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    Fabio Cottatellucci
    Fabio Cottatellucci

    NAD C320 BEE

    Di Fabio Cottatellucci

     

    La sigla di questo prodotto sta per “C320 Bjorn Erik Edvardsen”: la versione migliorata del C320, già vincitore del premio Amplificatore dell’anno assegnato rivista inglese What Hi-Fi?, una macchina presente sul mercato dal 1998. 
    Ma chi è NAD e chi è Bjorn Edvardsen? Per quelli fra noi che sono neofiti dell’Hi Fi o – beati loro - molto giovani ricorderemo che NAD (New Acoustic Dimension) è una pietra miliare britannica nella storia dell’Hi Fi.
    Un marchio trentennale che è diventato sinonimo di suono eccellente e di progettazione intelligente: in altre parole, gli uomini NAD concentrano le loro risorse in quelle parti delle macchine che faranno la differenza sul suono e non sull’aspetto estetico. 
    Bjorn Edvardsen è l’uomo che per NAD progettò il 3020, il più popolare amplificatore mai costruito con circa un milione d’esemplari venduti, e che sta anche dietro quest’upgrade del C320 che porta la sua firma. 
    Una tiepida sera di primavera, un C320 BEE ben impacchettato è stato consegnato a casa mia.
    Vi prego di tenere a mente, mentre leggete questa prova, che stiamo testando un apparecchio accreditato di 50 W per canale che è venduto a meno di cinquecento Euro. Io ho dovuto spesso fare mente locale su questo punto durante le prove.

     

     

    Un aspetto all’insegna dell’understatement
    Il C320 è provvisto di un valido telecomando in grado di pilotare gran parte dei prodotti NAD e di un manuale in sei lingue, completo e facilmente comprensibile anche se la versione italiana – come spesso accade - non sembra scritta dal Manzoni.
    Questo manuale ha una forma grafica completamente nuova rispetto a quello del precedente C320 e sembra anche in qualche modo più “professionale”, anche se non mancano le indicazioni fondamentali per i non esperti. Quando il vostro figlio dodicenne installerà questo NAD, né il pargolo né i vostri apparecchi Hi Fi correranno rischi. Il foglio con le specifiche tecniche allegato è notevole per completezza ed impressionante per I numeri che ci sono scritti sopra (vedi l’incorniciato).
    Il C320 BEE veste orgogliosamente la tradizionale uniforme NAD, grigia antracite con quel pulsante d’accensione verde che è diventato esso stesso una specie di marchio di fabbrica.
    Sul pannello frontale troviamo, da sinistra a destra, il pulsante verde che permette di lasciare l’unità in stand-by (luce ambra) e di accenderla comodamente da telecomando (la luce diviene verde).
    Sono stato particolarmente contento nel trovare, sotto l’interruttore, una presa cuffia (placcata oro) che è sempre utile non solo per ascolti notturni o… egoistici ma anche per una serie d’impieghi tecnici come il controllo delle registrazioni o verifiche d’emergenza.
    L’accensione manuale avviene premendo direttamente uno qualsiasi dei piccoli pulsanti rotondi del selettore d’ingresso situati al centro del pannello frontale insieme al ricevitore d’infrarossi.
    Il NAD ha sette ingressi compresi due per una coppia di registratori; quello contrassegnato come “Disc” è destinato ad un pre fono esterno dato che non è presente la relativa scheda. 
    Una fila di led verdi indica l’ingresso selezionato e l’attivazione del circuito di “soft clipping”.
    Troviamo poi i controlli di tono provvisti di pulsante d’esclusione e le manopole del bilanciamento e del volume che chiudono la lista; toccando queste ultime ed alcune altre parti del frontale si potrebbe ricavare la sensazione di avere a che fare con parti di plastica, di poco pregio. 
    Ma non è così: ricordate che la parte che suona è quella interna, e i tecnici della NAD hanno scritto nel loro sito web “noi ci concentriamo dove conta, sull’interno, e ne sentirete il risultato”. 
    Questo è un bell’esempio di finalizzazione intelligente degli sforzi economici allo scopo di migliorare le prestazioni.

     

     

    Ve li ricordate gli “audio control center”?

    Il pannello posteriore mostra una parata impressionante di connettori e controlli.
    All’estrema sinistra, un controllo remoto per altri apparecchi ed una porta d’ingresso / uscita per ripetitori d’infrarossi espandono le possibilità operative del 320 BEE a quelle di un audio control center, nome con cui venivano una volta indicati i preamplificatori in genere ed in seguito quelli particolarmente dotati di possibilità operative.
    Il C320 permette la separazione della sezione pre e di quella di potenza grazie a connettori RCA, collegati da ottimi spinotti.
    Tutte le sette coppie di connettori RCA (cinque per gli ingressi linea, quattro per due unità a nastro, due per l’uscita pre e l’ingresso del finale) sono dorate ed hanno l’interno di un buon isolante. Francamente, sono anche un po’ troppo ravvicinati e lasciano poco spazio per le dita; anche utilizzare connettori particolarmente massicci potrebbe rivelarsi scomodo.
    Qui troviamo anche un interruttore per il circuito “Soft clipping”. Apprendiamo da NAD che esso “trasforma delicatamente la forma d’onda della musica all’avvicinarsi del punto di clipping, ottenendo una riproduzione molto più pulita e proteggendo al contempo i diffusori acustici”. Può essere utile ma non per i miei scopi, e così l’ho lasciato scollegato. Fra l’altro, immagino che sia stato collocato sul pannello posteriore per mantenere breve il percorso del segnale, certo però che lì è difficile da raggiungere.
    Il NAD ha soltanto un’uscita per diffusori. Sorpresi? be', allora alzi la mano chi fra di voi veramente ha bisogno di due uscite casse.
    I morsetti accettano cavo spellato, banane (togliendo i tappini a norma CEE), forcelle e qualsiasi cosa abbia un diametro ragionevole. 
    Anche se l’apparecchio non ha la presa IEC per il cavo d’alimentazione, questo può essere sostituito (aprendo il telaio) poiché non è saldato alla scheda interna ma vi si innesta con un piccolo connettore bianco di plastica. Francamente, poiché il cavo in dotazione va bene a malapena per un rasoio elettrico, a garanzia scaduta io aprirei il telaio e lo sostituirei con uno migliore. Un comune cavo d’alimentazione di sezione molto maggiore con una presa Shuko all’altro capo è probabilmente tutto quello che ci vuole. 
    Ho collocato il NAD su un ripiano in MDF, poi sopra al mio lettore CD, poi sul pavimento di marmo del mio salone dove ha trascorso gran parte della sua prova: non ho riscontrato differenze di rilievo.
    Stessa cosa per punte, piedini soffici, blocchetti sotto il telaio, filtri di rete.
    Nessun problema né nel maneggiare l’apparecchio, poiché è una scatola di misure regolari senza bordi taglienti o punte, né nel collocarlo nel soggiorno di casa: è piuttosto compatto e la sua livrea grigia è un passe-partout per interni che non vi annoierà con il passare degli anni.

     


    Qualità dove conta

    Un terzo dell’interno è occupato dai componenti dell’alimentazione e da un trasformatore toroidale di adeguate dimensioni marcato NAD; gli altri due terzi da un’ampia scheda di buona qualità che ospita gran parte della circuitazione.
    Le due sezioni sono separate dal blocco dei dissipatori dei transistor di potenza, che fa anche da ulteriore schermo fra i sensibili circuiti di segnale ed il trasformatore; una grigliatura nella parte superiore del telaio ed una in quella inferiore assicurano un’adeguata ventilazione.
    NAD utilizza una scheda di qualità con spesse barre conduttrici laddove sono gestiti segnali fondamentali; componenti di qualità si trovano un po’ dappertutto, ed anche se i controlli di tono e di bilanciamento avrebbero potuto essere di tipo migliore, i relè dei selettori d’ingresso sono realizzati tramite componenti molto buoni. 
    Ora comprendiamo appieno quel motto “ci concentriamo sull’interno, dove conta”.

     

    Una felice seduta d’ascolto
    Ero curioso di verificare la potenza in uscita del NAD, che nel foglio specifiche della Casa è indicata in modo molto prudenziale a 50+50 Watt minimo (vedi incorniciato).
    Fortunatamente l’apparecchio che ho ricevuto per questa prova aveva già lavorato, quindi non c’era bisogno di rodaggio e sono potuto venire subito al punto.
    be', la scatola grigia non ha avuto problemi a tirar fuori un sacco di energia, anche quando questa esplodeva in un transiente improvviso, e mi ha fratto vedere la distanza fra quel minimo e ciò che è in grado di spingere nelle casse in regime dinamico.
    Per mettere alla prova questa caratteristica, dopo aver svolto le prove principali con le mie Klipschorn, ho collegato l’inglesino alle mie sospensione pneumatica Acoustic Research a tre vie, note per aver sensibilità pari a quella di… un mattone. Ho girato la manopola del volume in senso orario e mi sono rimesso seduto.
    I woofer hanno cominciato a muoversi di prepotenza mentre Bon Jovi suonava “Queen of New Orleans”, nonostante questo non sia un apparecchio pensato per il rock duro: infatti sembra come se cercasse di smussare le parti più taglienti del messaggio sonoro per amore dell’armonia! Alla chitarra elettrica mancava giusto un po’ di mordente, il che la rendeva un po’ meno fastidiosa… di quanto l’autore probabilmente volesse. Comunque a me questa interpretazione è piaciuta.
    Se siete fanatici del rock duro fareste probabilmente meglio a cercarvi un apparecchio più ruvido ed aggressivo, ma se fate solo una capatina ogni tanto nel regno di Jon Bon Jovi, Steve Tyler ad Ozzy Osbourne, be', questo NAD sarà più che abbastanza per voi. 
    Dopo una lunga seduta d’ascolto ad alto livello di pressione sonora, e con diffusori così duri da spingere, le protezioni da sovraccarico ancora non avevano nulla da dire. Soltanto il calore dalla griglia del telaio rivelava il generoso flusso di corrente che il piccolo inglese aveva gestito senza segni di cedimento.
    Con la Nona di Beethoven, ho scoperto una specie di leggera imprecisione nel palcoscenico quando erano in gioco grosse masse orchestrali. E’ ciò che io chiamo “Perdita di scultura del palcoscenico sotto pressione”. 
    Quando esplode l’Inno alla Gioia, ci sono ancora i violini che suonano insieme alla forza travolgente del coro e dell’orchestra; bene – questo farà inorridire I puristi di Beethoven – io ho sempre avuto la sensazione che quei violini volteggiassero sopra l’orchestra come… un surfista sulle onde del mare. 
    Con il C320 il poveraccio si prende un bagno: ho trovato difficoltà infatti nel distinguere il violino che si spostava in mezzo alle secchiate d’acqua di mare che l’amplificatore mi gettava addosso. L’intero palcoscenico diventava un po’ opaco.
    Mentre scrivo ciò, mi rendo conto che questa è l’unica critica che si può muovere alla sezione amplificatrice – ed è il tipo di critica che uno muove verso prodotti che costano il doppio del C320.
    Questa leggera perdita di controllo non è presente nei passaggi a normale livello: nella medesima sinfonia la voce di Placido Domingo è ben collocata sul palcoscenico e così sono quelle degli altri interpreti.
    Si può sempre tenere traccia della posizione di ciascuna voce attraverso un ampio, profondo e in qualche modo anche alto palcoscenico che rappresenta un’altra piacevole sorpresa.
    Secondo me, potenza e dinamica sono più che sufficienti per qualsiasi utilizzo domestico.
    La chitarra solista di Antonio Forcione è riprodotta in tutta la sua ricchezza armonica in ogni singola sfumatura, ma senza quell’eccesso di dettaglio che rende la riproduzione di alcuni apparecchi così innaturale. Dopo tutto ad un concerto uno mica infila il naso dentro gli strumenti, e allora perché la musica riprodotta dovrebbe dare quella sensazione? Grandi salti dinamici quando l’artista forza qualche nota sulle corde.
    Palcoscenico stabile e dettagliato e grande energia nelle tracce tre e quattro del CD di Takeshi Inomata: una sessione di percussioni che davvero non perdona nulla alle macchine pigre o rozze. Gamma acuta molto buona con piatti e rullanti, che brillano come fuochi d’artificio ma che sono anche ben rifiniti.
    La voce di Tierney Sutton è così tecnicamente sofisticata in “Unsung Heroes” che con alcuni apparecchi tende a sembrare il prodotto di un sintetizzatore. Il NAD rende a questa grande interprete una dimensione completamente umana, nonostante il suo talento sia pienamente esaltato dall’impostazione in gamma media estremamente neutrale del NAD: l’esecuzione di “Con alma” è da applauso. 
    Nel 1965, Arthur Rubinstein registrò per la terza volta nella sua vita i Notturni di Chopin. Si trattò della grande interpretazione di un navigato maestro con grande introspezione ed una leggera nota di malinconia. La registrazione della RCA fu un capolavoro a sua volta, e la rimasterizzazione in digitale della BMG un esempio di approccio corretto.
    Il NAD è in grado di ricreare il pianoforte in tutte le sue sfumature di tono, con una tastiera che è molto realistica per dimensioni e collocazione. Il bilanciamento timbrico è rigoroso, e si può distinguere ogni tasto toccato anche se tutti si fondono assieme nel fluire della partitura.
    Dopo qualche minuto non ascolto più l’impianto, seguo la musica e basta.

     

     

    Il preamplificatore
    Impressionato dalla bella prestazione musicale di questo nipote del 3020, ed in considerazione della “vita segreta HT” che molti audiofili conducono al giorno d’oggi, ho deciso di avvalermi dei ponticelli pre/finale per provare ciascuna sezione per conto proprio. 
    Ho cominciato con la sezione per del NAD che pilotava i miei amplificatori di potenza, curioso di verificare gli effetti di quelle caratteristiche circuitali orgogliosamente dichiarate da NAD (una per tutte, l’utilizzo di FET in classe A nella sezione pre).
    Sono rimasto semplicemente attonito: il distacco con il mio pre è inaspettatamente stretto e bisogna tenere presente che quest’ultimo costa da solo un multiplo dell’intero NAD, ed è considerato esso stesso un buon affare. Oserei affermare che pure senza la sezione di potenza il 320 varrebbe il denaro che costa.
    Tutte le qualità riscontrate nell’integrato (palcoscenico, riproduzione senza sforzo, naturalezza del timbro) sono state ulteriormente poste in luce.

     

    Il finale di potenza ed un breve giro in HT
    A questo punto ho cambiato configurazione ed ho provato lo stadio finale del NAD pilotato dal mio pre.
    Il miglioramento stavolta non è stato così evidente, nonostante io abbia riscontrato una prestazione globale molto buona ed un livello di pressione sonora sempre all’altezza.
    In condizioni di sforzo, mi è capitato di riscontrare di nuovo quella “perdita di scultura del palcoscenico sotto pressione” che ho menzionato sopra. 
    Poi ho connesso la sezione finale del C320 alle uscite pre dei canali frontali del mio amplificatore A/V Marantz.
    Con il cinema in casa quella specie di imprecisione che avevo percepito in stereo è diventata semplicemente molto meno determinante per via delle differenti caratteristiche delle colonne sonore dei film.
    In Moulin Rouge “Your song” si è sviluppata coinvolgente come al solito, anche se il Marantz costa oltre una volta e mezzo il NAD, è considerato uno degli amplificatori audio - video più musicali ed è accreditato di cento watt per canale. Passando a qualche scena d’azione sono rimasto sorpreso dalla quantità di energia che il ragazzino è capace di trasmettere ai woofer dei miei canali frontali. Nella scena di Matrix che vede Morpheus salvato da dentro il grattacielo, la pressione sonora e la dinamica sono state sorprendenti per un finale da 50+50 Watt continui. La (preziosa!) inclinazione musicale del NAD è venuta comunque fuori sotto forma di un leggero ammorbidimento dei passaggi più duri, che tutto sommato mi è piaciuto anche con le colonne sonore dei film d’azione. 
    Per riassumere le mie impressioni, questo è un finale di potenza molto valido il cui unico limite è quello di… dividere il telaio con una sezione pre eccezionale!

     

    Una conclusione… armoniosa
    Soffrite di dipendenza da ascolto audiofilo? Collocate il C 320 su un piano rigido e stabile, spendete qualche soldo ancora in cavi (non occorrono budget da Ministero della Difesa americano qui), escludete i controlli di tono ed il circuito di soft clipping, e via: il suo bell’equilibrio e l’approccio neutro vi delizieranno. Interfacciare altre macchine non sarà un problema.
    Innamorati della magia dell’ascolto notturno? Godetevi l’uscita cuffia.
    Volete migliorare l’impianto con un’altra sezione di potenza? Il pre potrà seguirvi ancora per diversi scalini a salire.
    Volete usare il NAD per pilotare I canali frontali del vostro impianto di cinema in casa? Nessun problema di pressione sonora. 
    Siete degli smanettoni convinti? Cinque ingressi e due connessioni per registratori vi faranno contenti (anche se la doppia barra di registrazione sarebbe stata il massimo).
    Manutenzione? Rivendibilità? Il marchio è di per sé una garanzia su entrambi i versanti.
    A questo punto, ad un prezzo ufficiale di 477.21 Euro che potrebbe calare cercando con un po’ di pazienza, l’unica cosa che posso fare è includere questo apparecchio nella lista di quelli da raccomandare.

     

    Estratto del foglio specifiche tecniche:

    Potenza d’uscita continua: 50 W
    Potenza dinamica IHF a 8 Ohm: 110 W
    Potenza dinamica IHF a 4 Ohm: 160 W

     

    Banda passante a -3dB: 3Hz - 70kHz

     

    Dist.THD del finale 20Hz – 20Khz: 0.03 %

     

    Rapporto S/R del pre, pesato A: 106 dB

     

    Rapporto S/R del finale, pesato A: 100 dB
    Alla potenza di riferimento: 117 dB

     

    Rapporto S/R, pesato A,,
    Dall’ingresso CD all’uscita altoparlanti,
    ad 1W/8 Ohm: 93 dB

     

    Impedenza d’ingresso: 200k Ohm / 320pF

     

    Il NAD C 320BEE è stato provato con:

     

    L’impianto
    Lettore CD: Audio Analogue Paganini
    Pre amplificatore: Galactron 2161 
    Finali: Galactron 2151 
    Diffusori: Klipschorn, AR IV Red Box
    Amplificatore A/V: Marantz SR7000
    Televisore e lettore DVD: Philips 32PW6826 con lettore DVD integrato
    Trappole acustiche: DaaD
    Linea d’alimentazione dedicata
    Cavi: Cambridge, G&BL, diversi esemplari autocostruiti.

     

    I dischi – CD:
    Jon Bon Jovi, Destination Anywhere Polygram
    Tierney Sutton, Unsung heroes Telarc Jazz
    Antonio Forcione, Live! Naim Audio
    Takeshi Inomata & Separation Ex-Spiral New Sonic Dimension
    Beethoven (Wiener Philarmoniker) Symphonye No. 9 Deutsche Grammophone
    Frédéric Chopin (Arthur Rubinstein) 19 Nocturnes BMG-RCA

     

    I dischi –DVD video:
    A. & L. Wachowsky The Matrix Warner Studios
    Baz Luhrmann Moulin Rouge Fox Home Entertainment





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    1. Scendo alla prossima

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      dopo il primo blog sugli organi da strada Olandesi, , mi sembra naturale proseguire la strada della musica riprodotta “in altra maniera”.
      Organi da strada… carini, vero? 
      E i JukeBox? Sicuramente un oggetto che molti di noi conoscono.
      Tre le marche fondamentali:
      Wurlitzer, Seeburg,  Rock-Ola
      E mica parliamo di “macchinette” eh…! La diffusione di queste macchine era, dal 1930 al 1960, molto vasta.
      Tanti locali pubblici, e non di certo solamente negli USA, ne avevano uno.
      Pensate che nel solo anno 1936 la Wurlitzer  riuscì a vendere più di 40.000 jukebox…
      Era stata la ditta Ami a produrre il primo vero fonografo a moneta che fu messo sul mercato nel lontano 1927.  Questa azienda aveva un certo nome come produttore di pianoforti automatici…

      Non riuscì a diventare marchio leader negli States. Cosa che però, gli riuscì in Europa.
      Nel 1933 (quindi 3 anni dopo la AMI) la Wurlitzer presentò il suo primo apparecchio, col quale si poteva selezionare uno dei dischi inserito in questo “mobile” (che, inizialmente, era fatto di legno).


      Quella di poter selezionare il brano che si voleva ascoltare si rivelò subito una scelta vincente.
      In pochi anni anche Seeburg  e Rock-Ola riuscirono ad affermarsi sul mercato. 
      Il mobile di questi apparecchi prodotti in quegli anni erano fatti di legno.
      I dodici (ma c’erano anche modelli con una selezione/offerta più piccola…) dischi erano, visto il periodo,  a 78 giri.  I dischi erano disposti in una pila verticale dalla quale di volta in volta venivano estratti e “suonati”. 

      Fu la ditta Seeburg a sposare, prima di tutti, il “KITSCH”, tipo di design che ha reso famosi questi aggeggi. Non vi è dubbio alcuno che il grande successo di vendita fu anche per i vari mobili, cromature, colori, plastiche  illuminate. 
      Interessante sapere che questi JukeBox raramente venivano venduti ai locali, bar, ristoranti ecc. 
      Si preferiva venderli ai noleggiatori, che noleggiavano ai locali pubblici le ultime novità. Tempo un anno, e la macchina passava dai grandi locali ai bar più piccoli, poi nelle cittadine meno grandi, infine nei locali di campagna.

      Questi bar e ostelli erano l’ultimo anello della catena… quando arrivava un nuovo modello, con ancora più luci, colori, scelte e stranezze varie, il jukebox, spesso ancora perfettamente funzionante, veniva distrutto. 
      Consumismo, si chiama. Ne sappiamo qualcosa anche noi, adesso….. 😁
      Comunque sia… fu nel 1940 che ebbe inizio la produzione di Jukebox  ad arco. Erano sempre stati squadrati, prima. Fu una grande idea, tant’è che i dieci anni successivi i jukebox prodotti avevano tutti, più meno, la stessa forma. 
      Non sarebbe completamente giusto però, scrivere “10 anni successivi”, perché negli anni della seconda guerra mondiale i vari Seeburg, Wurlitzer, Ami e Rock-Ola furono, più o meno, costretti a convertire i macchinari di produzione alla fabbricazione di materiale bellico.
      Così fu che  molti vecchi JukeBox che prima della guerra venivano distrutti perché “non più di moda”, durante la guerra venivano dismessi in grandi magazzini. Così si potevano recuperare dei pezzi di ricambio; 



      Un pezzo unico, una meccanica unica, fu la svolta che fece di Wurlitzer il marchio leader. Cambiava la carrozzeria, ma la meccanica restava pressoché uguale.
      In pratica… si teneva il mobile originale, ma si cambiavano il design e le dimensioni esterne….. 
      I costi diminuirono e….così i locali più modaioli e lussuosi ebbero sempre dei jukebox nuovi, che però… erano sempre gli stessi,  a livello tecnico;  cambiava solo il mobile esterno nella sua veste estetica!
      Dopo la guerra 1939/1945, l’entusiasmo per i JukeBox cresceva in tal modo che era davvero difficile trovare un locale pubblico che non ne avesse uno.  

      Non si dipendeva più solo dai brani musicali proposte dalle radio, o, per i più fortunati, da qualche disco che si poteva avere in casa… coi vari Seeburg, Rock-Ola, Ami e Wurlitzer (e altri nomi…) se volevi ascoltare il brano preferito era sufficiente inserire una monetina e… l’ascolto era fatto  😜
      Ovviamente era anche un bel mercato per l’industria discografica… (a propò… qualcuno si ricorda del “FestivalBar” che si faceva, una volta all’anno, nell’Arena di Verona? La classifica finale si basava sulle selezioni effettuate da chi inseriva 100 lire <200 ?>  Chi si ricorda più, sic!)… 
      Io, nel mio piccolo, ho sempre dubitato che fosse un conteggio vero e non pilotato, ma questo è un altro discorso… 🙄


      IL nome JUKE BOX non si sa di preciso da dove venga… esistono più teorie, probabilmente tutte vere… Fatto sta che avere la possibilità di avere un mobile che riproduceva musica, e magari pure quella più popolare, non fu molto ben vista dai musicisti.
      Del resto… i musicisti suonavano per guadagnarsi da vivere, stavano sul palco, anche se improvvisato, nei bar, e suonavano… Vedersi sostituiti da una macchina “infernale come questa…. " significava dover cercare altri luoghi dove poter guadagnare suonando… oppure… erano costretti a cambiare lavoro o diventare musicista da strada…  (rubare il lavoro lo si può fare/interpretare in molti modi…..) .


       

      Dite la verità, qui, forse, siamo tutti audiofili… sì, ma anche un po’ nostalgici… (o no???)
      Chi di noi non avrebbe voglia, entrando in un bar, di inserire una moneta nella fessura, selezionare qualche brano e ascoltare quel suono di “poca fedeltà” ma molto fascino?
      Chissà… magari nel bar si trovano delle ragazze  e voi potreste invitarle a ballare…  roba d’altri tempi? be', sì… certo. Ma … a voi non piacerebbe averne uno, in casa? 
      Se vi interessa (e se avete lo spazio necessario…) cercate sul web… troverete molti JukeBox usati/garantiti/originali in vendita… non costano poco, OK, … ma… volete mettere?

      PS… avevo scritto queste righe più di un mese fa, per poi dimenticarmene (…) l’altro giorno sono andato al museo “Nicolis” di Villafranca Veronese, e lì ci sono esposti 4/5 jukebox originali, (e anche... udite udite, qualche organo da strada di cui parlavo tempo fa...) molto belli. 
      E … mi è venuto voglia di riaprire  queste righe…
       

      Vedo di inserire qualche foto, grazie per la lettura

       

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      esistono delle belle letture sull'argomento, spesso hanno delle belle immagini.

      Molto di ciò che ho scritto l'ho preso da questo bellissimo libro. Ve lo consiglio... (contiene anche un CD di musiche del JukeBox_Time...)

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    2. Ben ritrovati, ad un nuovo appuntamento con i torrenti, le Trote, e le avventure di pesca.

       

      In questa nuova conversazione, vorrei illustrare per sommi capi, anche a chi ne è completamente digiuno, come si sviluppa la pesca alla Trota, che di norma presuppone due principali tecniche di esecuzione, una la cosiddetta pesca con artificiale, l’ altra invece quella con esca viva.

       

      La prima, conosciuta soprattutto per l’ uso del cosiddetto cucchiaino, prevede l’ utilizzo di un’ esca finta, formata da una paletta di metallo, a forma appunto di cucchiaino, paletta che è libera di ruotare su un asse formato da una sottile anima di acciaio, che ad un estremo ha un anellino che permette di fissare il rotante al filo di nylon, e sull’ altro lato, alla fine dell’ anima in acciaio, si trova un’ asola che tiene in posizione una piccola ancoretta, cioè tre ami fissati insieme e sfalsati a 120 gradi in modo da rendere l’ arpioncino sempre attivo nei confronti del pesce da qualsiasi angolo la aggredisca. La foto che segue, credo sia più chiara di qualsiasi spiegazione.

       

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      Come si vede qui sopra, i cucchiaini, così chiamati per la paletta che sembra un cucchiaio, sono i più utilizzati in torrenti, hanno forme, fogge, dimensioni variabili, come pure i colori e i disegni che compaiono sulla superficie del cucchiaino, alcuni li ho personalizzati io utilizzando i colori da modellismo, per fare delle diverse colorazioni o disegni che, ritenevo, potessero renderli più appetibili alle Trote, cosa che poi, statisticamente, non mi pare sia stata confermata . . . !!

       

      Pesca con artificiali 

       

      La tecnica di pesca con artificiale prevede il lancio del rotante, nella zona di interesse dello specchio d’ acqua, il suo recupero col mulinello a intervalli più o meno regolari, ma continuo, in modo che la paletta del cucchiaino in acqua giri a forma di vortice e attiri la curiosità e la voracità della trota, che inseguendo l’ esca finta e mordendola, rimanga agganciata  all’ ancoretta attaccata posteriormente.

      Sembra una tecnica crudele, invece è la forma di pesca meno aggressiva, preferita da chi non vuole trattenere il pesce, perché l’ abboccata così detta, ovvero l’ agganciarsi della trota all’ esca, è superficiale e solitamente, con molta attenzione, si può slamare, ovvero togliere l’ arpione dal labbro del pesce, senza provocare nessun danno fisico e produrre alcuna mutilazione.  

      E’ una tipologia di pesca molto pulita anche dal punto di vista del pescatore, che non maneggia esche vive, ovvero lombrichi, camole o altri animaletti, che comunque sporcano, deperiscono, e costringono a procurarseli per tempo, andando a raccoglierli o acquistandoli presso i negozi specializzati. Una variante consiste nell’ utilizzare artificiali con la forma di un pesce che, recuperando la lenza sotto la superficie, imitano il movimento natatorio di un pesciolino, e attirano così l’ attenzione della trota che vede sia una potenziale preda fonte di proteine nobili, che un intruso che invade il suo territorio, scatenando in questo modo la pronta reazione e l’ attacco, soprattutto di pesci di buona taglia. Molto valida in questo senso è l’ imitazione del pesce persico, che atavicamente scatena la reazione delle trote che lo vedono come un intruso nel proprio territorio di pertinenza, ovvero di caccia e di ambiente in cui vivere svolgendo le proprie attività.

      Qui sotto alcuni dei pesciolini finti , imitazioni molto veritiere, che vengono utilizzati per insidiare Trote di buone dimensioni, si tenga presente che questi pesci artificiali sono anche in grado di muoversi nell' acqua imitando il movimento del pesce vivo, ovvero guizzano e si muovono ondulando, cosa che può essere accentuata dal pescatore, sia muovendo la punta della canna lateralmente, sia variando la velocità di recupero con il mulinello. 

       

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      Quelli qui sopra in foto sono solo alcuni dei pesciolini ed esche artificiali che nei decenni ho utilizzato per la pesca, in torrente, e anche in lago, dove si potevano insidiare anche i cavedani, i Persici Trota, detti Boccaloni, e i Persici classici.

       

      Pesca con esche naturali

       

      La seconda forma di pesca alla trota si basa appunto sull’ utilizzo di esche vive, naturali, di cui i classici esempi sono il lombrico, la camola del miele o il gatoss, ed è la cosiddetta pesca alla tocca sul fondo, cioè attuata per mezzo di un finale di lenza composto, partendo dal tratto terminale del filo, da un amo con lombrico, camola del miele o altro insetto vivo, piombatura adeguata per permettere di lanciare ad una distanza di almeno 6-10 metri l’ esca e, non diffuso ma comodo, girella con moschettone che permette di attaccare e staccare facilmente la montatura così fatta dalla lenza principale, ovvero il filo che va alla canna e si avvolge nel mulinello.

      Il terminale citato, lungo solitamente dai 30 ai 45 centimetri, ha alcuni vantaggi rispetto al filo continuo, cioè senza l‘ interposizione del moschettone con girella, tra i quali il fatto che è molto veloce il cambio dello stesso, per esempio se si vuole montare un diverso finale di lenza con piombatura o amo differente, oppure se si impiglia e si strappa il filo sul fondo, cosa che in un torrente non è evento raro, di solito la rottura si ha sul nodo che aggancia il terminale al moschettone, preservando il resto della lenza, oppure per il cambio rapido da pesca ad esca viva a quella con artificiale, cioè da amo a cucchiaino o viceversa. C’ è però un aspetto negativo, ovvero  inserendo un elemento in più sulla lenza, ed un nodo ulteriore, si indebolisce la resistenza e l’ elasticità del filo, che può diventare cruciale se abboccasse un pesce importante, la trota attesa una vita intera.

      Nella pesca a tocca, il lancio dell’ esca si fa in corrente, sotto cascata, vicino a dove si pensa vi sia la tana e si lascia affondare il tutto senza recupero immediato, in modo che l’ esca si muova naturalmente seguendo la corrente, e il pesce possa vedere e saggiare il cibo attaccato all’ amo. Si mette poi in tensione il filo recuperando un poco di lenza con il mulinello, e si “sente” sul filo, fisicamente con la mano libera la presenza della trota che mangia, rappresentata tipicamente da colpetti più o meno energici che si propagano alla canna, poiché di solito il pesce mangia e contestualmente fa leggeri spostamenti del corpo, mantenendo la posizione in acque mosse, nuotando e compensando con piccoli movimenti laterali delle pinne. Qui sotto alcuni terminali già preparati, per non perdere tempo durante la battuta di pesca in torrente . . . 

       

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      La foto non rende molto, ma il concetto di fondo è che i finali hanno un' asola, si vede a destra, che si infila nella girelle e moschettone legata al nylon principale che entra nel mulinello, e che quindi si possono cambiare in funzione del peso che si usa, io di solito utilizzo due olivette abbastanza pesanti che permettono sia di lanciare agevolmente più lontano rimanendo nascosti, sia di far affondare subito in corrente l' esca. All' estremità di sinistra, dopo circa 30-40 centimetri di lenza, l' amo, in questo caso un amo corto per camole, scuro, per non riflettere la luce sotto il sole, e ritorto per ferrare meglio il pesce.

       

      Dal tipo di tocca che si avverte sulle dita della mano che stringe la lenza, un pescatore con esperienza capisce già di che mole è la Trota che sta assaggiando l’ esca, solitamente la trota piccola è vorace e molto disordinata nei colpetti e si muove molto nello spazio a sua disposizione, mentre la trota più matura mangia dando colpi secchi ma meno irruenti e spesso rimane in posizione immobile nel punto in cui ha abboccato, saggiando il cibo con molta calma prima di passare ad ingoiarlo.

      Durante la pesca alla tocca, c’ è la variante della Trota, di misura variabile che, presa in bocca l’ esca, punta decisa verso la sua tana, per abitudine o perché insidiata da rivali per il cibo, tana posta solitamente sotto una roccia, nei pressi della cascata, in un punto nascosto, dove si trova il suo rifugio abituale, per continuare a mangiare in sicurezza il cibo conquistato. A questo punto dell’ azione di pesca le cose possono ulteriormente complicarsi, perché una Trota in tana è sempre un’ incognita per il pescatore.

      In poche frazioni di secondo si deve decidere se lasciare che il pesce entri nel suo rifugio, affinché mangi con calma e si agganci quasi da solo all’ amo, o recuperare, dando il colpo di ferrata con la canna. Nella tana infatti gli spazi sono spesso angusti e il filo può incappare in punti taglienti delle rocce, per cui si rischia di tranciarlo, oppure si verificano situazioni in cui il pesce rimane saldamente bloccato nel suo rifugio, cosa che rende impossibile il tirarlo fuori dalla tana senza rischiare di strappare il filo o procurare dei danni al pesce stesso.

      Spesso conviene perciò ferrare quasi immediatamente, termine che indica il colpo con la canna a frusta all’ indietro subito dopo l’ abboccata del pesce e conseguente recupero del filo con il mulinello, per far si che l’ amo punga la trota e permetta al pescatore di trarla fuori dall’ acqua, anche se alte sono le probabilità che il pesce, non avendo ancora ingoiato il cibo e tenendolo nella parte anteriore della bocca, a filo di labbra, lo sputi e si liberi dall’ amo.

      Proprio perché l’ esca viene masticata e parzialmente ingerita dal pesce, questa tecnica di pesca è meno preservante per l’ integrità fisica della Trota, poiché l’ amo può ferire il pesce, rendendo più complessa la slamatura, o liberazione del pesce dall’ amo, senza il rischio di ledere qualche parte dell’ apparato boccale dello stesso. Risulta così che la tecnica con l’ esca viva, sia la meno adatta a fare una pesca sportiva di cattura e rilascio, perché più difficile risulta liberare il pesce dall’ amo e rimetterlo in acqua indenne. Proprio per limitare questi potenziali danni, di solito si tende ad utilizzare ami di generose dimensioni, in modo che le piccole trote non possano neppure ingoiarli, mentre le più grosse, con ami di grandi dimensioni, sono punte sul labbro e facilmente liberabili, seguendo alcune semplici precauzioni. Tra queste, bagnarsi bene le mani per non intaccare il film lipidico che ricopre la superficie del corpo del pesce, la trota infatti non ha scaglie, come molti altri pesci, la sua forma altamente idrodinamica si basa proprio sulla pelle nuda, che oppone minore resistenza al movimento in acqua, ed è però ricoperta da una mucillagine che protegge il pesce dagli attacchi di parassiti e di altri microorganismi, garantendo al contempo una buona aerodinamica corporea.

      Il pesce va maneggiato con attenzione e delicatezza, senza esercitare pressioni sul suo corpo, basta tenerlo immobilizzato per permettere di togliere l’ amo o l’ ancoretta dalle labbra, operazione in alcuni casi più complicata se l’ amo si è agganciato nel palato o se più di uno dei bracci dell’ ancoretta si sono conficcati nella bocca della trota. Una volta sganciata e libera, la trota va inserita in acqua, possibilmente muovendola delicatamente per permettere alle branchie di ossigenarsi nuovamente, tenendola per la coda, in acque correnti ma non eccessivamente veloci, in modo che riprenda conoscenza e sia lei a muoversi lasciando la mano del pescatore, che la regge. Tutti questi piccoli accorgimenti riescono a limitare al minimo la sofferenza e i disagi del pesce, che viene, per qualche secondo, tolto dal suo ambiente naturale e costretto ad andare un poco in debito di ossigeno, ma se si è attenti e rapidi, la trota ritorna nel suo ambiente liquido senza portarsi dietro nessuna menomazione o trauma, se non un’ esperienza che gli servirà per essere più guardinga e attenta, facendole guadagnare opportunità di sopravvivenza ad un ulteriore passaggio di un pescatore che tenterà di insidiarla.

       

      Differenza sostanziale tra le due tecniche, con artificiale e con esca viva, sono anche i tempi di reazione e le modalità di abboccata del pesce. Nel primo caso il cucchiaino transita velocemente nell’ acqua, per il recupero molto rapido della lenza fatto girando con continuità il mulinello, che aumenta ancora se si lancia in acque correnti e in rapida discesa a valle. Qui la trota ha pochi istanti per reagire, se si riesce a solleticarne la voracità e la curiosità spesso l’ attacco è immediato, addirittura con l’ artificiale in volo sopra lo specchio d’ acqua, e da qui inizia la sfida tra il pesce, che cerca di liberarsi dalla presa, e il pescatore che vuole spiaggiarlo fuor d’ acqua. La trota tenta di liberarsi dal cucchiaino dimenandosi in acqua, saltando fuori dalla superficie del torrente, dove il filo non è più sostenuto dal liquido e permette al pesce di sganciarsi più facilmente, ed anche, comportamento più tipico delle trote di una certa mole, venendo velocemente incontro al pescatore e quindi allentando la tensione della lenza e favorendo così la probabilità di sganciarsi dell’ ancoretta dalla bocca. Altra variabile nel recupero è data dalle posizioni spesso precarie in cui ci si trova a lottare con la trota, cioè in acque vorticose, in difficile equilibrio, nascosti dietro ad una roccia, oppure in posizione elevata rispetto all’ acqua e dovendo sollevare il pesce in aria, quindi senza sostegno del liquido, questo diventa immediatamente più pesante e in grado di divincolarsi in modo più disordinato.

      Nel caso di pesca con l’ esca viva, questa viene lanciata e fatta scendere verso il fondo, portata a spasso dalla corrente e mossa con piccoli recuperi dal pescatore, rimanendo più tempo a disposizione dei pesci ma è meno visibile di un oggetto in veloce movimento e luccicante, per cui risulta essere più una pesca di attesa e intercettazione del pesce che di sorpresa. Inoltre, una volta ghermito il boccone, il pesce assaggia e mastica il cibo, con tempi più lenti, spesso con cautela, tanto più la trota è grossa, e quindi bisogna attendere il giusto momento prima di ferrare, scelta spesso aleatoria e dettata dall’ esperienza e dalla sensazione che la trota mangi più o meno voracemente, pena il rischio di togliere letteralmente di bocca al pesce il ghiotto boccone.

      Buona parte delle abboccate, sia all’ esca finta che al vivo, vanno a vuoto, nel senso che il pesce sputa prima della ferrata, perché sente per esempio la punta dell’ amo pungerlo, oppure non aggancia il cucchiaino o si sgancia durante il recupero. Qualche volta beffa il pescatore anche se è stato spiaggiato, tale è la reattività, il saltare disordinato, il dimenarsi puntando per istinto sempre e immancabilmente tra l’ altro, in direzione dell’ acqua, unito al fatto di avere la superficie del corpo molto viscida che favorisce il nuoto, da lasciare di stucco il pescatore che è convinto di averla ormai in pugno. Non si contano le situazioni nelle quali mi è capitato di rimanere basito osservando il guizzo finale di una trota, considerata oramai catturata, che recupera il suo ambiente senza dare la possibilità di fare più nulla, lasciando con il rammarico di non essere stato più rapido, perché anche avventandosi sul pesce con le mani, pure in pochi centimetri d’ acqua la trota diventa inafferrabile e di nuovo padrona incontrastata della situazione, capace di dileguarsi in un attimo !.

      Esiste un altro approccio, molto tecnico, di pesca alla trota, è rappresentato dalla pesca a mosca, ovvero una pesca eseguita lanciando a notevole distanza, anche 12-15 metri, una lenza cosiddetta a coda di topo, che si proietta ed estende proprio per la sua conformazione e peso, alla punta della quale viene legata una moschina artificiale, costruita per imitare le piccole efemere ed altri insetti volanti, del peso di un paio di grammi. Il pescatore, eseguendo un movimento a frusta, con una canna e un mulinello speciali, distende muovendo la canna avanti ed indietro, la lenza fino a posarla sul pelo dell‘ acqua, dove attira le Trote che attaccano la riproduzione dell’ insetto che cela un amo.

      E’ una variante di pesca molto tecnica, ma richiede oltre ad un allenamento ed una pratica notevoli, anche il corretto spazio per poter muovere una lenza avanti ed indietro, in aria, senza che questa si impigli in rami, fronde o altro e per la morfologia dei torrenti che frequento è una tecnica di pesca che non è praticabile con successo. Oltre a quelle elencate, che sono le principali, esistono non solo altre tecniche e tipologie di pesca, legate anche alle caratteristiche differenti di torrenti, luoghi di pesca, ambienti, ma anche di quelle sopra citate vi sono innumerevoli varianti, spesso anche messe a punto da singoli pescatori, con modifiche delle esche artificiali, uso di galleggianti, utilizzo di canne molto lunghe e di attrezzature differenti da quanto io ho menzionato e delle quali, nello specifico delle mie esperienze, più avanti racconterò nel dettaglio di alcune di esse.  

      Le numerose varianti tecniche, frutto anche delle tradizioni locali, sono una prova ulteriore di uno sport molto variegato, che rappresenta una ricchezza sia per la passione in sé che per l’ importanza del tramandarsi di nozioni, metodi di pesca spesso profondamente differenti, comunque fonti di cultura, vitalità, diversificazione e diffusione di questo sport antico, o come vogliamo definirlo, passione, od anche hobby, che ci permette di passare del tempo immersi nella natura.

       

      Alla prossima puntata 

       

      saluti , Dario 

       

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      Le cartoline di oggi vi parlano di un lago affascinante, di un ottimo pranzetto, di un’antica leggenda, di un’isola incantevole, e di un percorso mistico.

      Orta, che sorge sulle rive del lago omonimo, è classificato tra i 100 borghi più belli d’Italia. Il lago si è formato dal ghiacciaio del Sempione ed è separato dal lago Maggiore dalla cima del Mottarone. Siamo in Piemonte, nella provincia di Novara. Sono tante le camminate e le attività che si possono fare attorno a questo piccolo specchio d’acqua circondato da una vegetazione lussureggiante e cangiante a seconda della stagione. Gozzano, ad esempio, offre piccole spiagge attrezzate e, nei dintorni, scuole di vela e circoli di canottaggio. Orta, invece, propone soprattutto passeggiate spettacolari e, tra queste, quella al Sacro Monte attraverso una via costellata da 20 cappelle affrescate, dedicate a episodi della vita di San Francesco.

      Arrivando alla minuscola cittadina, si è attratti da una strana costruzione in stile moresco che svetta e domina il lago: si tratta di Villa Pia Crespi, costruita nel 1879, su incarico di un ricco imprenditore tessile, indigeno, che voleva farne dono alla diletta moglie, Pia. Del progetto si occupò uno dei più famosi architetti dell’epoca, Angelo Colla, e, soprattutto nel periodo tra le due guerre, ospitò, oltre al re Umberto I, molte personalità di spicco in ambito letterario e religioso. Ceduta successivamente, finì per diventare un hotel negli anni ‘80. Oggi è reputata una sorta di tempio per i gourmet poichè il suo ristorante è diretto dallo chef Antonino Cannavacciuolo. La Villa è molto bella, ha interni stupendi e preziosi, un magnifico giardino e una bella piscina ma, personalmente, non mi sembra in armonia con il contesto: la maestosità silenziosa e raccolta del panorama lacustre era già perfetta e, a mio avviso, non necessitava di “intrusi”.

      Lasciata l’auto in uno dei parcheggi posti fuori dal borgo, si scende verso il lago attraverso un dedalo di vicoli molto suggestivi, ricchi di affreschi, antichi lavatoi, balconi fioriti, ristorantini e negozietti, fino ad arrivare alla piazza Motta, dove si trova il centro del paese e il piccolo imbarcadero. Da notare il palazzetto detto il Broletto, datato 1572.

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      IL BROLETTO

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      La chiesa parrocchiale di Santa Maria Assunta

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      Le specialità della valle sono tante ma i formaggi sono il top. 

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      E’ ora di pranzo e, prima di imbarcarci per l’isola, anche noi ci sediamo in un ammiccante e già sperimentato ristorante proprio a bordo acqua, di fronte all’imbarcadero e all'isola.

      Ecco il nostro goloso menu:

      Sformatino di patata e porro, fonduta al maccagno 

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      Gnocchi di segale, grasso di Formazza, pistilli di zafferano e pancetta nostrana 

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      Sottofiletto di manzo, scalogno confit e salsa al marsala

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      Crema bruciata alla nocciola IGP del Piemonte 

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      Caffè e piccola pasticceria della casa

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      Tutto ottimo!  😋

       

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      E ora parliamo della leggenda che ha dato il nome all'isola e del miracolo di San Giulio e anche dei mostri...

      Giulio e Giuliano erano due fratelli religiosi, che, nel IV secolo, sotto l'imperatore Teodosio, si misero in viaggio con l'obiettivo di convertire i pagani e di fondare 100 chiese. Lungo era stato il cammino e anche faticoso ma la loro fede li aveva sempre aiutati a superare i pericoli e le avversità incontrate ed erano quasi alla fine della loro missione dopo aver fondato ben 99 chiese quando giunsero alle rive del lago! Giulio era anche un esorcista e, decise che la centesima l’avrebbe fondata proprio su quell’isola “maledetta”!  Si diceva infatti che l’isola fosse infestata da draghi e serpenti feroci che si cibavano, in un solo boccone, di capre selvatiche, di buoi e anche di quei malcapitati che, in barca, osavano avvicinarsi.

      I barcaioli infatti si limitavano a pescare poco distanti dalla riva e lontano dall’isola ma raccontavano di avvistamenti spaventosi e descrivevano i mostri arricchendoli con particolari agghiaccianti. Nessuno mai si sarebbe arrischiato a trasportare i due monaci, anzi, gli abitanti tutti li supplicarono di lasciar perdere e di abbandonare quella idea così folle. Giulio non si lasciò convincere e, inginocchiatosi sulla riva, iniziò a pregare chiedendo l’aiuto del Signore. E avvenne il miracolo!  Il suo mantello si trasformò magicamente in una sorta di barca  resistente alle onde create dai draghi e lo portò sano e salvo sull’isola dove, non solo sconfisse le forze del male ma riuscì anche,con l'aiuto di tutti i borghigiani, sedotti e convertiti dal miracolo, a fondare la sua centesima chiesa!!  Ora nella sacristia della chiesa è conservato un lungo osso, forse una vertebra, del drago ucciso dal Santo che, a sua volta, è sepolto nella cripta sottostante.

      Sì, ho raccontato una bella fiaba che, di vero, pare abbia solo qualche radice:in realtà, forse, sull’isola abitavano dei pagani irriducibili e crudeli. Per quanto riguarda l’osso pare, invece, sia un fossile di una balenottera spiaggiatasi e defunta in epoca glaciale! Sotto la chiesa, poi, si sono trovati anche i resti di un’altra chiesa costruita in epoca precedente. 

      Da segnalare, comunque, che ancora oggi, alcuni barcaioli sostengono di avvistare, a volte, degli strani mostri, simili a coccodrilli che sbucano dall’acqua e, con fare aggressivo, li spaventano. Insomma, anche in Piemonte abbiamo il nostro Lochness!!  😱  😂

       

      Adesso torniamo seri, abbandoniamo le fantasie e imbarchiamoci alla volta dell’isola.

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      San Giulio domina dall'alto del Palazzo Vescovile

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      Già dal lago, mentre ci avviciniamo,  ci rendiamo conto di quanto possa essere bella, romantica e ricca di fascino:

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      L’isola, molto piccola, detta anche isola del Silenzio, ha soltanto una via perimetrale dotata di una particolarità: se si intraprende il cammino in un verso si percorre la via del silenzio, se ci si incammina nell'altro senso, la via della meditazione. In certi periodi, lungo la via, si possono leggere dei cartelli fronte/retro, multilingue, con frasi diverse scritte a seconda del percorso: questi pensieri sono quelli di una badessa, Madre Anna Maria Canopi.

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      Lungo la via si incontra anche una passerella celata che serve alle suore di clausura per accedere direttamente dal convento alla chiesa senza passare dalla stradina pubblica.

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      La popolazione dell'isola non arriva a 100 abitanti, di questi, almeno 70, sono suore di clausura benedettine dedite allo studio di testi sacri, alla preghiera e alla meditazione.

      Non si può non restare immersi in questa atmosfera così tranquilla e serena e neppure non riflettere su quanto si legge camminando, istintivamente, a passo lento e con rispetto.

      Ed ecco l'interno della basilica di san Giulio che ha il fronte direttamente sul lago: è ricca di dipinti di epoche diverse ed è impreziosita dall'ambone in serpentino d'Oira, una pietra verde estratta nella zona.

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      Una cosa è certa, anche se non si tratta di un miracolo, dopo questa passeggiata, tornando a casa, ci si sente davvero più sereni, leggeri e rilassati! 😉

       

       

       

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Melius Club: la nuova casa di Videohifi.com
Melius Club è il ritrovo dei cultori di tutte le passioni sospese tra arte e tecnica, appassionati sempre alla ricerca del miglioramento. Melius Club è l'esclusivo spazio web dove coltivare la propria passione, condividere informazioni, raccontare esperienze, valutare prodotti e soluzioni col supporto attivo della comunità degli appassionati.

Riproduzione audio e video, fotografia, musica, dischi, concerti, cinema, teatro, collezionismo e restauro di preziose apparecchiature vintage: qui su Melius hanno spazio tutte le passioni.

 

 

Il servizio web Melius.Club viene offerto al pubblico da Kunigoo S.R.L., start-up innovativa attiva nel settore Internet of content and knowledge, con sede legale e operativa nell’Incubatore certificato Campania NewSteel in Napoli via Coroglio 57/d e codice fiscale 07710391215.

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