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    Bebo
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    The Marantz Story

    di Bebo Moroni

     

    Millenovecentoundici, un anno destinato a cambiare il corso della Storia del Suono. Nel 1911 a New York nasce, infatti, Saul B. Marantz.
    Un nome chiaramente benedetto dagli dei, poiché in quel magico anno in una casa di New York non fu un bambino a emettere i suoi primi vagiti ma, direttamente un marchio.
    Marantz  è un nome che contiene nelle due sillabe che lo compongono la vera essenza dell’Alta Fedeltà, un nome familiare tanto al più saggio degli audiofili quanto all’uomo della strada che, di melodiosi watt, non si è mai interessato. Solo questo basta a mostrare quanto questo amante della musica e dell’elettronica abbia realizzato nei suoi ottant’anni di vita. 
    Chi ha avuto la possibilità di conoscere l’Hi-Fi fin dal suo inizio, ha posseduto o ha sognato di possedere un Marantz continua a vedere della luce quasi mistica in quelle due sillabe e, forse, rimpiange (con buona ragione tra la metà degli anni ’70 e quella degli anni ’80) la scomparsa dei meravigliosi amplificatori americani nipponizzati dalla Superscope. 

     

     

    Nei vent’anni tra il 1953 e il 1973, Marantz è stato superiore non poco alla produzione di qualsiasi concorrente. In quegli anni, volendosi procurare il meglio, si sarebbe senza dubbio finiti a dovere scegliere fra McIntosh e Marantz. Alla fine degli anni sessanta e, all’inizio degli anni settanta al culmine dell’affermazione dello stato solido, c’era il mitico trittico Thorens/Marantz/AR con una solo piccola variabile che riguardava le testine, Shure nella maggior parte dei casi, Stanton per gli impianti un po’ più blasè e più tardi con l’inserimento degli altoparlanti JBL per gli amanti dell’alta dinamica).
    Marantz era il “cervello” (al tempo il termine amplificatore integrato era usato solo tra esperti) per antonomasia, benché il suo più grande momento è legato ad una straordinaria e forse irripetibile serie di elettroniche separate, tutte rigorosamente a valvole.

     

    La Golden Age

    Adesso torniamo a Saul Marantz, il “grande vecchio”.

     

    Nel 1947, un anno prima che la CBS presentasse il primo LP, Marantz era un grafico che lavorava nel campo delle pubblicità con una grande passione per la musica e la sua riproduzione.
    L’anno dopo, quando il disco che avrebbe rimpiazzato il romantico ma limitato 78 giri fu messo sul mercato, Saul inizia a lavorare alla prima delle sue magie nel suo scantinato di casa. Marantz aveva già disegnato e costruito macchine molto avanzate per i suoi 78 giri, ma affinchè il miracolo dell’ Hi-Fi potesse compiersi, era necessaria l’unione di due nomi: Saul Marantz aveva bisogno dell’LP e l’LP aveva bisogno di Saul Marantz.

     

    Fortunatamente l’incontro avvenne, e fu amore a prima vista. I frutti di questo amore arrivarono due anni dopo. Si trattava del prototipo del Model 1, il primo preamplificatore della nuova arrivata Marantz Company che entrerà in regolare produzione poco più di tre anni dopo.  Aveva 3 tubi 12AX7, un sofisticatissimo equalizzatore phono, 7 ingressi di cui due phono, uno microfonico ed uno per l’audio TV, di compensatore fisiologico a potenziometro rotativo, regolabile con continuità e, soprattutto,  offriva un suono di straordinaria musicalità, con una dinamica che lasciò la critica a bocca aperta. Inoltre, l’alimentatore era separato. Venduto a prezzi modesti all’inizio degli anni ’80, un Model 1 è adesso un preamplificatore di grande valore tra i collezionisti, anche grazie al fatto che una coppia di Model 1, dotata di interfaccia stereo Model 6 che permette la selezione delle sorgenti e la regolazione del volume comune per i due canali, rappresenta tutt’oggi una delle centrali di preamplificazione  più musicali mai realizzate, simile nelle prestazioni al successivo Model 7 ma con, forse, un pizzico di verità in più in gamma bassa ed un’immagine ancor più salda, e per di più con il fascino delle due unità mono (che rappresentano a tutti gli effetti il massimo della bimonoauralità). Va sottolineato che i più intransigenti tra i “Marantziani” sconsigliano l’uso dell’ “accoppiatore” Model 6.

     

    Le qualità estetiche del Model 1 erano le stesse che hanno caratterizzato tutta la gamma Marantz dal suo inizio fino ad ora (fatta eccezione per il periodo tra il ’75 e l’85 in cui, come si suol dire, ne vedremo di tutti i colori): un pannello frontale con i comandi sistemati simmetricamente, grafica con il nome del modello in corsivo veleggiato, con marchio e indicazioni in stampatello minuscolo bold.

     

     

    I trionfi estetici della Marantz non sono dovuti unicamente alla sua elegante simmetria o alle grafiche eccellenti, ma soprattutto ad una particolare innovazione che, col tempo, sarà copiata da molti: anziché essere color alluminio o nero, ha quella caratteristica tinta oro pallido, l’ “oro Marantz” appunto, una sorta di oro sbiadito o di champagne leggermente ramato, raffinatissima, destinata a fare epoca.
    Nel 1956 Saul Marantz produce il suo primo amplificatore, il suo nome è, naturalmente, Model 2 e per un certo verso si tratta di un progetto rivoluzionario. Il 2, anticipando di almeno 30 anni alcune realizzazioni high end attuali, può funzionare, a seconda dell’esigenza e del gusto dell’utilizzatore, tramite un semplice selettore, a pentodi, per 40 watt di potenza, o a triodi per 25 watt. Utilizza nello stadio d’ingresso un tubo 12AX7, in quello drive un 6CG7 e nello stadio d’uscita un push pull di EL 34. Un critico del tempo lo definì “gorgeous” (magnifico) usando forse per la prima volta quella parola nel mondo dell’Hi-Fi. Nel corso degli anni la sua valutazione non è mai andata al di sotto di “magnifico”.
    A partire dal 1958, ovvero dall’inizio della produzione di massa di dischi e nastri stereofonici il 2, come del resto l’1, verrà utilizzato in coppie. L’ultima volta che ho avuto modo di ascoltare una coppia di Model 2, in unione a una coppia di Model 1 non riuscivo a trattenere lo stupore.

     

    In funzionamento a triodo questi splendidi amplificatori stavano pilotando un modernissimo sistema Reference della svizzera Ensemble e, nonostante il carico non fosse dei più semplici, l’ambiente di circa 60 mq era letteralmente riempito di un suono solido ma allo stesso tempo straordinariamente liquido, e credo francamente di aver ascoltato poche volte una voce (era quella di Frank Sinatra in “Ol’ Man River” edizione Reprise dei primi anni ’60) tanto credibile, presente, concreta e, fatemi aggiungere almeno un altro attributo, calda. Che momento amici miei, che meraviglia vecchio Saul! Anche la quotazione dei Model 2 è notevolmente levitata negli ultimi anni, raggiungendo e superando, non di rado, i 3000 $ per una coppia in eccellenti condizioni. C’è da dire che la cosa non mi scandalizza visti i prezzi di molti finali moderni che certo non offrono una musicalità minimamente paragonabile.

     

    All’inizio del 1959 è la volta del Model 5, versione meno potente e meno apprezzata (ma decisamente più accessibile) del Model 2, che utilizza comunque una coppia di EL 34 in uscita, e 12AX7/CG7 negli stadi primari, ma con trasformatori più piccoli, per una potenza di 30 watt. Il Model 5 costa al suo apparire 199 $ contro i 220 del Model 2 e faccio notare che nel 1959 ventuno dollari erano una cifra tutt’altro che disprezzabile, specie se si calcola il livello di vita del cittadino americano medio. Il Model 5 è il meno quotato degli amplificatori de “l’age d’or” Marantz, ma ciò non induca a sospettare una sua insufficienza sonica. Pur non raggiungendo la magnificenza del 2 in configurazione a triodi, il 5 è in grado di sopportare, in termini puramente musicali, il confronto con la gran parte dei migliori finali moderni, ed il suo acquisto potrebbe costituire un affare oltreché un serio investimento. Una coppia in eccellenti condizioni non dovrebbe costare più di 2000 $ mentre negli Stati Uniti, è possibile spuntare prezzi ancora migliori.

    C’è da dire che il 5, specie in Europa, non ha avuto un’enorme diffusione, e risulta di reperibilità piuttosto difficile. L’anno successivo entra in scena il primo preamplificatore stereo, ed è anche il più famoso dell’intera produzione Marantz. E’ il Model 7, splendido discendente diretto del Model 1, di cui costituisce praticamente a tutti gli effetti, la versione raddoppiata. Come il celebre predecessore monta tubi 12AX7, sei, di cui ben tre nello stadio phono. L’equalizzatore dello stadio phono è meno versatile e sofisticato di quello del Model 1, ma alla dotazione, che ha stessi numero e scelta di ingressi, si aggiungono, naturalmente, un selettore di bilanciamento e uno di modo. I controlli di tono sono separati per due canali. La linea estetica, diventa ancor più rigorosamente simmetrica, con quattro manopole delle stesse dimensioni su ognuno dei lati del pannello, e in mezzo quattro selettori a levetta.

     

     

    In alto al centro, sotto il logo, la spia d’accensione, che s’illumina d’azzurro. Il Model 7 nelle sue varie versioni, verrà prodotto, nel corso di quasi nove anni, in circa 130.000 esemplari, divenendo così uno dei componenti audio di alto livello più venduti della storia. Il suo successo strepitoso è diretta funzione di una qualità musicale superba. Sino a pochi anni fa il co-progettista Sidney Smith si è preso carico diretto della revisione e dell’aggiornamento del 7, con una celebre modifica che per la modica spesa di 400 $ portava il Marantz 7 a prestazioni direttamente paragonabili con quelle degli odierni ultra costosi mostri della preamplificazione a valvole. I Marantz/Smith 7 sono tra i più rari esemplari di restauro accettabile, anzi da un punto di vista musicale auspicabile, di apparecchi audio d’antiquariato e non è difficile reperirne esemplari sul mercato americano, a prezzi che non superano i 1500 $ anche se, per un presupposto strettamente collezionistico, vanno considerati di maggior pregio gli esemplari integralmente originali. Nel 1967 uscirà l’ultima versione del Model 7, il 7T, tristemente transistorizzato.

     

    L’apparecchio che non brilla per particolari doti, non ha assunto per il momento un valore collezionistico, anche se non è escluso che lo acquisisca in tempi piuttosto brevi. Ancora un anno ed è il turno dell’altro classicissimo Marantz, il Model 8, che assieme al 7 costituirà l’accoppiata classica dell’altissima fedeltà negli anni ’70, rivaleggiata solo da McIntosh C22/MC240. L’8 è l’unico finale stereo a valvole prodotto da Marantz. Eroga 30 Watt per canale con un push-pull di EL 34. In ingresso al posto del doppio triodo 12AX7 c’è una coppia di 6AU6. Nell’alimentazione fanno la loro comparsa i semiconduttori, che vengono utilizzati come raddrizzatori. L’estetica è, razionalizzata,  quella del 2 e 5: telaio verniciato grigio ferro, trasformatori nascosti da una capsula parallelepipedale dello stesso colore e valvole a vista. Anche questa accoppiata classica si segnala per l’eccezionale qualità del suono. Ad oggi l’8, come d’altra parte tutti gli altri valvolari Marantz, dimostra doti assolutamente eccezionali, anche senon possiede la straordinaria trasparenza del Model 2 nel funzionamento a triodi, né la sua dinamica e la solidità in basso nel funzionamento a pentodi. In compenso la gamma acuta è leggermente più raffinata e dettagliata. Di non difficile reperibilità, la sua quotazione non ha seguito il ritmo di crescita di 1, 2 e 7. Un esemplare in buone condizioni può costare tra i 1500$ e i 2000$ valendoli assolutamente tutti, non è troppo difficile, comunque, trovare, specie negli USA, esemplari eccellenti a 1000/1500 $. La versione B  è la più diffusa ed anche la più consigliabile per doti timbriche, oltre ad offrire circa 5 watt in più per canale. Bisogna comunque aspettare il 1964 perché compaiano sulla scena i “mitici”, due degli oggetti più belli, più efficienti, più musicali dell’intera storia dell’alta fedeltà: il finale monofonico Model 9 ed il Tuner 10B.


    L’amplificatore Model 9 è il finale Marantz che ha raggiunto la massima quotazione, ed in genere il finale di potenza da collezione più costoso tra quelli reperibili. Basti pensare che il, peraltro inattendibile, Orion Blue Book of Audio, che pubblica tutte le quotazioni degli apparecchi prodotti che siano stati regolarmente distribuiti in America, quota la coppia di amplificatori 9500$, contro i 550 $ del Model 2 e i 598 $ del Model 8. Credo che raramente, a tutt’oggi, si sia visto un finale di potenza così bello. Il grande frontale dorato (esiste anche in versione per montaggio in rack) è formato da una zona superiore, ampia e liscia al cui centro spicca il bellissimo strumento circolare, la cui mezzaluna superiore è formata da un milliamperometro ad ago per la regolazione fine dei tubi e quella inferiore ospita la spia azzurra d’accensione. Nella stretta fascia inferiore trovano posto ai lati i potenziometri circolari di regolazione del bilanciamento e del bias delle valvole, accanto al potenziometro di bilanciamento un invertitore di fase ed un filtro subsonico a levetta, con feritoia orizzontale, accanto a quello del bias l’interruttore on/off, anch’esso della stessa foggia ed il fusibile di alimentazione.Al centro, un cassettino estraibile a pressione, con il logo Marantz in rilievo, nasconde le connessioni. Il 9 utilizza un doppio push-pull di EL 34 per 70 Watt di potenza. Nello stadio pilota vengono impiegate due ECC 88 e in quello drive una 6CG7. I trasformatori surdimensionati, la cura posta nella progettazione del circuito audio, la selezione dei componenti utilizzati, anticipano l’high end moderna di una ventina d’anni.

     


    Il suono del 9 ha probabilmente pochi paragoni, per molti appassionati, nessuno. E’ un suono che si può solamente definire come magnifico: setoso e caldo ma estremamente potente, veloce e, soprattutto, incredibilmente plastico. Saul Marantz, con il 9 ha compiuto il suo capolavoro, ha posto una inamovibile pietra miliare sul corso dell’alta fedeltà, una pietra miliare che per tutti è divenuta pietra di paragone. Le quotazioni, per una coppia di 9 in eccellenti condizioni (e chi ha affrontato la spesa necessaria, altissima anche ai tempi, per acquistarli li ha quasi sempre, inevitabilmente, tenuti in eccellenti condizioni) è puramente soggettiva e può arrivare oltre i 10.000 $. Anche in questo caso, oltre al valore dell’investimento, destinato a crescere costantemente, va valutato il valore musicale assoluto di questi amplificatori in confronto all’attuale produzione. La diatriba su quale sia a tutt’oggi il miglior sintonizzatore al mondo tra Marantz Model 10, Sequerra Tuner e Mc Intosh Mr 75 non si è ancora conclusa. Probabilmente il Sequerra offre una ricezione migliore degli altri due contendenti, i quali hanno però, secondo il mio punto di vista, maggiore musicalità. Il 10B in particolare, con una musicalità almeno pari a quella del 75, offre caratteristiche tecniche e di versatilità avanzatissime. Basti pensare all’oscilloscopio incorporato, che permette di verificare con un’esattezza quale ad alcun altro strumento è data, la qualità del segnale ricevuto, la sua potenza, la localizzazione di un segnale vicino o distante, la separazione stereo di un segnale, il bilanciamento tra i canali, il multipath, il posizionamento e l’orientamento ottimale dell’antenna, caso per caso, stazione per stazione. L’oscilloscopio incorporato prevede anche una posizione external, che permette di usarlo come strumento di misura per altri componenti dell’impianto, ad esempio per verificare la separazione stereo e il bilanciamento di un fonorivelatore. L’illuminazione dell’oscilloscopio (nel bell’azzurro Marantz) veniva fornita da una apposita valvola, e l’intensità era regolabile onde mantenerne le prestazioni il più a lungo possibile. Inoltre il 10B disponeva di un selettore di modo a tre posizioni con hi-blend, di muting automatico e manuale e di indicatore stereo. L’estetica ricalcava nella forma sintonizzatore quella simmetrica e pulita dei preamplificatori e appare tutt’oggi estremamente elegante e suggestiva, grazie alla sobrietà del complesso linee/colore e alla bella scala parlante illuminata in azzurro pallido su sfondo nero. Ma a parte la bellezza e la funzionalità, il 10B offre ancora adesso prestazioni strepitose, con una selettività straordinaria e, soprattutto,  una voce entusiasmante, calda e vellutata, piena e melodiosa, che letteralmente rapisce, sia quando è la musica ad essere trasmessa, sia quando sono i parlati (specie quelli, inconfondibili, catturati dai microfoni Neumann) a tenerci compagnia. E questa, insieme al prezzo originario, già altissimo, è la ragione del perché il tuner Marantz abbia sul mercato una quota tanto alta, la più alta senz’altro tra i sintonizzatori: l’Orion Blue Book parla di 950 $, ma personalmente ne ho trovati esemplari da ricondizionare a non meno di 2500 $. Da notare che il prezzo di partenza era, di oltre 650 $, come dire 5000 $ di oggi.

     

    La Silver & Black Age

    Marantz, negli anni successivi, produrrà altri super e meno super tuner con oscilloscopio, come il 20, il 150, il 2110, il 21130, tutti a stato solido e nessuno che possa minimamente avvicinarsi alle prestazioni, sia tecniche che (e direi conseguentemente) puramente musicali, del 10B.

     

     

    Il 10B è anche l’ultimo esponente della gloriosa genia di valvolari Marantz, dopodiché la smania a stato solido prenderà rapidamente il sopravvento nel mondo, e l’impresa Marantz dovrà adeguarsi alle regole. Marantz continuerà per qualche tempo ad interessarsi delle sorti della ditta che porta il suo nome, poi la Superscope, che da statunitense diventa sempre più nipponica, comincerà a trovarlo scomodo per i suoi piani che prevedono l’introduzione massiccia di componenti anche a basso costo sui mercati di tutto il mondo, e pian piano il nostro Saul verrà allontanato dal marchio che ha fondato e portato al successo. C’è il tempo per dare ancora alcune zampate leonine. Nel ’68 Marantz presenta il primo giradischi commerciale tangenziale, l’SLT12U, con trazione a cinghia, piatto pesante, motore ad isteresi e il rivoluzionario braccio a tracciamento lineare che farà innamorare e impazzire migliaia di appassionati. Il giradischi, in effetti, ha musicalmente pochi rivali al tempo (quando il sistema di lettura veniva ancora considerato “un aggeggio che ha il solo compito di far girare a velocità costante dei dischi”), grazie al tipo di lettura ma anche alle soluzioni di appesantimento e smorzamento della base, che si presenta infatti tozza e massiccia. Il braccio, meno dell’altrettanto famoso Rabco, ma in maniera pur sempre evidente, tende però a creare problemi di messa a punto e corretto appoggio su tutte le zone del disco. L’SLT12U va comunque considerato come il primo giradisci “eso” della storia, rimarrà in produzione sino al 1973 ed otterrà un buon successo.

     

    La sua quotazione è ancora poco più che affettiva, ma sta rapidamente avviandosi verso cifre da collezionismo. E’ un oggetto da conservare con amore o da acquistare finchè si manterrà ai livelli attuali attorno ai 300/400 $. Saul Marantz, orfano del suo stesso grande marchio, tornerà ancora a colpire insieme a John Dalquist, con il celeberrimo DQ10, un diffusore veramente rivoluzionario e a tutt’oggi straordinariamente musicale. Poi lo vedremo sempre più raramente. Nel 1987 lo incontrai a Las Vegas, ingabbolato assieme a John Curl nella progettazione di una bellissima coppia pre e finale, Lineage, dallo styling deliziosamente e “marantzmente” rétro e dalle prestazioni che si potevano supporre straordinarie. Purtroppo i loro partner commerciali furono poco seri, e l’operazione Lineage si risolse in un mero tentativo commerciale di speculazione del nome dell’ignaro e innocente Saul.
     

    Fino alla metà degli anni ’70 la Marantz produrrà alcuni buoni integrati, spesso superiori a quelli della concorrenza specie la prima serie, di produzione americana. Marantz inoltre, produsse qualche buon tuner e altri oggetti che non hanno, al momento, alcuna importanza collezionistica. Mentre quantomeno da curare sono i pre e finali americani a stato solido, che pur non offrendo prestazioni paragonabili agli apparecchi dell’epoca d’oro, potrebbero in seguito acquisire una certa importanza, se non altro come ultime testimonianze di una Marantz dove c’è ancora Marantz. Mi riferisco in particolare ai pre 7T e 33 e ai finali 15 e 16 mono.

     

    Tutto il resto, sin quasi ai giorni nostri, è tristezza, se si eccettua un capitolo dimenticato nella storia recente Marantz e che riguarda il tentativo, purtroppo frustrato dalla povera immagine offerta dal resto della produzione, di rientrare alla grande nel settore alto, con a serie Esotec. In particolare di questa serie ha notevole valore collezionistico il giradischi in cristallo e gomma TT 1000, recentemente rieditato in serie limited, e potrebbero acquistarne i finali mono MA5, tral’altro estremamente ben suonanti, con possibilità di funzionamento in classe A o AB. Da non sottovalutare anche il grande finale di potenza SM1000, da oltre 400 watt per canale. 
    Finalmente, grazie soprattutto ad un direttore tecnico di intelligenza, genialità creativa e sensibilità quale Ken Ishiwata, autore, tra l’altro, della deliziosa serie Music Link, la Marantz, nel frattempo passata a proprietà europea (Philips) sta rilanciando la sua immagine, attraverso una serie di apparecchi che rifuggendo dall’immagine “rack” che ne aveva frantumato i connotati ed impediva qualsiasi sortita  nel mondo della vera Alta Fedeltà, la stanno riportando a vertici sconosciuti da almeno un ventennio.
    Un Tocco di Ken.

     

     

    Quando incontrai per la prima volta Ken Ishiwata a Montecarlo, nel caldo Luglio del 1990 il suo mito non era ancora allo zenit. Conoscevo molto cose riguardo questo raffinato signore giapponese, conoscevo parte della sua storia personale, naturalmente la parte riguardante il suo amore intellettuale e musicale per  i gioielli di Saul Marantz, la sua devozione al suo Maestro e la sua abilità nel replicare quei cari vecchi designs. Mi ero preparato a incontrare il classico guru giapponese dell’Hi-Fi o un tipico ingegnere di marchi importanti, nel primo caso, mi sarei dovuto armare di tanta pazienza per ascoltare ciò che aveva da dirmi, nel secondo caso, mi sarei dovuto preparare a essere deluso da una persona con un lacunoso senso delle risposte.
    D’altro canto, l’uomo che incontrai fu una sorta di “terzo tipo”, il più raro nel mondo dell’alta fedeltà: Peraltro lui era stato preparato a un incontro “difficile” con un personaggio “difficile”, così gli aveva detto la casa madre “attento è un giornalista molto ostico e ce l’ha con noi” ( cosa non vera, la seconda, la prima non saprei). Quindi fu un incontro molto salameleccato all’inizio, ma che ben presto si trasformò nel preludio ad una grande amicizia. Io capii immediatamente di avere di fronte un personaggio di uno spessore assolutamente notevole e lui che il cattivaccio che aveva davanti non era poi così cattivo, ma solo rigoroso.
    Fu un paio d’anni dopo, su una terrazza di un hotel, sempre a Montecarlo che nacque l’idea, da me caldeggiatissima, della riedizione dei celeberrimi pre e finali della Golden Age, il 7, l’8 e i 9. Ken diceva che era impossibile, poi è stato possibile. Lungi da me qualsiasi improbabile autogratificazione, ma mi chiedo se la mia insistenza e le mie obiezioni a quell’ “impossibile” non abbiano contribuito a rendere la cosa possibile.
    Il resto è storia abbastanza nota: Ken da quegli anni ha dismesso l’abito grigio e la cravatta, è diventato un personaggio con i suoi fantasiosi vestiti disegnati da lui stesso, ma soprattutto con la sua abilità, la sua disponibilità, la sua modestia. Con il suo genio.

     

    Rimarranno nella grande storia dell’Audio i suoi progetti di lettori digitali dal suono “no compromise” i CD 10, 14,15,16, il CD 17 Kis. Ancor oggi godibilissimi e molto spesso scelti al posto di macchine più moderne e evanzate: i favolosi nanerottoli della serie “Music Link”, con i due piccoli straordinari mono MA 24 e l’eccellente pre phono PH 22 in testa. L’integrato PM 16, la serie (che continua imperterrita) dei KIS i “Ken Ishiwata Signature” apparecchi di serie, in versione limitata, che hanno ricevuto le attenzioni più amorevoli del maestro, e tutto ciò che porta sino alla situazione odierna che vede Marantz in prima fila tra i marchi specialisti audio, con un successo che non sembra avere limiti.





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  • I Blog di Melius Club

    1. Ben ritrovati, ad un nuovo appuntamento con i torrenti, le Trote, e le avventure di pesca.

       

      In questa nuova conversazione, vorrei illustrare per sommi capi, anche a chi ne è completamente digiuno, come si sviluppa la pesca alla Trota, che di norma presuppone due principali tecniche di esecuzione, una la cosiddetta pesca con artificiale, l’ altra invece quella con esca viva.

       

      La prima, conosciuta soprattutto per l’ uso del cosiddetto cucchiaino, prevede l’ utilizzo di un’ esca finta, formata da una paletta di metallo, a forma appunto di cucchiaino, paletta che è libera di ruotare su un asse formato da una sottile anima di acciaio, che ad un estremo ha un anellino che permette di fissare il rotante al filo di nylon, e sull’ altro lato, alla fine dell’ anima in acciaio, si trova un’ asola che tiene in posizione una piccola ancoretta, cioè tre ami fissati insieme e sfalsati a 120 gradi in modo da rendere l’ arpioncino sempre attivo nei confronti del pesce da qualsiasi angolo la aggredisca. La foto che segue, credo sia più chiara di qualsiasi spiegazione.

       

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      Come si vede qui sopra, i cucchiaini, così chiamati per la paletta che sembra un cucchiaio, sono i più utilizzati in torrenti, hanno forme, fogge, dimensioni variabili, come pure i colori e i disegni che compaiono sulla superficie del cucchiaino, alcuni li ho personalizzati io utilizzando i colori da modellismo, per fare delle diverse colorazioni o disegni che, ritenevo, potessero renderli più appetibili alle Trote, cosa che poi, statisticamente, non mi pare sia stata confermata . . . !!

       

      Pesca con artificiali 

       

      La tecnica di pesca con artificiale prevede il lancio del rotante, nella zona di interesse dello specchio d’ acqua, il suo recupero col mulinello a intervalli più o meno regolari, ma continuo, in modo che la paletta del cucchiaino in acqua giri a forma di vortice e attiri la curiosità e la voracità della trota, che inseguendo l’ esca finta e mordendola, rimanga agganciata  all’ ancoretta attaccata posteriormente.

      Sembra una tecnica crudele, invece è la forma di pesca meno aggressiva, preferita da chi non vuole trattenere il pesce, perché l’ abboccata così detta, ovvero l’ agganciarsi della trota all’ esca, è superficiale e solitamente, con molta attenzione, si può slamare, ovvero togliere l’ arpione dal labbro del pesce, senza provocare nessun danno fisico e produrre alcuna mutilazione.  

      E’ una tipologia di pesca molto pulita anche dal punto di vista del pescatore, che non maneggia esche vive, ovvero lombrichi, camole o altri animaletti, che comunque sporcano, deperiscono, e costringono a procurarseli per tempo, andando a raccoglierli o acquistandoli presso i negozi specializzati. Una variante consiste nell’ utilizzare artificiali con la forma di un pesce che, recuperando la lenza sotto la superficie, imitano il movimento natatorio di un pesciolino, e attirano così l’ attenzione della trota che vede sia una potenziale preda fonte di proteine nobili, che un intruso che invade il suo territorio, scatenando in questo modo la pronta reazione e l’ attacco, soprattutto di pesci di buona taglia. Molto valida in questo senso è l’ imitazione del pesce persico, che atavicamente scatena la reazione delle trote che lo vedono come un intruso nel proprio territorio di pertinenza, ovvero di caccia e di ambiente in cui vivere svolgendo le proprie attività.

      Qui sotto alcuni dei pesciolini finti , imitazioni molto veritiere, che vengono utilizzati per insidiare Trote di buone dimensioni, si tenga presente che questi pesci artificiali sono anche in grado di muoversi nell' acqua imitando il movimento del pesce vivo, ovvero guizzano e si muovono ondulando, cosa che può essere accentuata dal pescatore, sia muovendo la punta della canna lateralmente, sia variando la velocità di recupero con il mulinello. 

       

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      Quelli qui sopra in foto sono solo alcuni dei pesciolini ed esche artificiali che nei decenni ho utilizzato per la pesca, in torrente, e anche in lago, dove si potevano insidiare anche i cavedani, i Persici Trota, detti Boccaloni, e i Persici classici.

       

      Pesca con esche naturali

       

      La seconda forma di pesca alla trota si basa appunto sull’ utilizzo di esche vive, naturali, di cui i classici esempi sono il lombrico, la camola del miele o il gatoss, ed è la cosiddetta pesca alla tocca sul fondo, cioè attuata per mezzo di un finale di lenza composto, partendo dal tratto terminale del filo, da un amo con lombrico, camola del miele o altro insetto vivo, piombatura adeguata per permettere di lanciare ad una distanza di almeno 6-10 metri l’ esca e, non diffuso ma comodo, girella con moschettone che permette di attaccare e staccare facilmente la montatura così fatta dalla lenza principale, ovvero il filo che va alla canna e si avvolge nel mulinello.

      Il terminale citato, lungo solitamente dai 30 ai 45 centimetri, ha alcuni vantaggi rispetto al filo continuo, cioè senza l‘ interposizione del moschettone con girella, tra i quali il fatto che è molto veloce il cambio dello stesso, per esempio se si vuole montare un diverso finale di lenza con piombatura o amo differente, oppure se si impiglia e si strappa il filo sul fondo, cosa che in un torrente non è evento raro, di solito la rottura si ha sul nodo che aggancia il terminale al moschettone, preservando il resto della lenza, oppure per il cambio rapido da pesca ad esca viva a quella con artificiale, cioè da amo a cucchiaino o viceversa. C’ è però un aspetto negativo, ovvero  inserendo un elemento in più sulla lenza, ed un nodo ulteriore, si indebolisce la resistenza e l’ elasticità del filo, che può diventare cruciale se abboccasse un pesce importante, la trota attesa una vita intera.

      Nella pesca a tocca, il lancio dell’ esca si fa in corrente, sotto cascata, vicino a dove si pensa vi sia la tana e si lascia affondare il tutto senza recupero immediato, in modo che l’ esca si muova naturalmente seguendo la corrente, e il pesce possa vedere e saggiare il cibo attaccato all’ amo. Si mette poi in tensione il filo recuperando un poco di lenza con il mulinello, e si “sente” sul filo, fisicamente con la mano libera la presenza della trota che mangia, rappresentata tipicamente da colpetti più o meno energici che si propagano alla canna, poiché di solito il pesce mangia e contestualmente fa leggeri spostamenti del corpo, mantenendo la posizione in acque mosse, nuotando e compensando con piccoli movimenti laterali delle pinne. Qui sotto alcuni terminali già preparati, per non perdere tempo durante la battuta di pesca in torrente . . . 

       

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      La foto non rende molto, ma il concetto di fondo è che i finali hanno un' asola, si vede a destra, che si infila nella girelle e moschettone legata al nylon principale che entra nel mulinello, e che quindi si possono cambiare in funzione del peso che si usa, io di solito utilizzo due olivette abbastanza pesanti che permettono sia di lanciare agevolmente più lontano rimanendo nascosti, sia di far affondare subito in corrente l' esca. All' estremità di sinistra, dopo circa 30-40 centimetri di lenza, l' amo, in questo caso un amo corto per camole, scuro, per non riflettere la luce sotto il sole, e ritorto per ferrare meglio il pesce.

       

      Dal tipo di tocca che si avverte sulle dita della mano che stringe la lenza, un pescatore con esperienza capisce già di che mole è la Trota che sta assaggiando l’ esca, solitamente la trota piccola è vorace e molto disordinata nei colpetti e si muove molto nello spazio a sua disposizione, mentre la trota più matura mangia dando colpi secchi ma meno irruenti e spesso rimane in posizione immobile nel punto in cui ha abboccato, saggiando il cibo con molta calma prima di passare ad ingoiarlo.

      Durante la pesca alla tocca, c’ è la variante della Trota, di misura variabile che, presa in bocca l’ esca, punta decisa verso la sua tana, per abitudine o perché insidiata da rivali per il cibo, tana posta solitamente sotto una roccia, nei pressi della cascata, in un punto nascosto, dove si trova il suo rifugio abituale, per continuare a mangiare in sicurezza il cibo conquistato. A questo punto dell’ azione di pesca le cose possono ulteriormente complicarsi, perché una Trota in tana è sempre un’ incognita per il pescatore.

      In poche frazioni di secondo si deve decidere se lasciare che il pesce entri nel suo rifugio, affinché mangi con calma e si agganci quasi da solo all’ amo, o recuperare, dando il colpo di ferrata con la canna. Nella tana infatti gli spazi sono spesso angusti e il filo può incappare in punti taglienti delle rocce, per cui si rischia di tranciarlo, oppure si verificano situazioni in cui il pesce rimane saldamente bloccato nel suo rifugio, cosa che rende impossibile il tirarlo fuori dalla tana senza rischiare di strappare il filo o procurare dei danni al pesce stesso.

      Spesso conviene perciò ferrare quasi immediatamente, termine che indica il colpo con la canna a frusta all’ indietro subito dopo l’ abboccata del pesce e conseguente recupero del filo con il mulinello, per far si che l’ amo punga la trota e permetta al pescatore di trarla fuori dall’ acqua, anche se alte sono le probabilità che il pesce, non avendo ancora ingoiato il cibo e tenendolo nella parte anteriore della bocca, a filo di labbra, lo sputi e si liberi dall’ amo.

      Proprio perché l’ esca viene masticata e parzialmente ingerita dal pesce, questa tecnica di pesca è meno preservante per l’ integrità fisica della Trota, poiché l’ amo può ferire il pesce, rendendo più complessa la slamatura, o liberazione del pesce dall’ amo, senza il rischio di ledere qualche parte dell’ apparato boccale dello stesso. Risulta così che la tecnica con l’ esca viva, sia la meno adatta a fare una pesca sportiva di cattura e rilascio, perché più difficile risulta liberare il pesce dall’ amo e rimetterlo in acqua indenne. Proprio per limitare questi potenziali danni, di solito si tende ad utilizzare ami di generose dimensioni, in modo che le piccole trote non possano neppure ingoiarli, mentre le più grosse, con ami di grandi dimensioni, sono punte sul labbro e facilmente liberabili, seguendo alcune semplici precauzioni. Tra queste, bagnarsi bene le mani per non intaccare il film lipidico che ricopre la superficie del corpo del pesce, la trota infatti non ha scaglie, come molti altri pesci, la sua forma altamente idrodinamica si basa proprio sulla pelle nuda, che oppone minore resistenza al movimento in acqua, ed è però ricoperta da una mucillagine che protegge il pesce dagli attacchi di parassiti e di altri microorganismi, garantendo al contempo una buona aerodinamica corporea.

      Il pesce va maneggiato con attenzione e delicatezza, senza esercitare pressioni sul suo corpo, basta tenerlo immobilizzato per permettere di togliere l’ amo o l’ ancoretta dalle labbra, operazione in alcuni casi più complicata se l’ amo si è agganciato nel palato o se più di uno dei bracci dell’ ancoretta si sono conficcati nella bocca della trota. Una volta sganciata e libera, la trota va inserita in acqua, possibilmente muovendola delicatamente per permettere alle branchie di ossigenarsi nuovamente, tenendola per la coda, in acque correnti ma non eccessivamente veloci, in modo che riprenda conoscenza e sia lei a muoversi lasciando la mano del pescatore, che la regge. Tutti questi piccoli accorgimenti riescono a limitare al minimo la sofferenza e i disagi del pesce, che viene, per qualche secondo, tolto dal suo ambiente naturale e costretto ad andare un poco in debito di ossigeno, ma se si è attenti e rapidi, la trota ritorna nel suo ambiente liquido senza portarsi dietro nessuna menomazione o trauma, se non un’ esperienza che gli servirà per essere più guardinga e attenta, facendole guadagnare opportunità di sopravvivenza ad un ulteriore passaggio di un pescatore che tenterà di insidiarla.

       

      Differenza sostanziale tra le due tecniche, con artificiale e con esca viva, sono anche i tempi di reazione e le modalità di abboccata del pesce. Nel primo caso il cucchiaino transita velocemente nell’ acqua, per il recupero molto rapido della lenza fatto girando con continuità il mulinello, che aumenta ancora se si lancia in acque correnti e in rapida discesa a valle. Qui la trota ha pochi istanti per reagire, se si riesce a solleticarne la voracità e la curiosità spesso l’ attacco è immediato, addirittura con l’ artificiale in volo sopra lo specchio d’ acqua, e da qui inizia la sfida tra il pesce, che cerca di liberarsi dalla presa, e il pescatore che vuole spiaggiarlo fuor d’ acqua. La trota tenta di liberarsi dal cucchiaino dimenandosi in acqua, saltando fuori dalla superficie del torrente, dove il filo non è più sostenuto dal liquido e permette al pesce di sganciarsi più facilmente, ed anche, comportamento più tipico delle trote di una certa mole, venendo velocemente incontro al pescatore e quindi allentando la tensione della lenza e favorendo così la probabilità di sganciarsi dell’ ancoretta dalla bocca. Altra variabile nel recupero è data dalle posizioni spesso precarie in cui ci si trova a lottare con la trota, cioè in acque vorticose, in difficile equilibrio, nascosti dietro ad una roccia, oppure in posizione elevata rispetto all’ acqua e dovendo sollevare il pesce in aria, quindi senza sostegno del liquido, questo diventa immediatamente più pesante e in grado di divincolarsi in modo più disordinato.

      Nel caso di pesca con l’ esca viva, questa viene lanciata e fatta scendere verso il fondo, portata a spasso dalla corrente e mossa con piccoli recuperi dal pescatore, rimanendo più tempo a disposizione dei pesci ma è meno visibile di un oggetto in veloce movimento e luccicante, per cui risulta essere più una pesca di attesa e intercettazione del pesce che di sorpresa. Inoltre, una volta ghermito il boccone, il pesce assaggia e mastica il cibo, con tempi più lenti, spesso con cautela, tanto più la trota è grossa, e quindi bisogna attendere il giusto momento prima di ferrare, scelta spesso aleatoria e dettata dall’ esperienza e dalla sensazione che la trota mangi più o meno voracemente, pena il rischio di togliere letteralmente di bocca al pesce il ghiotto boccone.

      Buona parte delle abboccate, sia all’ esca finta che al vivo, vanno a vuoto, nel senso che il pesce sputa prima della ferrata, perché sente per esempio la punta dell’ amo pungerlo, oppure non aggancia il cucchiaino o si sgancia durante il recupero. Qualche volta beffa il pescatore anche se è stato spiaggiato, tale è la reattività, il saltare disordinato, il dimenarsi puntando per istinto sempre e immancabilmente tra l’ altro, in direzione dell’ acqua, unito al fatto di avere la superficie del corpo molto viscida che favorisce il nuoto, da lasciare di stucco il pescatore che è convinto di averla ormai in pugno. Non si contano le situazioni nelle quali mi è capitato di rimanere basito osservando il guizzo finale di una trota, considerata oramai catturata, che recupera il suo ambiente senza dare la possibilità di fare più nulla, lasciando con il rammarico di non essere stato più rapido, perché anche avventandosi sul pesce con le mani, pure in pochi centimetri d’ acqua la trota diventa inafferrabile e di nuovo padrona incontrastata della situazione, capace di dileguarsi in un attimo !.

      Esiste un altro approccio, molto tecnico, di pesca alla trota, è rappresentato dalla pesca a mosca, ovvero una pesca eseguita lanciando a notevole distanza, anche 12-15 metri, una lenza cosiddetta a coda di topo, che si proietta ed estende proprio per la sua conformazione e peso, alla punta della quale viene legata una moschina artificiale, costruita per imitare le piccole efemere ed altri insetti volanti, del peso di un paio di grammi. Il pescatore, eseguendo un movimento a frusta, con una canna e un mulinello speciali, distende muovendo la canna avanti ed indietro, la lenza fino a posarla sul pelo dell‘ acqua, dove attira le Trote che attaccano la riproduzione dell’ insetto che cela un amo.

      E’ una variante di pesca molto tecnica, ma richiede oltre ad un allenamento ed una pratica notevoli, anche il corretto spazio per poter muovere una lenza avanti ed indietro, in aria, senza che questa si impigli in rami, fronde o altro e per la morfologia dei torrenti che frequento è una tecnica di pesca che non è praticabile con successo. Oltre a quelle elencate, che sono le principali, esistono non solo altre tecniche e tipologie di pesca, legate anche alle caratteristiche differenti di torrenti, luoghi di pesca, ambienti, ma anche di quelle sopra citate vi sono innumerevoli varianti, spesso anche messe a punto da singoli pescatori, con modifiche delle esche artificiali, uso di galleggianti, utilizzo di canne molto lunghe e di attrezzature differenti da quanto io ho menzionato e delle quali, nello specifico delle mie esperienze, più avanti racconterò nel dettaglio di alcune di esse.  

      Le numerose varianti tecniche, frutto anche delle tradizioni locali, sono una prova ulteriore di uno sport molto variegato, che rappresenta una ricchezza sia per la passione in sé che per l’ importanza del tramandarsi di nozioni, metodi di pesca spesso profondamente differenti, comunque fonti di cultura, vitalità, diversificazione e diffusione di questo sport antico, o come vogliamo definirlo, passione, od anche hobby, che ci permette di passare del tempo immersi nella natura.

       

      Alla prossima puntata 

       

      saluti , Dario 

       

    2. Scendo alla prossima

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      Ogni tanto, così, quando capita... proverò a scrivere qualcosa.. Sarà sempre qualcosa che riguarda la musica... in un modo o l'altro. 

       

      Vorrei iniziare con una cosa "stravagante", ma, vi assicuro... anche bellissima. piace ai grandi e piccini! 🇳🇱

       

       

       DRAAI

      ORGELS !!!!!!!!!!

       

       

      Chi è stato in Olanda, specialmente in giornate di sole, probabilmente li avrà visti, per strada, nelle piazze, questi bellissimi strumenti.
      Grandi, quasi sempre molto belli (colori, statuette che si muovono, abbellimenti vari ecc…).
      Si tratta di una tradizione tipicamente Olandese, non la si trova in nessun’altra parte del mondo.

      La parola “Draaiorgel” è composta da due parole: “Draaien” (girare) e “Orgel” (organo)

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      Evidente, quindi, che parliamo di un “organo (a canne)” che, per azionarlo, si deve “girare” qualcosa, in questo caso una grande manovella.
      Ne esistono ormai pochi, di quelli veri e puri a manovella… ormai sono sempre più spesso “a motore”, ma hanno meno fascino, anche perché… il rumore del motore, oltrechè inquinare, infastidisce l’ascoltatore.
      Invece della parola “DraaiOrgel” si può usare anche  “BoekenOrgel” (boek = libro), che forse sarebbe la denominazione ancora migliore, perché l’organo “legge” i fori del libro (guardate le immagini, sono piuttosto esaustive…) 
      Spesso questi “Draaiorgels” vengono chiamati “straatorgels” (=organi da strada…)

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      Si tratta quindi di un organo a canne che suona automaticamente (come vedremo poi… ciò che manca è…. la tastiera…). Oltre alle canne d'organo, può avere anche altri strumenti, ad esempio le percussioni.
      I tubi sono solitamente fatti di legno, alcune volte di metallo, di solito zincato. I tubi vengono forniti di aria (negli organi parliamo di "vento") forniti da un soffietto. La differenza principale è che un organo “tradizionale”  è azionato da mani e piedi umani e un “Draaiorgel” da un “libro musicale” in movimento, di solito un librone di cartone (ecco perché si dice che suona automaticamente).
      L'origine di queste meraviglie la dobbiamo all’'italiano Ludovico Gavioli che ne iniziò la produzione a Parigi intorno al 1850. Ebbe un buon successo, tanto è che poi venne imitato da Belgi, Tedeschi e Francesi e Olandesi.
      Anselmo è figlio dell’inventore Ludovico (a sua volta figlio di Giacomo Gaviolli, di origini Modenesi, che prenderà fissa dimora in Parigi) 

      ===>  image.png.1600029f4856f976394f34d9ead7d8f4.png

      Nel 1892, l’italo-francese Anselmo Gavioli ottiene un brevetto per il libro d'organo in cartone. 
      Per leggere questi libri era importante il sistema di scansione, che avviene in modo pneumatico, sempre inventato da Anselmo.
      Le stecche (chiavi) del brevetto Gavioli usavano i fori del libro d'organo e aprivano piccole valvole per controllare le parti dell'organo. Le fabbriche Tedesche, intorno al 1900, svilupparono sistemi alternativi per aggirare il brevetto di Gavioli. 
      Fin qui, la  (piccola, di certo non esaustiva…) introduzione tecnica.

      Del resto… io non sono un tecnico… le informazioni le ho cercate sul web e non vorrei tediarvi con spiegazioni vaghe o, peggio, inesatte (so che c’è qualche organista, qui sul Melius… se volesse intervenire… Ben Venga!)
      Ciò che più mi preme è parlarvi della bellezza (anche, <attenzione> SONICA) di questi organi da strada…
      Da bambino… quante volte mi fermavo a guardare e ascoltare…  
      i più belli, di questi organi, sono quelli “manuali”… dove c’è un uomo, e non una macchina, che fa girare questo grande volano, che in alcuni casi poteva superare le dimensioni di un timone di una piccola nave (guardate la foto).. Ovviamente… un uomo non può stare lì a girare un giorno intero… Difatti… quando “si va fuori a suonare” spesso usciva una squadra vera e propria, normalmente fatta da tre o quattro uomini (qualche rara volta si vedeva una donna…) che si davano il cambio.
      Ognuno poteva svolgere le varie mansioni, che sono, sostanzialmente, 3:
      1)    Girare il volano (e qui ci vuole bravura, perché immaginatevi che risultati produce la musica, se ogni tanto si rallenta o si aumenta di velocità … è un po’ come far rallentare con un dito sul piatto un giradischi… / in alternativa… c’è l’addetto al funzionamento del generatore….


      2)    Porgere il “piattino ( “geldbak” di rame e ottone, è un classico!) ai turisti, passanti, curiosi: che non mancheranno di inserirci una moneta (un euro, 50 cent, due euro ecc…). Le monete metalliche, dentro al piattino, vengono usate per “ritmare” la musica, un po’ come si fa coi maracas… Se il giro è buono (e spesso lo è, perché si “tirano su” davvero molte monete…) a fine del brano, un po’ come dare il colpo  sulla gran cassa o sui timpani alla fine dei brani ai concerti, questo piattino viene svuotato in un grande contenitore di metallo. Ed è, davvero! anche per i proprietari dell’organo, un gran bel sentire…  


      3)    Preparare i libri (di cui ogni pagina è fatta di un grosso cartone) , inserirli e fare ripartire “alla svelta” ogni volta un libro (= un brano musicale…) finisca. 

       

      1: girare, prego!   image.png.4841580c198b83ae942dcc090ef3e7c3.png   2: una monetina, per favore!!! image.png.bcdda1784838218b775b0446d51db712.png   3: ecco... un libro che "fa suonare lo strumento"    image.png.cd7d3a2c07046efdaf80176a06b1a07e.png  

        
      In Olanda questi (possiamo chiamarli “strumenti da strada” ) erano, e, sono tuttora, molto amati. Infatti. Quelli esistenti, tutti con decine di anni sulle spalle, alcuni dell’inizio 1900 sono quasi tutti inseriti nei beni Culturali (come se fossero MONUMENTI NAZIONALI) e non possono essere venduti all’estero. Questa tradizione non accenna a scomparire... Al momento risulta che vi sono una sessantina ancora attivi...


      I controlli sono piuttosto rigorosi, quindi se, come è facile vi capiti, vi innamoraste di una di queste macchine, non provate a comprare/esportarne una… ve ne potreste pentire amaramente. 😀

      Sento già la domanda nell’aria…. “che tipo di musica ci si può aspettare?”
      be'… di tutto… quasi sempre brani popolari: pop, blues, folk. Dei piccoli walzer… Mi ricordo, da piccolo, a volte brani degli ABBA. Di certo… mi ricordo (mi piaceva tantissimo...)  “ob la dì, ob la dà, dei Fab Four, che veniva suonato su un organo che ogni tanto passava dalla mia città…
      Comunque… qualsiasi fosse il brano “suonato” (e la parola è giusta, non si tratta di musica riprodotta), il tempo utile, per una canzone, si aggirava sui due o tre minuti, forse 4. Non poteva essere di durata molto più lunga, perché… il libro con le pagine forate non poteva superare certe dimensioni.
      I miei, quando sono andati in pensione, (io abitavo già da mooooolti anni in Italia)  hanno traslocato.

      Uno dei loro “nuovi vicini di casa” era uno dei pochi artigiani che ancora facevano questi libri. Un giorno, insieme al mio papà, siamo andati a vedere il suo ambulatorio… non vi dico che fascino esercitava su di me, la visione di questi libri e strumenti… (in pratica… ogni nota veniva impressa sulle pagine del librone. Ma invece di inchiostro, si faceva un foro. Ovviamente, trattandosi di musica per organo, potevano esserci molte note, una sopra l’altra, (come con uno spartito per pianoforte, organo, chitarra ecc….). Questi libri, non si aprivano “a libro” come siamo abituati quando leggiamo i nostri romanzi.

      Invece è una pagina unica, lunga decine e decine di metri, che si ripiega a zigzag. (la foto, anche in questo caso, mi facilita il compito di spiegarvi come funziona…).
      Tuttavia… visto il peso e la delicatezza di questi libri, fu introdotta anche la versione coi rulli di carta….. Il sistema è molto simile, ma invece di pagine ripiegate a zigzag si srotola la carta…..

      Qualche filmato: il famoso “de Arabier
      https://www.youtube.com/watch?v=UG7vKn3i4k4
      https://www.youtube.com/watch?v=RB52EkPQKmQ

      scusate… questo sito è in lingua Olandese, si può scegliere anche Inglese, Tedesco, Francese e Spagnolo… (manca l’Italiano…) ma le immagini, e alcuni filmati, spiegheranno molto più di mille parole…: https://www.museumspeelklok.nl/collectie/draaiorgels/
      In questo museo si possono ammirare molti strumenti automatici, dal più grande al più piccolo…)

      Guardate qui, verso i sessanta secondi: facilissimo capire come funzionava il “boeken orgel”-
      https://www.youtube.com/watch?v=UG7vKn3i4k4

      non capirete le domande, le risposte e nemmeno le spiegazioni… ma se vi interessa l’argomento… vi invito a guardare il filmato. Spiega molto!
      https://www.youtube.com/watch?v=w-yQKxW-p3U
       

      qualche foto non guasta...  image.png.ffd4c47c271cfd5437ebb399e60ef58d.png     image.png.7a7ba22633d5f756dd70dfb9a3de54bf.pngimage.png.0437af2b3b4117773eea4e5b3bc18383.png      

       

      per finire un immagine del più grande "draaiorgel" esistente, funzionante (è moderno... costruito nel 2003) 

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       e questo?    ... è il camion, appositamente costruito, per trasportarlo...  image.png.0f494e15bd4e04b77aafcefe9788cbb5.png

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      Le cartoline di oggi vi parlano di un lago affascinante, di un ottimo pranzetto, di un’antica leggenda, di un’isola incantevole, e di un percorso mistico.

      Orta, che sorge sulle rive del lago omonimo, è classificato tra i 100 borghi più belli d’Italia. Il lago si è formato dal ghiacciaio del Sempione ed è separato dal lago Maggiore dalla cima del Mottarone. Siamo in Piemonte, nella provincia di Novara. Sono tante le camminate e le attività che si possono fare attorno a questo piccolo specchio d’acqua circondato da una vegetazione lussureggiante e cangiante a seconda della stagione. Gozzano, ad esempio, offre piccole spiagge attrezzate e, nei dintorni, scuole di vela e circoli di canottaggio. Orta, invece, propone soprattutto passeggiate spettacolari e, tra queste, quella al Sacro Monte attraverso una via costellata da 20 cappelle affrescate, dedicate a episodi della vita di San Francesco.

      Arrivando alla minuscola cittadina, si è attratti da una strana costruzione in stile moresco che svetta e domina il lago: si tratta di Villa Pia Crespi, costruita nel 1879, su incarico di un ricco imprenditore tessile, indigeno, che voleva farne dono alla diletta moglie, Pia. Del progetto si occupò uno dei più famosi architetti dell’epoca, Angelo Colla, e, soprattutto nel periodo tra le due guerre, ospitò, oltre al re Umberto I, molte personalità di spicco in ambito letterario e religioso. Ceduta successivamente, finì per diventare un hotel negli anni ‘80. Oggi è reputata una sorta di tempio per i gourmet poichè il suo ristorante è diretto dallo chef Antonino Cannavacciuolo. La Villa è molto bella, ha interni stupendi e preziosi, un magnifico giardino e una bella piscina ma, personalmente, non mi sembra in armonia con il contesto: la maestosità silenziosa e raccolta del panorama lacustre era già perfetta e, a mio avviso, non necessitava di “intrusi”.

      Lasciata l’auto in uno dei parcheggi posti fuori dal borgo, si scende verso il lago attraverso un dedalo di vicoli molto suggestivi, ricchi di affreschi, antichi lavatoi, balconi fioriti, ristorantini e negozietti, fino ad arrivare alla piazza Motta, dove si trova il centro del paese e il piccolo imbarcadero. Da notare il palazzetto detto il Broletto, datato 1572.

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      IL BROLETTO

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      La chiesa parrocchiale di Santa Maria Assunta

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      Le specialità della valle sono tante ma i formaggi sono il top. 

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      E’ ora di pranzo e, prima di imbarcarci per l’isola, anche noi ci sediamo in un ammiccante e già sperimentato ristorante proprio a bordo acqua, di fronte all’imbarcadero e all'isola.

      Ecco il nostro goloso menu:

      Sformatino di patata e porro, fonduta al maccagno 

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      Gnocchi di segale, grasso di Formazza, pistilli di zafferano e pancetta nostrana 

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      Sottofiletto di manzo, scalogno confit e salsa al marsala

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      Crema bruciata alla nocciola IGP del Piemonte 

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      Caffè e piccola pasticceria della casa

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      Tutto ottimo!  😋

       

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      E ora parliamo della leggenda che ha dato il nome all'isola e del miracolo di San Giulio e anche dei mostri...

      Giulio e Giuliano erano due fratelli religiosi, che, nel IV secolo, sotto l'imperatore Teodosio, si misero in viaggio con l'obiettivo di convertire i pagani e di fondare 100 chiese. Lungo era stato il cammino e anche faticoso ma la loro fede li aveva sempre aiutati a superare i pericoli e le avversità incontrate ed erano quasi alla fine della loro missione dopo aver fondato ben 99 chiese quando giunsero alle rive del lago! Giulio era anche un esorcista e, decise che la centesima l’avrebbe fondata proprio su quell’isola “maledetta”!  Si diceva infatti che l’isola fosse infestata da draghi e serpenti feroci che si cibavano, in un solo boccone, di capre selvatiche, di buoi e anche di quei malcapitati che, in barca, osavano avvicinarsi.

      I barcaioli infatti si limitavano a pescare poco distanti dalla riva e lontano dall’isola ma raccontavano di avvistamenti spaventosi e descrivevano i mostri arricchendoli con particolari agghiaccianti. Nessuno mai si sarebbe arrischiato a trasportare i due monaci, anzi, gli abitanti tutti li supplicarono di lasciar perdere e di abbandonare quella idea così folle. Giulio non si lasciò convincere e, inginocchiatosi sulla riva, iniziò a pregare chiedendo l’aiuto del Signore. E avvenne il miracolo!  Il suo mantello si trasformò magicamente in una sorta di barca  resistente alle onde create dai draghi e lo portò sano e salvo sull’isola dove, non solo sconfisse le forze del male ma riuscì anche,con l'aiuto di tutti i borghigiani, sedotti e convertiti dal miracolo, a fondare la sua centesima chiesa!!  Ora nella sacristia della chiesa è conservato un lungo osso, forse una vertebra, del drago ucciso dal Santo che, a sua volta, è sepolto nella cripta sottostante.

      Sì, ho raccontato una bella fiaba che, di vero, pare abbia solo qualche radice:in realtà, forse, sull’isola abitavano dei pagani irriducibili e crudeli. Per quanto riguarda l’osso pare, invece, sia un fossile di una balenottera spiaggiatasi e defunta in epoca glaciale! Sotto la chiesa, poi, si sono trovati anche i resti di un’altra chiesa costruita in epoca precedente. 

      Da segnalare, comunque, che ancora oggi, alcuni barcaioli sostengono di avvistare, a volte, degli strani mostri, simili a coccodrilli che sbucano dall’acqua e, con fare aggressivo, li spaventano. Insomma, anche in Piemonte abbiamo il nostro Lochness!!  😱  😂

       

      Adesso torniamo seri, abbandoniamo le fantasie e imbarchiamoci alla volta dell’isola.

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      San Giulio domina dall'alto del Palazzo Vescovile

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      Già dal lago, mentre ci avviciniamo,  ci rendiamo conto di quanto possa essere bella, romantica e ricca di fascino:

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      L’isola, molto piccola, detta anche isola del Silenzio, ha soltanto una via perimetrale dotata di una particolarità: se si intraprende il cammino in un verso si percorre la via del silenzio, se ci si incammina nell'altro senso, la via della meditazione. In certi periodi, lungo la via, si possono leggere dei cartelli fronte/retro, multilingue, con frasi diverse scritte a seconda del percorso: questi pensieri sono quelli di una badessa, Madre Anna Maria Canopi.

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      Lungo la via si incontra anche una passerella celata che serve alle suore di clausura per accedere direttamente dal convento alla chiesa senza passare dalla stradina pubblica.

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      La popolazione dell'isola non arriva a 100 abitanti, di questi, almeno 70, sono suore di clausura benedettine dedite allo studio di testi sacri, alla preghiera e alla meditazione.

      Non si può non restare immersi in questa atmosfera così tranquilla e serena e neppure non riflettere su quanto si legge camminando, istintivamente, a passo lento e con rispetto.

      Ed ecco l'interno della basilica di san Giulio che ha il fronte direttamente sul lago: è ricca di dipinti di epoche diverse ed è impreziosita dall'ambone in serpentino d'Oira, una pietra verde estratta nella zona.

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      Una cosa è certa, anche se non si tratta di un miracolo, dopo questa passeggiata, tornando a casa, ci si sente davvero più sereni, leggeri e rilassati! 😉

       

       

       

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