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Questione di watt....
Salve a tutti, essendo un appassionato possessore di apparecchi valvolari (mcintosh mc 60 ) da ormai quasi 30 anni leggo ormai da tempo nel forum  "mcintosh" che piu' watt si hanno a disposizione e meglio e' , indipendentemente dai diffusori utilizzati. Io non la penso cosi' ed anzi ritengo che un buon amplificatore valvolare anche se non di elevata potenza puo' pilotare al meglio il 90 % dei diffusori attualmente in commercio e farli suonare stupendamente .Naturalmente dipende dall'efficienza dei diffusori e dall'ambiente d'ascolto ma....tranne in casi limite...secondo me un finale valvolare diciamo dai 30 watt in su puo' dare delle soddisfazioni acustiche che tanti ampli a ss si sognano ( e dai 30 in giu' se le casse sono facili da pilotare)...Io ad esempio utilizzo i miei Mc 60 in unione ad una coppia di Dynaudio Special 25 in un locale molto ampio e, anche se le Dynaudio hanno 88 db di efficienza , i due Mc 60 hanno capacita' e potenza da vendere al punto che raramente supero le ore 12 del mio pre ...pena la chiamata ai carabinieri da parte dei condomini a me vicini... C'e' chi scrive che anche ascoltando ad un watt se lo si ascolta con un apparecchio in grado di erogare dai 400-.500 watt in su si senta molto meglio...Che ne pensate ? Cordiali saluti
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  • 1.258 risposte

Garibaldi e dintorni...
Ragà, tutto il parlare di federalismo mi ha fatto tornare in mente i momenti storici relativi all'unità d'italia, mi viene da chiedere come abbia potuto costui con poche forze rendere possibile per es la conquista del Regno delle Due Sicilie...
Che poi mica fece l'impresa dei mille a nome del re, tanto che quello con l'aiuto dell'esercito dovette andare a prendersi tutto quanto di persona (se non ricordo male ci fu anche uno scontro)...
Insomma chi era veramente Garibaldi e quali intenzioni aveva???
E poi il re, pare che le sue casse fossero un po' languenti, al contrario i Borbone erano ricchi, i soldi del regno meridionale finirono nelle tasche dei piemontesi, se così fosse stato l'unità d'Italia è stata finanziata dal sud, finanziamenti continuati con la fornitura di forza lavoro a basso costo...
Insomma, per favore, mi chiarite le idee e magari mi suggerite qualche utile lettura??? ... :-)))
grazie.
Aurelio
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  • 807 risposte

[lessico e nuvole] Cosa intendete per "musicalità"?
Credo che sia forse il termine più impiegato, es. Quell'amplificatore ha musicalità. Il vinile è più musicale del CD.
Così la Treccani: muṡicalità s. f. [der. di musicale]. – 1. La qualità dell’essere musicale, soprattutto in senso estens.: la m. del verso; la m. della lingua italiana; versi privi di musicalità. – 2. In linguistica, la natura musicale dell’accento, in quanto carattere distintivo di una lingua.
Ma cosa si intende con "musicalità" nella riproduzione audio? Dite la vostra che io poi vi dico la mia.
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  • 31 risposte

Questo annuncio  è strepitoso....
"Vendo stereii nuovi sigillati 35 euro. autoradio con ingresso sd card usb aux con telecomando con frontalino estraibile presentazione: eccellente autoradio di ultimissima generazione al passo con i ..."
 
Senza parole. Come le barzellette. Magnifico. Da scrivere all'Accademia della Crusca o alla Treccani per l'inserimento nei rispettivi dizionari della lingua (?) italiana (????).
 
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  • 3.322 risposte

Vera alta fedeltà con 1000 EU, io dico che si può
E pubblicheremo una serie di articoli al riguardo. Dite la vostra e proponete, se anche voi ci credete, eventuali catene d'ascolto.
Ottime cose
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  • 567 risposte

Foto dei nostri impianti
Così come presente nel mitico forum americano di Audioaficionado, ho pensato di istituire anche da noi, questo trhead permanente sulle foto dei nostri McIntosh e dei nostri impianti.
Vi chiedo un'unica cortesia: utilizzate dimensioni di immagini non superiori a 800x600 pixel.id=red>
Inizio io con gli impianti A e B.
 
Vincenzo
Audiofili Pugliesi
https://www.facebook.com/groups/112768042156352/
 
La Musica è il ruggito dell'anima
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  • 2.118 risposte

I Lucifer di Leonida. Esperienze d'ascolto.
Dopo aver seguito con molto interesse il thread di Alexis sulle piastrine olografiche Akiko, la mia attenzione si è soffermata sugli interventi di Giuseppe-Leonida Scardamaglia, in special modo sulle “pecette” olografiche,  ribattezzate “lucifer”. Ebbene, non ho resistito e ho chiesto allo stesso, sempre gentilissimo e disponibile, di poter provare a casa i presunti benefici dei suoi  adesivi argentati.
Apro una piccola parentesi perché il tono del thread di Alexis, questa sera,  è repentinamente degenerato, condito con considerazioni fuori luogo e anche un po’ offensive,  e questo è davvero un peccato:
intanto trovo inqualificabile che persone che non hanno utilizzato nessuno dei prodotti di Leonida possano sentenziare e dialogare con chi questi accessori li ha provati. 
Mi sembrano aberranti anche i toni sarcastici di chi non crede in toto a questo tipo di approccio:  nessuno di noi è il centro dell’universo, e le cose possono funzionare o meno al di là delle nostre convinzioni In ogni caso sarebbe molto più elegante evitare di  intervenire, e, a questo punto, di leggere i post che non interessano, anche perché il rispetto verso le persone NON E’ UN OPTIONAL,  ma qualcosa che è dovuto, soprattutto verso persone oneste, disponibili e cordiali. 
Essere sottilmente sprezzanti o sarcastici verso chi invece è nei nostri confronti cordiale ed autentico mi sembra un atteggiamento di somma inciviltà. Purtroppo questo atteggiamento è uno degli italici talenti. 
Detto questo, ritornerei in tema.
Dicevo che ho seguito i suoi consigli e le sue indicazioni, cominciando gradatamente a porre gli ologrammi sui componenti e ad ascoltare, step by step i risultati sonori otttenuti.
Ho usato quasi sempre la meccanica CD, una vecchia VRDS 20, alternando nel cassettino CD vari con musica da camera (violino solo, quartetti e duo violino-pianoforte), orchestra da camera, orchestra con solista, quintetto jazz, pop anni ’80. Tutti dischi da me conosciutissimi e che ho portato con me per una miriade di ascolti, nonchè per valutare a casa mia tutti i cambi a cui ho sottoposto, nel tempo, l’impianto.
Intanto posso affermare che fin dalle prime applicazioni sono riuscito a percepire variazioni sul suono;
in generale le primissime applicazioni hanno tolto un po’ di asprezza al suono anche se privandolo di un po’ di vitalità. 
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  • 2.764 risposte

Cassette... le belle cassette di una volta... venite gente...
Il paradiso...
Ebbene sì: CINQUANTACINQUE Sony Metal XR 90 nuove sigillate, tutte comodamente appoggiate sul tavolo della mia cucina... arf arf slurp slurp... (faccia libidinosa, filo di bava dall'angolo della bocca...)
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  • 1.168 risposte

Un aiuto col mio Dat Sony!!!
Eccomi a chiedervi una mano da totale profano.
Ho appena comprato dal tedesco di fiducia un Player Dat: Il Sony dtc670.
Mi serve una mano per quando arriverà.
È uno sfizio che mi volevo togliere da tanto ma adesso ho dei dubbi sul suo utilizzo:
Quando registro in analogico devo far si che il level meter arrivi perfettamente sullo 0db senza mai superarlo giusto?
E poi un'altra cosa: Quali cassette dat devo comprare? Io ne ho viste alcune che in copertina hanno scritto DA-R e poco più sotto DAT.
Vanno bene? C'è qualcosa che dovrei sapere sui vari formati oppure ovunque veda scritto DAT va bene?
Un grazie a tutti in anticipo!!!
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  • 875 risposte

Ecco i dischi che avete consigliato in 10 anni
In questo thread vi indicherò quei dischi che, dalla fondazione di VHF ad oggi, voi stessi avete indicato come indispensabili.
Il criterio è massima qualità d'ascolto e massima qualità artistica insieme.Li conoscete? Vi prego di commentare! Ma senza indicare altre scelte perché questo è un lavoro di archivio.STAY TUNED! :-h
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  • 144 risposte

AKG K340
Ciao a tutti, ne ho appena acquistato un esemplare che mi sta arrivando.
Su forum americani ho letto su questa cuffia commenti entusiastici.
Ne parliamo? Cosa mi devo aspettare?
(OK confessione preventiva, l'ho pagata non molto!)
 
Bruno
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  • 193 risposte

[sound masters] Parliamo di Mark Levinson: esperienze, sensazioni ricordi.
Vorrei che questo fosse il primo di un piccola serie di thread dedicata alle nostre esperienze, alle sensazioni, ai ricordi legati ai veri [sound masters]: quelli che hanno fatto la storia del suono in casa, i maestri. Spero che molti abbiano questo stesso mio interesse.
Comincerei dal grande Mark Levinson (nato 1946), fondatore della celebre Mark Levinson Audio Systems (MLAS, Ltd.) in New Haven, Connecticut nel 1972, attualmente e dal 2007 titolare della Daniel Hertz S.A., dal 2008 è consulente di Yang Nam, il boss di LG Electronics. Questo il suo primo prodotto, il preamplificatore LNP-2 il cui rapporto s/n è rimasto imbattuto per 40 anni, correva l'anno 1973.
E allora, raccontate di voi e Mark Levinson...
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  • 92 risposte

Qual è la miglior cuffia per ipod?
Ho comprato una Bose da 129 euro, soddisfacente ma un po' troppo esuberante in alto.
Ieri una Marshall, 70 euro, meno raffinata se l'ambiente d'ascolto è silenzioso, ma veramente notevole nelle condizioni in cui normalmente si ascolta in cuffia all'esterno.
Eccellente il volume d'ascolto, a metà del cursore suonano come le Bose al massimo, e delle quali sono complessivamente migliori.
Non mi voglio svenare, ma inaurali fino a 200/250 euro, che consigliate?
F.
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  • 87 risposte

I vostri "pezzi" Vintage
C'é qualche pezzo "vintage" funzionante nel vostro impianto? Si? Quale, perché, come funziona, come "ve lo vivete" ? Fateci sapere, confrontimoci ( no....il dibattito no!)
 
Ciao
 
Bebo Moroni
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  • 761 risposte

Bose 901
Fortunata realizzazione del grande Amar Bose, costruita in innumerevoli esemplari e versioni, scaturito dal progetto "2201" (la sfera pulsante di cui ricordavo in altro 3D, concepita negli anni '50!).
 
Chi le ha (le 901)?
 
Ne parla qui (in termini non proprio lusinghieri...ma lui lavorava alla concorrenza) persino il mitico Roger Russell (linko la pagina perchè trovo belle e rare le foto della sfera Bose 2201):
http://www.roger-russell.com/equalizers/equalizers.htm
 
Marco
 
Modificato da - wiking il 30/05/2010 10:07:02
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  • 1.305 risposte

Cosa stai ascoltando ora, intorno alla mezzanotte?
00:52 Io Gospel Train con Indiana Line Diva 655 :-)
(precisate l'ora)
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  • 3.728 risposte

Nuovi diffusori B&W Serie 800!!!! Come sono e come si rapportano con diffusori di altri marchi?
Mi riallaccio ad una discussione da me aperta forse un po' troppo prematuramente sulle nuove B&W 802 ( http://forum.videohifi.com/discussion/372582/nuove-802-diamond-modello-2015/p1 ) e a un'altra discussione aperta da Pazu1970 sempre inerente le 802 in cui è emerso (esattamente in questa pagina: http://forum.videohifi.com/discussion/385259/keep-calm-and-listen-to-bw-802-diamond#Item_164) che la nuova serie 800 è ormai una realtà! In precedenza si trattava di meri rumors. Ora non più. 
Ecco la prima foto dei nuovi diffusori comparsa sul web (segnalata dall'utente Trabant):
Purtroppo tale utente ha anche fornito i nuovi prezzi di listino...
804 : 11.000<br style="font-size:13.3333330154419px;line-height:18.200000762939453px;text-align:justify;font-family:verdana, geneva, lucida, 'lucida grande', arial, helvetica, sans-serif;background-color:rgb(245,245,255);">803 : 17.000<br style="font-size:13.3333330154419px;line-height:18.200000762939453px;text-align:justify;font-family:verdana, geneva, lucida, 'lucida grande', arial, helvetica, sans-serif;background-color:rgb(245,245,255);">802 : 24.000<br style="font-size:13.3333330154419px;line-height:18.200000762939453px;text-align:justify;font-family:verdana, geneva, lucida, 'lucida grande', arial, helvetica, sans-serif;background-color:rgb(245,245,255);">800 : 30.000
Entro due o tre giorni dovrebbe avere luogo la presentazione ai rivenditori.
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  • 2.884 risposte

  • I Blog di Melius Club

    1. - Sssh, la senti a questa? Questa, quando veniva 'nterra Brucculin', faceva piangere i meglio gangstèr a tanto di lacrime! Gilda Mignonette, la conosci?
      - No.
      - E che ci campi a fare?

      (dialogo dal film I Magliari, diretto da Francesco Rosi nel 1959)

      COPERTINA-Migranti-a-Ellis-Island-1892.j


      Nel film il jukebox suonava 'A cartulina 'e Napule, del 1927, musicata da Giuseppe De Luca su testo di Pasquale Buongiovanni, entrambi emigranti a New York, interprete è Gilda Mignonette.
      Era chiamata la Regina degli emigranti dalle colonie italo-americane, Gilda Mignonette nata nella Duchesca nel 1886, forse la prima music star della musica napoletana. Il suo successo fu lungo e travolgente, dall'Argentina agli Stati Uniti.
      Nel 1953 sentendo arrivare la fine, volle essere condotta a Napoli, chi nasce a Napule 'n ce vo' muri', si dice. Non ci riuscì, morì a ventiquattro ore da Napoli sulla transoceanica "Homeland", sul certificato di morte vennero riportate le coordinate del punto in cui si spense, latitudine 37° 21' Nord e longitudine 4° 30' Est.
      E allora, immergiamoci nella New York del 1927 e godiamoci la grande Gilda. A presto e sempre senza nulla a pretendere.

       

    2. Scendo alla prossima

      Wurlitzer_01.thumb.jpg.78c0a14ff698d0569eb7134ea415676d.jpg

      dopo il primo blog sugli organi da strada Olandesi, , mi sembra naturale proseguire la strada della musica riprodotta “in altra maniera”.
      Organi da strada… carini, vero? 
      E i JukeBox? Sicuramente un oggetto che molti di noi conoscono.
      Tre le marche fondamentali:
      Wurlitzer, Seeburg,  Rock-Ola
      E mica parliamo di “macchinette” eh…! La diffusione di queste macchine era, dal 1930 al 1960, molto vasta.
      Tanti locali pubblici, e non di certo solamente negli USA, ne avevano uno.
      Pensate che nel solo anno 1936 la Wurlitzer  riuscì a vendere più di 40.000 jukebox…
      Era stata la ditta Ami a produrre il primo vero fonografo a moneta che fu messo sul mercato nel lontano 1927.  Questa azienda aveva un certo nome come produttore di pianoforti automatici…

      Non riuscì a diventare marchio leader negli States. Cosa che però, gli riuscì in Europa.
      Nel 1933 (quindi 3 anni dopo la AMI) la Wurlitzer presentò il suo primo apparecchio, col quale si poteva selezionare uno dei dischi inserito in questo “mobile” (che, inizialmente, era fatto di legno).


      Quella di poter selezionare il brano che si voleva ascoltare si rivelò subito una scelta vincente.
      In pochi anni anche Seeburg  e Rock-Ola riuscirono ad affermarsi sul mercato. 
      Il mobile di questi apparecchi prodotti in quegli anni erano fatti di legno.
      I dodici (ma c’erano anche modelli con una selezione/offerta più piccola…) dischi erano, visto il periodo,  a 78 giri.  I dischi erano disposti in una pila verticale dalla quale di volta in volta venivano estratti e “suonati”. 

      Fu la ditta Seeburg a sposare, prima di tutti, il “KITSCH”, tipo di design che ha reso famosi questi aggeggi. Non vi è dubbio alcuno che il grande successo di vendita fu anche per i vari mobili, cromature, colori, plastiche  illuminate. 
      Interessante sapere che questi JukeBox raramente venivano venduti ai locali, bar, ristoranti ecc. 
      Si preferiva venderli ai noleggiatori, che noleggiavano ai locali pubblici le ultime novità. Tempo un anno, e la macchina passava dai grandi locali ai bar più piccoli, poi nelle cittadine meno grandi, infine nei locali di campagna.

      Questi bar e ostelli erano l’ultimo anello della catena… quando arrivava un nuovo modello, con ancora più luci, colori, scelte e stranezze varie, il jukebox, spesso ancora perfettamente funzionante, veniva distrutto. 
      Consumismo, si chiama. Ne sappiamo qualcosa anche noi, adesso….. 😁
      Comunque sia… fu nel 1940 che ebbe inizio la produzione di Jukebox  ad arco. Erano sempre stati squadrati, prima. Fu una grande idea, tant’è che i dieci anni successivi i jukebox prodotti avevano tutti, più meno, la stessa forma. 
      Non sarebbe completamente giusto però, scrivere “10 anni successivi”, perché negli anni della seconda guerra mondiale i vari Seeburg, Wurlitzer, Ami e Rock-Ola furono, più o meno, costretti a convertire i macchinari di produzione alla fabbricazione di materiale bellico.
      Così fu che  molti vecchi JukeBox che prima della guerra venivano distrutti perché “non più di moda”, durante la guerra venivano dismessi in grandi magazzini. Così si potevano recuperare dei pezzi di ricambio; 



      Un pezzo unico, una meccanica unica, fu la svolta che fece di Wurlitzer il marchio leader. Cambiava la carrozzeria, ma la meccanica restava pressoché uguale.
      In pratica… si teneva il mobile originale, ma si cambiavano il design e le dimensioni esterne….. 
      I costi diminuirono e….così i locali più modaioli e lussuosi ebbero sempre dei jukebox nuovi, che però… erano sempre gli stessi,  a livello tecnico;  cambiava solo il mobile esterno nella sua veste estetica!
      Dopo la guerra 1939/1945, l’entusiasmo per i JukeBox cresceva in tal modo che era davvero difficile trovare un locale pubblico che non ne avesse uno.  

      Non si dipendeva più solo dai brani musicali proposte dalle radio, o, per i più fortunati, da qualche disco che si poteva avere in casa… coi vari Seeburg, Rock-Ola, Ami e Wurlitzer (e altri nomi…) se volevi ascoltare il brano preferito era sufficiente inserire una monetina e… l’ascolto era fatto  😜
      Ovviamente era anche un bel mercato per l’industria discografica… (a propò… qualcuno si ricorda del “FestivalBar” che si faceva, una volta all’anno, nell’Arena di Verona? La classifica finale si basava sulle selezioni effettuate da chi inseriva 100 lire <200 ?>  Chi si ricorda più, sic!)… 
      Io, nel mio piccolo, ho sempre dubitato che fosse un conteggio vero e non pilotato, ma questo è un altro discorso… 🙄


      IL nome JUKE BOX non si sa di preciso da dove venga… esistono più teorie, probabilmente tutte vere… Fatto sta che avere la possibilità di avere un mobile che riproduceva musica, e magari pure quella più popolare, non fu molto ben vista dai musicisti.
      Del resto… i musicisti suonavano per guadagnarsi da vivere, stavano sul palco, anche se improvvisato, nei bar, e suonavano… Vedersi sostituiti da una macchina “infernale come questa…. " significava dover cercare altri luoghi dove poter guadagnare suonando… oppure… erano costretti a cambiare lavoro o diventare musicista da strada…  (rubare il lavoro lo si può fare/interpretare in molti modi…..) .


       

      Dite la verità, qui, forse, siamo tutti audiofili… sì, ma anche un po’ nostalgici… (o no???)
      Chi di noi non avrebbe voglia, entrando in un bar, di inserire una moneta nella fessura, selezionare qualche brano e ascoltare quel suono di “poca fedeltà” ma molto fascino?
      Chissà… magari nel bar si trovano delle ragazze  e voi potreste invitarle a ballare…  roba d’altri tempi? be', sì… certo. Ma … a voi non piacerebbe averne uno, in casa? 
      Se vi interessa (e se avete lo spazio necessario…) cercate sul web… troverete molti JukeBox usati/garantiti/originali in vendita… non costano poco, OK, … ma… volete mettere?

      PS… avevo scritto queste righe più di un mese fa, per poi dimenticarmene (…) l’altro giorno sono andato al museo “Nicolis” di Villafranca Veronese, e lì ci sono esposti 4/5 jukebox originali, (e anche... udite udite, qualche organo da strada di cui parlavo tempo fa...) molto belli. 
      E … mi è venuto voglia di riaprire  queste righe…
       

      Vedo di inserire qualche foto, grazie per la lettura

       

      ami_01.thumb.jpg.242eae0815f5d2af4e40d4aef9f55a51.jpg 

      esistono delle belle letture sull'argomento, spesso hanno delle belle immagini.

      Molto di ciò che ho scritto l'ho preso da questo bellissimo libro. Ve lo consiglio... (contiene anche un CD di musiche del JukeBox_Time...)

      JukeBox_libro.thumb.jpg.1fdd7058255d24e4597158f627c449e9.jpg


       

    3. Ben ritrovati, ad un nuovo appuntamento con i torrenti, le Trote, e le avventure di pesca.

       

      In questa nuova conversazione, vorrei illustrare per sommi capi, anche a chi ne è completamente digiuno, come si sviluppa la pesca alla Trota, che di norma presuppone due principali tecniche di esecuzione, una la cosiddetta pesca con artificiale, l’ altra invece quella con esca viva.

       

      La prima, conosciuta soprattutto per l’ uso del cosiddetto cucchiaino, prevede l’ utilizzo di un’ esca finta, formata da una paletta di metallo, a forma appunto di cucchiaino, paletta che è libera di ruotare su un asse formato da una sottile anima di acciaio, che ad un estremo ha un anellino che permette di fissare il rotante al filo di nylon, e sull’ altro lato, alla fine dell’ anima in acciaio, si trova un’ asola che tiene in posizione una piccola ancoretta, cioè tre ami fissati insieme e sfalsati a 120 gradi in modo da rendere l’ arpioncino sempre attivo nei confronti del pesce da qualsiasi angolo la aggredisca. La foto che segue, credo sia più chiara di qualsiasi spiegazione.

       

      Esche_artificiali_pesca_Trota.thumb.jpg.6f0af6eadd4efe8a8b8ee99be716add2.jpg

       

      Come si vede qui sopra, i cucchiaini, così chiamati per la paletta che sembra un cucchiaio, sono i più utilizzati in torrenti, hanno forme, fogge, dimensioni variabili, come pure i colori e i disegni che compaiono sulla superficie del cucchiaino, alcuni li ho personalizzati io utilizzando i colori da modellismo, per fare delle diverse colorazioni o disegni che, ritenevo, potessero renderli più appetibili alle Trote, cosa che poi, statisticamente, non mi pare sia stata confermata . . . !!

       

      Pesca con artificiali 

       

      La tecnica di pesca con artificiale prevede il lancio del rotante, nella zona di interesse dello specchio d’ acqua, il suo recupero col mulinello a intervalli più o meno regolari, ma continuo, in modo che la paletta del cucchiaino in acqua giri a forma di vortice e attiri la curiosità e la voracità della trota, che inseguendo l’ esca finta e mordendola, rimanga agganciata  all’ ancoretta attaccata posteriormente.

      Sembra una tecnica crudele, invece è la forma di pesca meno aggressiva, preferita da chi non vuole trattenere il pesce, perché l’ abboccata così detta, ovvero l’ agganciarsi della trota all’ esca, è superficiale e solitamente, con molta attenzione, si può slamare, ovvero togliere l’ arpione dal labbro del pesce, senza provocare nessun danno fisico e produrre alcuna mutilazione.  

      E’ una tipologia di pesca molto pulita anche dal punto di vista del pescatore, che non maneggia esche vive, ovvero lombrichi, camole o altri animaletti, che comunque sporcano, deperiscono, e costringono a procurarseli per tempo, andando a raccoglierli o acquistandoli presso i negozi specializzati. Una variante consiste nell’ utilizzare artificiali con la forma di un pesce che, recuperando la lenza sotto la superficie, imitano il movimento natatorio di un pesciolino, e attirano così l’ attenzione della trota che vede sia una potenziale preda fonte di proteine nobili, che un intruso che invade il suo territorio, scatenando in questo modo la pronta reazione e l’ attacco, soprattutto di pesci di buona taglia. Molto valida in questo senso è l’ imitazione del pesce persico, che atavicamente scatena la reazione delle trote che lo vedono come un intruso nel proprio territorio di pertinenza, ovvero di caccia e di ambiente in cui vivere svolgendo le proprie attività.

      Qui sotto alcuni dei pesciolini finti , imitazioni molto veritiere, che vengono utilizzati per insidiare Trote di buone dimensioni, si tenga presente che questi pesci artificiali sono anche in grado di muoversi nell' acqua imitando il movimento del pesce vivo, ovvero guizzano e si muovono ondulando, cosa che può essere accentuata dal pescatore, sia muovendo la punta della canna lateralmente, sia variando la velocità di recupero con il mulinello. 

       

      Pesciolini_finti_esche_da_Trota.thumb.jpg.784389501a09c293d75c02a8defff4bc.jpg

       

      Quelli qui sopra in foto sono solo alcuni dei pesciolini ed esche artificiali che nei decenni ho utilizzato per la pesca, in torrente, e anche in lago, dove si potevano insidiare anche i cavedani, i Persici Trota, detti Boccaloni, e i Persici classici.

       

      Pesca con esche naturali

       

      La seconda forma di pesca alla trota si basa appunto sull’ utilizzo di esche vive, naturali, di cui i classici esempi sono il lombrico, la camola del miele o il gatoss, ed è la cosiddetta pesca alla tocca sul fondo, cioè attuata per mezzo di un finale di lenza composto, partendo dal tratto terminale del filo, da un amo con lombrico, camola del miele o altro insetto vivo, piombatura adeguata per permettere di lanciare ad una distanza di almeno 6-10 metri l’ esca e, non diffuso ma comodo, girella con moschettone che permette di attaccare e staccare facilmente la montatura così fatta dalla lenza principale, ovvero il filo che va alla canna e si avvolge nel mulinello.

      Il terminale citato, lungo solitamente dai 30 ai 45 centimetri, ha alcuni vantaggi rispetto al filo continuo, cioè senza l‘ interposizione del moschettone con girella, tra i quali il fatto che è molto veloce il cambio dello stesso, per esempio se si vuole montare un diverso finale di lenza con piombatura o amo differente, oppure se si impiglia e si strappa il filo sul fondo, cosa che in un torrente non è evento raro, di solito la rottura si ha sul nodo che aggancia il terminale al moschettone, preservando il resto della lenza, oppure per il cambio rapido da pesca ad esca viva a quella con artificiale, cioè da amo a cucchiaino o viceversa. C’ è però un aspetto negativo, ovvero  inserendo un elemento in più sulla lenza, ed un nodo ulteriore, si indebolisce la resistenza e l’ elasticità del filo, che può diventare cruciale se abboccasse un pesce importante, la trota attesa una vita intera.

      Nella pesca a tocca, il lancio dell’ esca si fa in corrente, sotto cascata, vicino a dove si pensa vi sia la tana e si lascia affondare il tutto senza recupero immediato, in modo che l’ esca si muova naturalmente seguendo la corrente, e il pesce possa vedere e saggiare il cibo attaccato all’ amo. Si mette poi in tensione il filo recuperando un poco di lenza con il mulinello, e si “sente” sul filo, fisicamente con la mano libera la presenza della trota che mangia, rappresentata tipicamente da colpetti più o meno energici che si propagano alla canna, poiché di solito il pesce mangia e contestualmente fa leggeri spostamenti del corpo, mantenendo la posizione in acque mosse, nuotando e compensando con piccoli movimenti laterali delle pinne. Qui sotto alcuni terminali già preparati, per non perdere tempo durante la battuta di pesca in torrente . . . 

       

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      La foto non rende molto, ma il concetto di fondo è che i finali hanno un' asola, si vede a destra, che si infila nella girelle e moschettone legata al nylon principale che entra nel mulinello, e che quindi si possono cambiare in funzione del peso che si usa, io di solito utilizzo due olivette abbastanza pesanti che permettono sia di lanciare agevolmente più lontano rimanendo nascosti, sia di far affondare subito in corrente l' esca. All' estremità di sinistra, dopo circa 30-40 centimetri di lenza, l' amo, in questo caso un amo corto per camole, scuro, per non riflettere la luce sotto il sole, e ritorto per ferrare meglio il pesce.

       

      Dal tipo di tocca che si avverte sulle dita della mano che stringe la lenza, un pescatore con esperienza capisce già di che mole è la Trota che sta assaggiando l’ esca, solitamente la trota piccola è vorace e molto disordinata nei colpetti e si muove molto nello spazio a sua disposizione, mentre la trota più matura mangia dando colpi secchi ma meno irruenti e spesso rimane in posizione immobile nel punto in cui ha abboccato, saggiando il cibo con molta calma prima di passare ad ingoiarlo.

      Durante la pesca alla tocca, c’ è la variante della Trota, di misura variabile che, presa in bocca l’ esca, punta decisa verso la sua tana, per abitudine o perché insidiata da rivali per il cibo, tana posta solitamente sotto una roccia, nei pressi della cascata, in un punto nascosto, dove si trova il suo rifugio abituale, per continuare a mangiare in sicurezza il cibo conquistato. A questo punto dell’ azione di pesca le cose possono ulteriormente complicarsi, perché una Trota in tana è sempre un’ incognita per il pescatore.

      In poche frazioni di secondo si deve decidere se lasciare che il pesce entri nel suo rifugio, affinché mangi con calma e si agganci quasi da solo all’ amo, o recuperare, dando il colpo di ferrata con la canna. Nella tana infatti gli spazi sono spesso angusti e il filo può incappare in punti taglienti delle rocce, per cui si rischia di tranciarlo, oppure si verificano situazioni in cui il pesce rimane saldamente bloccato nel suo rifugio, cosa che rende impossibile il tirarlo fuori dalla tana senza rischiare di strappare il filo o procurare dei danni al pesce stesso.

      Spesso conviene perciò ferrare quasi immediatamente, termine che indica il colpo con la canna a frusta all’ indietro subito dopo l’ abboccata del pesce e conseguente recupero del filo con il mulinello, per far si che l’ amo punga la trota e permetta al pescatore di trarla fuori dall’ acqua, anche se alte sono le probabilità che il pesce, non avendo ancora ingoiato il cibo e tenendolo nella parte anteriore della bocca, a filo di labbra, lo sputi e si liberi dall’ amo.

      Proprio perché l’ esca viene masticata e parzialmente ingerita dal pesce, questa tecnica di pesca è meno preservante per l’ integrità fisica della Trota, poiché l’ amo può ferire il pesce, rendendo più complessa la slamatura, o liberazione del pesce dall’ amo, senza il rischio di ledere qualche parte dell’ apparato boccale dello stesso. Risulta così che la tecnica con l’ esca viva, sia la meno adatta a fare una pesca sportiva di cattura e rilascio, perché più difficile risulta liberare il pesce dall’ amo e rimetterlo in acqua indenne. Proprio per limitare questi potenziali danni, di solito si tende ad utilizzare ami di generose dimensioni, in modo che le piccole trote non possano neppure ingoiarli, mentre le più grosse, con ami di grandi dimensioni, sono punte sul labbro e facilmente liberabili, seguendo alcune semplici precauzioni. Tra queste, bagnarsi bene le mani per non intaccare il film lipidico che ricopre la superficie del corpo del pesce, la trota infatti non ha scaglie, come molti altri pesci, la sua forma altamente idrodinamica si basa proprio sulla pelle nuda, che oppone minore resistenza al movimento in acqua, ed è però ricoperta da una mucillagine che protegge il pesce dagli attacchi di parassiti e di altri microorganismi, garantendo al contempo una buona aerodinamica corporea.

      Il pesce va maneggiato con attenzione e delicatezza, senza esercitare pressioni sul suo corpo, basta tenerlo immobilizzato per permettere di togliere l’ amo o l’ ancoretta dalle labbra, operazione in alcuni casi più complicata se l’ amo si è agganciato nel palato o se più di uno dei bracci dell’ ancoretta si sono conficcati nella bocca della trota. Una volta sganciata e libera, la trota va inserita in acqua, possibilmente muovendola delicatamente per permettere alle branchie di ossigenarsi nuovamente, tenendola per la coda, in acque correnti ma non eccessivamente veloci, in modo che riprenda conoscenza e sia lei a muoversi lasciando la mano del pescatore, che la regge. Tutti questi piccoli accorgimenti riescono a limitare al minimo la sofferenza e i disagi del pesce, che viene, per qualche secondo, tolto dal suo ambiente naturale e costretto ad andare un poco in debito di ossigeno, ma se si è attenti e rapidi, la trota ritorna nel suo ambiente liquido senza portarsi dietro nessuna menomazione o trauma, se non un’ esperienza che gli servirà per essere più guardinga e attenta, facendole guadagnare opportunità di sopravvivenza ad un ulteriore passaggio di un pescatore che tenterà di insidiarla.

       

      Differenza sostanziale tra le due tecniche, con artificiale e con esca viva, sono anche i tempi di reazione e le modalità di abboccata del pesce. Nel primo caso il cucchiaino transita velocemente nell’ acqua, per il recupero molto rapido della lenza fatto girando con continuità il mulinello, che aumenta ancora se si lancia in acque correnti e in rapida discesa a valle. Qui la trota ha pochi istanti per reagire, se si riesce a solleticarne la voracità e la curiosità spesso l’ attacco è immediato, addirittura con l’ artificiale in volo sopra lo specchio d’ acqua, e da qui inizia la sfida tra il pesce, che cerca di liberarsi dalla presa, e il pescatore che vuole spiaggiarlo fuor d’ acqua. La trota tenta di liberarsi dal cucchiaino dimenandosi in acqua, saltando fuori dalla superficie del torrente, dove il filo non è più sostenuto dal liquido e permette al pesce di sganciarsi più facilmente, ed anche, comportamento più tipico delle trote di una certa mole, venendo velocemente incontro al pescatore e quindi allentando la tensione della lenza e favorendo così la probabilità di sganciarsi dell’ ancoretta dalla bocca. Altra variabile nel recupero è data dalle posizioni spesso precarie in cui ci si trova a lottare con la trota, cioè in acque vorticose, in difficile equilibrio, nascosti dietro ad una roccia, oppure in posizione elevata rispetto all’ acqua e dovendo sollevare il pesce in aria, quindi senza sostegno del liquido, questo diventa immediatamente più pesante e in grado di divincolarsi in modo più disordinato.

      Nel caso di pesca con l’ esca viva, questa viene lanciata e fatta scendere verso il fondo, portata a spasso dalla corrente e mossa con piccoli recuperi dal pescatore, rimanendo più tempo a disposizione dei pesci ma è meno visibile di un oggetto in veloce movimento e luccicante, per cui risulta essere più una pesca di attesa e intercettazione del pesce che di sorpresa. Inoltre, una volta ghermito il boccone, il pesce assaggia e mastica il cibo, con tempi più lenti, spesso con cautela, tanto più la trota è grossa, e quindi bisogna attendere il giusto momento prima di ferrare, scelta spesso aleatoria e dettata dall’ esperienza e dalla sensazione che la trota mangi più o meno voracemente, pena il rischio di togliere letteralmente di bocca al pesce il ghiotto boccone.

      Buona parte delle abboccate, sia all’ esca finta che al vivo, vanno a vuoto, nel senso che il pesce sputa prima della ferrata, perché sente per esempio la punta dell’ amo pungerlo, oppure non aggancia il cucchiaino o si sgancia durante il recupero. Qualche volta beffa il pescatore anche se è stato spiaggiato, tale è la reattività, il saltare disordinato, il dimenarsi puntando per istinto sempre e immancabilmente tra l’ altro, in direzione dell’ acqua, unito al fatto di avere la superficie del corpo molto viscida che favorisce il nuoto, da lasciare di stucco il pescatore che è convinto di averla ormai in pugno. Non si contano le situazioni nelle quali mi è capitato di rimanere basito osservando il guizzo finale di una trota, considerata oramai catturata, che recupera il suo ambiente senza dare la possibilità di fare più nulla, lasciando con il rammarico di non essere stato più rapido, perché anche avventandosi sul pesce con le mani, pure in pochi centimetri d’ acqua la trota diventa inafferrabile e di nuovo padrona incontrastata della situazione, capace di dileguarsi in un attimo !.

      Esiste un altro approccio, molto tecnico, di pesca alla trota, è rappresentato dalla pesca a mosca, ovvero una pesca eseguita lanciando a notevole distanza, anche 12-15 metri, una lenza cosiddetta a coda di topo, che si proietta ed estende proprio per la sua conformazione e peso, alla punta della quale viene legata una moschina artificiale, costruita per imitare le piccole efemere ed altri insetti volanti, del peso di un paio di grammi. Il pescatore, eseguendo un movimento a frusta, con una canna e un mulinello speciali, distende muovendo la canna avanti ed indietro, la lenza fino a posarla sul pelo dell‘ acqua, dove attira le Trote che attaccano la riproduzione dell’ insetto che cela un amo.

      E’ una variante di pesca molto tecnica, ma richiede oltre ad un allenamento ed una pratica notevoli, anche il corretto spazio per poter muovere una lenza avanti ed indietro, in aria, senza che questa si impigli in rami, fronde o altro e per la morfologia dei torrenti che frequento è una tecnica di pesca che non è praticabile con successo. Oltre a quelle elencate, che sono le principali, esistono non solo altre tecniche e tipologie di pesca, legate anche alle caratteristiche differenti di torrenti, luoghi di pesca, ambienti, ma anche di quelle sopra citate vi sono innumerevoli varianti, spesso anche messe a punto da singoli pescatori, con modifiche delle esche artificiali, uso di galleggianti, utilizzo di canne molto lunghe e di attrezzature differenti da quanto io ho menzionato e delle quali, nello specifico delle mie esperienze, più avanti racconterò nel dettaglio di alcune di esse.  

      Le numerose varianti tecniche, frutto anche delle tradizioni locali, sono una prova ulteriore di uno sport molto variegato, che rappresenta una ricchezza sia per la passione in sé che per l’ importanza del tramandarsi di nozioni, metodi di pesca spesso profondamente differenti, comunque fonti di cultura, vitalità, diversificazione e diffusione di questo sport antico, o come vogliamo definirlo, passione, od anche hobby, che ci permette di passare del tempo immersi nella natura.

       

      Alla prossima puntata 

       

      saluti , Dario 

       



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