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    Preamplificatori McIntosh C-2300 e C-50

    di Bebo Moroni

     

    Un assunto alquanto minimalista vuole che il preamplificatore ideale sia soltanto “un filo con guadagno”.
    Questo è abbastanza coerente con l’attuale epoca di minimalismo audiofilo ed è vero che, parafrasando Henry Ford, “tutto quello che c’è non si rompe… e non sporca il suono”.
    E’ tuttavia esistita un’epoca molto diversa, fra i trenta ed i quarant’anni fa, nella quale i pre sfoggiavano sul pannello frontale addirittura il elettore “stereo - mono – reverse” (!) ed in cui comandi come il loudness ed i controlli di tono, che oggi fanno arricciare il naso a molti puristi, erano considerati il minimo sindacale anche per un integrato di fascia bassa - figuriamoci per un pre di riguardo.
    McIntosh da sempre interpreta i propri apparecchi un po’ come fa la Cadillac con le proprie ammiraglie: finiture di gran classe, grande attenzione al comfort. Ed anche i pre e le sezioni pre degli integrati non hanno mai smesso di presentare un set di comandi che li dotasse di una vasta capacità operativa senza (ohibò!) detrimento per le prestazioni; tornando alla citazione di Ford parafrasata sopra, circuirti che non si rompono e non sporcano il suono (e che costano cari, ma nulla è perfetto). 
    Stavolta, abbiamo a che fare con due pre di questa Casa (il C-2300 a valvole ed il C-50 a transistor) la quale, nonostante i cambi di proprietà, è una vera bandiera yankee nonché una pietra miliare del nostro mondo da oltre sessant’anni; nessuna sorpresa che non si tratti di due “fili con guadagno” ma di due macchine che quasi coccolano l’utente con le feature a disposizione.

     

    C-2300

    Per avere un esemplare di questo pre dovete andare dal vostro rivenditore di fiducia con 8.900 Euro se non vi fa sconti sul listino e con un amico che vi aiuti a caricare in macchina i venti chili dell’imballo (la sola macchina ne pesa circa tredici); dovete quindi predisporre un adeguato spazio nel vostro mobiletto porta elettroniche e posarci su questo pre che è grosso e pesa più di tanti finali in circolazione.

     

     

    A questo punto, se siete di quelli che “usano” l’impianto e non si limitano a sessioni d’ascolto simili a sedute d’adorazione, vi sentirete come un bambino davanti ad una scatola di cioccolatini: la macchina ha infatti una lista di capacità operative impressionante.
    Concentrandoci su quelle di più ampio utilizzo da parte di chi vuole sfruttarne le doti di vera console di controllo, troviamo otto ingressi “RCA” (o “Chinch”) sbilanciati. Quattro di questi ingressi sono duplicati in bilanciato con i classici connettori cosiddetti “XLR” (o “ITT Cannon”); da notare che tutti gli ingressi sono assegnabili dall’utente ed il display frontale si adegua alla denominazione scelta, una soluzione HT-style che mostra come ciascuno dei due settori possa proficuamente mutuare dall’altro. Parlando di HT, questo pre è dotato di pass-through (“pass-thru” sul pannello, alla yankee) e può quindi rendersi “trasparente” nei confronti di un segnale HT diretto ai canali frontali che il finale a lui collegato piloterà.

     

    Esistono poi tre uscite doppio standard sbilanciato RCA / bilanciato XLR verso i finali due delle quali disattivabili, anche da telecomando.
    Da notare l’anello di tape suddiviso: per il tape in si deve usare uno degli ingressi, per il tape out è prevista una specifica uscita.
    Il c-2300 può scambiare comandi con altri apparecchi McIntosh (lettori, finali, eccetera) con un sistema dedicato di porte.

     

    Una caratteristica veramente di spicco è la presenza di ben due pre fono interni, uno per testine a MM ed un per testine MC, basati su tubi 12AX7A e ciascuno con guadagno d’entrata regolabile. La resistenza per l’ingresso MC e la capacità per l’ingresso MM sono regolabili da telecomando. Presente anche una vite di massa per ciascun ingresso. 
    Fra le altre feature troviamo i controlli di tono (bassi / alti) regolabili da telecomando per ciascun ingresso (ed escludibili, per i più… audiofilmente apprensivi) e la presa cuffia.
     

    McIntosh ci da in questa macchina un’idea di come sarebbe oggi il mondo dell’hi-fi se non fosse stato inventato il transistor:  la circuitazione che assiste le valvole è ampiamente razionalizzata su schede, non c’è quasi traccia del tipico cablaggio più o meno disordinato dei pre a tubi, le resistenze a filo ed i condensatori di polipropilene non sono certo “vintage”. In fabbrica hanno rivisto i tradizionali circuiti di questo tipo di macchine interpretando in chiave moderna ogni singolo elemento.

     

    Alcuni dati dichiarati dal costruttore: risposta in frequenza +0 -0,50dB da 20Hz a 20kHz e +0 -1dB da 10Hz a 100kHz; distorsione armonica totale 0,08% 20Hz - 20kHz; rapporto segnale/rumore fono 80dB ed alto livello 93dB.

     

    C-50

    L’apparecchio si presenta come “pre analogico-digitale” in quanto ha la capacità di trattare in ingresso oltre ai segnali analogici, segnali digitali. 
    Dispone infatti di ingressi digitali per segnali PCM provenienti da unità di riproduzione esterne. Si tratta di due connettori coassiali elettrici (S/PDIF) e di un USB (porta in standard USB 2 o “high speed”) per accettare segnali PCM dall’esterno.

     

     

    In sostanza è possibile collegare praticamente qualsiasi cosa al C-50, a partire dal proprio personal computer Apple o Windows per gestire in entrata file iTunes o Windows Media fino, sempre tramite iTunes, alla musica residente su un iPhone.
    Una volta accettato il segnale in ingresso, il McIntosh provvede ad un upsample a 192/32 prima di avviarlo alla conversione affidata ad un ESS 32/192 con circuito antijitter; sempre in tema d’integrazione, la macchina dispone dei connettori per il collegamento ad un processore esterno.

     

    Sul retro è presente un comodo connettore “pass-thru” (vedi sopra, nella sezione sul C-2300) per integrare il C-50 e l’amplificazione con diffusori a valle di questi in un impianto HT.
    Pur aprendo (letteralmente!) la porta verso le connessioni digitali, questo pre non rinuncia alle sorgenti analogiche ed infatti sul pannello posteriore trovano posto sei ingressi analogici ad alto livello “RCA” (o “Chinch”) sbilanciati due dei quali sono duplicati in bilanciato con i classici connettori cosiddetti “XLR” (o “ITT Cannon”); ma non manca il posto per la più classica delle sorgenti analogiche, il disco nero, poiché il C-50 presenta due pre fono interni come il fratello C-2300, anche qui uno per testine a MM ed un per testine MC ciascuno con la sua bella vite di massa e ciascuno con guadagno d’entrata regolabile. Anche per questi pre si possono gestire da telecomando la resistenza per l’ingresso MC e la capacità per l’ingresso MM.

     

    La McIntosh non ha fatto mancare ai suoi fan un equalizzatore con comandi sul pannello frontale con esclusione automatica per i controlli a centro banda (sempre per chi voglia un segnale più diretto possibile dall’ingresso all’uscita) e di una presa cuffia.

     

    Cotanto dispiego di tecnica e componenti (oltre dodici chili, per chi valuta l’hi-fi a peso; l’alimentazione è nella parte inferiore dello chassis ed i circuiti di segnale in quella superiore, protetti da una paratia, per minimizzare i disturbi) costa 9.200 Euro di listino salvo sconti. 
    Alcuni dati dichiarati dal costruttore: risposta in frequenza +0 -0.50dB da 20Hz a 20KHz e +0 -3dB da 15Hz a 100KHz; distorsione armonica totale 0,002% 20Hz - 20kHz; rapporto segnale/rumore fono 88dB ed alto livello 100dB.

     

    Note d’ascolto
    Per questo numero speciale abbiamo voluto mettere a confronto, o meglio no, non è mettere a confronto bensì averli entrambi a disposizione, i due preamplificatori monotelaio di punta del prestigioso catalogo Mac: il C2300. Già assurto agli onori della cronaca e nei desideri anche di quegli audiofili che non hanno McIntosh nel cuore, in grazia di flessibilità e prestazioni promesse di grandissimo calibro, e il nuovo C50. Un vero e proprio mostro di flessibilità ( due stadi phono, convertitore integrato 32/196, dieci ingressi bilanciati totali etc.) ma a quanto ci dicono…non solo. Staremo a vedere.
    I due preamplificatori sono stati inseriti in un impianto composto da giradischi Luxman PD 444 con bracci Fidelity Research FR 64S e Denon DA 308, testine Fidelity Research FR 1MK2 con stilo Van Den Hul e Denon DL 103S, meccanica/CD Player Belcanto CD1, finali di potenza Mark Levinson ML 23.5 e Luxman M 4000, diffusori IMF TLS 80 MKII e Harbeth HL-P3ES2, cavi di segnale e di potenza ART.
    Il primo dei due giganti ad essere sottoposto alla prova d’ascolto è il transistorizzato C50. Sin dalle prime battute, con il rodaggio ancora da effettuare, la persomalità di questo preamplificatore appare chiara e netta, ed è per certi versi una sorpresa: non vi aspettate il classico suono Mac quello che, per esempio, pur fortemente “modernizzato” è prerogativa dell’ex-monarca assoluto del catalogo, il C 48. Poco velluto, poco calor da caminetto. Il C 50 è un preamplificatore modernissimo, veloce, aperto. Dettagliatissimo. Nulla da invidiare alle migliori realizzazioni hi-end di marchi prestigiosi ma meno conosciuti.

    Eccellenti i due ingressi phono, c’è da dire che il Luxman PD 444 con i suoi annessi, è un giradischi talmente buono da rendere la vita insieme facile ( suona bene più o meno con tutto) e difficilissima agli stadi phono ( per suonare al massimo, e il suo massimo è qualcosa di strepitoso, richiede il meglio del meglio) si trova a suo perfetto agio, e così la mia collezione di LP, che vengono dispensati in grande messe e con grande piacere nel corso della prova d’ascolto. Bella, squillante, piena, quando occorre confidenziale e suadente la tromba di Miles da Kind of Blue, splendide le voci nel Messiah di Handel edizione Hogwood Oiseau Lyre ( naturalmente), bella in particolare per definizione e finezza di grana la voce solista di Emma Kirby. Manca forse un po’ di tattilità, ma ogni preamplificatore ha la sua personalità e quella del C50 è decisamente versata alla ricostruzione minuziosa dei particolari, alla risoluzione doviziosa del contrasto e in particolare del microcontrasto, elementi che lo rendono così drasticamente chiaro e dettagliato, con in più una caratteristica prettamente Mac: anche quando la restituzione dei particolari alle frequenze alte e medioalte  portata alle massime conseguenze, non si avverte nessuna accuminatezza, nessuna pungenza, il preamplificatore, insomma, non strilla. Semmai a cedere sono i diffusori, prima i vecchi ma strepitosi IMF e molto, molto dopo i piccoli straordinari Harbeth. Ma sto parlando di ascolti a volumi impossibili per un ambiente domestico.
    Proseugo l’ascolto con l’ottimo CD Belcanto, per il momento “stand alone” cioè non collegato ad alcun convertitore esterno, ed ho conferma di quanto ho potuto ascoltare sin ora. Ancora un classico dei miei ascolti per recensione: “From The Beginning” da Trilogy ( per la verità inserito in Trilogy visto che nasce come 45 giri): la chitarra è spettacolare per nettezza, definizione, veridicità. La registrazione è strepitosa, ma proprio per questo merita il meglio, ed il C 50 fornisce il meglio, con mediobassi ben particolareggiati, composti, frenati, bassi profondissimi senza mai perdere di definizione. La batteria viene letteralmente riportata nell’ambiente, con un risultato assolutamente spettacolare. Continuo l’ascolto con una serie di CD che amo particolarmente, dallo Stabat Mater di Pergolesi 8 sempre edizione Hogwood/Oiseau Lyre) sino ai classici del rock, Sgt Pepper, Thick as a Brick etc., e non posso che esprimere piena soddisfazione per la prestazione del C 50 ( per chi volesse ulteriormente approfondire la conoscenza “letteraria” del preamplificatore McIntosh consiglio il bel pezzo del buon Vincenzo Traversa. Vincenzo è stato più duro di me, io forse sono lasciato trasportare dal suono veramente sopraffino del C 50, sorvolando quelle che Traversa indica come limitazioni imprescindibili, per esempio la risoluzione della sezione di conversione che non supera i 48 Khz dall’ingresso S-PDIF e i 44 da quello USB. Particolari importanti, ma più trascurabili per un analogista integrale come me. Devo dire comunque che collegando il Belcanto al C 50 il risultato è veramente encomiabile: la macchina, che a me già piace molto da sola, propone ora un suono che non definirei maggiormente definito, bensì più corposo, più sostanzioso, come si suol dire, sbagliando ma dicendo la verità, più analogico.
    A me, al contrario di Vincenzo non dispiace la sezione di equalizzazione, è vero e sottolineo le sue parole, che se non posta in bypass tende a velare leggermente il suono, ma è altrettanto vero che, viste le possibilità del C 50, quando si collega il computer e si ascoltano degli MP3 ( Eresia! Ma capita, tutti ne abbiamo per comodità, oramai) risulta di un’utilità clamorosa riuscendo a correggere difetti anche sensibili dei files compressi. E devo dire che è una mano santa anche per certi dischi, per esempio Street Legal di Bob Dylan, bellissimi ma registrati da un fabbro in preda a una crisi di ipoacusia.

    In definitiva, quello che voglio dire con queste brevi note d’ascolto è che McIntosh ha prodotto un preamplificatore a transistor di grandissima classe che concilia chi ama il look, la versatilità, l’affidabilità del marchio di Bighamton, ma ama anche la definizione e l’impatto dinamico ( sempre notevolissimo) dei migliori preamplificatori marcatamente high end, sicuramente meno versatili di questo.
    Con ciò non intendo dire che il C 50 sia il miglior preamplificatore a transistor in commercio, bensì che rappresenta una validissima alternativa ai soliti noti della preamplificazione top-end, aggiungendo alla prestazione, una flessibilità che non ha confronti, a un prezzo alto ma tutt’altro che pazzesco di questi tempi.
    E passiamo al C 2300. Una premessa: io amo con passione questo preamplificatore e più volte l’ho segnalato dalle pagine del nostro portale, quindi quello che dirò non sarà una novità e non allungherà il brodo per dirvi cose che molti di voi già sanno e gli altri possono cercare sul Forum, per esempio. Ma vi dirò. Vi dirò per esempio che gran parte di questa prova l’ho fatta impostandola sul tune rolling che in questa occasione ho voluto provare con il C2300, limitandomi allo stadio linea perché lo stadio phono non ne ha a mio avviso bisogno. Non erano molte le valvole 12AX7 in mio possesso, per cui questo cambio di valvole ( parliamo anche per i cristiani che ancora non hanno imparato il linguaggio trendy e un po’ stronzetto dell’hi end) si è limitato a un set di Telefunken che è stato impiantato sul top di gamma dei preamplificatori a valvole monotelaio della McIntosh. Premesso che il C 2300 suona benissimo anche con le valvole cinesi fornite di serie va osservato come le Telefunken originali NOS forniscano una nota, e anche più d’una nota d’ulteriore nobiltù a questo bellissimo pre.
    Ora che lo sto facendo cantare alla massima espressione ( non credo che si possano ottenere risultati ancora migliori che con le Telefunken), posso dirvi il perché del mio perduto amore per il C 2300: perché è McIntosh fino in fondo, cioè porta alle massime conseguenze una filosofia di suono che nei fondamentali è invariata da 60 anni e più: calore, matericità, pastosità del suono, spessore, dolcezza e insieme definizione, aggiungendo quelle che sono ben più che note di modernità: il dettaglio mai così preciso, una coerenza tonale che ha pochi rivali, la microdinamica che permette di ascoltare con il massimo realismo possibile, senza cedere all’iperrealismo di molte realizzazioni contemporanee, anzi moderne, perché è dagli anni ’80 che va avanti questo andazzo. Un preamplificatore perfetto? No, il preamplificatore perfetto chi lo conosce? Però il C 2300 esprime un suono che è quanto di più simile al piccolo miracolo del vecchio Citation I progettato dal grande Hegeman che io conosco, e possedendo anche il raro e fantastico pre a transistor che porta il nome di Hegeman, l’Api 2, avrei la tentazione di dire, ma so che non è vero che c’è la sua mano. Però sono sicuro che chi ha progettato il C2300 il lavoro di Hegeman lo conosce bene, e comunque dispone di un magnifico orecchio.

    Va bene, avevo cominciato dicendo che ho fatto tube rolling, ed è anche giusto che a questo punto io dica in cosa un preamplificatore che suona già così bene con le valvole di serie, migliora: il microdettaglio, buono nel C 2300 liscio, eccezionale nel C 2300 con le 12 AX7 Telefunken, la gamma media, che risulta più chiara, direi abbastanza nettamente più chiara, e insieme, come potrei dire? Più compatta? No, più compatta rischia di non significare nulla se non per me che logicamente comprendo questa mia suggestione, allora direi più spessa, più tattile, donando un ulteriore dose di realismo al suono insieme morbido e concreto del C 2300. Un suono che prende, che difficilmente può non piacere se non per pretestuosità dell’ascoltatore. Bello il basso, morbido ma attentamente descritto, senza sbavature, con una capacità di analisi anche delle componenti più profonde del messaggio musicale, che fa davvero impressione, bellissima come detto la gamma media, che ha un tocco di melodiosità che spesso manca ai rivali del C 2300, buona, buonissima, forse non perfettamente all’altezza del resto la gamma acuta, particolareggiata e accurata ma a tratti leggermente troppo sbilanciata verso la zona del calore, carica di una dolcezza che potrebbe leggermente contraddire, a fare i pignoli, l’eccellente chiarezza delle restanti porzioni di risposta in frequenza. Ma so che a molti, a me per primo se esco dai panni del critico audio e rientro in quelli che mi sono assai più consoni dell’appassionato, questa dolcezza potrebbe piacere un bel po’. Potete alzare il volume a dismisura e mai avvertirete alcun suono trapanante o comunque fastidioso, cosa che non è possibile, come abbiamo visto, con il transistorizzato C50.
    La dinamica è, quando occorre travolgente. Il dettaglio ottimo…ma mi sembra di fare un lavoro di macelleria nello scomporre in parti un suono che come ho detto e ripetuto amo così tanto. E’ un suono bello nel suo complesso: notturno? Potrebbe così apparire per la dolcezza di fondo, in realtà è drasticamente solare e lo si sente appena si alza il volume e ci si lascia andare, mettendo da parte la concentrazione dell’ascolto ad alta fedeltà, per abbandonarsi al vero scopo di un oggetto così, l’ascolto della musica, senza confini, senza preferenze di generi, senza idiosincrasie. Ed è la musica anzi la Musica con la M maiuscola quella che il C 2300 con estrema facilità è in grado di regalare (lo so, regalare quando ci sono in ballo certi prezzi, è un po’ una bestemmia, ma tanto di riffa o di raffa un preamplificatore d’alto lignaggio anche ben più di così lo paghereste), con una capacità di coinvolgimento, di emozionare l’ascoltatore, anche con brani saputi e risaputi, che pochi pre, anche di prezzo e di prestazioni generali molto superiori, riescono a trasmettere.
    Ecco, io spero con queste mie poche parole, di essere riuscito a trasmettere a voi l’emozione che mi da ascoltare, avendo come “cervello” dell’impianto il McIntosh C2300.





  • L'album di VideoHifi

  • I Blog di Melius Club

    1. - Sssh, la senti a questa? Questa, quando veniva 'nterra Brucculin', faceva piangere i meglio gangstèr a tanto di lacrime! Gilda Mignonette, la conosci?
      - No.
      - E che ci campi a fare?

      (dialogo dal film I Magliari, diretto da Francesco Rosi nel 1959)

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      Nel film il jukebox suonava 'A cartulina 'e Napule, del 1927, musicata da Giuseppe De Luca su testo di Pasquale Buongiovanni, entrambi emigranti a New York, interprete è Gilda Mignonette.
      Era chiamata la Regina degli emigranti dalle colonie italo-americane, Gilda Mignonette nata nella Duchesca nel 1886, forse la prima music star della musica napoletana. Il suo successo fu lungo e travolgente, dall'Argentina agli Stati Uniti.
      Nel 1953 sentendo arrivare la fine, volle essere condotta a Napoli, chi nasce a Napule 'n ce vo' muri', si dice. Non ci riuscì, morì a ventiquattro ore da Napoli sulla transoceanica "Homeland", sul certificato di morte vennero riportate le coordinate del punto in cui si spense, latitudine 37° 21' Nord e longitudine 4° 30' Est.
      E allora, immergiamoci nella New York del 1927 e godiamoci la grande Gilda. A presto e sempre senza nulla a pretendere.

       

    2. Scendo alla prossima

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      dopo il primo blog sugli organi da strada Olandesi, , mi sembra naturale proseguire la strada della musica riprodotta “in altra maniera”.
      Organi da strada… carini, vero? 
      E i JukeBox? Sicuramente un oggetto che molti di noi conoscono.
      Tre le marche fondamentali:
      Wurlitzer, Seeburg,  Rock-Ola
      E mica parliamo di “macchinette” eh…! La diffusione di queste macchine era, dal 1930 al 1960, molto vasta.
      Tanti locali pubblici, e non di certo solamente negli USA, ne avevano uno.
      Pensate che nel solo anno 1936 la Wurlitzer  riuscì a vendere più di 40.000 jukebox…
      Era stata la ditta Ami a produrre il primo vero fonografo a moneta che fu messo sul mercato nel lontano 1927.  Questa azienda aveva un certo nome come produttore di pianoforti automatici…

      Non riuscì a diventare marchio leader negli States. Cosa che però, gli riuscì in Europa.
      Nel 1933 (quindi 3 anni dopo la AMI) la Wurlitzer presentò il suo primo apparecchio, col quale si poteva selezionare uno dei dischi inserito in questo “mobile” (che, inizialmente, era fatto di legno).


      Quella di poter selezionare il brano che si voleva ascoltare si rivelò subito una scelta vincente.
      In pochi anni anche Seeburg  e Rock-Ola riuscirono ad affermarsi sul mercato. 
      Il mobile di questi apparecchi prodotti in quegli anni erano fatti di legno.
      I dodici (ma c’erano anche modelli con una selezione/offerta più piccola…) dischi erano, visto il periodo,  a 78 giri.  I dischi erano disposti in una pila verticale dalla quale di volta in volta venivano estratti e “suonati”. 

      Fu la ditta Seeburg a sposare, prima di tutti, il “KITSCH”, tipo di design che ha reso famosi questi aggeggi. Non vi è dubbio alcuno che il grande successo di vendita fu anche per i vari mobili, cromature, colori, plastiche  illuminate. 
      Interessante sapere che questi JukeBox raramente venivano venduti ai locali, bar, ristoranti ecc. 
      Si preferiva venderli ai noleggiatori, che noleggiavano ai locali pubblici le ultime novità. Tempo un anno, e la macchina passava dai grandi locali ai bar più piccoli, poi nelle cittadine meno grandi, infine nei locali di campagna.

      Questi bar e ostelli erano l’ultimo anello della catena… quando arrivava un nuovo modello, con ancora più luci, colori, scelte e stranezze varie, il jukebox, spesso ancora perfettamente funzionante, veniva distrutto. 
      Consumismo, si chiama. Ne sappiamo qualcosa anche noi, adesso….. 😁
      Comunque sia… fu nel 1940 che ebbe inizio la produzione di Jukebox  ad arco. Erano sempre stati squadrati, prima. Fu una grande idea, tant’è che i dieci anni successivi i jukebox prodotti avevano tutti, più meno, la stessa forma. 
      Non sarebbe completamente giusto però, scrivere “10 anni successivi”, perché negli anni della seconda guerra mondiale i vari Seeburg, Wurlitzer, Ami e Rock-Ola furono, più o meno, costretti a convertire i macchinari di produzione alla fabbricazione di materiale bellico.
      Così fu che  molti vecchi JukeBox che prima della guerra venivano distrutti perché “non più di moda”, durante la guerra venivano dismessi in grandi magazzini. Così si potevano recuperare dei pezzi di ricambio; 



      Un pezzo unico, una meccanica unica, fu la svolta che fece di Wurlitzer il marchio leader. Cambiava la carrozzeria, ma la meccanica restava pressoché uguale.
      In pratica… si teneva il mobile originale, ma si cambiavano il design e le dimensioni esterne….. 
      I costi diminuirono e….così i locali più modaioli e lussuosi ebbero sempre dei jukebox nuovi, che però… erano sempre gli stessi,  a livello tecnico;  cambiava solo il mobile esterno nella sua veste estetica!
      Dopo la guerra 1939/1945, l’entusiasmo per i JukeBox cresceva in tal modo che era davvero difficile trovare un locale pubblico che non ne avesse uno.  

      Non si dipendeva più solo dai brani musicali proposte dalle radio, o, per i più fortunati, da qualche disco che si poteva avere in casa… coi vari Seeburg, Rock-Ola, Ami e Wurlitzer (e altri nomi…) se volevi ascoltare il brano preferito era sufficiente inserire una monetina e… l’ascolto era fatto  😜
      Ovviamente era anche un bel mercato per l’industria discografica… (a propò… qualcuno si ricorda del “FestivalBar” che si faceva, una volta all’anno, nell’Arena di Verona? La classifica finale si basava sulle selezioni effettuate da chi inseriva 100 lire <200 ?>  Chi si ricorda più, sic!)… 
      Io, nel mio piccolo, ho sempre dubitato che fosse un conteggio vero e non pilotato, ma questo è un altro discorso… 🙄


      IL nome JUKE BOX non si sa di preciso da dove venga… esistono più teorie, probabilmente tutte vere… Fatto sta che avere la possibilità di avere un mobile che riproduceva musica, e magari pure quella più popolare, non fu molto ben vista dai musicisti.
      Del resto… i musicisti suonavano per guadagnarsi da vivere, stavano sul palco, anche se improvvisato, nei bar, e suonavano… Vedersi sostituiti da una macchina “infernale come questa…. " significava dover cercare altri luoghi dove poter guadagnare suonando… oppure… erano costretti a cambiare lavoro o diventare musicista da strada…  (rubare il lavoro lo si può fare/interpretare in molti modi…..) .


       

      Dite la verità, qui, forse, siamo tutti audiofili… sì, ma anche un po’ nostalgici… (o no???)
      Chi di noi non avrebbe voglia, entrando in un bar, di inserire una moneta nella fessura, selezionare qualche brano e ascoltare quel suono di “poca fedeltà” ma molto fascino?
      Chissà… magari nel bar si trovano delle ragazze  e voi potreste invitarle a ballare…  roba d’altri tempi? be', sì… certo. Ma … a voi non piacerebbe averne uno, in casa? 
      Se vi interessa (e se avete lo spazio necessario…) cercate sul web… troverete molti JukeBox usati/garantiti/originali in vendita… non costano poco, OK, … ma… volete mettere?

      PS… avevo scritto queste righe più di un mese fa, per poi dimenticarmene (…) l’altro giorno sono andato al museo “Nicolis” di Villafranca Veronese, e lì ci sono esposti 4/5 jukebox originali, (e anche... udite udite, qualche organo da strada di cui parlavo tempo fa...) molto belli. 
      E … mi è venuto voglia di riaprire  queste righe…
       

      Vedo di inserire qualche foto, grazie per la lettura

       

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      esistono delle belle letture sull'argomento, spesso hanno delle belle immagini.

      Molto di ciò che ho scritto l'ho preso da questo bellissimo libro. Ve lo consiglio... (contiene anche un CD di musiche del JukeBox_Time...)

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    3. Ben ritrovati, ad un nuovo appuntamento con i torrenti, le Trote, e le avventure di pesca.

       

      In questa nuova conversazione, vorrei illustrare per sommi capi, anche a chi ne è completamente digiuno, come si sviluppa la pesca alla Trota, che di norma presuppone due principali tecniche di esecuzione, una la cosiddetta pesca con artificiale, l’ altra invece quella con esca viva.

       

      La prima, conosciuta soprattutto per l’ uso del cosiddetto cucchiaino, prevede l’ utilizzo di un’ esca finta, formata da una paletta di metallo, a forma appunto di cucchiaino, paletta che è libera di ruotare su un asse formato da una sottile anima di acciaio, che ad un estremo ha un anellino che permette di fissare il rotante al filo di nylon, e sull’ altro lato, alla fine dell’ anima in acciaio, si trova un’ asola che tiene in posizione una piccola ancoretta, cioè tre ami fissati insieme e sfalsati a 120 gradi in modo da rendere l’ arpioncino sempre attivo nei confronti del pesce da qualsiasi angolo la aggredisca. La foto che segue, credo sia più chiara di qualsiasi spiegazione.

       

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      Come si vede qui sopra, i cucchiaini, così chiamati per la paletta che sembra un cucchiaio, sono i più utilizzati in torrenti, hanno forme, fogge, dimensioni variabili, come pure i colori e i disegni che compaiono sulla superficie del cucchiaino, alcuni li ho personalizzati io utilizzando i colori da modellismo, per fare delle diverse colorazioni o disegni che, ritenevo, potessero renderli più appetibili alle Trote, cosa che poi, statisticamente, non mi pare sia stata confermata . . . !!

       

      Pesca con artificiali 

       

      La tecnica di pesca con artificiale prevede il lancio del rotante, nella zona di interesse dello specchio d’ acqua, il suo recupero col mulinello a intervalli più o meno regolari, ma continuo, in modo che la paletta del cucchiaino in acqua giri a forma di vortice e attiri la curiosità e la voracità della trota, che inseguendo l’ esca finta e mordendola, rimanga agganciata  all’ ancoretta attaccata posteriormente.

      Sembra una tecnica crudele, invece è la forma di pesca meno aggressiva, preferita da chi non vuole trattenere il pesce, perché l’ abboccata così detta, ovvero l’ agganciarsi della trota all’ esca, è superficiale e solitamente, con molta attenzione, si può slamare, ovvero togliere l’ arpione dal labbro del pesce, senza provocare nessun danno fisico e produrre alcuna mutilazione.  

      E’ una tipologia di pesca molto pulita anche dal punto di vista del pescatore, che non maneggia esche vive, ovvero lombrichi, camole o altri animaletti, che comunque sporcano, deperiscono, e costringono a procurarseli per tempo, andando a raccoglierli o acquistandoli presso i negozi specializzati. Una variante consiste nell’ utilizzare artificiali con la forma di un pesce che, recuperando la lenza sotto la superficie, imitano il movimento natatorio di un pesciolino, e attirano così l’ attenzione della trota che vede sia una potenziale preda fonte di proteine nobili, che un intruso che invade il suo territorio, scatenando in questo modo la pronta reazione e l’ attacco, soprattutto di pesci di buona taglia. Molto valida in questo senso è l’ imitazione del pesce persico, che atavicamente scatena la reazione delle trote che lo vedono come un intruso nel proprio territorio di pertinenza, ovvero di caccia e di ambiente in cui vivere svolgendo le proprie attività.

      Qui sotto alcuni dei pesciolini finti , imitazioni molto veritiere, che vengono utilizzati per insidiare Trote di buone dimensioni, si tenga presente che questi pesci artificiali sono anche in grado di muoversi nell' acqua imitando il movimento del pesce vivo, ovvero guizzano e si muovono ondulando, cosa che può essere accentuata dal pescatore, sia muovendo la punta della canna lateralmente, sia variando la velocità di recupero con il mulinello. 

       

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      Quelli qui sopra in foto sono solo alcuni dei pesciolini ed esche artificiali che nei decenni ho utilizzato per la pesca, in torrente, e anche in lago, dove si potevano insidiare anche i cavedani, i Persici Trota, detti Boccaloni, e i Persici classici.

       

      Pesca con esche naturali

       

      La seconda forma di pesca alla trota si basa appunto sull’ utilizzo di esche vive, naturali, di cui i classici esempi sono il lombrico, la camola del miele o il gatoss, ed è la cosiddetta pesca alla tocca sul fondo, cioè attuata per mezzo di un finale di lenza composto, partendo dal tratto terminale del filo, da un amo con lombrico, camola del miele o altro insetto vivo, piombatura adeguata per permettere di lanciare ad una distanza di almeno 6-10 metri l’ esca e, non diffuso ma comodo, girella con moschettone che permette di attaccare e staccare facilmente la montatura così fatta dalla lenza principale, ovvero il filo che va alla canna e si avvolge nel mulinello.

      Il terminale citato, lungo solitamente dai 30 ai 45 centimetri, ha alcuni vantaggi rispetto al filo continuo, cioè senza l‘ interposizione del moschettone con girella, tra i quali il fatto che è molto veloce il cambio dello stesso, per esempio se si vuole montare un diverso finale di lenza con piombatura o amo differente, oppure se si impiglia e si strappa il filo sul fondo, cosa che in un torrente non è evento raro, di solito la rottura si ha sul nodo che aggancia il terminale al moschettone, preservando il resto della lenza, oppure per il cambio rapido da pesca ad esca viva a quella con artificiale, cioè da amo a cucchiaino o viceversa. C’ è però un aspetto negativo, ovvero  inserendo un elemento in più sulla lenza, ed un nodo ulteriore, si indebolisce la resistenza e l’ elasticità del filo, che può diventare cruciale se abboccasse un pesce importante, la trota attesa una vita intera.

      Nella pesca a tocca, il lancio dell’ esca si fa in corrente, sotto cascata, vicino a dove si pensa vi sia la tana e si lascia affondare il tutto senza recupero immediato, in modo che l’ esca si muova naturalmente seguendo la corrente, e il pesce possa vedere e saggiare il cibo attaccato all’ amo. Si mette poi in tensione il filo recuperando un poco di lenza con il mulinello, e si “sente” sul filo, fisicamente con la mano libera la presenza della trota che mangia, rappresentata tipicamente da colpetti più o meno energici che si propagano alla canna, poiché di solito il pesce mangia e contestualmente fa leggeri spostamenti del corpo, mantenendo la posizione in acque mosse, nuotando e compensando con piccoli movimenti laterali delle pinne. Qui sotto alcuni terminali già preparati, per non perdere tempo durante la battuta di pesca in torrente . . . 

       

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      La foto non rende molto, ma il concetto di fondo è che i finali hanno un' asola, si vede a destra, che si infila nella girelle e moschettone legata al nylon principale che entra nel mulinello, e che quindi si possono cambiare in funzione del peso che si usa, io di solito utilizzo due olivette abbastanza pesanti che permettono sia di lanciare agevolmente più lontano rimanendo nascosti, sia di far affondare subito in corrente l' esca. All' estremità di sinistra, dopo circa 30-40 centimetri di lenza, l' amo, in questo caso un amo corto per camole, scuro, per non riflettere la luce sotto il sole, e ritorto per ferrare meglio il pesce.

       

      Dal tipo di tocca che si avverte sulle dita della mano che stringe la lenza, un pescatore con esperienza capisce già di che mole è la Trota che sta assaggiando l’ esca, solitamente la trota piccola è vorace e molto disordinata nei colpetti e si muove molto nello spazio a sua disposizione, mentre la trota più matura mangia dando colpi secchi ma meno irruenti e spesso rimane in posizione immobile nel punto in cui ha abboccato, saggiando il cibo con molta calma prima di passare ad ingoiarlo.

      Durante la pesca alla tocca, c’ è la variante della Trota, di misura variabile che, presa in bocca l’ esca, punta decisa verso la sua tana, per abitudine o perché insidiata da rivali per il cibo, tana posta solitamente sotto una roccia, nei pressi della cascata, in un punto nascosto, dove si trova il suo rifugio abituale, per continuare a mangiare in sicurezza il cibo conquistato. A questo punto dell’ azione di pesca le cose possono ulteriormente complicarsi, perché una Trota in tana è sempre un’ incognita per il pescatore.

      In poche frazioni di secondo si deve decidere se lasciare che il pesce entri nel suo rifugio, affinché mangi con calma e si agganci quasi da solo all’ amo, o recuperare, dando il colpo di ferrata con la canna. Nella tana infatti gli spazi sono spesso angusti e il filo può incappare in punti taglienti delle rocce, per cui si rischia di tranciarlo, oppure si verificano situazioni in cui il pesce rimane saldamente bloccato nel suo rifugio, cosa che rende impossibile il tirarlo fuori dalla tana senza rischiare di strappare il filo o procurare dei danni al pesce stesso.

      Spesso conviene perciò ferrare quasi immediatamente, termine che indica il colpo con la canna a frusta all’ indietro subito dopo l’ abboccata del pesce e conseguente recupero del filo con il mulinello, per far si che l’ amo punga la trota e permetta al pescatore di trarla fuori dall’ acqua, anche se alte sono le probabilità che il pesce, non avendo ancora ingoiato il cibo e tenendolo nella parte anteriore della bocca, a filo di labbra, lo sputi e si liberi dall’ amo.

      Proprio perché l’ esca viene masticata e parzialmente ingerita dal pesce, questa tecnica di pesca è meno preservante per l’ integrità fisica della Trota, poiché l’ amo può ferire il pesce, rendendo più complessa la slamatura, o liberazione del pesce dall’ amo, senza il rischio di ledere qualche parte dell’ apparato boccale dello stesso. Risulta così che la tecnica con l’ esca viva, sia la meno adatta a fare una pesca sportiva di cattura e rilascio, perché più difficile risulta liberare il pesce dall’ amo e rimetterlo in acqua indenne. Proprio per limitare questi potenziali danni, di solito si tende ad utilizzare ami di generose dimensioni, in modo che le piccole trote non possano neppure ingoiarli, mentre le più grosse, con ami di grandi dimensioni, sono punte sul labbro e facilmente liberabili, seguendo alcune semplici precauzioni. Tra queste, bagnarsi bene le mani per non intaccare il film lipidico che ricopre la superficie del corpo del pesce, la trota infatti non ha scaglie, come molti altri pesci, la sua forma altamente idrodinamica si basa proprio sulla pelle nuda, che oppone minore resistenza al movimento in acqua, ed è però ricoperta da una mucillagine che protegge il pesce dagli attacchi di parassiti e di altri microorganismi, garantendo al contempo una buona aerodinamica corporea.

      Il pesce va maneggiato con attenzione e delicatezza, senza esercitare pressioni sul suo corpo, basta tenerlo immobilizzato per permettere di togliere l’ amo o l’ ancoretta dalle labbra, operazione in alcuni casi più complicata se l’ amo si è agganciato nel palato o se più di uno dei bracci dell’ ancoretta si sono conficcati nella bocca della trota. Una volta sganciata e libera, la trota va inserita in acqua, possibilmente muovendola delicatamente per permettere alle branchie di ossigenarsi nuovamente, tenendola per la coda, in acque correnti ma non eccessivamente veloci, in modo che riprenda conoscenza e sia lei a muoversi lasciando la mano del pescatore, che la regge. Tutti questi piccoli accorgimenti riescono a limitare al minimo la sofferenza e i disagi del pesce, che viene, per qualche secondo, tolto dal suo ambiente naturale e costretto ad andare un poco in debito di ossigeno, ma se si è attenti e rapidi, la trota ritorna nel suo ambiente liquido senza portarsi dietro nessuna menomazione o trauma, se non un’ esperienza che gli servirà per essere più guardinga e attenta, facendole guadagnare opportunità di sopravvivenza ad un ulteriore passaggio di un pescatore che tenterà di insidiarla.

       

      Differenza sostanziale tra le due tecniche, con artificiale e con esca viva, sono anche i tempi di reazione e le modalità di abboccata del pesce. Nel primo caso il cucchiaino transita velocemente nell’ acqua, per il recupero molto rapido della lenza fatto girando con continuità il mulinello, che aumenta ancora se si lancia in acque correnti e in rapida discesa a valle. Qui la trota ha pochi istanti per reagire, se si riesce a solleticarne la voracità e la curiosità spesso l’ attacco è immediato, addirittura con l’ artificiale in volo sopra lo specchio d’ acqua, e da qui inizia la sfida tra il pesce, che cerca di liberarsi dalla presa, e il pescatore che vuole spiaggiarlo fuor d’ acqua. La trota tenta di liberarsi dal cucchiaino dimenandosi in acqua, saltando fuori dalla superficie del torrente, dove il filo non è più sostenuto dal liquido e permette al pesce di sganciarsi più facilmente, ed anche, comportamento più tipico delle trote di una certa mole, venendo velocemente incontro al pescatore e quindi allentando la tensione della lenza e favorendo così la probabilità di sganciarsi dell’ ancoretta dalla bocca. Altra variabile nel recupero è data dalle posizioni spesso precarie in cui ci si trova a lottare con la trota, cioè in acque vorticose, in difficile equilibrio, nascosti dietro ad una roccia, oppure in posizione elevata rispetto all’ acqua e dovendo sollevare il pesce in aria, quindi senza sostegno del liquido, questo diventa immediatamente più pesante e in grado di divincolarsi in modo più disordinato.

      Nel caso di pesca con l’ esca viva, questa viene lanciata e fatta scendere verso il fondo, portata a spasso dalla corrente e mossa con piccoli recuperi dal pescatore, rimanendo più tempo a disposizione dei pesci ma è meno visibile di un oggetto in veloce movimento e luccicante, per cui risulta essere più una pesca di attesa e intercettazione del pesce che di sorpresa. Inoltre, una volta ghermito il boccone, il pesce assaggia e mastica il cibo, con tempi più lenti, spesso con cautela, tanto più la trota è grossa, e quindi bisogna attendere il giusto momento prima di ferrare, scelta spesso aleatoria e dettata dall’ esperienza e dalla sensazione che la trota mangi più o meno voracemente, pena il rischio di togliere letteralmente di bocca al pesce il ghiotto boccone.

      Buona parte delle abboccate, sia all’ esca finta che al vivo, vanno a vuoto, nel senso che il pesce sputa prima della ferrata, perché sente per esempio la punta dell’ amo pungerlo, oppure non aggancia il cucchiaino o si sgancia durante il recupero. Qualche volta beffa il pescatore anche se è stato spiaggiato, tale è la reattività, il saltare disordinato, il dimenarsi puntando per istinto sempre e immancabilmente tra l’ altro, in direzione dell’ acqua, unito al fatto di avere la superficie del corpo molto viscida che favorisce il nuoto, da lasciare di stucco il pescatore che è convinto di averla ormai in pugno. Non si contano le situazioni nelle quali mi è capitato di rimanere basito osservando il guizzo finale di una trota, considerata oramai catturata, che recupera il suo ambiente senza dare la possibilità di fare più nulla, lasciando con il rammarico di non essere stato più rapido, perché anche avventandosi sul pesce con le mani, pure in pochi centimetri d’ acqua la trota diventa inafferrabile e di nuovo padrona incontrastata della situazione, capace di dileguarsi in un attimo !.

      Esiste un altro approccio, molto tecnico, di pesca alla trota, è rappresentato dalla pesca a mosca, ovvero una pesca eseguita lanciando a notevole distanza, anche 12-15 metri, una lenza cosiddetta a coda di topo, che si proietta ed estende proprio per la sua conformazione e peso, alla punta della quale viene legata una moschina artificiale, costruita per imitare le piccole efemere ed altri insetti volanti, del peso di un paio di grammi. Il pescatore, eseguendo un movimento a frusta, con una canna e un mulinello speciali, distende muovendo la canna avanti ed indietro, la lenza fino a posarla sul pelo dell‘ acqua, dove attira le Trote che attaccano la riproduzione dell’ insetto che cela un amo.

      E’ una variante di pesca molto tecnica, ma richiede oltre ad un allenamento ed una pratica notevoli, anche il corretto spazio per poter muovere una lenza avanti ed indietro, in aria, senza che questa si impigli in rami, fronde o altro e per la morfologia dei torrenti che frequento è una tecnica di pesca che non è praticabile con successo. Oltre a quelle elencate, che sono le principali, esistono non solo altre tecniche e tipologie di pesca, legate anche alle caratteristiche differenti di torrenti, luoghi di pesca, ambienti, ma anche di quelle sopra citate vi sono innumerevoli varianti, spesso anche messe a punto da singoli pescatori, con modifiche delle esche artificiali, uso di galleggianti, utilizzo di canne molto lunghe e di attrezzature differenti da quanto io ho menzionato e delle quali, nello specifico delle mie esperienze, più avanti racconterò nel dettaglio di alcune di esse.  

      Le numerose varianti tecniche, frutto anche delle tradizioni locali, sono una prova ulteriore di uno sport molto variegato, che rappresenta una ricchezza sia per la passione in sé che per l’ importanza del tramandarsi di nozioni, metodi di pesca spesso profondamente differenti, comunque fonti di cultura, vitalità, diversificazione e diffusione di questo sport antico, o come vogliamo definirlo, passione, od anche hobby, che ci permette di passare del tempo immersi nella natura.

       

      Alla prossima puntata 

       

      saluti , Dario 

       



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