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Space Age
Ho sempre trovato affascinante certe soluzioni ad isola, o forse è meglio definirle a consolle, che hanno avuto una certa diffusione negli anni delle esplorazioni spaziali... e da cui hanno tratta molta ispirazione. 
Cosa dite, per chi apprezza almeno a livello estetico queste "soluzioni" di farne una carrellata per soddisfare gli occhi?
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40 anni di "FEBBRE" e non sentirli
Usciva proprio oggi ( 13 marzo 1978 ) nelle sale italiane quello che per noi adolescenti, in quei lontani ormai anni '70, sarebbe diventato lo sparti acque verso un periodo roseo per chi giovincello e curioso aveva fame di musica e divertimento; un vero trampolino di lancio per come si sarebbe intesa "la discoteca" e per lo sviluppo esponenziale che questi locali avrebbero avuto nel nostro paese.
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The McIntosh Story
La storia  in generale e più in particolare la  storia delle persone è cosa bizzarra e certamente Frank Mc Intosh ingegnere elettronico e appassionato di musica non poteva immaginare, in quella primavera del 1949, che fondando la sua piccola ditta che britannicamente chiamò semplicemente Mc Intosh Engineering stava immortalando il suo nome e che tale nome sarebbe stato tramandato ai posteri come sinonimo di qualità che rasenta il mito.
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FPP Food Porn Photo
FPP Food Porn Photo: cibo da mangiare con gli occhi.
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  • 507 risposte

The Marantz Story
Millenovecentoundici, un anno destinato a cambiare il corso della Storia del Suono. Nel 1911 a New York nasce, infatti, Saul B. Marantz.
Un nome chiaramente benedetto dagli dei, poiché in quel magico anno in una casa di New York non fu un bambino a emettere i suoi primi vagiti ma, direttamente un marchio.
Marantz  è un nome che contiene nelle due sillabe che lo compongono la vera essenza dell’Alta Fedeltà, un nome familiare tanto al più saggio degli audiofili quanto all’uomo della strada che, di melodiosi watt, non si è mai interessato. Solo questo basta a mostrare quanto questo amante della musica e dell’elettronica abbia realizzato nei suoi ottant’anni di vita. 
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piccola galleria criminale italiana
C'è un paese, in Basilicata, che si chiama oggi Savoia di Lucania, ma che fino al 1878 aveva un altro nome: Salvia. Salvia di Lucania fu ribattezzata Savoia per compensare l'offesa fatta al re Umberto I di Savoia da un suo cittadino: Giovanni Passannante, anarchico, che ferì il re Umberto durante una visita al sud da poco conquistato ai Borbone.

Tolti nome e memoria al paese, Passannante fu sistemato in questo modo: la madre e i fratelli furono chiusi in manicomio criminale, lui fu sottoposto a torture e violenze per decenni, e il suo corpo fu fatto a pezzi e dato agli animali. Prima però gli fu segata la testa ed estratto il cranio.

Ancora oggi, chi vuole (basta pagare il biglietto di 2 euro), può godersi lo spettacolo del cervello e del cranio di un anarchico italiano morto nel 1910 messi sotto teca nel Museo Criminologico di Roma, in onore alle teorie lombosiane che volevano patologico tutto quel che non era conforme al concetto di normalità, cercando la causa della devianza e della delinquenza nelle pieghe del cervello.

Gianluca
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  • 34 risposte

I "cinemi" spariti
A chi non fa un po' di tristezza vedere la vecchia sala di quartiere dove abbiamo sognato, imparato, vissuto, riso e pianto.., trasformata in un Bingo, oppure in un magazzino, o abbandonata al suo lento degrado?
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  • 73 risposte

Amplificatore integrato McIntosh MA7000
L’MA7000 di McIntosh è l’ultimo nato tra gli amplificatori integrati del glorioso marchio americano.
E’ un apparecchio che si presente in modo piuttosto imperativo, non soltanto per le dimensioni decisamente abbondanti, ma anche a causa del peso di oltre 40 Kg (che, imballo compreso, arrivano a quasi 60 Kg).
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Il Sistema dei Sogni
C’è qualcosa di nuovo oggi nel cielo, anzi di antico. (G.Pascoli)
Se potete, andate ad ascoltare questo incredibile sistema, e comunicatemi le vostre impressioni.
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Giradischi, braccio e testina Kuzma Stabi S, Stogi S e KC-3
Questa volta sono in terra di Slovenia per la prova di questo set-up analogico completo di casa Kuzma. Lo so, qualcuno dirà che questo giradischi è già stato provato tante volte. Però in casa mia ancora non era giunto e quindi, visto che mi è stato proposto di provarlo, perché rinunciare di esprimere la mia opinione? Non è vincolante, sicuramente; ma sarà una voce in più. E poi la testina è alla sua prima prova d’ascolto.
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Neo-psichedelia: scoperte e ri-scoperte
Sull'onda della discussione del nuovo album dei The Dream Syndicate, chiacchierata inevitabilmente allargatasi lungo tutta l'ondata del cosiddetto Paisley Underground, ripensando a quell'epoca nella quale il suono sixties venne incrociato con la new-wave ed il punk regalandoci ibridi da brividi, ricordi di tutti i fiori & colori, e preso da tante memorie e riff di fuzz e farfise svolazzanti , non vuoi che mi scappa una lacrima?
Quello che qui si vorrebbe raccontare riguarda specificatamente la riscoperta del sixties sound e la sua rielaborazione secondo la sensibilità e le tecniche delle epoche attraversate, quel genere musicale che dal 1980 ad oggi è stato classificato come Neo-psichedelia, pur trascorrendo la maggior parte del suo tempo nell'underground più di nicchia, ebbene ogni tanto torna in superficie con qualche nuova gemma, tipo il disco degli svedesi qualche riga sopra.
Questo thread vorrebbe essere dedicato a chi ama o ha amato questi suoni, invitandovi a mettere insieme memorie di dischi e band che hanno fatto la storia della scena Neo-psichedelica attraverso 35 anni di alti e bassi, ma, soprattutto, il mio vorrebbe essere un invito a segnalare le novità, stare sul pezzo, come si dice, e menzionare bands che spesso passano in silenzio pur meritando la massima attenzione di noi appassionati del genere, col rischio di scoprirli quando è troppo tardi, tipo quando le poche copie di dischi stampati sono già esaurite.
Probabilmente regalate ad amici/parenti o vendute ai concerti.
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  • 217 risposte

Migliore amplificatore integrato XXI secolo
Parlando solo di oggetti che avete ascoltato di persona personalmente: qual è il miglior amplificatore integrato tra quelli usciti dal 2000 ad oggi?
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  • 1.021 risposte

SENZA PELI SULLA LINGUA - Bebo Moroni a ruota libera: Come eravamo dieci anni fa. - I
Le classifiche di ieri, i desideri di oggi... E accade che si faccia prendere dal romanticismo, e guardi indietro, di dieci, quindici, trent’anni. E così andiamo a scoprire che una buona parte degli apparecchi che popolano queste affollate classifiche sono quelli più in voga nel mercato dell’usato ( o del "vintage" secondo un non recondito desiderio merceologico, di storicizzare subito tutto —anche i prezzi di vendita: perché vuoi mettere il prezzo di un apparecchio "vecchio" rispetto a quello di uno "antico" o "classico"?
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Rogers LS3/5a
In aggiunta, vi offro un mio scambio di messaggi privati con un forumer che ovviamente resterà anonimo...:
 "Ingegner Renato, piu volte le ho sentito dire che per l'ascolto (ravvicinato) della musica riprodotta in casa, occorrono diffusori specifici, ho provato a rileggere i suoi scritti, ma non sono riuscito a trovare la risposta. Le chiedo cortesemente, di elencare qualche diffusore attuale che sia adatto a tale situazione e perché lo è. Quali sono le caratteristiche di tali diffusori. Per fare un esempio, le vecchie KEF chorale e le JBL L112, sono adatte a soddisfare tali prerogative? Grazie ingegnere ed a presto.
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  • 110 risposte

Viste da vicino: le nostre testine
Forza, non siate timidi. Mettete mano alla macchina fotografica e mostrate le vostre bellezze!
Denon DL110 su Micro Seiki MA-505S.
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  • 1.224 risposte

[Reportage] Norcia-Castelluccio Sisma 30 ottobre 2016 - Zona Rossa
30 ottobre 2016, un terribile terremoto di magnitudo 6,5 travolge Norcia e i paesi intorno ad essa, il sisma più forte dal 1980 in Italia non ha fatto vittime ma ha causato decine di migliaia di sfollati e danni incalcolabili al patrimonio artistico, la cattedrale di San Benedetto è stata distrutta dal sisma e si sono registrati crolli e lesioni nel borgo storico e in diverse frazioni del territorio.
Il 2 novembre, armato di sacco a pelo, tenda e macchine fotografiche, sono partito per raccontare quello che era successo e sopratutto lo straordinario lavoro dei vigili del fuoco, ci sono rimasto più di due mesi, vivendo in roulotte e container ospite di amici, un esperienza dura ma che ti fa capire sempre di più di quale spirito siamo fatti noi italiani quando dobbiamo affrontare le sfide più difficili, a volte impossibili. Parlo della solidarietà, della forza d'animo e del carattere fiero che purtroppo, o fortunatamente, tiriamo fuori in queste occasioni.
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  • 7 risposte

Un Paese dalle mille e una notte.  Shahrazad dove sei? Qui alcune notti sono molto oscure...
Oggi vorrei parlarvi di Doha e del Qatar: io di questo Paese conoscevo poco: sapevo solo che, per gravi motivazioni politiche era stato isolato dagli altri Emirati che ne avevano  rimosso la bandiera e chiuso i consolati. Non so se tutti voi abbiate idea della ricchezza di questo piccolissimo emirato, più piccolo di molte regioni italiane. A Doha non ci sono poveri e se qualcuno ha debiti, l’emiro è sempre pronto a saldarli. Tutti gli indigeni hanno un’abitazione decorosa, un lavoro e almeno un’auto. Il reddito annuo pro capite, dicono, supera i 100.000$. ( non so se anche qui valga la media “dei polli”).
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  • 15 risposte

Il luogo fisico e non solo, delle mie avventure, il Torrente
In molte occasioni nelle quali ho raccontato ad amici, conoscenti o ad altri pescatori , avventure vissute sui torrenti, ho dato loro molteplici definizioni dei luoghi, e ho elencato moltissimi elementi  e caratteri di un torrente, ma se dovessi pensare ad una definizione la più ampia e nello stesso tempo intima possibile del luogo, direi che il torrente è come una seconda casa.
Questo perché alcuni affluenti e tratti di fiume li vivo, conosco e frequnto da oltre 45 anni, e quindi il modo più naturale, spontaneo e completo di pensare a questi luoghi è definirli come la mia seconda casa.
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  • 4 risposte

Il DJ "suona"?, che ne pensate?
Uno a "caso"
Voi come li considerate i dj?
Francesco
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  • 318 risposte

Misure e Ascolto
Dal Manifesto di Audioplay http://www.renatogiussani.it/Audioplay.htm#manifesto traggo la seguente frase: "...Misurare e valutare correttamente come importanti anche le minime alterazioni spettrali introdotte da ciascun componente hi-fi (nella effettiva condizione di interfacciamento prevista), potrebbe quindi costituire un valido passo avanti verso la possibilità di correlare meglio le sue prestazioni scientificamente rilevabili con le sensazioni uditive prodotte..."
 
Sono cose che il sottoscritto scrive da "parecchi anni".
 
E che sono state a più riprese supportate da esperienza galileiane al di sopra di ogni sospetto.
 
E allora, al di là delle molte comprensibili ragioni di opportunità commerciale (ho militato per diversi anni nella stessa categoria e qualcosa su certi condizionamenti la so anch'io...), perché i giornalisti "in carica" quando hanno sotto gli occhi i grafici degli apparecchi provati, magari addirittura con scala verticale in decibel molto espansa, non mettono mai l'accento sulle differenze di risposta in frequenza così facilmente rilevabili?
 
Da notare, che molto spesso tali differenze raggiungono e superano il mezzo dB anche a frequenze certamente ben udibili (quali i 10 kHz, ad esempio) e sono tali quindi da caratterizzare fortemente l'ascolto. In un senso o nell'altro.
 
Ultimamente, ad esempio, su Audio Review mi è capitato di leggere articoli che presentavano apparecchi digitali con risposte in frequenza che tali differenze le avevano e come... Eppure nei commenti alle misure non se ne faceva cenno alcuno né si ravvedeva la necessità di provare a correlare in alcun modo tali prestazioni tecniche con le sensazioni d'ascolto, che io posso facilmente immaginare fortemente influenzate da tali evidenze tecniche.
 
Mi piacerebbe che qualcuno provasse ad esprimere il suo parere e a portare testimonianze dirette sull'argomento. Evitando, per cortesia di chiamare in causa parametri diversi da quelli da me evidenziati (andamento del modulo della risposta in frequenza).
Il metodo scientifico funziona e conduce a qualche riaultato utile solo se il problema viene affrontato, sia pure da molte prospettive differenti, ma una alla volta.
 
Grazie.
Renato Giussani
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  • 495 risposte

Posizione degli altoparlanti delle casse acustiche
Attenzione! Come al solito vengo a rompere le scatole...!
Negli anni '70 si assisteva alla proliferazione di casse con gli altoparlanti disposti nelle posizioni e nelle configurazioni più strane. Pannelli elettrostastici e isodinamici e loro "approssimazioni" a parte... Io, volendo progettare una cassa "mia" mi chiesi quale regole avrei dovuto seguire per ottenere i migliori risultati.
La prima risposta fu che per fare in modo che le misure delle prove delle riviste sarebbero venute meglio se gli altoparlanti fossero stati più vicini possibile (e il madornale errore di Heyser nella misura delle 7/06 negli anni '80 ne fu una indesiderata controprova...).

La seconda risposta fu che, visto che le misure "fuori asse" le facevano praticamente solo in orizzontale. era meglio che gli altoparlanti fossero allineati in verticale. Questa conclusione in realtà non è semplicemente "opportunistica" perché tiene conto del fatto che di solito l'ascoltatore non fa su e giù di un matro con la testa mentre potrebbe sicuramente sedersi fuori asse rispetto ad almeno una delle due casse di un sistema stereo.
 
Ricordate che sto ripercorrendo i primordi...
 
Dalle due conclusioni precedenti, in risposta a precisa domanda di Biasella, nacque l'Unità Medio-Alti ESB.
L'ultima risposta che mi diedi fu quella che fui in grado di elaborare quando ero ormai pronto a sviluppare il DSR.
Ed è che per ciascun altoparlante di un sistema multivie c'è una posizione ottimale da scegliere, in relazione sia alla banda dello spettro audio che questo riproduce che alla posizione degli altri trasduttori.
 
Il passaggio all'NPS verticale ormai dovreste conoscerlo. In pratica non si usano aloparlanti appartenenti a diverse vie, per espandere la dimensione verticale della sorgente emittente, bensì elementi appartenenti allo stesso "gruppo" ed emittenti le stesse frequenze. Esattamente come avviene nei pannelli isodinamici che piacciono proprio per la dimensione che "erraticamente" ricostruiscono e la minore distorsione rispetto al singolo cono (che io ho cercato di ottenere aumentandone il numero...). :-)
 
Insomma, non sarebbe ora di cominciare a dubitare della bravura dei progettisti che si sono tuttora fermati alle prime due risposte... O magari sono andati oltre " a caso"... Senza aver nemmeno cercato una risposta minimamente logica ai quesiti ai quali "qualcuno" ha già saputo rispondere da molto tempo in un modoc he "pare funzioni"...? ;-)
 
E nelle prove delle riviste specializzate qualche minimo accenno ogni tanto non potrebbe starci bene...?
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  • 31 risposte

Cosa state leggendo?
Avanti, ho voglia di leggere qualche buon libro una volta finito quello attuale:
Amabili resti di Alice Sebold.
In realtà l'ho appena iniziato e non sono ancora in grado di farvi una recensione
ma forza, non siate tirchi, consigliate pure.
 
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  • 836 risposte

Audiofilo quarantenne disorientato: richiesta d'aiuto
Buongiorno a tutti, mi chiamo Roberto, ho 42 anni, ho un vecchissimo impianto di 30 anni fa (finale a valvole BAS P50, Cd Arcam 70.2 e diffusori Celestion DL12), non funzionante....
prima o poi vorrei tornare a riavere un impianto "serio" con cui ascoltare la mia musica preferita.
Seguo, non con costanza però, l'evoluzione del settore audio e confesso che sono un tantino disorientato: assisto spesso alla nascita di nuovi marchi o all'importazione di prodotti precedentemente non distrubuiti in Italia, oggetti dal costo di "millanta" euro, ovviamente i toni usati dal produttore e/o dal negoziante di turno sono spesso altisonanti e presentano la novità di turno come il non plus ultra.....e fino a qui nulla di male, fanno il loro lavoro che è quello di produrre o vendere. Il problema, tutto mio credo, è che se io decido di acquistare un componente audio anche molto costoso con la precisa scelta, anacronistica nel mercato hi-end, di tenermelo il più a lungo possibile, il mercato, da ridondante di proposte e soluzioni, diviene piccolo piccolo, dovendo giocoforza rivolgermi a quei prodotti distribuiti con continuità e serietà. Mi chiedo allora come sia possibile che molti "colleghi" audiofili, quando devono rinnovare un componente molto costoso dell'impianto, non ci pensino due volte prima di acquistare un prodotto che fino a pochi mesi prima non veniva commercializzato in Italia e soprattutto un prodotto che da qui a pochi anni non si sa ancora se continuerà ad essere importato o distribuito sul mercato nazionale... Quand'è che un componente hi-fi è un ottimo componente? Le performances sonore sono sì importanti, su questo non ci piove, ma per me è fondamentale sapere che se tra 10 anni avrò bisogno di una riparazione, non rimarrò in braghe di tela con un pezzo di ferraglia inerte. Mi chiedo se sono rimasto l'unico a fare delle considerazioni, o delle paturnie, può essere, di questo tipo... Mi piace pensare che il mio futuro impianto sarà quello definitivo, che mi accompagnerà fedele per mooolti anni, senza troppi capricci e problemi, insomma vorrei acquistare un impianto costruito non solo per suonare bene, ma anche per durare a lungo. I marchi del mercato hi-end che "meritano" di essere acquistati per me, sottolineo il per me, sono davvero pochi e li annovero tra quei produttori che vantano una presenza ultradecennale sul mercato, caratterizzata non solo dall'innovazione dei prodotti, ma anche da una più umile ma certosina ottimizzazione di quanto prodotto fino a quel momento.
Forse il mio approccio è troppo rigido e sbaglio, precludendomi di conoscere degli ottimi prodotti che magari non hanno una storia di lungo corso alle loro spalle.
Voi che pensate? Le vostre critiche e considerazioni saranno apprezzate.
Grazie in anticipo. Roberto
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  • 206 risposte

Tre vini rossi da voi consigliati, solo tre.
Quali sono per voi tre vini rossi da consigliare, solo tre, mi raccomando! Uno economico, 10 euro, uno medio, 20 euro, uno da 30 euro o più. Ecco i miei, dal più economico al più costoso:
Barbera D'Alba DOC Batasiolo 2014
Radici (Taurasi DOCG) Mastroberardino 2012
Sessantanni (Primitivo Di Manduria DOP) San Marzano 2015
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  • 138 risposte

deck 'orizzontale'
ciao,
mi affascinano esteticamente i se ci con struttura orizzontale come i Technics RS 276 o RS 271 ma non so niente della loro qualità. Se ne trovano diversi in vendita nei vari mercatini a prezzi umani ma prima di fare il passo volevo qualche consiglio da chi conosce queste macchine.
Grazie anticipate.
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  • 38 risposte

  • I Blog di Melius Club

    1. - Sssh, la senti a questa? Questa, quando veniva 'nterra Brucculin', faceva piangere i meglio gangstèr a tanto di lacrime! Gilda Mignonette, la conosci?
      - No.
      - E che ci campi a fare?

      (dialogo dal film I Magliari, diretto da Francesco Rosi nel 1959)

      COPERTINA-Migranti-a-Ellis-Island-1892.j


      Nel film il jukebox suonava 'A cartulina 'e Napule, del 1927, musicata da Giuseppe De Luca su testo di Pasquale Buongiovanni, entrambi emigranti a New York, interprete è Gilda Mignonette.
      Era chiamata la Regina degli emigranti dalle colonie italo-americane, Gilda Mignonette nata nella Duchesca nel 1886, forse la prima music star della musica napoletana. Il suo successo fu lungo e travolgente, dall'Argentina agli Stati Uniti.
      Nel 1953 sentendo arrivare la fine, volle essere condotta a Napoli, chi nasce a Napule 'n ce vo' muri', si dice. Non ci riuscì, morì a ventiquattro ore da Napoli sulla transoceanica "Homeland", sul certificato di morte vennero riportate le coordinate del punto in cui si spense, latitudine 37° 21' Nord e longitudine 4° 30' Est.
      E allora, immergiamoci nella New York del 1927 e godiamoci la grande Gilda. A presto e sempre senza nulla a pretendere.

       

    2. Scendo alla prossima

      Wurlitzer_01.thumb.jpg.78c0a14ff698d0569eb7134ea415676d.jpg

      dopo il primo blog sugli organi da strada Olandesi, , mi sembra naturale proseguire la strada della musica riprodotta “in altra maniera”.
      Organi da strada… carini, vero? 
      E i JukeBox? Sicuramente un oggetto che molti di noi conoscono.
      Tre le marche fondamentali:
      Wurlitzer, Seeburg,  Rock-Ola
      E mica parliamo di “macchinette” eh…! La diffusione di queste macchine era, dal 1930 al 1960, molto vasta.
      Tanti locali pubblici, e non di certo solamente negli USA, ne avevano uno.
      Pensate che nel solo anno 1936 la Wurlitzer  riuscì a vendere più di 40.000 jukebox…
      Era stata la ditta Ami a produrre il primo vero fonografo a moneta che fu messo sul mercato nel lontano 1927.  Questa azienda aveva un certo nome come produttore di pianoforti automatici…

      Non riuscì a diventare marchio leader negli States. Cosa che però, gli riuscì in Europa.
      Nel 1933 (quindi 3 anni dopo la AMI) la Wurlitzer presentò il suo primo apparecchio, col quale si poteva selezionare uno dei dischi inserito in questo “mobile” (che, inizialmente, era fatto di legno).


      Quella di poter selezionare il brano che si voleva ascoltare si rivelò subito una scelta vincente.
      In pochi anni anche Seeburg  e Rock-Ola riuscirono ad affermarsi sul mercato. 
      Il mobile di questi apparecchi prodotti in quegli anni erano fatti di legno.
      I dodici (ma c’erano anche modelli con una selezione/offerta più piccola…) dischi erano, visto il periodo,  a 78 giri.  I dischi erano disposti in una pila verticale dalla quale di volta in volta venivano estratti e “suonati”. 

      Fu la ditta Seeburg a sposare, prima di tutti, il “KITSCH”, tipo di design che ha reso famosi questi aggeggi. Non vi è dubbio alcuno che il grande successo di vendita fu anche per i vari mobili, cromature, colori, plastiche  illuminate. 
      Interessante sapere che questi JukeBox raramente venivano venduti ai locali, bar, ristoranti ecc. 
      Si preferiva venderli ai noleggiatori, che noleggiavano ai locali pubblici le ultime novità. Tempo un anno, e la macchina passava dai grandi locali ai bar più piccoli, poi nelle cittadine meno grandi, infine nei locali di campagna.

      Questi bar e ostelli erano l’ultimo anello della catena… quando arrivava un nuovo modello, con ancora più luci, colori, scelte e stranezze varie, il jukebox, spesso ancora perfettamente funzionante, veniva distrutto. 
      Consumismo, si chiama. Ne sappiamo qualcosa anche noi, adesso….. 😁
      Comunque sia… fu nel 1940 che ebbe inizio la produzione di Jukebox  ad arco. Erano sempre stati squadrati, prima. Fu una grande idea, tant’è che i dieci anni successivi i jukebox prodotti avevano tutti, più meno, la stessa forma. 
      Non sarebbe completamente giusto però, scrivere “10 anni successivi”, perché negli anni della seconda guerra mondiale i vari Seeburg, Wurlitzer, Ami e Rock-Ola furono, più o meno, costretti a convertire i macchinari di produzione alla fabbricazione di materiale bellico.
      Così fu che  molti vecchi JukeBox che prima della guerra venivano distrutti perché “non più di moda”, durante la guerra venivano dismessi in grandi magazzini. Così si potevano recuperare dei pezzi di ricambio; 



      Un pezzo unico, una meccanica unica, fu la svolta che fece di Wurlitzer il marchio leader. Cambiava la carrozzeria, ma la meccanica restava pressoché uguale.
      In pratica… si teneva il mobile originale, ma si cambiavano il design e le dimensioni esterne….. 
      I costi diminuirono e….così i locali più modaioli e lussuosi ebbero sempre dei jukebox nuovi, che però… erano sempre gli stessi,  a livello tecnico;  cambiava solo il mobile esterno nella sua veste estetica!
      Dopo la guerra 1939/1945, l’entusiasmo per i JukeBox cresceva in tal modo che era davvero difficile trovare un locale pubblico che non ne avesse uno.  

      Non si dipendeva più solo dai brani musicali proposte dalle radio, o, per i più fortunati, da qualche disco che si poteva avere in casa… coi vari Seeburg, Rock-Ola, Ami e Wurlitzer (e altri nomi…) se volevi ascoltare il brano preferito era sufficiente inserire una monetina e… l’ascolto era fatto  😜
      Ovviamente era anche un bel mercato per l’industria discografica… (a propò… qualcuno si ricorda del “FestivalBar” che si faceva, una volta all’anno, nell’Arena di Verona? La classifica finale si basava sulle selezioni effettuate da chi inseriva 100 lire <200 ?>  Chi si ricorda più, sic!)… 
      Io, nel mio piccolo, ho sempre dubitato che fosse un conteggio vero e non pilotato, ma questo è un altro discorso… 🙄


      IL nome JUKE BOX non si sa di preciso da dove venga… esistono più teorie, probabilmente tutte vere… Fatto sta che avere la possibilità di avere un mobile che riproduceva musica, e magari pure quella più popolare, non fu molto ben vista dai musicisti.
      Del resto… i musicisti suonavano per guadagnarsi da vivere, stavano sul palco, anche se improvvisato, nei bar, e suonavano… Vedersi sostituiti da una macchina “infernale come questa…. " significava dover cercare altri luoghi dove poter guadagnare suonando… oppure… erano costretti a cambiare lavoro o diventare musicista da strada…  (rubare il lavoro lo si può fare/interpretare in molti modi…..) .


       

      Dite la verità, qui, forse, siamo tutti audiofili… sì, ma anche un po’ nostalgici… (o no???)
      Chi di noi non avrebbe voglia, entrando in un bar, di inserire una moneta nella fessura, selezionare qualche brano e ascoltare quel suono di “poca fedeltà” ma molto fascino?
      Chissà… magari nel bar si trovano delle ragazze  e voi potreste invitarle a ballare…  roba d’altri tempi? be', sì… certo. Ma … a voi non piacerebbe averne uno, in casa? 
      Se vi interessa (e se avete lo spazio necessario…) cercate sul web… troverete molti JukeBox usati/garantiti/originali in vendita… non costano poco, OK, … ma… volete mettere?

      PS… avevo scritto queste righe più di un mese fa, per poi dimenticarmene (…) l’altro giorno sono andato al museo “Nicolis” di Villafranca Veronese, e lì ci sono esposti 4/5 jukebox originali, (e anche... udite udite, qualche organo da strada di cui parlavo tempo fa...) molto belli. 
      E … mi è venuto voglia di riaprire  queste righe…
       

      Vedo di inserire qualche foto, grazie per la lettura

       

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      esistono delle belle letture sull'argomento, spesso hanno delle belle immagini.

      Molto di ciò che ho scritto l'ho preso da questo bellissimo libro. Ve lo consiglio... (contiene anche un CD di musiche del JukeBox_Time...)

      JukeBox_libro.thumb.jpg.1fdd7058255d24e4597158f627c449e9.jpg


       

    3. Ben ritrovati, ad un nuovo appuntamento con i torrenti, le Trote, e le avventure di pesca.

       

      In questa nuova conversazione, vorrei illustrare per sommi capi, anche a chi ne è completamente digiuno, come si sviluppa la pesca alla Trota, che di norma presuppone due principali tecniche di esecuzione, una la cosiddetta pesca con artificiale, l’ altra invece quella con esca viva.

       

      La prima, conosciuta soprattutto per l’ uso del cosiddetto cucchiaino, prevede l’ utilizzo di un’ esca finta, formata da una paletta di metallo, a forma appunto di cucchiaino, paletta che è libera di ruotare su un asse formato da una sottile anima di acciaio, che ad un estremo ha un anellino che permette di fissare il rotante al filo di nylon, e sull’ altro lato, alla fine dell’ anima in acciaio, si trova un’ asola che tiene in posizione una piccola ancoretta, cioè tre ami fissati insieme e sfalsati a 120 gradi in modo da rendere l’ arpioncino sempre attivo nei confronti del pesce da qualsiasi angolo la aggredisca. La foto che segue, credo sia più chiara di qualsiasi spiegazione.

       

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      Come si vede qui sopra, i cucchiaini, così chiamati per la paletta che sembra un cucchiaio, sono i più utilizzati in torrenti, hanno forme, fogge, dimensioni variabili, come pure i colori e i disegni che compaiono sulla superficie del cucchiaino, alcuni li ho personalizzati io utilizzando i colori da modellismo, per fare delle diverse colorazioni o disegni che, ritenevo, potessero renderli più appetibili alle Trote, cosa che poi, statisticamente, non mi pare sia stata confermata . . . !!

       

      Pesca con artificiali 

       

      La tecnica di pesca con artificiale prevede il lancio del rotante, nella zona di interesse dello specchio d’ acqua, il suo recupero col mulinello a intervalli più o meno regolari, ma continuo, in modo che la paletta del cucchiaino in acqua giri a forma di vortice e attiri la curiosità e la voracità della trota, che inseguendo l’ esca finta e mordendola, rimanga agganciata  all’ ancoretta attaccata posteriormente.

      Sembra una tecnica crudele, invece è la forma di pesca meno aggressiva, preferita da chi non vuole trattenere il pesce, perché l’ abboccata così detta, ovvero l’ agganciarsi della trota all’ esca, è superficiale e solitamente, con molta attenzione, si può slamare, ovvero togliere l’ arpione dal labbro del pesce, senza provocare nessun danno fisico e produrre alcuna mutilazione.  

      E’ una tipologia di pesca molto pulita anche dal punto di vista del pescatore, che non maneggia esche vive, ovvero lombrichi, camole o altri animaletti, che comunque sporcano, deperiscono, e costringono a procurarseli per tempo, andando a raccoglierli o acquistandoli presso i negozi specializzati. Una variante consiste nell’ utilizzare artificiali con la forma di un pesce che, recuperando la lenza sotto la superficie, imitano il movimento natatorio di un pesciolino, e attirano così l’ attenzione della trota che vede sia una potenziale preda fonte di proteine nobili, che un intruso che invade il suo territorio, scatenando in questo modo la pronta reazione e l’ attacco, soprattutto di pesci di buona taglia. Molto valida in questo senso è l’ imitazione del pesce persico, che atavicamente scatena la reazione delle trote che lo vedono come un intruso nel proprio territorio di pertinenza, ovvero di caccia e di ambiente in cui vivere svolgendo le proprie attività.

      Qui sotto alcuni dei pesciolini finti , imitazioni molto veritiere, che vengono utilizzati per insidiare Trote di buone dimensioni, si tenga presente che questi pesci artificiali sono anche in grado di muoversi nell' acqua imitando il movimento del pesce vivo, ovvero guizzano e si muovono ondulando, cosa che può essere accentuata dal pescatore, sia muovendo la punta della canna lateralmente, sia variando la velocità di recupero con il mulinello. 

       

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      Quelli qui sopra in foto sono solo alcuni dei pesciolini ed esche artificiali che nei decenni ho utilizzato per la pesca, in torrente, e anche in lago, dove si potevano insidiare anche i cavedani, i Persici Trota, detti Boccaloni, e i Persici classici.

       

      Pesca con esche naturali

       

      La seconda forma di pesca alla trota si basa appunto sull’ utilizzo di esche vive, naturali, di cui i classici esempi sono il lombrico, la camola del miele o il gatoss, ed è la cosiddetta pesca alla tocca sul fondo, cioè attuata per mezzo di un finale di lenza composto, partendo dal tratto terminale del filo, da un amo con lombrico, camola del miele o altro insetto vivo, piombatura adeguata per permettere di lanciare ad una distanza di almeno 6-10 metri l’ esca e, non diffuso ma comodo, girella con moschettone che permette di attaccare e staccare facilmente la montatura così fatta dalla lenza principale, ovvero il filo che va alla canna e si avvolge nel mulinello.

      Il terminale citato, lungo solitamente dai 30 ai 45 centimetri, ha alcuni vantaggi rispetto al filo continuo, cioè senza l‘ interposizione del moschettone con girella, tra i quali il fatto che è molto veloce il cambio dello stesso, per esempio se si vuole montare un diverso finale di lenza con piombatura o amo differente, oppure se si impiglia e si strappa il filo sul fondo, cosa che in un torrente non è evento raro, di solito la rottura si ha sul nodo che aggancia il terminale al moschettone, preservando il resto della lenza, oppure per il cambio rapido da pesca ad esca viva a quella con artificiale, cioè da amo a cucchiaino o viceversa. C’ è però un aspetto negativo, ovvero  inserendo un elemento in più sulla lenza, ed un nodo ulteriore, si indebolisce la resistenza e l’ elasticità del filo, che può diventare cruciale se abboccasse un pesce importante, la trota attesa una vita intera.

      Nella pesca a tocca, il lancio dell’ esca si fa in corrente, sotto cascata, vicino a dove si pensa vi sia la tana e si lascia affondare il tutto senza recupero immediato, in modo che l’ esca si muova naturalmente seguendo la corrente, e il pesce possa vedere e saggiare il cibo attaccato all’ amo. Si mette poi in tensione il filo recuperando un poco di lenza con il mulinello, e si “sente” sul filo, fisicamente con la mano libera la presenza della trota che mangia, rappresentata tipicamente da colpetti più o meno energici che si propagano alla canna, poiché di solito il pesce mangia e contestualmente fa leggeri spostamenti del corpo, mantenendo la posizione in acque mosse, nuotando e compensando con piccoli movimenti laterali delle pinne. Qui sotto alcuni terminali già preparati, per non perdere tempo durante la battuta di pesca in torrente . . . 

       

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      La foto non rende molto, ma il concetto di fondo è che i finali hanno un' asola, si vede a destra, che si infila nella girelle e moschettone legata al nylon principale che entra nel mulinello, e che quindi si possono cambiare in funzione del peso che si usa, io di solito utilizzo due olivette abbastanza pesanti che permettono sia di lanciare agevolmente più lontano rimanendo nascosti, sia di far affondare subito in corrente l' esca. All' estremità di sinistra, dopo circa 30-40 centimetri di lenza, l' amo, in questo caso un amo corto per camole, scuro, per non riflettere la luce sotto il sole, e ritorto per ferrare meglio il pesce.

       

      Dal tipo di tocca che si avverte sulle dita della mano che stringe la lenza, un pescatore con esperienza capisce già di che mole è la Trota che sta assaggiando l’ esca, solitamente la trota piccola è vorace e molto disordinata nei colpetti e si muove molto nello spazio a sua disposizione, mentre la trota più matura mangia dando colpi secchi ma meno irruenti e spesso rimane in posizione immobile nel punto in cui ha abboccato, saggiando il cibo con molta calma prima di passare ad ingoiarlo.

      Durante la pesca alla tocca, c’ è la variante della Trota, di misura variabile che, presa in bocca l’ esca, punta decisa verso la sua tana, per abitudine o perché insidiata da rivali per il cibo, tana posta solitamente sotto una roccia, nei pressi della cascata, in un punto nascosto, dove si trova il suo rifugio abituale, per continuare a mangiare in sicurezza il cibo conquistato. A questo punto dell’ azione di pesca le cose possono ulteriormente complicarsi, perché una Trota in tana è sempre un’ incognita per il pescatore.

      In poche frazioni di secondo si deve decidere se lasciare che il pesce entri nel suo rifugio, affinché mangi con calma e si agganci quasi da solo all’ amo, o recuperare, dando il colpo di ferrata con la canna. Nella tana infatti gli spazi sono spesso angusti e il filo può incappare in punti taglienti delle rocce, per cui si rischia di tranciarlo, oppure si verificano situazioni in cui il pesce rimane saldamente bloccato nel suo rifugio, cosa che rende impossibile il tirarlo fuori dalla tana senza rischiare di strappare il filo o procurare dei danni al pesce stesso.

      Spesso conviene perciò ferrare quasi immediatamente, termine che indica il colpo con la canna a frusta all’ indietro subito dopo l’ abboccata del pesce e conseguente recupero del filo con il mulinello, per far si che l’ amo punga la trota e permetta al pescatore di trarla fuori dall’ acqua, anche se alte sono le probabilità che il pesce, non avendo ancora ingoiato il cibo e tenendolo nella parte anteriore della bocca, a filo di labbra, lo sputi e si liberi dall’ amo.

      Proprio perché l’ esca viene masticata e parzialmente ingerita dal pesce, questa tecnica di pesca è meno preservante per l’ integrità fisica della Trota, poiché l’ amo può ferire il pesce, rendendo più complessa la slamatura, o liberazione del pesce dall’ amo, senza il rischio di ledere qualche parte dell’ apparato boccale dello stesso. Risulta così che la tecnica con l’ esca viva, sia la meno adatta a fare una pesca sportiva di cattura e rilascio, perché più difficile risulta liberare il pesce dall’ amo e rimetterlo in acqua indenne. Proprio per limitare questi potenziali danni, di solito si tende ad utilizzare ami di generose dimensioni, in modo che le piccole trote non possano neppure ingoiarli, mentre le più grosse, con ami di grandi dimensioni, sono punte sul labbro e facilmente liberabili, seguendo alcune semplici precauzioni. Tra queste, bagnarsi bene le mani per non intaccare il film lipidico che ricopre la superficie del corpo del pesce, la trota infatti non ha scaglie, come molti altri pesci, la sua forma altamente idrodinamica si basa proprio sulla pelle nuda, che oppone minore resistenza al movimento in acqua, ed è però ricoperta da una mucillagine che protegge il pesce dagli attacchi di parassiti e di altri microorganismi, garantendo al contempo una buona aerodinamica corporea.

      Il pesce va maneggiato con attenzione e delicatezza, senza esercitare pressioni sul suo corpo, basta tenerlo immobilizzato per permettere di togliere l’ amo o l’ ancoretta dalle labbra, operazione in alcuni casi più complicata se l’ amo si è agganciato nel palato o se più di uno dei bracci dell’ ancoretta si sono conficcati nella bocca della trota. Una volta sganciata e libera, la trota va inserita in acqua, possibilmente muovendola delicatamente per permettere alle branchie di ossigenarsi nuovamente, tenendola per la coda, in acque correnti ma non eccessivamente veloci, in modo che riprenda conoscenza e sia lei a muoversi lasciando la mano del pescatore, che la regge. Tutti questi piccoli accorgimenti riescono a limitare al minimo la sofferenza e i disagi del pesce, che viene, per qualche secondo, tolto dal suo ambiente naturale e costretto ad andare un poco in debito di ossigeno, ma se si è attenti e rapidi, la trota ritorna nel suo ambiente liquido senza portarsi dietro nessuna menomazione o trauma, se non un’ esperienza che gli servirà per essere più guardinga e attenta, facendole guadagnare opportunità di sopravvivenza ad un ulteriore passaggio di un pescatore che tenterà di insidiarla.

       

      Differenza sostanziale tra le due tecniche, con artificiale e con esca viva, sono anche i tempi di reazione e le modalità di abboccata del pesce. Nel primo caso il cucchiaino transita velocemente nell’ acqua, per il recupero molto rapido della lenza fatto girando con continuità il mulinello, che aumenta ancora se si lancia in acque correnti e in rapida discesa a valle. Qui la trota ha pochi istanti per reagire, se si riesce a solleticarne la voracità e la curiosità spesso l’ attacco è immediato, addirittura con l’ artificiale in volo sopra lo specchio d’ acqua, e da qui inizia la sfida tra il pesce, che cerca di liberarsi dalla presa, e il pescatore che vuole spiaggiarlo fuor d’ acqua. La trota tenta di liberarsi dal cucchiaino dimenandosi in acqua, saltando fuori dalla superficie del torrente, dove il filo non è più sostenuto dal liquido e permette al pesce di sganciarsi più facilmente, ed anche, comportamento più tipico delle trote di una certa mole, venendo velocemente incontro al pescatore e quindi allentando la tensione della lenza e favorendo così la probabilità di sganciarsi dell’ ancoretta dalla bocca. Altra variabile nel recupero è data dalle posizioni spesso precarie in cui ci si trova a lottare con la trota, cioè in acque vorticose, in difficile equilibrio, nascosti dietro ad una roccia, oppure in posizione elevata rispetto all’ acqua e dovendo sollevare il pesce in aria, quindi senza sostegno del liquido, questo diventa immediatamente più pesante e in grado di divincolarsi in modo più disordinato.

      Nel caso di pesca con l’ esca viva, questa viene lanciata e fatta scendere verso il fondo, portata a spasso dalla corrente e mossa con piccoli recuperi dal pescatore, rimanendo più tempo a disposizione dei pesci ma è meno visibile di un oggetto in veloce movimento e luccicante, per cui risulta essere più una pesca di attesa e intercettazione del pesce che di sorpresa. Inoltre, una volta ghermito il boccone, il pesce assaggia e mastica il cibo, con tempi più lenti, spesso con cautela, tanto più la trota è grossa, e quindi bisogna attendere il giusto momento prima di ferrare, scelta spesso aleatoria e dettata dall’ esperienza e dalla sensazione che la trota mangi più o meno voracemente, pena il rischio di togliere letteralmente di bocca al pesce il ghiotto boccone.

      Buona parte delle abboccate, sia all’ esca finta che al vivo, vanno a vuoto, nel senso che il pesce sputa prima della ferrata, perché sente per esempio la punta dell’ amo pungerlo, oppure non aggancia il cucchiaino o si sgancia durante il recupero. Qualche volta beffa il pescatore anche se è stato spiaggiato, tale è la reattività, il saltare disordinato, il dimenarsi puntando per istinto sempre e immancabilmente tra l’ altro, in direzione dell’ acqua, unito al fatto di avere la superficie del corpo molto viscida che favorisce il nuoto, da lasciare di stucco il pescatore che è convinto di averla ormai in pugno. Non si contano le situazioni nelle quali mi è capitato di rimanere basito osservando il guizzo finale di una trota, considerata oramai catturata, che recupera il suo ambiente senza dare la possibilità di fare più nulla, lasciando con il rammarico di non essere stato più rapido, perché anche avventandosi sul pesce con le mani, pure in pochi centimetri d’ acqua la trota diventa inafferrabile e di nuovo padrona incontrastata della situazione, capace di dileguarsi in un attimo !.

      Esiste un altro approccio, molto tecnico, di pesca alla trota, è rappresentato dalla pesca a mosca, ovvero una pesca eseguita lanciando a notevole distanza, anche 12-15 metri, una lenza cosiddetta a coda di topo, che si proietta ed estende proprio per la sua conformazione e peso, alla punta della quale viene legata una moschina artificiale, costruita per imitare le piccole efemere ed altri insetti volanti, del peso di un paio di grammi. Il pescatore, eseguendo un movimento a frusta, con una canna e un mulinello speciali, distende muovendo la canna avanti ed indietro, la lenza fino a posarla sul pelo dell‘ acqua, dove attira le Trote che attaccano la riproduzione dell’ insetto che cela un amo.

      E’ una variante di pesca molto tecnica, ma richiede oltre ad un allenamento ed una pratica notevoli, anche il corretto spazio per poter muovere una lenza avanti ed indietro, in aria, senza che questa si impigli in rami, fronde o altro e per la morfologia dei torrenti che frequento è una tecnica di pesca che non è praticabile con successo. Oltre a quelle elencate, che sono le principali, esistono non solo altre tecniche e tipologie di pesca, legate anche alle caratteristiche differenti di torrenti, luoghi di pesca, ambienti, ma anche di quelle sopra citate vi sono innumerevoli varianti, spesso anche messe a punto da singoli pescatori, con modifiche delle esche artificiali, uso di galleggianti, utilizzo di canne molto lunghe e di attrezzature differenti da quanto io ho menzionato e delle quali, nello specifico delle mie esperienze, più avanti racconterò nel dettaglio di alcune di esse.  

      Le numerose varianti tecniche, frutto anche delle tradizioni locali, sono una prova ulteriore di uno sport molto variegato, che rappresenta una ricchezza sia per la passione in sé che per l’ importanza del tramandarsi di nozioni, metodi di pesca spesso profondamente differenti, comunque fonti di cultura, vitalità, diversificazione e diffusione di questo sport antico, o come vogliamo definirlo, passione, od anche hobby, che ci permette di passare del tempo immersi nella natura.

       

      Alla prossima puntata 

       

      saluti , Dario 

       



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