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    Preamplificatori McIntosh C-2300 e C-50

    di Bebo Moroni

     

    Un assunto alquanto minimalista vuole che il preamplificatore ideale sia soltanto “un filo con guadagno”.
    Questo è abbastanza coerente con l’attuale epoca di minimalismo audiofilo ed è vero che, parafrasando Henry Ford, “tutto quello che c’è non si rompe… e non sporca il suono”.
    E’ tuttavia esistita un’epoca molto diversa, fra i trenta ed i quarant’anni fa, nella quale i pre sfoggiavano sul pannello frontale addirittura il elettore “stereo - mono – reverse” (!) ed in cui comandi come il loudness ed i controlli di tono, che oggi fanno arricciare il naso a molti puristi, erano considerati il minimo sindacale anche per un integrato di fascia bassa - figuriamoci per un pre di riguardo.
    McIntosh da sempre interpreta i propri apparecchi un po’ come fa la Cadillac con le proprie ammiraglie: finiture di gran classe, grande attenzione al comfort. Ed anche i pre e le sezioni pre degli integrati non hanno mai smesso di presentare un set di comandi che li dotasse di una vasta capacità operativa senza (ohibò!) detrimento per le prestazioni; tornando alla citazione di Ford parafrasata sopra, circuirti che non si rompono e non sporcano il suono (e che costano cari, ma nulla è perfetto). 
    Stavolta, abbiamo a che fare con due pre di questa Casa (il C-2300 a valvole ed il C-50 a transistor) la quale, nonostante i cambi di proprietà, è una vera bandiera yankee nonché una pietra miliare del nostro mondo da oltre sessant’anni; nessuna sorpresa che non si tratti di due “fili con guadagno” ma di due macchine che quasi coccolano l’utente con le feature a disposizione.

     

    C-2300

    Per avere un esemplare di questo pre dovete andare dal vostro rivenditore di fiducia con 8.900 Euro se non vi fa sconti sul listino e con un amico che vi aiuti a caricare in macchina i venti chili dell’imballo (la sola macchina ne pesa circa tredici); dovete quindi predisporre un adeguato spazio nel vostro mobiletto porta elettroniche e posarci su questo pre che è grosso e pesa più di tanti finali in circolazione.

     

     

    A questo punto, se siete di quelli che “usano” l’impianto e non si limitano a sessioni d’ascolto simili a sedute d’adorazione, vi sentirete come un bambino davanti ad una scatola di cioccolatini: la macchina ha infatti una lista di capacità operative impressionante.
    Concentrandoci su quelle di più ampio utilizzo da parte di chi vuole sfruttarne le doti di vera console di controllo, troviamo otto ingressi “RCA” (o “Chinch”) sbilanciati. Quattro di questi ingressi sono duplicati in bilanciato con i classici connettori cosiddetti “XLR” (o “ITT Cannon”); da notare che tutti gli ingressi sono assegnabili dall’utente ed il display frontale si adegua alla denominazione scelta, una soluzione HT-style che mostra come ciascuno dei due settori possa proficuamente mutuare dall’altro. Parlando di HT, questo pre è dotato di pass-through (“pass-thru” sul pannello, alla yankee) e può quindi rendersi “trasparente” nei confronti di un segnale HT diretto ai canali frontali che il finale a lui collegato piloterà.

     

    Esistono poi tre uscite doppio standard sbilanciato RCA / bilanciato XLR verso i finali due delle quali disattivabili, anche da telecomando.
    Da notare l’anello di tape suddiviso: per il tape in si deve usare uno degli ingressi, per il tape out è prevista una specifica uscita.
    Il c-2300 può scambiare comandi con altri apparecchi McIntosh (lettori, finali, eccetera) con un sistema dedicato di porte.

     

    Una caratteristica veramente di spicco è la presenza di ben due pre fono interni, uno per testine a MM ed un per testine MC, basati su tubi 12AX7A e ciascuno con guadagno d’entrata regolabile. La resistenza per l’ingresso MC e la capacità per l’ingresso MM sono regolabili da telecomando. Presente anche una vite di massa per ciascun ingresso. 
    Fra le altre feature troviamo i controlli di tono (bassi / alti) regolabili da telecomando per ciascun ingresso (ed escludibili, per i più… audiofilmente apprensivi) e la presa cuffia.
     

    McIntosh ci da in questa macchina un’idea di come sarebbe oggi il mondo dell’hi-fi se non fosse stato inventato il transistor:  la circuitazione che assiste le valvole è ampiamente razionalizzata su schede, non c’è quasi traccia del tipico cablaggio più o meno disordinato dei pre a tubi, le resistenze a filo ed i condensatori di polipropilene non sono certo “vintage”. In fabbrica hanno rivisto i tradizionali circuiti di questo tipo di macchine interpretando in chiave moderna ogni singolo elemento.

     

    Alcuni dati dichiarati dal costruttore: risposta in frequenza +0 -0,50dB da 20Hz a 20kHz e +0 -1dB da 10Hz a 100kHz; distorsione armonica totale 0,08% 20Hz - 20kHz; rapporto segnale/rumore fono 80dB ed alto livello 93dB.

     

    C-50

    L’apparecchio si presenta come “pre analogico-digitale” in quanto ha la capacità di trattare in ingresso oltre ai segnali analogici, segnali digitali. 
    Dispone infatti di ingressi digitali per segnali PCM provenienti da unità di riproduzione esterne. Si tratta di due connettori coassiali elettrici (S/PDIF) e di un USB (porta in standard USB 2 o “high speed”) per accettare segnali PCM dall’esterno.

     

     

    In sostanza è possibile collegare praticamente qualsiasi cosa al C-50, a partire dal proprio personal computer Apple o Windows per gestire in entrata file iTunes o Windows Media fino, sempre tramite iTunes, alla musica residente su un iPhone.
    Una volta accettato il segnale in ingresso, il McIntosh provvede ad un upsample a 192/32 prima di avviarlo alla conversione affidata ad un ESS 32/192 con circuito antijitter; sempre in tema d’integrazione, la macchina dispone dei connettori per il collegamento ad un processore esterno.

     

    Sul retro è presente un comodo connettore “pass-thru” (vedi sopra, nella sezione sul C-2300) per integrare il C-50 e l’amplificazione con diffusori a valle di questi in un impianto HT.
    Pur aprendo (letteralmente!) la porta verso le connessioni digitali, questo pre non rinuncia alle sorgenti analogiche ed infatti sul pannello posteriore trovano posto sei ingressi analogici ad alto livello “RCA” (o “Chinch”) sbilanciati due dei quali sono duplicati in bilanciato con i classici connettori cosiddetti “XLR” (o “ITT Cannon”); ma non manca il posto per la più classica delle sorgenti analogiche, il disco nero, poiché il C-50 presenta due pre fono interni come il fratello C-2300, anche qui uno per testine a MM ed un per testine MC ciascuno con la sua bella vite di massa e ciascuno con guadagno d’entrata regolabile. Anche per questi pre si possono gestire da telecomando la resistenza per l’ingresso MC e la capacità per l’ingresso MM.

     

    La McIntosh non ha fatto mancare ai suoi fan un equalizzatore con comandi sul pannello frontale con esclusione automatica per i controlli a centro banda (sempre per chi voglia un segnale più diretto possibile dall’ingresso all’uscita) e di una presa cuffia.

     

    Cotanto dispiego di tecnica e componenti (oltre dodici chili, per chi valuta l’hi-fi a peso; l’alimentazione è nella parte inferiore dello chassis ed i circuiti di segnale in quella superiore, protetti da una paratia, per minimizzare i disturbi) costa 9.200 Euro di listino salvo sconti. 
    Alcuni dati dichiarati dal costruttore: risposta in frequenza +0 -0.50dB da 20Hz a 20KHz e +0 -3dB da 15Hz a 100KHz; distorsione armonica totale 0,002% 20Hz - 20kHz; rapporto segnale/rumore fono 88dB ed alto livello 100dB.

     

    Note d’ascolto
    Per questo numero speciale abbiamo voluto mettere a confronto, o meglio no, non è mettere a confronto bensì averli entrambi a disposizione, i due preamplificatori monotelaio di punta del prestigioso catalogo Mac: il C2300. Già assurto agli onori della cronaca e nei desideri anche di quegli audiofili che non hanno McIntosh nel cuore, in grazia di flessibilità e prestazioni promesse di grandissimo calibro, e il nuovo C50. Un vero e proprio mostro di flessibilità ( due stadi phono, convertitore integrato 32/196, dieci ingressi bilanciati totali etc.) ma a quanto ci dicono…non solo. Staremo a vedere.
    I due preamplificatori sono stati inseriti in un impianto composto da giradischi Luxman PD 444 con bracci Fidelity Research FR 64S e Denon DA 308, testine Fidelity Research FR 1MK2 con stilo Van Den Hul e Denon DL 103S, meccanica/CD Player Belcanto CD1, finali di potenza Mark Levinson ML 23.5 e Luxman M 4000, diffusori IMF TLS 80 MKII e Harbeth HL-P3ES2, cavi di segnale e di potenza ART.
    Il primo dei due giganti ad essere sottoposto alla prova d’ascolto è il transistorizzato C50. Sin dalle prime battute, con il rodaggio ancora da effettuare, la persomalità di questo preamplificatore appare chiara e netta, ed è per certi versi una sorpresa: non vi aspettate il classico suono Mac quello che, per esempio, pur fortemente “modernizzato” è prerogativa dell’ex-monarca assoluto del catalogo, il C 48. Poco velluto, poco calor da caminetto. Il C 50 è un preamplificatore modernissimo, veloce, aperto. Dettagliatissimo. Nulla da invidiare alle migliori realizzazioni hi-end di marchi prestigiosi ma meno conosciuti.

    Eccellenti i due ingressi phono, c’è da dire che il Luxman PD 444 con i suoi annessi, è un giradischi talmente buono da rendere la vita insieme facile ( suona bene più o meno con tutto) e difficilissima agli stadi phono ( per suonare al massimo, e il suo massimo è qualcosa di strepitoso, richiede il meglio del meglio) si trova a suo perfetto agio, e così la mia collezione di LP, che vengono dispensati in grande messe e con grande piacere nel corso della prova d’ascolto. Bella, squillante, piena, quando occorre confidenziale e suadente la tromba di Miles da Kind of Blue, splendide le voci nel Messiah di Handel edizione Hogwood Oiseau Lyre ( naturalmente), bella in particolare per definizione e finezza di grana la voce solista di Emma Kirby. Manca forse un po’ di tattilità, ma ogni preamplificatore ha la sua personalità e quella del C50 è decisamente versata alla ricostruzione minuziosa dei particolari, alla risoluzione doviziosa del contrasto e in particolare del microcontrasto, elementi che lo rendono così drasticamente chiaro e dettagliato, con in più una caratteristica prettamente Mac: anche quando la restituzione dei particolari alle frequenze alte e medioalte  portata alle massime conseguenze, non si avverte nessuna accuminatezza, nessuna pungenza, il preamplificatore, insomma, non strilla. Semmai a cedere sono i diffusori, prima i vecchi ma strepitosi IMF e molto, molto dopo i piccoli straordinari Harbeth. Ma sto parlando di ascolti a volumi impossibili per un ambiente domestico.
    Proseugo l’ascolto con l’ottimo CD Belcanto, per il momento “stand alone” cioè non collegato ad alcun convertitore esterno, ed ho conferma di quanto ho potuto ascoltare sin ora. Ancora un classico dei miei ascolti per recensione: “From The Beginning” da Trilogy ( per la verità inserito in Trilogy visto che nasce come 45 giri): la chitarra è spettacolare per nettezza, definizione, veridicità. La registrazione è strepitosa, ma proprio per questo merita il meglio, ed il C 50 fornisce il meglio, con mediobassi ben particolareggiati, composti, frenati, bassi profondissimi senza mai perdere di definizione. La batteria viene letteralmente riportata nell’ambiente, con un risultato assolutamente spettacolare. Continuo l’ascolto con una serie di CD che amo particolarmente, dallo Stabat Mater di Pergolesi 8 sempre edizione Hogwood/Oiseau Lyre) sino ai classici del rock, Sgt Pepper, Thick as a Brick etc., e non posso che esprimere piena soddisfazione per la prestazione del C 50 ( per chi volesse ulteriormente approfondire la conoscenza “letteraria” del preamplificatore McIntosh consiglio il bel pezzo del buon Vincenzo Traversa. Vincenzo è stato più duro di me, io forse sono lasciato trasportare dal suono veramente sopraffino del C 50, sorvolando quelle che Traversa indica come limitazioni imprescindibili, per esempio la risoluzione della sezione di conversione che non supera i 48 Khz dall’ingresso S-PDIF e i 44 da quello USB. Particolari importanti, ma più trascurabili per un analogista integrale come me. Devo dire comunque che collegando il Belcanto al C 50 il risultato è veramente encomiabile: la macchina, che a me già piace molto da sola, propone ora un suono che non definirei maggiormente definito, bensì più corposo, più sostanzioso, come si suol dire, sbagliando ma dicendo la verità, più analogico.
    A me, al contrario di Vincenzo non dispiace la sezione di equalizzazione, è vero e sottolineo le sue parole, che se non posta in bypass tende a velare leggermente il suono, ma è altrettanto vero che, viste le possibilità del C 50, quando si collega il computer e si ascoltano degli MP3 ( Eresia! Ma capita, tutti ne abbiamo per comodità, oramai) risulta di un’utilità clamorosa riuscendo a correggere difetti anche sensibili dei files compressi. E devo dire che è una mano santa anche per certi dischi, per esempio Street Legal di Bob Dylan, bellissimi ma registrati da un fabbro in preda a una crisi di ipoacusia.

    In definitiva, quello che voglio dire con queste brevi note d’ascolto è che McIntosh ha prodotto un preamplificatore a transistor di grandissima classe che concilia chi ama il look, la versatilità, l’affidabilità del marchio di Bighamton, ma ama anche la definizione e l’impatto dinamico ( sempre notevolissimo) dei migliori preamplificatori marcatamente high end, sicuramente meno versatili di questo.
    Con ciò non intendo dire che il C 50 sia il miglior preamplificatore a transistor in commercio, bensì che rappresenta una validissima alternativa ai soliti noti della preamplificazione top-end, aggiungendo alla prestazione, una flessibilità che non ha confronti, a un prezzo alto ma tutt’altro che pazzesco di questi tempi.
    E passiamo al C 2300. Una premessa: io amo con passione questo preamplificatore e più volte l’ho segnalato dalle pagine del nostro portale, quindi quello che dirò non sarà una novità e non allungherà il brodo per dirvi cose che molti di voi già sanno e gli altri possono cercare sul Forum, per esempio. Ma vi dirò. Vi dirò per esempio che gran parte di questa prova l’ho fatta impostandola sul tune rolling che in questa occasione ho voluto provare con il C2300, limitandomi allo stadio linea perché lo stadio phono non ne ha a mio avviso bisogno. Non erano molte le valvole 12AX7 in mio possesso, per cui questo cambio di valvole ( parliamo anche per i cristiani che ancora non hanno imparato il linguaggio trendy e un po’ stronzetto dell’hi end) si è limitato a un set di Telefunken che è stato impiantato sul top di gamma dei preamplificatori a valvole monotelaio della McIntosh. Premesso che il C 2300 suona benissimo anche con le valvole cinesi fornite di serie va osservato come le Telefunken originali NOS forniscano una nota, e anche più d’una nota d’ulteriore nobiltù a questo bellissimo pre.
    Ora che lo sto facendo cantare alla massima espressione ( non credo che si possano ottenere risultati ancora migliori che con le Telefunken), posso dirvi il perché del mio perduto amore per il C 2300: perché è McIntosh fino in fondo, cioè porta alle massime conseguenze una filosofia di suono che nei fondamentali è invariata da 60 anni e più: calore, matericità, pastosità del suono, spessore, dolcezza e insieme definizione, aggiungendo quelle che sono ben più che note di modernità: il dettaglio mai così preciso, una coerenza tonale che ha pochi rivali, la microdinamica che permette di ascoltare con il massimo realismo possibile, senza cedere all’iperrealismo di molte realizzazioni contemporanee, anzi moderne, perché è dagli anni ’80 che va avanti questo andazzo. Un preamplificatore perfetto? No, il preamplificatore perfetto chi lo conosce? Però il C 2300 esprime un suono che è quanto di più simile al piccolo miracolo del vecchio Citation I progettato dal grande Hegeman che io conosco, e possedendo anche il raro e fantastico pre a transistor che porta il nome di Hegeman, l’Api 2, avrei la tentazione di dire, ma so che non è vero che c’è la sua mano. Però sono sicuro che chi ha progettato il C2300 il lavoro di Hegeman lo conosce bene, e comunque dispone di un magnifico orecchio.

    Va bene, avevo cominciato dicendo che ho fatto tube rolling, ed è anche giusto che a questo punto io dica in cosa un preamplificatore che suona già così bene con le valvole di serie, migliora: il microdettaglio, buono nel C 2300 liscio, eccezionale nel C 2300 con le 12 AX7 Telefunken, la gamma media, che risulta più chiara, direi abbastanza nettamente più chiara, e insieme, come potrei dire? Più compatta? No, più compatta rischia di non significare nulla se non per me che logicamente comprendo questa mia suggestione, allora direi più spessa, più tattile, donando un ulteriore dose di realismo al suono insieme morbido e concreto del C 2300. Un suono che prende, che difficilmente può non piacere se non per pretestuosità dell’ascoltatore. Bello il basso, morbido ma attentamente descritto, senza sbavature, con una capacità di analisi anche delle componenti più profonde del messaggio musicale, che fa davvero impressione, bellissima come detto la gamma media, che ha un tocco di melodiosità che spesso manca ai rivali del C 2300, buona, buonissima, forse non perfettamente all’altezza del resto la gamma acuta, particolareggiata e accurata ma a tratti leggermente troppo sbilanciata verso la zona del calore, carica di una dolcezza che potrebbe leggermente contraddire, a fare i pignoli, l’eccellente chiarezza delle restanti porzioni di risposta in frequenza. Ma so che a molti, a me per primo se esco dai panni del critico audio e rientro in quelli che mi sono assai più consoni dell’appassionato, questa dolcezza potrebbe piacere un bel po’. Potete alzare il volume a dismisura e mai avvertirete alcun suono trapanante o comunque fastidioso, cosa che non è possibile, come abbiamo visto, con il transistorizzato C50.
    La dinamica è, quando occorre travolgente. Il dettaglio ottimo…ma mi sembra di fare un lavoro di macelleria nello scomporre in parti un suono che come ho detto e ripetuto amo così tanto. E’ un suono bello nel suo complesso: notturno? Potrebbe così apparire per la dolcezza di fondo, in realtà è drasticamente solare e lo si sente appena si alza il volume e ci si lascia andare, mettendo da parte la concentrazione dell’ascolto ad alta fedeltà, per abbandonarsi al vero scopo di un oggetto così, l’ascolto della musica, senza confini, senza preferenze di generi, senza idiosincrasie. Ed è la musica anzi la Musica con la M maiuscola quella che il C 2300 con estrema facilità è in grado di regalare (lo so, regalare quando ci sono in ballo certi prezzi, è un po’ una bestemmia, ma tanto di riffa o di raffa un preamplificatore d’alto lignaggio anche ben più di così lo paghereste), con una capacità di coinvolgimento, di emozionare l’ascoltatore, anche con brani saputi e risaputi, che pochi pre, anche di prezzo e di prestazioni generali molto superiori, riescono a trasmettere.
    Ecco, io spero con queste mie poche parole, di essere riuscito a trasmettere a voi l’emozione che mi da ascoltare, avendo come “cervello” dell’impianto il McIntosh C2300.





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      La vera magia che compie il Carnevale è quella di fermare il tempo: almeno per qualche giorno si può dimenticare il quotidiano e lasciarsi trasportare in un mondo fantastico, ritornare bambini inventarsi battaglie a colpi di coriandoli e volare con la fantasia in quei mondi fatti di streghe, elfi, draghi, fate, creature misteriose che evocano personaggi mitologici o del futuro che viaggiano nel nostro inconscio: DES MONDES FANTASTIQUES!

      Questo è stato il tema dell’ 86esimo Carnevale di Menton durante la tradizionale e celebre Fête du Citron che ha richiamato una gran folla entusiasta un po’ da tutto il mondo.

      Domenica eravamo 240000 e, alla fine, tutti eravamo cosparsi di “confettis” (coriandoli). Moltissimi i controlli e massiccia la presenza dei gendarmi ma,  più importante ed evidente, era la voglia di fare festa e divertirsi tutti insieme... no, non c’erano gilets jaunes ma tanti...citrons jaunes che, volentieri,  giocavano e si facevano fotografare soprattutto con i bambini. La temperatura era quasi estiva, il sole splendeva e, nel cielo, neanche una nuvola! Dopo la burrasca dei giorni scorsi, anche il mare si era calmato. La scenografia era quindi perfetta!

      Prima di partire con le foto delle cartoline, però, leggete il lato B, quello che vi racconta qualcosa sulle origini e la storia di questa bella festa, e probabilmente scoprirete qualche notizia interessante. Buon divertimento!

       

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      L’idea del Carnevale a Mentone, fino allora legato a quello di Nizza, è venuta all'inizio del 1900 ad opera di alcuni albergatori che volevano alimentare e intrattenere i villeggianti durante la stagione in cui era tradizione che re, principi, nobili, imprenditori, artisti e ricchi borghesi venissero su “la Côte” a trascorrere qualche salutare settimana al mare cercando anche di curare quel triste mal sottile che era la piaga del tempo. 

      Il Carnevale di Nizza, antichissimo e risalente addirittura al XIII secolo, era l’appuntamento ideale con la sua famosa Parade e i fantastici fuochi artificiali che chiudevano i festeggiamenti . Anche la regina Vittoria partecipò alla manifestazione nel 1882. 

      Una simpatica curiosità: durante questo periodo, nella seconda serata, si svolgeva una famosa e attesa gara, retaggio genovese, che era chiamata dei “Moucouleti”.

      In realtà, come racconta la storia, questa serata presentava un gioco molto divertente dedicato agli innamorati: i giovani tenevano in mano una candela accesa mentre le ragazze la portavano ugualmente ma tenendola, con la mano alzata, sulla testa. Il combattimento consisteva nel cercare, soffiando, di spegnere a vicenda la candela degli avversari mantenendo accesa la propria. Anche le ragazze cercavano di spegnere quella di quei corteggiatori che non gradivano o quelle delle rivali. Quelli che riuscivano a mantenere il moccolo acceso cercavano poi di spegnere quello della ragazza di cui erano innamorati: se ci riuscivano avevano in premio il bacio della fanciulla amata.

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      Intanto, nel 1929, quando si diceva che Mentone fosse il primo produttore di limoni del continente, un albergatore decise di allestire una Mostra di Fiori e di Agrumi  nel giardino dell’Hotel Riviera. L’esposizione riscosse un notevole interesse tanto che, a poco, si sviluppò sempre di più arricchendosi di carretti decorati di agrumi, piante di agrumi e bancarelle disseminati qua e là per la cittadina con graziose majorettes abbigliate in costume. 

       

      Finalmente, la vera FÊTE du CITRON nacque nel 1934 e diventò una manifestazione indipendente dal Carnevale di Nizza, offrendo un proprio défilé “al limone”!

      Nel 1936 apparvero  i primi  manifesti e la Festa si trasferì nei pressi del Casinò, nei giardini pubblici Biovès: qui nacquero le prime creazioni con l’utilizzo di 10000 limoni e 12000 arance: il tema era un omaggio al territorio.

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      Da allora, ogni anno, in autunno, viene deciso il tema per il prossimo Carnevale, tuttavia, come succede per tutti gli eventi, alcuni anni sono stati felici e altri meno sia per cause climatiche (anni di forti piogge e addirittura neve nel 1956!) che politiche, come il 1991, soppresso per motivi di sicurezza a causa della guerra del Golfo.

      Ecco le tappe principali e alcuni dei temi importanti che sono stati sviluppati nel corso degli anni passati:

      Nel 1959 gli agrumi dei carri non vengono più infilzati in lunghi spilloni ma ancorati e legati tra loro per mezzo di elastici. Quest’anno ne sono serviti 750000!

      Nel 1973, in omaggio a Jules Verne e allo sbarco sulla luna, il tema è stato: “Dalla Terra alla Luna”; a Jules Verne si ritornerà nel 2013 con “ Il giro del mondo in 80 giorni”.

      Dal 1995 al 1999 i temi sono dedicati agli eroi dei fumetti : Asterix, Obelix, Tintin, Lucky Luke, personaggi di Walt Disney e del film “Fantasia”.

      Nel 2000 sfilano per la prima volta i carri di agrumi articolati nei movimenti.

      Nel 2002 il tema è italiano : Pinocchio.

      Molte edizioni, invece,  hanno scelto temi geografici che spaziano nei viaggi e vanno dalla Cina all’India, a regioni europee e grandi isole.

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      Occupandoci di questioni più pratiche, viene spontaneo domandarsi da dove vengano ben 140 tonnellate di agrumi, quantità impossibile per un comprensorio così piccolo... E poi, se i limoni di Mentone sono così speciali e pregiati, perché sciuparli nella creazione dei carri? E dove finiranno alla fine del Carnevale?Chi li fa e chi li disfa?

      Eccomi qua a cercare di dare una risposta a queste domande che io, come voi, suppongo vi siate posti!

      Allora, da quel che ho saputo, nessuno degli agrumi impiegati proviene dal territorio e neppure dalla Francia! Arrivano in maggioranza dalla Spagna, dal Marocco e, forse anche un po’ dall’Italia e altri Paesi del Mediterraneo. Delle più di 140 tonnellate, acquistate dal Comune, 100 servono per decorare il Jardin, la cui visita costa 12€ e che ospita le strutture immobili. Un po’ più di 30 invece servono per allestire i carri della sfilata ( per assistere i costi vanno dai 10, in piedi ai 25 €, seduti in tribuna) e il restante per risistemare quelle che, nel corso di quindici giorni, periodo della durata della manifestazione, si deteriorano. Alla fine, quando si smontano gli allestimenti, gli agrumi vengono svenduti, per pochi euro, in sacchetti che le famiglie acquistano ( ma solo in parte, circa 6 o 7 tonnellate), per divertirsi creando giochi per i bambini o dilettandosi, a loro volta, in piccole creazioni. Uno dei giochi più comuni è quello di creare piramidi e, sempre con gli agrumi, bombardarle per vedere chi riesce ad abbatterne il maggior numero.

      Va detto che questi agrumi non sono di grande qualità e che, difficilmente si sarebbero venduti perché magari trattati con prodotti non conformi alle norme relative all’alimentazione. Restano comunque dubbi su altri eventuali usi.

      Dalla preparazione allo smantellamento, ogni anno, vengono assunte dal Comune centinaia di persone tra cui molti studenti e pensionati che si avvicendano nei vari compiti.

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      Adesso però divertitevi e rilassatevi guardando un po’ di cartoline che arrivano fresche fresche dalla festa del 24 febbraio scorso! Alla sfilata però, lo vedrete, non c’erano solo i carri di agrumi, 10 in tutto, ma parecchie altre attrazioni si susseguivano con performances di acrobati e artisti di strada, animali gonfiabili giganti, danze tipiche eseguite dalle simpatiche e bellissime rappresentanti dei Territori d’Oltre Mare, dame e cicisbei della Commedia dell’arte, violiniste, robot, maschere varie, velocipedi, carri meccanici di mostri  giganteschi che sparavano neve e coriandoli o che sbuffavano fumo dalle narici... Fantasie oniriche di ogni età e di ogni tipo...senza tempo, insomma, come le mie cartoline!CA3.thumb.JPG.3afa2e46908c76f0e59b25d76283c265.JPGCA4.thumb.JPG.c6858f40433065d8e276d242cd62156f.JPGCA5.thumb.JPG.98077b8241b9b351262ff0b891ee259a.JPGCA7.thumb.JPG.29bf76c49f543035cf6d648deaab51d0.JPG

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      Purtoppo la mia carrellata finisce qui, con la Chimère... lo spazio è tiranno e io avevo ancora un po' di cartoline... vedremo se mi sarà possibile inserirne altre prima o poi...per ora restano alcuni spazi vuoti...Peccato!

      BUON CARNEVALE A TUTTI!!! 

      IMPORTANTE! Sono riuscita a postare qui sotto, in altri post successivi...  😁

       

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    2. - Sssh, la senti a questa? Questa, quando veniva 'nterra Brucculin', faceva piangere i meglio gangstèr a tanto di lacrime! Gilda Mignonette, la conosci?
      - No.
      - E che ci campi a fare?

      (dialogo dal film I Magliari, diretto da Francesco Rosi nel 1959)

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      Nel film il jukebox suonava 'A cartulina 'e Napule, del 1927, musicata da Giuseppe De Luca su testo di Pasquale Buongiovanni, entrambi emigranti a New York, interprete è Gilda Mignonette.
      Era chiamata la Regina degli emigranti dalle colonie italo-americane, Gilda Mignonette nata nella Duchesca nel 1886, forse la prima music star della musica napoletana. Il suo successo fu lungo e travolgente, dall'Argentina agli Stati Uniti.
      Nel 1953 sentendo arrivare la fine, volle essere condotta a Napoli, chi nasce a Napule 'n ce vo' muri', si dice. Non ci riuscì, morì a ventiquattro ore da Napoli sulla transoceanica "Homeland", sul certificato di morte vennero riportate le coordinate del punto in cui si spense, latitudine 37° 21' Nord e longitudine 4° 30' Est.
      E allora, immergiamoci nella New York del 1927 e godiamoci la grande Gilda. A presto e sempre senza nulla a pretendere.

       

    3. Scendo alla prossima

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      dopo il primo blog sugli organi da strada Olandesi, , mi sembra naturale proseguire la strada della musica riprodotta “in altra maniera”.
      Organi da strada… carini, vero? 
      E i JukeBox? Sicuramente un oggetto che molti di noi conoscono.
      Tre le marche fondamentali:
      Wurlitzer, Seeburg,  Rock-Ola
      E mica parliamo di “macchinette” eh…! La diffusione di queste macchine era, dal 1930 al 1960, molto vasta.
      Tanti locali pubblici, e non di certo solamente negli USA, ne avevano uno.
      Pensate che nel solo anno 1936 la Wurlitzer  riuscì a vendere più di 40.000 jukebox…
      Era stata la ditta Ami a produrre il primo vero fonografo a moneta che fu messo sul mercato nel lontano 1927.  Questa azienda aveva un certo nome come produttore di pianoforti automatici…

      Non riuscì a diventare marchio leader negli States. Cosa che però, gli riuscì in Europa.
      Nel 1933 (quindi 3 anni dopo la AMI) la Wurlitzer presentò il suo primo apparecchio, col quale si poteva selezionare uno dei dischi inserito in questo “mobile” (che, inizialmente, era fatto di legno).


      Quella di poter selezionare il brano che si voleva ascoltare si rivelò subito una scelta vincente.
      In pochi anni anche Seeburg  e Rock-Ola riuscirono ad affermarsi sul mercato. 
      Il mobile di questi apparecchi prodotti in quegli anni erano fatti di legno.
      I dodici (ma c’erano anche modelli con una selezione/offerta più piccola…) dischi erano, visto il periodo,  a 78 giri.  I dischi erano disposti in una pila verticale dalla quale di volta in volta venivano estratti e “suonati”. 

      Fu la ditta Seeburg a sposare, prima di tutti, il “KITSCH”, tipo di design che ha reso famosi questi aggeggi. Non vi è dubbio alcuno che il grande successo di vendita fu anche per i vari mobili, cromature, colori, plastiche  illuminate. 
      Interessante sapere che questi JukeBox raramente venivano venduti ai locali, bar, ristoranti ecc. 
      Si preferiva venderli ai noleggiatori, che noleggiavano ai locali pubblici le ultime novità. Tempo un anno, e la macchina passava dai grandi locali ai bar più piccoli, poi nelle cittadine meno grandi, infine nei locali di campagna.

      Questi bar e ostelli erano l’ultimo anello della catena… quando arrivava un nuovo modello, con ancora più luci, colori, scelte e stranezze varie, il jukebox, spesso ancora perfettamente funzionante, veniva distrutto. 
      Consumismo, si chiama. Ne sappiamo qualcosa anche noi, adesso….. 😁
      Comunque sia… fu nel 1940 che ebbe inizio la produzione di Jukebox  ad arco. Erano sempre stati squadrati, prima. Fu una grande idea, tant’è che i dieci anni successivi i jukebox prodotti avevano tutti, più meno, la stessa forma. 
      Non sarebbe completamente giusto però, scrivere “10 anni successivi”, perché negli anni della seconda guerra mondiale i vari Seeburg, Wurlitzer, Ami e Rock-Ola furono, più o meno, costretti a convertire i macchinari di produzione alla fabbricazione di materiale bellico.
      Così fu che  molti vecchi JukeBox che prima della guerra venivano distrutti perché “non più di moda”, durante la guerra venivano dismessi in grandi magazzini. Così si potevano recuperare dei pezzi di ricambio; 



      Un pezzo unico, una meccanica unica, fu la svolta che fece di Wurlitzer il marchio leader. Cambiava la carrozzeria, ma la meccanica restava pressoché uguale.
      In pratica… si teneva il mobile originale, ma si cambiavano il design e le dimensioni esterne….. 
      I costi diminuirono e….così i locali più modaioli e lussuosi ebbero sempre dei jukebox nuovi, che però… erano sempre gli stessi,  a livello tecnico;  cambiava solo il mobile esterno nella sua veste estetica!
      Dopo la guerra 1939/1945, l’entusiasmo per i JukeBox cresceva in tal modo che era davvero difficile trovare un locale pubblico che non ne avesse uno.  

      Non si dipendeva più solo dai brani musicali proposte dalle radio, o, per i più fortunati, da qualche disco che si poteva avere in casa… coi vari Seeburg, Rock-Ola, Ami e Wurlitzer (e altri nomi…) se volevi ascoltare il brano preferito era sufficiente inserire una monetina e… l’ascolto era fatto  😜
      Ovviamente era anche un bel mercato per l’industria discografica… (a propò… qualcuno si ricorda del “FestivalBar” che si faceva, una volta all’anno, nell’Arena di Verona? La classifica finale si basava sulle selezioni effettuate da chi inseriva 100 lire <200 ?>  Chi si ricorda più, sic!)… 
      Io, nel mio piccolo, ho sempre dubitato che fosse un conteggio vero e non pilotato, ma questo è un altro discorso… 🙄


      IL nome JUKE BOX non si sa di preciso da dove venga… esistono più teorie, probabilmente tutte vere… Fatto sta che avere la possibilità di avere un mobile che riproduceva musica, e magari pure quella più popolare, non fu molto ben vista dai musicisti.
      Del resto… i musicisti suonavano per guadagnarsi da vivere, stavano sul palco, anche se improvvisato, nei bar, e suonavano… Vedersi sostituiti da una macchina “infernale come questa…. " significava dover cercare altri luoghi dove poter guadagnare suonando… oppure… erano costretti a cambiare lavoro o diventare musicista da strada…  (rubare il lavoro lo si può fare/interpretare in molti modi…..) .


       

      Dite la verità, qui, forse, siamo tutti audiofili… sì, ma anche un po’ nostalgici… (o no???)
      Chi di noi non avrebbe voglia, entrando in un bar, di inserire una moneta nella fessura, selezionare qualche brano e ascoltare quel suono di “poca fedeltà” ma molto fascino?
      Chissà… magari nel bar si trovano delle ragazze  e voi potreste invitarle a ballare…  roba d’altri tempi? be', sì… certo. Ma … a voi non piacerebbe averne uno, in casa? 
      Se vi interessa (e se avete lo spazio necessario…) cercate sul web… troverete molti JukeBox usati/garantiti/originali in vendita… non costano poco, OK, … ma… volete mettere?

      PS… avevo scritto queste righe più di un mese fa, per poi dimenticarmene (…) l’altro giorno sono andato al museo “Nicolis” di Villafranca Veronese, e lì ci sono esposti 4/5 jukebox originali, (e anche... udite udite, qualche organo da strada di cui parlavo tempo fa...) molto belli. 
      E … mi è venuto voglia di riaprire  queste righe…
       

      Vedo di inserire qualche foto, grazie per la lettura

       

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      esistono delle belle letture sull'argomento, spesso hanno delle belle immagini.

      Molto di ciò che ho scritto l'ho preso da questo bellissimo libro. Ve lo consiglio... (contiene anche un CD di musiche del JukeBox_Time...)

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