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I miei inizi di pesca alla Trota in un torrente

meridian

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Sono passati decenni da quando, piccolo appassionato di natura e animali, mi infilai in un torrente guardando con occhi curiosi e stupiti un luogo per me completamente sconosciuto, avventuroso, molto particolare.
Forse la pesca non fu il mio primo pensiero, non avevo mai visto delle trote se non raffigurate sui libri, e non avevo amici o parenti pescatori, me li sarei fatti lì, in quei luoghi che hanno rappresentato la mia palestra di pesca alla trota e perché no, anche una palestra di vita.

Un giorno di inizi agosto, a seguito delle mie continue insistenze e richieste, con mio padre che finalmente mi accompagna, armato di una cannetta in bambù, per nulla adatta alla pesca della trota, una lenza rimediata, un amo prestato, addirittura un bullone come piombo, ripassato nel filo due volte, con due lombrichi raccolti nella piccola discarica del paese, ho ricevuto il battesimo della pesca, avevo undici anni, siamo agli inizi degli anni ' 70.
 


Per tutto c'è un inizio
Ovviamente non conoscevo le regole i divieti e la necessità di una licenza, né tantomeno le tecniche, non sapevo come comportarmi e muovermi, mi sono limitato a prendere una trota sfortunata, e forse a tenerla, nonostante non fosse in misura, ma non ricordo i dettagli, fu un inizio, inglorioso ma seminale per il futuro.

Feci pochissime uscite perché dipendevo dalla presenza di mio padre, pescai alcuni sfortunati pesci, ma mi appassionai, convinto l’ anno successivo di pescare trote giganti, e così, su suggerimento di pescatori locali dall’ esperienza decennale, mi comprai la mia prima attrezzatura seria, e i capi di abbigliamento utili per vivere i torrenti e le tecniche di pesca adeguate, con la promessa che alcuni di loro mi fecero di portarmi a pescare, insegnarmi a muovermi su un torrente e a comportarmi correttamente per poter vivere quello sport con profitto e divertimento.

Fu così che l’ anno seguente mi presentai attrezzato e decisamente motivato, ebbi il mio training di pesca alla trota in torrente e di pesca a spinning sul lago in cui sfociava il fiume della valle, avevo dodici anni e praticamente iniziò lì la mia avventura di pescatore di trote Fario sui torrenti dell’ Appennino Ligure, che tra qualche alto e basso, dura tuttora . . .

A distanza di così tanto tempo, posso affermare che quei primi anni di frequentazione dei torrenti si sono impressi indelebilmente dentro di me, nei sensi, nei pensieri, nelle emozioni, sulla pelle, nei miei occhi, segnandomi inevitabilmente per il resto della vita.
 

Tante le avventure, i ricordi, le delusioni, gli incontri, gli inconvenienti, le aspettative, le gioie, i disguidi, ogni uscita sul fiume mi ha arricchito, mi ha cambiato, mi ha donato qualcosa, ha contribuito alla mia formazione, nel carattere, nel fisico, nel cuore, nei sensi. In pratica è stata, la pesca, una maestra di vita, al pari di un caro amico, un insegnante, una guida che mi ha affiancato, aiutato a maturare, di esperienza in esperienza, negli anni più importanti della crescita.

Quegli anni in cui ognuno si forma, si afferma come persona e personalità, si costruisce i propri riferimenti e modelli, si crea le aspettative e gli ideali, si evolve da ragazzino a persona, testa pensante, creando e ampliando le proprie autonomie e conoscenze, pilastri della futura vita adulta. Credo anche che un simile interesse non si sarebbe così tanto radicato nei miei pensieri, nelle mie abitudini, nel mio immaginario, se non avessi iniziato ad appassionarmi in giovane età.

Molti buoni atleti che emergono in uno sport, cominciano a praticarlo in età precoce, diventa un elemento inscindibile della loro esistenza e spesso li accompagna per l’ intera vita. Per me è stato così con la pesca, ho iniziato ad avvicinarmi con continuità dai dodici anni, età in cui si impara in fretta, si ha entusiasmo, si partecipa e si cresce con il proprio sport, ci si misura con la propria passione, che, per inciso, non mi ha ancora abbandonato.
La pesca ha dato un suo contributo, per me sicuramente importante, la prova è che ancora oggi amo viverla, magari con uno spirito diverso ma sempre con l’ entusiasmo e i presupposti del primo giorno, ovvero passare qualche ora in luoghi piacevoli, a praticare un’ attività splendida e avventurosa, in pace con il mondo e con me stesso, senza forzature ed esibizionismo, con grande rispetto dei luoghi, delle regole e di tutto ciò che mi circonda.


Un pensiero corre, doveroso, ai miei genitori, soprattutto a mia madre, che accettarono il mio nuovo hobby, presto tramutato in passione sfrenata, perché durante le estati successive, frequentando durante gli anni a seguire sempre gli stessi luoghi, io ero immerso in torrenti, affluenti, laghetti, boschi luoghi selvatici e quasi selvaggi, poco frequentati o per nulla abitati, sempre alla ricerca di nuove emozioni, avventure e catture, e spesso non mi vedevano per quasi tutto il giorno, non sapendo esattamente dove e con chi ero, quando sarei tornato, cosa mi poteva succedere, e altro ancora, limitandosi ogni tanto a dirmi di stare attento e di non farmi male.

Dalla mia parte c’ era il fatto che ero considerato un ragazzino tranquillo, attento, cosciente dei pericoli e sufficientemente attrezzato per potermi muovere in simili ambienti, ma certamente l’ imponderabile può essere sempre in agguato e sotto certi aspetti, ripensando oggi a tutto quello che ho fatto e vissuto in quei luoghi, sono stato anche molto fortunato !!

Le centinaia e centinaia di uscite su torrenti diversi, in condizioni meteorologiche le più variabili e spesso inclementi, in luoghi isolati, impervi, difficili, in quasi assoluta solitudine e lontananza da ogni avamposto di civiltà, con la probabilità di un incontro sgradito come una vipera, e la costante possibilità di un infortunio, anche banale, ma potenzialmente pericoloso, mi fanno pensare che ho avuto anche una buona dose di fortuna e di coincidenze positive, che la mia attenzione e concentrazione sono state sicuramente utili ma non garanti assolute di certezze, o di totale sicurezza.
 

Per fare una similitudine che renda l’ idea, in alta montagna qualche volta avvengono disgrazie che sono il frutto del fato e delle coincidenze, poiché la preparazione, la tecnica, l’ esperienza, l’ attrezzatura sono quasi sempre ai massimi livelli, ma purtroppo l’ imponderabile, il disguido, l’ errore o la semplice distrazione, hanno spesso conseguenze fatali.

E molti dei luoghi, dei torrenti ed affluenti che ho percorso, dei sentieri e dei fuori pista in boschi e monti spesso mai percorsi prima, nascondevano sicuramente insidie e pericoli, possibili frane, scivolate, cadute, botte contro massi e distorsioni o altre fatalità, come pure i rischi di fare tardi ed essere raggiunti dal buio in pieno bosco, le condizioni atmosferiche avverse, insomma, molte situazioni sono state vissute ai limiti del pericolo e con una buona dose di incoscienza, che era sicuramente aiutata dall' entusiasmo e dalla voglia, quasi un' impellenza, di avventura, di pescare la trota della vita, di vedere luoghi quasi inaccessibili e quasi mai percorsi da piede umano, ma solo da cinghiali, caprioli e altri animali selvatici.


La conquista dell'autonomia

Ho così trascorso un paio di stagioni estive di coesistenza e collaborazione con alcuni pescatori del posto, dai quali ho assorbito tante informazioni, molti utili suggerimenti ed il corretto approccio a muoversi su un torrente, luogo decisamente particolare e differente da qualsiasi altro, anche per la necessità di avere il giusto approccio alla pesca della trota, che in successivi capitoli illustrerò più nel dettaglio, iniziai a distaccarmene, trovando gradualmente la mia autonomia. Come un allievo che, seguito un maestro o una scuola, comincia a praticare da solo un’ attività, che sperimenta il suo percorso, elaborando in modo nuovo e personale quanto visto, imparato, vissuto.

Con questo non voglio dire che rinnegai i miei compagni di avventure, o che mi isolai, perché le uscite di pesca con loro, mirate ad esplorare luoghi poco conosciuti, a sperimentare nuove esche artificiali o tecniche particolari, rappresentavano una parte del mio bagaglio culturale e di condivisione, ma sviluppai  parallelamente a ciò una mia personale e solitaria gestione dell’ arte di pescare, un modo originale e autonomo di approccio al torrente. Per inciso, è vero che spesso pescavo in compagnia di un amico, appena più grande di me, che i luoghi, boschi, sentieri e fiumi erano allora più popolati, che tutti mi conoscevano, che lasciavo sempre detto, o quasi, dove mi recavo, ma dopo i quindici anni venne spontanea la scelta di muovermi da solo e più avanti spiegherò perché.
 

Cominciai a cercare i luoghi di pesca meno convenzionali, più isolati, perché lì erano le trote più grosse, indisturbate, perché lì erano più alte le probabilità di essere soli, di essere i primi, di far fruttare la giornata di pesca, unito anche al senso di avventura, al piacere di vedere affluenti nuovi, allo stimolo di percorrere tratti di torrente che riservavano una sorpresa ad ogni lago, sia per la bellezza e novità dei posti, sia per le possibilità di incontrare trote in luoghi dove la maggior parte dei pescatori non si avventuravano mai. Dirò anche che col tempo, e l’ esperienza, ho spesso privilegiato la pesca su affluenti minori, caratterizzati da un senso di intimismo spesso notevole, quasi dei rigagnoli in estate, ma che possono riservare grosse soddisfazioni, sia per la pesca in sé che per i bellissimi luoghi, impervi e solitari, che sono parte integrante del piacere di percorrerli.

Di certo questi piccoli affluenti laterali non sono mai ricchi di fauna acquatica, per ovvii motivi, tra i quali la difficoltà dei pesci a risalire, ci sono dei punti nei quali anche un essere adattato a nuotare controcorrente come la trota non ce la fa a superare balzi e strapiombi. Inoltre nei piccoli rigagnoli secondari, c’ è meno acqua in estate e meno cibo a disposizione, minori opportunità riproduttive, condizioni di vita decisamente difficili, che comportano anche una maggior lentezza nella crescita dei pesci stessi. Vanno tenuti presente, riguardo a queste mie scelte, anche dei motivi più sottili, gli affluenti hanno dalla loro un’ accessibilità e una logistica limitata rispetto al torrente principale, sentieri, passaggi, punti di uscita e questo preserva di più le poche, spesso belle trote, che lo popolano. Inoltre, cosa non rara, succede che qualche pescatore abbia seminato degli avannotti in un affluente con l’ idea di venire a pescarle qualche anno dopo, non tornando mai più in loco, bene, chi giunge per primo su un tale corso d’ acqua cinque, otto anni a seguire, potrebbe non credere ai propri occhi, trote belle, meno diffidenti, in poche parole una riserva di pesca personale.
 


Un’ altra regola fondamentale, per la pesca alla trota, è di essere i primi, a percorrere il torrente, altrimenti le probabilità di non vedere neanche un pesce sono elevate, chi percorre il torrente per primo nella giornata, è nella condizione ideale di incrociare trote non disturbate, attive, spesso in caccia, motivate ad abboccare se non ci si palesa malamente. Chi segue, trova trote disturbate e impaurite, quasi sempre in tana, non motivate a mangiare ma solo a mimetizzarsi salvo qualche rara eccezione, magari un pesce che si trovava in tana al primo passaggio, potrà mostrarsi al secondo pescatore che transita in quel tratto di fiume.

Agli inizi l’ aspetto della sfida, l’aspetto ludico, il cercare di catturare tanti pesci, uno più del mio compagno di pesca, prendere la trota grossa, quella sognata da tutti, erano gli stimoli e le aspettative principali, oggi, a distanza di oltre quarant’ anni, alcune sono rimaste identiche ma altri elementi sono cambiati, come io sono cambiato, obiettivi modificati e maturati dalla vita, come ogni periodo ed esperienza dell’ esistenza è in grado di fare, influendo su scelte, interessi, passioni.

Ogni uscita di pesca è sempre ricca di emozioni, carica di coinvolgimento, ma alcuni elementi di fondo sono decisamente mutati, diversi, nuovi. Esiste un’ aumentata consapevolezza e conoscenza dei propri limiti, concetti che a quindici anni risultano decisamente approssimativi, c’ è un maggior rispetto di ciò che mi circonda, dovuto alle maggiori conoscenze e alla maturazione, ci sono elementi e momenti che vengono gustati diversamente, perché allora la mia stagione di pesca durava tutta l’ estate e coincideva con la vacanza scolastica, tale che potessi uscire a pescare tutti i giorni e io spesso lo facevo due volte al giorno. Oggi non solo non ho il tempo per poterlo fare, ma anche fisicamente non sarei in grado di mantenere i ritmi degli anni in cui il fisico mi assecondava in tutte le mie richieste, anche le più ardite e impegnative.

Come capita spesso nella vita normale, devo fare i conti con le energie e i ritmi di una persona di mezza età, che non sempre riesce a fare ciò che lo spirito vorrebbe, ciò che le emozioni esigerebbero. Sono infatti costretto a mediare tra spinte emotive e possibilità fisiche, mentre un giovane neppure sa cosa siano tali limiti o non  riflette minimamente sulla possibilità di porsi dei limiti. Ai tempi della mia gioventù, anagrafica e di pesca, potevo pescare per quattro ore il mattino e replicare per altrettante ore il pomeriggio, senza grossi contraccolpi fisici, tranne magari un piccolo indolenzimento alle gambe, ed il giorno dopo, ripartire per un altro tratto di torrente.

Valutando questa passione sotto il punto di vista odierno, la consapevolezza acquisita e il cambiamento di ritmo attuali mi impongono di godere di più dei tempi che posso dedicare al mio hobby, mi fanno centellinare di più le emozioni, i luoghi, le situazioni, con lo spirito di chi ha un bel momento e lo vuole ricordare, di chi vive un attimo prezioso, visto più come un dono e non come un diritto, vissuto come una gratificazione e non come una vittoria del sé sul mondo esterno, piuttosto di compartecipazione con tutto ciò che mi circonda, sia del mondo inanimato, l’  ambiente, sia degli esseri viventi che lo popolano e con esso interagiscono.

Una storia che continua

Centinaia, dicevo, le avventure, gli aneddoti, le situazioni vissute, alcune le racconterò nel proseguo, non prima di aver fatto un minimo di introduzione sulla tecnica e le modalità di pesca alla trota, che possono sembrare semplici o ripetitive, ma che invece nascondono molteplici sfaccettature, numerose varianti, tanti aspetti che apparentemente sono secondari, ma che spesso determinano i risultati finali di una battuta di pesca alla trota.

Tutto ciò non per fare dello sterile tecnicismo o per entrare in argomenti e terminologie da iniziati, ma soprattutto per permettere a chi legge di entrare meglio nei meccanismi che regolano la pratica della pesca in torrente, e capire meglio le emozioni che sottendono una simile passione.

E con le prossime puntate di questa mia nuova avventura sul Blog di Melius Club, spero di appassionare anche voi a questo bellissimo hobby, sport, mezzo per vivere la natura, se mi seguirete mi auguro che la condivisione delle mie avventure sia cosa gradita e fonte di reciproco scambio di esperienze e di condivisione di passioni, emozioni e ricordi . . . !!!


A presto su questo torrente, Dario
 

 

 

Natura_3.jpg



15 Commenti


Commenti raccomandati

OneShot

Inviato

Che posto fantastico! Mi ricorda un po' Varzi ed un po' il passo del Brallo, direi comunque impervio...

Complimenti anche per il racconto.

OS

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appecundria

Inviato

bellissimo, grazie! Possiamo sperare anche in qualche ricetta segreta per cucinare una bella trota? :)

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K-Tribes Team

Inviato

Grazie Dario @meridian, questo è il primo blog post di questo Club, resterà negli annali! :)

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meridian

Inviato

Grazie a voi per la fiducia e il gradimento, il fatto di essere il primo a scrivere sui blog mi gratifica molto, ma nello stesso tempo mi carica di giuste responsabilità, soprattutto di dare continuità a questo spazio, che mi permette di unire la scrittura ad un hobby, forse sport, sicuramente una grande passione, che mi ha accompagnato per quasi tutta la vita. 

Il tempo è sempre tiranno, ma anche gentiluomo, spero di meritarmi questa vetrina nel Club ! 

Saluti , Dario 

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meridian

Inviato

@appecundria  Ciao, grazie a te per il commento, sulle ricette, be', non ci sono grandi segreti, essendo le Trote che pesco autoctone, hanno carni eccellenti perché vivono in acque pulitissime, ma hanno dimensioni relative, circa 22-25 centimetri, quindi di solito le cuciniamo, fresche fresche, facendole fritte appena passate nella farina bianca. . . 

Ma qualche ricetta carina la posterò, nel proseguo del blog !!! :D

saluti , Dario 

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meridian

Inviato

@K-Tribes Team 

2 ore fa, K-Tribes Team ha scritto:

Grazie Dario @meridian, questo è il primo blog post di questo Club, resterà negli annali! :)

Sono io che vi ringrazio per l' apertura di questo spazio, inaspettata e improvvisa ! Così mi sembrava giusto cominciare e vedendo che nessuno si sbilanciava . . .mi sono deciso a inaugurare questa avventura ! 

Diciamo che rompere il ghiaccio, paradossalmente, è stato facile, ma ora viene il bello, bisogna dare continuità e rendere il tutto interessante e piacevole, sono graditi suggerimenti, mi piacerebbe fosse un percorso lungo e condiviso . . . 

Saluti , Dario 

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analogico_09

Inviato

Complimenti davvero, Dario, non immaginavo che nutrissi una passione (vera da come ne parli) così "naturale", interessante come il tuo scritto incorniciato con le belle foto dei luoghi nei quali la pratichi.

Confessa.., frequentando le trote, dagli e dagli.., hai cominciato a pensare a un certo "quintetto" d'archi... e poi ecco che ti è nata anche la passione per la musica! ;)

In bocca al lupo, di cuore!

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meridian

Inviato

14 ore fa, analogico_09 ha scritto:

Complimenti davvero, Dario, non immaginavo che nutrissi una passione (vera da come ne parli) così "naturale", interessante come il tuo scritto incorniciato con le belle foto dei luoghi nei quali la pratichi.

Confessa.., frequentando le trote, dagli e dagli.., hai cominciato a pensare a un certo "quintetto" d'archi... e poi ecco che ti è nata anche la passione per la musica! ;)

In bocca al lupo, di cuore!

Grazie, diciamo che sono le due grandi passioni della vita, su piani diversi, una più mentale ed estetica, l' altra più pratica e fisica. Entrambe completano i miei spazi personali e mi regalano grandi momenti. Però la pesca è esplosa quando ero ancora un pischellino, e per alcuni anni è stata una passione totale. . . La musica l' ho coltivata anche lei da piccolo, mentre l' hi fi è arrivata molto tempo dopo, direi 15 anni e più rispetto a pesca e musica . . .!

saluti, Dario 

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Bellissimo inizio e piacevolissima lettura. Grazie per essere stato il primo a rompere il ghiaccio iniziando il tuo blog. Nei prossimi giorni proverò anche io a cimentarmi in questa impresa che penso debba essere un divertimento,  oltre che per chi scrive, soprattutto per chi legge! Complimenti davvero! :) 

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parehouse

Inviato

Complimenti anche da parte mia

Ho sempre avuto anche io la passione per la pesca, nata da bambino

Ma penso che la mia nasca dall ammirazione/attrazione che il pesce d'acqua dolce ha su di me

Ancora oggi ogni tanto qualche giornata nella valle del Ticino me la regalo, ho pure una casetta su un affluente del fiume dove da bambino ogni lancio equivaleva ad una fario. Ora a fatica ti capita un iridea

Adoro soprattutto gli acquari ed ho un piccolo laghetto in giardino

In acquario ho spesso riprodotto quelle meraviglie che si vedono in foto

Non semplice ma ne vado orgoglioso:D

20180122_154453.jpg

20180113_175351.jpg

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meridian

Inviato

Il ‎30‎/‎01‎/‎2018 Alle 00:34, parehouse ha scritto:

Complimenti anche da parte mia

Ho sempre avuto anche io la passione per la pesca, nata da bambino

Ma penso che la mia nasca dall ammirazione/attrazione che il pesce d'acqua dolce ha su di me

Ancora oggi ogni tanto qualche giornata nella valle del Ticino me la regalo, ho pure una casetta su un affluente del fiume dove da bambino ogni lancio equivaleva ad una fario. Ora a fatica ti capita un iridea

Adoro soprattutto gli acquari ed ho un piccolo laghetto in giardino

In acquario ho spesso riprodotto quelle meraviglie che si vedono in foto

Non semplice ma ne vado orgoglioso:D

20180122_154453.jpg

20180113_175351.jpg

Ciao , grazie x i complimenti, bel fiume il Ticino, sicuramente con prede più grosse dei miei torrentelli e affluenti. Ma io nei luoghi grandi tendo a sentirmi spaesato, mi piaccioni i torrenti proprio per l ' intimità e le dimensioni molto ridotte dei laghetti, sono nato in posti minimalisti e lì mi trovo a mio agio. Concordo che tanti anni fa il pesce era più abbondante e presente, per molti motivi tra cui anche una gestione diversa dei luoghi, che erano FIPS, oggi non più .

Bellissima la passione per gli acquari, complimenti per gli stupendi esemplari che hai saputo far riprodurre, sarebbe interessante se nel proseguo del blog tu potessi dare qualche contributo anche tecnico, con che tecniche pescavi sul Ticino ??  Grazie

saluti , Dario

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parehouse

Inviato

Ciao Dario, guarda

anche io come te non amo la pesca nel grande fiume, sono più uno da roggia e canale. Ti allego alcune foto scattate la scorsa estate dove da bambino col mio amato papà presi confidenza con la canna da pesca per catturare le ambite e prelibate trote fario. La tecnica era lo spinning rigorosamente con cucchiaino dorato punteggiato di rosso. Ricordo che mio padre li ravvivava col pennellino

Se si doveva puntare qualche luccio allora si montava il colore argento

Adesso quando mi reco in quel posto per verificare le condizioni della capanna mi assale la malinconia per svariate ragioni. ..

La prossima puntata vedo di trovare le foto dall'ultima battuta di pesca al Vairone , uno dei miei preferiti per la frittura

Stefano

20170807_151501.jpg

20170807_151509.jpg

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    • meridian
      Da meridian in Come un acrobata sull’acqua
         0
      Ben ritrovati, ad un nuovo appuntamento con i torrenti, le Trote, e le avventure di pesca.
       
      In questa nuova conversazione, vorrei illustrare per sommi capi, anche a chi ne è completamente digiuno, come si sviluppa la pesca alla Trota, che di norma presuppone due principali tecniche di esecuzione, una la cosiddetta pesca con artificiale, l’ altra invece quella con esca viva.
       
      La prima, conosciuta soprattutto per l’ uso del cosiddetto cucchiaino, prevede l’ utilizzo di un’ esca finta, formata da una paletta di metallo, a forma appunto di cucchiaino, paletta che è libera di ruotare su un asse formato da una sottile anima di acciaio, che ad un estremo ha un anellino che permette di fissare il rotante al filo di nylon, e sull’ altro lato, alla fine dell’ anima in acciaio, si trova un’ asola che tiene in posizione una piccola ancoretta, cioè tre ami fissati insieme e sfalsati a 120 gradi in modo da rendere l’ arpioncino sempre attivo nei confronti del pesce da qualsiasi angolo la aggredisca. La foto che segue, credo sia più chiara di qualsiasi spiegazione.
       

       
      Come si vede qui sopra, i cucchiaini, così chiamati per la paletta che sembra un cucchiaio, sono i più utilizzati in torrenti, hanno forme, fogge, dimensioni variabili, come pure i colori e i disegni che compaiono sulla superficie del cucchiaino, alcuni li ho personalizzati io utilizzando i colori da modellismo, per fare delle diverse colorazioni o disegni che, ritenevo, potessero renderli più appetibili alle Trote, cosa che poi, statisticamente, non mi pare sia stata confermata . . . !!
       
      Pesca con artificiali 
       
      La tecnica di pesca con artificiale prevede il lancio del rotante, nella zona di interesse dello specchio d’ acqua, il suo recupero col mulinello a intervalli più o meno regolari, ma continuo, in modo che la paletta del cucchiaino in acqua giri a forma di vortice e attiri la curiosità e la voracità della trota, che inseguendo l’ esca finta e mordendola, rimanga agganciata  all’ ancoretta attaccata posteriormente.
      Sembra una tecnica crudele, invece è la forma di pesca meno aggressiva, preferita da chi non vuole trattenere il pesce, perché l’ abboccata così detta, ovvero l’ agganciarsi della trota all’ esca, è superficiale e solitamente, con molta attenzione, si può slamare, ovvero togliere l’ arpione dal labbro del pesce, senza provocare nessun danno fisico e produrre alcuna mutilazione.  
      E’ una tipologia di pesca molto pulita anche dal punto di vista del pescatore, che non maneggia esche vive, ovvero lombrichi, camole o altri animaletti, che comunque sporcano, deperiscono, e costringono a procurarseli per tempo, andando a raccoglierli o acquistandoli presso i negozi specializzati. Una variante consiste nell’ utilizzare artificiali con la forma di un pesce che, recuperando la lenza sotto la superficie, imitano il movimento natatorio di un pesciolino, e attirano così l’ attenzione della trota che vede sia una potenziale preda fonte di proteine nobili, che un intruso che invade il suo territorio, scatenando in questo modo la pronta reazione e l’ attacco, soprattutto di pesci di buona taglia. Molto valida in questo senso è l’ imitazione del pesce persico, che atavicamente scatena la reazione delle trote che lo vedono come un intruso nel proprio territorio di pertinenza, ovvero di caccia e di ambiente in cui vivere svolgendo le proprie attività.
      Qui sotto alcuni dei pesciolini finti , imitazioni molto veritiere, che vengono utilizzati per insidiare Trote di buone dimensioni, si tenga presente che questi pesci artificiali sono anche in grado di muoversi nell' acqua imitando il movimento del pesce vivo, ovvero guizzano e si muovono ondulando, cosa che può essere accentuata dal pescatore, sia muovendo la punta della canna lateralmente, sia variando la velocità di recupero con il mulinello. 
       

       
      Quelli qui sopra in foto sono solo alcuni dei pesciolini ed esche artificiali che nei decenni ho utilizzato per la pesca, in torrente, e anche in lago, dove si potevano insidiare anche i cavedani, i Persici Trota, detti Boccaloni, e i Persici classici.
       
      Pesca con esche naturali
       
      La seconda forma di pesca alla trota si basa appunto sull’ utilizzo di esche vive, naturali, di cui i classici esempi sono il lombrico, la camola del miele o il gatoss, ed è la cosiddetta pesca alla tocca sul fondo, cioè attuata per mezzo di un finale di lenza composto, partendo dal tratto terminale del filo, da un amo con lombrico, camola del miele o altro insetto vivo, piombatura adeguata per permettere di lanciare ad una distanza di almeno 6-10 metri l’ esca e, non diffuso ma comodo, girella con moschettone che permette di attaccare e staccare facilmente la montatura così fatta dalla lenza principale, ovvero il filo che va alla canna e si avvolge nel mulinello.
      Il terminale citato, lungo solitamente dai 30 ai 45 centimetri, ha alcuni vantaggi rispetto al filo continuo, cioè senza l‘ interposizione del moschettone con girella, tra i quali il fatto che è molto veloce il cambio dello stesso, per esempio se si vuole montare un diverso finale di lenza con piombatura o amo differente, oppure se si impiglia e si strappa il filo sul fondo, cosa che in un torrente non è evento raro, di solito la rottura si ha sul nodo che aggancia il terminale al moschettone, preservando il resto della lenza, oppure per il cambio rapido da pesca ad esca viva a quella con artificiale, cioè da amo a cucchiaino o viceversa. C’ è però un aspetto negativo, ovvero  inserendo un elemento in più sulla lenza, ed un nodo ulteriore, si indebolisce la resistenza e l’ elasticità del filo, che può diventare cruciale se abboccasse un pesce importante, la trota attesa una vita intera.
      Nella pesca a tocca, il lancio dell’ esca si fa in corrente, sotto cascata, vicino a dove si pensa vi sia la tana e si lascia affondare il tutto senza recupero immediato, in modo che l’ esca si muova naturalmente seguendo la corrente, e il pesce possa vedere e saggiare il cibo attaccato all’ amo. Si mette poi in tensione il filo recuperando un poco di lenza con il mulinello, e si “sente” sul filo, fisicamente con la mano libera la presenza della trota che mangia, rappresentata tipicamente da colpetti più o meno energici che si propagano alla canna, poiché di solito il pesce mangia e contestualmente fa leggeri spostamenti del corpo, mantenendo la posizione in acque mosse, nuotando e compensando con piccoli movimenti laterali delle pinne. Qui sotto alcuni terminali già preparati, per non perdere tempo durante la battuta di pesca in torrente . . . 
       

       
      La foto non rende molto, ma il concetto di fondo è che i finali hanno un' asola, si vede a destra, che si infila nella girelle e moschettone legata al nylon principale che entra nel mulinello, e che quindi si possono cambiare in funzione del peso che si usa, io di solito utilizzo due olivette abbastanza pesanti che permettono sia di lanciare agevolmente più lontano rimanendo nascosti, sia di far affondare subito in corrente l' esca. All' estremità di sinistra, dopo circa 30-40 centimetri di lenza, l' amo, in questo caso un amo corto per camole, scuro, per non riflettere la luce sotto il sole, e ritorto per ferrare meglio il pesce.
       
      Dal tipo di tocca che si avverte sulle dita della mano che stringe la lenza, un pescatore con esperienza capisce già di che mole è la Trota che sta assaggiando l’ esca, solitamente la trota piccola è vorace e molto disordinata nei colpetti e si muove molto nello spazio a sua disposizione, mentre la trota più matura mangia dando colpi secchi ma meno irruenti e spesso rimane in posizione immobile nel punto in cui ha abboccato, saggiando il cibo con molta calma prima di passare ad ingoiarlo.
      Durante la pesca alla tocca, c’ è la variante della Trota, di misura variabile che, presa in bocca l’ esca, punta decisa verso la sua tana, per abitudine o perché insidiata da rivali per il cibo, tana posta solitamente sotto una roccia, nei pressi della cascata, in un punto nascosto, dove si trova il suo rifugio abituale, per continuare a mangiare in sicurezza il cibo conquistato. A questo punto dell’ azione di pesca le cose possono ulteriormente complicarsi, perché una Trota in tana è sempre un’ incognita per il pescatore.
      In poche frazioni di secondo si deve decidere se lasciare che il pesce entri nel suo rifugio, affinché mangi con calma e si agganci quasi da solo all’ amo, o recuperare, dando il colpo di ferrata con la canna. Nella tana infatti gli spazi sono spesso angusti e il filo può incappare in punti taglienti delle rocce, per cui si rischia di tranciarlo, oppure si verificano situazioni in cui il pesce rimane saldamente bloccato nel suo rifugio, cosa che rende impossibile il tirarlo fuori dalla tana senza rischiare di strappare il filo o procurare dei danni al pesce stesso.
      Spesso conviene perciò ferrare quasi immediatamente, termine che indica il colpo con la canna a frusta all’ indietro subito dopo l’ abboccata del pesce e conseguente recupero del filo con il mulinello, per far si che l’ amo punga la trota e permetta al pescatore di trarla fuori dall’ acqua, anche se alte sono le probabilità che il pesce, non avendo ancora ingoiato il cibo e tenendolo nella parte anteriore della bocca, a filo di labbra, lo sputi e si liberi dall’ amo.
      Proprio perché l’ esca viene masticata e parzialmente ingerita dal pesce, questa tecnica di pesca è meno preservante per l’ integrità fisica della Trota, poiché l’ amo può ferire il pesce, rendendo più complessa la slamatura, o liberazione del pesce dall’ amo, senza il rischio di ledere qualche parte dell’ apparato boccale dello stesso. Risulta così che la tecnica con l’ esca viva, sia la meno adatta a fare una pesca sportiva di cattura e rilascio, perché più difficile risulta liberare il pesce dall’ amo e rimetterlo in acqua indenne. Proprio per limitare questi potenziali danni, di solito si tende ad utilizzare ami di generose dimensioni, in modo che le piccole trote non possano neppure ingoiarli, mentre le più grosse, con ami di grandi dimensioni, sono punte sul labbro e facilmente liberabili, seguendo alcune semplici precauzioni. Tra queste, bagnarsi bene le mani per non intaccare il film lipidico che ricopre la superficie del corpo del pesce, la trota infatti non ha scaglie, come molti altri pesci, la sua forma altamente idrodinamica si basa proprio sulla pelle nuda, che oppone minore resistenza al movimento in acqua, ed è però ricoperta da una mucillagine che protegge il pesce dagli attacchi di parassiti e di altri microorganismi, garantendo al contempo una buona aerodinamica corporea.
      Il pesce va maneggiato con attenzione e delicatezza, senza esercitare pressioni sul suo corpo, basta tenerlo immobilizzato per permettere di togliere l’ amo o l’ ancoretta dalle labbra, operazione in alcuni casi più complicata se l’ amo si è agganciato nel palato o se più di uno dei bracci dell’ ancoretta si sono conficcati nella bocca della trota. Una volta sganciata e libera, la trota va inserita in acqua, possibilmente muovendola delicatamente per permettere alle branchie di ossigenarsi nuovamente, tenendola per la coda, in acque correnti ma non eccessivamente veloci, in modo che riprenda conoscenza e sia lei a muoversi lasciando la mano del pescatore, che la regge. Tutti questi piccoli accorgimenti riescono a limitare al minimo la sofferenza e i disagi del pesce, che viene, per qualche secondo, tolto dal suo ambiente naturale e costretto ad andare un poco in debito di ossigeno, ma se si è attenti e rapidi, la trota ritorna nel suo ambiente liquido senza portarsi dietro nessuna menomazione o trauma, se non un’ esperienza che gli servirà per essere più guardinga e attenta, facendole guadagnare opportunità di sopravvivenza ad un ulteriore passaggio di un pescatore che tenterà di insidiarla.
       
      Differenza sostanziale tra le due tecniche, con artificiale e con esca viva, sono anche i tempi di reazione e le modalità di abboccata del pesce. Nel primo caso il cucchiaino transita velocemente nell’ acqua, per il recupero molto rapido della lenza fatto girando con continuità il mulinello, che aumenta ancora se si lancia in acque correnti e in rapida discesa a valle. Qui la trota ha pochi istanti per reagire, se si riesce a solleticarne la voracità e la curiosità spesso l’ attacco è immediato, addirittura con l’ artificiale in volo sopra lo specchio d’ acqua, e da qui inizia la sfida tra il pesce, che cerca di liberarsi dalla presa, e il pescatore che vuole spiaggiarlo fuor d’ acqua. La trota tenta di liberarsi dal cucchiaino dimenandosi in acqua, saltando fuori dalla superficie del torrente, dove il filo non è più sostenuto dal liquido e permette al pesce di sganciarsi più facilmente, ed anche, comportamento più tipico delle trote di una certa mole, venendo velocemente incontro al pescatore e quindi allentando la tensione della lenza e favorendo così la probabilità di sganciarsi dell’ ancoretta dalla bocca. Altra variabile nel recupero è data dalle posizioni spesso precarie in cui ci si trova a lottare con la trota, cioè in acque vorticose, in difficile equilibrio, nascosti dietro ad una roccia, oppure in posizione elevata rispetto all’ acqua e dovendo sollevare il pesce in aria, quindi senza sostegno del liquido, questo diventa immediatamente più pesante e in grado di divincolarsi in modo più disordinato.
      Nel caso di pesca con l’ esca viva, questa viene lanciata e fatta scendere verso il fondo, portata a spasso dalla corrente e mossa con piccoli recuperi dal pescatore, rimanendo più tempo a disposizione dei pesci ma è meno visibile di un oggetto in veloce movimento e luccicante, per cui risulta essere più una pesca di attesa e intercettazione del pesce che di sorpresa. Inoltre, una volta ghermito il boccone, il pesce assaggia e mastica il cibo, con tempi più lenti, spesso con cautela, tanto più la trota è grossa, e quindi bisogna attendere il giusto momento prima di ferrare, scelta spesso aleatoria e dettata dall’ esperienza e dalla sensazione che la trota mangi più o meno voracemente, pena il rischio di togliere letteralmente di bocca al pesce il ghiotto boccone.
      Buona parte delle abboccate, sia all’ esca finta che al vivo, vanno a vuoto, nel senso che il pesce sputa prima della ferrata, perché sente per esempio la punta dell’ amo pungerlo, oppure non aggancia il cucchiaino o si sgancia durante il recupero. Qualche volta beffa il pescatore anche se è stato spiaggiato, tale è la reattività, il saltare disordinato, il dimenarsi puntando per istinto sempre e immancabilmente tra l’ altro, in direzione dell’ acqua, unito al fatto di avere la superficie del corpo molto viscida che favorisce il nuoto, da lasciare di stucco il pescatore che è convinto di averla ormai in pugno. Non si contano le situazioni nelle quali mi è capitato di rimanere basito osservando il guizzo finale di una trota, considerata oramai catturata, che recupera il suo ambiente senza dare la possibilità di fare più nulla, lasciando con il rammarico di non essere stato più rapido, perché anche avventandosi sul pesce con le mani, pure in pochi centimetri d’ acqua la trota diventa inafferrabile e di nuovo padrona incontrastata della situazione, capace di dileguarsi in un attimo !.
      Esiste un altro approccio, molto tecnico, di pesca alla trota, è rappresentato dalla pesca a mosca, ovvero una pesca eseguita lanciando a notevole distanza, anche 12-15 metri, una lenza cosiddetta a coda di topo, che si proietta ed estende proprio per la sua conformazione e peso, alla punta della quale viene legata una moschina artificiale, costruita per imitare le piccole efemere ed altri insetti volanti, del peso di un paio di grammi. Il pescatore, eseguendo un movimento a frusta, con una canna e un mulinello speciali, distende muovendo la canna avanti ed indietro, la lenza fino a posarla sul pelo dell‘ acqua, dove attira le Trote che attaccano la riproduzione dell’ insetto che cela un amo.
      E’ una variante di pesca molto tecnica, ma richiede oltre ad un allenamento ed una pratica notevoli, anche il corretto spazio per poter muovere una lenza avanti ed indietro, in aria, senza che questa si impigli in rami, fronde o altro e per la morfologia dei torrenti che frequento è una tecnica di pesca che non è praticabile con successo. Oltre a quelle elencate, che sono le principali, esistono non solo altre tecniche e tipologie di pesca, legate anche alle caratteristiche differenti di torrenti, luoghi di pesca, ambienti, ma anche di quelle sopra citate vi sono innumerevoli varianti, spesso anche messe a punto da singoli pescatori, con modifiche delle esche artificiali, uso di galleggianti, utilizzo di canne molto lunghe e di attrezzature differenti da quanto io ho menzionato e delle quali, nello specifico delle mie esperienze, più avanti racconterò nel dettaglio di alcune di esse.  
      Le numerose varianti tecniche, frutto anche delle tradizioni locali, sono una prova ulteriore di uno sport molto variegato, che rappresenta una ricchezza sia per la passione in sé che per l’ importanza del tramandarsi di nozioni, metodi di pesca spesso profondamente differenti, comunque fonti di cultura, vitalità, diversificazione e diffusione di questo sport antico, o come vogliamo definirlo, passione, od anche hobby, che ci permette di passare del tempo immersi nella natura.
       
      Alla prossima puntata 
       
      saluti , Dario 
       
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    1. Ben ritrovati, ad un nuovo appuntamento con i torrenti, le Trote, e le avventure di pesca.

       

      In questa nuova conversazione, vorrei illustrare per sommi capi, anche a chi ne è completamente digiuno, come si sviluppa la pesca alla Trota, che di norma presuppone due principali tecniche di esecuzione, una la cosiddetta pesca con artificiale, l’ altra invece quella con esca viva.

       

      La prima, conosciuta soprattutto per l’ uso del cosiddetto cucchiaino, prevede l’ utilizzo di un’ esca finta, formata da una paletta di metallo, a forma appunto di cucchiaino, paletta che è libera di ruotare su un asse formato da una sottile anima di acciaio, che ad un estremo ha un anellino che permette di fissare il rotante al filo di nylon, e sull’ altro lato, alla fine dell’ anima in acciaio, si trova un’ asola che tiene in posizione una piccola ancoretta, cioè tre ami fissati insieme e sfalsati a 120 gradi in modo da rendere l’ arpioncino sempre attivo nei confronti del pesce da qualsiasi angolo la aggredisca. La foto che segue, credo sia più chiara di qualsiasi spiegazione.

       

      Esche_artificiali_pesca_Trota.thumb.jpg.6f0af6eadd4efe8a8b8ee99be716add2.jpg

       

      Come si vede qui sopra, i cucchiaini, così chiamati per la paletta che sembra un cucchiaio, sono i più utilizzati in torrenti, hanno forme, fogge, dimensioni variabili, come pure i colori e i disegni che compaiono sulla superficie del cucchiaino, alcuni li ho personalizzati io utilizzando i colori da modellismo, per fare delle diverse colorazioni o disegni che, ritenevo, potessero renderli più appetibili alle Trote, cosa che poi, statisticamente, non mi pare sia stata confermata . . . !!

       

      Pesca con artificiali 

       

      La tecnica di pesca con artificiale prevede il lancio del rotante, nella zona di interesse dello specchio d’ acqua, il suo recupero col mulinello a intervalli più o meno regolari, ma continuo, in modo che la paletta del cucchiaino in acqua giri a forma di vortice e attiri la curiosità e la voracità della trota, che inseguendo l’ esca finta e mordendola, rimanga agganciata  all’ ancoretta attaccata posteriormente.

      Sembra una tecnica crudele, invece è la forma di pesca meno aggressiva, preferita da chi non vuole trattenere il pesce, perché l’ abboccata così detta, ovvero l’ agganciarsi della trota all’ esca, è superficiale e solitamente, con molta attenzione, si può slamare, ovvero togliere l’ arpione dal labbro del pesce, senza provocare nessun danno fisico e produrre alcuna mutilazione.  

      E’ una tipologia di pesca molto pulita anche dal punto di vista del pescatore, che non maneggia esche vive, ovvero lombrichi, camole o altri animaletti, che comunque sporcano, deperiscono, e costringono a procurarseli per tempo, andando a raccoglierli o acquistandoli presso i negozi specializzati. Una variante consiste nell’ utilizzare artificiali con la forma di un pesce che, recuperando la lenza sotto la superficie, imitano il movimento natatorio di un pesciolino, e attirano così l’ attenzione della trota che vede sia una potenziale preda fonte di proteine nobili, che un intruso che invade il suo territorio, scatenando in questo modo la pronta reazione e l’ attacco, soprattutto di pesci di buona taglia. Molto valida in questo senso è l’ imitazione del pesce persico, che atavicamente scatena la reazione delle trote che lo vedono come un intruso nel proprio territorio di pertinenza, ovvero di caccia e di ambiente in cui vivere svolgendo le proprie attività.

      Qui sotto alcuni dei pesciolini finti , imitazioni molto veritiere, che vengono utilizzati per insidiare Trote di buone dimensioni, si tenga presente che questi pesci artificiali sono anche in grado di muoversi nell' acqua imitando il movimento del pesce vivo, ovvero guizzano e si muovono ondulando, cosa che può essere accentuata dal pescatore, sia muovendo la punta della canna lateralmente, sia variando la velocità di recupero con il mulinello. 

       

      Pesciolini_finti_esche_da_Trota.thumb.jpg.784389501a09c293d75c02a8defff4bc.jpg

       

      Quelli qui sopra in foto sono solo alcuni dei pesciolini ed esche artificiali che nei decenni ho utilizzato per la pesca, in torrente, e anche in lago, dove si potevano insidiare anche i cavedani, i Persici Trota, detti Boccaloni, e i Persici classici.

       

      Pesca con esche naturali

       

      La seconda forma di pesca alla trota si basa appunto sull’ utilizzo di esche vive, naturali, di cui i classici esempi sono il lombrico, la camola del miele o il gatoss, ed è la cosiddetta pesca alla tocca sul fondo, cioè attuata per mezzo di un finale di lenza composto, partendo dal tratto terminale del filo, da un amo con lombrico, camola del miele o altro insetto vivo, piombatura adeguata per permettere di lanciare ad una distanza di almeno 6-10 metri l’ esca e, non diffuso ma comodo, girella con moschettone che permette di attaccare e staccare facilmente la montatura così fatta dalla lenza principale, ovvero il filo che va alla canna e si avvolge nel mulinello.

      Il terminale citato, lungo solitamente dai 30 ai 45 centimetri, ha alcuni vantaggi rispetto al filo continuo, cioè senza l‘ interposizione del moschettone con girella, tra i quali il fatto che è molto veloce il cambio dello stesso, per esempio se si vuole montare un diverso finale di lenza con piombatura o amo differente, oppure se si impiglia e si strappa il filo sul fondo, cosa che in un torrente non è evento raro, di solito la rottura si ha sul nodo che aggancia il terminale al moschettone, preservando il resto della lenza, oppure per il cambio rapido da pesca ad esca viva a quella con artificiale, cioè da amo a cucchiaino o viceversa. C’ è però un aspetto negativo, ovvero  inserendo un elemento in più sulla lenza, ed un nodo ulteriore, si indebolisce la resistenza e l’ elasticità del filo, che può diventare cruciale se abboccasse un pesce importante, la trota attesa una vita intera.

      Nella pesca a tocca, il lancio dell’ esca si fa in corrente, sotto cascata, vicino a dove si pensa vi sia la tana e si lascia affondare il tutto senza recupero immediato, in modo che l’ esca si muova naturalmente seguendo la corrente, e il pesce possa vedere e saggiare il cibo attaccato all’ amo. Si mette poi in tensione il filo recuperando un poco di lenza con il mulinello, e si “sente” sul filo, fisicamente con la mano libera la presenza della trota che mangia, rappresentata tipicamente da colpetti più o meno energici che si propagano alla canna, poiché di solito il pesce mangia e contestualmente fa leggeri spostamenti del corpo, mantenendo la posizione in acque mosse, nuotando e compensando con piccoli movimenti laterali delle pinne. Qui sotto alcuni terminali già preparati, per non perdere tempo durante la battuta di pesca in torrente . . . 

       

      Finali_per_esca_viva_pesca_Trota.thumb.jpg.ef4f6bc07097b0432e8211ad38f1824f.jpg

       

      La foto non rende molto, ma il concetto di fondo è che i finali hanno un' asola, si vede a destra, che si infila nella girelle e moschettone legata al nylon principale che entra nel mulinello, e che quindi si possono cambiare in funzione del peso che si usa, io di solito utilizzo due olivette abbastanza pesanti che permettono sia di lanciare agevolmente più lontano rimanendo nascosti, sia di far affondare subito in corrente l' esca. All' estremità di sinistra, dopo circa 30-40 centimetri di lenza, l' amo, in questo caso un amo corto per camole, scuro, per non riflettere la luce sotto il sole, e ritorto per ferrare meglio il pesce.

       

      Dal tipo di tocca che si avverte sulle dita della mano che stringe la lenza, un pescatore con esperienza capisce già di che mole è la Trota che sta assaggiando l’ esca, solitamente la trota piccola è vorace e molto disordinata nei colpetti e si muove molto nello spazio a sua disposizione, mentre la trota più matura mangia dando colpi secchi ma meno irruenti e spesso rimane in posizione immobile nel punto in cui ha abboccato, saggiando il cibo con molta calma prima di passare ad ingoiarlo.

      Durante la pesca alla tocca, c’ è la variante della Trota, di misura variabile che, presa in bocca l’ esca, punta decisa verso la sua tana, per abitudine o perché insidiata da rivali per il cibo, tana posta solitamente sotto una roccia, nei pressi della cascata, in un punto nascosto, dove si trova il suo rifugio abituale, per continuare a mangiare in sicurezza il cibo conquistato. A questo punto dell’ azione di pesca le cose possono ulteriormente complicarsi, perché una Trota in tana è sempre un’ incognita per il pescatore.

      In poche frazioni di secondo si deve decidere se lasciare che il pesce entri nel suo rifugio, affinché mangi con calma e si agganci quasi da solo all’ amo, o recuperare, dando il colpo di ferrata con la canna. Nella tana infatti gli spazi sono spesso angusti e il filo può incappare in punti taglienti delle rocce, per cui si rischia di tranciarlo, oppure si verificano situazioni in cui il pesce rimane saldamente bloccato nel suo rifugio, cosa che rende impossibile il tirarlo fuori dalla tana senza rischiare di strappare il filo o procurare dei danni al pesce stesso.

      Spesso conviene perciò ferrare quasi immediatamente, termine che indica il colpo con la canna a frusta all’ indietro subito dopo l’ abboccata del pesce e conseguente recupero del filo con il mulinello, per far si che l’ amo punga la trota e permetta al pescatore di trarla fuori dall’ acqua, anche se alte sono le probabilità che il pesce, non avendo ancora ingoiato il cibo e tenendolo nella parte anteriore della bocca, a filo di labbra, lo sputi e si liberi dall’ amo.

      Proprio perché l’ esca viene masticata e parzialmente ingerita dal pesce, questa tecnica di pesca è meno preservante per l’ integrità fisica della Trota, poiché l’ amo può ferire il pesce, rendendo più complessa la slamatura, o liberazione del pesce dall’ amo, senza il rischio di ledere qualche parte dell’ apparato boccale dello stesso. Risulta così che la tecnica con l’ esca viva, sia la meno adatta a fare una pesca sportiva di cattura e rilascio, perché più difficile risulta liberare il pesce dall’ amo e rimetterlo in acqua indenne. Proprio per limitare questi potenziali danni, di solito si tende ad utilizzare ami di generose dimensioni, in modo che le piccole trote non possano neppure ingoiarli, mentre le più grosse, con ami di grandi dimensioni, sono punte sul labbro e facilmente liberabili, seguendo alcune semplici precauzioni. Tra queste, bagnarsi bene le mani per non intaccare il film lipidico che ricopre la superficie del corpo del pesce, la trota infatti non ha scaglie, come molti altri pesci, la sua forma altamente idrodinamica si basa proprio sulla pelle nuda, che oppone minore resistenza al movimento in acqua, ed è però ricoperta da una mucillagine che protegge il pesce dagli attacchi di parassiti e di altri microorganismi, garantendo al contempo una buona aerodinamica corporea.

      Il pesce va maneggiato con attenzione e delicatezza, senza esercitare pressioni sul suo corpo, basta tenerlo immobilizzato per permettere di togliere l’ amo o l’ ancoretta dalle labbra, operazione in alcuni casi più complicata se l’ amo si è agganciato nel palato o se più di uno dei bracci dell’ ancoretta si sono conficcati nella bocca della trota. Una volta sganciata e libera, la trota va inserita in acqua, possibilmente muovendola delicatamente per permettere alle branchie di ossigenarsi nuovamente, tenendola per la coda, in acque correnti ma non eccessivamente veloci, in modo che riprenda conoscenza e sia lei a muoversi lasciando la mano del pescatore, che la regge. Tutti questi piccoli accorgimenti riescono a limitare al minimo la sofferenza e i disagi del pesce, che viene, per qualche secondo, tolto dal suo ambiente naturale e costretto ad andare un poco in debito di ossigeno, ma se si è attenti e rapidi, la trota ritorna nel suo ambiente liquido senza portarsi dietro nessuna menomazione o trauma, se non un’ esperienza che gli servirà per essere più guardinga e attenta, facendole guadagnare opportunità di sopravvivenza ad un ulteriore passaggio di un pescatore che tenterà di insidiarla.

       

      Differenza sostanziale tra le due tecniche, con artificiale e con esca viva, sono anche i tempi di reazione e le modalità di abboccata del pesce. Nel primo caso il cucchiaino transita velocemente nell’ acqua, per il recupero molto rapido della lenza fatto girando con continuità il mulinello, che aumenta ancora se si lancia in acque correnti e in rapida discesa a valle. Qui la trota ha pochi istanti per reagire, se si riesce a solleticarne la voracità e la curiosità spesso l’ attacco è immediato, addirittura con l’ artificiale in volo sopra lo specchio d’ acqua, e da qui inizia la sfida tra il pesce, che cerca di liberarsi dalla presa, e il pescatore che vuole spiaggiarlo fuor d’ acqua. La trota tenta di liberarsi dal cucchiaino dimenandosi in acqua, saltando fuori dalla superficie del torrente, dove il filo non è più sostenuto dal liquido e permette al pesce di sganciarsi più facilmente, ed anche, comportamento più tipico delle trote di una certa mole, venendo velocemente incontro al pescatore e quindi allentando la tensione della lenza e favorendo così la probabilità di sganciarsi dell’ ancoretta dalla bocca. Altra variabile nel recupero è data dalle posizioni spesso precarie in cui ci si trova a lottare con la trota, cioè in acque vorticose, in difficile equilibrio, nascosti dietro ad una roccia, oppure in posizione elevata rispetto all’ acqua e dovendo sollevare il pesce in aria, quindi senza sostegno del liquido, questo diventa immediatamente più pesante e in grado di divincolarsi in modo più disordinato.

      Nel caso di pesca con l’ esca viva, questa viene lanciata e fatta scendere verso il fondo, portata a spasso dalla corrente e mossa con piccoli recuperi dal pescatore, rimanendo più tempo a disposizione dei pesci ma è meno visibile di un oggetto in veloce movimento e luccicante, per cui risulta essere più una pesca di attesa e intercettazione del pesce che di sorpresa. Inoltre, una volta ghermito il boccone, il pesce assaggia e mastica il cibo, con tempi più lenti, spesso con cautela, tanto più la trota è grossa, e quindi bisogna attendere il giusto momento prima di ferrare, scelta spesso aleatoria e dettata dall’ esperienza e dalla sensazione che la trota mangi più o meno voracemente, pena il rischio di togliere letteralmente di bocca al pesce il ghiotto boccone.

      Buona parte delle abboccate, sia all’ esca finta che al vivo, vanno a vuoto, nel senso che il pesce sputa prima della ferrata, perché sente per esempio la punta dell’ amo pungerlo, oppure non aggancia il cucchiaino o si sgancia durante il recupero. Qualche volta beffa il pescatore anche se è stato spiaggiato, tale è la reattività, il saltare disordinato, il dimenarsi puntando per istinto sempre e immancabilmente tra l’ altro, in direzione dell’ acqua, unito al fatto di avere la superficie del corpo molto viscida che favorisce il nuoto, da lasciare di stucco il pescatore che è convinto di averla ormai in pugno. Non si contano le situazioni nelle quali mi è capitato di rimanere basito osservando il guizzo finale di una trota, considerata oramai catturata, che recupera il suo ambiente senza dare la possibilità di fare più nulla, lasciando con il rammarico di non essere stato più rapido, perché anche avventandosi sul pesce con le mani, pure in pochi centimetri d’ acqua la trota diventa inafferrabile e di nuovo padrona incontrastata della situazione, capace di dileguarsi in un attimo !.

      Esiste un altro approccio, molto tecnico, di pesca alla trota, è rappresentato dalla pesca a mosca, ovvero una pesca eseguita lanciando a notevole distanza, anche 12-15 metri, una lenza cosiddetta a coda di topo, che si proietta ed estende proprio per la sua conformazione e peso, alla punta della quale viene legata una moschina artificiale, costruita per imitare le piccole efemere ed altri insetti volanti, del peso di un paio di grammi. Il pescatore, eseguendo un movimento a frusta, con una canna e un mulinello speciali, distende muovendo la canna avanti ed indietro, la lenza fino a posarla sul pelo dell‘ acqua, dove attira le Trote che attaccano la riproduzione dell’ insetto che cela un amo.

      E’ una variante di pesca molto tecnica, ma richiede oltre ad un allenamento ed una pratica notevoli, anche il corretto spazio per poter muovere una lenza avanti ed indietro, in aria, senza che questa si impigli in rami, fronde o altro e per la morfologia dei torrenti che frequento è una tecnica di pesca che non è praticabile con successo. Oltre a quelle elencate, che sono le principali, esistono non solo altre tecniche e tipologie di pesca, legate anche alle caratteristiche differenti di torrenti, luoghi di pesca, ambienti, ma anche di quelle sopra citate vi sono innumerevoli varianti, spesso anche messe a punto da singoli pescatori, con modifiche delle esche artificiali, uso di galleggianti, utilizzo di canne molto lunghe e di attrezzature differenti da quanto io ho menzionato e delle quali, nello specifico delle mie esperienze, più avanti racconterò nel dettaglio di alcune di esse.  

      Le numerose varianti tecniche, frutto anche delle tradizioni locali, sono una prova ulteriore di uno sport molto variegato, che rappresenta una ricchezza sia per la passione in sé che per l’ importanza del tramandarsi di nozioni, metodi di pesca spesso profondamente differenti, comunque fonti di cultura, vitalità, diversificazione e diffusione di questo sport antico, o come vogliamo definirlo, passione, od anche hobby, che ci permette di passare del tempo immersi nella natura.

       

      Alla prossima puntata 

       

      saluti , Dario 

       

    2. Scendo alla prossima

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      Ogni tanto, così, quando capita... proverò a scrivere qualcosa.. Sarà sempre qualcosa che riguarda la musica... in un modo o l'altro. 

       

      Vorrei iniziare con una cosa "stravagante", ma, vi assicuro... anche bellissima. piace ai grandi e piccini! 🇳🇱

       

       

       DRAAI

      ORGELS !!!!!!!!!!

       

       

      Chi è stato in Olanda, specialmente in giornate di sole, probabilmente li avrà visti, per strada, nelle piazze, questi bellissimi strumenti.
      Grandi, quasi sempre molto belli (colori, statuette che si muovono, abbellimenti vari ecc…).
      Si tratta di una tradizione tipicamente Olandese, non la si trova in nessun’altra parte del mondo.

      La parola “Draaiorgel” è composta da due parole: “Draaien” (girare) e “Orgel” (organo)

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      Evidente, quindi, che parliamo di un “organo (a canne)” che, per azionarlo, si deve “girare” qualcosa, in questo caso una grande manovella.
      Ne esistono ormai pochi, di quelli veri e puri a manovella… ormai sono sempre più spesso “a motore”, ma hanno meno fascino, anche perché… il rumore del motore, oltrechè inquinare, infastidisce l’ascoltatore.
      Invece della parola “DraaiOrgel” si può usare anche  “BoekenOrgel” (boek = libro), che forse sarebbe la denominazione ancora migliore, perché l’organo “legge” i fori del libro (guardate le immagini, sono piuttosto esaustive…) 
      Spesso questi “Draaiorgels” vengono chiamati “straatorgels” (=organi da strada…)

                                                                            image.png.1c2ef4717fa47fac6ffa6e8a9a9bd16b.png
      Si tratta quindi di un organo a canne che suona automaticamente (come vedremo poi… ciò che manca è…. la tastiera…). Oltre alle canne d'organo, può avere anche altri strumenti, ad esempio le percussioni.
      I tubi sono solitamente fatti di legno, alcune volte di metallo, di solito zincato. I tubi vengono forniti di aria (negli organi parliamo di "vento") forniti da un soffietto. La differenza principale è che un organo “tradizionale”  è azionato da mani e piedi umani e un “Draaiorgel” da un “libro musicale” in movimento, di solito un librone di cartone (ecco perché si dice che suona automaticamente).
      L'origine di queste meraviglie la dobbiamo all’'italiano Ludovico Gavioli che ne iniziò la produzione a Parigi intorno al 1850. Ebbe un buon successo, tanto è che poi venne imitato da Belgi, Tedeschi e Francesi e Olandesi.
      Anselmo è figlio dell’inventore Ludovico (a sua volta figlio di Giacomo Gaviolli, di origini Modenesi, che prenderà fissa dimora in Parigi) 

      ===>  image.png.1600029f4856f976394f34d9ead7d8f4.png

      Nel 1892, l’italo-francese Anselmo Gavioli ottiene un brevetto per il libro d'organo in cartone. 
      Per leggere questi libri era importante il sistema di scansione, che avviene in modo pneumatico, sempre inventato da Anselmo.
      Le stecche (chiavi) del brevetto Gavioli usavano i fori del libro d'organo e aprivano piccole valvole per controllare le parti dell'organo. Le fabbriche Tedesche, intorno al 1900, svilupparono sistemi alternativi per aggirare il brevetto di Gavioli. 
      Fin qui, la  (piccola, di certo non esaustiva…) introduzione tecnica.

      Del resto… io non sono un tecnico… le informazioni le ho cercate sul web e non vorrei tediarvi con spiegazioni vaghe o, peggio, inesatte (so che c’è qualche organista, qui sul Melius… se volesse intervenire… Ben Venga!)
      Ciò che più mi preme è parlarvi della bellezza (anche, <attenzione> SONICA) di questi organi da strada…
      Da bambino… quante volte mi fermavo a guardare e ascoltare…  
      i più belli, di questi organi, sono quelli “manuali”… dove c’è un uomo, e non una macchina, che fa girare questo grande volano, che in alcuni casi poteva superare le dimensioni di un timone di una piccola nave (guardate la foto).. Ovviamente… un uomo non può stare lì a girare un giorno intero… Difatti… quando “si va fuori a suonare” spesso usciva una squadra vera e propria, normalmente fatta da tre o quattro uomini (qualche rara volta si vedeva una donna…) che si davano il cambio.
      Ognuno poteva svolgere le varie mansioni, che sono, sostanzialmente, 3:
      1)    Girare il volano (e qui ci vuole bravura, perché immaginatevi che risultati produce la musica, se ogni tanto si rallenta o si aumenta di velocità … è un po’ come far rallentare con un dito sul piatto un giradischi… / in alternativa… c’è l’addetto al funzionamento del generatore….


      2)    Porgere il “piattino ( “geldbak” di rame e ottone, è un classico!) ai turisti, passanti, curiosi: che non mancheranno di inserirci una moneta (un euro, 50 cent, due euro ecc…). Le monete metalliche, dentro al piattino, vengono usate per “ritmare” la musica, un po’ come si fa coi maracas… Se il giro è buono (e spesso lo è, perché si “tirano su” davvero molte monete…) a fine del brano, un po’ come dare il colpo  sulla gran cassa o sui timpani alla fine dei brani ai concerti, questo piattino viene svuotato in un grande contenitore di metallo. Ed è, davvero! anche per i proprietari dell’organo, un gran bel sentire…  


      3)    Preparare i libri (di cui ogni pagina è fatta di un grosso cartone) , inserirli e fare ripartire “alla svelta” ogni volta un libro (= un brano musicale…) finisca. 

       

      1: girare, prego!   image.png.4841580c198b83ae942dcc090ef3e7c3.png   2: una monetina, per favore!!! image.png.bcdda1784838218b775b0446d51db712.png   3: ecco... un libro che "fa suonare lo strumento"    image.png.cd7d3a2c07046efdaf80176a06b1a07e.png  

        
      In Olanda questi (possiamo chiamarli “strumenti da strada” ) erano, e, sono tuttora, molto amati. Infatti. Quelli esistenti, tutti con decine di anni sulle spalle, alcuni dell’inizio 1900 sono quasi tutti inseriti nei beni Culturali (come se fossero MONUMENTI NAZIONALI) e non possono essere venduti all’estero. Questa tradizione non accenna a scomparire... Al momento risulta che vi sono una sessantina ancora attivi...


      I controlli sono piuttosto rigorosi, quindi se, come è facile vi capiti, vi innamoraste di una di queste macchine, non provate a comprare/esportarne una… ve ne potreste pentire amaramente. 😀

      Sento già la domanda nell’aria…. “che tipo di musica ci si può aspettare?”
      be'… di tutto… quasi sempre brani popolari: pop, blues, folk. Dei piccoli walzer… Mi ricordo, da piccolo, a volte brani degli ABBA. Di certo… mi ricordo (mi piaceva tantissimo...)  “ob la dì, ob la dà, dei Fab Four, che veniva suonato su un organo che ogni tanto passava dalla mia città…
      Comunque… qualsiasi fosse il brano “suonato” (e la parola è giusta, non si tratta di musica riprodotta), il tempo utile, per una canzone, si aggirava sui due o tre minuti, forse 4. Non poteva essere di durata molto più lunga, perché… il libro con le pagine forate non poteva superare certe dimensioni.
      I miei, quando sono andati in pensione, (io abitavo già da mooooolti anni in Italia)  hanno traslocato.

      Uno dei loro “nuovi vicini di casa” era uno dei pochi artigiani che ancora facevano questi libri. Un giorno, insieme al mio papà, siamo andati a vedere il suo ambulatorio… non vi dico che fascino esercitava su di me, la visione di questi libri e strumenti… (in pratica… ogni nota veniva impressa sulle pagine del librone. Ma invece di inchiostro, si faceva un foro. Ovviamente, trattandosi di musica per organo, potevano esserci molte note, una sopra l’altra, (come con uno spartito per pianoforte, organo, chitarra ecc….). Questi libri, non si aprivano “a libro” come siamo abituati quando leggiamo i nostri romanzi.

      Invece è una pagina unica, lunga decine e decine di metri, che si ripiega a zigzag. (la foto, anche in questo caso, mi facilita il compito di spiegarvi come funziona…).
      Tuttavia… visto il peso e la delicatezza di questi libri, fu introdotta anche la versione coi rulli di carta….. Il sistema è molto simile, ma invece di pagine ripiegate a zigzag si srotola la carta…..

      Qualche filmato: il famoso “de Arabier
      https://www.youtube.com/watch?v=UG7vKn3i4k4
      https://www.youtube.com/watch?v=RB52EkPQKmQ

      scusate… questo sito è in lingua Olandese, si può scegliere anche Inglese, Tedesco, Francese e Spagnolo… (manca l’Italiano…) ma le immagini, e alcuni filmati, spiegheranno molto più di mille parole…: https://www.museumspeelklok.nl/collectie/draaiorgels/
      In questo museo si possono ammirare molti strumenti automatici, dal più grande al più piccolo…)

      Guardate qui, verso i sessanta secondi: facilissimo capire come funzionava il “boeken orgel”-
      https://www.youtube.com/watch?v=UG7vKn3i4k4

      non capirete le domande, le risposte e nemmeno le spiegazioni… ma se vi interessa l’argomento… vi invito a guardare il filmato. Spiega molto!
      https://www.youtube.com/watch?v=w-yQKxW-p3U
       

      qualche foto non guasta...  image.png.ffd4c47c271cfd5437ebb399e60ef58d.png     image.png.7a7ba22633d5f756dd70dfb9a3de54bf.pngimage.png.0437af2b3b4117773eea4e5b3bc18383.png      

       

      per finire un immagine del più grande "draaiorgel" esistente, funzionante (è moderno... costruito nel 2003) 

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       e questo?    ... è il camion, appositamente costruito, per trasportarlo...  image.png.0f494e15bd4e04b77aafcefe9788cbb5.png

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      Le cartoline di oggi vi parlano di un lago affascinante, di un ottimo pranzetto, di un’antica leggenda, di un’isola incantevole, e di un percorso mistico.

      Orta, che sorge sulle rive del lago omonimo, è classificato tra i 100 borghi più belli d’Italia. Il lago si è formato dal ghiacciaio del Sempione ed è separato dal lago Maggiore dalla cima del Mottarone. Siamo in Piemonte, nella provincia di Novara. Sono tante le camminate e le attività che si possono fare attorno a questo piccolo specchio d’acqua circondato da una vegetazione lussureggiante e cangiante a seconda della stagione. Gozzano, ad esempio, offre piccole spiagge attrezzate e, nei dintorni, scuole di vela e circoli di canottaggio. Orta, invece, propone soprattutto passeggiate spettacolari e, tra queste, quella al Sacro Monte attraverso una via costellata da 20 cappelle affrescate, dedicate a episodi della vita di San Francesco.

      Arrivando alla minuscola cittadina, si è attratti da una strana costruzione in stile moresco che svetta e domina il lago: si tratta di Villa Pia Crespi, costruita nel 1879, su incarico di un ricco imprenditore tessile, indigeno, che voleva farne dono alla diletta moglie, Pia. Del progetto si occupò uno dei più famosi architetti dell’epoca, Angelo Colla, e, soprattutto nel periodo tra le due guerre, ospitò, oltre al re Umberto I, molte personalità di spicco in ambito letterario e religioso. Ceduta successivamente, finì per diventare un hotel negli anni ‘80. Oggi è reputata una sorta di tempio per i gourmet poichè il suo ristorante è diretto dallo chef Antonino Cannavacciuolo. La Villa è molto bella, ha interni stupendi e preziosi, un magnifico giardino e una bella piscina ma, personalmente, non mi sembra in armonia con il contesto: la maestosità silenziosa e raccolta del panorama lacustre era già perfetta e, a mio avviso, non necessitava di “intrusi”.

      Lasciata l’auto in uno dei parcheggi posti fuori dal borgo, si scende verso il lago attraverso un dedalo di vicoli molto suggestivi, ricchi di affreschi, antichi lavatoi, balconi fioriti, ristorantini e negozietti, fino ad arrivare alla piazza Motta, dove si trova il centro del paese e il piccolo imbarcadero. Da notare il palazzetto detto il Broletto, datato 1572.

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      IL BROLETTO

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      La chiesa parrocchiale di Santa Maria Assunta

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      Le specialità della valle sono tante ma i formaggi sono il top. 

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      E’ ora di pranzo e, prima di imbarcarci per l’isola, anche noi ci sediamo in un ammiccante e già sperimentato ristorante proprio a bordo acqua, di fronte all’imbarcadero e all'isola.

      Ecco il nostro goloso menu:

      Sformatino di patata e porro, fonduta al maccagno 

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      Gnocchi di segale, grasso di Formazza, pistilli di zafferano e pancetta nostrana 

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      Sottofiletto di manzo, scalogno confit e salsa al marsala

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      Crema bruciata alla nocciola IGP del Piemonte 

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      Caffè e piccola pasticceria della casa

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      Tutto ottimo!  😋

       

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      E ora parliamo della leggenda che ha dato il nome all'isola e del miracolo di San Giulio e anche dei mostri...

      Giulio e Giuliano erano due fratelli religiosi, che, nel IV secolo, sotto l'imperatore Teodosio, si misero in viaggio con l'obiettivo di convertire i pagani e di fondare 100 chiese. Lungo era stato il cammino e anche faticoso ma la loro fede li aveva sempre aiutati a superare i pericoli e le avversità incontrate ed erano quasi alla fine della loro missione dopo aver fondato ben 99 chiese quando giunsero alle rive del lago! Giulio era anche un esorcista e, decise che la centesima l’avrebbe fondata proprio su quell’isola “maledetta”!  Si diceva infatti che l’isola fosse infestata da draghi e serpenti feroci che si cibavano, in un solo boccone, di capre selvatiche, di buoi e anche di quei malcapitati che, in barca, osavano avvicinarsi.

      I barcaioli infatti si limitavano a pescare poco distanti dalla riva e lontano dall’isola ma raccontavano di avvistamenti spaventosi e descrivevano i mostri arricchendoli con particolari agghiaccianti. Nessuno mai si sarebbe arrischiato a trasportare i due monaci, anzi, gli abitanti tutti li supplicarono di lasciar perdere e di abbandonare quella idea così folle. Giulio non si lasciò convincere e, inginocchiatosi sulla riva, iniziò a pregare chiedendo l’aiuto del Signore. E avvenne il miracolo!  Il suo mantello si trasformò magicamente in una sorta di barca  resistente alle onde create dai draghi e lo portò sano e salvo sull’isola dove, non solo sconfisse le forze del male ma riuscì anche,con l'aiuto di tutti i borghigiani, sedotti e convertiti dal miracolo, a fondare la sua centesima chiesa!!  Ora nella sacristia della chiesa è conservato un lungo osso, forse una vertebra, del drago ucciso dal Santo che, a sua volta, è sepolto nella cripta sottostante.

      Sì, ho raccontato una bella fiaba che, di vero, pare abbia solo qualche radice:in realtà, forse, sull’isola abitavano dei pagani irriducibili e crudeli. Per quanto riguarda l’osso pare, invece, sia un fossile di una balenottera spiaggiatasi e defunta in epoca glaciale! Sotto la chiesa, poi, si sono trovati anche i resti di un’altra chiesa costruita in epoca precedente. 

      Da segnalare, comunque, che ancora oggi, alcuni barcaioli sostengono di avvistare, a volte, degli strani mostri, simili a coccodrilli che sbucano dall’acqua e, con fare aggressivo, li spaventano. Insomma, anche in Piemonte abbiamo il nostro Lochness!!  😱  😂

       

      Adesso torniamo seri, abbandoniamo le fantasie e imbarchiamoci alla volta dell’isola.

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      San Giulio domina dall'alto del Palazzo Vescovile

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      Già dal lago, mentre ci avviciniamo,  ci rendiamo conto di quanto possa essere bella, romantica e ricca di fascino:

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      L’isola, molto piccola, detta anche isola del Silenzio, ha soltanto una via perimetrale dotata di una particolarità: se si intraprende il cammino in un verso si percorre la via del silenzio, se ci si incammina nell'altro senso, la via della meditazione. In certi periodi, lungo la via, si possono leggere dei cartelli fronte/retro, multilingue, con frasi diverse scritte a seconda del percorso: questi pensieri sono quelli di una badessa, Madre Anna Maria Canopi.

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      Lungo la via si incontra anche una passerella celata che serve alle suore di clausura per accedere direttamente dal convento alla chiesa senza passare dalla stradina pubblica.

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      La popolazione dell'isola non arriva a 100 abitanti, di questi, almeno 70, sono suore di clausura benedettine dedite allo studio di testi sacri, alla preghiera e alla meditazione.

      Non si può non restare immersi in questa atmosfera così tranquilla e serena e neppure non riflettere su quanto si legge camminando, istintivamente, a passo lento e con rispetto.

      Ed ecco l'interno della basilica di san Giulio che ha il fronte direttamente sul lago: è ricca di dipinti di epoche diverse ed è impreziosita dall'ambone in serpentino d'Oira, una pietra verde estratta nella zona.

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      Una cosa è certa, anche se non si tratta di un miracolo, dopo questa passeggiata, tornando a casa, ci si sente davvero più sereni, leggeri e rilassati! 😉

       

       

       

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    4. Sarà certamente il paese del sole, Napoli, ma quelle volte che piove non siamo secondi a nessuno, modestamente!

      E fatalmente il traffico si blocca, non c'è una ragione precisa, è come una vibrazione coordinata, una specie di cosa mistica che prende tutti i napoletani: piove? Fermiamoci, freno a mano e conversazione.
       

      Al Ponte dei Francesi.

      E' così è capitato ultimamente anche a me, via Ponte dei Francesi con in macchina una Antonella e un Antonio, parte la conversazione a allora faccio notare ai miei compagni di sosta la curiosa coincidenza: Antonio e Antonella bloccati al Ponte dei Francesi, curiosa coincidenza, no?
      Niente! Ma come? - insisto - il Canto dei Sanfedisti ve lo ricordate? Niente. Mi sento obbligato allora a raccontare il fattariello che ora condivido con voi.

       

      Lazzari e giacobini.

      Nella notte del 15 gennaio 1799 i francesi sono alle porte, avviene spontanea la mobilitazione del popolo napoletano. Ai lazzari si uniscono le corporazioni: i cavatori di tufo della Sanità, i conciapelli dei vicoli delle Concerie, gli scaricatori del Porto, gli ortolani e i fruttaioli del Mercato, ma soprattutto gli infiammatissimi "luciani" cioè marinai e pescatori di Santa Lucia, il più ardentemente borbonico dei quartieri di Napoli. 

       


      Nel frattempo, la borghesia pensa a difendere i suoi interessi e negozia sotto banco con i francesi giacobini: in seguito si cantò "chi tene pane e vino add’esse giacubbino".
      Per le strade della capitale "sonano li cunsigli" per chiamare il popolo a raccolta, "serra! serra!": senza capi militari e senza armi da fuoco, cinta la fronte da fazzoletti sotto cui è posta l’immagine miracolosa di san Gennaro, una folla di quarantamila lazzari giura davanti alle sante reliquie di morire in difesa della patria e della Fede. Il grido è "viva san Gennaro" e " viva ‘o Rre nuosto", l'insegna è una bandiera con l’effigie di un teschio e la scritta "evviva il Santo Ianuario nostro generalissimo".

       

      Il tradimento dei borghesi.

      Scrisse il generale Championnet nella sua relazione a Parigi: "si combatte in ogni strada, il terreno è disputato palmo a palmo, i lazzari sono guidati da capi intrepidi. I lazzari, questi uomini meravigliosi sono degli eroi". Ma i giacobini napoletani con l'inganno si impadronirono di castel Sant’Elmo e dall'alto cominciarono a bombardare la città facendo strage del popolo dei loro stessi concittadini.
      La città si arrese, restarono sul campo duemila francesi e diecimila napoletani, il tradimento dei borghesi causò una frattura insanabile col popolo minuto che ancora oggi è aperta.
       

      San Gennaro giacobino.

      Il popolo era adirato col suo protettore e già lo sospettava di cripto-giacobinismo quando si diffuse la notizia (storicamente dubbia, oggi si direbbe una fake news) che san Gennaro avesse fatto il miracolo al cospetto di Championnet! Appellato "cornuto e svergognato", il santo fu detronizzato - cioè non fu più il patrono di Napoli - e le sue effigi vennero impiccate ed esposte al pubblico ludibrio. Al suo posto fu intronato il potente sant'Antonio che presto si guadagnerà sul campo di battaglia il titolo di "glorioso", proprio in quel punto che fu poi chiamato Ponte dei Francesi.

       

      Presto vi racconterò il resto, nel frattempo godetevi Marta Giardina in questa interpretazione de Il Canto dei Sanfedisti, sempre senza nulla a pretendere.

       


       

    5. i maya erano ossessionati dal tempo, i loro sacerdoti avevano calcolato con precisione sconosciuta fin quasi ai giorni nostri, la durata dell’anno solare e del ciclo di Venere ed avevano anche fissato una data per l’origine del loro mondo, intorno al luglio d3l 3114 avanti cristo (facendo riferimento alla nostra datazione del tempo). Secondo la loro visione, il mondo aveva subito processi periodici di distruzione be rinascita, che non erano terminati e potevano ripresentarsi. Una fine del mondo doveva necessariamente accadere alla fine di un katun (periodo di 20 anni solari>), il computo del tempo era quindi un compito essenziale della casta sacerdotale

      Il calendario maya era basato sull’incastro tra un ciclo solare (12 mesi di 30 giorni cadauno, per un totale di 360 giorni) con un calendario lunare di 13 mesi di 20 giorni cadauno, per complessivi 260 giorni) ogni giorno era dunque perfettamente individuati da mese solare, giorno solare, mese lunare e giorno lunare. I sacerdoti utilizzavano questo 4 elementi (ognuno dei quali aveva un significato religioso preciso, sia se associato ade una divinità, sia se associato ad un numero) per formulare vaticini e profezie, a partire dalla data di nascita (una sorta di oroscopo) per finire alle vicende contingenti (affari, guerre, figli, ec.).

      Questo calendario ricominciava il suo ciclo ogni 52 anni solari. Naturalmente i maya sapevano bene che l’anno solare non dura 360 giorni, ma 365 e rotti, per cui, similmente a quello che facciamo noi con gli anni bisestili, periodicamente inserivano dei giorni oscuri per riallineare le cose. Questi giorni oscuri erano portatori di sciagura, si evitavano le nascite o se ne cambiava la data, si evitava di intraprendere le attività, tipicamente erano inseriti alla fine del ciclo dei 52 anni.

      si aspettava spasmodicamente l’alba de nuovo giorno come conferma che il sole (dio anche della morte) avesse ri-iniziato il suo ciclo vitale, e per favorirne il ritorno si consumavano sacrifici umani. Le vittime, tipicamente prigionieri catturati in battaglia, meglio se di nobile schiatta, venivano storditi con alcol e stupefacenti affinché non si ribellassero durante la cerimonia, il dio non avrebbe gradito una vittima recalcitrante. Questa infausta sorte toccò anche a 7 conigli, il potente sovrano di Copan, che dopo aver sbaragliato molti nemici venne sconfitto in battaglia e catturato in una guerra contro una città vicina, sulla carta assai meno potente.

      Il ciclo dei 52 anni alla lunga poteva ingenerare confusione tra eventi avvenuto lo stesso giorno ma in katun differenti, per questo i maya fino a tutto il periodo classico (diciamo fino all’800 dopo Cristo) adottarono il cosiddetto con lungo, che collocava ogni katun in un momento temporale ben definito, rispetto alla data della mitica nascita del mondo.

      Dopo il crollo della civiltà maya classica, il conto lungo venne abbandonato

      Collocare cronologicamente le vicende maya rispetto al nostro calendario non è facile, ci vengono in aiuto le steli in cui vengono riportate le date delle eclissi di sole e di luna, nonché, in mancanza del conto lungo, la corrispondenza tra le date sulle steli ed eventi vissuti dai conquistadores

      Per chi vuole saperne di più, ed avere anche un metodo facile per trasformare una data attuale, per esempio la propria data di nascita, in una data maya suggerisco il libro “i maya” di morley, brainerd e shared, edito da editori riuniti

      Con alcune differenze sui nomi, il calendario maya venne adottato anche da altre popolazioni della mesoamerica, p'er esempio gli aztechi. Il calendario lunare rispondeva alle esigenza della agricoltura e dei riti ad essa associati, il calendario solare si prestava meglio alle necessità della società civile, con l'avvertenza che civile non va inteso come laico, il peso dei sacerdoti rimaneva sempre prevalente



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