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Parsifal1959

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  1. Il genere del quartetto per archi, storicamente inteso, ha operato e maturato in un periodo racchiuso in poco meno di due secoli, partendo da Franz Joseph Haydn e finendo con Béla Bartók. Haydn e Bartók: che cosa lega il fondatore del Classicismo viennese con il grande compositore ungherese? Ebbene, se prendiamo come denominatore comune il genere del quartetto per archi, sarà chiaro che il primo ne ha rappresentato il padre, il punto d’inizio, l’alfa, mentre il secondo chiude, in un certo senso, l’excursus storico di questo genere nella prima metà dello scorso secolo, consacrandosi
  2. Quando il grande compositore e pianista ungherese giunse nel nostro Paese, nel 1839, volle assimilare le melodie tipiche della cultura musicale popolare, specialmente quelle veneziane e napoletane, come ci ricorda questo doppio CD eseguito da Costantino Catena. Italia! Era questo il nome sussurrato e sognato dagli artisti e dagli intellettuali europei tra gli ultimissimi decenni del XVIII secolo e la prima metà di quello successivo. Per poeti, musicisti, pittori d’oltralpe varcare le Alpi e arrivare nel nostro Paese, con le sue opere d’arte, i suoi monumenti, le sue chiese e u
  3. Formatosi sul solco di Debussy e Ravel, morto nel maggio dello scorso anno, è stato uno dei compositori più raffinati e originali della seconda metà del Novecento. Se ne è andato in punta di piedi, com’era nel suo stile, il 22 maggio dello scorso anno, mentre si stava avvicinando a grandi passi al secolo di vita (era nato il 22 gennaio 1916, in pieno primo conflitto mondiale). Sto parlando di Henri Dutilleux, uno dei più grandi compositori della seconda metà del Novecento e considerato, giustamente, l’ultimo grande rappresentante della scuola musicale francese, quella scuola ideale
  4. Nel corso dell’articolo che recensisce la coppia di diffusori Indiana Line Diva 655, vengono citate due registrazioni discografiche che sono state utilizzate appunto per provare la resa dei suddetti loudspeakers, ossia le Rapsodie ungheresi di Franz Liszt dirette da Hermann Scherchen e l’Aleksandr Nevskij di Sergej Prokof’ev eseguito da Jurij Temirkanov. Siccome si tratta di due dischi la cui pubblicazione risale a diverso tempo fa, più che una recensione la mia vuole essere una presentazione di queste due incisioni, soprattutto da un punto di vista artistico e dello stile direttoriale.
  5. Un esempio dal XIX secolo, quello classico del concerto in re maggiore Op. 35 di Pëtr Il’ič Čajkovskij, l’altro da uno del XX secolo, quello “magico” del primo concerto in re maggiore Op. 19 di Sergej Sergeevič Prokof’ev. Da sole queste due opere (contraddistinte dalla stessa tonalità) sono più che sufficienti per evidenziare la grande tradizione concertistica per violino russa, attraverso altrettanti compositori che hanno fatto la storia della musica colta occidentale. Da un lato il “concerto dei concerti violinistici”, conosciuto e amato perfino da molti di coloro che non masticano la musica
  6. Lo strumento a corde si tramuta, tra le dita di Stefano Grondona, in un faro sonoro che illumina di squarci sonori l’assenza di una musica che si fa presente nell’oscurità della notte. La musica nel Novecento, come ci ricorda Pierre Boulez, si trasforma in segno. E il segno muta il suono non solo in un gesto espressivo, ma anche in un atto implosivo, carico di riverberi e assonanze che trovano spazio, pur non manifestandosi apertamente, negli anfratti del nostro Io. Da ciò si può ben comprendere come quella dello scorso secolo sia musica da ascoltare non tanto con il cuore, quanto con il
  7. Passiamo ora all’interpretazione da parte dello Storioni Trio del “Trio dell’Arciduca” e del “Triplo concerto”, in quest’ultima pagina con l’accompagnamento della Netherlands Symphony Orchestra diretta da Jan Willem de Vriend. Sebbene sia composto da interpreti ancora giovani, questa compagine cameristica si è già fatta notare sia in campo concertistico, sia in quello discografico (prima di questo SACD, il trio olandese aveva all’attivo tre dischi registrati con la Pentatone e uno con la Ars Produktion). Un affiatamento, quello dimostrato da van de Roer e dai fratelli Vossen, che s
  8. Insofferente alle relazioni pubbliche, nauseato dalla stupidità umana, il volto di Ludwig van Beethoven assume i contorni di una maschera intrisa di tristezza e amarezza. Ma un divertimento umano, non titanico, lo si ritrova in due composizioni, antitetiche e simili allo stesso tempo. Chiunque abbia un minimo di conoscenza delle vicende biografiche di Beethoven fa indubbiamente fatica nell’immaginare il gigante di Bonn mentre sorride o, meglio, ride di cuore. L’apporto biografico, a cominciare dalle prime testimonianze sulla sua vita scritte da un fedele amico del compositore, Anto
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