Vai al contenuto

  • In primo piano
    marcocaponera
    marcocaponera

    Batteria cavi parte 1

    Di Marco Caponera

     

    Cavi di segnale analogico

    Gentili lettori di Videohifi.com, con questo numero della rivista partiamo con una serie di prove in batteria di cavi per la connessione delle elettroniche. Parlando di cavi, in effetti, si parla di oggetti molto diversi fra loro per tipologia d'uso e caratteristiche tecniche: dai cavi di potenza a quelli di segnale, passando per l'alimentazione, per finire ai cavi digitali e video. Senza dimenticare l'uso di spezzoni di cavo per la sostituzione dei ponticelli nei diffusori biwiring! La provocazione e l'ironia sono d'obbligo affrontando il tema dei collegamenti dell'impianto, da sempre terreno di duro scontro tra tecnici e ascoltoni, i primi assolutamente convinti dell'irrilevanza del cavo sulle prestazioni dell'impianto, i secondi avvezzi al duro ascolto del proprio impianto e di tutte le sue sfumature possibili. Per questa prima puntata ho avuto modo di ascoltare cavi dalle indiscutibili qualità, appartenenti a diverse categorie di prezzo, ragion per cui posso affermare prima di descrivervi nel dettaglio le prestazioni dei singoli componenti, che in questa puntata non ci sono né vincitori né vinti, non c'è sangue, soltanto ottimi complementi per l'impianto e dal rapporto qualità/prezzo notevole. Altra precisazione che devo a voi lettori riguarda i criteri di selezione: per questa batteria (incluse le prossime puntate) non ho utilizzato pregiudizio alcuno, infatti troverete recensiti prodotti industriali affianco a prodotti squisitamente artigianali, perché specialmente in tema di cavi se provocazione deve essere, provocazione sia. 
    La prima puntata è dedicata a tre cavi di segnale (analogico) che durante le selezioni per la prova mi hanno convinto di più e che possono anche essere letti come acquisti consigliati nelle tre categorie di prezzo cui fanno riferimento.

     

     

    Decware DSR 1.0

    Il cavo da cui voglio partire è il Decware DSR 1.0, un cavo di segnale in argento dove anche il connettore è dello stesso materiale per evitare (a detta del produttore) problemi d'interfacciamento e quindi d'interazione nociva tra differenti materiali. Come potete osservare dalle immagini abbiamo a che fare con un conduttore rivestito da una semplice guaina che usa come unica forma d'isolamento l'aria, ciò perché, a detta dell'azienda americana, il materiale isolante ha un effetto negativo sulla prestazione del cavo. I connettori, solidi e compatti, sono ideali anche in presenza di pannelli per le connessioni che non gradiscono connettori grossi e ingombranti. L'aspetto e la consistenza del cavo danno l'idea di avere a che fare con un oggetto che può dire la sua e animato da sana curiosità audiofila ho voluto metterlo sotto torchio nelle configurazioni più strane. Contrariamente a quanto consigliatomi dal distributore che ne sconsiglia l'uso tra giradischi e pre-phono, l'ho inserito tra il Pro-Ject 2.9 wood e il Sonus Faber Prius, e devo dire che in effetti ho riscontrato alcuni rumori di fondo mai avvertiti con cablaggi d'altra natura, così ho provato l'opzione di riserva e cioè ho inserito sul lato 'pre' una ferrite di quelle dotate di supporto plastico per un facile inserimento sul cavo (foto sotto). Il risultato è stato esattamente quello che mi attendevo: i rumori e i fruscii anomali sono spariti e la prestazione generale del cavo è rimasta pressoché inalterata. Superato anche questo scoglio, più ideologico che pratico, provo a descrivervi in estrema sintesi i pregi e i difetti della prestazione musicale del DSR 1.0. Anzitutto nella più chiara tradizione dei conduttori in argento il DSR 1.0 mostra una trasparenza veramente ottima con le voci sia maschili che femminili vive e molto presenti all'interno del palcoscenico virtuale. L'immagine è ben estesa e focalizzata, soprattutto nella dimensione della profondità. Nel confronto con un cavo più costoso l'HiDiamond Esoteric MkII, si mantiene a debita distanza, ma con onore. Il cavo HiDiamond migliora quasi tutti i parametri meno quello dell'equilibrio generale e della trasparenza timbrica. Soltanto la gamma bassa appare meno grintosa, in ossequio alla fama del materiale usato per il DSR 1.0. Però voglio precisare una cosa molto importante che faceva parte del mio sano bagaglio di pregiudizi, da più parti si sente dire che i cavi in argento sono molto dettagliati ma privi di gamma bassa e con una gamma alta squillante, così non è assolutamente per il cavo in prova. Non voglio dire che l'affermazione è sbagliata in assoluto, è completamente sbagliata per questo cavo americano, dove evidentemente grazie ad una sopraffina tecnica di lavorazione dell'argento sono riusciti ad eliminare questi difetti. Infatti, pur non raggiungendo i livelli del rivale di casa HiDiamond, il Decware offre per la sua fascia di prezzo una prestazione difficile da eguagliare dalla concorrenza, almeno quella a me nota. Questo è dovuto anche alla oculata campagna prezzi del distributore italiano, che anziché puntare sull'esotericità del prodotto per spillare qualche euro in più al cliente nostrano, impone un prezzo che fa concorrenza anche al prezzo applicato dal produttore stesso in america.
    Volendo sintetizzare i pregi di questo cavo mi viene subito in mente la capacità di eliminare il classico velo che spesso avvolge la riproduzione delle nostre elettroniche quando non sono messe a loro agio da cavi inefficaci o, peggio, dannosi. Il Decware sia come cavo tra sorgente digitale e preamplificatore, che tra preamplificatore e finale garantisce ore di ascolto senza alcuna fatica. I suoi partner ideali sono elettroniche un po' scure o alle quali va restituita un po' di vitalità, oppure un ambiente d'ascolto molto assorbente, adattissimo alle valvole, ed estremamente severo nel mettere a nudo i difetti degli apparecchi cui è collegato & e adesso sapete anche perché mi piace così tanto! Vale grosso modo almeno il doppio del suo prezzo che comunque è legato in grossa parte al costoso materiale di cui è costituito, e del quale non viene fatto segreto, essendo ben visibile sotto la guaina trasparente. A parer mio l'acquisto di questo cavo rappresenta un sicuro investimento, un cavo di riferimento.

     

     

    HiDiamond Signal + Esoteric mkII

    Nel descrivere il Signal + Esoteric mkII della HiDiamond premetto che in abbinamento al cavo di potenza Power +2 è stato il cavo che mi ha permesso di superare una serie di pregiudizi sulla opportunità di spendere centinaia di sudati euro per l'acquisto di un set di cavi. Devo dire che nessun cavo meno costoso dei due, ma soprattutto nessuno dei diversi cavi costosi quanto i nostri hanno saputo farmi emozionare di fronte all'ascolto di dischi che conosco come le mie tasche (forse l'esempio non è molto calzante perché non è difficile conoscere tasche il più delle volte vuote). Tutte le elettroniche del mio impianto audio e, udite udite, audio/video hanno ringraziato a scena aperta questi cavi offrendo prestazioni mai ascoltate prima. Il cavo che ho in prova è al vertice del catalogo HiDiamond nel settore dei conduttori di segnale, la filosofia costruttiva si evince da subito essere esattamente opposta a quella Decware, il produttore italiano infatti predilige, al contrario dei colleghi statunitensi, alte capacità di schermatura, abbinate comunque a componenti di assoluto pregio come la grafite di cui è composto il conduttore (insieme a rame OFC) e al particolare materiale isolante denominato XLPE. I dati dichiarati dal costruttore parlano di una fattore capacitivo di massimo 120nF/km, cifra assolutamente insignificante se rapportata alla normale lunghezza di cavi per uso domestico. Anche il fattore schermante è elevatissimo si parla del 98% dei disturbi cui viene a contatto il cavo. I connettori sono i famosi Bullet Plug appositamente realizzati per la HiDiamond, che al posto della classica plastica di rivestimento utilizzano del materiale metallico, più idoneo a garantire uniformità di prestazioni nel tempo (foto sotto). 
    Il cavo appena estratto dalla propria confezione, una scatola ricoperta di velluto blu molto bella e assolutamente protettiva, mostra in bell'evidenza la doratura dei connettori e due scatolotti in legno che hanno il solo scopo di indicare il verso del cavo, visto che la guaina microforata che lo riveste è inadatta ad accogliere indicazioni scritte.
    Un volta collegato all'impianto, come suggeritomi dal produttore stesso, ho effettuato un periodo di rodaggio molto lungo per permettere alla grafite, materiale molto particolare, di esprimere tutte le sue doti. Infatti, ad un primo frettoloso ascolto posso dire che le prestazioni erano assolutamente inavvicinabili a quelle attuali. La prerogativa principale di questo cavo è quella di non avere una prerogativa principale, molto spesso si sente parlare di cavi che non aggiungono e non tolgono nulla al segnale che fluisce al loro interno, ma raramente mi è capitato di ascoltare un cavo meno invadente, così rispettoso del lavoro svolto dal resto dell'impianto. Dovendo proprio cercare il pelo nell'uovo e riferendomi più a criteri assoluti che alla concorrenza che non mi pare faccia altrettanto bene, direi che la gamma bassa è si molto veloce e dettagliata ma manca forse di un briciolo di punch in più che ne avrebbe fatto un cavo perfetto, intendiamoci a questo prezzo non trovate niente di così musicale e dettagliato, la trasparenza è impeccabile, la scena assume la giusta tridimensionalità non limitando la prestazione delle elettroniche, la timbrica è equilibrata, questi parametri restano immutati sia che lo si usi tra sorgente (analogica o digitale) e amplificazione che tra preamplificatore e finale, con il consiglio personale di inserirlo il più a monte possibile nella catena degli apparecchi quando non tutti i cavi che si posseggono sono al suo livello.
    Difetti evidenti come detto è difficile trovarne, l'ho tenuto nel mio impianto per diversi mesi abbinandolo a tutta una serie di apparecchi e devo dire che mi mette sempre una certa tranquillità addosso perché sono cosciente del fatto che sto utilizzando un cavo che non modificherà (in meglio o in peggio) le prestazioni dello stesso e nel ruolo di recensore che rivesto ciò non è poco.
    Assolutamente consigliato per impianti definitivi e di pregio, difficile trovare ad un prezzo anche molto superiore qualcosa che si avvicini alle prestazioni espresse dal nostro. Come il Decware DSR 1.0 nella fascia dei due/trecento euro, L'HiDiamond Signal + Esoteric mkII rappresenta il mio riferimento nella fascia dei sei/settecento euro (e potremmo anche aggiungere qualche centinaio di euro ancora).

     

     

    Van Den Hul M.C. D102 mkIII Hybrid

    Questo cavo invece non sarà sconosciuto ai più, soprattutto a coloro che si dilettano di auto-costruzione, settore nel quale il D 102 mk3 è un best seller da anni, vediamo nel dettaglio se la fama è meritata o meno. 
    Il cavo Ven Den Hul in prova è stato assemblato dal sottoscritto con connettori di qualità adeguata al cavo (foto sotto), ma che ovviamente potete scegliere secondo i vostri gusti e le vostre filosofie d'assemblaggio. E' possibile acquistare anche la versione terminata che per una coppia di cavi da un metro ha un costo di listino di 159,60 euro, pare che suoni anche meglio del cavo terminato artigianalmente, appena ne avrò la possibilità ve ne darò conferma (o smentita) su queste pagine. Il cavo è pensato per la realizzazione di cavi bilanciati, ma in configurazione sbilanciata consente di isolare la calza da un lato consentendone la configurazione detta semi-bilanciata, dalle doti discusse, ma che nel caso in esame si è rivelata molto efficace.
    Anche in questo caso, al pari di HiDiamond, la filosofia progettuale predilige cavi il più possibile schermati. La dicitura Hybrid, citata nella denominazione del cavo, sta ad indicare un altro aspetto importante della costruzione di questi cavi olandesi e cioè l'uso di materiali compositi. La guaina di rivestimento di un vivace colore giallo è in Hullyflex un materiale, brevettato da Van Den Hul, non flessibilissimo ma molto resistente, i due conduttori in rame, invece, sono rivestiti in argento e godono di una tripla schermatura: la prima delle quali lungo ciascuno dei due conduttori, il materiale che garantisce la schermatura è una fibra di carbonio denominata LSC (Linear Structured Carbon) anch'essa brevettata da Van Den Hul.
    Dei tre questo è il cavo meno neutrale, difetto che però in alcuni casi può tramutarsi in pregio se si hanno esigenze in tal senso. Mi spiego meglio: questo cavo ha un basso molto presente, ma anche rifinito ed esteso alle primissime ottave, la gamma media non ha la trasparenza e il dettaglio del HiDiamond, ma si attesta su livelli di molto superiori ai cavi a lui direttamente concorrenti e ne fa un complemento utile per compensare amplificatori un po' asfittici e diffusori dal basso arretrato, come potrebbe essere quello di alcuni diffusori da stand con poca energia in gamma bassa dovuta al limitato litraggio del box e dal trasduttore per la gamma bassa di piccolo diametro. La gamma alta è molto equilibrata e perfettamente integrata con il registro medio alto, per una riproduzione mai frizzante anche con registrazioni poco curate. Anche la grana pur non raggiungendo le finezza degli altri due antagonisti si fa notare per la sua matericità e per la facilità di riproduzione, generando anche in questo caso una bassissima fatica d'ascolto.
    Il dettaglio, come la scena, è buono, il sound stage pur non profondissimo è vivo e ben scandito sui vari piani. Sarebbe interessante costruirne altri 4 o 5 da sfruttare come connessione analogica multicanale (5.1 o 6.1) nella riproduzione di DVD-Video, DVD-Audio o SACD, la spesa rimarrebbe comunque accettabile e il risultato garantito.

     

    Conclusioni
    In conclusione ciascuno di questi cavi nella sua fascia di prezzo rappresenta un possibile best buy, non nascondo che quello che mi è piaciuto di più è il cavo HiDiamond ma questa è una valutazione che prescinde dal prezzo perché è ovvio che un cavo di questo valore offre prestazioni che gli altri due, per il limitato costo, non possono raggiungere. La sorpresa maggiore però l'ho avuta con il cavo in argento Decware che pensavo fosse sì valido, ma anche con molte controindicazioni per via dell'assenza di schermatura e mi sono dovuto ricredere decisamente. Infine quello che ha guadagnato più punti con l'andare del tempo è stato il Van Den Hul che proprio non mi spettavo suonasse così bene.
    Tutti i cavi di questa prima puntata hanno girato più di un impianto, ma voglio lasciarvi con una nota personale: dopo vari incroci ho scelto di inserire l'HiDiamond signal + esoteric sulla sorgente analogica, il Decware DSR 1.0 sul lettore cd/sacd e il Van den Hul D102 mkIII tra pre-amplificatore e finale e devo dire che l'equilibrio è impeccabile: il cavo più costoso alla fine se l'è aggiudicato il giradischi perché in definitiva è la sorgente migliore e il cavo in argento, di costo più contenuto, è andato alla sorgente digitale anch'essa di minori pretese, ma dall'ottimo suono' Entrambe grazie anche al contributo non secondario del Van Den Hul vanno a costituire un parco connessioni che per l'attuale impianto che uso per le prove non è niente male.

    Non perdete la prossima puntata dove parleremo di cavi di potenza e altro ancora.





  • L'album di VideoHifi

  • I Blog di Melius Club

    1. Scendo alla prossima

      Wurlitzer_01.thumb.jpg.78c0a14ff698d0569eb7134ea415676d.jpg

      dopo il primo blog sugli organi da strada Olandesi, , mi sembra naturale proseguire la strada della musica riprodotta “in altra maniera”.
      Organi da strada… carini, vero? 
      E i JukeBox? Sicuramente un oggetto che molti di noi conoscono.
      Tre le marche fondamentali:
      Wurlitzer, Seeburg,  Rock-Ola
      E mica parliamo di “macchinette” eh…! La diffusione di queste macchine era, dal 1930 al 1960, molto vasta.
      Tanti locali pubblici, e non di certo solamente negli USA, ne avevano uno.
      Pensate che nel solo anno 1936 la Wurlitzer  riuscì a vendere più di 40.000 jukebox…
      Era stata la ditta Ami a produrre il primo vero fonografo a moneta che fu messo sul mercato nel lontano 1927.  Questa azienda aveva un certo nome come produttore di pianoforti automatici…

      Non riuscì a diventare marchio leader negli States. Cosa che però, gli riuscì in Europa.
      Nel 1933 (quindi 3 anni dopo la AMI) la Wurlitzer presentò il suo primo apparecchio, col quale si poteva selezionare uno dei dischi inserito in questo “mobile” (che, inizialmente, era fatto di legno).


      Quella di poter selezionare il brano che si voleva ascoltare si rivelò subito una scelta vincente.
      In pochi anni anche Seeburg  e Rock-Ola riuscirono ad affermarsi sul mercato. 
      Il mobile di questi apparecchi prodotti in quegli anni erano fatti di legno.
      I dodici (ma c’erano anche modelli con una selezione/offerta più piccola…) dischi erano, visto il periodo,  a 78 giri.  I dischi erano disposti in una pila verticale dalla quale di volta in volta venivano estratti e “suonati”. 

      Fu la ditta Seeburg a sposare, prima di tutti, il “KITSCH”, tipo di design che ha reso famosi questi aggeggi. Non vi è dubbio alcuno che il grande successo di vendita fu anche per i vari mobili, cromature, colori, plastiche  illuminate. 
      Interessante sapere che questi JukeBox raramente venivano venduti ai locali, bar, ristoranti ecc. 
      Si preferiva venderli ai noleggiatori, che noleggiavano ai locali pubblici le ultime novità. Tempo un anno, e la macchina passava dai grandi locali ai bar più piccoli, poi nelle cittadine meno grandi, infine nei locali di campagna.

      Questi bar e ostelli erano l’ultimo anello della catena… quando arrivava un nuovo modello, con ancora più luci, colori, scelte e stranezze varie, il jukebox, spesso ancora perfettamente funzionante, veniva distrutto. 
      Consumismo, si chiama. Ne sappiamo qualcosa anche noi, adesso….. 😁
      Comunque sia… fu nel 1940 che ebbe inizio la produzione di Jukebox  ad arco. Erano sempre stati squadrati, prima. Fu una grande idea, tant’è che i dieci anni successivi i jukebox prodotti avevano tutti, più meno, la stessa forma. 
      Non sarebbe completamente giusto però, scrivere “10 anni successivi”, perché negli anni della seconda guerra mondiale i vari Seeburg, Wurlitzer, Ami e Rock-Ola furono, più o meno, costretti a convertire i macchinari di produzione alla fabbricazione di materiale bellico.
      Così fu che  molti vecchi JukeBox che prima della guerra venivano distrutti perché “non più di moda”, durante la guerra venivano dismessi in grandi magazzini. Così si potevano recuperare dei pezzi di ricambio; 



      Un pezzo unico, una meccanica unica, fu la svolta che fece di Wurlitzer il marchio leader. Cambiava la carrozzeria, ma la meccanica restava pressoché uguale.
      In pratica… si teneva il mobile originale, ma si cambiavano il design e le dimensioni esterne….. 
      I costi diminuirono e….così i locali più modaioli e lussuosi ebbero sempre dei jukebox nuovi, che però… erano sempre gli stessi,  a livello tecnico;  cambiava solo il mobile esterno nella sua veste estetica!
      Dopo la guerra 1939/1945, l’entusiasmo per i JukeBox cresceva in tal modo che era davvero difficile trovare un locale pubblico che non ne avesse uno.  

      Non si dipendeva più solo dai brani musicali proposte dalle radio, o, per i più fortunati, da qualche disco che si poteva avere in casa… coi vari Seeburg, Rock-Ola, Ami e Wurlitzer (e altri nomi…) se volevi ascoltare il brano preferito era sufficiente inserire una monetina e… l’ascolto era fatto  😜
      Ovviamente era anche un bel mercato per l’industria discografica… (a propò… qualcuno si ricorda del “FestivalBar” che si faceva, una volta all’anno, nell’Arena di Verona? La classifica finale si basava sulle selezioni effettuate da chi inseriva 100 lire <200 ?>  Chi si ricorda più, sic!)… 
      Io, nel mio piccolo, ho sempre dubitato che fosse un conteggio vero e non pilotato, ma questo è un altro discorso… 🙄


      IL nome JUKE BOX non si sa di preciso da dove venga… esistono più teorie, probabilmente tutte vere… Fatto sta che avere la possibilità di avere un mobile che riproduceva musica, e magari pure quella più popolare, non fu molto ben vista dai musicisti.
      Del resto… i musicisti suonavano per guadagnarsi da vivere, stavano sul palco, anche se improvvisato, nei bar, e suonavano… Vedersi sostituiti da una macchina “infernale come questa…. " significava dover cercare altri luoghi dove poter guadagnare suonando… oppure… erano costretti a cambiare lavoro o diventare musicista da strada…  (rubare il lavoro lo si può fare/interpretare in molti modi…..) .


       

      Dite la verità, qui, forse, siamo tutti audiofili… sì, ma anche un po’ nostalgici… (o no???)
      Chi di noi non avrebbe voglia, entrando in un bar, di inserire una moneta nella fessura, selezionare qualche brano e ascoltare quel suono di “poca fedeltà” ma molto fascino?
      Chissà… magari nel bar si trovano delle ragazze  e voi potreste invitarle a ballare…  roba d’altri tempi? be', sì… certo. Ma … a voi non piacerebbe averne uno, in casa? 
      Se vi interessa (e se avete lo spazio necessario…) cercate sul web… troverete molti JukeBox usati/garantiti/originali in vendita… non costano poco, OK, … ma… volete mettere?

      PS… avevo scritto queste righe più di un mese fa, per poi dimenticarmene (…) l’altro giorno sono andato al museo “Nicolis” di Villafranca Veronese, e lì ci sono esposti 4/5 jukebox originali, (e anche... udite udite, qualche organo da strada di cui parlavo tempo fa...) molto belli. 
      E … mi è venuto voglia di riaprire  queste righe…
       

      Vedo di inserire qualche foto, grazie per la lettura

       

      ami_01.thumb.jpg.242eae0815f5d2af4e40d4aef9f55a51.jpg 

      esistono delle belle letture sull'argomento, spesso hanno delle belle immagini.

      Molto di ciò che ho scritto l'ho preso da questo bellissimo libro. Ve lo consiglio... (contiene anche un CD di musiche del JukeBox_Time...)

      JukeBox_libro.thumb.jpg.1fdd7058255d24e4597158f627c449e9.jpg


       

    2. Ben ritrovati, ad un nuovo appuntamento con i torrenti, le Trote, e le avventure di pesca.

       

      In questa nuova conversazione, vorrei illustrare per sommi capi, anche a chi ne è completamente digiuno, come si sviluppa la pesca alla Trota, che di norma presuppone due principali tecniche di esecuzione, una la cosiddetta pesca con artificiale, l’ altra invece quella con esca viva.

       

      La prima, conosciuta soprattutto per l’ uso del cosiddetto cucchiaino, prevede l’ utilizzo di un’ esca finta, formata da una paletta di metallo, a forma appunto di cucchiaino, paletta che è libera di ruotare su un asse formato da una sottile anima di acciaio, che ad un estremo ha un anellino che permette di fissare il rotante al filo di nylon, e sull’ altro lato, alla fine dell’ anima in acciaio, si trova un’ asola che tiene in posizione una piccola ancoretta, cioè tre ami fissati insieme e sfalsati a 120 gradi in modo da rendere l’ arpioncino sempre attivo nei confronti del pesce da qualsiasi angolo la aggredisca. La foto che segue, credo sia più chiara di qualsiasi spiegazione.

       

      Esche_artificiali_pesca_Trota.thumb.jpg.6f0af6eadd4efe8a8b8ee99be716add2.jpg

       

      Come si vede qui sopra, i cucchiaini, così chiamati per la paletta che sembra un cucchiaio, sono i più utilizzati in torrenti, hanno forme, fogge, dimensioni variabili, come pure i colori e i disegni che compaiono sulla superficie del cucchiaino, alcuni li ho personalizzati io utilizzando i colori da modellismo, per fare delle diverse colorazioni o disegni che, ritenevo, potessero renderli più appetibili alle Trote, cosa che poi, statisticamente, non mi pare sia stata confermata . . . !!

       

      Pesca con artificiali 

       

      La tecnica di pesca con artificiale prevede il lancio del rotante, nella zona di interesse dello specchio d’ acqua, il suo recupero col mulinello a intervalli più o meno regolari, ma continuo, in modo che la paletta del cucchiaino in acqua giri a forma di vortice e attiri la curiosità e la voracità della trota, che inseguendo l’ esca finta e mordendola, rimanga agganciata  all’ ancoretta attaccata posteriormente.

      Sembra una tecnica crudele, invece è la forma di pesca meno aggressiva, preferita da chi non vuole trattenere il pesce, perché l’ abboccata così detta, ovvero l’ agganciarsi della trota all’ esca, è superficiale e solitamente, con molta attenzione, si può slamare, ovvero togliere l’ arpione dal labbro del pesce, senza provocare nessun danno fisico e produrre alcuna mutilazione.  

      E’ una tipologia di pesca molto pulita anche dal punto di vista del pescatore, che non maneggia esche vive, ovvero lombrichi, camole o altri animaletti, che comunque sporcano, deperiscono, e costringono a procurarseli per tempo, andando a raccoglierli o acquistandoli presso i negozi specializzati. Una variante consiste nell’ utilizzare artificiali con la forma di un pesce che, recuperando la lenza sotto la superficie, imitano il movimento natatorio di un pesciolino, e attirano così l’ attenzione della trota che vede sia una potenziale preda fonte di proteine nobili, che un intruso che invade il suo territorio, scatenando in questo modo la pronta reazione e l’ attacco, soprattutto di pesci di buona taglia. Molto valida in questo senso è l’ imitazione del pesce persico, che atavicamente scatena la reazione delle trote che lo vedono come un intruso nel proprio territorio di pertinenza, ovvero di caccia e di ambiente in cui vivere svolgendo le proprie attività.

      Qui sotto alcuni dei pesciolini finti , imitazioni molto veritiere, che vengono utilizzati per insidiare Trote di buone dimensioni, si tenga presente che questi pesci artificiali sono anche in grado di muoversi nell' acqua imitando il movimento del pesce vivo, ovvero guizzano e si muovono ondulando, cosa che può essere accentuata dal pescatore, sia muovendo la punta della canna lateralmente, sia variando la velocità di recupero con il mulinello. 

       

      Pesciolini_finti_esche_da_Trota.thumb.jpg.784389501a09c293d75c02a8defff4bc.jpg

       

      Quelli qui sopra in foto sono solo alcuni dei pesciolini ed esche artificiali che nei decenni ho utilizzato per la pesca, in torrente, e anche in lago, dove si potevano insidiare anche i cavedani, i Persici Trota, detti Boccaloni, e i Persici classici.

       

      Pesca con esche naturali

       

      La seconda forma di pesca alla trota si basa appunto sull’ utilizzo di esche vive, naturali, di cui i classici esempi sono il lombrico, la camola del miele o il gatoss, ed è la cosiddetta pesca alla tocca sul fondo, cioè attuata per mezzo di un finale di lenza composto, partendo dal tratto terminale del filo, da un amo con lombrico, camola del miele o altro insetto vivo, piombatura adeguata per permettere di lanciare ad una distanza di almeno 6-10 metri l’ esca e, non diffuso ma comodo, girella con moschettone che permette di attaccare e staccare facilmente la montatura così fatta dalla lenza principale, ovvero il filo che va alla canna e si avvolge nel mulinello.

      Il terminale citato, lungo solitamente dai 30 ai 45 centimetri, ha alcuni vantaggi rispetto al filo continuo, cioè senza l‘ interposizione del moschettone con girella, tra i quali il fatto che è molto veloce il cambio dello stesso, per esempio se si vuole montare un diverso finale di lenza con piombatura o amo differente, oppure se si impiglia e si strappa il filo sul fondo, cosa che in un torrente non è evento raro, di solito la rottura si ha sul nodo che aggancia il terminale al moschettone, preservando il resto della lenza, oppure per il cambio rapido da pesca ad esca viva a quella con artificiale, cioè da amo a cucchiaino o viceversa. C’ è però un aspetto negativo, ovvero  inserendo un elemento in più sulla lenza, ed un nodo ulteriore, si indebolisce la resistenza e l’ elasticità del filo, che può diventare cruciale se abboccasse un pesce importante, la trota attesa una vita intera.

      Nella pesca a tocca, il lancio dell’ esca si fa in corrente, sotto cascata, vicino a dove si pensa vi sia la tana e si lascia affondare il tutto senza recupero immediato, in modo che l’ esca si muova naturalmente seguendo la corrente, e il pesce possa vedere e saggiare il cibo attaccato all’ amo. Si mette poi in tensione il filo recuperando un poco di lenza con il mulinello, e si “sente” sul filo, fisicamente con la mano libera la presenza della trota che mangia, rappresentata tipicamente da colpetti più o meno energici che si propagano alla canna, poiché di solito il pesce mangia e contestualmente fa leggeri spostamenti del corpo, mantenendo la posizione in acque mosse, nuotando e compensando con piccoli movimenti laterali delle pinne. Qui sotto alcuni terminali già preparati, per non perdere tempo durante la battuta di pesca in torrente . . . 

       

      Finali_per_esca_viva_pesca_Trota.thumb.jpg.ef4f6bc07097b0432e8211ad38f1824f.jpg

       

      La foto non rende molto, ma il concetto di fondo è che i finali hanno un' asola, si vede a destra, che si infila nella girelle e moschettone legata al nylon principale che entra nel mulinello, e che quindi si possono cambiare in funzione del peso che si usa, io di solito utilizzo due olivette abbastanza pesanti che permettono sia di lanciare agevolmente più lontano rimanendo nascosti, sia di far affondare subito in corrente l' esca. All' estremità di sinistra, dopo circa 30-40 centimetri di lenza, l' amo, in questo caso un amo corto per camole, scuro, per non riflettere la luce sotto il sole, e ritorto per ferrare meglio il pesce.

       

      Dal tipo di tocca che si avverte sulle dita della mano che stringe la lenza, un pescatore con esperienza capisce già di che mole è la Trota che sta assaggiando l’ esca, solitamente la trota piccola è vorace e molto disordinata nei colpetti e si muove molto nello spazio a sua disposizione, mentre la trota più matura mangia dando colpi secchi ma meno irruenti e spesso rimane in posizione immobile nel punto in cui ha abboccato, saggiando il cibo con molta calma prima di passare ad ingoiarlo.

      Durante la pesca alla tocca, c’ è la variante della Trota, di misura variabile che, presa in bocca l’ esca, punta decisa verso la sua tana, per abitudine o perché insidiata da rivali per il cibo, tana posta solitamente sotto una roccia, nei pressi della cascata, in un punto nascosto, dove si trova il suo rifugio abituale, per continuare a mangiare in sicurezza il cibo conquistato. A questo punto dell’ azione di pesca le cose possono ulteriormente complicarsi, perché una Trota in tana è sempre un’ incognita per il pescatore.

      In poche frazioni di secondo si deve decidere se lasciare che il pesce entri nel suo rifugio, affinché mangi con calma e si agganci quasi da solo all’ amo, o recuperare, dando il colpo di ferrata con la canna. Nella tana infatti gli spazi sono spesso angusti e il filo può incappare in punti taglienti delle rocce, per cui si rischia di tranciarlo, oppure si verificano situazioni in cui il pesce rimane saldamente bloccato nel suo rifugio, cosa che rende impossibile il tirarlo fuori dalla tana senza rischiare di strappare il filo o procurare dei danni al pesce stesso.

      Spesso conviene perciò ferrare quasi immediatamente, termine che indica il colpo con la canna a frusta all’ indietro subito dopo l’ abboccata del pesce e conseguente recupero del filo con il mulinello, per far si che l’ amo punga la trota e permetta al pescatore di trarla fuori dall’ acqua, anche se alte sono le probabilità che il pesce, non avendo ancora ingoiato il cibo e tenendolo nella parte anteriore della bocca, a filo di labbra, lo sputi e si liberi dall’ amo.

      Proprio perché l’ esca viene masticata e parzialmente ingerita dal pesce, questa tecnica di pesca è meno preservante per l’ integrità fisica della Trota, poiché l’ amo può ferire il pesce, rendendo più complessa la slamatura, o liberazione del pesce dall’ amo, senza il rischio di ledere qualche parte dell’ apparato boccale dello stesso. Risulta così che la tecnica con l’ esca viva, sia la meno adatta a fare una pesca sportiva di cattura e rilascio, perché più difficile risulta liberare il pesce dall’ amo e rimetterlo in acqua indenne. Proprio per limitare questi potenziali danni, di solito si tende ad utilizzare ami di generose dimensioni, in modo che le piccole trote non possano neppure ingoiarli, mentre le più grosse, con ami di grandi dimensioni, sono punte sul labbro e facilmente liberabili, seguendo alcune semplici precauzioni. Tra queste, bagnarsi bene le mani per non intaccare il film lipidico che ricopre la superficie del corpo del pesce, la trota infatti non ha scaglie, come molti altri pesci, la sua forma altamente idrodinamica si basa proprio sulla pelle nuda, che oppone minore resistenza al movimento in acqua, ed è però ricoperta da una mucillagine che protegge il pesce dagli attacchi di parassiti e di altri microorganismi, garantendo al contempo una buona aerodinamica corporea.

      Il pesce va maneggiato con attenzione e delicatezza, senza esercitare pressioni sul suo corpo, basta tenerlo immobilizzato per permettere di togliere l’ amo o l’ ancoretta dalle labbra, operazione in alcuni casi più complicata se l’ amo si è agganciato nel palato o se più di uno dei bracci dell’ ancoretta si sono conficcati nella bocca della trota. Una volta sganciata e libera, la trota va inserita in acqua, possibilmente muovendola delicatamente per permettere alle branchie di ossigenarsi nuovamente, tenendola per la coda, in acque correnti ma non eccessivamente veloci, in modo che riprenda conoscenza e sia lei a muoversi lasciando la mano del pescatore, che la regge. Tutti questi piccoli accorgimenti riescono a limitare al minimo la sofferenza e i disagi del pesce, che viene, per qualche secondo, tolto dal suo ambiente naturale e costretto ad andare un poco in debito di ossigeno, ma se si è attenti e rapidi, la trota ritorna nel suo ambiente liquido senza portarsi dietro nessuna menomazione o trauma, se non un’ esperienza che gli servirà per essere più guardinga e attenta, facendole guadagnare opportunità di sopravvivenza ad un ulteriore passaggio di un pescatore che tenterà di insidiarla.

       

      Differenza sostanziale tra le due tecniche, con artificiale e con esca viva, sono anche i tempi di reazione e le modalità di abboccata del pesce. Nel primo caso il cucchiaino transita velocemente nell’ acqua, per il recupero molto rapido della lenza fatto girando con continuità il mulinello, che aumenta ancora se si lancia in acque correnti e in rapida discesa a valle. Qui la trota ha pochi istanti per reagire, se si riesce a solleticarne la voracità e la curiosità spesso l’ attacco è immediato, addirittura con l’ artificiale in volo sopra lo specchio d’ acqua, e da qui inizia la sfida tra il pesce, che cerca di liberarsi dalla presa, e il pescatore che vuole spiaggiarlo fuor d’ acqua. La trota tenta di liberarsi dal cucchiaino dimenandosi in acqua, saltando fuori dalla superficie del torrente, dove il filo non è più sostenuto dal liquido e permette al pesce di sganciarsi più facilmente, ed anche, comportamento più tipico delle trote di una certa mole, venendo velocemente incontro al pescatore e quindi allentando la tensione della lenza e favorendo così la probabilità di sganciarsi dell’ ancoretta dalla bocca. Altra variabile nel recupero è data dalle posizioni spesso precarie in cui ci si trova a lottare con la trota, cioè in acque vorticose, in difficile equilibrio, nascosti dietro ad una roccia, oppure in posizione elevata rispetto all’ acqua e dovendo sollevare il pesce in aria, quindi senza sostegno del liquido, questo diventa immediatamente più pesante e in grado di divincolarsi in modo più disordinato.

      Nel caso di pesca con l’ esca viva, questa viene lanciata e fatta scendere verso il fondo, portata a spasso dalla corrente e mossa con piccoli recuperi dal pescatore, rimanendo più tempo a disposizione dei pesci ma è meno visibile di un oggetto in veloce movimento e luccicante, per cui risulta essere più una pesca di attesa e intercettazione del pesce che di sorpresa. Inoltre, una volta ghermito il boccone, il pesce assaggia e mastica il cibo, con tempi più lenti, spesso con cautela, tanto più la trota è grossa, e quindi bisogna attendere il giusto momento prima di ferrare, scelta spesso aleatoria e dettata dall’ esperienza e dalla sensazione che la trota mangi più o meno voracemente, pena il rischio di togliere letteralmente di bocca al pesce il ghiotto boccone.

      Buona parte delle abboccate, sia all’ esca finta che al vivo, vanno a vuoto, nel senso che il pesce sputa prima della ferrata, perché sente per esempio la punta dell’ amo pungerlo, oppure non aggancia il cucchiaino o si sgancia durante il recupero. Qualche volta beffa il pescatore anche se è stato spiaggiato, tale è la reattività, il saltare disordinato, il dimenarsi puntando per istinto sempre e immancabilmente tra l’ altro, in direzione dell’ acqua, unito al fatto di avere la superficie del corpo molto viscida che favorisce il nuoto, da lasciare di stucco il pescatore che è convinto di averla ormai in pugno. Non si contano le situazioni nelle quali mi è capitato di rimanere basito osservando il guizzo finale di una trota, considerata oramai catturata, che recupera il suo ambiente senza dare la possibilità di fare più nulla, lasciando con il rammarico di non essere stato più rapido, perché anche avventandosi sul pesce con le mani, pure in pochi centimetri d’ acqua la trota diventa inafferrabile e di nuovo padrona incontrastata della situazione, capace di dileguarsi in un attimo !.

      Esiste un altro approccio, molto tecnico, di pesca alla trota, è rappresentato dalla pesca a mosca, ovvero una pesca eseguita lanciando a notevole distanza, anche 12-15 metri, una lenza cosiddetta a coda di topo, che si proietta ed estende proprio per la sua conformazione e peso, alla punta della quale viene legata una moschina artificiale, costruita per imitare le piccole efemere ed altri insetti volanti, del peso di un paio di grammi. Il pescatore, eseguendo un movimento a frusta, con una canna e un mulinello speciali, distende muovendo la canna avanti ed indietro, la lenza fino a posarla sul pelo dell‘ acqua, dove attira le Trote che attaccano la riproduzione dell’ insetto che cela un amo.

      E’ una variante di pesca molto tecnica, ma richiede oltre ad un allenamento ed una pratica notevoli, anche il corretto spazio per poter muovere una lenza avanti ed indietro, in aria, senza che questa si impigli in rami, fronde o altro e per la morfologia dei torrenti che frequento è una tecnica di pesca che non è praticabile con successo. Oltre a quelle elencate, che sono le principali, esistono non solo altre tecniche e tipologie di pesca, legate anche alle caratteristiche differenti di torrenti, luoghi di pesca, ambienti, ma anche di quelle sopra citate vi sono innumerevoli varianti, spesso anche messe a punto da singoli pescatori, con modifiche delle esche artificiali, uso di galleggianti, utilizzo di canne molto lunghe e di attrezzature differenti da quanto io ho menzionato e delle quali, nello specifico delle mie esperienze, più avanti racconterò nel dettaglio di alcune di esse.  

      Le numerose varianti tecniche, frutto anche delle tradizioni locali, sono una prova ulteriore di uno sport molto variegato, che rappresenta una ricchezza sia per la passione in sé che per l’ importanza del tramandarsi di nozioni, metodi di pesca spesso profondamente differenti, comunque fonti di cultura, vitalità, diversificazione e diffusione di questo sport antico, o come vogliamo definirlo, passione, od anche hobby, che ci permette di passare del tempo immersi nella natura.

       

      Alla prossima puntata 

       

      saluti , Dario 

       

    3. Z.JPG1A.thumb.JPG.49fce19dce4afbbe0ffd6fec0996463d.JPG

       

      Le cartoline di oggi vi parlano di un lago affascinante, di un ottimo pranzetto, di un’antica leggenda, di un’isola incantevole, e di un percorso mistico.

      Orta, che sorge sulle rive del lago omonimo, è classificato tra i 100 borghi più belli d’Italia. Il lago si è formato dal ghiacciaio del Sempione ed è separato dal lago Maggiore dalla cima del Mottarone. Siamo in Piemonte, nella provincia di Novara. Sono tante le camminate e le attività che si possono fare attorno a questo piccolo specchio d’acqua circondato da una vegetazione lussureggiante e cangiante a seconda della stagione. Gozzano, ad esempio, offre piccole spiagge attrezzate e, nei dintorni, scuole di vela e circoli di canottaggio. Orta, invece, propone soprattutto passeggiate spettacolari e, tra queste, quella al Sacro Monte attraverso una via costellata da 20 cappelle affrescate, dedicate a episodi della vita di San Francesco.

      Arrivando alla minuscola cittadina, si è attratti da una strana costruzione in stile moresco che svetta e domina il lago: si tratta di Villa Pia Crespi, costruita nel 1879, su incarico di un ricco imprenditore tessile, indigeno, che voleva farne dono alla diletta moglie, Pia. Del progetto si occupò uno dei più famosi architetti dell’epoca, Angelo Colla, e, soprattutto nel periodo tra le due guerre, ospitò, oltre al re Umberto I, molte personalità di spicco in ambito letterario e religioso. Ceduta successivamente, finì per diventare un hotel negli anni ‘80. Oggi è reputata una sorta di tempio per i gourmet poichè il suo ristorante è diretto dallo chef Antonino Cannavacciuolo. La Villa è molto bella, ha interni stupendi e preziosi, un magnifico giardino e una bella piscina ma, personalmente, non mi sembra in armonia con il contesto: la maestosità silenziosa e raccolta del panorama lacustre era già perfetta e, a mio avviso, non necessitava di “intrusi”.

      Lasciata l’auto in uno dei parcheggi posti fuori dal borgo, si scende verso il lago attraverso un dedalo di vicoli molto suggestivi, ricchi di affreschi, antichi lavatoi, balconi fioriti, ristorantini e negozietti, fino ad arrivare alla piazza Motta, dove si trova il centro del paese e il piccolo imbarcadero. Da notare il palazzetto detto il Broletto, datato 1572.

      1795906301_IMG_3735(FILEminimizer).thumb.JPG.e92a4119cb11c3024fb3a0aca228c61a.JPG

       

       

      1910740473_IMG_3736(FILEminimizer).thumb.JPG.d76986f8d0b89047f2f7d8dc7be3f664.JPG

      559108320_DSCN0973(FILEminimizer).thumb.JPG.792ed78c73b5791bc90842ce3d021d0f.JPG

      O2.thumb.JPG.29200858b803547e600a38635a721f8d.JPG

      IL BROLETTO

      O3A.thumb.JPG.8e69b2c2f7dda77253e691b2458b3f51.JPG

      O3.thumb.JPG.de439914d6be3964aee3252d588c210c.JPG

       

      O4.thumb.JPG.3a69a0081c56c1ae5a4c229fda7a46b3.JPG

       

      O5.thumb.JPG.a84d93a97cb91c56cb5ccb83d9fd1f12.JPG

      La chiesa parrocchiale di Santa Maria Assunta

      O6.thumb.JPG.9731f67cb9c157fe705acf1e5a74a317.JPG

      O8.thumb.JPG.5bc1942cbc80f7cf14cbb16f4482af3e.JPG

       

      Le specialità della valle sono tante ma i formaggi sono il top. 

      1895535874_P1120803(FILEminimizer).thumb.JPG.b335e0b1daa4f2bf7a4a022291514033.JPG

      E’ ora di pranzo e, prima di imbarcarci per l’isola, anche noi ci sediamo in un ammiccante e già sperimentato ristorante proprio a bordo acqua, di fronte all’imbarcadero e all'isola.

      Ecco il nostro goloso menu:

      Sformatino di patata e porro, fonduta al maccagno 

      1P.thumb.JPG.214dd27723c5e7d650467c75ad04de8b.JPG

      Gnocchi di segale, grasso di Formazza, pistilli di zafferano e pancetta nostrana 

      2P.thumb.JPG.415654c46547e4cd32313d869ba967a7.JPG

      Sottofiletto di manzo, scalogno confit e salsa al marsala

      3P.thumb.jpg.5d0f60c51bd2442f6feaef82d95a2c1c.jpg

       

      Crema bruciata alla nocciola IGP del Piemonte 

      4P.thumb.jpg.239cf96d7a5a805eb456e4374d4dd213.jpg

       

      Caffè e piccola pasticceria della casa

      5P.thumb.jpg.3f731bfdae7825e58bc0d0f876a3f8fa.jpg

      Tutto ottimo!  😋

       

      869226978_DSCN0981(FILEminimizer).thumb.JPG.3de914493efa1633e3104115ad655445.JPG

       

      E ora parliamo della leggenda che ha dato il nome all'isola e del miracolo di San Giulio e anche dei mostri...

      Giulio e Giuliano erano due fratelli religiosi, che, nel IV secolo, sotto l'imperatore Teodosio, si misero in viaggio con l'obiettivo di convertire i pagani e di fondare 100 chiese. Lungo era stato il cammino e anche faticoso ma la loro fede li aveva sempre aiutati a superare i pericoli e le avversità incontrate ed erano quasi alla fine della loro missione dopo aver fondato ben 99 chiese quando giunsero alle rive del lago! Giulio era anche un esorcista e, decise che la centesima l’avrebbe fondata proprio su quell’isola “maledetta”!  Si diceva infatti che l’isola fosse infestata da draghi e serpenti feroci che si cibavano, in un solo boccone, di capre selvatiche, di buoi e anche di quei malcapitati che, in barca, osavano avvicinarsi.

      I barcaioli infatti si limitavano a pescare poco distanti dalla riva e lontano dall’isola ma raccontavano di avvistamenti spaventosi e descrivevano i mostri arricchendoli con particolari agghiaccianti. Nessuno mai si sarebbe arrischiato a trasportare i due monaci, anzi, gli abitanti tutti li supplicarono di lasciar perdere e di abbandonare quella idea così folle. Giulio non si lasciò convincere e, inginocchiatosi sulla riva, iniziò a pregare chiedendo l’aiuto del Signore. E avvenne il miracolo!  Il suo mantello si trasformò magicamente in una sorta di barca  resistente alle onde create dai draghi e lo portò sano e salvo sull’isola dove, non solo sconfisse le forze del male ma riuscì anche,con l'aiuto di tutti i borghigiani, sedotti e convertiti dal miracolo, a fondare la sua centesima chiesa!!  Ora nella sacristia della chiesa è conservato un lungo osso, forse una vertebra, del drago ucciso dal Santo che, a sua volta, è sepolto nella cripta sottostante.

      Sì, ho raccontato una bella fiaba che, di vero, pare abbia solo qualche radice:in realtà, forse, sull’isola abitavano dei pagani irriducibili e crudeli. Per quanto riguarda l’osso pare, invece, sia un fossile di una balenottera spiaggiatasi e defunta in epoca glaciale! Sotto la chiesa, poi, si sono trovati anche i resti di un’altra chiesa costruita in epoca precedente. 

      Da segnalare, comunque, che ancora oggi, alcuni barcaioli sostengono di avvistare, a volte, degli strani mostri, simili a coccodrilli che sbucano dall’acqua e, con fare aggressivo, li spaventano. Insomma, anche in Piemonte abbiamo il nostro Lochness!!  😱  😂

       

      Adesso torniamo seri, abbandoniamo le fantasie e imbarchiamoci alla volta dell’isola.

      2098639516_DSCN0945(FILEminimizer).thumb.JPG.60467a6309942452d9aaf8512eca337d.JPG

       

      1956939847_P1120836(FILEminimizer).thumb.JPG.109eb7d239dadc2e7b9ea591f76b7eab.JPG

       

      373733875_P1120834(FILEminimizer).thumb.JPG.1a32c90b0a6f6d6da66d780e0102181e.JPG

       

      1129080624_P1120840(FILEminimizer).thumb.JPG.177879623d757b05c853433a9b55cd31.JPG

      San Giulio domina dall'alto del Palazzo Vescovile

      713338548_P1120839(FILEminimizer).thumb.JPG.08eb44b024ddc2f01b9647f18924de40.JPG

       

      Già dal lago, mentre ci avviciniamo,  ci rendiamo conto di quanto possa essere bella, romantica e ricca di fascino:

      1450123633_20180516_152503_HDR(FILEminimizer).thumb.jpg.93f6d896700024305f2fce23d1171295.jpg

      L’isola, molto piccola, detta anche isola del Silenzio, ha soltanto una via perimetrale dotata di una particolarità: se si intraprende il cammino in un verso si percorre la via del silenzio, se ci si incammina nell'altro senso, la via della meditazione. In certi periodi, lungo la via, si possono leggere dei cartelli fronte/retro, multilingue, con frasi diverse scritte a seconda del percorso: questi pensieri sono quelli di una badessa, Madre Anna Maria Canopi.

      1987044034_P1120851(FILEminimizer).thumb.JPG.fa981c28aefd9538003cf0edf24c07e7.JPG

       

      143295280_P1120846(FILEminimizer).thumb.JPG.8fd6582dd0c6e134e15bada367fc4ba8.JPG

       

      2029694895_DSCN0958(FILEminimizer).thumb.JPG.d8ee2c8de449c87594935544dd92435b.JPG

       

      39896904_DSCN0956(FILEminimizer).thumb.JPG.3f34d9e9e943da73facb16711599bf39.JPG

       

      1387353352_DSCN0962(FILEminimizer).thumb.JPG.85ee9ce64506d539eb7c395bd2738396.JPG

       

      823669562_DSCN0961(FILEminimizer).thumb.JPG.26e071d5376fb73577aabcd53846a1d4.JPG

       

      Z.thumb.JPG.9df2e9a8292b9c2d5f139b89f121bbf8.JPG

       

      305514418_P1120864(FILEminimizer).thumb.JPG.4b1d1b2783a6f11352df7ed1e8ea044c.JPG

      Lungo la via si incontra anche una passerella celata che serve alle suore di clausura per accedere direttamente dal convento alla chiesa senza passare dalla stradina pubblica.

      579484981_P1120856(FILEminimizer).thumb.JPG.96090689b5796b3ff3eadc901761e1f7.JPG

       

      La popolazione dell'isola non arriva a 100 abitanti, di questi, almeno 70, sono suore di clausura benedettine dedite allo studio di testi sacri, alla preghiera e alla meditazione.

      Non si può non restare immersi in questa atmosfera così tranquilla e serena e neppure non riflettere su quanto si legge camminando, istintivamente, a passo lento e con rispetto.

      Ed ecco l'interno della basilica di san Giulio che ha il fronte direttamente sul lago: è ricca di dipinti di epoche diverse ed è impreziosita dall'ambone in serpentino d'Oira, una pietra verde estratta nella zona.

      G.thumb.jpg.08925891cf27eac58d4d54f577675d98.jpg


      1530971472_DSCN0965(FILEminimizer).thumb.JPG.8216bbaa113f40898d19cb2e8951d2ab.JPG

      Una cosa è certa, anche se non si tratta di un miracolo, dopo questa passeggiata, tornando a casa, ci si sente davvero più sereni, leggeri e rilassati! 😉

       

       

       

      G.jpg



Facebook

About Melius Club

Melius Club: la nuova casa di Videohifi.com
Melius Club è il ritrovo dei cultori di tutte le passioni sospese tra arte e tecnica, appassionati sempre alla ricerca del miglioramento. Melius Club è l'esclusivo spazio web dove coltivare la propria passione, condividere informazioni, raccontare esperienze, valutare prodotti e soluzioni col supporto attivo della comunità degli appassionati.

Riproduzione audio e video, fotografia, musica, dischi, concerti, cinema, teatro, collezionismo e restauro di preziose apparecchiature vintage: qui su Melius hanno spazio tutte le passioni.

 

 

Il servizio web Melius.Club viene offerto al pubblico da Kunigoo S.R.L., start-up innovativa attiva nel settore Internet of content and knowledge, con sede legale e operativa nell’Incubatore certificato Campania NewSteel in Napoli via Coroglio 57/d e codice fiscale 07710391215.

Powered by K-Tribes.

Follow us

×

Informazione Importante

Privacy Policy