

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meridian

Inviato

14 ore fa, analogico_09 ha scritto:

Complimenti davvero, Dario, non immaginavo che nutrissi una passione (vera da come ne parli) così "naturale", interessante come il tuo scritto incorniciato con le belle foto dei luoghi nei quali la pratichi.

Confessa.., frequentando le trote, dagli e dagli.., hai cominciato a pensare a un certo "quintetto" d'archi... e poi ecco che ti è nata anche la passione per la musica! ;)

In bocca al lupo, di cuore!

Grazie, diciamo che sono le due grandi passioni della vita, su piani diversi, una più mentale ed estetica, l' altra più pratica e fisica. Entrambe completano i miei spazi personali e mi regalano grandi momenti. Però la pesca è esplosa quando ero ancora un pischellino, e per alcuni anni è stata una passione totale. . . La musica l' ho coltivata anche lei da piccolo, mentre l' hi fi è arrivata molto tempo dopo, direi 15 anni e più rispetto a pesca e musica . . .!

saluti, Dario 

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Bellissimo inizio e piacevolissima lettura. Grazie per essere stato il primo a rompere il ghiaccio iniziando il tuo blog. Nei prossimi giorni proverò anche io a cimentarmi in questa impresa che penso debba essere un divertimento,  oltre che per chi scrive, soprattutto per chi legge! Complimenti davvero! :) 

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parehouse

Inviato

Complimenti anche da parte mia

Ho sempre avuto anche io la passione per la pesca, nata da bambino

Ma penso che la mia nasca dall ammirazione/attrazione che il pesce d'acqua dolce ha su di me

Ancora oggi ogni tanto qualche giornata nella valle del Ticino me la regalo, ho pure una casetta su un affluente del fiume dove da bambino ogni lancio equivaleva ad una fario. Ora a fatica ti capita un iridea

Adoro soprattutto gli acquari ed ho un piccolo laghetto in giardino

In acquario ho spesso riprodotto quelle meraviglie che si vedono in foto

Non semplice ma ne vado orgoglioso:D

20180122_154453.jpg

20180113_175351.jpg

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meridian

Inviato

Il ‎30‎/‎01‎/‎2018 Alle 00:34, parehouse ha scritto:

Complimenti anche da parte mia

Ho sempre avuto anche io la passione per la pesca, nata da bambino

Ma penso che la mia nasca dall ammirazione/attrazione che il pesce d'acqua dolce ha su di me

Ancora oggi ogni tanto qualche giornata nella valle del Ticino me la regalo, ho pure una casetta su un affluente del fiume dove da bambino ogni lancio equivaleva ad una fario. Ora a fatica ti capita un iridea

Adoro soprattutto gli acquari ed ho un piccolo laghetto in giardino

In acquario ho spesso riprodotto quelle meraviglie che si vedono in foto

Non semplice ma ne vado orgoglioso:D

20180122_154453.jpg

20180113_175351.jpg

Ciao , grazie x i complimenti, bel fiume il Ticino, sicuramente con prede più grosse dei miei torrentelli e affluenti. Ma io nei luoghi grandi tendo a sentirmi spaesato, mi piaccioni i torrenti proprio per l ' intimità e le dimensioni molto ridotte dei laghetti, sono nato in posti minimalisti e lì mi trovo a mio agio. Concordo che tanti anni fa il pesce era più abbondante e presente, per molti motivi tra cui anche una gestione diversa dei luoghi, che erano FIPS, oggi non più .

Bellissima la passione per gli acquari, complimenti per gli stupendi esemplari che hai saputo far riprodurre, sarebbe interessante se nel proseguo del blog tu potessi dare qualche contributo anche tecnico, con che tecniche pescavi sul Ticino ??  Grazie

saluti , Dario

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parehouse

Inviato

Ciao Dario, guarda

anche io come te non amo la pesca nel grande fiume, sono più uno da roggia e canale. Ti allego alcune foto scattate la scorsa estate dove da bambino col mio amato papà presi confidenza con la canna da pesca per catturare le ambite e prelibate trote fario. La tecnica era lo spinning rigorosamente con cucchiaino dorato punteggiato di rosso. Ricordo che mio padre li ravvivava col pennellino

Se si doveva puntare qualche luccio allora si montava il colore argento

Adesso quando mi reco in quel posto per verificare le condizioni della capanna mi assale la malinconia per svariate ragioni. ..

La prossima puntata vedo di trovare le foto dall'ultima battuta di pesca al Vairone , uno dei miei preferiti per la frittura

Stefano

20170807_151501.jpg

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    • mom
      Da mom in Cartoline dallo spaziotempo
         8
       
       
      La Sicilia è davvero un pezzo di Paradiso in tutte le stagioni. 

       
      Più di quanto potrò raccontarvi, parleranno da sole le tantissime cartoline che posterò. E’ molto suggestivo andarci durante l’inverno, cioè da quando, a Selinunte, fioriscono precocemente i mandorli in fiore, quasi sempre a fine gennaio, inizio di febbraio, ma la Sicilia è splendida soprattutto nei mesi di marzo, inizio aprile, quando le ginestre e la macchia mediterranea sono in fiore. In questo periodo vale la pena programmare un week end allungato, o una intera settimana, almeno una volta nella vita. L’aeroporto di Trapani è piccolino, non assomiglia certo ai quelli giganteschi di tante grandi città, ricorda piuttosto quelli che si trovano nel nord Europa, in Svezia e in Norvegia dove gli aerei hanno quasi la funzione di autobus. Alcune compagnie, anche low-cost , per noi del nord, svolgono un servizio molto comodo con collegamenti che partono da Milano, Torino, Verona, Bergamo e Bologna: il noleggio di un’auto è facile e immediato: sovente propongono offerte convenientissime a/r più  auto.  Sia Trapani che Marsala, vicinissime tra loro, meritano una breve sosta, ma le Saline, che le separano, allo Stagnone, esercitano un richiamo ancora più forte per la loro particolarità; ed era proprio di fronte ad esse che noi alloggiavamo. Mio figlio ama venirci in autunno per fare kite e windsurf. La raccolta del sale avviene in luglio/settembre, del fior di sale in maggio/settembre. In questi periodi è possibile fare, all'Isola Grande, immersioni nella vasca della salina e "bagni di sale".
       

       

       
      Dal museo delle Saline e dai suoi pittoreschi mulini a vento, proprio davanti all’ottimo ristorante Mamma Caura ( con qualche stanza di charme)in stile commissario Montalbano, parte la barca che porta in pochi minuti all’isola di Mothia, una riserva naturale incantevole che ospita un museo, in buona parte a cielo aperto, ricco di reperti archeologici. Una passeggiata al mattino, in primavera, è una vera delizia. L’isola di Mothia, al tempo dei Fenici, era un importante porto commerciale e  pare ci fosse anche una scuola filosofica ( c’è lo scoglio di Schola che la ricorda) ma, nel 397 a.C., Dionisio di Siracusa, preoccupato  e geloso della sua fama, lo fece distruggere. Vedrete, in proposito, una foto del plastico che la ricostruisce. Ora i resti delle passate civiltà si incontrano e si respirano, insieme al profumo del mare, tra grandi cespugli di ginestre, fichi d’India, finocchietto selvatico e varia macchia mediterranea.




       
      Partendo con il traghetto, da Marsala, abbiamo trascorso una giornata all’isola di Levanzo, meno rinomata dell’isola di Favignana ma anche lei degna di essere annoverata tra le meraviglie locali. Qui i locali erano quasi tutti chiusi perché fuori stagione e anche il panettiere, purtroppo, aveva sfornato profumatissime focacce in quantità molto limitata riservata ai pochi residenti. Peccato perché sarebbe stato bello gustarne una in riva a quel mare trasparente! Per il pranzo, un ristoratore improvvisato ci ha servito prodotti locali, olive, toma, affettati e pesce freschissimo a volontà. Nel pomeriggio era necessaria una bella passeggiata digestiva e ci siamo arrampicati per i sinuosi sentieri a picco sul mare.


      Qui, di fronte, l'isola di Favignana
       
      Il giorno seguente, stesso traghetto ma siamo scesi allo scalo successivo: Favignana. Qui, per girare per tutta l’isola, abbiamo affittato un’auto. Favignana è più famosa e decisamente più grandicella di Levanzo. L’auto ci è servita per spostarci da un capo all’altro in modo da riuscire a vederla tutta in una giornata ma, una volta arrivati in un determinato punto, scendevamo e facevamo delle belle camminate con panorami e scorci sempre diversi e sorprendenti.Il tempo era splendido, il clima tiepido e il profumo del mare e della macchia mediterranea toccavano il cuore.
      Anche i numerosi e simpatici asinelli che abbiamo incontrato mettevano allegria...Ma quanto è bella questa Italia così selvaggia!!! Speriamo che non ce la compri nessuno! 
       






       
       
      Un’altra giornata l’abbiamo dedicata a Selinunte. Ci siamo già stati un po’ di volte e in tutte le stagioni ma è sempre un gran piacere ammirare i templi che, a seconda del sole, con il trascorrere delle ore, cambiano anche colore... Di questo magnifico patrimonio dell’umanità non c’è molto da dire...basta guardarsi attorno, camminare e riflettere per restare senza parole!  Le parole invece ritornano, e non sono di meraviglia ma di rabbia, quando si vedono certi terribili abusi edilizi!

       


       


       
      E adesso una bella sorpresa: Mazara del Vallo!
      Qui non eravamo mai stati e di questa bellissima cittadina, non sapevo molto: forse è proprio per questo che l’ho apprezzata tanto! 
      E’ incredibile come in una città di circa 50000 abitanti riescano a sovrapporsi tante civiltà e tanta cultura: definita balcone del Mediterraneo, città dalle 100 chiese, molte delle quali patrimonio dell’Unesco, ospita anche una grande e pittoresca Kasbah e un quartiere ebraico. Camminando in un intricato dedalo di vicoli, difficili da fotografare, ci sentiamo immersi via via in civiltà diverse che pure pare convivano tranquillamente. Abbiamo lasciato l’auto sul lungomare, a poca distanza dal porto canale, importante mercato del pesce e, appena ci siamo inoltrati all’interno, sulla piazza antistante la Cattedrale, siamo stati contattati da un gentile signore, un pensionato molto colto, ansioso di sentirsi utile e di farci da guida, senza accettare alcun compenso.  Con lui ci siamo inoltrati nella kasbah, abbiamo visitato chiese, ammirato le colorate ceramiche e qualche reperto antico fino al quartiere ebraico. Alla fine abbiamo concluso che Mazara merita una visita più approfondita di quella che abbiamo fatto in un pomeriggio/ sera e ci siamo ripromessi di ritornare con calma anche per l’abbondanza e la varietà dei cibi che offre: quelli che abbiamo gustato erano tutti ottimi!




       
      Ci sarebbero ancora tantissime cose da dire e da vedere ma, soprattutto queste mie numerose cartoline spero vi abbiano invogliato e stuzzicato ad approfondire la conoscenza di questi angoli di paradiso e a farvi programmare una visita un po’ fuori stagione! Se questo tema vi è piaciuto e desiderate altre info, scrivetemi! Ciao a tutti, oggi l'ho fatta molto lunga per cui le prossime cartoline arriveranno tra due o tre settimane! Intanto voi organizzate questo viaggio meraviglioso e iniziate a pregustare le busiate con le sarde o alla Norma! 
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    1.  

       

      La Sicilia è davvero un pezzo di Paradiso in tutte le stagioni. 

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      Più di quanto potrò raccontarvi, parleranno da sole le tantissime cartoline che posterò. E’ molto suggestivo andarci durante l’inverno, cioè da quando, a Selinunte, fioriscono precocemente i mandorli in fiore, quasi sempre a fine gennaio, inizio di febbraio, ma la Sicilia è splendida soprattutto nei mesi di marzo, inizio aprile, quando le ginestre e la macchia mediterranea sono in fiore. In questo periodo vale la pena programmare un week end allungato, o una intera settimana, almeno una volta nella vita. L’aeroporto di Trapani è piccolino, non assomiglia certo ai quelli giganteschi di tante grandi città, ricorda piuttosto quelli che si trovano nel nord Europa, in Svezia e in Norvegia dove gli aerei hanno quasi la funzione di autobus. Alcune compagnie, anche low-cost , per noi del nord, svolgono un servizio molto comodo con collegamenti che partono da Milano, Torino, Verona, Bergamo e Bologna: il noleggio di un’auto è facile e immediato: sovente propongono offerte convenientissime a/r più  auto.  Sia Trapani che Marsala, vicinissime tra loro, meritano una breve sosta, ma le Saline, che le separano, allo Stagnone, esercitano un richiamo ancora più forte per la loro particolarità; ed era proprio di fronte ad esse che noi alloggiavamo. Mio figlio ama venirci in autunno per fare kite e windsurf. La raccolta del sale avviene in luglio/settembre, del fior di sale in maggio/settembre. In questi periodi è possibile fare, all'Isola Grande, immersioni nella vasca della salina e "bagni di sale".

       

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      Dal museo delle Saline e dai suoi pittoreschi mulini a vento, proprio davanti all’ottimo ristorante Mamma Caura ( con qualche stanza di charme)in stile commissario Montalbano, parte la barca che porta in pochi minuti all’isola di Mothia, una riserva naturale incantevole che ospita un museo, in buona parte a cielo aperto, ricco di reperti archeologici. Una passeggiata al mattino, in primavera, è una vera delizia. L’isola di Mothia, al tempo dei Fenici, era un importante porto commerciale e  pare ci fosse anche una scuola filosofica ( c’è lo scoglio di Schola che la ricorda) ma, nel 397 a.C., Dionisio di Siracusa, preoccupato  e geloso della sua fama, lo fece distruggere. Vedrete, in proposito, una foto del plastico che la ricostruisce. Ora i resti delle passate civiltà si incontrano e si respirano, insieme al profumo del mare, tra grandi cespugli di ginestre, fichi d’India, finocchietto selvatico e varia macchia mediterranea.

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      Partendo con il traghetto, da Marsala, abbiamo trascorso una giornata all’isola di Levanzo, meno rinomata dell’isola di Favignana ma anche lei degna di essere annoverata tra le meraviglie locali. Qui i locali erano quasi tutti chiusi perché fuori stagione e anche il panettiere, purtroppo, aveva sfornato profumatissime focacce in quantità molto limitata riservata ai pochi residenti. Peccato perché sarebbe stato bello gustarne una in riva a quel mare trasparente! Per il pranzo, un ristoratore improvvisato ci ha servito prodotti locali, olive, toma, affettati e pesce freschissimo a volontà. Nel pomeriggio era necessaria una bella passeggiata digestiva e ci siamo arrampicati per i sinuosi sentieri a picco sul mare.

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      Qui, di fronte, l'isola di Favignana

       

      Il giorno seguente, stesso traghetto ma siamo scesi allo scalo successivo: Favignana. Qui, per girare per tutta l’isola, abbiamo affittato un’auto. Favignana è più famosa e decisamente più grandicella di Levanzo. L’auto ci è servita per spostarci da un capo all’altro in modo da riuscire a vederla tutta in una giornata ma, una volta arrivati in un determinato punto, scendevamo e facevamo delle belle camminate con panorami e scorci sempre diversi e sorprendenti.Il tempo era splendido, il clima tiepido e il profumo del mare e della macchia mediterranea toccavano il cuore.

      Anche i numerosi e simpatici asinelli che abbiamo incontrato mettevano allegria...Ma quanto è bella questa Italia così selvaggia!!! Speriamo che non ce la compri nessuno! 

       

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      Un’altra giornata l’abbiamo dedicata a Selinunte. Ci siamo già stati un po’ di volte e in tutte le stagioni ma è sempre un gran piacere ammirare i templi che, a seconda del sole, con il trascorrere delle ore, cambiano anche colore... Di questo magnifico patrimonio dell’umanità non c’è molto da dire...basta guardarsi attorno, camminare e riflettere per restare senza parole!  Le parole invece ritornano, e non sono di meraviglia ma di rabbia, quando si vedono certi terribili abusi edilizi!

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      E adesso una bella sorpresa: Mazara del Vallo!

      Qui non eravamo mai stati e di questa bellissima cittadina, non sapevo molto: forse è proprio per questo che l’ho apprezzata tanto! 

      E’ incredibile come in una città di circa 50000 abitanti riescano a sovrapporsi tante civiltà e tanta cultura: definita balcone del Mediterraneo, città dalle 100 chiese, molte delle quali patrimonio dell’Unesco, ospita anche una grande e pittoresca Kasbah e un quartiere ebraico. Camminando in un intricato dedalo di vicoli, difficili da fotografare, ci sentiamo immersi via via in civiltà diverse che pure pare convivano tranquillamente. Abbiamo lasciato l’auto sul lungomare, a poca distanza dal porto canale, importante mercato del pesce e, appena ci siamo inoltrati all’interno, sulla piazza antistante la Cattedrale, siamo stati contattati da un gentile signore, un pensionato molto colto, ansioso di sentirsi utile e di farci da guida, senza accettare alcun compenso.  Con lui ci siamo inoltrati nella kasbah, abbiamo visitato chiese, ammirato le colorate ceramiche e qualche reperto antico fino al quartiere ebraico. Alla fine abbiamo concluso che Mazara merita una visita più approfondita di quella che abbiamo fatto in un pomeriggio/ sera e ci siamo ripromessi di ritornare con calma anche per l’abbondanza e la varietà dei cibi che offre: quelli che abbiamo gustato erano tutti ottimi!

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      Ci sarebbero ancora tantissime cose da dire e da vedere ma, soprattutto queste mie numerose cartoline spero vi abbiano invogliato e stuzzicato ad approfondire la conoscenza di questi angoli di paradiso e a farvi programmare una visita un po’ fuori stagione! Se questo tema vi è piaciuto e desiderate altre info, scrivetemi! Ciao a tutti, oggi l'ho fatta molto lunga per cui le prossime cartoline arriveranno tra due o tre settimane! Intanto voi organizzate questo viaggio meraviglioso e iniziate a pregustare le busiate con le sarde o alla Norma:)

    2. In molte occasioni nelle quali ho raccontato ad amici, conoscenti o ad altri pescatori , avventure vissute sui torrenti, ho dato loro molteplici definizioni dei luoghi, e ho elencato moltissimi elementi  e caratteri di un torrente, ma se dovessi pensare ad una definizione la più ampia e nello stesso tempo intima possibile del luogo, direi che il torrente è come una seconda casa.

      Questo perché alcuni affluenti e tratti di fiume li vivo, conosco e frequnto da oltre 45 anni, e quindi il modo più naturale, spontaneo e completo di pensare a questi luoghi è definirli come la mia seconda casa.
       

      Se volessimo riferirci ad un torrente in modo più pratico e fisico, potrei anche dire che :

      “ Il torrente, per sua natura, è un luogo in perenne e continuo movimento, in costante, graduale cambiamento. Le sue acque scorrono e scendono verso valle in ogni istante, non c’ è staticità sul torrente, come nella vita, sono due perenni flussi di materia ed energia che non si fermano mai “.

       

      Il Torrente, per sua natura, non si ferma mai !

       

      In un fiume, la direzionalità dell’ acqua, che ovviamente scorre seguendo la forza di gravità, determina altre peculiarità dei luoghi. Tutto ciò che forma il torrente, l’ alveo, le sponde, il bacino imbrifero, si modifica, si sposta, scorre e si muove seguendo la direzione da monte verso valle.

      Questo concetto, parlando di ambienti di montagna è comune, la pendenza, la forza di gravità, i luoghi ripidi fanno si che ci sia un graduale movimento e spostamento verso valle di rocce, materiale franoso, terriccio, e pensando in funzione dei tempi geologici, decisamente lunghi e difficili da immaginare, gli scienziati dicono che le montagne gradualmente ma costantemente tenderanno ad appiattirsi fino a scomparire, ma sono tempi, per nostra fortuna, non a misura d’ uomo, noi non ne saremo testimoni.
       

      Lo scorrere continuo dell’ acqua, da monte a valle, ora lenta e tranquilla, ora impetuosa e inarrestabile, governa le azioni degli animali e anche dei vegetali che vivono lungo le sponde ed in prossimità del fiume, influenza la presenza e la disposizione delle essenze arboree, pone una serie di limiti anche fisici, per esempio l’ attraversamento per alcuni insetti e piccoli rettili, e condiziona alcune attività, scelte, possibilità di interagire con i propri simili o con specie diverse, a seconda delle stagioni e del regime delle acque del torrente.

      E’ un’ esperienza bellissima arrivare sulle sponde del fiume, in condizione di movimento d’ acqua abbondante, e vedere il liquido in superficie che scorre ricco e vitale, con una corrente piena e ripida, i laghi colmi e dal livello adeguato. E' anche vero che, chi risente meno di queste variazioni, in proporzione, sono proprio i pesci, immersi costantemente nell’ elemento liquido e quindi meno condizionati da certi fenomeni, se non quando diventano estremi, ovvero tratti in secca completa, oppure momenti di gran piena, nel primo caso possono protrarsi anche per alcune settimane, nel secondo spesso durano poche ore, ma seppure brevi, le piene furiose possono produrre danni molto rilevanti, al torrente, alle sponde, alla vegetazione, alla fauna acquatica.

       

      Il Torrente con acque ricche e vitali, che scorrono velocemente a valle . . .

       

      Ogni torrente ha la sua fisionomia, ed essendo inserito in un determinato contesto geografico, climatico, vegetazionale, mostra delle sue peculiarità. Intendiamoci, torrenti e corsi d’ acqua che si trovano in aree geografiche simili, hanno una serie di caratteri comuni, sovrapponibili e confrontabili, ma ciò non toglie che risalire e pescare su torrenti anche abbastanza vicini, fa toccare con mano al pescatore distinzioni nel regime delle acque, perché provenienti da sorgenti differenti e che scorrono poi in ambienti rocciosi che possono differire da un corso d’ acqua rispetto ad un altro, e anche di tipologia, pendenza e caratteristiche morfologiche dei laghi.
       

      Se vogliamo, ogni torrente è unico e irripetibile, ma per le mie esperienze, addirittura ogni metro di un torrente è singolare e non si ritroverà uguale neanche percorrendo chilometri di affluenti, ed in questo la natura mostra la sua grande versatilità, la sua varietà e le moltitudini di punti di osservazione, di viste prospettiche, di angoli di osservazione, in ciò siamo direi agli antipodi rispetto alla monotona ripetitività di certi paesaggi urbani, di quartieri tutti identici nella viabilità, negli edifici, nell’ urbanistica generale dei centri urbani. Questi fattori rendono unico qualsiasi approccio al fiume, che sia una semplice passeggiata sulle sue rive per un certo tratto, una camminata su sentieri e percorsi che lo incrociano, o una vera e propria spedizione di pesca, si tratterà sempre di un’ esperienza caratterizzata da una totale unicità di sensazioni, visuali, luoghi, incontri, scorci paesaggistici e quindi ogni uscita sarà ricordata per eventi e ricordi univoci.
       

      Tornando agli aspetti più pratici e fisici, dall’ esterno, un torrente potrebbe sembrare omologo ai corsi d’ acqua di pianura, ma entrandoci, ed anche solo camminando lungo il suo corso per alcune decine di metri, ci si rende conto della grande varietà di paesaggi, del continuo e mutevole alternarsi di laghetti, cascate, anse, cambiamenti di livello, raschi e lame, cioè pietraie in lieve pendenza caratterizzate da un rapido scorrimento dell’ acqua, punti dove l’acqua improvvisamente è profonda, tratti dove l’ acqua sembra ferma, o addirittura dove questa scompare sotto il greto del fiume. Sono questi aspetti di grande variabilità e complessità, che ne fanno luoghi magici, irripetibili, mai uguali anche tornando dieci volte in un anno nello stesso punto, ci saranno sempre delle variabili legate al flusso della corrente, alla vegetazione, alla stagionalità della natura, ai colori del bosco, alla luce e al momento della giornata . . .

       

      Sul Torrente ad ogni metro cambia la visuale, il paesaggio, la forza dell' acqua

       

      Mi rendo conto di essere imparziale, nel valutare i luoghi e le sensazioni che mi procurano il torrente, ma ci sono cresciuto, vi ho trascorso tante giornate avventurose, ricche di tante eperienze ed emozioni, dagli anni della mia giovinezza fino ad ora, sono consapevole che tutto ciò è radicato nel mio modo di vivere e di ricordare il passato, che non potrebbe davvero essere senza un torrente da percorrere e nel quale pescare !

       

      Al prossimo appuntamento con la natura e le meraviglie del torrente . . .

       

      Saluti , Dario

    3. Senza nulla a pretendere

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      Inaugurando il Festival di Pentecoste 2008 a Salisburgo, il maestro Muti dichiarò: “La musica di Paisiello ha conquistato il pubblico. Armonie tanto simili a quelle di Mozart, scritte però nel 1779, quando ancora il genio di Salisburgo doveva immaginare il suo trittico italiano. E’ questo il motivo per il quale insisto nel sottolineare l’importanza della scuola musicale del Settecento napoletano.

      "forse Mozart non sarebbe stato lo stesso se non avesse conosciuto l’opera napoletana”

      E' chiaro che tutto è nato qui; forse Mozart non sarebbe stato lo stesso se non avesse conosciuto l’opera napoletana.”.


      L'anello magico
       

      Il 14 maggio 1770 i Mozart giungono a Napoli. Durante il tragitto “Amedeo De Mozartini” (così a volte si firma nelle lettere dall’Italia) ripensa ai giorni italiani fin lì trascorsi. “Da zoticone germanico ora sono uno zoticone italiano” scriverà con il suo solito umorismo alla sorella Nannerl. Amedeo ha da poco compiuto 14 anni. Napoli, pur soffrendo delle sue eterne contraddizioni è una città culturalmente assai vivace e cosmopolita ed anche una delle più popolose d’Europa, con circa un milione d’abitanti.
      Il padre Leopold sembra nutrire sentimenti contradditori: “La fertilità esuberante di queste terre piene di vita e di cose rare mi renderanno penosa la partenza. Ma la sporcizia, la quantità di mendicanti, questa gente senza Dio e la cattiva educazione dei bambini, fanno sì che si lascia senza rimpianto anche ciò che c’è di buono. Quanto alla superstizione! E’ tanto radicata quaggiù, che si può dire che si sia qui introdotta una vera eresia!”.

      Un episodio assai divertente sembra confermare queste ultime parole di Leopold. Al conservatorio della Pietà dei Turchini mentre Amedeo sta suonando meravigliosamente, il pubblico rumoreggia. Le sue piccole mani volano sulla tastiera del cembalo. Soprattutto l’agilità della sinistra, dove porta un anello, sembra impressionare  il pubblico. Ecco il motivo di tanta abilità: ha un anello magico al dito! Il giovane Mozart che comprende divertito il motivo di tanto baccano lentamente si sfila l’anello e poi continua a suonare. Il pubblico ammutolisce.

       

       

      Mozart e la musica napoletana
       

      La corte borbonica s’è mostrata alquanto fredda nei loro confronti. D’altronde le vicende dei Mozart, presso la corte asburgica, sono sempre state un po’ complicate. E Maria Teresa d’Austria arriverà a definirli “gens inutilis”. Ottimi invece sono  i rapporti che i Mozart hanno con l’ambiente musicale napoletano. Frequenti i loro contatti con i musicisti. Conosceranno personalmente i maestri Pasquale Cafaro, Niccolò Jommelli, Giuseppe De Majo e suo figlio Gian Francesco detto Ciccio. Con loro, Mozart manterrà in seguito sempre cordiali rapporti.
      Napoli vive già da tempo una stagione musicale particolarmente felice soprattutto nel versante dell’opera “buffa”. Cimarosa e Paisiello, per fare due nomi su tutti, porteranno a maturazione questo genere musicale nato proprio a Napoli all’inizio del secolo (e che raggiungerà con lo stesso Mozart negli anni della maturità esiti definitivi). Ovunque a Napoli si fa musica e i musicisti di strada sono un po’ dappertutto con tanto di zampogna, mandolino e colascione (una sorta di liuto), spesso ravvisabile nelle maschere della commedia dell’arte. Di questo spirito forse il giovane Mozart farà tesoro negli anni della maturità, quando porterà a compimento in una sintesi stilisticamente insuperata, i suoi capolavori futuri come “Le Nozze di Figaro” e “Don Giovanni”. Un giorno poi, Amedeo ascolta in una chiesa una “musica bellissima” che, come ci informa egli stesso in una lettera: “fu del sign. Cicio Demajo, lui poi ci parlò e fu molto compito”. 

      Amedeo avrà sempre nostalgia dell’Italia e di Napoli. Scriverà al padre qualche anno più tardi : “Ho un’indescrivibile brama di scrivere ancora una volta un’opera e quando avrò scritto l’opera per Napoli, mi si ricercherà ovunque.” E poi conclude “con un’ opera a Napoli ci si fa più onore e credito che non dando cento concerti in Germania.” All’amico compositore boemo Myslivecek, che gli aveva consigliato di tornare in Italia, Amedeo risponde: “Egli ha perfettamente ragione; se ben ci penso in verità credo che io non ho mai avuto tanti onori, non sono mai stato così stimato come in Italia, specialmente a Napoli.

      Lo spettacolo
       

      Il viaggio di Mozart è il tema di "Mozart & Pulcinella, serenata buffa di una notte napoletana", pregevolissima opera teatrale di Gianni Aversano con arrangiamenti di Domenico De Luca. La profonda cultura, non solo musicale, di Gianni Aversano ed il suo amore per la ricerca nelle radici della musica napoletana, stanno portando risultati lusinghieri. In questi mesi è in giro di Gianni Aversano "Un Gobbo snob, esilio napoletano dell'insaziabile poeta" dedicato a Giacomo Leopardi, non perdetevelo!

      Mozart & Pulcinella in breve: due musicisti, in scena, suonano un'ouverture mozartiana; sulla coda compaiono il cantastorie Pulcinella ed il suo assistente, che eseguono gli ultimi momenti "tarantellati" di uno spettacolo ambulante di burattini. Scende la sera e Pulcinella si ritrova sotto la finestra della sua amata. Comincia la sua solita serenata cantando arie di Paisiello, Pergolesi, villanelle del XVI secolo e tarantelle del XVII secolo, ovvero, tutto quello che Mozart avrebbe potuto o che ha addirittura ascoltato nei giorni della sua permanenza a Napoli. Dalla finestra si affaccerà, però, il quindicenne Mozart che, intanto, si è goduto la serenata. Passerà in quel vicolo anche il re "lazzarone" che, di notte, vorrebbe incontrare il giovane austriaco all'insaputa della terribile regina Carolina. La lettura in scena di brani delle lettere che il piccolo Amedeo scriveva alla sua sorellina ci testimonia le emozioni e gli incontri da lui fatti in quei giorni. Momenti originali esilaranti, rielaborazioni di brani classici della commedia dell’arte napoletana e arrangiamenti di celebri brani di Mozart arricchiscono lo spettacolo, che vuole essere un percorso nei tre secoli che precedono la nascita della canzone “classica” napoletana.

      Vi saluto con un breve video di scena dello spettacolo. Questa è la storiella che volevo raccontarvi stasera, sempre senza nulla a pretendere.
       

       

    4. i maya erano ossessionati dal tempo, i loro sacerdoti avevano calcolato con precisione sconosciuta fin quasi ai giorni nostri, la durata dell’anno solare e del ciclo di Venere ed avevano anche fissato una data per l’origine del loro mondo, intorno al luglio d3l 3114 avanti cristo (facendo riferimento alla nostra datazione del tempo). Secondo la loro visione, il mondo aveva subito processi periodici di distruzione be rinascita, che non erano terminati e potevano ripresentarsi. Una fine del mondo doveva necessariamente accadere alla fine di un katun (periodo di 20 anni solari>), il computo del tempo era quindi un compito essenziale della casta sacerdotale

      Il calendario maya era basato sull’incastro tra un ciclo solare (12 mesi di 30 giorni cadauno, per un totale di 360 giorni) con un calendario lunare di 13 mesi di 20 giorni cadauno, per complessivi 260 giorni) ogni giorno era dunque perfettamente individuati da mese solare, giorno solare, mese lunare e giorno lunare. I sacerdoti utilizzavano questo 4 elementi (ognuno dei quali aveva un significato religioso preciso, sia se associato ade una divinità, sia se associato ad un numero) per formulare vaticini e profezie, a partire dalla data di nascita (una sorta di oroscopo) per finire alle vicende contingenti (affari, guerre, figli, ec.).

      Questo calendario ricominciava il suo ciclo ogni 52 anni solari. Naturalmente i maya sapevano bene che l’anno solare non dura 360 giorni, ma 365 e rotti, per cui, similmente a quello che facciamo noi con gli anni bisestili, periodicamente inserivano dei giorni oscuri per riallineare le cose. Questi giorni oscuri erano portatori di sciagura, si evitavano le nascite o se ne cambiava la data, si evitava di intraprendere le attività, tipicamente erano inseriti alla fine del ciclo dei 52 anni.

      si aspettava spasmodicamente l’alba de nuovo giorno come conferma che il sole (dio anche della morte) avesse ri-iniziato il suo ciclo vitale, e per favorirne il ritorno si consumavano sacrifici umani. Le vittime, tipicamente prigionieri catturati in battaglia, meglio se di nobile schiatta, venivano storditi con alcol e stupefacenti affinché non si ribellassero durante la cerimonia, il dio non avrebbe gradito una vittima recalcitrante. Questa infausta sorte toccò anche a 7 conigli, il potente sovrano di Copan, che dopo aver sbaragliato molti nemici venne sconfitto in battaglia e catturato in una guerra contro una città vicina, sulla carta assai meno potente.

      Il ciclo dei 52 anni alla lunga poteva ingenerare confusione tra eventi avvenuto lo stesso giorno ma in katun differenti, per questo i maya fino a tutto il periodo classico (diciamo fino all’800 dopo Cristo) adottarono il cosiddetto con lungo, che collocava ogni katun in un momento temporale ben definito, rispetto alla data della mitica nascita del mondo.

      Dopo il crollo della civiltà maya classica, il conto lungo venne abbandonato

      Collocare cronologicamente le vicende maya rispetto al nostro calendario non è facile, ci vengono in aiuto le steli in cui vengono riportate le date delle eclissi di sole e di luna, nonché, in mancanza del conto lungo, la corrispondenza tra le date sulle steli ed eventi vissuti dai conquistadores

      Per chi vuole saperne di più, ed avere anche un metodo facile per trasformare una data attuale, per esempio la propria data di nascita, in una data maya suggerisco il libro “i maya” di morley, brainerd e shared, edito da editori riuniti

      Con alcune differenze sui nomi, il calendario maya venne adottato anche da altre popolazioni della mesoamerica, p'er esempio gli aztechi. Il calendario lunare rispondeva alle esigenza della agricoltura e dei riti ad essa associati, il calendario solare si prestava meglio alle necessità della società civile, con l'avvertenza che civile non va inteso come laico, il peso dei sacerdoti rimaneva sempre prevalente

    5. Scendo alla prossima

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