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    Bebo
    Bebo

    SENZA PELI SULLA LINGUA - Bebo Moroni a ruota libera - IV

    Parte quarta: sistemi completi

    Marantz CD 17 Ken Ishiwata Edition+Audio Research LS 7 + Audio Research VT 70 x2 + Snell A III, cavi Shimpy Black Hole: Definizione e calore per una volta tanto non entrano in contraddizione. Le Snell Type A III magnificano la splendida prestazione musicale delle elettroniche ARC ( un ultima generazione che vale le prime) offrendo un mix di delicatezza, ampissima dinamica, coerenza tonale, estensione e immagine assolutamente unico. Al posto del Maranzt CD 15, non più in produzione, abbiamo inserito , della stessa marca, il CD 17 Ken Ishiwata Edition, macchina davvero eccezionale, prossimamente in prova su queste pagine.

    Oracle Delphi MK IV + Sme IV+ Immutable Music Transfiguration + Klimo Merlin Reference + Klimo Beltaine x 2 + Monitor Audio Studio 20. Cavi Shimpy Black Hole: O dei triodi e di una maniera singolare per farli esprimere al meglio. Ci sono i monotriodo quindi la sorgente principale è obbligatoriamente ( la classe non è acqua) analogica. La coppia Oracle/Sme inossidabile,guda con maestria laa testina Transfiguration , la più trasparente e delicata mai costruita. Sul Merlin Reference poco da aggiungere mentre è tutta da ascoltare ( per trasecolare) la strana coppia Beltaine-Monitor Audio Studio 20. Livelli d'ascolto di ampia soddisfazione anche in un salone, non proprio piccino (108 mc) come il mio. Se si ha la forza economica per acquistare due coppie di Beltaine, ci sarà poi (oltreché un'interessantissima biamplificazione passiva) dinamica quasi a go' go'.

    A++
    Michell Gyrodec + Sme IV + Grado Reference + Mc Intosh MA 6800 + Dalquist DQ 10 ( DQ 20) Cavi Shimpy Black Hole: Un giradischi di grande tradizione ed affidabilità, un braccio che non conosce smentite, una testina che unisce doti eccezionali sin'ora considerate in contraddizione: trasparenza, microdettaglio, calore , corpo e dinamica, un ampli integrato che si fa beffe della gran parte dei separati e che rinnova i fasti della mitica Mc Intosh, e un paio di casse non più in produzione ma che rappresentano uno dei grandi classici dell'alta fedeltà. Il risultato è semplicemente stupefacente: impressionanti naturalezza e trasparenza, coerenza tonale ineguagliata, netta sensazione di assenza fisica del diffusore dalla stanza. Il tutto condito con una potenza che finalmente accontenta gli appetiti delle fameliche Dalquist e da una gamma bassa di insospettabile profondità, per chi ha sempre considerato le Dalquist carenti da questo punto di vista. Merito del Mac e della Grado, ma anche dell'inossidabile progetto di Saul Marantz e John Dalquist.

    Giradischi Shindo 1 + braccio Sme 3009 L + testina Shindo MC + Marantz 7 + Marantz 8 + Tannoy G.R.F. Memory, Cavi Art Monolith e Synapsis: Un piacevolissimo tuffo nel passato che può farvi scoprire grandi emozioni dimenticate o mai sospettate . Il giradischi Shindo 1 utlizza una meccanica Garrard 301 -la più apprezzata tra gli "anacrofili" unita ad un bellissimo mobile di legno pregiato ( ma se reperite un 301 e basta risparmiate assai pur rinunciando a qualche perfezionamlento) , il braccio Sme 3009 L è celeberrimo. In produzione da oltre trent'anni, è l'unico braccio lungo che ci risulti presente sul mercato e in genere il più amato nella storia dagli audiofili. La testina Shindo MC ben approssima il suono di mostri sacri come la Ortofon SPU Gold. Della coppia Marantz 7 e 8 replica Ishiwata abbiamo esaurientemente parlato: oggetti del desiderio splendidamente suonanti, repliche irriconoscibili dagli originali, come quasi irriconoscibili dagli originali G.R.F. sono i Memory, prodotti dalla Tannoy per onorare il suo fondatore Guy Ray Fountain. Il collocamento in ambiente va particolarmente curato ( stanze almeno medio-grandi) ma il risultato ripagherà più di qualche settimana di fatica: incredibile coerenza, grandissima dinamica , soprendente facilità d'individuazione delle sorgenti originali, sono solo alcune delle peculiarietà, di questo impianto finto a-antico, o forse sarebbe meglio dire finto-moderno. I cavi, eccellenti, fanno pendant anche dal punto di vista storico-estetico.

    A+
    Teac VRDS 30+ Pioneer A09 + Claravox Euritmica: La solidità e la concretezza del VRDS 30, unite alla assoluta delicatezza, alla inarrivabile raffinatezza del Pioneer A 09, alla incredibile efficienza e dinamica delle piccole, musicalissime e complete Claravox. Un impianto atipico ed atipicamente prezioso, per grandi gourmet

    Michell Gyrodek + Sme IV + Dynavector XX/Klimo Merlin Reference/2x Klimo Kent Silver Mono/ Snell C IV/ cavi Art Synapsis e Monolith: Calore e precisione, velluto e marmo in una combinazione tanto raffinata dal punto di vista estetico quanto dal punto di vista sonico. Ovvero come convivere con un impianto davvero audiofilo in una civile abitazione, con la gioia della certezza di un ascolto ai massimi livelli. Sorgente digitale consigliata: Teac VRDS 30, Micromega Solo H, se ci si vuole rovinare, Nakamichi 1000 MB.

    Linn LP 12+ Lingo+ Ekos + Sumiko Blue Point Special/ Copland CTA 301/ Copland CTA 505/ Snell C IV, cavi di segnale e potenza Cogan Hall: O della concretezza, della plasticità e del calore. Una combinazione da grandi buongustai, poco incline alle smancerie audiophile (campanellini e tintinniì vari) molto al vero piacere d'ascolto, quello fatto di suoni scolpiti e pastosi, dinamiche verosimiglianti, timbriche omogenee e pastose. Non un'artefatta top-model, ma una donna vera in carne (curve) e ossa (mi perdonino le signore e cerchino di svolgere il tema dal loro punto di vista). Il finale CTA 504 è stato sostituito con il nuovo modello CTA 505 che offre le medesime prestazioni con un ulteriore incremento e di dinamica e di delicatezza ed una maggiora affidabilità.

    B
    Roksan Xerxes/Roksan Artemiz/Spectral MCR Signature/Monrio ADN/Electrocompaniet EC 1/Sonus Faber Minima Amator: Un impianto di dimensioni molto contenute e dalla musicalità incontenibile. La spesa è stata orientata maggiormente sul sistema giradischi, la cui qualità ineccepibile fornisce alle piccolissime e magiche Minima Amator quel segnale pulito e trasparente di cui hanno bisogni per cantare come solo loro sanno fare. In quest'ottica si è rinunciato volentieri ad una soluzione pre-finale affidandosi allo splendido (e ineccepibile sotto tutti i punti di vista) integrato Electrocompaniet EC1 coadiuvato, affinché possa amplificare la testina Spectral, da quel gioiello che è il nuovissimo pre-phono Monrio ADN. Per piccoli (e medi) raffinatissimi ambienti.

    C
    Marantz CD 10 / Bryston .4B/ 2 x Bryston 2B / ( Bryston 10B) / Snell J III. Cavi di segnale Van Den Hul The First, cavi di potenza Monster Cable Powerline 3 Plus ( gamma bassa), Kimber 4 TC ( gamma medio alta): Ovvero come provare le emozioni della biamplificazione spendendo il minimo possibile a fronte della qualità più alta possibile. E' possibile utilizzare o no il crossover elettronico Bryston 10B a seconda che si intenda o no scavalcare il crsossover passivo delle Snell. Questione di particolari ( gamma media un po' più in avanti nella seconda opzione, gamma bassa di regolazione un po' più difficoltosa nella seconda). Sul CD poco da dire, è un vero campione di categoria, eccellente il lavoro dei piccoli, efficientissimi, neutri e indistruttibili amplificatori Bryston. Il pre c'è ma non si sente, le Snell, be', sono Snell...

    D
    Garrard 301+SME 3012+ Ortofon SPU Gold /Shindo Mazeri Bellevu/Shindo Lab Pavillon Rouge /Tannoy Westminster: Per i nostalgici presenti e futuri un impianto "ibrido" antico/moderno, gustosissimo , per molti versi entusiasmante. Il Garrad 301 superclassico degli impianti "classici" nipponici è da lunghissima pezza fuori produzione ma la sua reperibilità non è drammatica grazie all'alto numero di pezzi venduti. Il braccio Sme 3012 lungo può essere d'epoca o moderno, fa assolutamente lo stesso. La SPU Gold è moderna (relativamente) e anche se l'affermazione addolorerà qualcuno, va decisamente meglio della SPU originale. Frutto della più raffinata ed esclusiva produzione esoterica giapponese le elettroniche Shindo Lab, di cui vi parlerò più a lungo nel prossimo numero, deliziosamente (e musicalmente) retrò. I Tannoy Westminster sebbene qui segnalati in versione normale (non Royal) sono tra i più neutri, scenicamente credibili e tonalmente equilibrati diffusori a tromba in commercio. Nostalgia si ma con giudizio e buon gusto. Non per tutte le orecchie.

    E+
    Cambridge Audio CD Track 1, + Camridge Audio Atac 3 + Gale Reference Monitor: Un Primo Impianto per Grand Gourmet, l'abbiamo definito sulla copertina di SUONO n.269 del novembre '95. Sottoscriviamo e confermiamo: raramente , seppure è stato, sonorità così complesse e raffinate, una tale coerenza timbrica ed una capacità prospettica tanto elevata , sono state presenti su un impianto così economico. Raccomandatissimo

    E
    Marantz CD 52/ Nad 302/ Monitor Audio Studio 1: Ascoltatelo e ditemi se non è incredibile, costa un milione e mezzo ma suona come un impianto grande. Merito di tutti e tre i componenti ma con una menzione d'onore agli eccezionali Monitor One.

    Nad British Sonics: Un coordinato che rappresenta la più clamorosa delle smentite alla regola. Non suona bene, suona benissimo e in più, cosa rarissima in questa fascia di prezzo e potenza, propone una dinamica spesso travolgente. Timbrica raffinata e piuttosto neutra unita ad una grande capacità di coinvolgimento. Rapporto qualità prezzo elevatissimo ( v. SUONO n. 9/93) . Solo presso i negozi Audioclub.





  • L'album di VideoHifi

  • I Blog di Melius Club

    1. Ben ritrovati, ad un nuovo appuntamento con i torrenti, le Trote, e le avventure di pesca.

       

      In questa nuova conversazione, vorrei illustrare per sommi capi, anche a chi ne è completamente digiuno, come si sviluppa la pesca alla Trota, che di norma presuppone due principali tecniche di esecuzione, una la cosiddetta pesca con artificiale, l’ altra invece quella con esca viva.

       

      La prima, conosciuta soprattutto per l’ uso del cosiddetto cucchiaino, prevede l’ utilizzo di un’ esca finta, formata da una paletta di metallo, a forma appunto di cucchiaino, paletta che è libera di ruotare su un asse formato da una sottile anima di acciaio, che ad un estremo ha un anellino che permette di fissare il rotante al filo di nylon, e sull’ altro lato, alla fine dell’ anima in acciaio, si trova un’ asola che tiene in posizione una piccola ancoretta, cioè tre ami fissati insieme e sfalsati a 120 gradi in modo da rendere l’ arpioncino sempre attivo nei confronti del pesce da qualsiasi angolo la aggredisca. La foto che segue, credo sia più chiara di qualsiasi spiegazione.

       

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      Come si vede qui sopra, i cucchiaini, così chiamati per la paletta che sembra un cucchiaio, sono i più utilizzati in torrenti, hanno forme, fogge, dimensioni variabili, come pure i colori e i disegni che compaiono sulla superficie del cucchiaino, alcuni li ho personalizzati io utilizzando i colori da modellismo, per fare delle diverse colorazioni o disegni che, ritenevo, potessero renderli più appetibili alle Trote, cosa che poi, statisticamente, non mi pare sia stata confermata . . . !!

       

      Pesca con artificiali 

       

      La tecnica di pesca con artificiale prevede il lancio del rotante, nella zona di interesse dello specchio d’ acqua, il suo recupero col mulinello a intervalli più o meno regolari, ma continuo, in modo che la paletta del cucchiaino in acqua giri a forma di vortice e attiri la curiosità e la voracità della trota, che inseguendo l’ esca finta e mordendola, rimanga agganciata  all’ ancoretta attaccata posteriormente.

      Sembra una tecnica crudele, invece è la forma di pesca meno aggressiva, preferita da chi non vuole trattenere il pesce, perché l’ abboccata così detta, ovvero l’ agganciarsi della trota all’ esca, è superficiale e solitamente, con molta attenzione, si può slamare, ovvero togliere l’ arpione dal labbro del pesce, senza provocare nessun danno fisico e produrre alcuna mutilazione.  

      E’ una tipologia di pesca molto pulita anche dal punto di vista del pescatore, che non maneggia esche vive, ovvero lombrichi, camole o altri animaletti, che comunque sporcano, deperiscono, e costringono a procurarseli per tempo, andando a raccoglierli o acquistandoli presso i negozi specializzati. Una variante consiste nell’ utilizzare artificiali con la forma di un pesce che, recuperando la lenza sotto la superficie, imitano il movimento natatorio di un pesciolino, e attirano così l’ attenzione della trota che vede sia una potenziale preda fonte di proteine nobili, che un intruso che invade il suo territorio, scatenando in questo modo la pronta reazione e l’ attacco, soprattutto di pesci di buona taglia. Molto valida in questo senso è l’ imitazione del pesce persico, che atavicamente scatena la reazione delle trote che lo vedono come un intruso nel proprio territorio di pertinenza, ovvero di caccia e di ambiente in cui vivere svolgendo le proprie attività.

      Qui sotto alcuni dei pesciolini finti , imitazioni molto veritiere, che vengono utilizzati per insidiare Trote di buone dimensioni, si tenga presente che questi pesci artificiali sono anche in grado di muoversi nell' acqua imitando il movimento del pesce vivo, ovvero guizzano e si muovono ondulando, cosa che può essere accentuata dal pescatore, sia muovendo la punta della canna lateralmente, sia variando la velocità di recupero con il mulinello. 

       

      Pesciolini_finti_esche_da_Trota.thumb.jpg.784389501a09c293d75c02a8defff4bc.jpg

       

      Quelli qui sopra in foto sono solo alcuni dei pesciolini ed esche artificiali che nei decenni ho utilizzato per la pesca, in torrente, e anche in lago, dove si potevano insidiare anche i cavedani, i Persici Trota, detti Boccaloni, e i Persici classici.

       

      Pesca con esche naturali

       

      La seconda forma di pesca alla trota si basa appunto sull’ utilizzo di esche vive, naturali, di cui i classici esempi sono il lombrico, la camola del miele o il gatoss, ed è la cosiddetta pesca alla tocca sul fondo, cioè attuata per mezzo di un finale di lenza composto, partendo dal tratto terminale del filo, da un amo con lombrico, camola del miele o altro insetto vivo, piombatura adeguata per permettere di lanciare ad una distanza di almeno 6-10 metri l’ esca e, non diffuso ma comodo, girella con moschettone che permette di attaccare e staccare facilmente la montatura così fatta dalla lenza principale, ovvero il filo che va alla canna e si avvolge nel mulinello.

      Il terminale citato, lungo solitamente dai 30 ai 45 centimetri, ha alcuni vantaggi rispetto al filo continuo, cioè senza l‘ interposizione del moschettone con girella, tra i quali il fatto che è molto veloce il cambio dello stesso, per esempio se si vuole montare un diverso finale di lenza con piombatura o amo differente, oppure se si impiglia e si strappa il filo sul fondo, cosa che in un torrente non è evento raro, di solito la rottura si ha sul nodo che aggancia il terminale al moschettone, preservando il resto della lenza, oppure per il cambio rapido da pesca ad esca viva a quella con artificiale, cioè da amo a cucchiaino o viceversa. C’ è però un aspetto negativo, ovvero  inserendo un elemento in più sulla lenza, ed un nodo ulteriore, si indebolisce la resistenza e l’ elasticità del filo, che può diventare cruciale se abboccasse un pesce importante, la trota attesa una vita intera.

      Nella pesca a tocca, il lancio dell’ esca si fa in corrente, sotto cascata, vicino a dove si pensa vi sia la tana e si lascia affondare il tutto senza recupero immediato, in modo che l’ esca si muova naturalmente seguendo la corrente, e il pesce possa vedere e saggiare il cibo attaccato all’ amo. Si mette poi in tensione il filo recuperando un poco di lenza con il mulinello, e si “sente” sul filo, fisicamente con la mano libera la presenza della trota che mangia, rappresentata tipicamente da colpetti più o meno energici che si propagano alla canna, poiché di solito il pesce mangia e contestualmente fa leggeri spostamenti del corpo, mantenendo la posizione in acque mosse, nuotando e compensando con piccoli movimenti laterali delle pinne. Qui sotto alcuni terminali già preparati, per non perdere tempo durante la battuta di pesca in torrente . . . 

       

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      La foto non rende molto, ma il concetto di fondo è che i finali hanno un' asola, si vede a destra, che si infila nella girelle e moschettone legata al nylon principale che entra nel mulinello, e che quindi si possono cambiare in funzione del peso che si usa, io di solito utilizzo due olivette abbastanza pesanti che permettono sia di lanciare agevolmente più lontano rimanendo nascosti, sia di far affondare subito in corrente l' esca. All' estremità di sinistra, dopo circa 30-40 centimetri di lenza, l' amo, in questo caso un amo corto per camole, scuro, per non riflettere la luce sotto il sole, e ritorto per ferrare meglio il pesce.

       

      Dal tipo di tocca che si avverte sulle dita della mano che stringe la lenza, un pescatore con esperienza capisce già di che mole è la Trota che sta assaggiando l’ esca, solitamente la trota piccola è vorace e molto disordinata nei colpetti e si muove molto nello spazio a sua disposizione, mentre la trota più matura mangia dando colpi secchi ma meno irruenti e spesso rimane in posizione immobile nel punto in cui ha abboccato, saggiando il cibo con molta calma prima di passare ad ingoiarlo.

      Durante la pesca alla tocca, c’ è la variante della Trota, di misura variabile che, presa in bocca l’ esca, punta decisa verso la sua tana, per abitudine o perché insidiata da rivali per il cibo, tana posta solitamente sotto una roccia, nei pressi della cascata, in un punto nascosto, dove si trova il suo rifugio abituale, per continuare a mangiare in sicurezza il cibo conquistato. A questo punto dell’ azione di pesca le cose possono ulteriormente complicarsi, perché una Trota in tana è sempre un’ incognita per il pescatore.

      In poche frazioni di secondo si deve decidere se lasciare che il pesce entri nel suo rifugio, affinché mangi con calma e si agganci quasi da solo all’ amo, o recuperare, dando il colpo di ferrata con la canna. Nella tana infatti gli spazi sono spesso angusti e il filo può incappare in punti taglienti delle rocce, per cui si rischia di tranciarlo, oppure si verificano situazioni in cui il pesce rimane saldamente bloccato nel suo rifugio, cosa che rende impossibile il tirarlo fuori dalla tana senza rischiare di strappare il filo o procurare dei danni al pesce stesso.

      Spesso conviene perciò ferrare quasi immediatamente, termine che indica il colpo con la canna a frusta all’ indietro subito dopo l’ abboccata del pesce e conseguente recupero del filo con il mulinello, per far si che l’ amo punga la trota e permetta al pescatore di trarla fuori dall’ acqua, anche se alte sono le probabilità che il pesce, non avendo ancora ingoiato il cibo e tenendolo nella parte anteriore della bocca, a filo di labbra, lo sputi e si liberi dall’ amo.

      Proprio perché l’ esca viene masticata e parzialmente ingerita dal pesce, questa tecnica di pesca è meno preservante per l’ integrità fisica della Trota, poiché l’ amo può ferire il pesce, rendendo più complessa la slamatura, o liberazione del pesce dall’ amo, senza il rischio di ledere qualche parte dell’ apparato boccale dello stesso. Risulta così che la tecnica con l’ esca viva, sia la meno adatta a fare una pesca sportiva di cattura e rilascio, perché più difficile risulta liberare il pesce dall’ amo e rimetterlo in acqua indenne. Proprio per limitare questi potenziali danni, di solito si tende ad utilizzare ami di generose dimensioni, in modo che le piccole trote non possano neppure ingoiarli, mentre le più grosse, con ami di grandi dimensioni, sono punte sul labbro e facilmente liberabili, seguendo alcune semplici precauzioni. Tra queste, bagnarsi bene le mani per non intaccare il film lipidico che ricopre la superficie del corpo del pesce, la trota infatti non ha scaglie, come molti altri pesci, la sua forma altamente idrodinamica si basa proprio sulla pelle nuda, che oppone minore resistenza al movimento in acqua, ed è però ricoperta da una mucillagine che protegge il pesce dagli attacchi di parassiti e di altri microorganismi, garantendo al contempo una buona aerodinamica corporea.

      Il pesce va maneggiato con attenzione e delicatezza, senza esercitare pressioni sul suo corpo, basta tenerlo immobilizzato per permettere di togliere l’ amo o l’ ancoretta dalle labbra, operazione in alcuni casi più complicata se l’ amo si è agganciato nel palato o se più di uno dei bracci dell’ ancoretta si sono conficcati nella bocca della trota. Una volta sganciata e libera, la trota va inserita in acqua, possibilmente muovendola delicatamente per permettere alle branchie di ossigenarsi nuovamente, tenendola per la coda, in acque correnti ma non eccessivamente veloci, in modo che riprenda conoscenza e sia lei a muoversi lasciando la mano del pescatore, che la regge. Tutti questi piccoli accorgimenti riescono a limitare al minimo la sofferenza e i disagi del pesce, che viene, per qualche secondo, tolto dal suo ambiente naturale e costretto ad andare un poco in debito di ossigeno, ma se si è attenti e rapidi, la trota ritorna nel suo ambiente liquido senza portarsi dietro nessuna menomazione o trauma, se non un’ esperienza che gli servirà per essere più guardinga e attenta, facendole guadagnare opportunità di sopravvivenza ad un ulteriore passaggio di un pescatore che tenterà di insidiarla.

       

      Differenza sostanziale tra le due tecniche, con artificiale e con esca viva, sono anche i tempi di reazione e le modalità di abboccata del pesce. Nel primo caso il cucchiaino transita velocemente nell’ acqua, per il recupero molto rapido della lenza fatto girando con continuità il mulinello, che aumenta ancora se si lancia in acque correnti e in rapida discesa a valle. Qui la trota ha pochi istanti per reagire, se si riesce a solleticarne la voracità e la curiosità spesso l’ attacco è immediato, addirittura con l’ artificiale in volo sopra lo specchio d’ acqua, e da qui inizia la sfida tra il pesce, che cerca di liberarsi dalla presa, e il pescatore che vuole spiaggiarlo fuor d’ acqua. La trota tenta di liberarsi dal cucchiaino dimenandosi in acqua, saltando fuori dalla superficie del torrente, dove il filo non è più sostenuto dal liquido e permette al pesce di sganciarsi più facilmente, ed anche, comportamento più tipico delle trote di una certa mole, venendo velocemente incontro al pescatore e quindi allentando la tensione della lenza e favorendo così la probabilità di sganciarsi dell’ ancoretta dalla bocca. Altra variabile nel recupero è data dalle posizioni spesso precarie in cui ci si trova a lottare con la trota, cioè in acque vorticose, in difficile equilibrio, nascosti dietro ad una roccia, oppure in posizione elevata rispetto all’ acqua e dovendo sollevare il pesce in aria, quindi senza sostegno del liquido, questo diventa immediatamente più pesante e in grado di divincolarsi in modo più disordinato.

      Nel caso di pesca con l’ esca viva, questa viene lanciata e fatta scendere verso il fondo, portata a spasso dalla corrente e mossa con piccoli recuperi dal pescatore, rimanendo più tempo a disposizione dei pesci ma è meno visibile di un oggetto in veloce movimento e luccicante, per cui risulta essere più una pesca di attesa e intercettazione del pesce che di sorpresa. Inoltre, una volta ghermito il boccone, il pesce assaggia e mastica il cibo, con tempi più lenti, spesso con cautela, tanto più la trota è grossa, e quindi bisogna attendere il giusto momento prima di ferrare, scelta spesso aleatoria e dettata dall’ esperienza e dalla sensazione che la trota mangi più o meno voracemente, pena il rischio di togliere letteralmente di bocca al pesce il ghiotto boccone.

      Buona parte delle abboccate, sia all’ esca finta che al vivo, vanno a vuoto, nel senso che il pesce sputa prima della ferrata, perché sente per esempio la punta dell’ amo pungerlo, oppure non aggancia il cucchiaino o si sgancia durante il recupero. Qualche volta beffa il pescatore anche se è stato spiaggiato, tale è la reattività, il saltare disordinato, il dimenarsi puntando per istinto sempre e immancabilmente tra l’ altro, in direzione dell’ acqua, unito al fatto di avere la superficie del corpo molto viscida che favorisce il nuoto, da lasciare di stucco il pescatore che è convinto di averla ormai in pugno. Non si contano le situazioni nelle quali mi è capitato di rimanere basito osservando il guizzo finale di una trota, considerata oramai catturata, che recupera il suo ambiente senza dare la possibilità di fare più nulla, lasciando con il rammarico di non essere stato più rapido, perché anche avventandosi sul pesce con le mani, pure in pochi centimetri d’ acqua la trota diventa inafferrabile e di nuovo padrona incontrastata della situazione, capace di dileguarsi in un attimo !.

      Esiste un altro approccio, molto tecnico, di pesca alla trota, è rappresentato dalla pesca a mosca, ovvero una pesca eseguita lanciando a notevole distanza, anche 12-15 metri, una lenza cosiddetta a coda di topo, che si proietta ed estende proprio per la sua conformazione e peso, alla punta della quale viene legata una moschina artificiale, costruita per imitare le piccole efemere ed altri insetti volanti, del peso di un paio di grammi. Il pescatore, eseguendo un movimento a frusta, con una canna e un mulinello speciali, distende muovendo la canna avanti ed indietro, la lenza fino a posarla sul pelo dell‘ acqua, dove attira le Trote che attaccano la riproduzione dell’ insetto che cela un amo.

      E’ una variante di pesca molto tecnica, ma richiede oltre ad un allenamento ed una pratica notevoli, anche il corretto spazio per poter muovere una lenza avanti ed indietro, in aria, senza che questa si impigli in rami, fronde o altro e per la morfologia dei torrenti che frequento è una tecnica di pesca che non è praticabile con successo. Oltre a quelle elencate, che sono le principali, esistono non solo altre tecniche e tipologie di pesca, legate anche alle caratteristiche differenti di torrenti, luoghi di pesca, ambienti, ma anche di quelle sopra citate vi sono innumerevoli varianti, spesso anche messe a punto da singoli pescatori, con modifiche delle esche artificiali, uso di galleggianti, utilizzo di canne molto lunghe e di attrezzature differenti da quanto io ho menzionato e delle quali, nello specifico delle mie esperienze, più avanti racconterò nel dettaglio di alcune di esse.  

      Le numerose varianti tecniche, frutto anche delle tradizioni locali, sono una prova ulteriore di uno sport molto variegato, che rappresenta una ricchezza sia per la passione in sé che per l’ importanza del tramandarsi di nozioni, metodi di pesca spesso profondamente differenti, comunque fonti di cultura, vitalità, diversificazione e diffusione di questo sport antico, o come vogliamo definirlo, passione, od anche hobby, che ci permette di passare del tempo immersi nella natura.

       

      Alla prossima puntata 

       

      saluti , Dario 

       

    2. Scendo alla prossima

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      Ogni tanto, così, quando capita... proverò a scrivere qualcosa.. Sarà sempre qualcosa che riguarda la musica... in un modo o l'altro. 

       

      Vorrei iniziare con una cosa "stravagante", ma, vi assicuro... anche bellissima. piace ai grandi e piccini! 🇳🇱

       

       

       DRAAI

      ORGELS !!!!!!!!!!

       

       

      Chi è stato in Olanda, specialmente in giornate di sole, probabilmente li avrà visti, per strada, nelle piazze, questi bellissimi strumenti.
      Grandi, quasi sempre molto belli (colori, statuette che si muovono, abbellimenti vari ecc…).
      Si tratta di una tradizione tipicamente Olandese, non la si trova in nessun’altra parte del mondo.

      La parola “Draaiorgel” è composta da due parole: “Draaien” (girare) e “Orgel” (organo)

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      Evidente, quindi, che parliamo di un “organo (a canne)” che, per azionarlo, si deve “girare” qualcosa, in questo caso una grande manovella.
      Ne esistono ormai pochi, di quelli veri e puri a manovella… ormai sono sempre più spesso “a motore”, ma hanno meno fascino, anche perché… il rumore del motore, oltrechè inquinare, infastidisce l’ascoltatore.
      Invece della parola “DraaiOrgel” si può usare anche  “BoekenOrgel” (boek = libro), che forse sarebbe la denominazione ancora migliore, perché l’organo “legge” i fori del libro (guardate le immagini, sono piuttosto esaustive…) 
      Spesso questi “Draaiorgels” vengono chiamati “straatorgels” (=organi da strada…)

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      Si tratta quindi di un organo a canne che suona automaticamente (come vedremo poi… ciò che manca è…. la tastiera…). Oltre alle canne d'organo, può avere anche altri strumenti, ad esempio le percussioni.
      I tubi sono solitamente fatti di legno, alcune volte di metallo, di solito zincato. I tubi vengono forniti di aria (negli organi parliamo di "vento") forniti da un soffietto. La differenza principale è che un organo “tradizionale”  è azionato da mani e piedi umani e un “Draaiorgel” da un “libro musicale” in movimento, di solito un librone di cartone (ecco perché si dice che suona automaticamente).
      L'origine di queste meraviglie la dobbiamo all’'italiano Ludovico Gavioli che ne iniziò la produzione a Parigi intorno al 1850. Ebbe un buon successo, tanto è che poi venne imitato da Belgi, Tedeschi e Francesi e Olandesi.
      Anselmo è figlio dell’inventore Ludovico (a sua volta figlio di Giacomo Gaviolli, di origini Modenesi, che prenderà fissa dimora in Parigi) 

      ===>  image.png.1600029f4856f976394f34d9ead7d8f4.png

      Nel 1892, l’italo-francese Anselmo Gavioli ottiene un brevetto per il libro d'organo in cartone. 
      Per leggere questi libri era importante il sistema di scansione, che avviene in modo pneumatico, sempre inventato da Anselmo.
      Le stecche (chiavi) del brevetto Gavioli usavano i fori del libro d'organo e aprivano piccole valvole per controllare le parti dell'organo. Le fabbriche Tedesche, intorno al 1900, svilupparono sistemi alternativi per aggirare il brevetto di Gavioli. 
      Fin qui, la  (piccola, di certo non esaustiva…) introduzione tecnica.

      Del resto… io non sono un tecnico… le informazioni le ho cercate sul web e non vorrei tediarvi con spiegazioni vaghe o, peggio, inesatte (so che c’è qualche organista, qui sul Melius… se volesse intervenire… Ben Venga!)
      Ciò che più mi preme è parlarvi della bellezza (anche, <attenzione> SONICA) di questi organi da strada…
      Da bambino… quante volte mi fermavo a guardare e ascoltare…  
      i più belli, di questi organi, sono quelli “manuali”… dove c’è un uomo, e non una macchina, che fa girare questo grande volano, che in alcuni casi poteva superare le dimensioni di un timone di una piccola nave (guardate la foto).. Ovviamente… un uomo non può stare lì a girare un giorno intero… Difatti… quando “si va fuori a suonare” spesso usciva una squadra vera e propria, normalmente fatta da tre o quattro uomini (qualche rara volta si vedeva una donna…) che si davano il cambio.
      Ognuno poteva svolgere le varie mansioni, che sono, sostanzialmente, 3:
      1)    Girare il volano (e qui ci vuole bravura, perché immaginatevi che risultati produce la musica, se ogni tanto si rallenta o si aumenta di velocità … è un po’ come far rallentare con un dito sul piatto un giradischi… / in alternativa… c’è l’addetto al funzionamento del generatore….


      2)    Porgere il “piattino ( “geldbak” di rame e ottone, è un classico!) ai turisti, passanti, curiosi: che non mancheranno di inserirci una moneta (un euro, 50 cent, due euro ecc…). Le monete metalliche, dentro al piattino, vengono usate per “ritmare” la musica, un po’ come si fa coi maracas… Se il giro è buono (e spesso lo è, perché si “tirano su” davvero molte monete…) a fine del brano, un po’ come dare il colpo  sulla gran cassa o sui timpani alla fine dei brani ai concerti, questo piattino viene svuotato in un grande contenitore di metallo. Ed è, davvero! anche per i proprietari dell’organo, un gran bel sentire…  


      3)    Preparare i libri (di cui ogni pagina è fatta di un grosso cartone) , inserirli e fare ripartire “alla svelta” ogni volta un libro (= un brano musicale…) finisca. 

       

      1: girare, prego!   image.png.4841580c198b83ae942dcc090ef3e7c3.png   2: una monetina, per favore!!! image.png.bcdda1784838218b775b0446d51db712.png   3: ecco... un libro che "fa suonare lo strumento"    image.png.cd7d3a2c07046efdaf80176a06b1a07e.png  

        
      In Olanda questi (possiamo chiamarli “strumenti da strada” ) erano, e, sono tuttora, molto amati. Infatti. Quelli esistenti, tutti con decine di anni sulle spalle, alcuni dell’inizio 1900 sono quasi tutti inseriti nei beni Culturali (come se fossero MONUMENTI NAZIONALI) e non possono essere venduti all’estero. Questa tradizione non accenna a scomparire... Al momento risulta che vi sono una sessantina ancora attivi...


      I controlli sono piuttosto rigorosi, quindi se, come è facile vi capiti, vi innamoraste di una di queste macchine, non provate a comprare/esportarne una… ve ne potreste pentire amaramente. 😀

      Sento già la domanda nell’aria…. “che tipo di musica ci si può aspettare?”
      be'… di tutto… quasi sempre brani popolari: pop, blues, folk. Dei piccoli walzer… Mi ricordo, da piccolo, a volte brani degli ABBA. Di certo… mi ricordo (mi piaceva tantissimo...)  “ob la dì, ob la dà, dei Fab Four, che veniva suonato su un organo che ogni tanto passava dalla mia città…
      Comunque… qualsiasi fosse il brano “suonato” (e la parola è giusta, non si tratta di musica riprodotta), il tempo utile, per una canzone, si aggirava sui due o tre minuti, forse 4. Non poteva essere di durata molto più lunga, perché… il libro con le pagine forate non poteva superare certe dimensioni.
      I miei, quando sono andati in pensione, (io abitavo già da mooooolti anni in Italia)  hanno traslocato.

      Uno dei loro “nuovi vicini di casa” era uno dei pochi artigiani che ancora facevano questi libri. Un giorno, insieme al mio papà, siamo andati a vedere il suo ambulatorio… non vi dico che fascino esercitava su di me, la visione di questi libri e strumenti… (in pratica… ogni nota veniva impressa sulle pagine del librone. Ma invece di inchiostro, si faceva un foro. Ovviamente, trattandosi di musica per organo, potevano esserci molte note, una sopra l’altra, (come con uno spartito per pianoforte, organo, chitarra ecc….). Questi libri, non si aprivano “a libro” come siamo abituati quando leggiamo i nostri romanzi.

      Invece è una pagina unica, lunga decine e decine di metri, che si ripiega a zigzag. (la foto, anche in questo caso, mi facilita il compito di spiegarvi come funziona…).
      Tuttavia… visto il peso e la delicatezza di questi libri, fu introdotta anche la versione coi rulli di carta….. Il sistema è molto simile, ma invece di pagine ripiegate a zigzag si srotola la carta…..

      Qualche filmato: il famoso “de Arabier
      https://www.youtube.com/watch?v=UG7vKn3i4k4
      https://www.youtube.com/watch?v=RB52EkPQKmQ

      scusate… questo sito è in lingua Olandese, si può scegliere anche Inglese, Tedesco, Francese e Spagnolo… (manca l’Italiano…) ma le immagini, e alcuni filmati, spiegheranno molto più di mille parole…: https://www.museumspeelklok.nl/collectie/draaiorgels/
      In questo museo si possono ammirare molti strumenti automatici, dal più grande al più piccolo…)

      Guardate qui, verso i sessanta secondi: facilissimo capire come funzionava il “boeken orgel”-
      https://www.youtube.com/watch?v=UG7vKn3i4k4

      non capirete le domande, le risposte e nemmeno le spiegazioni… ma se vi interessa l’argomento… vi invito a guardare il filmato. Spiega molto!
      https://www.youtube.com/watch?v=w-yQKxW-p3U
       

      qualche foto non guasta...  image.png.ffd4c47c271cfd5437ebb399e60ef58d.png     image.png.7a7ba22633d5f756dd70dfb9a3de54bf.pngimage.png.0437af2b3b4117773eea4e5b3bc18383.png      

       

      per finire un immagine del più grande "draaiorgel" esistente, funzionante (è moderno... costruito nel 2003) 

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       e questo?    ... è il camion, appositamente costruito, per trasportarlo...  image.png.0f494e15bd4e04b77aafcefe9788cbb5.png

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      Le cartoline di oggi vi parlano di un lago affascinante, di un ottimo pranzetto, di un’antica leggenda, di un’isola incantevole, e di un percorso mistico.

      Orta, che sorge sulle rive del lago omonimo, è classificato tra i 100 borghi più belli d’Italia. Il lago si è formato dal ghiacciaio del Sempione ed è separato dal lago Maggiore dalla cima del Mottarone. Siamo in Piemonte, nella provincia di Novara. Sono tante le camminate e le attività che si possono fare attorno a questo piccolo specchio d’acqua circondato da una vegetazione lussureggiante e cangiante a seconda della stagione. Gozzano, ad esempio, offre piccole spiagge attrezzate e, nei dintorni, scuole di vela e circoli di canottaggio. Orta, invece, propone soprattutto passeggiate spettacolari e, tra queste, quella al Sacro Monte attraverso una via costellata da 20 cappelle affrescate, dedicate a episodi della vita di San Francesco.

      Arrivando alla minuscola cittadina, si è attratti da una strana costruzione in stile moresco che svetta e domina il lago: si tratta di Villa Pia Crespi, costruita nel 1879, su incarico di un ricco imprenditore tessile, indigeno, che voleva farne dono alla diletta moglie, Pia. Del progetto si occupò uno dei più famosi architetti dell’epoca, Angelo Colla, e, soprattutto nel periodo tra le due guerre, ospitò, oltre al re Umberto I, molte personalità di spicco in ambito letterario e religioso. Ceduta successivamente, finì per diventare un hotel negli anni ‘80. Oggi è reputata una sorta di tempio per i gourmet poichè il suo ristorante è diretto dallo chef Antonino Cannavacciuolo. La Villa è molto bella, ha interni stupendi e preziosi, un magnifico giardino e una bella piscina ma, personalmente, non mi sembra in armonia con il contesto: la maestosità silenziosa e raccolta del panorama lacustre era già perfetta e, a mio avviso, non necessitava di “intrusi”.

      Lasciata l’auto in uno dei parcheggi posti fuori dal borgo, si scende verso il lago attraverso un dedalo di vicoli molto suggestivi, ricchi di affreschi, antichi lavatoi, balconi fioriti, ristorantini e negozietti, fino ad arrivare alla piazza Motta, dove si trova il centro del paese e il piccolo imbarcadero. Da notare il palazzetto detto il Broletto, datato 1572.

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      IL BROLETTO

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      La chiesa parrocchiale di Santa Maria Assunta

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      Le specialità della valle sono tante ma i formaggi sono il top. 

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      E’ ora di pranzo e, prima di imbarcarci per l’isola, anche noi ci sediamo in un ammiccante e già sperimentato ristorante proprio a bordo acqua, di fronte all’imbarcadero e all'isola.

      Ecco il nostro goloso menu:

      Sformatino di patata e porro, fonduta al maccagno 

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      Gnocchi di segale, grasso di Formazza, pistilli di zafferano e pancetta nostrana 

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      Sottofiletto di manzo, scalogno confit e salsa al marsala

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      Crema bruciata alla nocciola IGP del Piemonte 

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      Caffè e piccola pasticceria della casa

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      Tutto ottimo!  😋

       

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      E ora parliamo della leggenda che ha dato il nome all'isola e del miracolo di San Giulio e anche dei mostri...

      Giulio e Giuliano erano due fratelli religiosi, che, nel IV secolo, sotto l'imperatore Teodosio, si misero in viaggio con l'obiettivo di convertire i pagani e di fondare 100 chiese. Lungo era stato il cammino e anche faticoso ma la loro fede li aveva sempre aiutati a superare i pericoli e le avversità incontrate ed erano quasi alla fine della loro missione dopo aver fondato ben 99 chiese quando giunsero alle rive del lago! Giulio era anche un esorcista e, decise che la centesima l’avrebbe fondata proprio su quell’isola “maledetta”!  Si diceva infatti che l’isola fosse infestata da draghi e serpenti feroci che si cibavano, in un solo boccone, di capre selvatiche, di buoi e anche di quei malcapitati che, in barca, osavano avvicinarsi.

      I barcaioli infatti si limitavano a pescare poco distanti dalla riva e lontano dall’isola ma raccontavano di avvistamenti spaventosi e descrivevano i mostri arricchendoli con particolari agghiaccianti. Nessuno mai si sarebbe arrischiato a trasportare i due monaci, anzi, gli abitanti tutti li supplicarono di lasciar perdere e di abbandonare quella idea così folle. Giulio non si lasciò convincere e, inginocchiatosi sulla riva, iniziò a pregare chiedendo l’aiuto del Signore. E avvenne il miracolo!  Il suo mantello si trasformò magicamente in una sorta di barca  resistente alle onde create dai draghi e lo portò sano e salvo sull’isola dove, non solo sconfisse le forze del male ma riuscì anche,con l'aiuto di tutti i borghigiani, sedotti e convertiti dal miracolo, a fondare la sua centesima chiesa!!  Ora nella sacristia della chiesa è conservato un lungo osso, forse una vertebra, del drago ucciso dal Santo che, a sua volta, è sepolto nella cripta sottostante.

      Sì, ho raccontato una bella fiaba che, di vero, pare abbia solo qualche radice:in realtà, forse, sull’isola abitavano dei pagani irriducibili e crudeli. Per quanto riguarda l’osso pare, invece, sia un fossile di una balenottera spiaggiatasi e defunta in epoca glaciale! Sotto la chiesa, poi, si sono trovati anche i resti di un’altra chiesa costruita in epoca precedente. 

      Da segnalare, comunque, che ancora oggi, alcuni barcaioli sostengono di avvistare, a volte, degli strani mostri, simili a coccodrilli che sbucano dall’acqua e, con fare aggressivo, li spaventano. Insomma, anche in Piemonte abbiamo il nostro Lochness!!  😱  😂

       

      Adesso torniamo seri, abbandoniamo le fantasie e imbarchiamoci alla volta dell’isola.

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      San Giulio domina dall'alto del Palazzo Vescovile

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      Già dal lago, mentre ci avviciniamo,  ci rendiamo conto di quanto possa essere bella, romantica e ricca di fascino:

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      L’isola, molto piccola, detta anche isola del Silenzio, ha soltanto una via perimetrale dotata di una particolarità: se si intraprende il cammino in un verso si percorre la via del silenzio, se ci si incammina nell'altro senso, la via della meditazione. In certi periodi, lungo la via, si possono leggere dei cartelli fronte/retro, multilingue, con frasi diverse scritte a seconda del percorso: questi pensieri sono quelli di una badessa, Madre Anna Maria Canopi.

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      Lungo la via si incontra anche una passerella celata che serve alle suore di clausura per accedere direttamente dal convento alla chiesa senza passare dalla stradina pubblica.

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      La popolazione dell'isola non arriva a 100 abitanti, di questi, almeno 70, sono suore di clausura benedettine dedite allo studio di testi sacri, alla preghiera e alla meditazione.

      Non si può non restare immersi in questa atmosfera così tranquilla e serena e neppure non riflettere su quanto si legge camminando, istintivamente, a passo lento e con rispetto.

      Ed ecco l'interno della basilica di san Giulio che ha il fronte direttamente sul lago: è ricca di dipinti di epoche diverse ed è impreziosita dall'ambone in serpentino d'Oira, una pietra verde estratta nella zona.

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      Una cosa è certa, anche se non si tratta di un miracolo, dopo questa passeggiata, tornando a casa, ci si sente davvero più sereni, leggeri e rilassati! 😉

       

       

       

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