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    Bebo
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    Klimo Merlimo Gold Plus + Thor + (2 x) Kent Gold

    Di Bebo Moroni

     

    Qualche tempo fa, accadde che, come ogni anno, l’AHEEA (Academy For Advancement of High End Audio), l’associazione americana con aperture internazionali, che riunisce l’ ”audio community” a più alto valore musicale e che assegna gli Academy Awards, gli Oscar per l’High End Audio e in seguito anche audio/video, mi spedì le schede per la prima votazione ( le nomine richiedono molti passaggi) di quella data edizione dei premi. Le schede contengono molte richieste di segnalazione, dalla miglior testina al miglior amplificatore, al miglior accessorio per giradischi, al miglior progettista di elettroniche o di diffusori etc. Io segnalai, tra le altre cose, il preamplificatore Klimo Merlin e i finali Klimo Beltaine e come miglior progettista di elettroniche dell’anno, Dusan Klimo. 
    Pochi giorni dopo mi giunse un’ulteriore lettera dall’AHHEA, in cui mi si chiedevano spiegazioni su quel marchio a loro sconosciuto e su quel progettista che “qualcuno aveva sentito nominare ma…Forse era un mio amico? Un progettista italiano ancora sconosciuto negli States? La cosa un po’ mi sorprese, pur conoscendo lo sciovinismo degli ambienti hi-end americano e ancor più inglese, non potevo credere che davvero, distribuito o non distribuito non sapessero chi era Klimo.

     


    Feci la mia bella relazioncina e inviai. Dopo qualche mese, arrivati in Italia per una certa mostra, un piccolo gruppo di giornalisti e progettisti americani venne a trovarmi ma anche ad ottener conto della “rivelazione”. Rimasero unanimemente affascinati dall’estetica e dalla costruzione degli apparecchi, ma avrebbero scommesso anche una certa sommetta, sul fatto che era tutta questione di luccichii e di poca sostanza ( come d’altronde, bisogna ammetterlo, era spesso accaduto con le realizzazioni europee). Poi si sedettero e io li fregai bellamente come mi divertivo a fare in quegli anni, facendo loro ascoltare i Beltaine con i loro 5 watt per canale, pilotare le Dhalquist DQ 10 e pilotarle con dinamica ed energia. Qualcuno si soffermò sulla circuitazione, cercando di carpirne –probabilmente i segreti- molta parte del merito venne, chissà perché, attribuita alla sorgente analogica (eppure avevamo ascoltato molti CD) che li faceva cantare, il mio solito Gyrodek con braccio Sme IV e testina Monster Alpha II, qualcuno azzardò che in quell’edificio dovesse esserci un impianto elettrico formidabile ( se le cose stavano così, la lavastoviglie avrebbe dovuto lucidare i piatti senza sapone, il ferro da stiro piegare le camice nell’armadio e il frullatore produrre cocktail di scampi al solo nominargli la salsa rosa) qualcun altro che l’ambiente d’ascolto era stato trattato con molta cura ( è vero, avevo qualche tube trap, ma già allora seguivo la regola “ in casa ci devi vivere, posiziona tutto dove ti fa più comodo: se è buono, con piccoli ritocchi e spostamenti, suonerà meglio). Mi sembrò chiarissimo che i miei amici un po’, come si suol dire, ci sformassero e che non potessero ammettere che questo signore venuto dall’Est (attuale Repubblica Ceka) e approdato in Germania, facesse tutti – diciamolo pure- un po’ a pezzettini e senza nemmeno necessità di sborsare cifre, al cambio del tempo, multi milionarie.


    L’anno successivo nessuno mi chiese nessuna spiegazione sulle mie scelte e molti parlavano infervorati, probabilmente senza averli mai ascoltati, degli apparecchi di Dusan Klimo. Cose che succedono, nessuno si scandalizzi, in questo pazzo pazzo pazzo mondo di pazzi, dove non bastano le prestazioni ma occorre anche costruire il mito. Ma d’altro canto nel 99% dei casi il mito, da solo, non si autoalimenta se non c’è un solido costrutto alle sue spalle.
    Cito questo episodio perché, in primo luogo credo sia inedito ( così i miei lettori e miei collaboratori di più antica data non faranno quelle classiche facce che si fanno alle spalle per dire “ si lo sappiamo ce l’hai raccontato cento volte” ) e perché rimane comunque significativo, lo sappiano i lettori più giovani e meno esperienziati di un settore che sembra inventare ogni giorno il rubinetto per l’acqua calda, ma poi, di fatto non solo inventa ben poco, ma spesso ignora anche quel che già c’è.
    La mia sincerissima ammirazione per il marchio e per il personaggio, dunque, risalgono a più che qualche anno fa e si sono concretizzate in una lunga convivenza con queste elettroniche, convivenza che talvolta s’interrompe, perché il mondo è pieno di amplificatori da provare e da ascoltare ma che finisce sempre, in un modo o nell’altro, per ricomporsi. Non è per essere acritici, ma non ricordo un prodotto Klimo che m’abbia deluso. Anzi, ora che ci penso meglio uno si: i grossi e potenti finali Linnet proprio non mi piacevano. Probabilmente non avevo tutti i torti, vista la brevità della loro vita in catalogo. Ma in genere i prodotti Klimo possiedono una dote per me, smaliziato e incarognito, rara: riescono ancora ad emozionarmi e persino a farmi tornar voglia di spender soldi in queste carabattole, nonostante i tempi, nonostante io capisca perfettamente che alla mia età bisognerebbe pensare a cose serie come acquistar casa, per esempio. Eppure ancora riesco a individuare poche cose più serie che ascoltar musica come si deve.

    Ecco che per questa prova abbiamo individuato un sistema, certamente non definibile come economico, ma tanto meno come pazzesco o irraggiungibile nato e sviluppato proprio per questo scopo: far ascoltare come si deve la musica. E insieme inserirsi bene in qualsiasi ambiente, essere piuttosto semplice da collocare e da tenere a punto, e, cosa che non guasta affatto, rispecchiare nelle forme e nella finitura quel concetto di bello, di estetica come valore che intende esprimere riproducendo musica.

     

     

    Merlino Plus Gold

    Massima espressione di un progetto nato, inizialmente, come alternativa economica allo splendido Merlin, evoluto via via in versioni sempre più accurate circuitalmente e raffinate esteticamente, il Merlino nella sua versione Gold Plus ha finito se non per soppiantare, almeno per affiancare con notevoli pretese il “vecchio” Merlin (evoluto anch’esso alla versione “nonplusultra”, la “Ultimate”). A sua volta versione ancor più raffinata e selezionata del Merlino Gold che rispetto al Merlino “liscio” gode di motherboards dorate, di cablaggio e connettori di notevolissima qualità e di componentistica selezionata rispetto alla versione normale ( comprese le valvole preamplificatrici ECC88), oltrechè della possibilità di montare il coperchio trasparente che lascia vedere tanta pulizia e bellezza realizzativi. Elettronica e meccanica che divengono esse stesse concetto estetico, come accade per quegli orologi che, attraverso il fondello in vetro zaffiro, fanno sì che si possa ammirare la straordinaria bellezza dei loro raffinatissimi movimenti.


    La versione Gold Plus che abbiamo in prova, oltre alla costruzione interamente bi-monoaurale ( due preamplificatori mono uniti solo dal medesimo telaio e dalla manopola del volume) e a un ulteriore incremento nella qualità della componentistica ( quasi eliminati gli elettrolitici sostituiti da condensatori in polipropilene a bassissima tolleranza selezionati a mano) si avvale ( ed è una coadiuvazione essenziale) della superalimentazione separata, anch’essa a valvole, Thor che ha le medesime dimensioni e le medesime finiture del preamplificatore e ad esso viene collegata mediante un massiccio cordone con altrettanto massiccio connettore speciale a pettine ( viste le dimensioni bisognerebbe dire almeno “a spazzola”) con contatti in argento e tanto di leva per la “sicura”, una volta collegato. La realizzazione sia tecnica che estetico-costruttiva è davvero superba e dimostra il grado di maturità ormai raggiunto da questi prodotti. Secondo tradizione della casa i Merlino possono essere aggiornati alle versioni successive, così anziché spender soldi in farmaci per il mal di fegato, i possessori di un Merlino Gold farebbero bene a risparmiarli per “upgradare” il proprio preamplificatore alla versione Plus. Posso assicurare che ne vale veramente la pena.
    E se non vi basta il suono, sappiate che il Plus Gold è anche telecomandabile…e date un’occhiata alla foto del telecomando “Merlin Look”! Ecco come la semplicità, con pochi sapienti tocchi, si trasforma in essenza non annacquata di bellezza!

     

    Klimo Kent Gold

    La più recente versione del più celebre e diffuso tra i finali di potenza Klimo, il Kent, presentato per la prima volta nel 1983, si caratterizza a tutta prima per il “vestito” che apparentemente copre le nudità della versione originale, adeguandosi in realtà alle nuove normative di sicurezza, e facendolo con rara eleganza. La scatola di acciaio e metacrilato che racchiude la circuiteria dei finali, si accorda perfettamente ai restanti componenti della linea Klimo e, attraverso una finestra lasciata aperta sul frontale, lascia osservare le valvole e la bella realizzazione interna, che pur appoggiandosi sul medesimo schema di vent’anni fa, ha fatto passi in avanti decisivi per quel che concerne la qualità e i valori della componentistica adottata ( curatissima e particolarmente potente la sezione di alimentazione) che ora ruota attorno alle nuovissime EL 34 AEG che promettono prestazioni di livello sorprendentemente elevato. Prestazioni che, come vedremo tra poco non rappresentano la solita promessa da marinaio delle rivisitazioni bensì rappresentano un vero e proprio evento in un settore che per forza di cose non può offrire troppe novità.

     

    Premesso il solito sguardo di orrore al disordine dei cablaggi nel mio impianto e il solito paziente lavoro di riordino da parte di Stefano e Christian di Suono e Comunicazione, le elettroniche Klimo sono state inserite in un impianto composto da giradischi Transcriptors Hydraulic con braccio Transcriber e testina Goldring G 1042, Yamaha PX-2 con testina Clearaudio Victory H, Thorens TD 124 con braccio Sme Series II e testina Fidelity Research FR1 MKII mod. VDH, pre phono Trichord Dino+, Telefunken 100 CX, pre-pre Denon HA 1000, lettore CD/SACD Micromega Reference SACD, diffusori IMF Professional Monitor. Con l’occasione mi sono stati forniti in prova anche i nuovi cavi di alimentazione e segnale Klimo che, assieme al cavo di potenza, saranno oggetto di una più attenta disamina sul prossimo numero. Per il momento posso dirvi che all’atto pratico la nuova linea di cablaggio sembra godere di un rapporto prezzo/costruzione/praticità d’uso/prestazioni, elevatissimo, tale da far riconsiderare certe follie in rame filato, anche ai più ostinati tra gli adoratori di questi singolari totem serpiformi.

     

    Lasciati scaldare i componenti ( che erano intonsi) una notte e fatti rodare col solito sistema del CD a bassissimo volume ( dopo averne già apprezzato le prestazioni “a freddo” e “ex-novo”, ho iniziato a dedicarmi ad una vera e propria maratona dedicata al piacere dell’ascolto. Eh già, perché al di là di qualsiasi cervellotica definizione, ciò che queste apparecchiature rivelano sin dal primo istante è la loro assoluta dedizione al piacere dell’ascolto, a quel piacere che non chiede troppi perché e non frappone soverchi “ma” tra l’ascoltatore e l’impianto. Il preamplificatore, anche confrontato con quelli che per me sono due mostri sacri a stato solido, i preampli Bryston BP 25 e SP 1.7, dimostra di essere un vero e proprio outsider dell’altissima fedeltà, in grado di non far affatto rimpiangere preamplificatori, in genere statunitensi assai più costosi. Se posso azzardare (ed azzardo volentieri) il Merlino Plus Gold possiede molti accenti di quella vera e propria leggenda del suono che fu L’Audio Research SP 10: l’estrema risoluzione dei particolari minuti, la trasparenza, disarmante per assenza di veli o interposizioni anche minime tra ascoltatore e brano riprodotto, ma senza mai apparire esagerata e artificialmente radiografante (merito soprattutto di una gamma acuta estesa e rifinitissima, ma priva di ruffiane increspature nella risposta), la velocità d’esecuzione. Certo ne è passata di acqua sotto i ponti da quando il Merlino era una economica alternativa al glorioso Merlin, un preamplificatore preciso e piacevole in una veste elegante ma dimessa facendo riferimento al bellissimo fratello maggiore. Il Merlino Gold Plus è ormai un preamplificatore di classe assoluta che nulla ha più da invidiare al suo splendido capostipite, se non l’occhio magico. Sostituito abbastanza efficacemente ( ma non tanto da non farcelo rimpiangere) da un grosso segnalatore circolare di funzionamento ( il cerchio che racchiude la “K” del marchio Klimo) retroilluminato in arancio, quando l’apparecchio è in mute, per divenire verde prato quando l’apparecchio è in regolare funzionamento. Gioco di luci e colori che si ripete identico e sincrono sul pannello frontale del Thor.

     

     

    Se proprio devo trovargli un difetto ( oltre ad una valvola decisamente microfonica sull’esemplare a mia disposizione che tende a captare tutti gli agganci e gli sganci dal satellite di qualsiasi telefonino in un raggio di 30 mt: sostituita problema risolto) è in un certo eccesso di calore sul medio-basso che potrebbe non piacere ( ma potrebbe anche piacere molto) ai possessori di diffusori con woofer grandi e cedevoli, che potrebbero (potrebbero) avvertire un certo rigonfiamento nella zona del calore ( detta così sembra oscena, ma vi assicuro che non c’è alcuna intenzione doppiosensistica). Niente d’importante e peraltro appena intuito attraverso i Professional Monitor che pure hanno una gamma bassa a dir poco eccezionale ed eccezionalmente estesa e un woofer, il Kef B 139 ellittico che in questa configurazione in linea di trasmissione, può tranquillamente essere considerato alla stregua di un woofer da 15”.
    Bene, quando gli IMF (gran bei tempi) erano regolarmente in produzione, in piena epoca di transistor, venivano considerati – a causa della complessità della realizzazione meccanico-acustica, della raffinatezza del filtro, del numero e della qualità degli altoparlanti, dell’efficienza non altissima- diffusori piuttosto “difficili”, E certo ancor oggi non possono essere considerati particolarmente facili e nemmeno impossibili, anzi, ma è sorprendente, davvero sorprendente, la facilità con cui vengono pilotati dai Kent Gold, con quale corposità esprimono il loro bellissimo basso, così profondo e così strepitosamente vero. A tutto avrei pensato per questi amatissimi diffusori, ma a una coppia di Kent no. Eppure i Kent Gold mi appaiono ora come la loro amplificazione ideale: così fluidi, plasticamente musicali, melodiosi e insieme precisi e compiti. Diamine che amplificazione! Dusan Klimo rischia costantemente di superarsi. I Kent Gold certamente non possiedono l’imperscrutabile magia dei Belatine, ma per chi vuole un amplificatore non solo timbricamente iperbolico, ma anche muscolare e all’occorrenza cattivo…be', non c’è tanto da impazzire tra le impossibili potenze e gl’impossibili prezzi dei grandi mostri a stato solido, si può ad esempio scoprire che quella che comunemente intendiamo come potenza medio-bassa e che il distributore più correttamente indica come media-potenza, cioè i 40 watt ciascuno dei Klimo Kent Gold siano una potenza estremamente sostanziosa e splendidamente sfruttata. No, il Kent non è più il “piccolo ma ottimo” finale della prestigiosa casa, è ormai un grandissimo finale di potenza in un involucro compatto e aggraziato. Un finale di potenza in grado di lasciare di stucco anche il più esigente possessore di esigente catena d’ascolto. In combinazione con Merlino Plus Gold e Thor, i Kent Gold rappresentano oggettivamente una delle migliori amplificazioni a cui si possa legittimamente aspirare. Niente follie, molta, moltissima concretezza, ma anche una classe che forse non ci si aspetta. E che conquista, immediatamente. E risulta difficile capire perché bisognerebbe desiderare di più.
    Un riferimento. Credetemi.





  • L'album di VideoHifi

  • I Blog di Melius Club

    1. Solo una piccola premessa per scusarmi del periodo di assenza da questo blog, cui tengo moltissimo, ma gli impegni, tanti e di svariata natura, mi hanno impedito di onorare per un lasso di tempo fin troppo ampio queste pagine, che permettono anche a me di riassaporare i luoghi, le avventure, la passione per i torrenti e la pesca delle Trote, comunque, si riprende da dove ho lasciato, ovvero dalle descrizioni dei luoghi, per passare a parlare della regina dei torrenti, la Trota Fario.

       

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      INTRODUZIONE

       

      Ogni qualvolta scendo sul torrente per una battuta di pesca, la sensazione più forte che provo è di libertà, intesa come momento di assoluto straniamento dal resto del mondo, dai pensieri, dai problemi personali, ed insieme ad essa sono molte le sensazioni positive che riemergono, letteralmente ritornano a galla, come fossero sopite e la sola vista del fiume le riproponga concretamente a livello conscio, addirittura quasi fisicamente tangibili.

      Soprattutto le prime uscite stagionali, il ritorno su luoghi ben conosciuti, l’ immersione sul greto del torrente, sono fonte di una pace e una serenità difficili da spiegare, il primo respiro sul fiume è quasi un atto liberatorio, di sincronizzazione del battito del cuore e del proprio corpo con il torrente, una ossigenazione cerebrale e non solo, il sentire il profumo della terra, dei luoghi che ci circondano, della vegetazione, sono tutti elementi positivi e gratificanti già per se stessi.

      L’ aria ricca di ossigeno si percepisce immediatamente, leggera, carica di ioni, in grado di far sentire bene fisicamente, soprattutto per chi è abituato a trovarsi costantemente immerso nell’ ammorbante odore della città.

      Sono tutte sensazioni e impressioni piacevoli, rilassanti e gratificanti, una completa e totale trasformazione del proprio io, dell’ umore, sembra quasi si possa percepire una liberazione dell’ energia e un senso di benessere nel trovarsi nel proprio ambiente di elezione, in un luogo che fa stare bene a tutti i livelli di percezione, in un mondo che si presenta quasi perfetto. . .

      La pesca alla trota, secondo le norme della federazione nazionale della pesca sportiva, si apre  all’ alba dell’ ultima domenica di febbraio, mentre la successiva chiusura stagionale si pone di solito al tramonto della prima domenica di ottobre, sette mesi circa di potenziali uscite, che si riducono, in alcuni anni particolarmente freddi o piovosi, anche a meno della metà. Questo è il canonico calendario, anche se in realtà a fine Febbraio, ed anche, in certi anni, fino ad Aprile, il clima risulta poco adatto alla pesca ed anche le Trote sono poco attive. Se consideriamo che il mese di Agosto spesso ci vede impegnati con la famiglia e con le ferie canoniche, rimangono solo 3 o 4 mesi veramente interessanti per fruire dei torrenti.

      Al di là dei tempi e del periodo di pesca possibile, ogni uscita sul torrente è un momento unico, una esperienza singola e irripetibile, ed è si collegata in qualche modo alle altre, soprattutto percorrendo diverse volte lo stesso tratto di fiume, per ovvi motivi di sovrapposizione e ripetizione di azioni, percorsi e situazioni, ma ogni singola battuta di pesca è un momento che non potrà mai riproporsi uguale alle uscite precedenti e alle successive. Non solo per le condizioni stagionali, meteorologiche, climatiche, e dello stato delle acque, ma anche per il proprio stato mentale, l’ umore del momento, il risultato della giornata di pesca, gli eventi e le situazioni particolari che accadono ogni volta ci si trova sul fiume a pescare.

      Nelle mie zone di pesca, nei torrenti e nei bacini idrografici dove io mi muovo, la misura minima della trota Fario è di ventidue centimetri, per la trota iridea venti centimetri, inoltre non si possono catturare in una battuta di pesca più di cinque fario e più di dieci trote iridee. Questo nella teoria, capita infatti, pur avendo le migliori intenzioni di pescare e pur impegnandosi al meglio, che di trote in misura non se ne catturi neppure una.

      Viene definito con il termine “cappotto” il ritorno a casa senza aver catturato, ed eventualmente rilasciato, alcun pesce di misura, ovvero tornare dalla pesca a mani vuote, e sicuramente il non pescare alcuna preda trattenibile è un risultato insoddisfacente, perché il pescatore è sul fiume per insidiare le trote, grosse possibilmente, se non se ne cattura neppure una, hanno avuto la meglio le trote !.

      Non è così scontato sia sempre negativo fare un’ uscita in torrente senza catture di misura, spesso si fanno bellissime battute di pesca nel fiume, gratificanti, piacevoli e di soddisfazione, che arricchiscono e trasmettono nuove sensazioni, aprono nuove conoscenze, offrono uno spunto inaspettato alla tecnica e all’ accumulo di nuove esperienze, anche senza  introdurre dei pesci nel proprio paniere.

      Le catture di grosse trote sono situazioni uniche, sono immagini vivide stampate nella mente, il luogo, la situazione, il modo con cui si è presa una grossa trota sono ricordi lucidissimi, rappresentano uno dei momenti più alti del pescare, un grosso esemplare, soprattutto in torrenti piccoli dove il pesce non raggiunge dimensioni importanti, è una soddisfazione che si fissa nei ricordi più intensi e più belli.

      Va comunque sottolineato, anche per correttezza nei confronti di chi è contrario a questo sport e alla cattura del pesce, che l’ azione del pescare non è collegato per forza di cose alla sua uccisione, esiste la pesca no kill, fatta con le esche artificiali o con la tecnica della mosca che garantiscono di preservare perfettamente integro e sano il pesce, e di rimetterlo nel suo ambiente senza danni o menomazioni di sorta, procurandogli solo un piccolo spavento, dal quale si riprenderà subito e ne uscirà più esperto e guardingo di prima del suo incontro-scontro con il pescatore.

       

      Un' uscita di pesca fruttuosa

       

      La Trota Fario

       

      Veniamo ora ad una sua descrizione fisica della protagonista di miei racconti, la trota Fario, per poter meglio comprendere come questo pesce possa vivere proficuamente in luoghi non omogenei per tipologia, e non costanti nell’ alternarsi delle stagioni, uno dei pochi pesci in grado di sopportare temperature molto basse, di vivere a quote anche molto elevate, di muoversi in situazioni di grande variabilità dei livelli dell’ acqua e della forza delle correnti.

      La trota è un animale decisamente molto robusto, perfettamente adattato alle acque fredde e impetuose del torrente, ricordo che la temperatura vi oscilla da pochi gradi sopra lo zero in inverno, fino ai dodici, quindici gradi a seconda dell’ insolazione e dei tratti considerati, in estate. Essa possiede grandi capacità di nuoto, soprattutto in velocità, ed è in grado di mostrare anche doti di risalita e resistenza, nel nuoto controcorrente, in queste attività molti ben coadiuvata dalla sua forma idrodinamica molto spinta e dal fatto che il suo corpo non è ricoperto da squame, come quasi tutti i pesci, ma da una membrana mucillaginosa che diminuisce di molto la resistenza che l’ acqua oppone al nuoto.

      E’ un pesce che gode di ottimo mimetismo e profonda integrazione nell’ habitat che il fiume mette a disposizione, tanto che, guardando nell’ acqua trasparente, spesso non si riesce a distinguere una trota, che immobile vi sta osservando da sotto la superficie.

      Vive, si nutre e si riproduce in acque pulite e molto ossigenate, in pozze e laghetti dove, oltre alla necessità di un certo flusso d’ acqua, ci sia una profondità che permetta di sentirsi al sicuro da possibili pericoli, ovviamente a seconda delle dimensioni e delle necessità le trote segmenteranno la loro presenza a varie profondità e in diversi contesti.

      I piccoli pesci si muovono in luoghi con una profondità anche limitata a pochi centimetri, le trote di misura o anche piu grandi preferiscono ambienti dove vi siano soprattutto anfratti, tane, luoghi di protezione tali che, una volta disturbate, tendono a nascondersi rimanendo poi per diverse ore perfettamente immobili, invisibili e senza dare alcun cenno della loro presenza.

      La trota Fario europea si riconosce immediatamente per la livrea di punti rossi e neri che, con differenti dimensioni, estensione e pigmentazione, sono presenti sui suoi fianchi. Parimenti variabile è il colore di fondo del suo corpo, dal beige chiaro fino al grigio piombo, quasi nero, e che dipende oltre che dalla variabilità individuale della livrea, in gran misura dalla luce che il pesce riceve nel suo habitat, ovvero dalle sue abitudini di movimento nell’ ambiente in cui vive. Le trote quasi nere, dalla livrea scura, si trovano solitamente in laghetti bui e sono pesci che trascorrono gran parte della loro esistenza in tana, mentre gli individui dai colori della livrea chiari sono tipici delle trote che vivono in acque e laghetti più esposti alla luce.

      Esiste quindi una notevole variabilità nella colorazione di fondo delle trote e nella posizione, grandezza e forma, dei classici puntini rossi e neri.

      Entrando nei dettagli del suo comportamento, parliamo di un pesce molto vorace, rapido nel cacciare e non potrebbe essere diversamente, vivendo in un ambiente dove tutto si muove velocemente, dove l’ acqua scorre senza tregua e dove il cibo con essa scende verso valle, l’ attacco rapido e immediato è il presupposto affinché il cibo non scompaia rapidamente o venga divorato prima da altre rivali.

      Così, se la trota non viene messa in allarme per la presenza di ombre, rumori, o sciacquio dell‘ acqua, il suo attacco nei confronti del cibo è repentino, in alcuni casi avviene addirittura con l’esca ancora in volo e che sta per toccare la superficie dell’ acqua.

      E’ un pesce che ha abitudini di caccia ben definite, soprattutto quando le sue dimensioni, collegate alla sua età ed esperienza, sono via via superiori; più volte mi è capitato, spesso con sorpresa, di vedere una gran bella trota nei pressi della riva, a fine laghetto, o in un punto strategico, dove si stringe il corso d’ acqua e il livello è magari di venti centimetri, in attesa di cibo che scorre a valle o di qualche piccolo avannotto che si avventura nel suo raggio d’ azione, specialmente all’ alba o prima dell’ imbrunire, quando massima è la sua predisposizione a cacciare.

      Capita spesso che le trote caccino a filo d’ acqua, saltando fuori con balzi notevoli per prendere al volo farfalline, insetti volanti, o animaletti incautamente caduti in acqua e che non riescono più ad uscirne, ed anche molto praticata è la caccia di attesa, dietro ad un sasso, tra massi che sono passaggio obbligato per la corrente e quindi anche per il cibo, ed in posizioni e punti presso i quali non ci si aspetterebbe di vedere una bella trota in paziente attesa di prede.

      Quanto appena illustrato descrive però la situazione ideale nella pratica della pesca, quando il pescatore si avvicina correttamente al laghetto, lancia bene l’ esca, non si fa vedere o sentire dai pesci, ma purtroppo possono subentrare molte variabili a modificare il risultato tanto agognato, ovvero l’ abboccata. Tra queste, il sospetto che ha il pesce in presenza di tutta una serie di elementi che noi non vediamo o non sappiamo cogliere, ma che la trota vive con i suoi sensi, qualsiasi aspetto che va a turbare il normale equilibrio di un laghetto, i rumori, il movimento delle onde mosse dagli stivali sull’ acqua, le ombre proiettate sulla sua superficie, la sagoma del pescatore, i colori vistosi del suo abbigliamento, che va curato molto bene indossando capi mimetici, i riflessi di occhiali e altri oggetti metallici, e l’ elenco potrebbe continuare con molte altre considerazioni. Proprio qui sta la difficoltà, se vogliamo la vera sfida, cioè di immedesimarsi nell’ altro, nel diverso da sé, per poter condurre la pesca in modo proficuo, consapevole, considerando tutte le possibili variabili e prevenendone gli effetti negativi.

      Ancora una volta la pratica della pesca permette di mediare, trasferire sulla vita reale, diversi aspetti che la caratterizzano, come i concetti di raccogliere le sfide, di provare a calarsi nelle sensazioni della controparte, cosa che risulta molto più complicata considerando che l’ ambiente dell’ altro diverso da sé è quello acquatico, decisamente molto differente dal nostro.

      Spesso sono le condizioni atmosferiche che influenzano l’ attività del pesce, gli animali sentono molto in anticipo rispetto a noi i cambiamenti del tempo, le variazioni della pressione atmosferica, l‘arrivo di temporali o di modifiche del clima e si comportano quindi di conseguenza, anticipando tali imminenti avvenimenti, inoltre le trote più grosse si avvalgono del fuggi fuggi di quelle più piccole, che possono mettere in allarme i pesci presenti in un laghetto se qualche elemento esterno produce disturbo o alterazioni dello stato naturale.

      Quanto appena illustrato descrive però la situazione ideale nella pratica della pesca, quando il pescatore si avvicina correttamente al laghetto, lancia bene l’ esca, non si fa vedere o sentire dai pesci, ma purtroppo possono subentrare molte variabili a modificare il risultato tanto agognato, ovvero l’ abboccata.

      Tra queste, il sospetto che ha il pesce in presenza di tutta una serie di elementi che noi non vediamo o non sappiamo cogliere, ma che la trota vive con i suoi sensi, qualsiasi aspetto che va a turbare il normale equilibrio di un laghetto, i rumori, il movimento delle onde mosse dagli stivali sull’ acqua, le ombre proiettate sulla sua superficie, la sagoma del pescatore, i colori vistosi del suo abbigliamento, che va curato molto bene indossando capi mimetici, i riflessi di occhiali e altri oggetti metallici, e l’ elenco potrebbe continuare con molte altre considerazioni. Proprio qui sta la difficoltà, se vogliamo la vera sfida, cioè di immedesimarsi nell’ altro, nel diverso da sé, per poter condurre la pesca in modo proficuo, consapevole, considerando tutte le possibili variabili e prevenendone gli effetti negativi.

      Ancora una volta la pratica della pesca permette di mediare, trasferire sulla vita reale, diversi aspetti che la caratterizzano, come i concetti di raccogliere le sfide, di provare a calarsi nelle sensazioni della controparte, cosa che risulta molto più complicata considerando che l’ ambiente dell’ altro diverso da sé è quello acquatico, decisamente molto diverso dal nostro.

      Spesso sono le condizioni atmosferiche che influenzano l’ attività del pesce, gli animali sentono molto in anticipo rispetto a noi i cambiamenti del tempo, le variazioni della pressione atmosferica, l‘arrivo di temporali o di modifiche del clima e si comportano quindi di conseguenza, anticipando tali imminenti avvenimenti.

       

       

       

       

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      Sempre interessante e vario il panorama della pesca alla Trota, diciamo che la ripetitività e la noia, sono concetti inesistenti nella pesca in torrente, alla prossima puntata . . .

       

      Dario

       

    2. Scendo alla prossima

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      Ogni tanto, così, quando capita... proverò a scrivere qualcosa.. Sarà sempre qualcosa che riguarda la musica... in un modo o l'altro. 

       

      Vorrei iniziare con una cosa "stravagante", ma, vi assicuro... anche bellissima. piace ai grandi e piccini! 🇳🇱

       

       

       DRAAI

      ORGELS !!!!!!!!!!

       

       

      Chi è stato in Olanda, specialmente in giornate di sole, probabilmente li avrà visti, per strada, nelle piazze, questi bellissimi strumenti.
      Grandi, quasi sempre molto belli (colori, statuette che si muovono, abbellimenti vari ecc…).
      Si tratta di una tradizione tipicamente Olandese, non la si trova in nessun’altra parte del mondo.

      La parola “Draaiorgel” è composta da due parole: “Draaien” (girare) e “Orgel” (organo)

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      Evidente, quindi, che parliamo di un “organo (a canne)” che, per azionarlo, si deve “girare” qualcosa, in questo caso una grande manovella.
      Ne esistono ormai pochi, di quelli veri e puri a manovella… ormai sono sempre più spesso “a motore”, ma hanno meno fascino, anche perché… il rumore del motore, oltrechè inquinare, infastidisce l’ascoltatore.
      Invece della parola “DraaiOrgel” si può usare anche  “BoekenOrgel” (boek = libro), che forse sarebbe la denominazione ancora migliore, perché l’organo “legge” i fori del libro (guardate le immagini, sono piuttosto esaustive…) 
      Spesso questi “Draaiorgels” vengono chiamati “straatorgels” (=organi da strada…)

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      Si tratta quindi di un organo a canne che suona automaticamente (come vedremo poi… ciò che manca è…. la tastiera…). Oltre alle canne d'organo, può avere anche altri strumenti, ad esempio le percussioni.
      I tubi sono solitamente fatti di legno, alcune volte di metallo, di solito zincato. I tubi vengono forniti di aria (negli organi parliamo di "vento") forniti da un soffietto. La differenza principale è che un organo “tradizionale”  è azionato da mani e piedi umani e un “Draaiorgel” da un “libro musicale” in movimento, di solito un librone di cartone (ecco perché si dice che suona automaticamente).
      L'origine di queste meraviglie la dobbiamo all’'italiano Ludovico Gavioli che ne iniziò la produzione a Parigi intorno al 1850. Ebbe un buon successo, tanto è che poi venne imitato da Belgi, Tedeschi e Francesi e Olandesi.
      Anselmo è figlio dell’inventore Ludovico (a sua volta figlio di Giacomo Gaviolli, di origini Modenesi, che prenderà fissa dimora in Parigi) 

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      Nel 1892, l’italo-francese Anselmo Gavioli ottiene un brevetto per il libro d'organo in cartone. 
      Per leggere questi libri era importante il sistema di scansione, che avviene in modo pneumatico, sempre inventato da Anselmo.
      Le stecche (chiavi) del brevetto Gavioli usavano i fori del libro d'organo e aprivano piccole valvole per controllare le parti dell'organo. Le fabbriche Tedesche, intorno al 1900, svilupparono sistemi alternativi per aggirare il brevetto di Gavioli. 
      Fin qui, la  (piccola, di certo non esaustiva…) introduzione tecnica.

      Del resto… io non sono un tecnico… le informazioni le ho cercate sul web e non vorrei tediarvi con spiegazioni vaghe o, peggio, inesatte (so che c’è qualche organista, qui sul Melius… se volesse intervenire… Ben Venga!)
      Ciò che più mi preme è parlarvi della bellezza (anche, <attenzione> SONICA) di questi organi da strada…
      Da bambino… quante volte mi fermavo a guardare e ascoltare…  
      i più belli, di questi organi, sono quelli “manuali”… dove c’è un uomo, e non una macchina, che fa girare questo grande volano, che in alcuni casi poteva superare le dimensioni di un timone di una piccola nave (guardate la foto).. Ovviamente… un uomo non può stare lì a girare un giorno intero… Difatti… quando “si va fuori a suonare” spesso usciva una squadra vera e propria, normalmente fatta da tre o quattro uomini (qualche rara volta si vedeva una donna…) che si davano il cambio.
      Ognuno poteva svolgere le varie mansioni, che sono, sostanzialmente, 3:
      1)    Girare il volano (e qui ci vuole bravura, perché immaginatevi che risultati produce la musica, se ogni tanto si rallenta o si aumenta di velocità … è un po’ come far rallentare con un dito sul piatto un giradischi… / in alternativa… c’è l’addetto al funzionamento del generatore….


      2)    Porgere il “piattino ( “geldbak” di rame e ottone, è un classico!) ai turisti, passanti, curiosi: che non mancheranno di inserirci una moneta (un euro, 50 cent, due euro ecc…). Le monete metalliche, dentro al piattino, vengono usate per “ritmare” la musica, un po’ come si fa coi maracas… Se il giro è buono (e spesso lo è, perché si “tirano su” davvero molte monete…) a fine del brano, un po’ come dare il colpo  sulla gran cassa o sui timpani alla fine dei brani ai concerti, questo piattino viene svuotato in un grande contenitore di metallo. Ed è, davvero! anche per i proprietari dell’organo, un gran bel sentire…  


      3)    Preparare i libri (di cui ogni pagina è fatta di un grosso cartone) , inserirli e fare ripartire “alla svelta” ogni volta un libro (= un brano musicale…) finisca. 

       

      1: girare, prego!   image.png.4841580c198b83ae942dcc090ef3e7c3.png   2: una monetina, per favore!!! image.png.bcdda1784838218b775b0446d51db712.png   3: ecco... un libro che "fa suonare lo strumento"    image.png.cd7d3a2c07046efdaf80176a06b1a07e.png  

        
      In Olanda questi (possiamo chiamarli “strumenti da strada” ) erano, e, sono tuttora, molto amati. Infatti. Quelli esistenti, tutti con decine di anni sulle spalle, alcuni dell’inizio 1900 sono quasi tutti inseriti nei beni Culturali (come se fossero MONUMENTI NAZIONALI) e non possono essere venduti all’estero. Questa tradizione non accenna a scomparire... Al momento risulta che vi sono una sessantina ancora attivi...


      I controlli sono piuttosto rigorosi, quindi se, come è facile vi capiti, vi innamoraste di una di queste macchine, non provate a comprare/esportarne una… ve ne potreste pentire amaramente. 😀

      Sento già la domanda nell’aria…. “che tipo di musica ci si può aspettare?”
      be'… di tutto… quasi sempre brani popolari: pop, blues, folk. Dei piccoli walzer… Mi ricordo, da piccolo, a volte brani degli ABBA. Di certo… mi ricordo (mi piaceva tantissimo...)  “ob la dì, ob la dà, dei Fab Four, che veniva suonato su un organo che ogni tanto passava dalla mia città…
      Comunque… qualsiasi fosse il brano “suonato” (e la parola è giusta, non si tratta di musica riprodotta), il tempo utile, per una canzone, si aggirava sui due o tre minuti, forse 4. Non poteva essere di durata molto più lunga, perché… il libro con le pagine forate non poteva superare certe dimensioni.
      I miei, quando sono andati in pensione, (io abitavo già da mooooolti anni in Italia)  hanno traslocato.

      Uno dei loro “nuovi vicini di casa” era uno dei pochi artigiani che ancora facevano questi libri. Un giorno, insieme al mio papà, siamo andati a vedere il suo ambulatorio… non vi dico che fascino esercitava su di me, la visione di questi libri e strumenti… (in pratica… ogni nota veniva impressa sulle pagine del librone. Ma invece di inchiostro, si faceva un foro. Ovviamente, trattandosi di musica per organo, potevano esserci molte note, una sopra l’altra, (come con uno spartito per pianoforte, organo, chitarra ecc….). Questi libri, non si aprivano “a libro” come siamo abituati quando leggiamo i nostri romanzi.

      Invece è una pagina unica, lunga decine e decine di metri, che si ripiega a zigzag. (la foto, anche in questo caso, mi facilita il compito di spiegarvi come funziona…).
      Tuttavia… visto il peso e la delicatezza di questi libri, fu introdotta anche la versione coi rulli di carta….. Il sistema è molto simile, ma invece di pagine ripiegate a zigzag si srotola la carta…..

      Qualche filmato: il famoso “de Arabier
      https://www.youtube.com/watch?v=UG7vKn3i4k4
      https://www.youtube.com/watch?v=RB52EkPQKmQ

      scusate… questo sito è in lingua Olandese, si può scegliere anche Inglese, Tedesco, Francese e Spagnolo… (manca l’Italiano…) ma le immagini, e alcuni filmati, spiegheranno molto più di mille parole…: https://www.museumspeelklok.nl/collectie/draaiorgels/
      In questo museo si possono ammirare molti strumenti automatici, dal più grande al più piccolo…)

      Guardate qui, verso i sessanta secondi: facilissimo capire come funzionava il “boeken orgel”-
      https://www.youtube.com/watch?v=UG7vKn3i4k4

      non capirete le domande, le risposte e nemmeno le spiegazioni… ma se vi interessa l’argomento… vi invito a guardare il filmato. Spiega molto!
      https://www.youtube.com/watch?v=w-yQKxW-p3U
       

      qualche foto non guasta...  image.png.ffd4c47c271cfd5437ebb399e60ef58d.png     image.png.7a7ba22633d5f756dd70dfb9a3de54bf.pngimage.png.0437af2b3b4117773eea4e5b3bc18383.png      

       

      per finire un immagine del più grande "draaiorgel" esistente, funzionante (è moderno... costruito nel 2003) 

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       e questo?    ... è il camion, appositamente costruito, per trasportarlo...  image.png.0f494e15bd4e04b77aafcefe9788cbb5.png

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      Le cartoline di oggi vi parlano di un lago affascinante, di un ottimo pranzetto, di un’antica leggenda, di un’isola incantevole, e di un percorso mistico.

      Orta, che sorge sulle rive del lago omonimo, è classificato tra i 100 borghi più belli d’Italia. Il lago si è formato dal ghiacciaio del Sempione ed è separato dal lago Maggiore dalla cima del Mottarone. Siamo in Piemonte, nella provincia di Novara. Sono tante le camminate e le attività che si possono fare attorno a questo piccolo specchio d’acqua circondato da una vegetazione lussureggiante e cangiante a seconda della stagione. Gozzano, ad esempio, offre piccole spiagge attrezzate e, nei dintorni, scuole di vela e circoli di canottaggio. Orta, invece, propone soprattutto passeggiate spettacolari e, tra queste, quella al Sacro Monte attraverso una via costellata da 20 cappelle affrescate, dedicate a episodi della vita di San Francesco.

      Arrivando alla minuscola cittadina, si è attratti da una strana costruzione in stile moresco che svetta e domina il lago: si tratta di Villa Pia Crespi, costruita nel 1879, su incarico di un ricco imprenditore tessile, indigeno, che voleva farne dono alla diletta moglie, Pia. Del progetto si occupò uno dei più famosi architetti dell’epoca, Angelo Colla, e, soprattutto nel periodo tra le due guerre, ospitò, oltre al re Umberto I, molte personalità di spicco in ambito letterario e religioso. Ceduta successivamente, finì per diventare un hotel negli anni ‘80. Oggi è reputata una sorta di tempio per i gourmet poichè il suo ristorante è diretto dallo chef Antonino Cannavacciuolo. La Villa è molto bella, ha interni stupendi e preziosi, un magnifico giardino e una bella piscina ma, personalmente, non mi sembra in armonia con il contesto: la maestosità silenziosa e raccolta del panorama lacustre era già perfetta e, a mio avviso, non necessitava di “intrusi”.

      Lasciata l’auto in uno dei parcheggi posti fuori dal borgo, si scende verso il lago attraverso un dedalo di vicoli molto suggestivi, ricchi di affreschi, antichi lavatoi, balconi fioriti, ristorantini e negozietti, fino ad arrivare alla piazza Motta, dove si trova il centro del paese e il piccolo imbarcadero. Da notare il palazzetto detto il Broletto, datato 1572.

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      IL BROLETTO

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      La chiesa parrocchiale di Santa Maria Assunta

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      Le specialità della valle sono tante ma i formaggi sono il top. 

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      E’ ora di pranzo e, prima di imbarcarci per l’isola, anche noi ci sediamo in un ammiccante e già sperimentato ristorante proprio a bordo acqua, di fronte all’imbarcadero e all'isola.

      Ecco il nostro goloso menu:

      Sformatino di patata e porro, fonduta al maccagno 

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      Gnocchi di segale, grasso di Formazza, pistilli di zafferano e pancetta nostrana 

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      Sottofiletto di manzo, scalogno confit e salsa al marsala

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      Crema bruciata alla nocciola IGP del Piemonte 

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      Caffè e piccola pasticceria della casa

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      Tutto ottimo!  😋

       

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      E ora parliamo della leggenda che ha dato il nome all'isola e del miracolo di San Giulio e anche dei mostri...

      Giulio e Giuliano erano due fratelli religiosi, che, nel IV secolo, sotto l'imperatore Teodosio, si misero in viaggio con l'obiettivo di convertire i pagani e di fondare 100 chiese. Lungo era stato il cammino e anche faticoso ma la loro fede li aveva sempre aiutati a superare i pericoli e le avversità incontrate ed erano quasi alla fine della loro missione dopo aver fondato ben 99 chiese quando giunsero alle rive del lago! Giulio era anche un esorcista e, decise che la centesima l’avrebbe fondata proprio su quell’isola “maledetta”!  Si diceva infatti che l’isola fosse infestata da draghi e serpenti feroci che si cibavano, in un solo boccone, di capre selvatiche, di buoi e anche di quei malcapitati che, in barca, osavano avvicinarsi.

      I barcaioli infatti si limitavano a pescare poco distanti dalla riva e lontano dall’isola ma raccontavano di avvistamenti spaventosi e descrivevano i mostri arricchendoli con particolari agghiaccianti. Nessuno mai si sarebbe arrischiato a trasportare i due monaci, anzi, gli abitanti tutti li supplicarono di lasciar perdere e di abbandonare quella idea così folle. Giulio non si lasciò convincere e, inginocchiatosi sulla riva, iniziò a pregare chiedendo l’aiuto del Signore. E avvenne il miracolo!  Il suo mantello si trasformò magicamente in una sorta di barca  resistente alle onde create dai draghi e lo portò sano e salvo sull’isola dove, non solo sconfisse le forze del male ma riuscì anche,con l'aiuto di tutti i borghigiani, sedotti e convertiti dal miracolo, a fondare la sua centesima chiesa!!  Ora nella sacristia della chiesa è conservato un lungo osso, forse una vertebra, del drago ucciso dal Santo che, a sua volta, è sepolto nella cripta sottostante.

      Sì, ho raccontato una bella fiaba che, di vero, pare abbia solo qualche radice:in realtà, forse, sull’isola abitavano dei pagani irriducibili e crudeli. Per quanto riguarda l’osso pare, invece, sia un fossile di una balenottera spiaggiatasi e defunta in epoca glaciale! Sotto la chiesa, poi, si sono trovati anche i resti di un’altra chiesa costruita in epoca precedente. 

      Da segnalare, comunque, che ancora oggi, alcuni barcaioli sostengono di avvistare, a volte, degli strani mostri, simili a coccodrilli che sbucano dall’acqua e, con fare aggressivo, li spaventano. Insomma, anche in Piemonte abbiamo il nostro Lochness!!  😱  😂

       

      Adesso torniamo seri, abbandoniamo le fantasie e imbarchiamoci alla volta dell’isola.

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      San Giulio domina dall'alto del Palazzo Vescovile

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      Già dal lago, mentre ci avviciniamo,  ci rendiamo conto di quanto possa essere bella, romantica e ricca di fascino:

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      L’isola, molto piccola, detta anche isola del Silenzio, ha soltanto una via perimetrale dotata di una particolarità: se si intraprende il cammino in un verso si percorre la via del silenzio, se ci si incammina nell'altro senso, la via della meditazione. In certi periodi, lungo la via, si possono leggere dei cartelli fronte/retro, multilingue, con frasi diverse scritte a seconda del percorso: questi pensieri sono quelli di una badessa, Madre Anna Maria Canopi.

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      Lungo la via si incontra anche una passerella celata che serve alle suore di clausura per accedere direttamente dal convento alla chiesa senza passare dalla stradina pubblica.

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      La popolazione dell'isola non arriva a 100 abitanti, di questi, almeno 70, sono suore di clausura benedettine dedite allo studio di testi sacri, alla preghiera e alla meditazione.

      Non si può non restare immersi in questa atmosfera così tranquilla e serena e neppure non riflettere su quanto si legge camminando, istintivamente, a passo lento e con rispetto.

      Ed ecco l'interno della basilica di san Giulio che ha il fronte direttamente sul lago: è ricca di dipinti di epoche diverse ed è impreziosita dall'ambone in serpentino d'Oira, una pietra verde estratta nella zona.

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      Una cosa è certa, anche se non si tratta di un miracolo, dopo questa passeggiata, tornando a casa, ci si sente davvero più sereni, leggeri e rilassati! 😉

       

       

       

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