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    di Enrico Felici Quando mi è stato proposto di provare il giradischi Clearaudio Concept, ho accettato volentieri, per tre ordini di motivi. Il primo è che essendo nato con l’analogico (e non avendolo mai abbandonato) mi intriga sempre ascoltare un giradischi che non conosco; il secondo è che della Clearaudio ho esperienza con le testine mc (in primis la Virtuoso) e con i top di gamma ma non con i prodotti di prezzo terrestre; il terzo motivo, non meno importante, è che sono sempre più interessato, piuttosto che alle soluzioni estreme (anche nel listino e nelle dimensioni), ai prodotti solidi, facili da usare e di prezzo accettabile per l'appassionato medio, tutti requisiti che sulla carta il Clearaudio Concept sembra possedere. Prima di proseguire, due parole sulla Clearaudio. È una ditta tedesca, che fa parte del ristretto novero dei produttori (insieme con Rega, Project e pochi altri) che hanno saputo dare una risposta concreta al rinascente mercato dell’analogico, dopo che l’avvento del cd aveva portato alla chiusura di marchi storici e prestigiosi . Clearaudio fa la sua comparsa sul finire degli anni ‘70 del secolo scorso presentando una testina mc con soluzioni innovative. L’attenzione all’innovazione è una costante nella produzione Clearaudio, che oggi è attiva e ben conosciuta per tutto quello che riguarda la buona riproduzione del “disco nero”, giradischi, bracci, testine, pre phono, lavadischi ed accessori. Un catalogo vasto ma non eccessivo che copre un po' tutte le fasce di mercato, mai dimenticando l’utenza “normale” quella che non ha il portafoglio a fisarmonica e non può permettersi di avere in casa oggetti troppo delicati, troppo ingombranti e troppo pesanti. Tre ascoltatori e un giradischi Purtroppo, causa indisponibilità temporanea di casa mia per le prove di ascolto (lavori di ristrutturazione in corso, che comprendono anche il rifacimento e la messa a noma dell’impianto elettrico) la prova non si è svolta nella mia abitazione ma in quella di Renato Franceschin, un ambiente che conosco molto bene per avervi ascoltato tante cose diverse a lungo. Ma non tutto il male vien per nuocere, già in passato io, Renato e Giovanni Aste ci eravamo organizzati per effettuare delle prove congiunte, sei orecchie son meglio di due e il confronto tra noi è stato motivo di crescita comune e di puntualizzazione delle singole esperienze. Questa volta c’era da ascoltare non un oggetto solo ma un impianto con componenti tutti per noi tre sconosciuti, composto dal sistema analogico Clearaudio Concept (dico sistema perché è un insieme giradischi/braccio/testina venduto congiuntamente in modo da offrire all’utente finale un setup analogico plug and play, settato in fabbrica e pronto per l’uso), dal’amplificatore valvolare Synthesis Roma AC753, dal dac Bryston BDA3 e dai diffusori Aliante Decò. Anche se ci siamo divisi i compiti per quanto attiene la redazione degli articoli (a Giovanni l’ampli a valvole, a me il giradischi e i diffusori, a Renato il dac Bryston) abbiamo lavorato congiuntamente, confrontando “a bocce ferme” (ossia non durante l'ascolto dei vari brani) le differenti (che poi tanto differenti non sono state) impressioni, per cui gli articoli, pur a firma di uno, costituiscono una sintesi del pensiero di tutti. Ovviamente non essendo a casa mia e non sapendo cosa mi aspettava, mi sono portato gli “attrezzi del mestiere” dell'analogista, disco test HiFi News, disco test RCA, disco stroboscopico, bilancina elettronica e bilancina meccanica simil Shure, bolle di livello varie, set di cacciavitini, microscopio portatile, dima, attrezzino per la verifica del vta, anche qualche cavetto per lo shell (non si sa mai). Andiamo a incominciare Il Concept è arrivato in un solido imballo, praticamente in versione plug and play, braccio già installato con testina dimata in fabbrica. l’unica cosa che occorre fare è montare il piatto sul perno, operazione semplice ed alla portata della "casalinga di Voghera”, collegare il gira al pre phono ed alla rete elettrica, e si è pronti a partire. Dal punto di vita tecnico il Clearaudio Concept è un trazione a cinghia, sospensioni rigide, motore in dc con spazzole e cuscinetti a basso rumore, tre velocità di rotazione, 33, 45 e 78 giri (quest’ultima piuttosto rara a trovarsi). Il giradischi, come speso accade con i prodotti odierni, viene fornito di serie senza coperchio in plexiglas, che può essere preso a parte come optional. Il giradischi è molto bello, una linea che si inserisce bene in qualunque ambiente, con un waf ritengo alto (verificato sul parere delle donne che lo hanno visto), dà una impressione di solidità teutonica senza essere troppo invasivo. Il peso, poco sotto gli 8 kg, conferma che non siamo in presenza di un giocattolo, il braccio denominato con fantasia tedesca anch’esso Clearaudio Concept appare essere di buona fattura, l’unica cosa a mio avviso criticabile è l'utilizzazione di uno shell non a standard EIA però (a meno di non essere come me un fissato del pick-up rolling) non dovrebbe disturbare più di tanto il potenziale acquirente del Concept. Completa il sistema una testina mm, denominata anche essa (ovviamente) Clearaudio Concept. Volendo il gira può essere venduto (con supplemento di prezzo) con il braccio Clearaudio Satisfaction e/o con una testina mc Clearaudio (Concept mc o Essence mc). Anche la finitura può essere scelta dall'utente tra nero/argento, nero, legno,legno scuro. Il giradischi è stato inserito in una catena audio costituita da un ampli a valvole Sinthesys Roma ac753, solo linea, pre phono Trichord Dino e diffusori Aliante Decò (anche se nel corso degli ascolti ne abbiamo saltuariamente utilizzato anche altri). Per gli amanti dei cavi, che saranno sicuramente curiosi di saperne di più, posso dire che la gran parte degli ascolti è stata effettuata con i cavi (segnale, potenza ed alimentazione) della italiana Meleos cable. Alla prova hanno partecipato, oltre allo scrivente, anche Renato Franceschin e Giovanni Aste, i pareri sono stati tutto sommato piuttosto simili. A questo punto mi pare corretto inserire un divertente siparietto che dimostra che il momento dello stupido può capitare a tutti e che quando si ascolta un oggetto hifi è bene non dare nulla per scontato. Iniziamo con il disco test, soliti controlli di routine, canale destro, canale sinistro, segnale in fase, segnale in controfase a caso, giusto per prendere confidenza con il sistema Clearaudio e... panico!!!, un suono da oggetto guasto. Fermiamo tutto e controlliamo innanzitutto che i cavi siano correttamente inseriti, cavo del braccio, collegamento gira pre phono, collegamento pre phono ampli, ma non troviamo nessuna anomalia. Proviamo anche a collegare il pre phono ad altro ingresso ad alto livello dell’ampli, ma nulla cambia. A questo punto iniziamo ad effettuare una frenetica serie di verifiche, prima controlliamo la messa in bolla con una livella ad hoc, perfetta; allora passiamo alla messa in dima, anche qui tutto ok. Poi il vta, sempre nulla da eccepire. Con il microscopio tascabile verifichiamo lo stato dello stilo nel dubbio che durante il trasporto, nonostante l’ottimo imballo, possa avere subito un danno, ma tutto sembra perfetto. Per scrupolo ci accertiamo che il pick-up non “spanci”, a volte le sospensioni possono cedere, ma tutto appare in perfetto ordine. Anche se questa non può essere la causa, con l’ausilio del disco strobo diamo una controllata anche alla costanza e all'uniformità della rotazione del piatto, senza rilevare anomalia alcuna. Sull’orlo della crisi di nervi, ci viene una idea, sostituiamo per disperazione il pre phono, l’ottimo e ben conosciuto Trichord Dino, con un pre phono di riserva, una macchinetta economica da 20 euro e, miracolo, il gira adesso suona, pur limitato dal pre phono. Ma io sono tignoso, non mi do per vinto facilmente, prendo il Dino, lo giro e capisco l’arcano, era settato per tutt’altra testina, una mc, non per una mm. L’ho riconfigurato al volo, 47 khom di carico, 100 pf di capacità e guadagno al minimo, l’ho ricollegato nella catena audio e il Clearaudio ha iniziato a sfoderare la magia dell’analogico. Abbiamo ascoltato The Dark Side of the Moon, la nona di Beethoven nell’edizione del ‘63 diretta da Karajan, quindi un disco realizzato al di sopra di ogni sospetto dalla Fonè, e poi via via tanti altri brani. La prima cosa che si apprezza in questo setup analogico è il silenzio, la totale assenza di hum e ronzio, anche a volumi elevati, la seconda è la precisione della velocità e soprattutto l'inavvertibilità delle fluttuazioni della stessa, la terza è la capacità di tracciamento, anche su dischi datati e molto letti. II gira è sembrato decisamente bene isolato dai disturbi esterni, pur non essendo stato poggiato né su una mensola né su un tavolino audiofilo. La prova del nove la si è avuta quando sono entrate correndo le figlie del padrone di casa, il gira ha continuato a suonare senza fare una piega o un sobbalzo. Ovviamente non è un giradischi perfetto, altrimenti non si spiegherebbe perché la Clearaudio ne produca di ben più costosi. Ad essere pignoli, molto pignoli, rispetto ai top di gamma, anche della stesa Clearaudio, il Concept ha un filo di autorevolezza in meno, forse anche un pizzico di minor prontezza nei transienti, ma per rendersene conto occorre avere ascoltato macchine top settate al meglio. Il sistema Concept ha però dalla sua un invidiabile rapporto q/p, a mio modo di vedere già la sostituzione della testina con una mc di qualità, non necessariamente costosa, ne incrementerebbe in modo sostanziale le performance. Ma anche con la testina di serie è possibile godere di un suono analogico di buon livello. Concludendo A chi è rivolto questo giradischi? Ad un amante dell’analogico che non si fida a cercare nel vintage (con tutte le incognite che questo comporta), che desidera un prodotto plug and play, di facile installazione e pronto utilizzo ma che al contempo permetta nel tempo un upgrade della testina, un prodotto con una valida rete di distribuzione e di assistenza in Italia, solido nella costruzione, bello da vedere, non ingombrante e soprattutto capace di fornire prestazioni di livello ad un prezzo ancora sostenibile. Fabbricante: Clearaudio Listino (sistema completo giradischi, braccio, testina): 1.329 euro
  2. 1 point
    di Giovanni Aste Antefatto Bbzzz... messaggio uozzapp. Eh Renato, come va? come stai? Insomma, solite cose, poi però mi spiazza con una proposta a dir poco inconsueta. Entrambi ci ricordiamo con piacere della prova a sei mani (Renato, Enrico ed io) fatta qualche anno fa su una serie di piccoli diffusori per PC. Tralasciando il fatto che fu una splendida serata, la prova fu a mio avviso molto utile; persone diverse, con diversi gusti, diversi impianti, diverse aspettative, che si trovavano ad ascoltare una serie di diffusori sconosciuti e che spaziavano su diversi target, per costo e prestazioni pur avendo un indirizzo simile. Alla fine erano emersi giudizi sostanzialmente simili, segno a mio avviso, che, al di là dei gusti, l’ascolto può anche essere abbastanza oggettivo; niente di importante, a prima vista, ma non poco se visto nell’ottica di una rivista che dovrebbe cercare di dare, a prescindere dai gusti del recensore, un giudizio sull’oggetto, il più possibile assoluto. Quindi per me la prova era stata molto utile e istruttiva. Stavolta Renato voleva spingere l’asticella un po’ più in alto, partendo non da una serie di oggetti simili (quindi confrontabili) ma addirittura giudicare, per quanto possibile, un intero impianto, senza possibilità di confrontarne i singoli componenti con altri analoghi e men che meno di farlo in un ambiente conosciuto. Insomma la sfida era complessa, ma sicuramente intrigante. Pentodi EL34 italiani Detto fatto, dopo aver spostato qualche impegno di uno o dell’altro riusciamo a vederci a casa di Renato, sempre il solito trio, io, lui ed Enrico per un pomeriggio/sera di ascolti. L’impianto ha la composizione già descritta da Renato, ci dividiamo sommariamente i componenti da giudicare e a me viene assegnato l’integrato Roma. Devo dire, ad onor del vero, che il mio compito, rispetto a quello dei miei compagni d’avventura, è semplificato, perché l’ampli è stato usato con due diffusori, anche molto distanti tra loro come filosofia e costruzione e quindi questo mi ha aiutato non poco nel comprendere quello che può esserne il funzionamento proprio dell’ampli anche in differenti situazioni. Ok, andiamo a incominciare. Il Roma è un amplificatore integrato a tubi da 50 W per canale, raggiungibili grazie all’impiego di due coppie di EL34 collegate a pentodo. Gli ingressi sono cinque, solo linea, come ormai il 95% della produzione, però in questo caso è presente l’uscita pre, sottoposta al controllo di volume, che può essere sempre utile e che comunque amplia le possibilità di connessione, e quindi di utilizzo, dell’ampli stesso. L’oggetto ha un aspetto molto classico e, devo dire la verità, nella livrea che aveva in questo caso, un po’ pesantino, essendo tutto nero. Per carità, i gusti son gusti, ma ho visto che viene venduto anche in altre colorazioni a mio avviso migliori, quindi non dovrebbero esserci problemi per trovare la soluzione a voi più gradita. Altra cosa che sicuramente migliora l’aspetto del nostro è la rimozione della griglia di protezione delle valvole, che viene inserita per il rispetto delle norme vigenti, ma che ovviamente può essere rimossa, all’interno del proprio appartamento, dal fortunato possessore. Completa la dotazione un comodo telecomando col quale si comandano praticamente tutte le funzioni. L'ascolto Non potendo addentrarmi in una disamina tecnica/tecnologica non avendo potuto visionare né schemi né l’interno dell’apparecchio, vado subito sull’ascolto. Diciamo inizialmente che l’oggetto è stato collegato alternativamente a una coppia di Aliante Decò e a un’altra di Aliante One (in realtà abbiamo collegato, e ascoltato con piacere, anche una coppia di Catheram 7 seconda versione, ma l’ascolto, seppure estremamente piacevole e per certi versi sorprendente, viste le dimensioni degli oggetti, è stato troppo breve per poter dare un qualsiasi giudizio che fosse minimamente ponderato). I due diffusori sono abbastanza differenti in filosofia e quindi anche fisicamente, il primo è un diffusore da pavimento, due vie, coni in carta (molto belli almeno a vederli, specie il mid woofer), sensibilità medio alta, siamo sui 94dB, insomma, un diffusore dall’aspetto duro e puro, rigoroso; il secondo è un classico bookshelf di buona taglia, woofer in polipropilene, tweeter a cupola in tela, efficienza molto più bassa, siamo intorno a 87/88 se non mi sbaglio, un diffusore molto più “accondiscendente” e rotondo rispetto al primo, quindi due partner molto diversi per il nostro. La prima cosa che colpisce è l’assoluta mancanza di rumore, plausibile con il diffusore da 87dB, molto meno con quello da 94. Nella scheda tecnica è scritto che i filamenti delle valvole preamplificatrici sono alimentati in continua proprio per aumentare il rapporto S/N, sicuramente lo scopo è stato raggiunto e il risultato, in assenza di segnale, è un nero assoluto, chi ben incomincia… L’ampli è molto equilibrato non c’è prevalenza di una gamma sull’altra, e la risposta è ben estesa. Dinamica e contrasto sono ok e, quel che mi è piaciuto di più, è che si sono mantenuti pressoché invariati con entrambi i diffusori. Ovviamente la posizione del volume cambia, ma la vivacità e la presenza dell’insieme rimangono invariate. Il dettaglio è di ottimo livello e lo si capisce bene con le Decò, sicuramente più prestanti delle Aliante in questo contesto. I 50W si sentono tutti, con le Decò sono anche eccessivi, nel senso che si raggiungono sicuramente prima i limiti del diffusore che non quelli dell’ampli, con le Aliante sono, a mio avviso e in quell’ambiente sicuramente grande, giusti, il diffusore viene sollecitato a fondo e sempre con un buon vigore, senza alcuni indurimento del messaggio sonoro. Un ultimo accenno alla costruzione e ai materiali impiegati. Come ho già detto non ho potuto far nulla sull’ampli quindi riferisco solo ciò che ho visto esteriormente e l’impressione ricevuta. L’oggetto è ben costruito e solido, forse si perde un po’ in piccoli particolari tipo il pulsante di accensione e i pin d’ingresso, che appaiono un po’ “leggerini” rispetto al resto, molto belli invece i binding post d’uscita, di buona fattura e di corrette dimensioni. Conclusioni Il ROMA 753AC mi è piaciuto molto, è concreto, sia come aspetto, che come costruzione che come suono. Data la sua potenza è in grado di potersi accoppiare a un vasto parco di diffusori senza perdere, in nessun caso, le sue genuine caratteristiche. Può essere il fulcro del vostro impianto per molti anni a venire, sostituendo i componenti intorno vi fornirà sempre un punto fermo di elevata qualità. Il prezzo è assolutamente concorrenziale. E, last but not least, è costruito in Italia.
  3. 1 point
    1980 Ho appena compiuto 18 anni ma al Salone Internazionale Della Musica a Milano ci vado in treno. I primi soldi guadagnati con un "vero" lavoro durante l'estate ho deciso di investirli in hifi, Per la patente ci penseremo in autunno. E' il mio secondo SIM. Dopo il primo, un po' controcorrente, ho comprato una "piastra di registrazione" JVC KD10 e una cuffia, adesso ho anche l'amplificatore, Sanyo, mi mancano le "casse", vado al Sim per questo, con un discreto gruzzolo a disposizione per l'epoca. La fiera audio numero uno in Europa regalava emozioni che solo chi ha vissuto il periodo può capire. Il Munich High End attuale non rende l'idea, allora quello che vedevi potevi (forse) permettertelo. Le cose realmente fuori dall'ordinario si contavano sulla punta delle dita: "Questo non potrò mai permettermelo" così dissi a Franco quando mi rese noto il costo dello Snail Project. Le esagerazioni che possiamo vedere nelle manifestazioni audio attuali hanno alzato l'asticella su livelli impensabili allora. Ma vedere lo Snail per la prima volta in tutta la sua Leonardiana magnificenza mi lasciò senza fiato. Il legno massello, rivalutato al punto di essere utilizzato anche per gli involucri delle induttanze del crossover, per le manopole e in ogni altra parte potesse avere un significato, l'ottone lucidato dei chiavistelli che ricordava parti di antichi velieri, le forme visionarie, l'aspetto realizzativo di altissimo artigianato ponevano questo manufatto ad un livello mai raggiunto nel settore.La contrapposizione alla freddezza funzionalità del design Giapponese e alla massiccia e muscolosa produzione USA facevano risaltare al Sim del 1980 l'eleganza tutta Italiana del capolavoro di Serblin. Questo era Franco Serblin. Valerio, questa è la realizzazione del mio sogno, mi disse Franco, sono consapevole che non mi farà guadagnare, e se hai pazienza un anno o due ho grandi idee per portare la bellezza di queste forme nella casa di molti appassionati, ho già in mente il nome del prossimo prodotto, costerà circa un milione di lire la coppia, si chiamerà Parva, e il nome dell'azienda sarà Sonus Faber, ma questo per il momento non dirlo a nessuno. Fu così che diventai forse il primo cliente ufficiale di Sonus Faber, acquistai la mia coppia di Parva, i cui piedistalli ricordavano molto i "bracci" dello Snail. Molti anni dopo Franco mi telefonò per chiedermi se per caso ancora fossi in possesso delle sue "casse" e alla mia risposta positiva mi chiese di ricomprarle! Fammi questo piacere, devo accontentare il mio distributore finlandese che a sua volta deve accontentare un collezionista: a malincuore lo accontentai. Alcuni anni fa ho avuto l'opportunità di acquistare uno dei 10 esemplari di Snail realizzati, il numero 2. Anche il numero 1 è in Italia, il possessore mi dice che l'assorbente acustico all'interno del mobile del sub woofer è costituito da migliaia di piccoli batuffoli in cotone, quelli usati dai dentisti per capirci, sì perché Franco allora di mestiere non costruiva diffusori ma utilizzava il trapano per altri scopi. Quando la passione divenne mestiere e mi chiamò per riprendersi le Parva, lo andai a trovare nella sua casa in collina, arrivando con un po' di anticipo mi ricevette il nipote "dieci minuti e arriva, è andato a ritirare il primo lotto di un nuovo diffusore che uscirà a settembre, si chiama Minima, vieni che ti faccio sentire che meraviglia". Così aiutai Franco a scaricare dalla Lancia Delta con i sedili ribaltati il primo lotto di mobili delle splendide Minima Monitor. Vieni in giardino che ti faccio vedere il palo della cuccagna. Era davvero simile ma con una scaletta appoggiata e una piccola piattaforma sopra. Vedi, qui facciamo le misure in aria libera... Hai portato le Parva? Grazie mi hai fatto un grande favore, vieni che ti mostro lo stampo che usavo per formare la membrana in Kevlar del woofer. Adesso ho trovato dei partner che producono quello che gli chiedo quindi non li faccio più io i woofer, proprio ieri ho conosciuto un'azienda ancora poco nota, la Skaanings, che mi ha promesso un woofer con caratteristiche straordinarie, lo voglio abbinare a un passivo KEF, hai presente? Poi ho delle idee particolari sul crossover, roba mai tentata prima. Questo era Franco Serblin. Cosa è lo Snail Project. Il nome sta a indicare l'arco temporale enorme che trascorse dall'idea alla definizione. Franco concepì il sistema subwoofer-satelliti molto prima che le grandi aziende lo estraessero dal cilindro, ma lo concepì a modo suo. La struttura si compone di un grosso e pesantissimo mobile in legno massello di una essenza (almeno nella prima produzione) il cui uso al giorno d'oggi è assolutamente proibito, che funge, oltre che da contenitore per i due woofer, da struttura di supporto per i due bracci che paiono realmente progettati da Da Vinci, atti a sostenere i due satelliti. I bracci possono essere regolati sia in estensione che in inclinazione, e credo che questo sia l'unico sistema di questa foggia mai realizzato anche negli anni successivi. La parte superiore del mobile ospita anche il crossover passivo per la divisione della gamma medio-alta, mentre tra woofer e satelliti fu prevista una divisione "elettronica". Il crossover a vista (dotato di un coperchio sempre in legno massello) di splendida realizzazione, utilizza varie parti in legno per il bloccaggio delle induttanze ed è completato da una coppia di deliziose manopole di attenuazione sempre in massello. Le griglie di protezione, sia dell'unità sub che dei satelliti, sono costituite da una moltitudine di piccoli listelli della stessa essenza dei mobili. L'evoluzione di questa particolarità estetica sono stati gli elastici, avete presente?, imitati da molti altri costruttori di prestigio. I bracci sono settabili tramite una serie di chiavistelli in ottone lucidato, una parte di questi incorpora un occhiello per il passaggio del grosso cavo Monster Cable forse gli unici cavi "fuori standard" disponibili allora. La costruzione è spettacolare, all'epoca nulla si avvicinava a questo livello realizzativo. La componentistica era forse il meglio disponibile allora, tutta JBL. Nonostante l'età, le evoluzioni tecnologiche e dei materiali, lo Snail suona ancora dignitosamente. La gamma bassa, non particolarmente profonda, è frenata e naturale. La gamma medio bassa è forse la parte migliore del capolavoro di Franco, asciutta, tesa, con un piacevolissimo effetto di punch "live". Discreta la gamma media, leggermente nasale su alcune voci, in particolare femminili, tiene il passo del resto sulle voci maschili. Ottimi gli strumenti a fiato, dinamici al punto giusto. Gli alti utilizzano la famosissima ogiva JBL con i noti pregi e difetti. Ma, ovviamente, il valore collezionistico dello Snail prescinde dalle prestazioni sonore, una Ferrari GTO non viene acquistata per le sue prestazioni assolute. Franco Serblin è stato un appassionato che ha creato un mito, ha spianato la strada a molti altri costruttori nazionali, ha reinventato con l'impiego del legno massello il modo di costruire diffusori acustici, ha creato dal nulla un marchio che è diventato un riferimento mondiale. Una serie di vicissitudini e veti dopo aver ceduto il marchio lo ha tenuto lontano qualche anno dal mercato ma appena ne ha avuto l'opportunità vi è rientrato con prepotenza questa volta facendo del suo nome e cognome un brand. Tornando un attimo con nostalgia ai rapporti personali dopo molti anni ho ricevuto una mail che diceva più o meno così: Ciao Valerio, ho visto che vendi Mundorf, ho bisogno di alcuni componenti per un nuovo progetto perché la storia non è ancora finita.
  4. 1 point
    di Fabio Cottatellucci Introduzione Jolida è una casa del Maryland, USA, nata più di venti anni fa come produttore di componenti elettronici che ha sviluppato fra l’altro un elevato know-how nei trasformatori. Secondo uno standard collaudato dai produttori occidentali, gli apparecchi Jolida sono progettati negli USA, costruiti in Cina con componentistica solo in parte cinese (USA, Giappone e Russia ne forniscono buona parte) e rispediti nel Maryland dove vengono controllati e testati individualmente. Il patron della Jolida, Michael Allen, è stato intervistato l’anno scorso dalla prestigiosa rivista economica americana Forbes proprio in merito alle difficoltà incontrate dai produttori occidentali in Cina: http://www.forbes.com/business/global/2005/0905/086.html Da quell’intervista, che consiglio di leggere, apprendiamo fra l’altro che la Jolida conta 11 dipendenti in sede e 44 a Shanghai; se desiderate vedere che tipo sia Allen, in questo periodo una sua foto campeggia nella home page dell’importatore italiano. L’esterno La macchina si presenta in un bel doppio imballo con imbottiture di polistirolo, nello spessore delle quali sono ricavate le sedi per le valvole, codificate a prova d’errore per la corretta installazione, ed è corredata solo da un onesto cordone d’alimentazione terminato Schuko e dal manuale. Questo manuale è uno dei migliori che mi siano capitati in assoluto, ottime le indicazioni generali sulla convivenza con le valvole, sul bias, sulla messa a punto, belle le indicazioni di sicurezza. L’ho trovato scritto in modo veramente valido e completo, estremamente chiaro dalle fasi di disimballaggio alla regolazione della corrente di riposo delle EL-34, e contiene alcune pagine di consigli generali sull’uso degli amplificatori a valvole davvero ben strutturate. L’importatore mi ha assicurato che si farà autorizzare dalla Jolida a renderne disponibile per il download dal proprio sito la traduzione italiana, in corso di elaborazione. L’apparecchio si presenta esteticamente diviso in due parti distinte: blocco trasformatori e pannello valvole sopra, case sotto. Le valvole sono come sempre belle a vedersi per un appassionato, specialmente accese nella penombra; un po’ contrastante la spia d’accensione blu neon. Esteticamente, la Jolida (forse per il suo background proprio in questo componente) ha curato molto anche l’estetica del blocco trasformatori, che per me è uno fra quelli esteticamente più riusciti che io ricordi in assoluto: snello, basato sul contrasto fra alluminio anodizzato e nero opaco, con le scritte oro sulla faccia superiore. Con le valvole dona un aspetto molto stylish a tutta la parte superiore, da macchina di costo molto elevato. L’estetica della parte inferiore dell’apparecchio è dignitosa ma meno brillante di quella superiore. Entrambi i pannelli anteriore e posteriore (non solo quello frontale come di solito, quindi) sono d’alluminio spazzolato da 6mm, però stati poi fissati al telaio (lamiera da 2 mm) con viti passanti che rimangono a vista. Per quanto riguarda la componentistica, la levetta d’accensione ed il selettore degli ingressi non sembrano progettati per l’eternità. Sui fianchi sono presenti dei dadi probabilmente destinati a sorreggere la griglia. I quattro piedini sono pezzi fatti come si deve. Comodissime le manopole del selettore ingressi e del volume, gemelle, d’alluminio pieno fissate con un grano (visibile nelle foto che ritraggono quella del volume smontata) e non semplicemente innestate sul perno. La loro foggia permette, cosa ormai rara, di distinguere chiaramente anche dal divano la loro posizione. Sul pannello posteriore che, ripeto, non è di semplice lamiera verniciata ma è d’alluminio da 6mm come quello frontale, troviamo la vaschetta IEC provvista di connettore di terra, l’uscita per le casse con due diverse impedenze ed i connettori di segnale e di potenza, di media qualità. La macchina ha una capacità operativa allineata allo standard della categoria: quattro ingressi tutti linea, niente tape out (ma tanto se si deve eseguire una registrazione "importante" è sempre bene entrare direttamente nel registratore dalla sorgente), niente separazione pre — finale. Lamento come sempre, quando la riscontro, l’assenza di un’uscita cuffia e mi dispiace che non sia possibile avere un telecomando neppure come extra; in realtà, è ormai più facile indicare quali macchine siano provviste di tali accessori che quali ne sono prive. Sono rimasto invece contento di trovare una pratica vite di massa per il collegamento di un pre phono, dato che trovo davvero brutto e poco affidabile andare a massa su una vite del telaio come ormai d’uso su tante macchine. Dato interessante, invece, con 50 Euro circa è possibile avere la versione del JD 202A provvista di uscita preamplificata per un subwoofer: una ghiotta possibilità operativa per chi non vuol rinunciare alla magia dei propri bookshelf ma sente la mancanza d’un basso profondo e dinamico. Devo raccomandare l’acquisto della griglia proteggi valvole opzionale che, oltre ad essere obbligatoria per legge, effettivamente protegge i preziosi tubi da possibili urti o cadute d’oggetti e previene potenziali danni a bambini o cuccioli che dovessero incautamente entrare in contatto con essi. L’importatore mi ha fatto presente che è disponibile separatamente ad un prezzo indicativo di 100 Euro. I Jolida sono importati dalla Definizione Audio, un’azienda laziale di recentissima costituzione che si sta proponendo con tutte le carte in regola per divenire un interlocutore prezioso per gli appassionati: è provvista di un bel sito con un assortimento considerevole di apparecchi il quale, sebbene ancora in evoluzione, viene continuamente aggiornato. Ricco di contenuti, da esso si può anche acquistare on line: questo è molto importante perché a farlo non è un qualsiasi rivenditore terzo su Internet ma proprio l’importatore italiano, con tutti gli evidenti vantaggi pratici di un unico rapporto diretto con un interlocutore qualificato e "padrone della situazione" anche acquistando in rete. Per testare la possibilità di ottenere informazioni ho come al solito inviato una mail con alcune domande, senza specificare che stavo svolgendo un test, alla Jolida nel Maryland ed ho ricevuto in una settimana una risposta dal titolare Mr. Allen, e quando ho chiamato il numero per le informazioni della Definizione Audio, nonostante fosse ancora pieno agosto, mi ha subito risposto una persona molto cortese e competente, fornendomi tutte le indicazioni che chiedevo (anche qui non mi ero qualificato): ottimo approccio considerato che non ho manifestato alcun particolare interesse ad acquistare apparecchi da loro. Aggiungo che la knowledge base in Internet per macchine con questa circuitazione è molto vasta, quindi difficilmente un possessore di questo Jolida si troverà senza una risposta alle proprie domande. L’interno Il Jolida è un push — pull in ultra-lineare in classe AB1 con soli 9 dB di retroazione (o controreazione o feedback); le valvole preamplificatrici sono una coppia di 12AX7 mentre una di 12AT7 pilota le quattro EL-34 (6CA7) di potenza selezionate a coppie. Per gli amici appassionati meno navigati, rammento che "valvole equivalenti" non significa che una è buona e l’altra è la sua la brutta copia, ma semplicemente che si tratta di tubi utilizzabili nei medesimi circuiti e che presentano le stesse caratteristiche, ma essenzialmente denominati secondo il metodo di Paesi diversi dove sono costruiti. Con qualche semplificazione, la circuitazione push - pull deriva il proprio nome dal fatto che a pilotare i tubi di potenza è una semionda per ogni valvola, sfasata di 180° rispetto a quella inviata alla valvola sua partner, con la cui semionda complementare si ricongiunge sul trasformatore d’uscita. Dalla modalità di pilotaggio delle valvole il nome: push-pull, una spinge, una tira. Ciò permette prestazioni elettriche superiori all’altro caposaldo della circuitazione a valvole, quel single ended che però raggiunge livelli di raffinatezza maggiori (specialmente in configurazione monotriodo). Quando il push-pull era in fase di diffusione all’inizio degli anni Trenta, (era nato verso la fine dei Venti), si diffuse la configurazione ultralineare dei tubi di potenza che si effettua riferendo una griglia schermo della valvola ad una presa intermedia del trasformatore d’uscita in un anello di controreazione locale; si possono così ottenere prestazioni intermedie fra la potenza dei pentodi e dei tetrodi e la musicalità dei triodi. I pentodi usati nella realizzazione che qui ci interessa sono EL-34 (6CA7, indicazione statunitense), e non hanno bisogno di presentazioni essendosi guadagnate un posto di primo piano nella storia della riproduzione audio per musicalità, versatilità e robustezza. Nate per specifico impiego audio all’inizio degli anni Cinquanta dopo studi Philips del decennio precedente, le EL-34 / 6CA7 hanno equipaggiato numerose realizzazioni passate alla storia, tanto per citarne una quel Dynaco ST70 che viene da sempre indicato come ottimo partner a costo ragionevole per le Klipsch della serie Heritage. Le valvole preamplificatrici sono una coppia di 12AX7, tubi ad elevato guadagno a loro agio quindi nell’elevare la tensione negli stadi pre, a suo tempo diffusissimi anche in molte applicazioni quali strumenti di misura e di trasmissione; le driver sono 12AT7, affidabili e largamente utilizzate nei circuiti a tubi, anche se l’utilizzo in questo ruolo è forse meno frequente di quello che le vede nelle sezioni linea. La Jolida dichiara tramite l’importatore che le 12AX7 e le 12AT7 sono della russo / americana Electro Harmonix (stessi stabilimenti della Sovtek), ed in effetti le seconde recano direttamente il marchio di quella casa (le preamplificatrici sono marcate Jolida). Le EL-34, marcate anch’esse Jolida, vengono dichiarate dall’importatore come cinesi, ma francamente esaminandole bene ho avuto proprio la sensazione che avessero anche loro una "faccia da Sovtek"; comunque, dato che tutte si presentano come pezzi ben costruiti, francamente ho deciso di non darmi a ricerche maniacali sulla provenienza dei tubi dato che, alla fine, scopo di questo test è verificare come suona l’apparecchio e non scrivere un trattato di geografia industriale. La casa del Maryland va orgogliosa dei propri trasformatori, del resto parte essenziale del proprio background e molto curati nell’estetica degli involucri come detto sopra; si tratta di pezzi avvolti ad hoc dalla casa, e questo è rassicurante per le uscite di qualsiasi valvolare (esclusi gli OTL che ne sono privi ovviamente), ed a maggior ragione in un push-pull per i motivi indicati sopra. Venendo al layout, in altri ampli a valvole anche della stessa categoria di prezzo, abbiamo visto interni più ordinati e con meno cablaggio; tuttavia non mancano attenzioni importanti, ad esempio la vite di massa per il pre phono citata sopra è isolata dal pannello e riporta alla gestione delle masse dei circuiti interni. Due capacità da 470 uF l’una sono dell’americana Rubycon, altra componentistica potrebbe essere di produzione cinese ma tutta ha un aspetto di buona qualità. Spicca il potenziometro ALPS della serie "Blue velvet", apprezzata per il basso rumore, la scorrevolezza d’utilizzo e l’eccellente gestione del doppio canale, sorella più piccola della leggendaria serie "Black beauty" non più in produzione. Messa a punto La corretta regolazione della corrente di riposo (bias) delle valvole di potenza è vitale per la durata e per le prestazioni delle stesse; il Jolida JD202 non dispone di circuito auto-bias ma arriva già tarato in fabbrica e quindi per un paio d’anni il problema non si pone a meno di violenti urti durante il trasporto (dice il manuale). Comunque, nel caso voleste cambiare tubi o registrare il bias da soli quando il tempo lo richiederà, il manuale descrive benissimo la procedura ed i valori da adottare per le EL-34, come al solito le uniche ad aver bisogno di tale regolazione (solo i tubi di potenza abbisognano della regolazione della corrente di riposo). Io ribadisco la raccomandazione di impiegare un tester di buona qualità per esser certi dell’isolamento dei puntali e di utilizzare assolutamente un cacciavite di plastica o almeno totalmente isolato tranne la punta, come quelli da elettricista. Per buona misura ho aggiunto una foto che mostra la disposizione del tester nell’eseguire l’operazione con il cacciavite puntato nel foro d’accesso ai trimmer di regolazione di una delle valvole. Questo anche perché spesso gli amici appassionati meno navigati chiedono un esempio di come si esegua nella realtà tale regolazione. Naturalmente la foto mostra un esempio statico, perché nella realtà si opera con l’amplificatore sotto tensione ed acceso e con i diffusori collegati, ed ovviamente con i tubi in posizione (motivo in più per avere, a proteggerli, la griglia). In considerazione di quest’ultima osservazione, il mio consiglio è di ricorrere ad un laboratorio oppure di prestare la massima attenzione. Da notare però che alla Jolida hanno fatto saggiamente in modo che non sia necessario mettere a nudo alcun circuito per regolare la corrente di riposo ma che si possa operare totalmente dall’esterno dell’apparecchio. Nel mio sistema la macchina si è espressa meglio con il collegamento ad 8 Ohm, ma ricordate che su qualsiasi amplificatore a valvole, purché il manuale non dica il contrario, si possono provare entrambe le soluzioni senza rischio né per l’ampli stesso né per le casse, qualche sia l’impedenza dichiarata dal costruttore di queste ultime (e questo è un altro frequente dubbio dei neo possessori di ampli a tubi); se avrete per le mani questo apparecchio fate quindi qualche prova perché la differenza fra 4 ed 8 Ohm era decisamente udibile. Per i cavi, mi sono trovato bene col mio solito set orientato al dettaglio, alla scena ed alla luminosità: vdH102 MkIII di segnale, Boomerang! di potenza, BlackWire d’alimentazione (anche se il cordone d’alimentazione di serie svolge decorosamente il proprio lavoro). Eviterei invece ad esempio i Monster di potenza ed il TTS d’alimentazione per l’impostazione timbrica morbida e presente sul basso (sarà tutto chiaro dopo aver letto le note d’ascolto). I piedini di fabbrica hanno confermato sul campo la buona impressione data all’esame visivo, tre punte con le due posteriori sotto la traversa posteriore del in corrispondenza dei trasformatori hanno asciugato un po’ il suono; ma sono davvero sfumature e personalmente non amo lasciare apparecchi pesanti in bilico su tre instabili punte, e così l’ho preferito ben assestato sui suoi piedini. L’apparecchio inizia ad esprimersi appieno dopo mezz’ora circa dall’accensione. L’ASCOLTO Il Jolida JD 202A si distingue immediatamente per una gamma media molto armoniosa che si esprime con grande dolcezza e per la grana finissima che non presenta spigoli o asperità; molto bene le voci, sia maschili che femminili, eleganti ed armoniose. La gamma alta è ben presente anch’essa anche se si riscontra una certa levigatezza complessiva che dona raffinatezza al suono ma che elide i dettagli, finendo per far sembrare gli acuti meno rifiniti e curati della parte centrale dello spettro: si finisce quindi per perdere in termini di microdettaglio e di definizione, la sensazione globale è di una decisa scelta per la raffinatezza, la delicatezza e la rotondità alle quali però sono stati un po’ sacrificati altri aspetti importanti della musica. La gamma bassa presenta un comportamento tipico di molte amplificazioni valvolari: il medio-basso è in avanti rispetto alla parte più profonda, soggetta ad un avvertibile roll-off; questo conferisce alla riproduzione una sensazione di calore e di morbidezza che però non sfoggia quei punch, dettaglio ed articolazione esibiti ad esempio, per rimanere nelle amplificazioni a tubi, da alcune buone realizzazioni di prezzo analogo basate sulle KT-88 o sulle 6550. Anche il controllo mi sarebbe piaciuto più determinato, e dal mediobasso in giù si manifestano a volte code ed imprecisioni specialmente quando la macchina è sotto stress. Un’importante nota positiva per chi ascolta a basso livello, ad esempio di notte: quando si abbassa il volume, è come se venisse azionato uno zoom out; timbro e musicalità rimangono invariati ma il palco si allontana, con l’attenuazione dei due canali che procede con progressione corretta ed assolutamente uguale. Penso che questo sia merito in buona parte del valido potenziometro segnalato sopra, e potrebbe parzialmente sopperire alla mancanza d’una uscita cuffia. Il rumore è contenuto entro livelli molto buoni in assoluto e non solo per un valvolare, non sono mai riuscito ad avvertirlo dal divano neppure nelle pause di musica riprodotta ad alto volume. Con una predisposizione in qualche modo coerente con la sua impostazione timbrica, il JD202 A eroga tutti i 40 watt promessi ma non si produce in sovraprestazioni in questo senso; sempre la scelta per un mediobasso "importante" e per una smussatura generale dei suoni genera una qualche sensazione generale di compressione, ed anche il ritmo fatica ad esprimersi in modo frizzante. L’impostazione molto morbida si rispecchia anche nei transienti e nei contorni degli strumenti, che non sono netti e precisi quanto mi piacerebbe, ma molto levigati per un suono assai raffinato ma poco scolpito. Nonostante questo, e a dimostrazione che il particolare suono della macchina è frutto di una scelta precisa, esiste un valido controllo della scena acustica: essa si presenta di buone dimensioni anche se non enorme, e tutti gli esecutori sono ben disposti e proporzionati; inoltre il piccolo americano dagli occhi a mandorla non si fa scappare i difetti di alcune registrazioni come esecutori che fluttuano sul palco oppure sproporzioni fra di essi. Ho provato l’apparecchio essenzialmente con le mie Klipschorn, diffusore che vanta con le EL-34 una storia d’amore lunga quanto la sua (sessantennale) vita; non mi sono fatto tuttavia mancare una controprova con le mie AR IV RedBox, tre vie da pavimento con woofer da 25cm. e 86dB di sensibilità: l’inevitabile scadimento generale delle prestazioni è stato assolutamente in linea con quello manifestato da altri valvolari. Il punto della situazione. Questa creatura di Michael Allen è stata scientemente progettata per suonare con toni caldi, asperità levigate, bassi morbidi; con un pensiero un po’ birichino, lo definirei "un tipico valvolare come se lo aspettano molti audiofili". Immaginando l’utilizzo dell’apparecchio, suggerirei di ascoltarlo a chi ama i piccoli ensemble riprodotti magari con diffusori mini, ma in questo caso privi di quel risalto del mediobasso comune in altoparlanti di quella taglia. La contenuta potenza a disposizione e la ridotta propensione a cimentarsi con partiture complesse non consigliano la musica rock e la sinfonica; un apparecchio, quindi, per ascolti quasi intimi, riflessivi. Lo accoppierei a lettori piuttosto ritmici ed aperti, bene quindi ad esempio il Philips DVP9000S ed i nuovi Marantz, meno bene i NAD come il 521. Scegliendo fra i diffusori che verosimilmente si penserà di fargli pilotare, eviterei quelli che mangiano potenza o che presentano carichi troppo difficili; se fossi un amante delle voci mi farei tentare da un monovia, ma penso che anche Tannoy sarebbe una buona scelta oltre quella, tradizionale, di Klipsch; meno bene ad esempio vedo B&W o Indiana Line per il pericolo di avere un mediobasso troppo presente e, per le prime, una gamma acuta poco soddisfacente. Da tenere presente l’ipotesi di mini diffusori sofisticati (ma rigorosi e non morbidi nel timbro) uniti ad un subwoofer, acquistando la versione provvista della relativa uscita e facendo molta attenzione a dosare taglio e pendenza per non forzare ulteriormente il medio basso. Al prezzo di listino di 1.599 Euro, il Jolida JD 202A deve vedersela con amplificatori valvolari di pari costo molto ben suonanti e che presentano un’impostazione timbrica ed un’interpretazione del messaggio sonoro globalmente più equilibrate e ritmiche; non di meno, se quello che cercate è un suono molto ambrato ed arrotondato e non avete particolare interesse per la dinamica e la pressione sonora (sempre nella portata che questi termini hanno negli apparecchi a tubi) potrete averne belle soddisfazioni. Le cose cambieranno se lo street price beneficerà, come mi sembra verosimile avendo parlato con l’importatore, di uno sconto consistente rispetto al listino (tenendo sempre presenti gli street price dei concorrenti): se la macchina fosse disponibile a 300 Euro meno dei rivali e ad un prezzo assoluto intorno ai 1.000 Euro (cifre indicative ovviamente), essa diventerebbe ottima compagna di chi desiderasse entrare nel mondo delle amplificazioni termoioniche spendendo poco in assoluto ed ottenendo comunque un prodotto che, a quei livelli di costo, esprimerebbe un convincente rapporto prezzo / prestazioni. Impianto utilizzato per i test: - Lettore Philips DVP 9000S - Pre Galactron Mk 2016 e finali mono Galactron Mk 2151 Classe A connessi in bilanciato - Ampli integrato PrimaLuna Prologue Two AB - Diffusori Klipsch Klipschorn e Acoustic Research IV RedBox - Cavi di segnale van den Hul 102 Mk III e Galactron GC-2703 - Cavi di potenza Boomerang! e DIY - Cordoni d’alimentazione BlackWire e TTS - Filtro di rete BlackNoise - Linea elettrica dedicata e ottimizzata - Sala live end / dead end da 35 mq circa a pianta trapezoidale messa a punto con DaaD - Controsoffitto assorbente e pavimento di marmo. - Prezzo di listino: 1.599 Euro. A richiesta: griglia di protezione valvole, 100 Euro circa versione con uscita per subwoofer amplificato, 50 Euro di sovrapprezzo. Costruttore: Jolida, Maryland, USA, http://www.jolida.com/ Importatore: Definizione Audio, Fondi (LT), info: 0771-532662 http://www.definizioneaudio.it/cat/index.php
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