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oscarbessi

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analogico_09

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ninomau

Come libri direi questi in foto, a seguire i libri illustrati, nei quali le immagini hanno un' importanza notevole.

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iBan69

@analogico_09 ottima segnalazione, lo leggerò sicuramente, grazie.

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Tesla63

Glenn Gould "l'ala del turbine intelligente ;

Monsaingeon e Gould "no, non sono un eccentrico'

Stefano Jacini "la svetlana"

Hobby "Alta fedeltà "

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analogico_09
2 ore fa, edogalli ha scritto:

Da parte mia sono riuscito a vederlo solo una volta ad un concerto di Tony Scott in un locale a Testaccio. Era ospite (non ho capito se previsto o casuale), del grande clarinettista...anni 1977-78...qualcosa così. Ricordo la sua salita sul palchetto del locale, barcollante con un sorriso un po' ebete in viso, il fare calmo e disarmante nel togliere il copribocchino del sax e, l'avvicinarsi al centro del palco con mosse studiate. Poi dopo la prima nota, un ciclone devastante si abbattè su di noi. Non suonava propriamente solo sugli accordi, lui esattamente entrava ed usciva in continuazione dalla rete degli accordi, l'arco armonico sembrava davvero infinito, il senso ritmico implacabile con progressioni sempre più serrate di note (trentaduesimi che diventavano sessantaquattresimi a velocità impensabile...), una concentrazione quasi demoniaca, occhi al cielo con pupille sparite il bianco in primo piano,  il mondo come siamo abituati a percepirlo non sembrava appartenergli più, semplicemente era da un'altra parte, in un altro luogo. Urbani non suonava, letteralmente volava...lontano...con traiettorie espressive proprie solo dei grandi geni (Miles, Ornette, Rollins Evans ecc.) Mi ritrovai a pensare in mezzo al marasma in cui mi dibattevo per non lasciarmi sopraffare dalla tempesta, che non era solo jazz quello che ascoltavo...davvero non era solo jazz. Dieci, venti minuti (due o tre brani), e poi tutto finì. Ci lasciò lì attoniti...e innamorati. Unico grande Massimo Urbani, ma più nessuno come lui. Grazie ancora per il tuo bellissimo ricordo.

Ma grazie a te davvero per questo prezioso intervento, hai descritto con parole e "immagini" semplici e in modo comprensibile il complesso mondo musicale di Urbani.., lui era proprio così.., un fuori schema e un conoscitore "intuitivo" e "chiaroveggente" di tutti gli stilemi ripresi in modo lirico del jazz moderno.

Ingurgitava tutto e non imitava mai, dato il punto di partenza riconoscibile, uno standard, o altro, durante le impennate improvvisative ti travolgeva nel vortice del suo mondo musicale assolutamente personale e imprevedibile!
Anche l'aspetto fisico che rispecchiava quello spirituale è come lo descrivi.., purtroppo, specialmente durante gli ultimi anni della sua folgorante e troppo breve carriera, prima di restare vittima della maledetta polvere bianca, si percepiva lo sgomento che albergava in lui e che Massimo cercava, furiosamente cercava, di esorcizzare, trasfigurare ai livelli lirici altissimi.
Il suo "modello", il suo nume tutelare e il suo a "angelo" oscuro, fu Charlie Parker, e come Parker visse, suonò e morì, con questo senza voler tornare alla coatta e abusata faccenda, che spesso si colora di insopportabile moralismo prossimo ad apparire idiotismo, del "genio e sregolatezza"... 

Io penso che la persona privata, il "normalissimo" sig. Massimo Urbani, persona sicuramente buona e "innocente", dovette alla fine soccombere alla grandezza incontenibile della sua stessa arte. Muore la crisalide e spicca il volo la farfalla, eterna, universale.

Come Parker, come Coltrane, come Eric Dolphy dal quale pure traeva fonte di ispirazione, come tutte le generazioni di jazzisti dell'intera storia le quali, nella maggior parte dei casi in stato di difficoltà socio-razziali, economiche, identitarie, psicologiche, esistenziali, ecc, non riuscirono a creare il punto di equilibrio ottimale tra la loro vita "prosaica" e la loro arte spesso abbagliante che li sottoponeva a ritmi di vita e di "sentimenti", affetti, passioni, credo devastanti. Questo non riguarda solo la musica, i musicisti jazz, in tutte le arti, in ogni forma d'arte esiste la bruciante dicotomia, l'amore e il thanatos, la psiche e la psicosi, purtroppo., però nel jazz credo che il fenomeno sia (stato) particolarmente presente, diffuso, determinante.

Ma sarebbe davvero servito, ai fini della creatività trovare un "equilibrio" che avrebbe ucciso l'istinto e dunque l'arte, la poesia, la sublime, esaltante a volte disperata ispirazione? Difficile rispondere.., e sarebbe da veri bastardi pensare che meno male che questi uomini-artisti soffrirono per relagare a noi assatanati di "emozioni" comodamente seduti nelle poltrone degli ascolti la grande musica.., ma le cose nel mondo dell'arte e non solo vanno spesso in maniera strana, paradossale, illogica, contraddittoria, controversa.., forse è questo il sale della vita e dell'arte.., la tranquillità che da' il posto fisso fa campare la gente fino a 100 anni ma con una badante che ti cambia il pannolone e ti rimprovera come la suora di quando andavi all'asilo ... :D

Una cosa mi sembra certa, fiinito il "dolore" nel jazz (dolore che tuttavia non è stato affatto risolto.., anzi...),  il jazz, eccezioni sempre più rare a parte, è diventato un genere "ibrido" (quando non si sa a quale genere attribuire una musica "calimera" la si getta nel calderone del jazz...) essenzialmente fatto di note virtuosistiche e vuote (oggi tecnicamente si è mostruosamente bravi a suonare.., si fa per dire...), buone per lo "spettacolo/esibizione" musicale...

:)

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edogalli

@analogico_09 Discorso serio e terribilmente importante il tuo. Il 3D si occupa di altro e quindi giustamente non voglio modificare il tema cardine...ma le tue sono parole che andrebbero davvero dibattute. Chiudo perciò dicendo solo che quando mi chiedono con quale musicista di jazz dovrebbero cominciare per approcciarsi a questa musica, non me ne viene in mente nessuno tra quelli contemporanei. Oggi, dove come dici tu giustamente, il jazz sembra essere dappertutto e da nessuna parte, quello che appare evidente è la netta supremazia dell'approccio muscolare tecnicistico a scapito di una profondità dell'espressione, dello sforzo di scavare nella profondità dell'animo umano. Si parla e si suona troppo, troppi dischi, troppi musicisti, troppe note, tutto troppo disponibile, e nello stesso tempo dimenticabile, spesso irrilevante artisticamente. Sempre più raramente ci si imbatte in musicisti che hanno qualcosa da dire al di la del tecnicismo che seppur necessario non può essere il solo parametro determinante. Insomma tanta noia...ma ne riparleremo. un saluto

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analogico_09
2 ore fa, edogalli ha scritto:

Mi ritrovai a pensare in mezzo al marasma in cui mi dibattevo per non lasciarmi sopraffare dalla tempesta, che non era solo jazz quello che ascoltavo...davvero non era solo jazz.


Non ero al concerto con Scott al Testaccio, non lo avrei dimenticato...

Torno un po' sulla faccenda, e stavolta proprio a proposito dei libri, quindi più strettamente in tema, perché mi ha fatto riflettere ciò che dici sulla natura non solo jazzistica della musica di Urbani suonata a quel concerto e direi in generale...
Pensavo alle "affinità" di Urbani con Parker il quale era molto attratto da altri generi musicale e provò anche a fare quel per me discutibile, celebre connubio "strings & sax".., da ciò, associazioni di idee forse scioperate, mi è scattato il ricordo di un libro davvero eccezionale (ne parlai in una vecchia discussione su Bird.., recupero da lì).

Purtroppo da anni fuori catalogo, si trova su ebay, ci saranno edizioni in inglese, tale libro, intotolato "La leggenda di C. Parker", di Robert G. Reisner, è una sorta di raccolta di testimonianze dirette, di primissima mano, di parenti, amici e conoscenti, musicisti e non, ospedalieri, impresari, ecc.., insomma di tante persone che in qualche modo ebbero a che fare con Parker (Davis, Gillespie, Mingus, Dorham, baronessa Pannonica, Potter, Tristano, Varèse, Ospedale Bellevue.., ecc, ecc.) dalle quali emerge un ritratto del sassofonista molto frastagliato, spesso contraddittorio, controverso, dolente ed anche luminoso, divertente, spesso "candidamente" ironico tra tanta tragedia.


Ne riporto una che trovo particolarmente "intima", sensibile.., molto significativa rispetto a quella tensione che portava Parker, e forse il nostro Urbani, a voler superare i "confini" del jazz.., anche sull'istinto, sul senso delle radici che si riscontra anche in Massimo.


<<Quella di Pietro Carbone è [era] una delle botteghe più inusitate e anacronistiche del Greenwich Village. Carbone è un artiginano rinascimentale: ripara e costruisce strumenti a corde. Da lui Charlie trovava rifugio in momenti agitati
 

Bird aveva radici profonde nel passato. Aveva l'istinto della tradizione, e adorava la musica antica che ogni tanto suonavamo in bottega. Si rendeva conto dell'esistenza di interi universi al di là della sua musica. Nel 1946 sentì di aver esaurito le risorse del suo strumento. Una volta, cullando il sax tra le braccia, osservò: 'In testa ho troppa roba per questo strumento'. Siamo stati amici quasi quindici anni. Nei primi anni '40 suonava al Village, allo Swing Rendezvous. Non dimenticherò mai la sua espressione estatica davanti alle lire, alle ghironde, alle cetre, ai flauti dolci e ai tamburi antichi sparsi in giro. A volte si sedeva tranquillo in un angolo e mangiava con gusto un pezzo di provolone, olive e vino. Il suo dio era Varèse; si incontrarono nella mia bottega. Da quel che ho letto di Paganini, della sua vita tumultuosa, della sua stregonesca abilità, di come era l'eroe del loggione, ho sempre pensato che Bird gli somigliasse molto.>>

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analogico_09
15 minuti fa, edogalli ha scritto:

Il 3D si occupa di altro e quindi giustamente non voglio modificare il tema cardine...

Ti ringrazio per l'apprezzamento, simmetriche condivisioni da parte mia, condivido ogni parola di ciò che scrivi, mi sembra chiara l'intesa da ambo le parti.

Giusto il tuo scrupolo di non sforare troppo rispetto al tema, ma purtroppo a volte gli spunti più ficcanti e dirimenti capitano quando meno te lo aspetti ed è impossibile d'altra parte seguire schemi rigidi.., ogni segmento apparentemente distante serve per meglio capire l'insieme, l'argomento centrale...

Comunque capiterà di riparlarne. Grazie per il tuo preziosissimo, acuto contributo e la tua disponibilità.

A presto. :)

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edogalli

😉

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giov.rossi

@edogalli  Bellissimo quello che hai scritto👍

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my2cents

...Se dovessimo saltare le pagine, come quando si vuole impazientemente scoprire chi è l'assassino nella conclusione del libro di Curt Sachs troveremmo solo un cadavere. Quest'ultimo è il linguaggio musicale “...la musica non è un lingiaggio universale...” e l'assassino si rivelerebbe solo nelle nostre mani sporche di sangue. Eppure visto il titolo del suo libro “Le Sorgenti della Musica” questo finale appare come un grottesco paradosso. Ed in effetti è cosi', ma questo è solo il suo ultimo invito, la sua ultima spinta ed indicazione che ci dà per compiere un viaggio a ritroso nell'universo musicale, fin dentro le sue origini più antiche, arcaiche, e magiche, e a lavare definitivamente le colpe delle nostre mani nelle sue fonti universali. Tutto il libro profondamente anti “eurocentrico” è un invito a non considerare il fenomeno musicale come un linguaggio chiuso e codificato, o una mera regola estetica, ma qualcosa di ancestrale, pre-linguistico e quidi pre-logico. Il suo viaggio da etnomusicologo è tutto incentrato sul rito e la “magia” quale vera sorgente della musica

“...L'unità tra cultura materiale e non materiale, che talvolta diamo per scontata, spesso cade vittima della singolare resistenza al cambiamento, caratteristica della musica. La civiltà nel suo complesso può cambiare forme e contenuti, ma gli strumenti musicali, legati come sono alle idee e alle usanze, cambiano assai meno rapidamente, e può risultarne una stagnazione della musica come fenomeno complessivo. Quando ciò avviene per cause interamente intenzionali, la resistenza ai cambiamenti assume connotazioni magiche.

La parola magia esprime un complesso di funzioni mentali della massima importanza, attive nel mondo primitivo e che ancor oggi sopravvivono dentro e fuori dai riti religiosi delle civiltà “evolute”, per quanto siano stati intaccati dalla conoscenza e dal ragionamento scientifico..." C. Sachs

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analogico_09
26 minuti fa, my2cents ha scritto:

un invito a non considerare il fenomeno musicale come un linguaggio chiuso e codificato, o una mera regola estetica, ma qualcosa di ancestrale, pre-linguistico e quidi pre-logico.

Un po', detto in altri termini, ciò che ho cercato di delineare per quanto riguarda, nello specifico e concreto caso, la musica "subcosciente" del "destrutturato" Massimo Urbani che agisce prima della co(no)sc(i)enza. ... ;)

Grande libro quello di Sachs!

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my2cents

Il Paesaggio Sonoro di Murray Schafer

"...Un paesaggio sonoro è una collezione di suoni quasi come un dipinto è una collezione di attrazioni visive e penso che quando ascoltiamo attentamente questi suoni diventano miracoli...Credo che se ascolti con attenzione la vita è nelle tue mani.
In altre società, dove non esiste la registrazione, una forma di esercizio per la memoria è ricordare i suoni …. quando un suono muore non lo senti nuovamente, o almeno non allo stesso modo. Questo in qualche modo rende le persone più percepibili e consapevoli ai suoni che sono attorno a loro... vivono ascoltando tutto il tempo. ... per noi riprodurre un suono non è un problema. Penso allora a cosa potremmo cominciare a fare se riduciamo il numero delle riproduzioni dei suoni nella nostra vita. Un suono vero è ovviamente assolutamente unico e non potrà mai essere riprodotto. Anche quello che stiamo ascoltando adesso non è un suono vero. La mia voce non viene da me. Viene da un suono che ho inviato molto tempo fa. Cosa succede se la mia voce si ferma? Cosa si ascolta dopo ? Ascolta ..."

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analogico_09

@my2cents 

Error doppione

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analogico_09

@my2cents 

Come il famoso "Samba de uma nota so'" , quello che segnali è il libro di una parola sola? :D

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Ossido

Piacevolissimo quello su Lucio, se i fatti sono reali spaventoso quello su Rino, curioso il terzo.

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