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  1. Ma siete proprio sicuri sicuri che sia una buona idea? https://www.cronachemaceratesi.it/2019/11/09/bancomat-pos-e-carte-di-credito-in-tilt-caos-pagamenti-anche-nel-maceratese/1323050/
  2. Se credessi nei complotti crederei che i 5 stelle siano la quinta colonna di Salvini, prima alleati e ora primi occulti alleati del matteo mandati a distruggere giorno dopo giorno il PD e ad incrementare i voti leghisti e meloniani. Per fortuna non credo nei complotti.
  3. Telecamere, indice puntato e gogna social. Inquadrati i campanelli con i nomi degli inquilini delle case Acer e declamati i loro nomi: lo scopo è chiaro: dimostrare che sono tutti stranieri. La destra fa campagna elettorale per le regionali così, nel cuore della Bolognina che si prepara a celebrare i 30 anni della svolta di Occhetto. Poi tutto finisce sui social sovranisti, e il piatto è servito, alla mercé di pollici alzati o versi. Bignami, che è avvocato, li legge a voce alta quasi tutti, lasciando indietro solo quelli italiani, e ammette: "Ci diranno che stiamo violando la privacy, ma non ce ne frega assolutamente nulla, perché se stai in un alloggio popolare e c’è il tuo nome sul campanello bisogna che ti metta nell’ottica che poi qualcuno può andare a vedere".
  4. https://fai.informazione.it/8E9671E7-1BFF-4FDD-A333-2BE512BEF9CA/Ma-perche-alcuni-continuano-a-partecipare-alle-trasmissioni-di-Del-Debbio-Giordano-e-Porro un fascio dichiarato e Vauro che a momenti vengono alle mani...dopo che era stata minacciata una signora in sala... ma è tutto vero ??? non ho visto la puntata perché non seguo queste trasmissioni, ma davvero siamo a questi punti ? la Meloni vorrebbe candidare Del Debbio alle regionali in toscana...
  5. mozarteum

    politica ed economia Il caso Ilva

    Gli indiani hanno azionato la clausola di recesso prevista nel contratto. La giustificazione e’ che non si puo’ lavorare con il rischio che il nuovo management -che non ha responsabilita’ per il pregresso, ma su cui incombe la responsabilita’ del risanamento che e’ legato al pregresso- finisca in tribunale e che la societa’ risponda. Questione complicata. Ma anche dal punto di vista mio professionale osservo che mai come ora il diritto gioca contro l’impresa (anche per validi motivi beninteso). Quando si parla di competitivita’ - lo scrissi qui credo dieci anni fa ed ora e’ del tutto evidente- bisogna tenere a mente che essa si gioca anzitutto sul piano giuridico. Se i sistemi economici hanno asimmetrie giuridiche di rilievo, la gara e’ truccata. Nel frattempo ilva chiude mentre a roma si discute
  6. Wediamo nei media nazionali la vertenza Whirpool. Mi ritorna in mente gli ultimi anni nella mia ex fabbrica : la Pan-Sac di Mira. Era il fiore all'occhiello di Mira. Nel suo prodotto era leader in Europa. Praticamente nelle tramoggie dei macchinari buttavi dentro sassi e dall'altra parte uscivano soldi. Si lavorava a mille. Una cattiva gestione la mise in ginocchio. Si diceva che se il propietario avesse fatto applicare "la legge Prodi" tutto si sarebbe risolto. Invece lui chiamò una di quelle " società" apposite ( Non so come si chiamano, di revisione?) , furono bruciati molti soldi, un sacco di riunioni al ministero a Roma senza nessuna soluzione ecc. Comunque al momento ha ripreso a funzionare , ma niente in confronto a prima, parecchi macchinari sono finiti perfino in India. E si che in tutto il gruppo ( formato da 5 stabilimenti) si era in 800. E a nessuno è mai fregato niente, qualche articolino nei giornali locali o tv locali, ma ( è questo quello che volevo dire) cos'ha la Whirpool più della Pan-Sac per andare persino nei tiggi????
  7. che significato date al restare seduti e fermi di fronte alla segre e di fronte all'antisemitismo che sta tornando prepotente? è possibile che alti rappresentanti delle istituzioni si comportino in questo modo?
  8. https://ambiente.tiscali.it/greeneconomy/articoli/cubo-smartphone-alberi-abbattuti-start-up-tre-giovani-intraprendenti/ Un applauso a questi ragazzi per la trovata, fra tante notizie tristi finalmente qualcosa di buono...quando il genio italico usa il cervello...
  9. interessante . renzi ieri sfanfarona che ha fatto togliere l'ulteriore tassa sulle auto aziendali dettaglio: (notizia di Radio 24 stamane) nel CDM per recuperare 500 milioni la proposta tassare auto aziendali e' arrivata dal ministro renziano . ilva: in CDM il suo ministro da l'OK alla questione no scudo penale (voluto a suo tempo da Renzi) salvo poi latrare contro il governo . plastica: come ILVA, prima OK poi via a dire che al governo sono dei cretini . Domanda: capisco l'attaccamento alla poltrona ma Zingaretti & Co come cavolo fanno a digerire sta situazione? . il CDM appova i ministri dicono il contrario i partiti che supportano il governo fanno critiche peggio che fossero all'opposizione . Il sabotatore che doveva ritirarsi dalla politica mai cosi' in spolvero, i suoi compagni di viaggio che per uno scranno si comportano da caproni Spero in un bel voto di fiducia con zingarettiani che con moto d'orgoglio mandino il governo dove deve andare (a farsi fottere) . oltretutto in TV ultimamente spazia la genialona del "se fa caldo cresce il PIL" . dai sondaggi sembrano stiano riuscendo nel miracolo del secolo: far riprendere quota a Forza Italia
  10. Prendetevi un'oretta di tempo libero e guardatevi questa puntata di Presa Diretta. https://www.raiplay.it/video/2019/10/Presa-Diretta---Italia-spaccata-2ad778a3-bd38-437e-8c20-2b09e006bf68.html Si supera il luogo comune, si parla di realtà sconosciute e si va sul propositivo. Poi se vi va ne parliamo. (ottima impressione il ministro Provenzano)
  11. Ottimo l'intento dichiarato, meno il fatto che l'obiettivo perseguito possa essere raggiunto Plastica: tutti cercano di usare plastiche compostabili, problema e' che la plastica compostabile "marcisce" e non e' il massimo per confezionare cibi. Avrebbe senso se i danari raccolti venissero trasferiti tal quale a chi fa ricersaca per trovare la plastica "ideale" . Bibite zuccherate, target ridurre obesità. Problema bevande no sugar, utilizzatisime negli USA e oggi diffuse anche da noi. Effetti sulla obesità evidenti (aumenta con l'aumentare di queste bevande). . . Auto aziendali: raddoppio imponibile della quota "retribuzione in natura". Motivo non noto. Esente solo personale di vendita. E il personale viaggiante che non si occupa di vendita? (alcuni esempi: manutentori, ingegneri di applicazione, pubbluche relazioni, acquisitori...tutta gente che si muove principalmente per lavoro) . Si arriva al triplo per le super car inquinanti ovvero sopra 160gr CO2. Domanda: ma una 500L o una giulietta sono supercar inquinanti? Nessuna aggravio per le ibride ed elettriche. Domanda ma una Honda NSX (200000 euro, 230 gr di Co2 per chilometro) perche' non e' una supercar inquinante ? Notare che la questione ibrida "favorita" e' indipendente dal ruolo . Effetti: prevedo (sulle auto aziendali) un boomerang per il fisco. Le auto verranno cedute ai dipendenti al prezzo minimo possibile e questi faranno un bel rimborso spese chilometrico totalmente deducibile per l'azienda (che non costituisce reddito imponibile per il dipendente)
  12. Con il Pd che sara' al 22/23 o forse un po' piu' che poi e' quello che e' normale che sia. M5S a ridursi ancora. Un centro destra che piace in quanto vizi privati e pubbliche virtu'. E i vizi basta non esporli poi fa pure quello che ti pare.
  13. Novanta anni fa il crash di Wall Street. Ma fu davvero quell’ottobre maledetto a scatenare la Grande Depressione? 28/10/2019 10:13 Così lo storico intervistato dal Time: “Il grande mito è che fu il crash del mercato azionario a provocare la Grande Depressione”. https://www.finanzaonline.com/notizie/90-anni-fa-il-crash-di-wall-street-fu-davvero-quellottobre-maledetto-a-scatenare-grande-depressione Giovedì, 24 ottobre 1929: Wall Street fa crash. Quella data incisa nella storia, che risale a ben 90 anni fa, come è stato ricordato lo scorso 24 ottobre 2019, è tra le più memorabili e più terribili della storia della finanza americana e globale. Per molti – ma questa tesi non viene accettata da tutti, come spiegato sotto – quella data, quasi un secolo fa, ha rappresentato solo l’inizio del crash che ha messo in ginocchio prima i mercati americani e poi la stessa economia degli States, provocando la Grande Depressione. A tal proposito, leggi il paper del professore di Harvard sui prossimi crash. I sell off che si abbatterono su Wall Street non interessarono certo soltanto il 24 ottobre. Le sessioni in stile horror per l’azionario Usa furono infatti quelle comprese tra il 24 e il 29 ottobre, che videro il Dow Jones capitolare in quattro sessioni del 25%. Il 24 ottobre fu, piuttosto, l’inizio del dramma, con una perdita dell’11% del Dow Jones subito in avvio di contrattazioni in quel giovedì maledetto: fu la data in cui iniziò ufficialmente il panico. Tuttavia la flessione archiviata dal listino, attorno all’11%, non fu mostruosa, visto che nel finale il Dow riuscì a ridurre i cali. Venerdì 25 ottobre, inoltre, tornarono i buy e i guadagni continuarono anche nella giornata di sabato, quando all’epoca i mercati erano aperti, anche se solo per metà giornata. Il vero dramma si compì lunedì 28 ottobre del 1929, quando gli smobilizzi ricominciarono, con perdite del 13%. Il giorno dopo, martedì 29 ottobre, il calo fu di un altro -12% su volumi che balzarono a un record che non venne battuto per i 40 anni successivi. Quello fu il martedì nero in cui iniziarono a diffondersi rumor su azionisti disperati che, ormai sul lastrico, decisero di porre fine alla loro vita, lanciandosi dai grattacieli. Episodi di isteria furono all’ordine del giorno al New York Stock Exchange. Eppure, ancora, quei giorni furono solo l’alba di un disastro che si sarebbe protratto per altri anni: il crollo sarebbe finito nell’estate del 1932, e avrebbe lasciato il Dow Jones con un bilancio pesantissimo: il listino aveva perso quasi il 90% del suo valore. Sia l’America che il Regno Unito, oltre ad altre economie mondiali, avrebbero sofferto gli effetti collaterali della Grande Depressione. Allo stesso tempo, c’è da dire che, quando si parla della peggiore perdita della storia di Wall Street, si fa riferimento al Black Monday, il Lunedì Nero del 19 ottobre 1987quando, su base percentuale, il Dow Jones registrò un tonfo pari a -22,6%: quella perdita fu superiore anche a quella subita nel 1929, poco prima della Grande Depressione. E neanche gli attacchi terroristici dell’11 settembre del 2011 e la crisi finanziaria del 2008videro protagoniste flessioni così importanti. Tornando al dramma del 1929, il Dow Jones non avrebbe ritoccato il picco di quell’anno fino al novembre del 1954. Ma fu davvero crash a provocare Grande Depressione? Per avere un’idea precisa di cosa accade in quei giorni terribili di ottobre del 1929, in occasione del 90esimo anniversario di quel dramma, il Time ha intervistato lo storico esperto di finanza Richard Sylla, professore emerito di economia, ex professore di Storia delle Istituzioni finanziarie e dei mercati presso la New York University Stern School of Business e presidente del board del Museum of American Finance a New York. Sylla ha risposto, facendo riferimento al Giovedì Nero che siglò l’inizio della tragedia che il Black Thursday “fu interessante, visto che il mercato fece crash durante il giorno, ma entro la fine della sessione recuperò terreno, grazie all’intervento di alcuni banchieri, volto a proteggere i loro ricchi clienti, così come a frenare il panico”. Gli “acquisti – ha ricordato Sylla – vennero effettuati da Richard Whitney, che rappresentò un pool di finanziamenti che arrivò da fonti, tipo House of Morgan. Tutti pensavano che si trattasse di un panic selling che avrebbero potuto fermare se avessero iniziato ad acquistare azioni. E così lui (Whitney) acquistò a destra e a sinistra, riuscendo a invertire il crash e a far tornare il mercato ai livelli quasi precedenti il Giovedì Nero. Ma quando poi le azioni scesero di oltre -10% sia il Lunedì che il martedì della settimana successiva (Black Monday e Black Tuesday), il mercato fece crash senza più invertire il trend. Nell’arco di due settimane, l’azionarioaveva perso un terzo circa del suo valore”. Sylla non è d’accordo sulla teoria prevalente, ovvero su quella secondo cui fu il crash dei mercati a causare la Grande Depressione. “Il grande mito è che fu il crash del mercato azionario a provocare la Grande Depressione. Questo è parte di ciò che gli studenti apprendono, ma gli storici della finanza non credono che ci siano prove molto forti che dimostrino questo legame. Il crash avvenne alla fine di ottobre e all’inizio di novembre del 1929. Se si va dal Giovedì nero al Good Friday del 1930, della metà di aprile, si nota che il mercato azionario era appena tornato agli stessi livelli (precedenti). La gente ignora il fatto che l’azionario segnò un forte recupero dopo il crash, perché non è conveniente da raccontare”. E dunque? Qual è la verità? “Le banche fecero troppi prestiti che diventarono NPL; le banche specularono troppo. Lo stesso libro A Monetary History of the United States, 1867–1960 di Milton Friedman e Anna J. Schwartz sottolineò che non c’era stato alcun legame tra il crash di Wall Street nel 1929 e la Grande Depressione – ha continuato Sally – La Grande Depressione è iniziata davvero quando le banche hanno iniziato a fallire nel 1930, e quando i fallimenti delle banche sono aumentati nel 1931 e 1932, fino al Bank Holiday, quando Frank Delano Roosevelt divenne presidente, nel ’33. A quei tempi non c’era alcuna assicurazione sui depositi, dunque quando le banche chiudevano, la gente perdeva i propri risparmi. Una banca fallisce quando i suoi asset valgono meno delle sue passività e quando non riceve indietro i soldi prestati. (..) C’è stato un contagio quando alcune grandi banche sono fallite a New York. A quel punto la gente si preoccupò e ritirò i propri risparmi dalle banche. Il crash di mercato del 1929 non aiutò, ma per qualche ragione ci siamo convinti che fu quel crash a dare il via alla Depressione, quando ci sono molte prove secondo cui non andò così”. Ma c’è qualche similitudine tra i mercati di allora e i mercati di oggi?, ha chiesto il Time all’esperto. Un elemento in comune, ha spiegato Sylla, “è che anche oggi il mercato vive una fase rialzista, visto che è praticamente dal 2009 che continua a salire, dunque sono dieci anni, così come il trend positivo si era manifestato nella maggior parte degli anni Venti. Oggi si dice che le azioni appaiono sopravvalutate e che sono sostenute da tassi di interesse estremamente bassi; e il credito era facile anche negli anni Venti, almeno fino a quando la Fed iniziò ad alzare i tassi. La Fed ora non sta invece lanciando alcuna politica monetaria restrittiva. E, anzi, all’inizio di quest’anno ha riferito che non varerà alcun rialzo dei tassi. Infatti il mercato è tornato a salire”. “Credo – ha concluso Sylla – che una grande differenza sia che nel 1929 la gente era euforica sull’azionario, prima del crash. Oggi vedo tanto scetticismo. Per ciascuno che dice che il mercato va alla grande, ci sono tante persone rispettabili che credono che sia sopravvalutato. E questo significa che probabilmente non assisteremo a un altro grande crash”. Ma lo storico mette in guardia anche nei confronti di un fenomeno che si ripete nella storia: quello di dimenticare la storia: “Abbiamo parlato di esempi particolari di crisi finanziarie, ma queste cose accadono periodicamente. Alcuni credono che la ragione per cui queste cose continuano a verificarsi è perché la gente tende a dimenticare che possono accadere. Quasi nessuno di quelli che lavorano oggi a Wall Street ricorda il crash del 1987 , e alcuni credono che il motivo per cui la Grande recessione è avvenuta (nel 2008-2009) è perché nessuno ha ricordato il 1929. Siamo fatti così. Io dico alla gente che lavora a Wall Street: studiate di più la storia finanziaria, in modo tale da riuscire a proteggervi nel caso in cui capiste che qualcosa di brutto sta per arrivare. Ma in generale, la comunità finanziaria non presta attenzione alla storia tanto quanto dovrebbe fare”.
  14. Mi impressionano sempre le fotografie delle manifestazioni (ormai sdoganate) di casa pound, se viste da una prospettiva "altezza uomo" sembrano una folla se viste dall'alto son quattro gatti però a distanze regolari e "militari" una messinscena studiata per impressionare, per sembrare di più. Ecco la mia impressione è che questa destra, la destra di salvini e meloni che risulta ormai preponderante nelle varie tornate elettorali, abbia un elettorato disciplinato che va votare compatto, risponde ad un appello e non diserta il voto come invece fanno gli elettori delle altre forze politiche. Questo tipo di disciplina, questo credere in modo acritico in leader ipersemplificati e che lanciano slogan ipersemplificati e che forniscono risposte semplici e comprensibili a tutti, sta risultando tremendamente efficace. "La normalizzazione di un potere piramidale primitivo: uomo forte che decide e massa che esegue, porta efficienza e trasparenza", almeno questo essi credono, e pazienza se visione unica e risposte e verità imposte dall'alto schiacciano ogni diversità ogni ricchezza e portano al pensiero unico. Una bella sveglia dei democratici di ogni colore, anche di destra, sarebbe opportuna che si sta mettendo in pericolo la democrazia e non solo in Italia; il vedere un partito neonazista in Germania che prende il 24% nelle elezioni in Turingia fa venire i brividi, vedere che l'antisemitismo è ancora virulento fa venire i brividi, vedere che i nipotini finanziati da Putin prendono la maggioranza dei voti fa venire i brividi (non sono la maggioranza della popolazione ma rischiano di divenire in pianta stabile la maggioranza dei votanti chè vanno a votare compatti, fino all'ultimo, sempre e ovunque). Se i partiti democratici son deboli e abulici, che almeno i loro elettori reagiscano non rinunciando ad esercitare il diritto di voto, un voto contro i nuovi barbari eterodiretti da potenze ostili all'europa e alla democrazia.
  15. Risposta secca Mi sapete dire negli ultimi decenni almeno una riforma o una legge che veramente ha cambiato il corso del nostro belpaese. Qualcosa di veramente importante nel bene o nel male fatta da ns POLITICI. Che non sia la solita propaganda da quattro soldi. (roba tipo legge sul divorzio o aborto degli anni 70 per capirsi) A me viene solo in mente l'imu o la fornero. Fatta da tecnici però.
  16. Buon giorno a tutti, mi hanno girato questo video (fra i tanti) Ho visto che è cosa vecchia e me ne rallegro, ma questi soldi li hanno poi recuperati? Parlano tanto di aver toccato il fondo del barile e questo sarebbe stata una bella boccata di ossigeno! Fra tante leggi retroattive poi, questo "tesoro" ha richiamato alla responsabilità qualcuno di recente che voi sappiate? Grazie! tanti)
  17. Il 3 febbraio, negli USA, ci saranno le primarie in vista della prossima elezione del Presidente, fra un anno, il 3 novembre 2020.. Oggi Trump ha twittato la notizia che stanotte è successa una cosa enorme: Al-Baghdadi pare sia stato ucciso in Siria ma sembra ci siano altre notizie importanti tanto da essere divulgate con un messaggio mondiale che sarà trasmesso alle 13, ora italiana. Mossa politica elettorale o altro? https://www.money.it/primarie-Partito-Demecratico-elezioni-Usa-2020-candidati-sondaggi-data
  18. mozarteum

    politica ed economia Rivolta in Cile

    Si diceva che il Cile e’ una eccezione nel desolato panorama latino del sudamerica. Cosi’ non pare. La grande fortuna dell’ Italia, finora, e’ stata d’essere agganciata economicamente ai paesi seri del nordeuropa e di avere piemonte lombardia veneto ed emilia. il mondo latino, oggi, e’ scarso le chiacchiere stanno a zero
  19. Paul Krugman and other mainstream trade experts are now admitting that they were wrong about globalization: It hurt American workers far more than they thought it would. Did America’s free market economists help put a protectionist demagogue in the White House? BY MICHAEL HIRSH OCTOBER 22, 2019 https://archive.fo/sQJM4#selection-797.0-1241.161 Paul Krugman has never suffered fools gladly. The Nobel Prize-winning economist rose to international fame—and a coveted space on the New York Times op-ed page—by lacerating his intellectual opponents in the most withering way. In a series of books and articles beginning in the 1990s, Krugman branded just about everybody who questioned the rapid pace of globalization a fool who didn’t understand economics very well. “Silly” was a word Krugman used a lot to describe pundits who raised fears of economic competition from other nations, especially China. Don’t worry about it, he said: Free trade will have only minor impact on your prosperity. Now Krugman has come out and admitted, offhandedly, that his own understanding of economics has been seriously deficient as well. In a recent essay titled “What Economists (Including Me) Got Wrong About Globalization,” adapted from a forthcoming book on inequality, Krugman writes that he and other mainstream economists “missed a crucial part of the story” in failing to realize that globalization would lead to “hyperglobalization” and huge economic and social upheaval, particularly of the industrial middle class in America. And many of these working-class communities have been hit hard by Chinese competition, which economists made a “major mistake” in underestimating, Krugman says. ABOUT THE AUTHOR Michael Hirsh is a senior correspondent and deputy news editor at Foreign Policy. Twitter:@michaelphirsh. It was quite a “whoops” moment, considering all the ruined American communities and displaced millions of workers we’ve seen in the interim. And a newly humbled Krugman must consider an even more disturbing idea: Did he and other mainstream economists help put a protectionist populist, Donald Trump, in the White House with a lot of bad advice about free markets? To be fair, Krugman has been forthright in recent years in second-guessing his earlier assertions about the effects of open trade. He has also become a leading and sometimes harsh critic of his own profession, especially in the aftermath of the financial crisis and Great Recession, when he declared that much of the past 30 years of macroeconomics was “spectacularly useless at best, and positively harmful at worst.” He admirably held the Obama administration to account for its timid financial and economic reforms. He even had some kind things to say about proto-progressives such as Robert Reich, the former Clinton administration labor secretary who worried about global competition and sought better protections and retraining for American workers, and whom Krugman had once dismissed to me—back in his lacerating days in the ’90s—as an “offensive figure, a brilliant coiner of one-liners but not a serious thinker.” “I’m glad he’s finally seen the light on trade,” Reich told me in an email. Krugman, in another email, wrote: “I regret having said that about Reich, but if he foresaw hyperglobalization or the localized effects of the China shock, that’s news to me.” “I’M GLAD HE’S FINALLY SEEN THE LIGHT ON TRADE,” FORMER CLINTON ADMINISTRATION LABOR SECRETARY ROBERT REICH TOLD ME IN AN EMAIL. Yet it has taken an awful long time for economists to admit that their profession has been far too sure of itself—or, as a penitent Krugman put it himself in a 2009 article in the New York Times Magazine, that “economists, as a group, mistook beauty, clad in impressive-looking mathematics, for truth.” As the journalist Binyamin Appelbaum writes in his new book, The Economists’ Hour: False Prophets, Free Markets, and the Fracture of Society, economists came to dominate policymaking in Washington in a way they never had before and, starting in the late 1960s, seriously misled the nation, helping to disrupt and divide it socially with a false sense of scientific certainty about the wonders of free markets. The economists pushed efficiency at all costs at the expense of social welfare and “subsumed the interests of Americans as producers to the interests of Americans as consumers, trading well-paid jobs for low-cost electronics.” David Autor, an economist at the Massachusetts Institute of Technology (MIT) whose documentation of the surprising effects of China’s rapid rise on the U.S. labor market is cited by Krugman in his new essay, gives the Times columnist a lot of credit for admitting error. “How rare is that?!” Autor wrote via email. He said he doesn’t blame Krugman or other defenders of “the prior consensus” for making faulty predictions about trade. “I honestly think that getting this one right ex ante would have been akin to accurately forecasting the date, time and location of an earthquake.” The bigger problem was the pro-free trade zeitgeist, Autor said. “I think that the received wisdom inhibited economists from closely evaluating the evidence of what was underway. … One could say that there was something of a guild orthodoxy: The key dictum was that policymakers should be told that trade was good for everyone in all places and times.” Dani Rodrik, a Harvard University economist who in 1997 published a then-heretical book called Has Globalization Gone Too Far?, said last week that he wrote it precisely because he believed that “the profession was so blasé about globalization.” Now his views are mainstream, and Rodrik is president-elect of the International Economic Association. But the economists have barely begun to clean up the mess they left behind, as a conference on inequality at the Peterson Institute for International Economics in Washington, organized by Rodrik and former International Monetary Fund (IMF) chief economist Olivier Blanchard, made clear last week. And now in some ways it’s too late because, as Rodrik says, it’s not even possible to have a reasonable discussion under Trump. The U.S. president has effectively discarded modern economics, reembraced crude protectionism, and, like the mercantilists of the pre-Adam Smith era, appears to see trade as a zero-sum game in which surpluses are in effect profits and deficits are losses. His ignorance of basic economics “is without parallel among modern American presidents,” Appelbaum writes in The Economists’ Hour. KRUGMAN PLAYED A MAJOR PART IN ATTACKING WHAT HE SAW AS ECONOMIC IGNORANCE BY “STRATEGIC TRADERS” WHO ARGUED THAT U.S. JOBS AND WAGES MIGHT BE SERIOUSLY AFFECTED BY CHEAP LABOR FROM THE DEVELOPING WORLD. Yet Trump has been able to launch an unprecedented trade war, exploiting the public’s mistrust and fear of China, thanks in part to the economists’ early misreadings—specifically of how swiftly China’s economic surge would displace so many U.S. industrial jobs. As Krugman now acknowledges, “manufacturing employment fell off a cliff after 2000, and this decline corresponded to a sharp increase” in the U.S. trade deficit, especially with China. Those numbers, in turn, have tended to lend credence to Trump’s mercantilist notions, no matter how spurious. “One of the most perverse effects of Trump was that it completely erased any reasonable discussion” about how to address trade, inequality, and the right degree of protection for workers, Rodrik said. And this, too, is a downstream effect of the bad advice economists delivered about free trade going back to the ’90s. Or as MIT’s Autor put it: “Ultimately this policy boosterism blinded policymakers to the potentially grave consequences of trade shocks and likely lulled us into underpreparing for these shocks (e.g., we had a paltry safety net and retraining policies on hand). It led us somewhat blithely into a non-negligible policy disaster (AKA the China Shock) and provoked a public backlash that has rendered free trade toxic in the U.S. policy debate. There’s an irony for you: trade boosterism has ultimately hurt the cause of free trade.” Asked whether the mistakes made by him and other economists helped lead to the rise of Trump, Krugman responded: “We’re still debating this, but as far as I can tell Trump’s trade policy isn’t resonating with many people, even his blue-collar base. So it’s kind of hard to blame trade analysts for the phenomenon.” Others would disagree. Part of the problem is that, back in the ’90s, when the post-Cold War consensus was just emerging, economists tended to take a simplistic either-or view of trade—either you were a free trader or a protectionist—and forced people to choose sides. Krugman was one of them, adopting by and large the free trade position, which was ironic considering that his Nobel-winning work in economics was far more nuanced than his books and columns (and actually helped lay the intellectual foundations for smart strategic trade policy). Yet there were others in the policy debates—such as Rodrik, Reich, and Laura D’Andrea Tyson, who led former President Bill Clinton’s Council of Economic Advisers—who were far more worried about rapid globalization. They dared to question the pro-free trade consensus or at least, in Tyson’s case, to push for government-led industrial policy that would sharpen American competitiveness at a time when, after the Cold War, many newly liberalized nations were piling into the global economy at a great rate. This idea also was anathema to Krugman. “Dani was way ahead of his time,” Autor said. “He was worried not about sudden shocks per se but about the way that globalization hemmed in the policy options of open economies (options for financing social insurance, taxing increasingly mobile capital, etc). That was and is a deep point. … Meanwhile, Laura Tyson was advocating forward-looking industrial policy at a time when industrial policy was the Voldemort of policy tools.” Those who have studied Krugman’s work closely, like Autor, say that of course he understood that just the right kind of industrial policy could help build competitive sectors. But Autor added: “I suspect that economists feared that stating these points aloud to policymakers would be like handing a loaded weapon to a impetuous child.” THOSE WHO ADVOCATED ANYTHING RESEMBLING GOVERNMENT INTERFERENCE IN MARKETS AND “FAIR TRADE” (MORE TARIFFS, UNEMPLOYMENT INSURANCE, AND WORKER PROTECTIONS) OVER “FREE TRADE” WERE USUALLY BRANDED PROTECTIONISTS AND EXCLUDED FROM THE DEBATE. Krugman maintains that his new mea culpa “was a fairly narrow one” about how trade would affect lower-wage workers and exacerbate inequality. That is true. But after the Cold War ended, the debate over trade (Krugman’s Nobel-winning specialty) became a proxy for a larger intellectual struggle over free markets versus government intervention. And Krugman played a major part in attacking what he saw as economic ignorance by “strategic traders” who argued that U.S. jobs and wages might be seriously affected by competition from cheap labor in the developing world. When William Greider, the former Washington Post journalist, warned in a deeply reported book called One World, Ready or Not: The Manic Logic of Global Capitalismthat developing nations were gearing up for major industrial competition that would mean “ome sectors of Americans are triumphant and other sectors are devastated,” Krugmancalled it a “thoroughly silly book.” When Michael Lind, another prominent public intellectual, suggested (accurately) that U.S. productivity growth might not be enough to offset “the global sweatshop economy,” Krugman declared Lind to be ignorant of economic “facts” and said that “one should not expect someone who does not work in the field to be able to get it right without some guidance.” Krugman was no less kind to fellow economists who dared to question the free trade consensus. When Tyson was chosen to head Clinton’s Council of Economic Advisers in 1993, Krugman said she lacked the “necessary analytical skills.” It was all just bad economics, Krugman said. Don’t worry so much about what all the other countries are up to; things will even out thanks to neoclassical concepts such as comparative advantage, which allows all nations to benefit from open trade. Indeed, those who advocated anything resembling government interference in markets and “fair trade” (more tariffs, unemployment insurance, and worker protections) over “free trade” were usually branded protectionists and excluded from the debate. Clinton, reveling in his reputation as the “globalization” president, barely held a meeting on the fate of the industrially displaced. When his old Rhodes Scholar pal from the University of Oxford, Labor Secretary Reich, openly advocated reinvestment in education, training, and infrastructure at a time when Clinton was keen on deficit-cutting, Reich was also edged out of the conversation and, eventually, the administration. Some ex-Clintonites such as Gene Sperling, the former head of the National Economic Council, argue that the debate was never so stark. “Clinton cared about the middle class,” he told me. And had the Democrats continued in power, they would have worked much harder to bring China into compliance with trade norms, for example by enforcing “anti-surge” protections—required of China as part of its World Trade Organization membership negotiated by Clinton in 1999—against the dumping of huge amounts of cheap product that undercut U.S. jobs, Sperling said. “People think that the only difference with Al Gore [in the 2000 presidential election] was the Iraq War, but another huge difference would have been that Gore would have gone way beyond anything [George W.] Bush did to protect manufacturing,” Sperling said. (A new bookby the former Washington Post economics reporter Paul Blustein, Schism: China, America, and the Fracturing of the Global Trading System, also concludes that the Bush administration let China get away with far too much, including artificially devaluing its currency to boost exports—which led ultimately to Trump’s claim that China had committed “rape” of the U.S. economy.) Other former Krugman victims still blame him for his misjudgments and are not so assuaged by his penitence. “This is not bad as mea culpas go, but if you read through to the end, Krugman persists with the oversimplified dichotomy of free trade versus protectionism, ignoring such successful hybrids as East Asian neo-mercantilism,” said Robert Kuttner, the co-editor of theAmerican Prospect and a much-cited progressive thinker. “This is all the more bizarre because the young Krugman came to prominence demonstrating that [national] competitive advantage could be created, something that any non-economist student of economic history could have told him.” Krugman, in his defense, has always believed in protections for the middle class, including better health care and education (his old Times blog was titled “The Conscience of a Liberal”), and he says now that just because he has admitted errors on trade doesn’t mean he ever endorsed the so-called Washington Consensus—the neoliberal (that is, pro-free trade) view that regularly came down on the side of fiscal discipline, rapid privatization, and deregulation. “I guess the point is that conceding that we got some things wrong doesn’t mean that every critic was right; it depends on what they said, and as far as I know almost nobody foresaw the massive rise in trade or focused at all on localized regional impacts,” Krugman told me last week. But there were deeper conceptual problems with the pro-globalization consensus as well. Another Nobel-winning economist, Joseph Stiglitz, who like Rodrik warned back in the ’90s of the disruptive effects of too rapid lowering of trade and capital barriers, told me that the problem with “standard neoclassical analysis” was that it “never paid any attention to adjustment. Labor market adjustment miraculously happened costlessly.” Like Tyson and Reich, Stiglitz, who served as a chair of Clinton’s Council of Economic Advisers, was an outlier at the time, seeking (but failing) to slow the pace of international capital flows. He also argued that “typically jobs were destroyed far faster than new jobs were created.” Krugman, in his new essay, admits that the economists like him in favor of the ’90s consensus behind free trade—who thought that the effects on labor would be minimal—“didn’t turn much to analytic methods that focus on workers in particular industries and communities, which would have given a better picture of short-run trends. This was, I now believe, a major mistake—one in which I shared a hand.” THE MAIN LOSER, AGAIN, IS THE AMERICAN WORKER. WHEREAS ECONOMISTS USED TO BELIEVE THAT WORKERS, DURING BOOM TIMES, COULD DRIVE UP THEIR COMPENSATION (THUS LEADING TO INFLATION), THE EMERGING ECONOMIC WISDOM NOW SUGGESTS SOMETHING DIFFERENT. But there were plenty who did pay attention to how the old verities about open trade and comparative advantage were no longer as telling, displaced by new trends such as global supply chains, which shifted huge numbers of jobs overseas and took out whole communities. Krugman himself eventually concluded in a 2008 academic paper that because of these supercomplex supply chains, “the changing nature of world trade has outpaced economists’ ability to engage in secure quantitative analysis.” As Stiglitz put it to Foreign Policy: “Obviously, the costs [of globalization] would be borne by particular communities, particular places—and manufacturing had located [to] places where wages were low, suggesting that these were places where adjustment costs were likely large.” And it’s increasingly clear the detrimental effects may not be merely short-term trends. The swift opening up of trade with developing countries, combined with investment agreements, has “dramatically changed workers’ bargaining power (an effect reinforced by weakening unions and other changes in labor legislation and regulation).” That in turn has forced the rethinking of another major dimension of traditional economics. Economists once believed that low unemployment led to inflation, but today that relationship, called the standard Phillips curve, has broken down, the Economist wrote in a recent cover story. The main loser, again, is the American worker. Whereas economists used to believe that workers, during boom times, could drive up their compensation (thus leading to inflation), the emerging economic wisdom now suggests something different: After a quarter century in which multinationals have turned the whole globe into their economic turf (while workers usually have to stay in their home countries), globalized capital—manifesting itself as multinational supply chains—has the upper hand over domestic labor. Hence, economists themselves are surprised at how quickly the mainstream of their profession has moved leftward—as many of them found at last week’s conference on inequality. And when it comes to 2020 U.S. election politics, the profession is much more with progressives like Elizabeth Warren and Bernie Sanders, some of the participants said, than the centrist Joe Biden—open to radical solutions that give back bargaining power to labor (for example, Warren’s proposal to give workers a large place on corporate boards). “I came here as a French socialist, and now I find I’m in the center,” joked former IMF chief economist Blanchard. And this may be the ultimate downstream effect of all those misreadings dating back to the ’90s. “People,” Tyson remarked, “missed how fast things could change.”
  20. E' il mantra del nostro "nuovo" (!) Presidente del Consiglio. E cosa facciamo, per combattere l'evasione fiscale? Riduciamo l'uso del contante, ovvio! Naturalmente, nessuno ragiona sul fatto che il risultato che si otterrà con questo provvedimento sarà di aumentare il sommerso.
  21. Credo che i tempi siamo maturi. Non possiamo piu’ permetterci pifferai magici demagoghi e altri apprendisti stregoni. occorre che ogni spesa del programma elettorale sia certificata nelle coperture possibili da organismi oggettivi: chiamatele authority ecc. il punto e’ solo questo. volete piu’ sanita’ e servizi? Benissimo, costo tot miliardi recuperabili sottraendoli a pubblica sicurezza (dico per dire) per tot miliardi oppure prevedendo maggiori imposte per tot. Tutto per filo e per segno, basta chiacchiere.
  22. Mi sto perdendo qualcosa?
  23. Oggi la Regina ha tenuto il discorso di rito e ha letto, in un certo senso benedicendolo, il messaggio del Governo, che conferma la volonta’ di una Brexit a breve. Comincio a pensare che la Brexit possa essere un esperimento utile per vedere cosa succede oltre le colonne d’ercole e senza i mille vincoli comunitari (nel caso inglese neanche coinvolgenti la moneta). E se non fosse un disastro?

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