Juju

Geniali, pazzi sfortunati

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Gabrilupo

@Juju Sono ancora in attesa di qualche anima pia di sound engineer che ci offra una versione migliore dei suoi dischi più belli...

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zoso

Simile morte anche un altro famoso batterista.

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bost
2 ore fa, Armando Sanna ha scritto:

Come non ricordare "il batterista" Keith Moon

@Armando Sanna io suono (...suono è già una parola grossa...) la chitarra, ultimamente mi capita sul tubo di vedere il Keith con i Who...ebbene, checchè se ne dica , che era uno tutto rullate,  a vederlo e sentirlo,mi fa venir voglia di suonare la batteria, grandissimo...

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andpi65
Il 30/11/2018 Alle 23:31, analogico_09 ha scritto:

E se Scott La faro non fosse morto all'età di 26 anni in un tragico incidente d'auto, dopo aver rivoluzionato il contrabbasso nel jazz (senza ovviamente dimenticare Mingus), cos'altro ci averebbe riservato?

Per una volta siamo in linea ..   Anche io mi chiedo cosa sarebbe stato del piano trio di B. Evans, cosa ci avrebbe riservato,  se La Faro non fosse morto prematuramente.

P.S.: Su Free Jazz di Coleman non mi pronuncio perche sinceramente è una incisione che mi è sempre risultata ostica.

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analogico_09
5 ore fa, Watt a Flac ha scritto:

per come lo interpreto io,per le cose lette  e soprattutto per le sensazioni che rimangono dagli ascolti,il cool è un movimento le cui origini non possono prescindere che da "musici" come Tristano o Evans ... ma la cifra stilistica del cool è bianca (facciamo beige ),ed è sperimentale,dovrebbe nascere da un'idea ben precisa di orchestrazione e suono


Le origini andrebbero attibuite a Young e a Davis, e potremmo tornare indietro a certe "germinalità" ancor più remote, ma non vorrei aggiungere troppa carne al fuoco; se a metà dei  '40 Davis già suonava cool quando Evans e il Tristano della piena maturità erano ancora di là da venire, viene da se che le origini sono quelle... Peraltro Tristano è un caso musicale un po' a parte, tra il free-jazz e la musica colta atonale, detto a braccio,  Evans altra personalità unica e dai contorni netti e distinti.., non saprei come inquadrarlo, se proprio dobbiamo definire, mi piace pensare a: "jazz lirico intriso di blues e di classica imprespressionista", ma mi pare troppo lungo il titolo per un'etichetta.., per quello che valgono le etichette possiamo anche giocarci su :D Entrambi non sono cool.., anche se contengono dei lasciti del cool, anche se il cool di
Davis trova enorme, determinante vantaggio dalla collaborazione di Evans in KOB... Dopotutto nel jazz, a parte forse le esperienze free più spinte ed estreme, tra stile e stile, come dicevo pure nell'altro post, le linee di confine sono assai sottili e i passaggi non sono traumaticì, bensì "osmotici"... tutti i musicisti alla fine nel corso della storia hanno dato e preso qualcosa a/da tutti i "generei"...


La cifra stilistica del cool è bianca secondo il luogo comune critico dei critici bianchi che sostengono le interessate visioni dell'industria bianca dello spettacolo e dei dischi.., la logica e la stessa storia ancora una volta dovrebbero indurci a pensare -  essendo vero che Young e Davis arrivano primi al cool, sebbene in forma non ancora "etichettata" - che il cool sia nero, sic et simpliciter, dopodichè, stabilito ciò, andiamo pure ad approfondire meglio...
Su che il preziosissimo apporto dei musicisti bianchi, di quelli che appartevano al "movimento" della "west coast", portarono a forme di cool "sbiancate" (detto non in senso dispregiativo o riduttivo) la cui cifra stilistica era ovviamente, in questi casi, bianca...

Per questo avevo scritto prima che il cool era nero, bianco e bianco e nero poichè nello specifico caso alcuni musicisti bianchi di grande valore avevano contribuito grandemente con Davis a creare l'eccezionale progetto musicale (progetti musicali...) registrato col nome di Birth of the cool: "birth" di nome e di fatto...
 

Lasciamo stare le critiche di parte, quello che si "legge in giro".., materiale perlopiù redatto dai bianchi da prendere con beneficio di inventario, anche le più blasonate, quantomeno sentendo anche i rintocchi di altre campane in nero "suonanti"... Se non  lo conoscessi già ti suggerirei spassionatamente Il Popolo del blues (sociologia degli afroamericani attraverso il jazz) scritto nel 1963 da LeRoy Jones, alias Amiri Baraka, intellettuale, scittore, drammaturgo, poeta, musicista, musicologo, "criminale" (si fece la galera lottando per i diritti dei "negri"...) e qualche altra cosa che non me la ricordo, afroamericano.

Lettura amena, nulla di pomposo, adatta a tutti, non è un saggio accademico, molto circostanziato e "serio" nell'approccio e nella finalità, quasi "scientifico" e pur tuttavia passionale, una miniera di info, riflessioni, analisi "unaudite" sul jazz, per chi voglia approfondire questa musica da punti di vista non convenzionali. Costa poco... il link Amazon (non badare a quello che scrive l'acquirente che mette solo "tre stelle", la forma critica e il grado di approfondimento sono soddisfacenti e commisurati all'impostazione sociologico-musicale e non già tecnico-musicologica, del libro.

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andpi65
12 ore fa, Gabrilupo ha scritto:

Jeff, secondo me, non ha la carica innovatrice del padre.

Quà non sono  d'accordo, se devo dire la mia personalissima impressione!

Due epoche diverse.ma un percorso ed una fine simmetriche..Tim è stato un'innovatore , se pur poco considerato ai suoi tempi, nell'innovazione della ricerca vocale.

Jeff  lo è stato altrettanto, con maggior fortuna non postuma.

A ben vedere due immagini speculari , con i dovuti distingui per gli anni in cui han vissuto. 

Uniti tragicamenente da una comune fine.

Credo che nel Jeff figlio l'impronta del padre abbia lasciato un segno che è visibile.. A lui il merito di averlo contestualializzato, reso attuale, senza snaturarlo.

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analogico_09
1 ora fa, andpi65 ha scritto:

Per una volta siamo in linea ...   P.S.: Su Free Jazz di Coleman non mi pronuncio perche sinceramente è una incisione che mi è sempre risultata ostica. 

Sulla prima..,. mi fa piacere, potresti sentirtene onorato... :D

Eppure.., io tendo a non credere che chi ami veramente il jazz e lo abbia tanto frequentato, ascoltato, metabolizzato dentro, non riesca a capire e amare anche il free-jazz.., magari non tutto, ma questo manifesto oramai "classico" di Ornette Coleman sta al jazz come ad esempio il pianoconcerto e/o il violino concerto di Schonberg stanno alla musica classica...

Sono rari i veri appassionati, e quei pochi in via di definitiva estinsione, che ancora pensano siano musica ostica...
 

In ogni caso, hai provato ad ascoltare il duo di contrabbassi che ho segnalato? Solo queelo.., geniale, un vertice della musicalità e dell'inventiva in jazz, e tutt'altro che difficile da capire linguisticmente e seguire musicalmente.., ha vita propria, quasi potrebbe essere estrapolato dall'opera e funzionerebbe alla grande autonomamente come creazione a se stante.
Poi se non piace non piace, nulla di male, come tanto altro free-jazz meraviglioso che oramai è stato largamente metabolizzato dalla ultime generazioni di jazzofili evoluti, ma questa "difficoltà" a capire una parte fondamentale e inalienabile del jazz, dovrebbe indurre un attimo a riflettere chi la rifiuta perché non la capisce, se sia vero amore che spinge naturalmente verso la comprensione, come con le persone, verso questo benedetto jazz che chi lo vuole caldo, chi freddo, chi easy, chi longue, chi harde, chi fritto e chi in umido, chi lo vorrebbe come un calderone nel quale buttarci dentro tutto quello che non si sa diversamente classificare e che col jazz non c'entra un'emerita cippa... Il jazz è un corpo mistico, uno e trino.., fortemente identitario, indivisibile, andrebbe preso tutto intero (quasi.., è prevista una franchigia del 5%) o niente. Amare è capire.
Per me eh.. imho!

;)

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analogico_09

Jaco Pastorius, morto a 36 anni...

F. Chopin a 39...

Non li sto paragonando naturalmente.., però, ciascuno nel suo campo e nel suo tempo, avendo dato tanto prima della dipartita ed essendo ancora in età giovane e molto giovane, tutt'altro che rinco o in stanca geriatrica.., uno si chiede davvero con terrore cosa avrebbero potuto ancora regalare all'umanità passata, presente e futura...

Magari Chopin avrebbe composto sinfonismo, altre perle pianistiche.., di sicuro.., è cosa certa, quindi le perdite sono ingenti, irrecuperabili...  

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edogalli

@analogico_09 Quelle tue sul free jazz sono parole accorte serie e responsabili.

Non comprendere fino in fondo quel disco (Free Jazz di Ornette), quel genere, significa semplicemente aver abdicato allo sforzo di ritenere il jazz uno ed uno solo. Ogni elemento che ha concorso alla sua evoluzione, si ingloba in questo corpus meraviglioso e complesso che è il jazz, e di fatto ne diventa parte integrante. Ma soprattutto ogni nuova sillaba introdotta, rappresenta sempre il riflesso della condizione sociali delle persone afroamericane. Proprio per questo le avanguardie jazzistiche che a partire degli anni sessanta hanno impresso con il free una svolta stilistica a 360° non dovrebbero mai essere disgiunte da quelle che sono le rivendicazioni civili del popolo afroamericano; la politicizzazione e la radicalizzazione della condizione delle genti di colore che diventa spinta propulsiva per definire uno stile la cui logica è essenzialmente di scontro, di contrapposizione radicale, di lotta, di fiera rivendicazione del proprio essere.

Io musicista di colore mi pongo su di un piano artistico che tu popolazione bianca dominante non potrai mai ne raggiungere ne comprendere ne imitare. Ti getto in faccia una musica che ha la stessa potenza della lava rovente, ti urlo la mia rabbia, ma anche la mia unicità, la mia forza annichilente, in una parola la mia autentica bellezza. Ascoltare questa musica senza aver chiaro questo aspetto è solo un vuoto esercizio...la si odia, la si rifiuta, la si denigra, non solo perché semplicemente perché non la si comprende, ma anche perché non si riesce probabilmente ad inquadrarla nella sua corretta dimensione storico-sociale. Proviamo a fare questo sforzo (magari con qualche buona lettura a supporto) e forse, e ridico forse, l'urlo di Albert Ayler e di Shepp, la metafisica di Anthony Braxton, l'architettura di Coleman, il malinconico zigzagare di Sam Rivers, l'universo di Sun Ra, il devastante ruggito di Sunny Murray e la purezza del suono di Cherry, assumeranno un'altra dimensione, magari sempre ostica, sempre difficile, sempre apparentemente respingente, ma forse più vicina a noi.

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ediate

Per non parlare della superlativa, ma brevissima carriera a causa della sua malattia (osteogenesi imperfetta), che ha avuto quel genio del piano che risponde al nome di Michel Petrucciani:

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analogico_09
5 ore fa, edogalli ha scritto:

Quelle tue sul free jazz sono parole accorte serie e responsabili.

Non comprendere fino in fondo quel disco (Free Jazz di Ornette), quel genere, significa semplicemente aver abdicato allo sforzo di ritenere il jazz uno ed uno solo. Ogni elemento che ha concorso alla sua evoluzione, si ingloba in questo corpus meraviglioso e complesso che è il jazz, e di fatto ne diventa parte integrante. Ma soprattutto ogni nuova sillaba introdotta, rappresenta sempre il riflesso della condizione sociali delle persone afroamericane. Proprio per questo le avanguardie jazzistiche che a partire degli anni sessanta hanno impresso con il free una svolta stilistica a 360° non dovrebbero mai essere disgiunte da quelle che sono le rivendicazioni civili del popolo afroamericano; la politicizzazione e la radicalizzazione della condizione delle genti di colore che diventa spinta propulsiva per definire uno stile la cui logica è essenzialmente di scontro, di contrapposizione radicale, di lotta, di fiera rivendicazione del proprio essere.

Io musicista di colore mi pongo su di un piano artistico che tu popolazione bianca dominante non potrai mai ne raggiungere ne comprendere ne imitare. Ti getto in faccia una musica che ha la stessa potenza della lava rovente, ti urlo la mia rabbia, ma anche la mia unicità, la mia forza annichilente, in una parola la mia autentica bellezza. Ascoltare questa musica senza aver chiaro questo aspetto è solo un vuoto esercizio...la si odia, la si rifiuta, la si denigra, non solo perché semplicemente perché non la si comprende, ma anche perché non si riesce probabilmente ad inquadrarla nella sua corretta dimensione storico-sociale. Proviamo a fare questo sforzo (magari con qualche buona lettura a supporto) e forse, e ridico forse, l'urlo di Albert Ayler e di Shepp, la metafisica di Anthony Braxton, l'architettura di Coleman, il malinconico zigzagare di Sam Rivers, l'universo di Sun Ra, il devastante ruggito di Sunny Murray e la purezza del suono di Cherry, assumeranno un'altra dimensione, magari sempre ostica, sempre difficile, sempre apparentemente respingente, ma forse più vicina a noi. 

Da incorniciare!

Vado dicendo da anni queste cose, meno bene di te, insistendo sul fatto che il jazz, non solo il free-jazz, sia una musica "politica" (non della spending review), sociale, psichica e che non fu fatta (fu...) per essere goduta distesi sulla comoda poltrona in penombra con un bicchiere di boubon on the rock in mano davanti al "totem" che eroga le note del piacere... take five, take five, take five.., ma coma suona bene l'impianto"!... Potremmo agevolmente dire che il free-jazz, tutto il jazz, non è Frank Sinatra ed altri ottimi surrogati a cui manca totalmente il "dolore" e che quindi si rendono necessari per chi crede di poterlo esorcizzare evitando di "capirlo", così come non si capiasce il dolente (free) jazz.

Grazie per questo ottimo intervento. :)

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cele

Mi piace ricordare in questo thread Lhasa De Sela, scomparsa a soli 37 anni per un male incurabile,  sfortunata di certo quindi, pazza non saprei, geniale sicuramente la sua musica, raffinatissima e variegata nella scrittura, una voce che ti scava nelle viscere, una perdita crudele.

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Frovalta

Lowell George, leader dei Little Feat.

Precoce virtuoso della Slide Guitar (prime esibizioni a sei anni...) dopo aver fatto parte di alcuni gruppi minori, fu ingaggiato da Frank Zappa, ma poco dopo fu allontanato dalle Mothers of Inventions in quanto Frank lo considerava troppo bravo per fare il gregario: doveva avere una Band tutta sua. E nel 1971 nacquero i Little Feat, autori di uno dei più grandi live della storia del rock, il leggendario "Waiting for Columbus", e di una manciata di album da studio dalle scarse vendite, ma dalie copertine epiche (by Neon Park). A fine anni settanta, in contrasto con gli altri membri del gruppo e deluso per l'insuccesso, lascio' la Band. Una seria forma di epatite ed il continuo abuso di stupefacenti, lo portarono a pesare 150 chili. Dopo una serie di cure che ne ridussero il peso a poco oltre i 100 chilogrammi, inizio' una carriera solista. Morì a 34 anni nel giugno dl 1979 di overdose in un hotel, dopo un Concerto che si favoleggia fu grandioso, a supporto del suo album d'esordio. Il canto del cigno...

Una vita al massimo (una life in the fast lane direbbero gli Eagles), sfortunata, per un gran talento bruciatosi in fretta.

un saluto, Frovalta.

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FedeZappa

Vincent Crane degli Atomic Rooster, geniale e sfortunato.

Geniale perché in pochi hanno esplorato i suoni prodotti dell'organo Hammond come lui ha fatto.

Sfortunato nel suo triste destino.

Difficile però definire "pazza" una persona che ha sofferto di gravi problemi depressivi, soprattutto quando questi erano correlati a grave dipendenza da droga e alcool. 

Purtroppo non tutti siamo salutisti e "forti" di fronte a certe situazioni, la debolezza caratteriale e' sempre pronta a giocare colpi bassi, anche se sei uno dei più talentuosi e promettenti musicisti degli anni '70.

Brani come Winter, Before tomorrow, Death walks behind you, Black snake... ansia e angoscia, un mix che in pochi sono riusciti a trasmettere con tanta intensità. 

Crane con la sua musica si é avvicinato così tanto all'aldila' da poterlo incontrare prematuramente...come se questo incontro l'avesse auspicato fin dai tempi dei suoi primi vagiti di musicista "dannato".

La musica degli Atomic Rooster, l'alternativa prog e sotterranea a quella dei più fortunati Black Sabbath.

http://distorsioni-it.blogspot.com/2011/02/vincent-crane-atomic-rooster-tra-lo.html?m=1

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Victrix

Forse già citato ma Nick Drake?  Folk jazz con classe leggerezza e molta intensità.

nacque a Yangon, in Birmania, Gabrielle sorella maggiore di Nick,  interpretò  il tenente Gay Ellis nella serie televisiva UFO degli anni 1970. Drake frequentò Cambridge, dove studiò letteratura inglese. Che dire 3 album e ben 11 raccolte per una leggenda.

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andpi65
Il 2/12/2018 Alle 23:42, analogico_09 ha scritto:
Il 2/12/2018 Alle 23:08, andpi65 ha scritto:

Per una volta siamo in linea ...   P.S.: Su Free Jazz di Coleman non mi pronuncio perche sinceramente è una incisione che mi è sempre risultata ostica. 

Sulla prima..,. mi fa piacere, potresti sentirtene onorato... :D

dovrei? :D

Scherzi a parte conoscono bene  Free Jazz di Coleman. Quando dicevo che mi è sempre risultato ostico lo dicevo nel senso letterale del termine  perché, semplicemente,  è uno di quei dischi, che ho,  che non mi è  mai riuscito di ascoltare per intero in un'unica seduta . 

@edogalli 

Il 3/12/2018 Alle 12:33, edogalli ha scritto:

perché non si riesce probabilmente ad inquadrarla nella sua corretta dimensione storico-sociale.

Ciao Edo ( ho letto ed apprezzato il tuo commento, come al solito)  ma nello specifico  non è da questo che nasceva il mio "ostico " di cui sopra .

Pur conoscendo  la genesi storico -culturale di incisione come quella in oggetto o di We Insist! Max Roach's Freedom Now Suite ( per citarne un'altra fondamentale) ho i miei gusti,  musicali come in altri campi.

Per usare un'eufemismo( per farmi capire): sarebbe come dire che se ami il rock devi apprezzarne ogni singola incisione.

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edogalli

@andpi65 Ciao, perdonami forse non sono riuscito a spiegarmi bene, ma non mi riferivo specificatamente a te. Semmai ho colto, dalla tua risposta sul disco di Coleman, l'occasione per un ragionamento un po più a larga scala. Il mio post aveva solo l'obiettivo di provare a dare una chiave di lettura magari diversa (un aiuto se vogliamo) per coloro che rifiutano o proprio non riescono ad apprezzare un genere così affascinante ma certamente complesso. Solo questo.  Poi è chiaro che ognuno ha i suoi gusti e preferenze e quelli sono sacri ed intoccabili😉, ci mancherebbe...massimo rispetto.😀 Un saluto e grazie

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medusa

Sfortunata sicuramente è stata Lhasa de Sela, morta a trentasette anni. Una voce affasciante. Una perdita grande. Solo tre dischi, uno più bello dell'altro

un sorriso

enzo

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medusa

La più grande di tutti invece è morta addirittura a trentun'anni. Figura parallela a quella di Nick Drake soprattutto nel rapporto tra talento artistico e mancato successo commerciale. Conosciuta come grandissima cantante, poco considerata come autrice, nonostante alcuni veri gioielli. Qui il suo capolavoro, impreziosito dalla chitarra di Richard Thompson, con i Fairport Convention.

un sorriso

enzo

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medusa

Figura molto marginale, segnata da malattia mentale ed alcolismo, pittore, cantante e chitarrista. Kevin Coyne

un sorriso

enzo

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Juju

@medusa Ho cercato notizie della morte di Sandy Denny di cui non sapevo nulla e sono rimasto di stucco... Praticamente era cosi` scoppiata e fatta che cadeva apposta da sedie e scalinate per attirare l'attenzione della gente e poi per "gusto" personale... Assurdo... Una delle ultime cadute le causo` un'emorraggia cerebrale che non curo` mai finche non la porto` al coma e quindi alla morte. Semplicemente allucinante...

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Juju

Un artista che mi ha sempre appassionato e` stato Rowland S. Howard, australiano, chitarrista molto particolare defini' il suo stile "6 strings that drew blood" cioe` 6 corde che schizzano sangue, ed in effetti non era un musicista particolarmente "tecnico" ma riusciva ad ottenere degli effetti molto espressionistici. Dopo avere suonato con Nick Cave nei grandissimi Birthday Party, milito` nei Crime + The City Solution, altra grande band australiana e poi nei These Immortal Souls. Un paio di dischi solisti e poi una cirrosi epatica mai curata si tramuto` in cancro al fegato e se lo porto` via a 50 anni. Ovviamente l'uso smodato di alcol ed eroina condizionarono parecchio la sua esistenza. A me e` sempre piaciuto anche come cantante, con la sua voce baritonale, un po` stonata e totalmente sfatta.

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analogico_09
7 ore fa, andpi65 ha scritto:

Scherzi a parte conoscono bene  Free Jazz di Coleman. Quando dicevo che mi è sempre risultato ostico lo dicevo nel senso letterale del termine  perché, semplicemente,  è uno di quei dischi, che ho,  che non mi è  mai riuscito di ascoltare per intero in un'unica seduta .  

Io penso che con una improvvisazione musicale collettiva così serrata e travolgente (prima volta nella storia.., ne abbiamo illustri esempi anticipatori, ancora entro i limiti strettissimi del "tonale", con Charles Mingus il grande "seminatore" di free), un doppio quartetto, una riunione di geni del jazz, tutti pezzi da '90, lode e bacio accademico, che si contrappongono per creare un'intesa musicale e spirituale stupefacente, o lo riconosci, ne cogli subito il feeling, e lo condividi, oppure non serve ascoltare a puntate.., sarebbe un po' come dire alle acque precipitate di un torrente montano in piena che ti stanno travolgendo: fermatevi un attimo, fatemi respirare, riprendiamo domani! 🤔
:D

Inoltre, dove interrompere e da dove riprendere in quel getto musicale lanciato nella più avventurosa e rivoluzionaria improvvisazione, senza soluzione di continuità, nè punti di arresto e di ripartenza isolabili, riconoscibili? Non è mica un disco "normale" con più fermate, diversi brani, ciascuno con un proprio carattere, un inizio e una fine!
 

No.., battute a parte, lo penso seriamente.., penso che se una cosa non acchiappa, giustamente, non acchiappa.., e che quindi sarebbe meglio andare in vacanza dove vi siano i laghetti con le acque più chete e non già nelle "ostiche" e più selvagge valli d'alta montagna...

Permettimi quindi di ipotizzare che il tuo "conosco bene Free Jazz di Coleman" mi sembra una contraddizione concettule, se non anche in termini, perché la conoscenza musicale, o di altro "oggetto" artistico, avviene in prima e determinante istanza attraverso la curiosità eccitata, attraverso l'amore e la "comprensione" dell'oggetto stesso. Per curiosità, trovi ostica anche la We Insist Freedom Now di Roach.., non si capisce bene da come ne scrivi.

Anche il mio discorso era in po' in generale, come per @edogalli , prendevo spunto dalla tua osservazione su Free Jazz di Coleman per tornare su che spesso, quasi sempre, idea anzi dominate, si tende a separare nettamente il free-jazz dall'intero corpo storico della musica afroamericana, l'intera stagione del free-jazz e non già episodicamente qualche isolata opera ()hai ragione, mkica ci deve piacere per forza tutto?), dove il più delle volte si usano termini sprezzanti e mistificatori, pregiudizievoli, non argomentati, su base meramente idiosincratica, nel parlare contro quella "tappa" del jazz che, per di più, nemmeno si conosce, come da ammissione degli stessi detrattori. 
 

Quindi i gusti personali non si discutono, vanno rispettati, ciascuno ha le sue preferenze, il mondo è bello perché vario, ecc, purchè non siano frutto di pregiudizio, di superficialità di approccio ideologico allo sconosciuto oggetto della nostra osticità...

;)

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analogico_09

Il Free-Jazz, l'intero "movimento", i suoi musicisti, hanno subito e seguitano a subire forme di ottuso ostracismo da parte degli establishment di potere, privati ed istituzionali, che controllavano l'industria dello spettacolo, l'industria discografica, ecc, e da quella grandissima parte di pubblico che segue la loro monarchia (quasi) assoluta...


Sono stati molto "sfortunati" in questo i musicisti free, quindi ne parlo in questo topic., ma nell'ottica convenzionale e speculativo-competizionistica dei "bianchi", non per i "coraggiosi" musicisti del free per i quali si trattò, come ricorda @edogalli nel post #99, di gettare in faccia alle classi dominanti bianche razziste e segregazioniste la loro rabbia ... e, soprattutto la loro bellezza, il loro orgoglio razziale, la loro negritudine, la loro intelligenza, la loro spiritualità!

Esempio lampante di questa forma di "incomprensione" affatto contradditoria, anzi culturalmente schizofrenica, di un genere musicale così nobile, ci viene dal "caso" Coltrane.
Si.., da quel John Coltrane da tutti amato, di cui tutti parlano, chi lo vuole easy, chi modale, chi "boot direction", ecc.., un vero profeta della musica jazz che influenzerà molto anche il "pop/rock".
Quando a un certo punto della sua parabola creativa, più o meno dopo A Love supreme, Coltrane si spinge fin dentro i territori del free-jazz (un'etichetta.., specialmente se applicata alla musica di Coltrane) per espandere la sua ricerca musicale, la sua spiritualità, la sua religiosità, succede una cosa strana.., la maggior parte del pubblico fino ad allora entusiasta, il mondo della critica rampantistica asservita al potere, quasi smettono di parlare di lui.., e infatti nessuno cita i suoi capolavori del "free", chi ne parla è spesso per dirne in termi negativi, detrattivi.., oppure per rapportare la musica al proprio presuntuoso e insignificante ego ascoltatoriale: questa musica non crea brecce nella mia sensibilità.., mente è l'umana sensibilità che non riesce a percepire la grandezza trasfiguratrice della musica cosmica di John Coltrane!
 

Che sfortunato è stato Coltrane così abbandonato a metà cammino dai sui (in)fedeli seguaci.., e pensare che dopo di lui, fino a quando il jazz era ancora in vita, non ci fu un sassofonista di nuova generazione che non fosse stato profondamente influenzato dallo stile di Coltrane.., che non suonasse come J.C...
 

Una delle avventure musicali più roventi e viscerali di Coltrane, in bilico precario e mirabile tra il modale e il free (prima dei definitivi passaggi "ascensionali" ed "interstellar-spaziali")  è senza dubbio rappresentato dal Live at Village Vanguard again! registrato con il quartetto rinnovato, più il carismatico Pharohah Sanders che mena con il suo lancinante e sofferto free ai fianchi di Coltrane che fa letteralmente volare come fiotti di stelle del firmamento le note del suo soprano non più semplice strumemto musicale bensì appendice del corpo e dello spirito... 


Da brividi entrambi i brani contenuti, il poderoso My Favorite things e la struggente Naima... Buon ascolto integrale!
 


 

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Beppe.Loid

Stavo cercando un logo della mia attività in un vecchio hard disk, non ho trovato quello che cercavo però ho trovato una vecchia foto del che mi ha fatto ricordare un aneddoto

Giugno 1975. Mentre i Pink Floyd erano agli Abbey Road Studios e stavano registrando, ad un certo punto della giornata fa il suo ingresso negli studi uno strano individuo completamente rasato, un po' cicciotello, senza le sopracciglia e con una busta della spesa in mano. L'uomo appare trasandato. I ragazzi della band si guardano fra loro e non capiscono di chi si tratti e decidono di ignorarlo e continuare a suonare. Ma ad un certo punto Roger Waters smette di suonare e si mette a piangere. "Ma non lo riconoscete? E' Syd..."

Quel disco s'intitolerà Wish You Were Here (Se Tu Fossi Qui), con prima traccia Shine on You Crazy Diamond, inutile dire a chi fosse riferito il soprannome di "Diamante Pazzo".

È un fatto che dopo la sua uscita dal gruppo, Syd fu spesso il soggetto di molte canzoni dei PF.
Va ricordato anche che David Gilmour, oltre ad essere produttore dei suoi dischi post PF, si occupò di curare gli interessi di Syd fino alla sua morte nel 2006.

Syd_Barrett_Abbey_Road_1975.jpg

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andpi65

@edogalli

@analogico_09 

👍 Avevo capito  che era un discorso "in generale" ...cercavo solo di spiegare la mia posizione. ;)

@analogico_09  Per risponderti non ho un'idiosincrasia verso il free jazz, mi  piacciono  sia We Insist Freedom Now di Roach che molte altre incisioni di free jazz . .. Archie Shepp,  Albert Ayler, l'utimo periodo di Trane, che citavi..  ecc. 

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zoso

@Juju Ho cercato notizie della morte di Sandy Denny

Pure io ho cercato notizie e ho scoperto che è sua la voce femminile in questo famoso brano dei LZ

  

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FedeZappa

Prince.

Geniale: come si può non definire geniale un artista al suo livello?

Schiavo più di tutti di una produzione musicale ossessiva/compulsiva.

Per buona parte della sua vita ha dormito non più di 4 ore a notte, negli anni '80 si narra di giorni e giorni sveglio a lavorare sulla sua musica. 

Non contento di saper suonare praticamente tutti gli strumenti,  si e' dedicato in modo maniacale al perfezionamento degli stessi, basta guardare i livelli stellari raggiunti come chitarrista (e nel basso/batteria/tastiere avrebbe potuto far parte di qualsiasi band senza sfigurare).

Così dedito al suo lavoro da portare in tour qualcosa come 150 brani.

Non contento degli show, per i fedelissimi faceva regolarmente degli aftershow, che cominciavano non prima dell'una di notte. 

E la mattina dopo, subito in piedi a comporre nuovo materiale.

Geniale nell'anticipare i tempi (mettendosi in proprio e vendendo su internet) e contestando il controllo delle major discografiche che da lì a poco avrebbero portato al declino dell'attuale situazione. 

Geniale nel fare tutto e il contrario di tutto, dai brani superstrutturati e pieni di sovraincisioni alle improvvisazioni degli aftershow.

Geniale anche nell'occuparsi di mansioni di membri dell'entourage (l'ho visto coi miei occhi sostituirsi ai tecnici del suono per risolvere un problema tecnico).

E poi ancora attore, produttore, scovatore di talenti, compositore per conto terzi...

Pazzo.

Vedi alcuni dei punti precedenti.

Prima a favore delle "explicit lyrics" (il bollino fu appiccicato per la prima volta nella storia su Purple Rain) poi testimone di Geova convinto.

Prima creatore della vendita on line, poi autore di dichiarazioni del tipo "internet e' morto" .

Pensate a quanto avrebbe potuto godersi la vita coi suoi soldi invece di vivere barricato nella sua casa studio... Non che non l'abbia fatto, ma in quanti ad un certo punto avrebbero gettato la spugna?

Invece lui era sempre lì con 3/4 album pronti ogni anno (di cui ne e' stata pubblicata solo una frazione).

Difficile per molte persone stargli vicino e conviverci, sia affettivamente che lavorativamente: uno con una tale dedizione alla causa pretende il massimo anche dai suoi collaboratori. 

Sfortunato.

Chissà quante persone avrebbero fatto cambio vita con lui, pensando al suo successo, ai suoi soldi e alle sue donne.

Ma il fatto di essere schiavo del lavoro lo ha portato ad auto-isolarsi a livello affettivo, essendo vicini a lui solo i membri del suo entourage: nessun familiare o compagnia femminile stabile.

La disgrazia del figlio nato morto a metà degli anni '90 non ha fatto altro che alienarlo ancora di più dal mondo "normale".

La sua sorte e' un emblema della sua solitudine: overdose involontaria da farmaci.

Nessuno attorno a lui con cui condividere i problemi che stava affrontando (dolori lancinanti alle anche) e nessuno ad aiutarlo.

La pratica del credo di Geova gli vietava infatti di farsi operare, una solo apparentemente facile soluzione. Apparentemente perché, negli ultimi tempi, impensabile per chiunque avvicinarsi a lui e provare a parlargli da amico (e non da dipendente).

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Juju

@zoso Assurdo come e` morta no?

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edogalli

@analogico_09 cosa vuoi che ti dica? hai detto tutto in maniera mirabile. Il punto forse sta proprio nella capacità che hanno avuto tutti i sassofonisti moderni e contemporanei (e dico proprio TUTTI) di non rinnegare mai il Coltrane free ma anzi studiarlo, amarlo, introiettarlo dentro di sé, e infine provare (solo provare eh...) anche ad imitarlo. Ma loro (i sassofonisti ma direi i musicisti di tutto il mondo) lo hanno sempre saputo dove è arrivato Coltrane, la vetta inesplorata che aveva raggiunto, dovevamo essere noi semplici ascoltatori  appassionati di musica a capirlo, sostenerlo, non abbandonarlo e seguirlo fino alla fine, ma purtroppo questo non sempre è avvenuto. Credo che però per capire la strada per raggiungere quella vetta c'è sempre tempo...Trane era davvero avanti di decenni e questo lo dimostra. Grazie per le tue parole.

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