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Una abitazione confortevole (appartamento, villetta, casa)
Ultimamente si è trattato di cucine, piani cottura, lava/asciugatrici, illuminazione, servizi igienici eccetera. Recentemente ho visto un film di produzione italiana in cui si indugiava compiaciuti sull’arredamento moderno - elegante ma in un certo senso prepotente, di un appartamento. Personalmente io, in un ambiente così non riuscirei a vivere. Anche molte altre scenografie, in contesti diversi,  presentano arredamenti progettati  da noti architetti, dotati di quadri di valore o anche solo copie: tutti però appaiono asettici e dominatori,  magari perfetti nei loro accostamenti, ordinati e splendenti come negli spot pubblicitari ma privi di quella personalizzazione che si confà a chi la abita e mostra quel particolare intimo del carattere e dell’idea di confort  del proprietario.  Per fare un esempio, l’appartamento di Poirot era un perfetto esempio esplicativo della mania per l’essenziale e il geometrico ma, al contempo, riusciva ad esternare il  concetto di calore e di casa vissuta  che offriva il massimo confort al padrone di casa e ai suoi ospiti.
Ora, senza cadere in stucchevoli commenti relativi ai tinelli e senza giocare alla solita misurazione di chi c’è l’ha più lungo, la domanda è: che cosa si intende oggi per casa confortevole che risponda ai bisogni quotidiani di tutta la famiglia? Siete soddisfatti del vostro spazio?  Io penso che il confort non sia tanto determinato dai mq: molte superfici infatti possono solo aumentare il caos ( penso a certe tavernette o mansarde in cui si finisce per stipare di tutto) ma dallo sfruttamento intelligente dello spazio disponibile e dal gusto personale, moderno o d’antiquariato. In ogni casa normale, poi , di solito ci sono oggetti ritenuti brutti o kitch ma ai quali, per un motivo o un altro, restiamo affezionati e non vogliamo disfarcene: questo più che un difetto rappresenta la nostra personalità e, a mio avviso, è giusto mantenerlo: quando torno da un viaggio a me piace molto guardarmi attorno,  ritrovare le mie cose, osservarle, toccarle mi da piacere e sicurezza, conta il significato, del tutto indipendentemente dal loro pregio  
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  • 372 risposte

Film a tematica omosessuale
Ultimamente senza volere mi è capitato di vedere diversi film su questo tema. Certo si presta al drammatico, viste le sofferenze che sovente vivono le persone omosessuali. Oltre ai bellissimi Disobedience e Zen - sul ghiaccio sottile, ora in sala, mi viene in mente un opera di tutt'altro tipo, The Rocky Horror Picture Show. Elenchiamo qui le più belle opere sull'omosessualità.
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  • 42 risposte

La grande abbuffata...
Visto qualche sera fa.
confesso che non ho capito il senso di sto film, la storia è chiara non implica sforzi di comprensione ma di certo non si esaurisce nella semplice vicenda di gente che si strafoga fino a morirne, c'è un sottotesto che mi sfugge.
insomma, secondo voi che cosa voleva dire Ferreri co sto film?
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  • 45 risposte

I pezzi da 90 della vostra collezione di vinili.
Foto e commenti ai vostri post son graditi.
 
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  • 343 risposte

Cosa resta del Neorealismo?
Mi sono sparato di seguito: Ladri di biciclette, Umberto D., Miracolo a Milano e Il generale Della Rovere.
Per me sono ancora capolavori assoluti, fondamentali per una mimima cultura cinefila.
Voi cosa ne pensate, hanno ancora il loro valore?
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  • 21 risposte

Ricordi vintage... di tutto un po'
In un 3ad qui in vintage ho postato questa immagine sollevando amarcord a più non posso tra i partecipanti e a qualcuno ho riaperto dei cassetti della memoria rimasti chiusi da anni.
 

 
 
per non sporcare un bel 3ad e dare un cattivo esempio riparto da qesto 3ad aperto per l'occasione.
 


... ora per ripartire inserisco questa immagine facente parte di un lotto ben nutrito (100 figurine disponbili) ...chi se la ricorda e in quale prodotto si trovava?   
 


 
 


 
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  • 1.314 risposte

Isotta nel 1985: contro la filologia barocca
domenica scorsa ho riascoltato un vecchio cofanetto philips con i brandenburghesi diretti da leonhardt. Al suo interno ho trovato un ritaglio di giornale preso dal corriere della sera del giugno 85: lo conservai allora nel cofanetto perche ne fui colpito evidentemente ...
Rileggendolo sono rimasto a bocca aperta (ma poi non troppo conoscendo il personaggio e le sue opinioni politiche anche recenti) dal livore di paolo isotta contro la operazione di recupero della prassi esecutiva barocca su strumenti originali: dalla foga reazionaria contro musicisti e studiosi del calibro di leohnardt, curtis e harnoncourt e di cantanti (i controtenori alla paul Esswood che pure non nommina N.d.T. ). Pollini ( cui non risparmia strali e frecciatine - almeno -in quanto ... comunista) si salva perche' era fresco di esecuzione del clavicembalo ben temperato alla scala sul pianoforte! Accusa pero' i giornalisti allora piu' giovani, allora vessilliferi della nuova pratica (penso a paolo giaccio e a dino villatico che leggevo  e anzi divoravo su stereoplay: di villatico sono persino amico su facebook e discuto con lui direttamente !) di avere 'risparmiato' pollini in quanto a loro politicamente contiguo ...
L'articolo e' una testimonianza interessante della brutalita' ideologica, della preclusione al nuovo e in fondo della ignoranza di certi eprsonaggi ormai fuori dal tempo (i vari dantone, banchini, biondi, antonini sono qui a dimostrarlo felivemente
se qualcuno e' interessato posso pubblicarne una scansione
Come aperitivo una testimonianza dello .. stile del personaggio http://www.dagospia.com/rubrica-2/media_e_tv/spassosa-intervista-paolo-isotta-nisciuno-me-puo-cchiamma-58738.htm
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  • 95 risposte

Lacrime in musica, musica in lacrime...
Musiche di ogni tempo, luogo, tipo, genere...

Da Acis and Galatea, un masque di G.F. Handel
 
Il povero Acis è morto, spiaccicato da un masso lanciatogli dal geloso Polifemo innamorato non corrisposto della sua amata Galatea.

Il coro dei pastori ne da il triste annuncio...
Mourn, all ye Muses! weep all ye swains!
Tune your reeds to doleful strains!
Groans, cries and howlings fill the neighb'ring shore:
Ah, the gentle Acis is no more!
 


I pastori consolano il dolore della Ninfa invitandola a guardare come l'amato Aci si sia trasformato in un ruscello d'acqua fluente che potrà cantarle in eterno il suo gentile amore... (notare la figura "retorico-onomatopeica", termine corretto "imitativa".., del vitale flusso acquifero, nel coro handeliano finale, specialmente dopo la ripresa al min 2:00... geniale!)
Galatea, dry thy tears,
Acis now a god appears!
See how he rears him from his bed,
See the wreath that binds his head.
Hail thou gentle murm'ring stream,
Shepherds pleasure, muses' theme!
Through the plains still joy to rove,
Murm'ring still thy gentle love.
 
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  • 182 risposte

Concerto per piano e orchestra di Brahms
non sono un esperto di musica classica, ma l'altra sera ho ascoltato un concerto per piano e orchestra di Brahms davvero molto bello; purtroppo non so quale fosse di preciso
qualcuno saprebbe suggerire ad un neofita come me qualche bella incisione di questi concerti?
grazie per l'attenzione
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  • 55 risposte

Qacoustic i2020
In tutta onestà, i mini non mi sono mai piaciuti. Ecco, ora posso iniziare questa recensione un po’ più sereno e leggero, visto che stavo fissando la tastiera con uno stato ansioso simile a quello provato nella sala d’aspetto del dentista.
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Amiamo ascoltare la musica, parliamo spesso di gruppi, cantanti, orchestre, direttori, ma...la musica è prodotta dagli strumenti (che credo siano migliaia). Tutti conosciamo un violino una tromba o un pianoforte, ma se pensiamo a tutti gli strumenti musicali attuali o del passato, classici o etnici, tecnologici od obsoleti, ritengo possa risultarne una "carrellata" interessante o quantomeno curiosa. Una foto ed una descrizione sommaria possono dare seguito, per chi fosse interessato, ad approfondimenti.

Questa è la Ghironda...strumento a corde medioevale, funzionante tramite una ruota ricoperta di pece, azionata da una manovella, che strofinando le corde producono il suono. Le corde esterne emettono un suono continuo, mentre quelle centrali sono modulate da una tastiera (o meglio un registro) che permette di realizzare una melodia.

Questo invece è un Tamburo Armonico progettato nel 2007 da Dennis Havlena, è realizzato in acciaio e gli intagli servono a generare le note. Ha un suono melodioso e rilassante.
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  • 111 risposte

Il gioco delle coppie
Prendendo in prestito il titolo del secondo movimento del Concerto per Orchestra di Bela Bartok, proviamo a fare un gioco diverso, ad associare a un musicista e/o a delle musiche di ogni genere e tempo un artista e/o delle opere di ogni genere e tempo, anche in modo cronologicamente sfalsato, delle altre arti. Bisogna però dire il motivo dell'associazione, che sia una sensazione o un fatto concreto.., insomma qualcosa che giustifichi l' "accoppiata". Un esempio facile per capirci meglio: Debussy / Renoir o Monet .. motivo: l'impressionismo. Non va bene Velvet Underground /Andy Wharol perché che una collaborazione diretta, nemmeno Alan Parson / Edgard Allan Poe perché anche qui l'intenzione è diretta... e inve dovrebbe essere trasversale.
Un'accoppiata più "suggestiva" in tal senso potrebbe essere Igor Strawinsky  e il regista cinematografico Andrei Tarkowsky... non perché siano entrambi russi, ma perché entrambi, il primo con la musica, Le Sacre du Printemps, l'altro con l'immagine, Andrei Rublev, entrambi capolavori assoluti della storia delle arti, rappresentano, ciascun autore a modo suo e con "quadri" diversi, le ritualità pagane intrise di eros della Russia arcaica...
 

 
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  • 27 risposte

Digital Concert Hall
E' iniziata oggi la stagione concertistica 2018/2019 dei Berlin Philarmoniker con il suo nuovo direttore stabile Kirill Petrenko. Da Berlino mi hanno mandato un voucher che permette l'accesso gratuito al sito per una settimana.
Prima parte del programma il Don Juan e Tod und Verklarung... giaà terminata, fantastica ...
Ora è iniziato IL (secondo) Movimento della settima di Beethoven.., shhh... ci si risente...
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  • 46 risposte

L' Hammond che meraviglia...
Il suono di questa tastiera, sia abbinata al Leslie che "alterata" dalle sperimentazioni dei gruppi degli anni '60/'70 (tipo Ion Lord che la amplificava con i Marshall da chitarra elettrica) mi è sempre piaciuto da impazzire. Vi invito a postare brani dove la presenza di questo organo è in risalto o dove ci sono dei begli assolo di Hammond.
Inizio con un paio di brani.
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  • 72 risposte

Le storiche "etichette" del jazz, i loro grandi dischi
Apro le danze con IMPLULSE!

J. Coltrane - A Love Supreme
Archie Sheep - Fire Music
Sonny Rollins - East Broodway Run Down
Charles Mingus - The Black Saint and the Sinner Lady
RCA Victor
Chales Mingus - Tijuana Moods
Sonny Rollins - The Bridge

 

 
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  • 99 risposte

Mozart "propone", Beethoven "impone"
Nella puntata radiofonica di Hollywood Party andata in onda il primo maggio si è parlato, prendendo spunto dal libro "Mozart e il cinema" di Enrico Giacovelli, dei film su Mozart, da Mozart, con musiche di Mozart.
Si è posto perlopiù l'accento sul celeberrimo Amadeus del regista Milos Formar recentemente scomparso.
Tra le varie cose dette, è stato inoltre ricordato come il personaggio mozartiano, presente in 40 film come protagonista, venga citato in vario modo in ben 1447 pellicole, cosa che sul versante cinematografico porrebbe il "nostro" davanti a tutti gli altri grandi musicisti della storia.
A un certo punto, uno dei conduttori della trasmissine che cercava di individuare nella profondità musicale mozartiana ottenuta con la (apparente) semplicità, una delle ragioni che renderebbero le musiche del salisgburgese particolarmente adatte per le "colonne sonore, ha pronunciato la seguente suggestiva frase:
 
Mozart propone, Beethoven impone...
 
Cio non mi sorprende particolarmene.., ho una mia personale teoria al riguardo, ma vorrei aprire le danze, riportando altra frase non ricordo da chi pronunciata, letta molti anni fa, andando a memoria:
in un quartetto mozartiano non si sbattono mai i pugni sul tavolo come invece accade nei quartetti beethoverniani ...[aggiungerei anche in altre forme di composizioni di entrambi i musicisti]

Cosa vorrà dire questo?


 
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  • 13 risposte

Se apportate delle modifiche al vostro impianto, che pezzi ascoltate per testarlo? 
Mi indicate un pezzo o un intero album? 
Genere jazz oppure vocale oppure rock. 
Grazie a tutti
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  • 63 risposte

Il nostro Hi-Fi... visto con l'occhio
Da uno a dieci... al vostri occhio... quindi SENZA ASCOLTARE... quanto vi piace?
Fate una valutazione con impianto acceso ma Senza volume, vi fareste ingannare.
Io... a essere sincero... Non do un voto molto alto al mio.
Le casse senza protezione sono bruttine (anche se hanno un loro fascino)
Ampli NuVista... be'... con quelle 5 spie azzurre... a me non piace molto.
Yamaha CD S3000 quello sí. Ma lí va a gusti.
Il Labtek... insomma...
Devo dire il voto piú alto lo do al mio ampli per cuffie e... alle cuffie.
comunque... in generale posso dire
Bellezza, voto: 6,5
Fattore moglie ?
Siate sinceri e chiedete alla moglie
La mia: WAF: 7 (" casse brutte... il resto vabbè)
Voi?
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  • 1.333 risposte

I veicoli  sulle copertine dei dischi (no limits)
Cover: 10 / Disco: 10 e lode.
(Chevrolet 210 del 1954)

 
P.S. Veicolo: mezzo meccanico di trasporto guidato dall'uomo (o teleguidato): v. ferroviari; v. circolanti su strada; v. aerei o atmosferici; v. spaziali, cosmici; 
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  • 228 risposte

John Coltrane: Both directions at once - The lost album
https://www.independent.co.uk/arts-entertainment/music/news/john-coltrane-both-directions-at-once-lost-album-jazz-saxophonist-recording-a8388681.html
leggo su "La Repubblica" odierna...
bell'articolo sul nuovo disco che uscirà, fra pochi giorni, del grande sassofonista scomparso nel 1967.

Both Directions at once - the lost album, fu registrato in una giornata sola (come spesso si usava fare) insieme a McCoy Tyner, Elvin Jones, Jimmy Garrison, nello studio di Rudy van Gelder (e dove, se no... ?)
Come spesso si usava fare, Van Gelder dava, dopo la registrazione, una copia del nastro ai musicisti che se lo ascoltavano, e, eventualmente ci lavorassero ancora un po'.
In quel periodo Coltrane si stava dividendo dalla prima moglie, traslochi, trasferte, casini vari e tutti, o quasi, si dimenticarono di quella sessione messa su bobina.
Ora Ravi, il fsecondo figlio di John, ha ritrovato il nastro.
La Impulse ha trovato, nell'archivio di RvG, un appunto di questi nastri, e ha chiesto di "rovistare nei cassetti" di casa Coltrane.
Sembra che sia della mnmusica eccezionale, quello che ascolteremo, fra poco.
Staremo a ..  sentire...
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  • 149 risposte

Scott Ross
In principio c'era il genio di Girolamo Frescobaldi, prima dei Scarlatti, di Couperin, di Rameau, di Bach, di Handel ...

 


 
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  • 44 risposte

Come collegare una TV ad un amplificatore stereo 2 ch.?
buonasera a tutti.
sono da non molto possessore di un plasma Panasonic TX-42GT60E e da meno ancora di un lettore Panasonic BDP500. poiché sullo stesso mobile dove tengo il plasma alloggia un "all in one" Arcam Solo (http://www.arcam.co.uk/advice-and-support/discontinued-products/products,,,SoloMusic.htm) che utilizzo per ascoltare musica in soggiorno, avevo pensato di collegare il plasma al citato Arcam Solo e sfruttarne la sezione amplificatrice nonché i diffusori ad esso collegati.
ora, il GT60E no ha uscite analogiche RCA, bensì solo HDMI, una digitale ottica e l'uscita cuffie 3.5". la cosa più semplice che ho pensato è stata quella di prelevare il segnale analogico dall'uscita cuffie e collegarmi ad uno degli ingressi dell'ampli, tramite un cavo jack 3.5 / RCA.
risultato: anche alzando molto sia il volume cuffie della TV che quello dell'ampli, non si sente quasi nulla; invece con le cuffie collegate alla stessa ed unica uscita, si sente bene.
qualcuno sa spiegarmi il perché? dove ho sbagliato? mi viene il sospetto che l'ampli abbia problemi agli ingressi; dovrò fare altre verifica.
in alternativa, esclusi problemi agli ingressi dell'ampli, stavo invece pensando di prelevare il segnale digitale dall'uscita ottica del GT60E, entrare in un piccolo convertitore e da questo uscire con un segnale analogico verso uno degli ingressi RCA linea dell'Arcam.
cosa ne pensate? sapete suggerirmi una soluzione economica tra cavo ottico e DAC?
grazie in anticipo a tutti.
saluti,stefano
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  • 23 risposte

une belle femme, chaque jour
dato per scontato che sono poche le cose che ci fanno venire il buonumore, vorrei, umilmente, suggerire un topic su cui sorridere e di cui bearsi un pochino
comincerei con questa attrice bravissima e bellissima donna
htt
 
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  • 3.515 risposte

Deutsche Grammophon - Qualità registrazioni
Ho diverse cose della DG, sia in CD che in LP, tipo; Overtures di Verdi e anche quelle di Rossini entrambe dirette da Abbado; varie sinfonie di Beethoven dirette da Karajan; e svariate altre cose.
La maggior parte di queste registrazioni non mi sembrano però particolarmente valide. Non mi riferisco al contenuto artistico ma a quello tecnico. Vorrei avere la vostra opinione riguardo alla qualità delle registrazioni DG, specialmente quelle degli anni 80 e 90. Quelle recenti mi sembrano assai meglio.
 
Alessandro
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  • 268 risposte

"L'altra" musica italiana
Sarà perché si sta avvicinando l'appuntamento annuale con San Remo, sarà anche perché su questo forum non si parla mai di musica italiana che non sia legata ai soliti nomi di cantautori, cantanti pop e di musica leggera ma mi è venuto in mente di iniziare questo nuovo thread, su un argomento che magari è già stato trattato in precedenza, ma del quale ultimamente si è parlato poco.
Insomma questo thread avrebbe il compito di mettere in primo piano la "nuova" musica italiana mettendo in vetrina, per così dire, le novità che si allontanano dai classici circuiti mainstream e che magari non hanno grande visibilità.
Sono ben accetti gli interventi di tutti, con le loro proposte, basta che abbiano l'intento di presentare nuovi artisti solisti o con band che hanno inciso dei dischi ma che la loro conoscenza non è proprio delle più diffuse.
Stiamo a vedere se ne viene fuori qualcosa di interessante per tutti.
Inizio subito io con un gruppo di post rock che si riallaccia a sonorità progressive e psichedeliche.
Sono romani, si chiamano Vonneumann e il disco si intitola "Norn"
ciao (e vediamo se funziona !)
Stefano R.
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  • 85 risposte

  • I Blog di Melius Club

    1. Scendo alla prossima

      Wurlitzer_01.thumb.jpg.78c0a14ff698d0569eb7134ea415676d.jpg

      dopo il primo blog sugli organi da strada Olandesi, , mi sembra naturale proseguire la strada della musica riprodotta “in altra maniera”.
      Organi da strada… carini, vero? 
      E i JukeBox? Sicuramente un oggetto che molti di noi conoscono.
      Tre le marche fondamentali:
      Wurlitzer, Seeburg,  Rock-Ola
      E mica parliamo di “macchinette” eh…! La diffusione di queste macchine era, dal 1930 al 1960, molto vasta.
      Tanti locali pubblici, e non di certo solamente negli USA, ne avevano uno.
      Pensate che nel solo anno 1936 la Wurlitzer  riuscì a vendere più di 40.000 jukebox…
      Era stata la ditta Ami a produrre il primo vero fonografo a moneta che fu messo sul mercato nel lontano 1927.  Questa azienda aveva un certo nome come produttore di pianoforti automatici…

      Non riuscì a diventare marchio leader negli States. Cosa che però, gli riuscì in Europa.
      Nel 1933 (quindi 3 anni dopo la AMI) la Wurlitzer presentò il suo primo apparecchio, col quale si poteva selezionare uno dei dischi inserito in questo “mobile” (che, inizialmente, era fatto di legno).


      Quella di poter selezionare il brano che si voleva ascoltare si rivelò subito una scelta vincente.
      In pochi anni anche Seeburg  e Rock-Ola riuscirono ad affermarsi sul mercato. 
      Il mobile di questi apparecchi prodotti in quegli anni erano fatti di legno.
      I dodici (ma c’erano anche modelli con una selezione/offerta più piccola…) dischi erano, visto il periodo,  a 78 giri.  I dischi erano disposti in una pila verticale dalla quale di volta in volta venivano estratti e “suonati”. 

      Fu la ditta Seeburg a sposare, prima di tutti, il “KITSCH”, tipo di design che ha reso famosi questi aggeggi. Non vi è dubbio alcuno che il grande successo di vendita fu anche per i vari mobili, cromature, colori, plastiche  illuminate. 
      Interessante sapere che questi JukeBox raramente venivano venduti ai locali, bar, ristoranti ecc. 
      Si preferiva venderli ai noleggiatori, che noleggiavano ai locali pubblici le ultime novità. Tempo un anno, e la macchina passava dai grandi locali ai bar più piccoli, poi nelle cittadine meno grandi, infine nei locali di campagna.

      Questi bar e ostelli erano l’ultimo anello della catena… quando arrivava un nuovo modello, con ancora più luci, colori, scelte e stranezze varie, il jukebox, spesso ancora perfettamente funzionante, veniva distrutto. 
      Consumismo, si chiama. Ne sappiamo qualcosa anche noi, adesso….. 😁
      Comunque sia… fu nel 1940 che ebbe inizio la produzione di Jukebox  ad arco. Erano sempre stati squadrati, prima. Fu una grande idea, tant’è che i dieci anni successivi i jukebox prodotti avevano tutti, più meno, la stessa forma. 
      Non sarebbe completamente giusto però, scrivere “10 anni successivi”, perché negli anni della seconda guerra mondiale i vari Seeburg, Wurlitzer, Ami e Rock-Ola furono, più o meno, costretti a convertire i macchinari di produzione alla fabbricazione di materiale bellico.
      Così fu che  molti vecchi JukeBox che prima della guerra venivano distrutti perché “non più di moda”, durante la guerra venivano dismessi in grandi magazzini. Così si potevano recuperare dei pezzi di ricambio; 



      Un pezzo unico, una meccanica unica, fu la svolta che fece di Wurlitzer il marchio leader. Cambiava la carrozzeria, ma la meccanica restava pressoché uguale.
      In pratica… si teneva il mobile originale, ma si cambiavano il design e le dimensioni esterne….. 
      I costi diminuirono e….così i locali più modaioli e lussuosi ebbero sempre dei jukebox nuovi, che però… erano sempre gli stessi,  a livello tecnico;  cambiava solo il mobile esterno nella sua veste estetica!
      Dopo la guerra 1939/1945, l’entusiasmo per i JukeBox cresceva in tal modo che era davvero difficile trovare un locale pubblico che non ne avesse uno.  

      Non si dipendeva più solo dai brani musicali proposte dalle radio, o, per i più fortunati, da qualche disco che si poteva avere in casa… coi vari Seeburg, Rock-Ola, Ami e Wurlitzer (e altri nomi…) se volevi ascoltare il brano preferito era sufficiente inserire una monetina e… l’ascolto era fatto  😜
      Ovviamente era anche un bel mercato per l’industria discografica… (a propò… qualcuno si ricorda del “FestivalBar” che si faceva, una volta all’anno, nell’Arena di Verona? La classifica finale si basava sulle selezioni effettuate da chi inseriva 100 lire <200 ?>  Chi si ricorda più, sic!)… 
      Io, nel mio piccolo, ho sempre dubitato che fosse un conteggio vero e non pilotato, ma questo è un altro discorso… 🙄


      IL nome JUKE BOX non si sa di preciso da dove venga… esistono più teorie, probabilmente tutte vere… Fatto sta che avere la possibilità di avere un mobile che riproduceva musica, e magari pure quella più popolare, non fu molto ben vista dai musicisti.
      Del resto… i musicisti suonavano per guadagnarsi da vivere, stavano sul palco, anche se improvvisato, nei bar, e suonavano… Vedersi sostituiti da una macchina “infernale come questa…. " significava dover cercare altri luoghi dove poter guadagnare suonando… oppure… erano costretti a cambiare lavoro o diventare musicista da strada…  (rubare il lavoro lo si può fare/interpretare in molti modi…..) .


       

      Dite la verità, qui, forse, siamo tutti audiofili… sì, ma anche un po’ nostalgici… (o no???)
      Chi di noi non avrebbe voglia, entrando in un bar, di inserire una moneta nella fessura, selezionare qualche brano e ascoltare quel suono di “poca fedeltà” ma molto fascino?
      Chissà… magari nel bar si trovano delle ragazze  e voi potreste invitarle a ballare…  roba d’altri tempi? be', sì… certo. Ma … a voi non piacerebbe averne uno, in casa? 
      Se vi interessa (e se avete lo spazio necessario…) cercate sul web… troverete molti JukeBox usati/garantiti/originali in vendita… non costano poco, OK, … ma… volete mettere?

      PS… avevo scritto queste righe più di un mese fa, per poi dimenticarmene (…) l’altro giorno sono andato al museo “Nicolis” di Villafranca Veronese, e lì ci sono esposti 4/5 jukebox originali, (e anche... udite udite, qualche organo da strada di cui parlavo tempo fa...) molto belli. 
      E … mi è venuto voglia di riaprire  queste righe…
       

      Vedo di inserire qualche foto, grazie per la lettura

       

      ami_01.thumb.jpg.242eae0815f5d2af4e40d4aef9f55a51.jpg 

      esistono delle belle letture sull'argomento, spesso hanno delle belle immagini.

      Molto di ciò che ho scritto l'ho preso da questo bellissimo libro. Ve lo consiglio... (contiene anche un CD di musiche del JukeBox_Time...)

      JukeBox_libro.thumb.jpg.1fdd7058255d24e4597158f627c449e9.jpg


       

    2. Ben ritrovati, ad un nuovo appuntamento con i torrenti, le Trote, e le avventure di pesca.

       

      In questa nuova conversazione, vorrei illustrare per sommi capi, anche a chi ne è completamente digiuno, come si sviluppa la pesca alla Trota, che di norma presuppone due principali tecniche di esecuzione, una la cosiddetta pesca con artificiale, l’ altra invece quella con esca viva.

       

      La prima, conosciuta soprattutto per l’ uso del cosiddetto cucchiaino, prevede l’ utilizzo di un’ esca finta, formata da una paletta di metallo, a forma appunto di cucchiaino, paletta che è libera di ruotare su un asse formato da una sottile anima di acciaio, che ad un estremo ha un anellino che permette di fissare il rotante al filo di nylon, e sull’ altro lato, alla fine dell’ anima in acciaio, si trova un’ asola che tiene in posizione una piccola ancoretta, cioè tre ami fissati insieme e sfalsati a 120 gradi in modo da rendere l’ arpioncino sempre attivo nei confronti del pesce da qualsiasi angolo la aggredisca. La foto che segue, credo sia più chiara di qualsiasi spiegazione.

       

      Esche_artificiali_pesca_Trota.thumb.jpg.6f0af6eadd4efe8a8b8ee99be716add2.jpg

       

      Come si vede qui sopra, i cucchiaini, così chiamati per la paletta che sembra un cucchiaio, sono i più utilizzati in torrenti, hanno forme, fogge, dimensioni variabili, come pure i colori e i disegni che compaiono sulla superficie del cucchiaino, alcuni li ho personalizzati io utilizzando i colori da modellismo, per fare delle diverse colorazioni o disegni che, ritenevo, potessero renderli più appetibili alle Trote, cosa che poi, statisticamente, non mi pare sia stata confermata . . . !!

       

      Pesca con artificiali 

       

      La tecnica di pesca con artificiale prevede il lancio del rotante, nella zona di interesse dello specchio d’ acqua, il suo recupero col mulinello a intervalli più o meno regolari, ma continuo, in modo che la paletta del cucchiaino in acqua giri a forma di vortice e attiri la curiosità e la voracità della trota, che inseguendo l’ esca finta e mordendola, rimanga agganciata  all’ ancoretta attaccata posteriormente.

      Sembra una tecnica crudele, invece è la forma di pesca meno aggressiva, preferita da chi non vuole trattenere il pesce, perché l’ abboccata così detta, ovvero l’ agganciarsi della trota all’ esca, è superficiale e solitamente, con molta attenzione, si può slamare, ovvero togliere l’ arpione dal labbro del pesce, senza provocare nessun danno fisico e produrre alcuna mutilazione.  

      E’ una tipologia di pesca molto pulita anche dal punto di vista del pescatore, che non maneggia esche vive, ovvero lombrichi, camole o altri animaletti, che comunque sporcano, deperiscono, e costringono a procurarseli per tempo, andando a raccoglierli o acquistandoli presso i negozi specializzati. Una variante consiste nell’ utilizzare artificiali con la forma di un pesce che, recuperando la lenza sotto la superficie, imitano il movimento natatorio di un pesciolino, e attirano così l’ attenzione della trota che vede sia una potenziale preda fonte di proteine nobili, che un intruso che invade il suo territorio, scatenando in questo modo la pronta reazione e l’ attacco, soprattutto di pesci di buona taglia. Molto valida in questo senso è l’ imitazione del pesce persico, che atavicamente scatena la reazione delle trote che lo vedono come un intruso nel proprio territorio di pertinenza, ovvero di caccia e di ambiente in cui vivere svolgendo le proprie attività.

      Qui sotto alcuni dei pesciolini finti , imitazioni molto veritiere, che vengono utilizzati per insidiare Trote di buone dimensioni, si tenga presente che questi pesci artificiali sono anche in grado di muoversi nell' acqua imitando il movimento del pesce vivo, ovvero guizzano e si muovono ondulando, cosa che può essere accentuata dal pescatore, sia muovendo la punta della canna lateralmente, sia variando la velocità di recupero con il mulinello. 

       

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      Quelli qui sopra in foto sono solo alcuni dei pesciolini ed esche artificiali che nei decenni ho utilizzato per la pesca, in torrente, e anche in lago, dove si potevano insidiare anche i cavedani, i Persici Trota, detti Boccaloni, e i Persici classici.

       

      Pesca con esche naturali

       

      La seconda forma di pesca alla trota si basa appunto sull’ utilizzo di esche vive, naturali, di cui i classici esempi sono il lombrico, la camola del miele o il gatoss, ed è la cosiddetta pesca alla tocca sul fondo, cioè attuata per mezzo di un finale di lenza composto, partendo dal tratto terminale del filo, da un amo con lombrico, camola del miele o altro insetto vivo, piombatura adeguata per permettere di lanciare ad una distanza di almeno 6-10 metri l’ esca e, non diffuso ma comodo, girella con moschettone che permette di attaccare e staccare facilmente la montatura così fatta dalla lenza principale, ovvero il filo che va alla canna e si avvolge nel mulinello.

      Il terminale citato, lungo solitamente dai 30 ai 45 centimetri, ha alcuni vantaggi rispetto al filo continuo, cioè senza l‘ interposizione del moschettone con girella, tra i quali il fatto che è molto veloce il cambio dello stesso, per esempio se si vuole montare un diverso finale di lenza con piombatura o amo differente, oppure se si impiglia e si strappa il filo sul fondo, cosa che in un torrente non è evento raro, di solito la rottura si ha sul nodo che aggancia il terminale al moschettone, preservando il resto della lenza, oppure per il cambio rapido da pesca ad esca viva a quella con artificiale, cioè da amo a cucchiaino o viceversa. C’ è però un aspetto negativo, ovvero  inserendo un elemento in più sulla lenza, ed un nodo ulteriore, si indebolisce la resistenza e l’ elasticità del filo, che può diventare cruciale se abboccasse un pesce importante, la trota attesa una vita intera.

      Nella pesca a tocca, il lancio dell’ esca si fa in corrente, sotto cascata, vicino a dove si pensa vi sia la tana e si lascia affondare il tutto senza recupero immediato, in modo che l’ esca si muova naturalmente seguendo la corrente, e il pesce possa vedere e saggiare il cibo attaccato all’ amo. Si mette poi in tensione il filo recuperando un poco di lenza con il mulinello, e si “sente” sul filo, fisicamente con la mano libera la presenza della trota che mangia, rappresentata tipicamente da colpetti più o meno energici che si propagano alla canna, poiché di solito il pesce mangia e contestualmente fa leggeri spostamenti del corpo, mantenendo la posizione in acque mosse, nuotando e compensando con piccoli movimenti laterali delle pinne. Qui sotto alcuni terminali già preparati, per non perdere tempo durante la battuta di pesca in torrente . . . 

       

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      La foto non rende molto, ma il concetto di fondo è che i finali hanno un' asola, si vede a destra, che si infila nella girelle e moschettone legata al nylon principale che entra nel mulinello, e che quindi si possono cambiare in funzione del peso che si usa, io di solito utilizzo due olivette abbastanza pesanti che permettono sia di lanciare agevolmente più lontano rimanendo nascosti, sia di far affondare subito in corrente l' esca. All' estremità di sinistra, dopo circa 30-40 centimetri di lenza, l' amo, in questo caso un amo corto per camole, scuro, per non riflettere la luce sotto il sole, e ritorto per ferrare meglio il pesce.

       

      Dal tipo di tocca che si avverte sulle dita della mano che stringe la lenza, un pescatore con esperienza capisce già di che mole è la Trota che sta assaggiando l’ esca, solitamente la trota piccola è vorace e molto disordinata nei colpetti e si muove molto nello spazio a sua disposizione, mentre la trota più matura mangia dando colpi secchi ma meno irruenti e spesso rimane in posizione immobile nel punto in cui ha abboccato, saggiando il cibo con molta calma prima di passare ad ingoiarlo.

      Durante la pesca alla tocca, c’ è la variante della Trota, di misura variabile che, presa in bocca l’ esca, punta decisa verso la sua tana, per abitudine o perché insidiata da rivali per il cibo, tana posta solitamente sotto una roccia, nei pressi della cascata, in un punto nascosto, dove si trova il suo rifugio abituale, per continuare a mangiare in sicurezza il cibo conquistato. A questo punto dell’ azione di pesca le cose possono ulteriormente complicarsi, perché una Trota in tana è sempre un’ incognita per il pescatore.

      In poche frazioni di secondo si deve decidere se lasciare che il pesce entri nel suo rifugio, affinché mangi con calma e si agganci quasi da solo all’ amo, o recuperare, dando il colpo di ferrata con la canna. Nella tana infatti gli spazi sono spesso angusti e il filo può incappare in punti taglienti delle rocce, per cui si rischia di tranciarlo, oppure si verificano situazioni in cui il pesce rimane saldamente bloccato nel suo rifugio, cosa che rende impossibile il tirarlo fuori dalla tana senza rischiare di strappare il filo o procurare dei danni al pesce stesso.

      Spesso conviene perciò ferrare quasi immediatamente, termine che indica il colpo con la canna a frusta all’ indietro subito dopo l’ abboccata del pesce e conseguente recupero del filo con il mulinello, per far si che l’ amo punga la trota e permetta al pescatore di trarla fuori dall’ acqua, anche se alte sono le probabilità che il pesce, non avendo ancora ingoiato il cibo e tenendolo nella parte anteriore della bocca, a filo di labbra, lo sputi e si liberi dall’ amo.

      Proprio perché l’ esca viene masticata e parzialmente ingerita dal pesce, questa tecnica di pesca è meno preservante per l’ integrità fisica della Trota, poiché l’ amo può ferire il pesce, rendendo più complessa la slamatura, o liberazione del pesce dall’ amo, senza il rischio di ledere qualche parte dell’ apparato boccale dello stesso. Risulta così che la tecnica con l’ esca viva, sia la meno adatta a fare una pesca sportiva di cattura e rilascio, perché più difficile risulta liberare il pesce dall’ amo e rimetterlo in acqua indenne. Proprio per limitare questi potenziali danni, di solito si tende ad utilizzare ami di generose dimensioni, in modo che le piccole trote non possano neppure ingoiarli, mentre le più grosse, con ami di grandi dimensioni, sono punte sul labbro e facilmente liberabili, seguendo alcune semplici precauzioni. Tra queste, bagnarsi bene le mani per non intaccare il film lipidico che ricopre la superficie del corpo del pesce, la trota infatti non ha scaglie, come molti altri pesci, la sua forma altamente idrodinamica si basa proprio sulla pelle nuda, che oppone minore resistenza al movimento in acqua, ed è però ricoperta da una mucillagine che protegge il pesce dagli attacchi di parassiti e di altri microorganismi, garantendo al contempo una buona aerodinamica corporea.

      Il pesce va maneggiato con attenzione e delicatezza, senza esercitare pressioni sul suo corpo, basta tenerlo immobilizzato per permettere di togliere l’ amo o l’ ancoretta dalle labbra, operazione in alcuni casi più complicata se l’ amo si è agganciato nel palato o se più di uno dei bracci dell’ ancoretta si sono conficcati nella bocca della trota. Una volta sganciata e libera, la trota va inserita in acqua, possibilmente muovendola delicatamente per permettere alle branchie di ossigenarsi nuovamente, tenendola per la coda, in acque correnti ma non eccessivamente veloci, in modo che riprenda conoscenza e sia lei a muoversi lasciando la mano del pescatore, che la regge. Tutti questi piccoli accorgimenti riescono a limitare al minimo la sofferenza e i disagi del pesce, che viene, per qualche secondo, tolto dal suo ambiente naturale e costretto ad andare un poco in debito di ossigeno, ma se si è attenti e rapidi, la trota ritorna nel suo ambiente liquido senza portarsi dietro nessuna menomazione o trauma, se non un’ esperienza che gli servirà per essere più guardinga e attenta, facendole guadagnare opportunità di sopravvivenza ad un ulteriore passaggio di un pescatore che tenterà di insidiarla.

       

      Differenza sostanziale tra le due tecniche, con artificiale e con esca viva, sono anche i tempi di reazione e le modalità di abboccata del pesce. Nel primo caso il cucchiaino transita velocemente nell’ acqua, per il recupero molto rapido della lenza fatto girando con continuità il mulinello, che aumenta ancora se si lancia in acque correnti e in rapida discesa a valle. Qui la trota ha pochi istanti per reagire, se si riesce a solleticarne la voracità e la curiosità spesso l’ attacco è immediato, addirittura con l’ artificiale in volo sopra lo specchio d’ acqua, e da qui inizia la sfida tra il pesce, che cerca di liberarsi dalla presa, e il pescatore che vuole spiaggiarlo fuor d’ acqua. La trota tenta di liberarsi dal cucchiaino dimenandosi in acqua, saltando fuori dalla superficie del torrente, dove il filo non è più sostenuto dal liquido e permette al pesce di sganciarsi più facilmente, ed anche, comportamento più tipico delle trote di una certa mole, venendo velocemente incontro al pescatore e quindi allentando la tensione della lenza e favorendo così la probabilità di sganciarsi dell’ ancoretta dalla bocca. Altra variabile nel recupero è data dalle posizioni spesso precarie in cui ci si trova a lottare con la trota, cioè in acque vorticose, in difficile equilibrio, nascosti dietro ad una roccia, oppure in posizione elevata rispetto all’ acqua e dovendo sollevare il pesce in aria, quindi senza sostegno del liquido, questo diventa immediatamente più pesante e in grado di divincolarsi in modo più disordinato.

      Nel caso di pesca con l’ esca viva, questa viene lanciata e fatta scendere verso il fondo, portata a spasso dalla corrente e mossa con piccoli recuperi dal pescatore, rimanendo più tempo a disposizione dei pesci ma è meno visibile di un oggetto in veloce movimento e luccicante, per cui risulta essere più una pesca di attesa e intercettazione del pesce che di sorpresa. Inoltre, una volta ghermito il boccone, il pesce assaggia e mastica il cibo, con tempi più lenti, spesso con cautela, tanto più la trota è grossa, e quindi bisogna attendere il giusto momento prima di ferrare, scelta spesso aleatoria e dettata dall’ esperienza e dalla sensazione che la trota mangi più o meno voracemente, pena il rischio di togliere letteralmente di bocca al pesce il ghiotto boccone.

      Buona parte delle abboccate, sia all’ esca finta che al vivo, vanno a vuoto, nel senso che il pesce sputa prima della ferrata, perché sente per esempio la punta dell’ amo pungerlo, oppure non aggancia il cucchiaino o si sgancia durante il recupero. Qualche volta beffa il pescatore anche se è stato spiaggiato, tale è la reattività, il saltare disordinato, il dimenarsi puntando per istinto sempre e immancabilmente tra l’ altro, in direzione dell’ acqua, unito al fatto di avere la superficie del corpo molto viscida che favorisce il nuoto, da lasciare di stucco il pescatore che è convinto di averla ormai in pugno. Non si contano le situazioni nelle quali mi è capitato di rimanere basito osservando il guizzo finale di una trota, considerata oramai catturata, che recupera il suo ambiente senza dare la possibilità di fare più nulla, lasciando con il rammarico di non essere stato più rapido, perché anche avventandosi sul pesce con le mani, pure in pochi centimetri d’ acqua la trota diventa inafferrabile e di nuovo padrona incontrastata della situazione, capace di dileguarsi in un attimo !.

      Esiste un altro approccio, molto tecnico, di pesca alla trota, è rappresentato dalla pesca a mosca, ovvero una pesca eseguita lanciando a notevole distanza, anche 12-15 metri, una lenza cosiddetta a coda di topo, che si proietta ed estende proprio per la sua conformazione e peso, alla punta della quale viene legata una moschina artificiale, costruita per imitare le piccole efemere ed altri insetti volanti, del peso di un paio di grammi. Il pescatore, eseguendo un movimento a frusta, con una canna e un mulinello speciali, distende muovendo la canna avanti ed indietro, la lenza fino a posarla sul pelo dell‘ acqua, dove attira le Trote che attaccano la riproduzione dell’ insetto che cela un amo.

      E’ una variante di pesca molto tecnica, ma richiede oltre ad un allenamento ed una pratica notevoli, anche il corretto spazio per poter muovere una lenza avanti ed indietro, in aria, senza che questa si impigli in rami, fronde o altro e per la morfologia dei torrenti che frequento è una tecnica di pesca che non è praticabile con successo. Oltre a quelle elencate, che sono le principali, esistono non solo altre tecniche e tipologie di pesca, legate anche alle caratteristiche differenti di torrenti, luoghi di pesca, ambienti, ma anche di quelle sopra citate vi sono innumerevoli varianti, spesso anche messe a punto da singoli pescatori, con modifiche delle esche artificiali, uso di galleggianti, utilizzo di canne molto lunghe e di attrezzature differenti da quanto io ho menzionato e delle quali, nello specifico delle mie esperienze, più avanti racconterò nel dettaglio di alcune di esse.  

      Le numerose varianti tecniche, frutto anche delle tradizioni locali, sono una prova ulteriore di uno sport molto variegato, che rappresenta una ricchezza sia per la passione in sé che per l’ importanza del tramandarsi di nozioni, metodi di pesca spesso profondamente differenti, comunque fonti di cultura, vitalità, diversificazione e diffusione di questo sport antico, o come vogliamo definirlo, passione, od anche hobby, che ci permette di passare del tempo immersi nella natura.

       

      Alla prossima puntata 

       

      saluti , Dario 

       

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      Le cartoline di oggi vi parlano di un lago affascinante, di un ottimo pranzetto, di un’antica leggenda, di un’isola incantevole, e di un percorso mistico.

      Orta, che sorge sulle rive del lago omonimo, è classificato tra i 100 borghi più belli d’Italia. Il lago si è formato dal ghiacciaio del Sempione ed è separato dal lago Maggiore dalla cima del Mottarone. Siamo in Piemonte, nella provincia di Novara. Sono tante le camminate e le attività che si possono fare attorno a questo piccolo specchio d’acqua circondato da una vegetazione lussureggiante e cangiante a seconda della stagione. Gozzano, ad esempio, offre piccole spiagge attrezzate e, nei dintorni, scuole di vela e circoli di canottaggio. Orta, invece, propone soprattutto passeggiate spettacolari e, tra queste, quella al Sacro Monte attraverso una via costellata da 20 cappelle affrescate, dedicate a episodi della vita di San Francesco.

      Arrivando alla minuscola cittadina, si è attratti da una strana costruzione in stile moresco che svetta e domina il lago: si tratta di Villa Pia Crespi, costruita nel 1879, su incarico di un ricco imprenditore tessile, indigeno, che voleva farne dono alla diletta moglie, Pia. Del progetto si occupò uno dei più famosi architetti dell’epoca, Angelo Colla, e, soprattutto nel periodo tra le due guerre, ospitò, oltre al re Umberto I, molte personalità di spicco in ambito letterario e religioso. Ceduta successivamente, finì per diventare un hotel negli anni ‘80. Oggi è reputata una sorta di tempio per i gourmet poichè il suo ristorante è diretto dallo chef Antonino Cannavacciuolo. La Villa è molto bella, ha interni stupendi e preziosi, un magnifico giardino e una bella piscina ma, personalmente, non mi sembra in armonia con il contesto: la maestosità silenziosa e raccolta del panorama lacustre era già perfetta e, a mio avviso, non necessitava di “intrusi”.

      Lasciata l’auto in uno dei parcheggi posti fuori dal borgo, si scende verso il lago attraverso un dedalo di vicoli molto suggestivi, ricchi di affreschi, antichi lavatoi, balconi fioriti, ristorantini e negozietti, fino ad arrivare alla piazza Motta, dove si trova il centro del paese e il piccolo imbarcadero. Da notare il palazzetto detto il Broletto, datato 1572.

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      IL BROLETTO

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      La chiesa parrocchiale di Santa Maria Assunta

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      Le specialità della valle sono tante ma i formaggi sono il top. 

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      E’ ora di pranzo e, prima di imbarcarci per l’isola, anche noi ci sediamo in un ammiccante e già sperimentato ristorante proprio a bordo acqua, di fronte all’imbarcadero e all'isola.

      Ecco il nostro goloso menu:

      Sformatino di patata e porro, fonduta al maccagno 

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      Gnocchi di segale, grasso di Formazza, pistilli di zafferano e pancetta nostrana 

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      Sottofiletto di manzo, scalogno confit e salsa al marsala

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      Crema bruciata alla nocciola IGP del Piemonte 

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      Caffè e piccola pasticceria della casa

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      Tutto ottimo!  😋

       

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      E ora parliamo della leggenda che ha dato il nome all'isola e del miracolo di San Giulio e anche dei mostri...

      Giulio e Giuliano erano due fratelli religiosi, che, nel IV secolo, sotto l'imperatore Teodosio, si misero in viaggio con l'obiettivo di convertire i pagani e di fondare 100 chiese. Lungo era stato il cammino e anche faticoso ma la loro fede li aveva sempre aiutati a superare i pericoli e le avversità incontrate ed erano quasi alla fine della loro missione dopo aver fondato ben 99 chiese quando giunsero alle rive del lago! Giulio era anche un esorcista e, decise che la centesima l’avrebbe fondata proprio su quell’isola “maledetta”!  Si diceva infatti che l’isola fosse infestata da draghi e serpenti feroci che si cibavano, in un solo boccone, di capre selvatiche, di buoi e anche di quei malcapitati che, in barca, osavano avvicinarsi.

      I barcaioli infatti si limitavano a pescare poco distanti dalla riva e lontano dall’isola ma raccontavano di avvistamenti spaventosi e descrivevano i mostri arricchendoli con particolari agghiaccianti. Nessuno mai si sarebbe arrischiato a trasportare i due monaci, anzi, gli abitanti tutti li supplicarono di lasciar perdere e di abbandonare quella idea così folle. Giulio non si lasciò convincere e, inginocchiatosi sulla riva, iniziò a pregare chiedendo l’aiuto del Signore. E avvenne il miracolo!  Il suo mantello si trasformò magicamente in una sorta di barca  resistente alle onde create dai draghi e lo portò sano e salvo sull’isola dove, non solo sconfisse le forze del male ma riuscì anche,con l'aiuto di tutti i borghigiani, sedotti e convertiti dal miracolo, a fondare la sua centesima chiesa!!  Ora nella sacristia della chiesa è conservato un lungo osso, forse una vertebra, del drago ucciso dal Santo che, a sua volta, è sepolto nella cripta sottostante.

      Sì, ho raccontato una bella fiaba che, di vero, pare abbia solo qualche radice:in realtà, forse, sull’isola abitavano dei pagani irriducibili e crudeli. Per quanto riguarda l’osso pare, invece, sia un fossile di una balenottera spiaggiatasi e defunta in epoca glaciale! Sotto la chiesa, poi, si sono trovati anche i resti di un’altra chiesa costruita in epoca precedente. 

      Da segnalare, comunque, che ancora oggi, alcuni barcaioli sostengono di avvistare, a volte, degli strani mostri, simili a coccodrilli che sbucano dall’acqua e, con fare aggressivo, li spaventano. Insomma, anche in Piemonte abbiamo il nostro Lochness!!  😱  😂

       

      Adesso torniamo seri, abbandoniamo le fantasie e imbarchiamoci alla volta dell’isola.

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      San Giulio domina dall'alto del Palazzo Vescovile

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      Già dal lago, mentre ci avviciniamo,  ci rendiamo conto di quanto possa essere bella, romantica e ricca di fascino:

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      L’isola, molto piccola, detta anche isola del Silenzio, ha soltanto una via perimetrale dotata di una particolarità: se si intraprende il cammino in un verso si percorre la via del silenzio, se ci si incammina nell'altro senso, la via della meditazione. In certi periodi, lungo la via, si possono leggere dei cartelli fronte/retro, multilingue, con frasi diverse scritte a seconda del percorso: questi pensieri sono quelli di una badessa, Madre Anna Maria Canopi.

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      Lungo la via si incontra anche una passerella celata che serve alle suore di clausura per accedere direttamente dal convento alla chiesa senza passare dalla stradina pubblica.

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      La popolazione dell'isola non arriva a 100 abitanti, di questi, almeno 70, sono suore di clausura benedettine dedite allo studio di testi sacri, alla preghiera e alla meditazione.

      Non si può non restare immersi in questa atmosfera così tranquilla e serena e neppure non riflettere su quanto si legge camminando, istintivamente, a passo lento e con rispetto.

      Ed ecco l'interno della basilica di san Giulio che ha il fronte direttamente sul lago: è ricca di dipinti di epoche diverse ed è impreziosita dall'ambone in serpentino d'Oira, una pietra verde estratta nella zona.

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      Una cosa è certa, anche se non si tratta di un miracolo, dopo questa passeggiata, tornando a casa, ci si sente davvero più sereni, leggeri e rilassati! 😉

       

       

       

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