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    Klimo Merlimo Gold Plus + Thor + (2 x) Kent Gold

    Di Bebo Moroni

     

    Qualche tempo fa, accadde che, come ogni anno, l’AHEEA (Academy For Advancement of High End Audio), l’associazione americana con aperture internazionali, che riunisce l’ ”audio community” a più alto valore musicale e che assegna gli Academy Awards, gli Oscar per l’High End Audio e in seguito anche audio/video, mi spedì le schede per la prima votazione ( le nomine richiedono molti passaggi) di quella data edizione dei premi. Le schede contengono molte richieste di segnalazione, dalla miglior testina al miglior amplificatore, al miglior accessorio per giradischi, al miglior progettista di elettroniche o di diffusori etc. Io segnalai, tra le altre cose, il preamplificatore Klimo Merlin e i finali Klimo Beltaine e come miglior progettista di elettroniche dell’anno, Dusan Klimo. 
    Pochi giorni dopo mi giunse un’ulteriore lettera dall’AHHEA, in cui mi si chiedevano spiegazioni su quel marchio a loro sconosciuto e su quel progettista che “qualcuno aveva sentito nominare ma…Forse era un mio amico? Un progettista italiano ancora sconosciuto negli States? La cosa un po’ mi sorprese, pur conoscendo lo sciovinismo degli ambienti hi-end americano e ancor più inglese, non potevo credere che davvero, distribuito o non distribuito non sapessero chi era Klimo.

     


    Feci la mia bella relazioncina e inviai. Dopo qualche mese, arrivati in Italia per una certa mostra, un piccolo gruppo di giornalisti e progettisti americani venne a trovarmi ma anche ad ottener conto della “rivelazione”. Rimasero unanimemente affascinati dall’estetica e dalla costruzione degli apparecchi, ma avrebbero scommesso anche una certa sommetta, sul fatto che era tutta questione di luccichii e di poca sostanza ( come d’altronde, bisogna ammetterlo, era spesso accaduto con le realizzazioni europee). Poi si sedettero e io li fregai bellamente come mi divertivo a fare in quegli anni, facendo loro ascoltare i Beltaine con i loro 5 watt per canale, pilotare le Dhalquist DQ 10 e pilotarle con dinamica ed energia. Qualcuno si soffermò sulla circuitazione, cercando di carpirne –probabilmente i segreti- molta parte del merito venne, chissà perché, attribuita alla sorgente analogica (eppure avevamo ascoltato molti CD) che li faceva cantare, il mio solito Gyrodek con braccio Sme IV e testina Monster Alpha II, qualcuno azzardò che in quell’edificio dovesse esserci un impianto elettrico formidabile ( se le cose stavano così, la lavastoviglie avrebbe dovuto lucidare i piatti senza sapone, il ferro da stiro piegare le camice nell’armadio e il frullatore produrre cocktail di scampi al solo nominargli la salsa rosa) qualcun altro che l’ambiente d’ascolto era stato trattato con molta cura ( è vero, avevo qualche tube trap, ma già allora seguivo la regola “ in casa ci devi vivere, posiziona tutto dove ti fa più comodo: se è buono, con piccoli ritocchi e spostamenti, suonerà meglio). Mi sembrò chiarissimo che i miei amici un po’, come si suol dire, ci sformassero e che non potessero ammettere che questo signore venuto dall’Est (attuale Repubblica Ceka) e approdato in Germania, facesse tutti – diciamolo pure- un po’ a pezzettini e senza nemmeno necessità di sborsare cifre, al cambio del tempo, multi milionarie.


    L’anno successivo nessuno mi chiese nessuna spiegazione sulle mie scelte e molti parlavano infervorati, probabilmente senza averli mai ascoltati, degli apparecchi di Dusan Klimo. Cose che succedono, nessuno si scandalizzi, in questo pazzo pazzo pazzo mondo di pazzi, dove non bastano le prestazioni ma occorre anche costruire il mito. Ma d’altro canto nel 99% dei casi il mito, da solo, non si autoalimenta se non c’è un solido costrutto alle sue spalle.
    Cito questo episodio perché, in primo luogo credo sia inedito ( così i miei lettori e miei collaboratori di più antica data non faranno quelle classiche facce che si fanno alle spalle per dire “ si lo sappiamo ce l’hai raccontato cento volte” ) e perché rimane comunque significativo, lo sappiano i lettori più giovani e meno esperienziati di un settore che sembra inventare ogni giorno il rubinetto per l’acqua calda, ma poi, di fatto non solo inventa ben poco, ma spesso ignora anche quel che già c’è.
    La mia sincerissima ammirazione per il marchio e per il personaggio, dunque, risalgono a più che qualche anno fa e si sono concretizzate in una lunga convivenza con queste elettroniche, convivenza che talvolta s’interrompe, perché il mondo è pieno di amplificatori da provare e da ascoltare ma che finisce sempre, in un modo o nell’altro, per ricomporsi. Non è per essere acritici, ma non ricordo un prodotto Klimo che m’abbia deluso. Anzi, ora che ci penso meglio uno si: i grossi e potenti finali Linnet proprio non mi piacevano. Probabilmente non avevo tutti i torti, vista la brevità della loro vita in catalogo. Ma in genere i prodotti Klimo possiedono una dote per me, smaliziato e incarognito, rara: riescono ancora ad emozionarmi e persino a farmi tornar voglia di spender soldi in queste carabattole, nonostante i tempi, nonostante io capisca perfettamente che alla mia età bisognerebbe pensare a cose serie come acquistar casa, per esempio. Eppure ancora riesco a individuare poche cose più serie che ascoltar musica come si deve.

    Ecco che per questa prova abbiamo individuato un sistema, certamente non definibile come economico, ma tanto meno come pazzesco o irraggiungibile nato e sviluppato proprio per questo scopo: far ascoltare come si deve la musica. E insieme inserirsi bene in qualsiasi ambiente, essere piuttosto semplice da collocare e da tenere a punto, e, cosa che non guasta affatto, rispecchiare nelle forme e nella finitura quel concetto di bello, di estetica come valore che intende esprimere riproducendo musica.

     

     

    Merlino Plus Gold

    Massima espressione di un progetto nato, inizialmente, come alternativa economica allo splendido Merlin, evoluto via via in versioni sempre più accurate circuitalmente e raffinate esteticamente, il Merlino nella sua versione Gold Plus ha finito se non per soppiantare, almeno per affiancare con notevoli pretese il “vecchio” Merlin (evoluto anch’esso alla versione “nonplusultra”, la “Ultimate”). A sua volta versione ancor più raffinata e selezionata del Merlino Gold che rispetto al Merlino “liscio” gode di motherboards dorate, di cablaggio e connettori di notevolissima qualità e di componentistica selezionata rispetto alla versione normale ( comprese le valvole preamplificatrici ECC88), oltrechè della possibilità di montare il coperchio trasparente che lascia vedere tanta pulizia e bellezza realizzativi. Elettronica e meccanica che divengono esse stesse concetto estetico, come accade per quegli orologi che, attraverso il fondello in vetro zaffiro, fanno sì che si possa ammirare la straordinaria bellezza dei loro raffinatissimi movimenti.


    La versione Gold Plus che abbiamo in prova, oltre alla costruzione interamente bi-monoaurale ( due preamplificatori mono uniti solo dal medesimo telaio e dalla manopola del volume) e a un ulteriore incremento nella qualità della componentistica ( quasi eliminati gli elettrolitici sostituiti da condensatori in polipropilene a bassissima tolleranza selezionati a mano) si avvale ( ed è una coadiuvazione essenziale) della superalimentazione separata, anch’essa a valvole, Thor che ha le medesime dimensioni e le medesime finiture del preamplificatore e ad esso viene collegata mediante un massiccio cordone con altrettanto massiccio connettore speciale a pettine ( viste le dimensioni bisognerebbe dire almeno “a spazzola”) con contatti in argento e tanto di leva per la “sicura”, una volta collegato. La realizzazione sia tecnica che estetico-costruttiva è davvero superba e dimostra il grado di maturità ormai raggiunto da questi prodotti. Secondo tradizione della casa i Merlino possono essere aggiornati alle versioni successive, così anziché spender soldi in farmaci per il mal di fegato, i possessori di un Merlino Gold farebbero bene a risparmiarli per “upgradare” il proprio preamplificatore alla versione Plus. Posso assicurare che ne vale veramente la pena.
    E se non vi basta il suono, sappiate che il Plus Gold è anche telecomandabile…e date un’occhiata alla foto del telecomando “Merlin Look”! Ecco come la semplicità, con pochi sapienti tocchi, si trasforma in essenza non annacquata di bellezza!

     

    Klimo Kent Gold

    La più recente versione del più celebre e diffuso tra i finali di potenza Klimo, il Kent, presentato per la prima volta nel 1983, si caratterizza a tutta prima per il “vestito” che apparentemente copre le nudità della versione originale, adeguandosi in realtà alle nuove normative di sicurezza, e facendolo con rara eleganza. La scatola di acciaio e metacrilato che racchiude la circuiteria dei finali, si accorda perfettamente ai restanti componenti della linea Klimo e, attraverso una finestra lasciata aperta sul frontale, lascia osservare le valvole e la bella realizzazione interna, che pur appoggiandosi sul medesimo schema di vent’anni fa, ha fatto passi in avanti decisivi per quel che concerne la qualità e i valori della componentistica adottata ( curatissima e particolarmente potente la sezione di alimentazione) che ora ruota attorno alle nuovissime EL 34 AEG che promettono prestazioni di livello sorprendentemente elevato. Prestazioni che, come vedremo tra poco non rappresentano la solita promessa da marinaio delle rivisitazioni bensì rappresentano un vero e proprio evento in un settore che per forza di cose non può offrire troppe novità.

     

    Premesso il solito sguardo di orrore al disordine dei cablaggi nel mio impianto e il solito paziente lavoro di riordino da parte di Stefano e Christian di Suono e Comunicazione, le elettroniche Klimo sono state inserite in un impianto composto da giradischi Transcriptors Hydraulic con braccio Transcriber e testina Goldring G 1042, Yamaha PX-2 con testina Clearaudio Victory H, Thorens TD 124 con braccio Sme Series II e testina Fidelity Research FR1 MKII mod. VDH, pre phono Trichord Dino+, Telefunken 100 CX, pre-pre Denon HA 1000, lettore CD/SACD Micromega Reference SACD, diffusori IMF Professional Monitor. Con l’occasione mi sono stati forniti in prova anche i nuovi cavi di alimentazione e segnale Klimo che, assieme al cavo di potenza, saranno oggetto di una più attenta disamina sul prossimo numero. Per il momento posso dirvi che all’atto pratico la nuova linea di cablaggio sembra godere di un rapporto prezzo/costruzione/praticità d’uso/prestazioni, elevatissimo, tale da far riconsiderare certe follie in rame filato, anche ai più ostinati tra gli adoratori di questi singolari totem serpiformi.

     

    Lasciati scaldare i componenti ( che erano intonsi) una notte e fatti rodare col solito sistema del CD a bassissimo volume ( dopo averne già apprezzato le prestazioni “a freddo” e “ex-novo”, ho iniziato a dedicarmi ad una vera e propria maratona dedicata al piacere dell’ascolto. Eh già, perché al di là di qualsiasi cervellotica definizione, ciò che queste apparecchiature rivelano sin dal primo istante è la loro assoluta dedizione al piacere dell’ascolto, a quel piacere che non chiede troppi perché e non frappone soverchi “ma” tra l’ascoltatore e l’impianto. Il preamplificatore, anche confrontato con quelli che per me sono due mostri sacri a stato solido, i preampli Bryston BP 25 e SP 1.7, dimostra di essere un vero e proprio outsider dell’altissima fedeltà, in grado di non far affatto rimpiangere preamplificatori, in genere statunitensi assai più costosi. Se posso azzardare (ed azzardo volentieri) il Merlino Plus Gold possiede molti accenti di quella vera e propria leggenda del suono che fu L’Audio Research SP 10: l’estrema risoluzione dei particolari minuti, la trasparenza, disarmante per assenza di veli o interposizioni anche minime tra ascoltatore e brano riprodotto, ma senza mai apparire esagerata e artificialmente radiografante (merito soprattutto di una gamma acuta estesa e rifinitissima, ma priva di ruffiane increspature nella risposta), la velocità d’esecuzione. Certo ne è passata di acqua sotto i ponti da quando il Merlino era una economica alternativa al glorioso Merlin, un preamplificatore preciso e piacevole in una veste elegante ma dimessa facendo riferimento al bellissimo fratello maggiore. Il Merlino Gold Plus è ormai un preamplificatore di classe assoluta che nulla ha più da invidiare al suo splendido capostipite, se non l’occhio magico. Sostituito abbastanza efficacemente ( ma non tanto da non farcelo rimpiangere) da un grosso segnalatore circolare di funzionamento ( il cerchio che racchiude la “K” del marchio Klimo) retroilluminato in arancio, quando l’apparecchio è in mute, per divenire verde prato quando l’apparecchio è in regolare funzionamento. Gioco di luci e colori che si ripete identico e sincrono sul pannello frontale del Thor.

     

     

    Se proprio devo trovargli un difetto ( oltre ad una valvola decisamente microfonica sull’esemplare a mia disposizione che tende a captare tutti gli agganci e gli sganci dal satellite di qualsiasi telefonino in un raggio di 30 mt: sostituita problema risolto) è in un certo eccesso di calore sul medio-basso che potrebbe non piacere ( ma potrebbe anche piacere molto) ai possessori di diffusori con woofer grandi e cedevoli, che potrebbero (potrebbero) avvertire un certo rigonfiamento nella zona del calore ( detta così sembra oscena, ma vi assicuro che non c’è alcuna intenzione doppiosensistica). Niente d’importante e peraltro appena intuito attraverso i Professional Monitor che pure hanno una gamma bassa a dir poco eccezionale ed eccezionalmente estesa e un woofer, il Kef B 139 ellittico che in questa configurazione in linea di trasmissione, può tranquillamente essere considerato alla stregua di un woofer da 15”.
    Bene, quando gli IMF (gran bei tempi) erano regolarmente in produzione, in piena epoca di transistor, venivano considerati – a causa della complessità della realizzazione meccanico-acustica, della raffinatezza del filtro, del numero e della qualità degli altoparlanti, dell’efficienza non altissima- diffusori piuttosto “difficili”, E certo ancor oggi non possono essere considerati particolarmente facili e nemmeno impossibili, anzi, ma è sorprendente, davvero sorprendente, la facilità con cui vengono pilotati dai Kent Gold, con quale corposità esprimono il loro bellissimo basso, così profondo e così strepitosamente vero. A tutto avrei pensato per questi amatissimi diffusori, ma a una coppia di Kent no. Eppure i Kent Gold mi appaiono ora come la loro amplificazione ideale: così fluidi, plasticamente musicali, melodiosi e insieme precisi e compiti. Diamine che amplificazione! Dusan Klimo rischia costantemente di superarsi. I Kent Gold certamente non possiedono l’imperscrutabile magia dei Belatine, ma per chi vuole un amplificatore non solo timbricamente iperbolico, ma anche muscolare e all’occorrenza cattivo…be', non c’è tanto da impazzire tra le impossibili potenze e gl’impossibili prezzi dei grandi mostri a stato solido, si può ad esempio scoprire che quella che comunemente intendiamo come potenza medio-bassa e che il distributore più correttamente indica come media-potenza, cioè i 40 watt ciascuno dei Klimo Kent Gold siano una potenza estremamente sostanziosa e splendidamente sfruttata. No, il Kent non è più il “piccolo ma ottimo” finale della prestigiosa casa, è ormai un grandissimo finale di potenza in un involucro compatto e aggraziato. Un finale di potenza in grado di lasciare di stucco anche il più esigente possessore di esigente catena d’ascolto. In combinazione con Merlino Plus Gold e Thor, i Kent Gold rappresentano oggettivamente una delle migliori amplificazioni a cui si possa legittimamente aspirare. Niente follie, molta, moltissima concretezza, ma anche una classe che forse non ci si aspetta. E che conquista, immediatamente. E risulta difficile capire perché bisognerebbe desiderare di più.
    Un riferimento. Credetemi.




  • L'album di VideoHifi

  • I Blog di Melius Club

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      Questa passeggiata slow, di poco più di una decina di km tra andata e ritorno, si può considerare un vero e proprio viaggio attraverso la meravigliosa macchia mediterranea che, in questi giorni, è tutta in fiore e unisce il suo fantastico profumo a quello del mare. Un susseguirsi di spettacoli e di scoperte floreali e faunistiche, in un clima ideale, soleggiato, caldo ma non esagerato. Partiamo dal vecchio punto di raccolta della Tonnara, nel golfo dell’Asinara, non più attivo ormai da anni e, sempre costeggiando il mare, a pochi metri di distanza, troviamo una piccola suggestiva chiesetta.

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      Oggi la Tonnara è diventato un villaggio con graziose villette dotate di giardini non grandi ma molto ben tenuti.

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      La riva, come potete vedere è rocciosa e praticamente priva di spiaggia ma i prati arrivano e a volte oltrepassano, fino al sentiero che delimita lo scosceso: ai grandi gruppi di fichi d’India, agavi e rosmarino, mirto, centaurea orrida, malva e lentischio, fanno da tappeto migliaia di carpobruti eduli ( i classici mesembriantemi striscianti viola) profumati asfodeli, ricchissimi di proprietà digestive e officinali ma comunemente definiti “ fiori dei morti”, perché antiche credenze ritenevano fossero il cibo dei defunti e anche ritenuti sacri dai romani. Seguivano altri piccoli gigli, cespugli di ginestre, cardi, finocchietto selvatico, assenzio, borragine, piccole orchidee, margherite grandi e piccole e tutti i minuscoli fiorellini tipici della macchia mediterranea, colorano il panorama.

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      A qualche centinaio di metri ecco quello che, un tempo, era l’edificio in cui il pescato veniva trattato. Ora restano le due ciminiere e, anche qui, sorgono belle abitazioni tutte sistemate nel rispetto ambientale, hotel compreso.

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      Il percorso degrada verso una spiaggetta e qui, nell’acqua cristallina, ci fermiamo ad ammirare le stelle marine, i branchi di pesciolini diversi, dai piccolissimi ai più grandicelli e le piccole meduse colorate che sfiorano la battigia.

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      Le meduse le abbiamo incontrate solo qui, durante tutto il nostro soggiorno abbiamo visitato altre spiagge e l’acqua è sempre stata pulitissima e invitante anche se un po’ fresca ma non tanto da impedirci di fare dei bagni deliziosi.

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      Prima di arrivare al Museo della Tonnara, purtroppo ancora chiuso fino al 25/04, ospitato nella vecchia sede dell’ex stabilimento A.L.P.I. (Azienda lavorazione produzione ittica), insieme ai numerosi gabbiani e gabbianelle affamati, ci siamo divertiti ad assistere alla pesca velocissima e vorace dei cormorani: un vero esercizio di abilità!

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      Qui, invece, incontriamo un bel coleottero!

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      Dietro ad una curva, appare Stintino: sembra a due passi ma il percorso è ancora lunghetto!

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      Per arrivarci dobbiamo arrampicarci sulla strada provinciale e qui troviamo, per la prima volta, un po’ di ombra sotto ad un pino marittimo: ci voleva! Ecco che appare anche il cartello stradale, scritto in italiano e in sardo e, poco dopo, una statua di Mammutones che annunciano l’ingresso nella cittadina.

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      Poco alla volta ci inoltriamo nel giardino pubblico prospiciente il porto dotato di alcune sculture e, costeggiandolo, risaliamo in paese.

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      Un giretto per il piccolo centro del paese e vediamo anche la chiesetta...

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      Si è fatta l’ora di pranzo e troviamo una trattoria con tavoli che si affacciano sul mare e sul porto: siamo anche noi abbastanza affamati e il cordialissimo cameriere ci suggerisce la specialità del giorno: gnocchetti freschi alle cozze o alla salsiccia locale e polpo alla stintinese. Tutto buonissimo e a buon prezzo! Peccato non potervi trasmettere, insieme alle cartoline, anche le emozioni , i profumi e i sapori... A presto! :)

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    2. Sarà certamente il paese del sole, Napoli, ma quelle volte che piove non siamo secondi a nessuno, modestamente!

      E fatalmente il traffico si blocca, non c'è una ragione precisa, è come una vibrazione coordinata, una specie di cosa mistica che prende tutti i napoletani: piove? Fermiamoci, freno a mano e conversazione.
       

      Al Ponte dei Francesi.

      E' così è capitato ultimamente anche a me, via Ponte dei Francesi con in macchina una Antonella e un Antonio, parte la conversazione a allora faccio notare ai miei compagni di sosta la curiosa coincidenza: Antonio e Antonella bloccati al Ponte dei Francesi, curiosa coincidenza, no?
      Niente! Ma come? - insisto - il Canto dei Sanfedisti ve lo ricordate? Niente. Mi sento obbligato allora a raccontare il fattariello che ora condivido con voi.

       

      Lazzari e giacobini.

      Nella notte del 15 gennaio 1799 i francesi sono alle porte, avviene spontanea la mobilitazione del popolo napoletano. Ai lazzari si uniscono le corporazioni: i cavatori di tufo della Sanità, i conciapelli dei vicoli delle Concerie, gli scaricatori del Porto, gli ortolani e i fruttaioli del Mercato, ma soprattutto gli infiammatissimi "luciani" cioè marinai e pescatori di Santa Lucia, il più ardentemente borbonico dei quartieri di Napoli. 

       


      Nel frattempo, la borghesia pensa a difendere i suoi interessi e negozia sotto banco con i francesi giacobini: in seguito si cantò "chi tene pane e vino add’esse giacubbino".
      Per le strade della capitale "sonano li cunsigli" per chiamare il popolo a raccolta, "serra! serra!": senza capi militari e senza armi da fuoco, cinta la fronte da fazzoletti sotto cui è posta l’immagine miracolosa di san Gennaro, una folla di quarantamila lazzari giura davanti alle sante reliquie di morire in difesa della patria e della Fede. Il grido è "viva san Gennaro" e " viva ‘o Rre nuosto", l'insegna è una bandiera con l’effigie di un teschio e la scritta "evviva il Santo Ianuario nostro generalissimo".

       

      Il tradimento dei borghesi.

      Scrisse il generale Championnet nella sua relazione a Parigi: "si combatte in ogni strada, il terreno è disputato palmo a palmo, i lazzari sono guidati da capi intrepidi. I lazzari, questi uomini meravigliosi sono degli eroi". Ma i giacobini napoletani con l'inganno si impadronirono di castel Sant’Elmo e dall'alto cominciarono a bombardare la città facendo strage del popolo dei loro stessi concittadini.
      La città si arrese, restarono sul campo duemila francesi e diecimila napoletani, il tradimento dei borghesi causò una frattura insanabile col popolo minuto che ancora oggi è aperta.
       

      San Gennaro giacobino.

      Il popolo era adirato col suo protettore e già lo sospettava di cripto-giacobinismo quando si diffuse la notizia (storicamente dubbia, oggi si direbbe una fake news) che san Gennaro avesse fatto il miracolo al cospetto di Championnet! Appellato "cornuto e svergognato", il santo fu detronizzato - cioè non fu più il patrono di Napoli - e le sue effigi vennero impiccate ed esposte al pubblico ludibrio. Al suo posto fu intronato il potente sant'Antonio che presto si guadagnerà sul campo di battaglia il titolo di "glorioso", proprio in quel punto che fu poi chiamato Ponte dei Francesi.

       

      Presto vi racconterò il resto, nel frattempo godetevi Marta Giardina in questa interpretazione de Il Canto dei Sanfedisti, sempre senza nulla a pretendere.

       


       

    3. Completo con questa seconda parte la presentazione dei Torrenti e degli affluenti che ho frequentato per tanto tempo e che ancora oggi vivo con piacere e passione, con meno frequenza e  continuità, purtroppo, ma sempre con lo stesso entusiasmo, e stupore, degli inizi !

      Da naturalista quale sono per indole e studi, spesso l' incontro con un piccolo animale o la vista di una angolo incontaminato di natura , mi lasciano dei ricordi piacevoli e unici, come in un' uscita su un affluente dove ho incrociato una famiglia di cinghiali, e ho potuto osservarli per alcuni minuti in rigoroso silenzio e immobile, grazie alla mia posizione protetta dalle rocce e, di sicuro, a favore di vento altrimenti avrebbero annusato la mia presenza e sarebbero fuggiti immediatamente, una madre e quattro cuccioli che si abbeveravano e sguazzavano nell' acqua per un bagno, e negli anni, potrei ricordare diversi approcci, anche fuggevoli, con caprioli, volpi, qualche rapace come la poiana, ed anche moltissimi piccoli anfibi, rettili ed altri animali . . .

       

       

      Un tipico anfibio dei luoghi umidi del Torrente, la Salamandra

       

       

      L' unico incontro che non apprezzo molto, ma in decenni mi è capitato, visivamente, solo alcune volte, è quello con sua pericolosità la vipera, che a dispetto di tante leggende o esagerazioni non attacca mai, se non messa realmente alle strette, che vuol dire posta nelle condizioni di non avere vie di fuga, ma mi sono sempre guardato bene, soprattutto se da solo e in un luogo lontano dalla civiltà, di cercare di uccidere o peggio, di stanare una vipera da un suo anfratto o nascondiglio !

       

      Muoversi lungo un Torrente, come un acrobata sull' acqua !!!

       

      Desidero sinceramente ringraziare chi ha impostato il titolo di questo blog, realmente azzeccato, direi che rispecchia, almeno per ciò che attiene al movimento fisico lungo il fiume, le mie sensazioni quando risalgo un tratto di Torrente o qualche affluente, perché il senso dell' equilibrio è fondamentale.

       

      Il torrente richiede rispetto, attenzione, concentrazione, conoscenza, capacità, risorse fisiche e mentali, perché è un luogo non convenzionale, non omogeneo, non semplice da approcciare e da percorrere. E’ un luogo asimmetrico e complesso, dove ogni metro è differente dal precedente e dal successivo, ogni movimento va calcolato, armonizzato e coordinato, e dove ogni oggetto presente, un ramo, l’ erba fitta, un ciottolo, una pietraia, possono nascondere insidie e possibili inconvenienti.

      Proprio per la mutevolezza dei luoghi infatti, la distrazione va evitata, ogni passo si deve calibrare sul precedente e sul successivo, la concentrazione deve essere sempre alta, ogni movimento va compiuto in funzione del terreno e del clima, sempre diverso e mutevole, perché l’ acqua modella l’ ambiente, lo scava, scorre scegliendo la strada più diretta e quindi produce un fondale che può nascondere mille diversità, proporre sorprese o difficoltà inaspettate.

      Rocce e massi, anche grossi e quindi presunti stabili, che si muovono sotto il peso e il passaggio, sbilanciando e mettendo a rischio l’ equilibrio; rami e radici che spuntano e che fanno scivolare o inciampare; ciottoli e pietrisco che cedono e smottano sotto il peso, facendo ruotare piede e corpo e rendendo quindi molto precario l’ equilibrio nel movimento.

      La Pesca della Trota sui Torrenti è fondamentalmente una pesca di movimento quasi continuo, o meglio, un movimento costante intercalato da piccole soste nelle quali si insidia il pesce, momenti di pausa nei quali si assapora il contatto tanto agognato col pesce.

      E’ quindi complesso camminare, oltretutto dedicandosi alla pesca, con pesanti stivali di gomma ai piedi e la canna in una mano, anche perché i luoghi particolari determinano altre attenzioni, ovvero comportamenti condizionati che costringono a muoversi su traiettorie obbligate a causa di ostacoli, dirupi, anse del torrente, grossi massi, cascate, laghi profondi ed altri elementi naturali.

      Risulta difficile immaginare tutto ciò per chi non ha mai camminato lungo un torrente, ma se una persona provasse a percorrere 100 metri sul suo greto, senza conoscerne i fondamentali, rischierebbe di perdere l’ equilibrio, di mettersi in difficoltà a causa delle precarie condizioni dei luoghi e di tutto ciò che ci circonda, sul Torrente e nelle prossimità di esso, sponde, accessi, camminamenti e boschi circostanti. 

      Così, muoversi correttamente lungo il fiume, è uno degli elementi fondamentali per poter pescare, poiché la pesca alla trota è fatta di continuo movimento e perché solo un approccio corretto ai laghetti, un’ attenzione continua a non mostrarsi direttamente e a non proiettare la propria ombra ai pesci, garantiscono i presupposti per pescare con profitto e piacere.

      Il primo consiglio nel camminare lungo le sponde di un torrente, o dentro l’ acqua del suo corso, è di trovare gli appoggi più saldi, che sono sicuramente sabbia, ghiaia, pietrisco, cioè i punti più adatti affinchè la pianta degli stivali trovi tanti piccoli appoggi che sorreggono e garantiscono equilibrio e presa sul fondo. Diversa è la tenuta di grosse pietre, lastre e massi di grandi dimensioni, perché qui la loro superficie, continuamente dilavata dall’ acqua, è liscia e omogenea e quindi pericolosamente instabile, precarietà incrementata dalla forza anche rilevante che l’ acqua imprime sugli stivali, scorrendo a valle, soprattutto quando il flusso è ricco e pieno. Il camminare sulle sponde richiede ulteriore attenzione legata alla possibilità che il terreno frani a valle sotto il proprio peso, perché già instabile e in precario equilibrio, solitamente in pendenza perché eroso dalle acque, e anche qui vige la regola, se possibile, di appoggiare i piedi evitando accuratamente, massi lisci, omogenei, in leggera pendenza, che sono scivoli naturali, forieri di perdite di stabilità e potenziali cadute.

      L’ ambiente del torrente è ovviamente dominato dall’ umidità, legata alla diversa esposizione che spesso cambia ad ogni ansa del fiume, e dal fatto che il luogo, già naturalmente umido, può venire ulteriormente reso viscido da alghe e vegetazione, come una sorta di film scivoloso, che si forma sui sassi dentro l’ acqua, rendendo precario ogni appoggio e imponendo un passo molto corto, con il baricentro del corpo sempre sotto controllo per evitare scivolate e cadute, pericolose e rovinose visto che tutto intorno è contornato da grossi massi e rocce sconnesse, spigolose e in grado potenzialmente di fare male.

      Dopo migliaia di uscite di pesca, la maggior parte su 4 o 5 torrenti e loro affluenti, percorsi con tutte le condizioni atmosferiche possibili, la conoscenza dei luoghi, dei passaggi, del tipo di rocce, del fondale, degli ambienti, garantisce un buon grado di confidenza ma, come sempre, attenzione, rispetto e capacità a gestire ed anticipare le situazioni e non a subirle, sono elementi fondamentali per tornare sani e integri a casa e non trasformare una piacevole avventura di pesca in una situazione critica o rischiosa.

       

      Ogni metro di un Torrente è unico e diverso da tutti gli altri

       

       

      Lungo un tratto di torrente conosciuto e frequentato, il percorso spesso è sempre il medesimo, sia perché alcuni passaggi sono obbligati dal paesaggio circostante, sia perché l’ approccio ad un laghetto, ad un lancio, ad una cascata, sono spesso unici, e vengono memorizzati quasi in modo automatico, come molti degli automatismi che ci aiutano ad affrontare il nostro vivere quotidiano.

      Proprio per i luoghi e le modalità con cui si pratica la pesca sui torrenti, ci vogliono preparazione fisica, attenzione, capacità di coordinazione, buon autocontrollo, conoscenza dei propri limiti, tutti aspetti che rappresentano una buona garanzia di poter vivere l’ esperienza della pesca in modo positivo, ma non sono comunque certezze assolute di non incorrere in possibili difficoltà. 

      Il contatto con la natura, quella vera e spontanea, i luoghi selvatici se non selvaggi, l’ aria pulita e fresca, gli ambienti che si susseguono, i microhabitat particolari che si formano in certi punti del torrente, i piccoli animali che si osservano, dai rettili agli anfibi, dai pesci agli insetti, dai crostacei agli artropodi, fino ai mammiferi di piccola e media taglia, tutto contribuisce a rendere una partita di pesca in torrente come una completa immersione in un mondo rilassante, gratificante, appagante e rasserenante.

      La moderna vita cittadina, oggi richiede ritmi serrati e una continua sintonia con gli impegni, la costante interazione con il cellulare e con  l’ orologio, oltre alla prolungata convivenza con altri esseri umani.

      Qui ci troviamo in condizione diametralmente opposta, e sicuramente sono luoghi non adatti a tutti, per le loro caratteristiche particolari e la loro natura selvatica . . .! 

       

      Il Torrente come luogo del non tempo . . .

       

      Il torrente è il luogo del non tempo, se non per un limite serale di rientro, del non incontro, a memoria mi sembra di avere incrociato un altro essere umano forse meno di dieci volte su un paio di migliaia di uscite, del non condizionamento sotto qualsiasi aspetto, il ritmo lo impostiamo noi, le pause le decidiamo solo noi, la mente viene sgombrata da tutti i pensieri e dalle scadenze, in un completo relax di corpo e spirito.

      In questo senso si spiega molto bene il perché la pesca in torrente sia praticata prevalentemente in solitudine, risulta infatti particolarmente difficile doversi adeguare al ritmo di pesca e dei movimenti di un’ altra persona, se il proprio approccio risulta più lento si dovrà costantemente inseguire il compagno di battuta, pescando meno, male e forzando il ritmo, cosa sempre pericolosa, viceversa se si risulta essere più veloci, spesso si dovrà rallentare o fermarsi, e si metterà il compagno di pesca in condizione di doverci inseguire. 

      Inoltre ognuno ha un personale modo di lanciare, ed anche di avvicinarsi ad un lago, di dedicare il giusto tempo di sosta pescando in un posto, elementi che rendono l’ uscita di pesca decisamente personale, direi unica, fermo restando i passaggi obbligati e i paletti ambientali che ovviamente esistono, e che guidano determinati passaggi e spostamenti risalendo lungo il fiume, e quindi dove una persona è già di troppo, due non sarebbero che di intralcio tra loro.

      L’ aspetto che invece favorisce l’ uscita in coppia è dato dal fatto che offre più sicurezza, nel senso che avere accanto un compagno di battuta nella pesca, in caso di eventi sfortunati, quali una caduta, una distorsione, o qualsiasi altro contrattempo dà superiori garanzie di essere più facilmente affrontabile e risolvibile.

      Poche volte mi sono trovato in vera difficoltà o in potenziale pericolo, a riprova che il conoscere e prevedere le situazioni aiuta ad evitare successivi problemi, ma la pesca alla trota, come si è descritto sopra, è una pesca tipicamente solitaria, e questo non gioca a favore della sicurezza in senso assoluto, perché, come detto, quei luoghi sono talmente impervi che è praticamente impossibile incontrare anima viva, visto che nessuno vi abita e difficilmente qualcuno vi transita, ed anche informando i propri cari del percorso che si intende fare, in pochi conoscono i luoghi, le varianti, i possibili sentieri, i passaggi alternativi.

       

      Il rientro è un altro elemento da considerare con molta saggezza, e chi è pescatore o escursionista lo può immaginare, poiché si sa sempre quando si parte per la battuta di pesca ma meno prevedibile è l’ orario del ritorno, condizionato da tantissimi potenziali imprevisti, molti dei quali negativi ed alcuni invece positivi.

      Per esempio i tempi di percorso della pesca possono diventare più lenti di quanto preventivato perché i pesci abboccano molto più del previsto, rallentando la marcia e ciò, galvanizzando il pescatore, comporta ulteriori potenziali ritardi perché si tende a proseguire ad oltranza una pescata produttiva e gratificante.

      Altro elemento che gioca sui tempi di percorrenza di un tratto di torrente è il tipo di pesca effettuato, esca naturale o artificiale, infatti con la seconda i ritmi di pesca sono più rapidi, lancio e recupero veloce, pochi colpi o addirittura uno solo per laghetto, mentre con l’ esca naturale, per esempio il classico lombrico, il ritmo rallenta, anche molto, per la necessità di più lanci che esplorino gli angoli dei laghetti, le tane, la corrente, dilatando di parecchio i tempi di movimento. Contribuiscono anche elementi meno piacevoli, come un improvviso temporale che costringe non solo a fermarsi per un riparo, ma che rallenterà inevitabilmente il ritorno perché il percorso a ritroso è reso più viscido e pericoloso dal terreno bagnato, divenuto molto scivoloso in conseguenza della pioggia . Oppure, in luoghi che si frequentano meno o che negli anni sono molto cambiati, la perdita di orientamento su un sentiero, una deviazione sbagliata lungo il percorso, l’  interruzione di un tratto per una frana che non esisteva, tutte situazioni che in luoghi impervi, scoscesi e di difficile percorso possono costringere a lunghi giri per evitare uno sperone roccioso, uno strapiombo a picco sul torrente, una zona a rischio frana.

       

      Scendono le ombre della sera sui luoghi della Pesca

       

       

      Molti possono essere i motivi per trovarsi in largo ritardo sui tempi previsti, creando una sorta di malessere nel vedere, soprattutto per un’ uscita pomeridiana, che la luce comincia a lasciar spazio all’ imbrunire e successivamente al buio, che oltretutto nel fitto di un bosco arriva molto prima che in luogo aperto.

      Trovarsi in un posto conosciuto e tutto sommato sicuro, ma con la luce che diminuisce, la stanchezza che comincia a sovrastare la lucidità e che tende a far affievolire la concentrazione sui potenziali pericoli, dando come unico riferimento la voglia di essere di nuovo sotto il proprio tetto, è una situazione che è meglio evitare, soprattutto se con l’ uscita di pesca pensata per un rapido rientro non ci si è attrezzati con una torcia, cibo e acqua, una cerata impermeabile per ogni emergenza.

      Mai mi è capitato di non rientrare a sera e passare una notte all’ addiaccio, ma qualche situazione in cui mi sono autodefinito sprovveduto e poco attento c’ è ovviamente stata, soprattutto negli anni di gioventù, quando prevalgono l’ entusiasmo e la voglia di avventura rispetto al raziocinio e alla corretta valutazione dei rischi  !!!

      Ma sono qui a raccontare le mie avventure sui Torrenti e a condividere con voi la mia passione, ed è questo che conta !

      Alla prossima puntata, dove comincerò ad approfondire le tecniche di pesca sul Torrente e le caratteristiche della Trota, la sua Regina  . . .

       

      saluti , Dario



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