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    Bebo
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    McIntosh MA6500 & Audio Research VSi55

    Di Bebo Moroni

     

    Il fascino travolgente dell'integrazione

    Il concetto di amplificatore integrato è un concetto molto europeo. L'industria americana (ed il pubblico statunitense), con molta praticità, gli hanno sempre preferito quello di sintoamplificatore (cioè un integrato "apri e suona" grazie al sintonizzatore radio incorporato), concetto questo, invece, assolutamente indigesto, sino alla comparsa dell'home theater, al pubblico europeo. 
    Tanto più mal digerito il concetto di ampli integrato, quantopiù riferito ad un oggetto che dovesse avere caratteristiche audiofile. Ma anche in questo caso il parallelismo con l'oggetto sintoampli, fino ad un certo periodo, funziona, essendo stati per molti anni entrambi gli oggetti espressione di un orientamento popolare e a larga diffusione dell'industria del settore, che preferiva destinare al pubblico più "colto", le coppie pre-finale. Il ragionamento aveva, sino a più di qualche anno fa una sua ragion d'essere: le dimensioni dei componenti, la scarsa possibilità di isolare efficacemente le due sezioni, la necessità che queste avessero una serie di elementi (fondamentali) in comune, a partire dall'alimentazione, l'imponenza delle sezioni amplificatrici di una certa importanza, rendevano praticamente obbligatoria la separazione in due telai delle elettroniche di amplificazione più raffinate. Oggi come oggi, con la miniaturizzazione dei componenti, l'efficacia dei dispositivi meccanici di raffreddamento, gli studi decisamente più avanzati sulle sezioni di alimentazione, la possibilità di isolare se non totalmente quasi, le linee dei percorsi di alimentazione e di segnale, l'amplificatore integrato, quando progettato e costruito come Dio comanda, non ha più nulla - se non la flessibilità data dal poter decidere differenti accoppiamenti- da invidiare alle amplificazioni a due telai. In compenso gode di una praticità che non è evidentemente possibile alle amplificazioni in due telai. Insomma un ampli integrato di buona scuola può tranquillamente rappresentare una validissima alternativa ai due o più telai, anche senza ragionare in termini strettamente economici. 
    Certo c'è n'è voluta un po', per far digerire il suddetto concetto ai grandi marchi statunitensi. Ricordo le lunghissime discussioni a questo proposito con Newton Chanin, titolare della Adcom ( "il pubblico americano non ama gli ampli integrati e l'Europa non ha una richiesta adeguata di ampli integrati di buona qualità, dunque mettere in produzione un "two in one" sarebbe anti-economico, finirebbe per costare al pubblico poco meno di una coppia pre/finale"). Poi la Adcom cedette -fu tra le prime- e presentò il suo ampli integrato. A breve l'avrebbero seguita praticamente tutti i grandi marchi hi-end, da buona ultima (ma con qualche ragione) la Audio Research.
    McIntosh, al contrario, ha presentato amplificatori integrati sin dai primi anni '60. Dall'introduzione dell'MA 5100 in poi, almeno uno in catalogo c'è n'è sempre stato, ed almeno uno di questi, l'MA 6100 viene considerato tra i grandi "classici" del marchio. Dobbiamo ricordare a questo proposito che, a differenza degli altri marchi nobili statunitensi, la cui affermazione internazionale è più recente, "Mac" ha sempre avuto una presenza estremamente significativa nei mercati europei ed asiatici (come d'altra parte il marchio storicamente "avversario" Marantz, ma la storia in questo caso è più complessa, perché la grande produzione di amplificatori integrati di quest'ultimo coincide con l'acquisto del marchio da parte di un'industria giapponese).

     

     

    McIntosh MA 6500

    Alla fine degli anni '80, lo storico marchio di Bighamton, NY, che pure aveva mantenuto un'eccellente presenza in un mercato dove l'hi-end, anche quella più estrema, era imperante e dove la sua concezione "classica" o, se preferite "conservative", era continuamente sotto accusa, decise che era ora di scrollarsi di dosso un po' di arcana finesse e di mostrare un po' di muscoli. Muscoli celati dietro il solito elegantissimo smoking, certo, ma pur sempre muscoli, a dimostrazione che se il problema era problema di fitness, be', anche gli ingegneri dei mitici "Labs" conoscevano l'indirizzo della palestra. La presentazione del finale di potenza Mc 7270 fu una sorta di uragano che si scagliò sull'ormai consolidato "high-end system". Un Mac che non solo suonava benissimo, ma che in quanto a dinamica, a corrente, a capacità di pilotaggio ne dava a destra e a manca, senza minimamente preoccuparsi di chi fossero i contendenti e permettendosi, ove non bastasse, di mantenere intatta l'eleganza antica e forse eterna della sua veste: pannello in cristallo nero con manopole cromate sulla fascia esterna, scritte retroilluminate in verde prato e i magnifici occhioni blu a campeggiare sul tutto. Rotta la tregua ed incassate le- sino allora assolutamente improbabili- recensioni entusiastiche di "Stereophile" della "Nouvelle Revue du Son e anche, se m'è concessa l'autocitazione, del sottoscritto (Audio Review) la rivoluzione era compiuta, ed indietro non si sarebbe più tornati. Ecco dunque che un mercato che aveva relegato il grande e potente marchio ad una sorta di comparsa per bostoniani snob o per ricchi appassionati in scarsa vena di combattere con ronzii, fruscii e problemi di assistenza, dovette organizzarsi per rintuzzare (ove vi fosse riuscito) gli attacchi della Rolls che aveva montato i motori dell'Aston Martin.
    Il 7270 era una vera e propria dichiarazione di guerra in elegante stile del New England ("mi scusi signore, intende battersi? Un attimo che piego la giacca"). Dopo il 7270 vennero i pre della nuova generazione, finali di potenza sempre più raffinati e grintosi, e vennero anche i nuovi amplificatori integrati,l'MA 6800 ed il suo fratellino minore MA 6400. Una coppia che s'è riproposta con leggere modifiche, successivamente, aggiungendo un 50 alle due cifre iniziali e che, aggiornandosi sostanziosamente è ora presente in catalogo con le sigle MA 6500 e MA 6900.

     

    L'MA 6500 è un amplificatore integrato di generose dimensioni (e di ancor più generoso peso 33.8 Kg, circa il doppio del peso dell'Audio Research che abbiamo contemporaneamente in prova) di concezione decisamente non minimalista ( Sei ingressi, compreso un Phono MM commutabile in Alto Livello mediante un selettore sul pannello posteriore, una coppia di uscite pre-out, una di uscite tape, un ingresso per amplificatore finale interno, controlli di tono, loudness regolabile, data ports per ciascun ingresso, uscita controller per inviare segnali di accensione ad altre apparecchiature esterne, ingresso sensore remoto per il collegamento ad un tastierino di controllo o a un sensore IR esterno, uscite per due coppie di diffusori, circuito Mc Intosh Power Guard per prevenire eventuali - ma improbabili- condizioni di sovra pilotaggio, protezioni termiche e a controllo computerizzato sugli stadi d'uscita etc. etc.) che incorpora, oltre ad una sezione preamplificatrice di caratteristiche avanzate, una sezione finale completamente dual mono capace di erogare 120 watt continui minimi su 8 ohm e ben 200 su 4 ohm, con distorsioni irrilevanti anche alla massima potenza ( 0,005% THD dichiarata). Il peso, veramente notevole per un amplificatore integrato in quest'ordine di potenza, è dato in sostanziosa parte, dalla generosissima sezione di trasformazione e da una sezione di alimentazione di qualità assolutamente ragguardevole.
    Rispetto ai suoi predecessori, la costruzione e la veste esterna sono drasticamente migliorate, assimilando ora quelle del modello di punta,l'MA 6900: il pannello frontale è in cristallo, i Vu-Meter hanno preso una dimensione decisamente più vicina a quella storicamente riscontrabile sui finali di potenza. Sono sparite alcune piccole "nefandezze" che erano state l'unico motivo di reale perplessità nel mio rapporto con l'MA 6800, che per lungo tempo ha costituito per me il riferimento tra gli integrati e non solo, come la lettura digitale del livello del volume al centro del pannello frontale. E' ricomparso - gloria al Signore- l'ingresso phono (sparito dai modelli xx50) e non manca l'uscita cuffia, uscita che d'altra parte rappresenta forse l'unico passo falso di questa splendida architettura: inspiegabilmente, su un oggetto di questo pregio e di questa promessa di prestazioni, è un'uscita mini-jack!

     

     

    Avendo posseduto sia l'MA 6800 che l'MA 6850 (ed anche gli MA 6100 e 6200 ma si tratta di tutt'altro suono) ed avendo avuto modo di testare, seppur per cause indipendenti dalla mia volontà e da quella del distributore, sin troppo frettolosamente l'MA 6400, ho un'idea piuttosto precisa del suono degli integrati Mac di "nuova generazione". Ho adorato il suono caldo e insieme muscolare degli MA 6800 e 6850, e trovato piacevolissimo quello dell'MA 6400. Più precisamente, per molto tempo ho pensato che il suono dell'MA 6800 (quello del 6850 era sostanzialmente identico, qualche lieve differenza di colore timbrico in gamma medioacuta e poco altro) rappresentasse uno dei vertici assoluti raggiungibili da un integrato a stato solido di alta potenza. 
    Ma la McIntosh dell'era IV ( era I produzione valvolare monofonica, Era II stereofonia valvolare, era III transistorizzazione e veste estetica definitiva) non finisce mai di stupire: onestamente l'MA 6500 ha ben poco a che spartire con il pur ottimo MA 6400, rispetto a questo è sostanzialmente un amplificatore di un altro pianeta, in termini di sostanziosità ed estensione del basso, di compattezza e liquidità della gamma media, di raffinatezza di quella più acuta e, direi soprattutto, di autorevolezza dinamica. Ma rappresenta anche un ulteriore, netto, passo in avanti rispetto agli splendidi 6800 e 6850 (la mia curiosità di ascoltare l'MA 6900 è, a questo punto, alle stelle) di cui mantiene l'impostazione sonora di base: timbrica calda, forti accenti di velluto sulle medie frequenze (è molto difficile, anche con incisioni mediocri, che le voci appaiano troppo "sparate" o le sezioni di archi penetranti), grande concretezza scenica, con un'immagine ampia e fortemente tridimensionale all'interno della quale gli elementi dominano lo spazio con il loro scolpito deciso ma tondeggiante. A tutto ciò, l'MA 6500 aggiunge una dimensione, quella dell'ariosità, della "leggerezza", dell'etereità, che - assenza volentieri perdonata- mancava ai due integrati della precedente serie. Assenza, dicevo, volentieri perdonata, ma presenza, ora che lla constatiamo, entusiasticamente accolta. La gamma acuta dell'MA 6500 si distingue immediatamente per raffinatezza ed estensione, conferendo al suono McIntosh una leggera, piacevolissima "increspatura" che rende ancor più realistica, godibile e, se vogliamo usare questo termine, moderna, la sua riproduzione. 
    Che si tratti di una gamma alta raffinatissima lo evinco molto facilmente, facendo suonare l'MA 6500 con un diffusore in realtà ostico come il Tannoy Berkley, tanto più nella mia versione ricablata e dotata di supertweeter Tannoy ST 50: un sistema di altoparlanti, così configurato, superbo, ma sensibilissimo alla qualità dell'amplificatore, a cui, se qualcosa può perdonare in gamma media (grazie alla docilità, da questo punto di vista, dello splendido componente coassiale HPD 385 Gold), nulla impietosamente concede in gamma bassa e in gamma acuta. I supertweeter, che svolgono un servizio oramai per me irrinunciabile, per loro natura tendono ad evidenziare ulteriormente gli eventuali difetti delle elettroniche che loro inviano il segnale.
    Ebbene l'MA 6500 molto raramente mi ha fatto rimpiangere le valvole del mio Citation II e la trasparenza del pre Bryston BP 25, dimostrandosi sostanzialmente un fuoriclasse del suono tra gli amplificatori integrati odierni.
    La gamma bassa è estesa ben oltre le possibilità pratiche di qualsiasi diffusore e gode di un autorevolezza particolare. Particolare perché siamo ormai abituati alla maestosità della gamma bassa dei "nuovi" McIntosh, ma la scelta di applicare a questo integrato un fattore di smorzamento non pazzesco, ma comunque significativo (120 su 4 ohm, 230 su 8 ohm) contravvenendo ad una antica regola non scritta della casa, l'ha resa ancor più immanente e l'ha dotata di una frenatura (senza eccedere) che in moltissimi casi si rivela provvidenziale e che contribuisce non poco alla sensazione generale di amplissima dinamica.
    Contrasto e microcontrasto sono risolti come mai era avvenuto su un integrato Mac: in maniera deliziosa sì, ma anche di una precisione mozzafiato. Non solo, dunque, l'MA 6500 è di estrema piacevolezza nel suo non strillare la musica, bensì nel porgerla con eleganza e con calore, ma riesce anche ad essere di una trasparenza davvero encomiabile, non cedendo mai alla tentazione della radiografia, bensì eliminando, con la massima grazia, velo per velo tutti gli ostacoli tra l'ascoltatore e la naturalità dell'evento musicale riprodotto.
    Una corazzata che suona tanto bene è (o dovrebbe essere) il sogno di qualsiasi audiofilo civilizzato. Il prezzo è naturalmente alto, ma riesce, sempre secondo sanissa tradizione McIntosh a non essere esagerato, e a rimanere addirittura fortemente competitivo con realizzazioni analoghe per potenza e prestazioni assolute, ma niente affatto assimilabili per eleganza ed affidabilità nel tempo. E questo sottacendo, per non esagerare, dell'investimento concreto che qualsiasi prodotto McIntosh, e solo McIntosh, rappresenta.

     

     

    Audio Research Vs55i

    Audio Research è un nome che evoca in qualsiasi appassionato una gamma di sentimenti che vanno dall'ammirazione, al rispetto, al desiderio smodato. La casa di Minneapolis rappresenta ormai da quasi mezzo secolo il punto di riferimento, direi universalmente riconosciuto, per quanto concerne le elettroniche (e non solo) high-end. 
    L'approccio di ARC all'amplificatore integrato è presto detto: abbiamo progettato un ottimo finale di potenza, di prezzo "accessibile". Bene, aggiungiamogli un altrettanto ottima sezione preamplificatrice, senza troppe complicazioni, ed abbiamo il nostro amplificatore integrato a tubi. Detto fatto, ecco il VSi55 , versione dotata di sezione preamplificatrice del finale di potenza VS55. Il discorso vi sembra semplicistico? No, è molto concreto, e, come vedremo, estremamente efficace.

     

    Per chi ha già avuto modo di osservare il VS55, la versione "i" apparirà molto familiare. In effetti l'integrato utilizza il medesimo telaio, l'unica "divergenza" visuale tra i due oggetti è rappresenta dal pannellino frontale, nero, su cui sono disposti, a sinistra, i Led di segnalazione (mute e operativo) e quelli che segnalano il livello del volume (20 Led per un volume che si "muove" su 70 passi, questa scelta mi ha lasciato un po' perplesso, ma non è minimamente fondamentale all'atto pratico) e a destra i sei tasti rettangolari che consentono di operare sul preamplificatore direttamente dall'apparecchio (le funzioni sono replicate sul piccolo e funzionale telecomando). 
    Dovendo progettare un integrato competitivo nel prezzo, partendo dalla base di un signor finale di potenza, la parte funzionale della sezione di controllo è stata mantenuta entro criteri di sobrietà. Così l'assenza di un potenziometro di volume - sostituito da due tastini come avviene normalmente sui telecomandi- ed il fatto che non si possa accedere direttamente all'ingresso desiderato, ma si debba "navigare" attraverso i cinque ingressi disponibili mediante un altro switch, così come il fatto che le possibilità operative si limitino, oltre a quelle già descritte, alla possibilità di commutare in mono l'uscita dell'ampli e a poter inserire il circuto di "mute", se ad un primo approccio sembreranno, se non altro, "ardite" per gli appassionati del marchio, risulteranno alla fine dei giochi, estremamente funzionali all'obiettivo che la casa s'era prefissata di raggiungere. D'altra parte sia i tasti che i microprocessori ai quali questi sono asserviti, sono i medesimi di un preamplificatore di alta classe quale il nuovo SP 16 (sul quale l'Audio Research, a riprova di una tendenza ormai inarrestabile, ripropone uno stadio Phono di alta qualità). Lo stadio pre del VSi55 è unicamente linea, chi intenda impiegare (farebbe bene ad intenderlo) un giradischi con il VSi55 , dovrà munirsi di uno stadio phono esterno.
    Ma questa, in soldoni, è l'essenza reale di questo apparecchio: un finale di potenza di alta qualità, "pret a sonner" per chi non se la senta di affrontare la spesa di una coppia pre-finale di questo livello, che può tornare ad essere un finale di potenza, accompagnato da un preamplificatore separato adeguato, una volta che il suo possessore possa o voglia decidere di farlo tornare alla sua condizione originale. E' un'interpretazione tutt'altro che minimalista, bensì affatto pratica del concetto di "amplificatore integrato".
    Vista la spartanità delle scelte sin'ora descritte, risulta una graditissima raffinatezza l'uscita Sub (1V) che somma i canali di preamplificazione in mono, un'attenzione non trascurabile destinata agli ormai molti possessori di minidiffusori di qualità con subwoofer attivo, o che vogliano così completare il loro sistema di altoparlanti. L'uscita è a gamma intera, dunque andrà filtrata mediante il crossover interno del sub.


    La domanda che ci si pone, osservando un apparecchio di tal fatta, è se sia ancora possibile, in tema di circuitazioni valvolari, progettare qualcosa di originale. be', la domanda è impegnativa e potrebbe avere mille risposte, tutte in contraddizione tra di loro, ma sta di fatto che Audio Research è riuscita a fare qualcosa di nuovo anche da questo punto di vista. La casa definisce la circuitazione del VSi55 come "Classe AB1 arricchita", e l'arricchimento è dato dalla corrente di riposo, decisamente più alta di quanto non avvenga con le convenzionali circuitazioni in Classe AB: il bias delle quattro valvole 6550 di amplificazione, è impostato a 65mA, un valore decisamente alto. Date queste premesse, non è presente un circuito di "standby" con pre-riscaldamento dei filamenti dei tubi, e la casa sconsiglia di tenere l'ampli costantemente acceso, come si fa il più delle volte con i valvolari. La durata dichiarata dei tubi, con il suddetto valore di corrente di riposo, è di 2000 ore, e chi sa quale sia il costo di un quartetto di 6550 (accoppiate-in questo caso- parzialmente a catodo) ben si rende conto di come questo tempo apparentemente infinito, voli via assai rapidamente. Ancora la casa consiglia, dunque, di pre-riscaldare per un'oretta l'ampli onde ottenere i migliori risultati di cui è capace.
    La sezione d'ingresso circuitata in classe A, e quella driver, impiegano tre tubi SN1P (con alimentazione di riscaldamento regolata in continua). Essendo passiva la circuitazione di controllo, la circuitazione attiva beneficia di un incremento di guadagno, rispetto al finale VT 100, di 7 dB. Un sistema semplice e brillante per ovviare alla fiacchezza tipica delle preamplificazioni passive.

     

     

    All'atto dell'accensione si inserisce automaticamente un circuito di silenziamento, che protegge i diffusori da eventuali rumori indesiderati, per i 30 secondi che occorrono ai tubi per raggiungere la temperatura di funzionamento. Esaurito tale tempo di sicurezza l'apparecchio è pronto per funzionare, e la prima cosa che si fa notare è l'estrema silenziosità della circuitazione, tale da far supporre di aver a che fare con un'amplificazione a stato solido. 
    Il mio primo approccio all'ascolto con l'Audio Research VSi55 non è stato dei più felici: fatta passare l'ora di pre-riscaldamento consigliata ho messo sul giradischi la versione LP-HQ di Classic Records di "Runaway with Me" di Norah Jones, un disco che da un paio di mesi sto usando spesso, in grazia della bontà dell'incisione. Dire che sono rimasto perplesso dal risultato è dire poco: la voce appariva impastata e a tratti persino distorta, il basso se ne andava a zonzo per la stanza, insomma, praticamente un disastro. Se c'è una cosa che bisogna abbandonare quando si fa questo mestiere, sono le sicurezze. Dunque via Norah Jones, spazio a Miles Davis ( be', comunque un'altra classe!) ma né con " Kind of Blue" sempre in edizione Classic Records, né con "Someday My Prince Will Come" in edizione OMR le cose sono cambiate. Passiamo allora a cose insieme più semplici e più complesse. Via il giradischi, dentro il CD: Dire Straits ( Love Over Gold), Emerson Lake and Palmer (Trilogy), Jethro Tull ( Thick As A Brick). Niente, un suono appena discreto, certamente non riconducibile a quanto (e tanto) ho conosciuto sin'ora di Audio Research. E sì che il finale V55 l'ho ascoltato e a lungo. Possibile che abbiano sbagliato così drammaticamente una sezione di preamplificazione, in fondo assai semplice, e che a farlo siano stati i "maghi del preamplificatore"? Forse non va d'accordo con le Tannoy. Attacco dunque le Minus Habens, che sin'ora non m'hanno mai tradito: peggio che andar di notte. 
    OK, calma e gesso, riflettiamo: l'apparecchio è nuovo di pacca, evidentemente va rodato, ma non posso credere (sebbene abbia assistito a rivolgimenti anche notevolissimi da questo punto di vista) che l'assenza di "chilometri macinati" possa penalizzare così tanto un amplificatore. Riattacco le Tannoy e decido di lasciarlo acceso tutta la notte. Il giorno dopo ho da fare, e mi dimentico che l'ampli è ancora acceso. Passa un'altra notte, un'altra mattina, e finalmente ricomincia la seduta d'ascolto. Non posso credere alle mie orecchie: non dico dalla notte al giorno, dico proprio un altro mondo, un altro amplificatore. Ricominciamo da capo. Norah Jones: eccellente, assolutamente eccellente, la voce è insieme calda e cristallina, sparita tutta la grana (e sì che era grossa!) il contrabbasso profondo, corposo e granitico, il pianoforte lucido, il suo contenuto armonico disteso con naturalezza ed abbondanza. E la tromba di Miles, e il Sax di Coltrane…Adesso mi sorge un altro dubbio. E se il VSi55 avesse necessità di suonare da caldissimo? be', sarebbe un bel problema visto il discorso fatto sulla durata delle valvole. Dunque lo spengo, passo ad altro e lo riaccendo solo il giorno successivo. Non aspetto nemmeno l'ora "stabilita" di pre-riscaldamento. Suona esattamente come ieri, certo è un po' freddo e qua e là si avverte qualche sporadica spigolosità, ma non appena comincia a scaldarsi tornano le "sensazioni forti" già provate. be', io non saprei più tenere il conto di quante amplificazioni sono passate in tutti questi anni al vaglio delle mie orecchie, ma a meno che la memoria non inizi a farmi decisamente cilecca, non avevo mai sentito un'elettronica avvantaggiarsi in maniera così marcata di un - nemmeno particolarmente lungo- rodaggio. Dunque un consiglio: se andate ad ascoltare questo apparecchio in un negozio, assicuratevi che abbia suonato o che quanto meno sia stato in precedenza acceso per una giornata buona.

     

    Ora che l'ARC VSi55 è pronto per la bisogna, mi rendo conto che è uno di quegli apparecchi (come pure lo è il McIntosh MA 6500 provato su queste stesse pagine) che non sono fatti per essere "testati", semplicemente perché sull'ascolto "critico" vince l'ascolto puro, la voglia di ascoltare musica senza starsi a far troppe domande, e scoprendo che le risposte vengono, comunque, per conto loro. Ed è un problema sintetizzarle sulla carta, perché ad ogni disco, ad ogni brano, scopri qualcosa di nuovo e di eccitante.
    L'ARC VSi55 è un amplificatore integrato che fa un po' passare la voglia di spendere i soldi per aver la rogna di due telai separati, che occupano spazio, che richiedono un cablaggio adeguato etc. I suoi 50 watt dichiarati appaiono decisamente muscolosi e se pilota le sensibili Tannoy Berkley con un soffio, non soffre minimamente, anzi, con le "dure" Minus Habens, quando ha fatto oltremodo muovere i loro coni dei woofer, e saturato la stanza di musica, ci si accorge che ne ha ancora per muoverne, altrettanto efficacemente, un'altra coppia e forse ancora un'altra.

     

    Indubbiamente questo aspetto muscolare e dinamico colpisce immediatamente. L'integrato ARC è capace di vera e propria "violenza" sonora, anche con le incisioni a dinamica più esasperata (si, ci potete riprodurre anche i famigerati cannoni della "1812 Telarc"), ma è una violenza "educata", da grande conoscitore di arti marziali: viene espressa solo quando occorre, e facendo ricorso ai celebrati guanti di velluto in cui si cela il pugno di ferro. La gamma bassa è solida, articolatissima, estesa, la gamma media è uno spettacolo di scioltezza e chiarezza, la gamma acuta non fa il verso ai valvolari d'antan, ma nemmeno agli stato solido moderni. Dipinge, non fotografa, ma lo fa con una veridicità ed una credibilità di tratto e di colori assolutamente ammirevole. Timbrica sana, dolce ma non zuccherosa, e, soprattutto, plasticità. Una plasticità davvero fuori dall'ordinario, che modella con morbidezza e decisione gli elementi nella scena, e, grazie al supporto dell'eccellente dinamica, li fa emergere dallo spazio, donando loro una presenza tanto importante quanto poco invadente. Poco importa, a questo punto, se l'immagine non è spietatamente focalizzata, come avviene nei migliori integrati a stato solido. Se il termine "musicalità" ha davvero un senso, be', allora è il caso di impiegarlo, sottolineandolo, per questo splendido esempio di amplificazione integrata. 
    Attendetevi aggiornamenti (vantaggi della poco romantica, ma assai pratica, "carta virtuale").





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    1. Scendo alla prossima

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      dopo il primo blog sugli organi da strada Olandesi, , mi sembra naturale proseguire la strada della musica riprodotta “in altra maniera”.
      Organi da strada… carini, vero? 
      E i JukeBox? Sicuramente un oggetto che molti di noi conoscono.
      Tre le marche fondamentali:
      Wurlitzer, Seeburg,  Rock-Ola
      E mica parliamo di “macchinette” eh…! La diffusione di queste macchine era, dal 1930 al 1960, molto vasta.
      Tanti locali pubblici, e non di certo solamente negli USA, ne avevano uno.
      Pensate che nel solo anno 1936 la Wurlitzer  riuscì a vendere più di 40.000 jukebox…
      Era stata la ditta Ami a produrre il primo vero fonografo a moneta che fu messo sul mercato nel lontano 1927.  Questa azienda aveva un certo nome come produttore di pianoforti automatici…

      Non riuscì a diventare marchio leader negli States. Cosa che però, gli riuscì in Europa.
      Nel 1933 (quindi 3 anni dopo la AMI) la Wurlitzer presentò il suo primo apparecchio, col quale si poteva selezionare uno dei dischi inserito in questo “mobile” (che, inizialmente, era fatto di legno).


      Quella di poter selezionare il brano che si voleva ascoltare si rivelò subito una scelta vincente.
      In pochi anni anche Seeburg  e Rock-Ola riuscirono ad affermarsi sul mercato. 
      Il mobile di questi apparecchi prodotti in quegli anni erano fatti di legno.
      I dodici (ma c’erano anche modelli con una selezione/offerta più piccola…) dischi erano, visto il periodo,  a 78 giri.  I dischi erano disposti in una pila verticale dalla quale di volta in volta venivano estratti e “suonati”. 

      Fu la ditta Seeburg a sposare, prima di tutti, il “KITSCH”, tipo di design che ha reso famosi questi aggeggi. Non vi è dubbio alcuno che il grande successo di vendita fu anche per i vari mobili, cromature, colori, plastiche  illuminate. 
      Interessante sapere che questi JukeBox raramente venivano venduti ai locali, bar, ristoranti ecc. 
      Si preferiva venderli ai noleggiatori, che noleggiavano ai locali pubblici le ultime novità. Tempo un anno, e la macchina passava dai grandi locali ai bar più piccoli, poi nelle cittadine meno grandi, infine nei locali di campagna.

      Questi bar e ostelli erano l’ultimo anello della catena… quando arrivava un nuovo modello, con ancora più luci, colori, scelte e stranezze varie, il jukebox, spesso ancora perfettamente funzionante, veniva distrutto. 
      Consumismo, si chiama. Ne sappiamo qualcosa anche noi, adesso….. 😁
      Comunque sia… fu nel 1940 che ebbe inizio la produzione di Jukebox  ad arco. Erano sempre stati squadrati, prima. Fu una grande idea, tant’è che i dieci anni successivi i jukebox prodotti avevano tutti, più meno, la stessa forma. 
      Non sarebbe completamente giusto però, scrivere “10 anni successivi”, perché negli anni della seconda guerra mondiale i vari Seeburg, Wurlitzer, Ami e Rock-Ola furono, più o meno, costretti a convertire i macchinari di produzione alla fabbricazione di materiale bellico.
      Così fu che  molti vecchi JukeBox che prima della guerra venivano distrutti perché “non più di moda”, durante la guerra venivano dismessi in grandi magazzini. Così si potevano recuperare dei pezzi di ricambio; 



      Un pezzo unico, una meccanica unica, fu la svolta che fece di Wurlitzer il marchio leader. Cambiava la carrozzeria, ma la meccanica restava pressoché uguale.
      In pratica… si teneva il mobile originale, ma si cambiavano il design e le dimensioni esterne….. 
      I costi diminuirono e….così i locali più modaioli e lussuosi ebbero sempre dei jukebox nuovi, che però… erano sempre gli stessi,  a livello tecnico;  cambiava solo il mobile esterno nella sua veste estetica!
      Dopo la guerra 1939/1945, l’entusiasmo per i JukeBox cresceva in tal modo che era davvero difficile trovare un locale pubblico che non ne avesse uno.  

      Non si dipendeva più solo dai brani musicali proposte dalle radio, o, per i più fortunati, da qualche disco che si poteva avere in casa… coi vari Seeburg, Rock-Ola, Ami e Wurlitzer (e altri nomi…) se volevi ascoltare il brano preferito era sufficiente inserire una monetina e… l’ascolto era fatto  😜
      Ovviamente era anche un bel mercato per l’industria discografica… (a propò… qualcuno si ricorda del “FestivalBar” che si faceva, una volta all’anno, nell’Arena di Verona? La classifica finale si basava sulle selezioni effettuate da chi inseriva 100 lire <200 ?>  Chi si ricorda più, sic!)… 
      Io, nel mio piccolo, ho sempre dubitato che fosse un conteggio vero e non pilotato, ma questo è un altro discorso… 🙄


      IL nome JUKE BOX non si sa di preciso da dove venga… esistono più teorie, probabilmente tutte vere… Fatto sta che avere la possibilità di avere un mobile che riproduceva musica, e magari pure quella più popolare, non fu molto ben vista dai musicisti.
      Del resto… i musicisti suonavano per guadagnarsi da vivere, stavano sul palco, anche se improvvisato, nei bar, e suonavano… Vedersi sostituiti da una macchina “infernale come questa…. " significava dover cercare altri luoghi dove poter guadagnare suonando… oppure… erano costretti a cambiare lavoro o diventare musicista da strada…  (rubare il lavoro lo si può fare/interpretare in molti modi…..) .


       

      Dite la verità, qui, forse, siamo tutti audiofili… sì, ma anche un po’ nostalgici… (o no???)
      Chi di noi non avrebbe voglia, entrando in un bar, di inserire una moneta nella fessura, selezionare qualche brano e ascoltare quel suono di “poca fedeltà” ma molto fascino?
      Chissà… magari nel bar si trovano delle ragazze  e voi potreste invitarle a ballare…  roba d’altri tempi? be', sì… certo. Ma … a voi non piacerebbe averne uno, in casa? 
      Se vi interessa (e se avete lo spazio necessario…) cercate sul web… troverete molti JukeBox usati/garantiti/originali in vendita… non costano poco, OK, … ma… volete mettere?

      PS… avevo scritto queste righe più di un mese fa, per poi dimenticarmene (…) l’altro giorno sono andato al museo “Nicolis” di Villafranca Veronese, e lì ci sono esposti 4/5 jukebox originali, (e anche... udite udite, qualche organo da strada di cui parlavo tempo fa...) molto belli. 
      E … mi è venuto voglia di riaprire  queste righe…
       

      Vedo di inserire qualche foto, grazie per la lettura

       

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      esistono delle belle letture sull'argomento, spesso hanno delle belle immagini.

      Molto di ciò che ho scritto l'ho preso da questo bellissimo libro. Ve lo consiglio... (contiene anche un CD di musiche del JukeBox_Time...)

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    2. Ben ritrovati, ad un nuovo appuntamento con i torrenti, le Trote, e le avventure di pesca.

       

      In questa nuova conversazione, vorrei illustrare per sommi capi, anche a chi ne è completamente digiuno, come si sviluppa la pesca alla Trota, che di norma presuppone due principali tecniche di esecuzione, una la cosiddetta pesca con artificiale, l’ altra invece quella con esca viva.

       

      La prima, conosciuta soprattutto per l’ uso del cosiddetto cucchiaino, prevede l’ utilizzo di un’ esca finta, formata da una paletta di metallo, a forma appunto di cucchiaino, paletta che è libera di ruotare su un asse formato da una sottile anima di acciaio, che ad un estremo ha un anellino che permette di fissare il rotante al filo di nylon, e sull’ altro lato, alla fine dell’ anima in acciaio, si trova un’ asola che tiene in posizione una piccola ancoretta, cioè tre ami fissati insieme e sfalsati a 120 gradi in modo da rendere l’ arpioncino sempre attivo nei confronti del pesce da qualsiasi angolo la aggredisca. La foto che segue, credo sia più chiara di qualsiasi spiegazione.

       

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      Come si vede qui sopra, i cucchiaini, così chiamati per la paletta che sembra un cucchiaio, sono i più utilizzati in torrenti, hanno forme, fogge, dimensioni variabili, come pure i colori e i disegni che compaiono sulla superficie del cucchiaino, alcuni li ho personalizzati io utilizzando i colori da modellismo, per fare delle diverse colorazioni o disegni che, ritenevo, potessero renderli più appetibili alle Trote, cosa che poi, statisticamente, non mi pare sia stata confermata . . . !!

       

      Pesca con artificiali 

       

      La tecnica di pesca con artificiale prevede il lancio del rotante, nella zona di interesse dello specchio d’ acqua, il suo recupero col mulinello a intervalli più o meno regolari, ma continuo, in modo che la paletta del cucchiaino in acqua giri a forma di vortice e attiri la curiosità e la voracità della trota, che inseguendo l’ esca finta e mordendola, rimanga agganciata  all’ ancoretta attaccata posteriormente.

      Sembra una tecnica crudele, invece è la forma di pesca meno aggressiva, preferita da chi non vuole trattenere il pesce, perché l’ abboccata così detta, ovvero l’ agganciarsi della trota all’ esca, è superficiale e solitamente, con molta attenzione, si può slamare, ovvero togliere l’ arpione dal labbro del pesce, senza provocare nessun danno fisico e produrre alcuna mutilazione.  

      E’ una tipologia di pesca molto pulita anche dal punto di vista del pescatore, che non maneggia esche vive, ovvero lombrichi, camole o altri animaletti, che comunque sporcano, deperiscono, e costringono a procurarseli per tempo, andando a raccoglierli o acquistandoli presso i negozi specializzati. Una variante consiste nell’ utilizzare artificiali con la forma di un pesce che, recuperando la lenza sotto la superficie, imitano il movimento natatorio di un pesciolino, e attirano così l’ attenzione della trota che vede sia una potenziale preda fonte di proteine nobili, che un intruso che invade il suo territorio, scatenando in questo modo la pronta reazione e l’ attacco, soprattutto di pesci di buona taglia. Molto valida in questo senso è l’ imitazione del pesce persico, che atavicamente scatena la reazione delle trote che lo vedono come un intruso nel proprio territorio di pertinenza, ovvero di caccia e di ambiente in cui vivere svolgendo le proprie attività.

      Qui sotto alcuni dei pesciolini finti , imitazioni molto veritiere, che vengono utilizzati per insidiare Trote di buone dimensioni, si tenga presente che questi pesci artificiali sono anche in grado di muoversi nell' acqua imitando il movimento del pesce vivo, ovvero guizzano e si muovono ondulando, cosa che può essere accentuata dal pescatore, sia muovendo la punta della canna lateralmente, sia variando la velocità di recupero con il mulinello. 

       

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      Quelli qui sopra in foto sono solo alcuni dei pesciolini ed esche artificiali che nei decenni ho utilizzato per la pesca, in torrente, e anche in lago, dove si potevano insidiare anche i cavedani, i Persici Trota, detti Boccaloni, e i Persici classici.

       

      Pesca con esche naturali

       

      La seconda forma di pesca alla trota si basa appunto sull’ utilizzo di esche vive, naturali, di cui i classici esempi sono il lombrico, la camola del miele o il gatoss, ed è la cosiddetta pesca alla tocca sul fondo, cioè attuata per mezzo di un finale di lenza composto, partendo dal tratto terminale del filo, da un amo con lombrico, camola del miele o altro insetto vivo, piombatura adeguata per permettere di lanciare ad una distanza di almeno 6-10 metri l’ esca e, non diffuso ma comodo, girella con moschettone che permette di attaccare e staccare facilmente la montatura così fatta dalla lenza principale, ovvero il filo che va alla canna e si avvolge nel mulinello.

      Il terminale citato, lungo solitamente dai 30 ai 45 centimetri, ha alcuni vantaggi rispetto al filo continuo, cioè senza l‘ interposizione del moschettone con girella, tra i quali il fatto che è molto veloce il cambio dello stesso, per esempio se si vuole montare un diverso finale di lenza con piombatura o amo differente, oppure se si impiglia e si strappa il filo sul fondo, cosa che in un torrente non è evento raro, di solito la rottura si ha sul nodo che aggancia il terminale al moschettone, preservando il resto della lenza, oppure per il cambio rapido da pesca ad esca viva a quella con artificiale, cioè da amo a cucchiaino o viceversa. C’ è però un aspetto negativo, ovvero  inserendo un elemento in più sulla lenza, ed un nodo ulteriore, si indebolisce la resistenza e l’ elasticità del filo, che può diventare cruciale se abboccasse un pesce importante, la trota attesa una vita intera.

      Nella pesca a tocca, il lancio dell’ esca si fa in corrente, sotto cascata, vicino a dove si pensa vi sia la tana e si lascia affondare il tutto senza recupero immediato, in modo che l’ esca si muova naturalmente seguendo la corrente, e il pesce possa vedere e saggiare il cibo attaccato all’ amo. Si mette poi in tensione il filo recuperando un poco di lenza con il mulinello, e si “sente” sul filo, fisicamente con la mano libera la presenza della trota che mangia, rappresentata tipicamente da colpetti più o meno energici che si propagano alla canna, poiché di solito il pesce mangia e contestualmente fa leggeri spostamenti del corpo, mantenendo la posizione in acque mosse, nuotando e compensando con piccoli movimenti laterali delle pinne. Qui sotto alcuni terminali già preparati, per non perdere tempo durante la battuta di pesca in torrente . . . 

       

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      La foto non rende molto, ma il concetto di fondo è che i finali hanno un' asola, si vede a destra, che si infila nella girelle e moschettone legata al nylon principale che entra nel mulinello, e che quindi si possono cambiare in funzione del peso che si usa, io di solito utilizzo due olivette abbastanza pesanti che permettono sia di lanciare agevolmente più lontano rimanendo nascosti, sia di far affondare subito in corrente l' esca. All' estremità di sinistra, dopo circa 30-40 centimetri di lenza, l' amo, in questo caso un amo corto per camole, scuro, per non riflettere la luce sotto il sole, e ritorto per ferrare meglio il pesce.

       

      Dal tipo di tocca che si avverte sulle dita della mano che stringe la lenza, un pescatore con esperienza capisce già di che mole è la Trota che sta assaggiando l’ esca, solitamente la trota piccola è vorace e molto disordinata nei colpetti e si muove molto nello spazio a sua disposizione, mentre la trota più matura mangia dando colpi secchi ma meno irruenti e spesso rimane in posizione immobile nel punto in cui ha abboccato, saggiando il cibo con molta calma prima di passare ad ingoiarlo.

      Durante la pesca alla tocca, c’ è la variante della Trota, di misura variabile che, presa in bocca l’ esca, punta decisa verso la sua tana, per abitudine o perché insidiata da rivali per il cibo, tana posta solitamente sotto una roccia, nei pressi della cascata, in un punto nascosto, dove si trova il suo rifugio abituale, per continuare a mangiare in sicurezza il cibo conquistato. A questo punto dell’ azione di pesca le cose possono ulteriormente complicarsi, perché una Trota in tana è sempre un’ incognita per il pescatore.

      In poche frazioni di secondo si deve decidere se lasciare che il pesce entri nel suo rifugio, affinché mangi con calma e si agganci quasi da solo all’ amo, o recuperare, dando il colpo di ferrata con la canna. Nella tana infatti gli spazi sono spesso angusti e il filo può incappare in punti taglienti delle rocce, per cui si rischia di tranciarlo, oppure si verificano situazioni in cui il pesce rimane saldamente bloccato nel suo rifugio, cosa che rende impossibile il tirarlo fuori dalla tana senza rischiare di strappare il filo o procurare dei danni al pesce stesso.

      Spesso conviene perciò ferrare quasi immediatamente, termine che indica il colpo con la canna a frusta all’ indietro subito dopo l’ abboccata del pesce e conseguente recupero del filo con il mulinello, per far si che l’ amo punga la trota e permetta al pescatore di trarla fuori dall’ acqua, anche se alte sono le probabilità che il pesce, non avendo ancora ingoiato il cibo e tenendolo nella parte anteriore della bocca, a filo di labbra, lo sputi e si liberi dall’ amo.

      Proprio perché l’ esca viene masticata e parzialmente ingerita dal pesce, questa tecnica di pesca è meno preservante per l’ integrità fisica della Trota, poiché l’ amo può ferire il pesce, rendendo più complessa la slamatura, o liberazione del pesce dall’ amo, senza il rischio di ledere qualche parte dell’ apparato boccale dello stesso. Risulta così che la tecnica con l’ esca viva, sia la meno adatta a fare una pesca sportiva di cattura e rilascio, perché più difficile risulta liberare il pesce dall’ amo e rimetterlo in acqua indenne. Proprio per limitare questi potenziali danni, di solito si tende ad utilizzare ami di generose dimensioni, in modo che le piccole trote non possano neppure ingoiarli, mentre le più grosse, con ami di grandi dimensioni, sono punte sul labbro e facilmente liberabili, seguendo alcune semplici precauzioni. Tra queste, bagnarsi bene le mani per non intaccare il film lipidico che ricopre la superficie del corpo del pesce, la trota infatti non ha scaglie, come molti altri pesci, la sua forma altamente idrodinamica si basa proprio sulla pelle nuda, che oppone minore resistenza al movimento in acqua, ed è però ricoperta da una mucillagine che protegge il pesce dagli attacchi di parassiti e di altri microorganismi, garantendo al contempo una buona aerodinamica corporea.

      Il pesce va maneggiato con attenzione e delicatezza, senza esercitare pressioni sul suo corpo, basta tenerlo immobilizzato per permettere di togliere l’ amo o l’ ancoretta dalle labbra, operazione in alcuni casi più complicata se l’ amo si è agganciato nel palato o se più di uno dei bracci dell’ ancoretta si sono conficcati nella bocca della trota. Una volta sganciata e libera, la trota va inserita in acqua, possibilmente muovendola delicatamente per permettere alle branchie di ossigenarsi nuovamente, tenendola per la coda, in acque correnti ma non eccessivamente veloci, in modo che riprenda conoscenza e sia lei a muoversi lasciando la mano del pescatore, che la regge. Tutti questi piccoli accorgimenti riescono a limitare al minimo la sofferenza e i disagi del pesce, che viene, per qualche secondo, tolto dal suo ambiente naturale e costretto ad andare un poco in debito di ossigeno, ma se si è attenti e rapidi, la trota ritorna nel suo ambiente liquido senza portarsi dietro nessuna menomazione o trauma, se non un’ esperienza che gli servirà per essere più guardinga e attenta, facendole guadagnare opportunità di sopravvivenza ad un ulteriore passaggio di un pescatore che tenterà di insidiarla.

       

      Differenza sostanziale tra le due tecniche, con artificiale e con esca viva, sono anche i tempi di reazione e le modalità di abboccata del pesce. Nel primo caso il cucchiaino transita velocemente nell’ acqua, per il recupero molto rapido della lenza fatto girando con continuità il mulinello, che aumenta ancora se si lancia in acque correnti e in rapida discesa a valle. Qui la trota ha pochi istanti per reagire, se si riesce a solleticarne la voracità e la curiosità spesso l’ attacco è immediato, addirittura con l’ artificiale in volo sopra lo specchio d’ acqua, e da qui inizia la sfida tra il pesce, che cerca di liberarsi dalla presa, e il pescatore che vuole spiaggiarlo fuor d’ acqua. La trota tenta di liberarsi dal cucchiaino dimenandosi in acqua, saltando fuori dalla superficie del torrente, dove il filo non è più sostenuto dal liquido e permette al pesce di sganciarsi più facilmente, ed anche, comportamento più tipico delle trote di una certa mole, venendo velocemente incontro al pescatore e quindi allentando la tensione della lenza e favorendo così la probabilità di sganciarsi dell’ ancoretta dalla bocca. Altra variabile nel recupero è data dalle posizioni spesso precarie in cui ci si trova a lottare con la trota, cioè in acque vorticose, in difficile equilibrio, nascosti dietro ad una roccia, oppure in posizione elevata rispetto all’ acqua e dovendo sollevare il pesce in aria, quindi senza sostegno del liquido, questo diventa immediatamente più pesante e in grado di divincolarsi in modo più disordinato.

      Nel caso di pesca con l’ esca viva, questa viene lanciata e fatta scendere verso il fondo, portata a spasso dalla corrente e mossa con piccoli recuperi dal pescatore, rimanendo più tempo a disposizione dei pesci ma è meno visibile di un oggetto in veloce movimento e luccicante, per cui risulta essere più una pesca di attesa e intercettazione del pesce che di sorpresa. Inoltre, una volta ghermito il boccone, il pesce assaggia e mastica il cibo, con tempi più lenti, spesso con cautela, tanto più la trota è grossa, e quindi bisogna attendere il giusto momento prima di ferrare, scelta spesso aleatoria e dettata dall’ esperienza e dalla sensazione che la trota mangi più o meno voracemente, pena il rischio di togliere letteralmente di bocca al pesce il ghiotto boccone.

      Buona parte delle abboccate, sia all’ esca finta che al vivo, vanno a vuoto, nel senso che il pesce sputa prima della ferrata, perché sente per esempio la punta dell’ amo pungerlo, oppure non aggancia il cucchiaino o si sgancia durante il recupero. Qualche volta beffa il pescatore anche se è stato spiaggiato, tale è la reattività, il saltare disordinato, il dimenarsi puntando per istinto sempre e immancabilmente tra l’ altro, in direzione dell’ acqua, unito al fatto di avere la superficie del corpo molto viscida che favorisce il nuoto, da lasciare di stucco il pescatore che è convinto di averla ormai in pugno. Non si contano le situazioni nelle quali mi è capitato di rimanere basito osservando il guizzo finale di una trota, considerata oramai catturata, che recupera il suo ambiente senza dare la possibilità di fare più nulla, lasciando con il rammarico di non essere stato più rapido, perché anche avventandosi sul pesce con le mani, pure in pochi centimetri d’ acqua la trota diventa inafferrabile e di nuovo padrona incontrastata della situazione, capace di dileguarsi in un attimo !.

      Esiste un altro approccio, molto tecnico, di pesca alla trota, è rappresentato dalla pesca a mosca, ovvero una pesca eseguita lanciando a notevole distanza, anche 12-15 metri, una lenza cosiddetta a coda di topo, che si proietta ed estende proprio per la sua conformazione e peso, alla punta della quale viene legata una moschina artificiale, costruita per imitare le piccole efemere ed altri insetti volanti, del peso di un paio di grammi. Il pescatore, eseguendo un movimento a frusta, con una canna e un mulinello speciali, distende muovendo la canna avanti ed indietro, la lenza fino a posarla sul pelo dell‘ acqua, dove attira le Trote che attaccano la riproduzione dell’ insetto che cela un amo.

      E’ una variante di pesca molto tecnica, ma richiede oltre ad un allenamento ed una pratica notevoli, anche il corretto spazio per poter muovere una lenza avanti ed indietro, in aria, senza che questa si impigli in rami, fronde o altro e per la morfologia dei torrenti che frequento è una tecnica di pesca che non è praticabile con successo. Oltre a quelle elencate, che sono le principali, esistono non solo altre tecniche e tipologie di pesca, legate anche alle caratteristiche differenti di torrenti, luoghi di pesca, ambienti, ma anche di quelle sopra citate vi sono innumerevoli varianti, spesso anche messe a punto da singoli pescatori, con modifiche delle esche artificiali, uso di galleggianti, utilizzo di canne molto lunghe e di attrezzature differenti da quanto io ho menzionato e delle quali, nello specifico delle mie esperienze, più avanti racconterò nel dettaglio di alcune di esse.  

      Le numerose varianti tecniche, frutto anche delle tradizioni locali, sono una prova ulteriore di uno sport molto variegato, che rappresenta una ricchezza sia per la passione in sé che per l’ importanza del tramandarsi di nozioni, metodi di pesca spesso profondamente differenti, comunque fonti di cultura, vitalità, diversificazione e diffusione di questo sport antico, o come vogliamo definirlo, passione, od anche hobby, che ci permette di passare del tempo immersi nella natura.

       

      Alla prossima puntata 

       

      saluti , Dario 

       

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      Le cartoline di oggi vi parlano di un lago affascinante, di un ottimo pranzetto, di un’antica leggenda, di un’isola incantevole, e di un percorso mistico.

      Orta, che sorge sulle rive del lago omonimo, è classificato tra i 100 borghi più belli d’Italia. Il lago si è formato dal ghiacciaio del Sempione ed è separato dal lago Maggiore dalla cima del Mottarone. Siamo in Piemonte, nella provincia di Novara. Sono tante le camminate e le attività che si possono fare attorno a questo piccolo specchio d’acqua circondato da una vegetazione lussureggiante e cangiante a seconda della stagione. Gozzano, ad esempio, offre piccole spiagge attrezzate e, nei dintorni, scuole di vela e circoli di canottaggio. Orta, invece, propone soprattutto passeggiate spettacolari e, tra queste, quella al Sacro Monte attraverso una via costellata da 20 cappelle affrescate, dedicate a episodi della vita di San Francesco.

      Arrivando alla minuscola cittadina, si è attratti da una strana costruzione in stile moresco che svetta e domina il lago: si tratta di Villa Pia Crespi, costruita nel 1879, su incarico di un ricco imprenditore tessile, indigeno, che voleva farne dono alla diletta moglie, Pia. Del progetto si occupò uno dei più famosi architetti dell’epoca, Angelo Colla, e, soprattutto nel periodo tra le due guerre, ospitò, oltre al re Umberto I, molte personalità di spicco in ambito letterario e religioso. Ceduta successivamente, finì per diventare un hotel negli anni ‘80. Oggi è reputata una sorta di tempio per i gourmet poichè il suo ristorante è diretto dallo chef Antonino Cannavacciuolo. La Villa è molto bella, ha interni stupendi e preziosi, un magnifico giardino e una bella piscina ma, personalmente, non mi sembra in armonia con il contesto: la maestosità silenziosa e raccolta del panorama lacustre era già perfetta e, a mio avviso, non necessitava di “intrusi”.

      Lasciata l’auto in uno dei parcheggi posti fuori dal borgo, si scende verso il lago attraverso un dedalo di vicoli molto suggestivi, ricchi di affreschi, antichi lavatoi, balconi fioriti, ristorantini e negozietti, fino ad arrivare alla piazza Motta, dove si trova il centro del paese e il piccolo imbarcadero. Da notare il palazzetto detto il Broletto, datato 1572.

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      IL BROLETTO

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      La chiesa parrocchiale di Santa Maria Assunta

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      Le specialità della valle sono tante ma i formaggi sono il top. 

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      E’ ora di pranzo e, prima di imbarcarci per l’isola, anche noi ci sediamo in un ammiccante e già sperimentato ristorante proprio a bordo acqua, di fronte all’imbarcadero e all'isola.

      Ecco il nostro goloso menu:

      Sformatino di patata e porro, fonduta al maccagno 

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      Gnocchi di segale, grasso di Formazza, pistilli di zafferano e pancetta nostrana 

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      Sottofiletto di manzo, scalogno confit e salsa al marsala

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      Crema bruciata alla nocciola IGP del Piemonte 

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      Caffè e piccola pasticceria della casa

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      Tutto ottimo!  😋

       

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      E ora parliamo della leggenda che ha dato il nome all'isola e del miracolo di San Giulio e anche dei mostri...

      Giulio e Giuliano erano due fratelli religiosi, che, nel IV secolo, sotto l'imperatore Teodosio, si misero in viaggio con l'obiettivo di convertire i pagani e di fondare 100 chiese. Lungo era stato il cammino e anche faticoso ma la loro fede li aveva sempre aiutati a superare i pericoli e le avversità incontrate ed erano quasi alla fine della loro missione dopo aver fondato ben 99 chiese quando giunsero alle rive del lago! Giulio era anche un esorcista e, decise che la centesima l’avrebbe fondata proprio su quell’isola “maledetta”!  Si diceva infatti che l’isola fosse infestata da draghi e serpenti feroci che si cibavano, in un solo boccone, di capre selvatiche, di buoi e anche di quei malcapitati che, in barca, osavano avvicinarsi.

      I barcaioli infatti si limitavano a pescare poco distanti dalla riva e lontano dall’isola ma raccontavano di avvistamenti spaventosi e descrivevano i mostri arricchendoli con particolari agghiaccianti. Nessuno mai si sarebbe arrischiato a trasportare i due monaci, anzi, gli abitanti tutti li supplicarono di lasciar perdere e di abbandonare quella idea così folle. Giulio non si lasciò convincere e, inginocchiatosi sulla riva, iniziò a pregare chiedendo l’aiuto del Signore. E avvenne il miracolo!  Il suo mantello si trasformò magicamente in una sorta di barca  resistente alle onde create dai draghi e lo portò sano e salvo sull’isola dove, non solo sconfisse le forze del male ma riuscì anche,con l'aiuto di tutti i borghigiani, sedotti e convertiti dal miracolo, a fondare la sua centesima chiesa!!  Ora nella sacristia della chiesa è conservato un lungo osso, forse una vertebra, del drago ucciso dal Santo che, a sua volta, è sepolto nella cripta sottostante.

      Sì, ho raccontato una bella fiaba che, di vero, pare abbia solo qualche radice:in realtà, forse, sull’isola abitavano dei pagani irriducibili e crudeli. Per quanto riguarda l’osso pare, invece, sia un fossile di una balenottera spiaggiatasi e defunta in epoca glaciale! Sotto la chiesa, poi, si sono trovati anche i resti di un’altra chiesa costruita in epoca precedente. 

      Da segnalare, comunque, che ancora oggi, alcuni barcaioli sostengono di avvistare, a volte, degli strani mostri, simili a coccodrilli che sbucano dall’acqua e, con fare aggressivo, li spaventano. Insomma, anche in Piemonte abbiamo il nostro Lochness!!  😱  😂

       

      Adesso torniamo seri, abbandoniamo le fantasie e imbarchiamoci alla volta dell’isola.

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      San Giulio domina dall'alto del Palazzo Vescovile

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      Già dal lago, mentre ci avviciniamo,  ci rendiamo conto di quanto possa essere bella, romantica e ricca di fascino:

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      L’isola, molto piccola, detta anche isola del Silenzio, ha soltanto una via perimetrale dotata di una particolarità: se si intraprende il cammino in un verso si percorre la via del silenzio, se ci si incammina nell'altro senso, la via della meditazione. In certi periodi, lungo la via, si possono leggere dei cartelli fronte/retro, multilingue, con frasi diverse scritte a seconda del percorso: questi pensieri sono quelli di una badessa, Madre Anna Maria Canopi.

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      Lungo la via si incontra anche una passerella celata che serve alle suore di clausura per accedere direttamente dal convento alla chiesa senza passare dalla stradina pubblica.

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      La popolazione dell'isola non arriva a 100 abitanti, di questi, almeno 70, sono suore di clausura benedettine dedite allo studio di testi sacri, alla preghiera e alla meditazione.

      Non si può non restare immersi in questa atmosfera così tranquilla e serena e neppure non riflettere su quanto si legge camminando, istintivamente, a passo lento e con rispetto.

      Ed ecco l'interno della basilica di san Giulio che ha il fronte direttamente sul lago: è ricca di dipinti di epoche diverse ed è impreziosita dall'ambone in serpentino d'Oira, una pietra verde estratta nella zona.

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      Una cosa è certa, anche se non si tratta di un miracolo, dopo questa passeggiata, tornando a casa, ci si sente davvero più sereni, leggeri e rilassati! 😉

       

       

       

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