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    The Marantz Story

    di Bebo Moroni

     

    Millenovecentoundici, un anno destinato a cambiare il corso della Storia del Suono. Nel 1911 a New York nasce, infatti, Saul B. Marantz.
    Un nome chiaramente benedetto dagli dei, poiché in quel magico anno in una casa di New York non fu un bambino a emettere i suoi primi vagiti ma, direttamente un marchio.
    Marantz  è un nome che contiene nelle due sillabe che lo compongono la vera essenza dell’Alta Fedeltà, un nome familiare tanto al più saggio degli audiofili quanto all’uomo della strada che, di melodiosi watt, non si è mai interessato. Solo questo basta a mostrare quanto questo amante della musica e dell’elettronica abbia realizzato nei suoi ottant’anni di vita. 
    Chi ha avuto la possibilità di conoscere l’Hi-Fi fin dal suo inizio, ha posseduto o ha sognato di possedere un Marantz continua a vedere della luce quasi mistica in quelle due sillabe e, forse, rimpiange (con buona ragione tra la metà degli anni ’70 e quella degli anni ’80) la scomparsa dei meravigliosi amplificatori americani nipponizzati dalla Superscope. 

     

     

    Nei vent’anni tra il 1953 e il 1973, Marantz è stato superiore non poco alla produzione di qualsiasi concorrente. In quegli anni, volendosi procurare il meglio, si sarebbe senza dubbio finiti a dovere scegliere fra McIntosh e Marantz. Alla fine degli anni sessanta e, all’inizio degli anni settanta al culmine dell’affermazione dello stato solido, c’era il mitico trittico Thorens/Marantz/AR con una solo piccola variabile che riguardava le testine, Shure nella maggior parte dei casi, Stanton per gli impianti un po’ più blasè e più tardi con l’inserimento degli altoparlanti JBL per gli amanti dell’alta dinamica).
    Marantz era il “cervello” (al tempo il termine amplificatore integrato era usato solo tra esperti) per antonomasia, benché il suo più grande momento è legato ad una straordinaria e forse irripetibile serie di elettroniche separate, tutte rigorosamente a valvole.

     

    La Golden Age

    Adesso torniamo a Saul Marantz, il “grande vecchio”.

     

    Nel 1947, un anno prima che la CBS presentasse il primo LP, Marantz era un grafico che lavorava nel campo delle pubblicità con una grande passione per la musica e la sua riproduzione.
    L’anno dopo, quando il disco che avrebbe rimpiazzato il romantico ma limitato 78 giri fu messo sul mercato, Saul inizia a lavorare alla prima delle sue magie nel suo scantinato di casa. Marantz aveva già disegnato e costruito macchine molto avanzate per i suoi 78 giri, ma affinchè il miracolo dell’ Hi-Fi potesse compiersi, era necessaria l’unione di due nomi: Saul Marantz aveva bisogno dell’LP e l’LP aveva bisogno di Saul Marantz.

     

    Fortunatamente l’incontro avvenne, e fu amore a prima vista. I frutti di questo amore arrivarono due anni dopo. Si trattava del prototipo del Model 1, il primo preamplificatore della nuova arrivata Marantz Company che entrerà in regolare produzione poco più di tre anni dopo.  Aveva 3 tubi 12AX7, un sofisticatissimo equalizzatore phono, 7 ingressi di cui due phono, uno microfonico ed uno per l’audio TV, di compensatore fisiologico a potenziometro rotativo, regolabile con continuità e, soprattutto,  offriva un suono di straordinaria musicalità, con una dinamica che lasciò la critica a bocca aperta. Inoltre, l’alimentatore era separato. Venduto a prezzi modesti all’inizio degli anni ’80, un Model 1 è adesso un preamplificatore di grande valore tra i collezionisti, anche grazie al fatto che una coppia di Model 1, dotata di interfaccia stereo Model 6 che permette la selezione delle sorgenti e la regolazione del volume comune per i due canali, rappresenta tutt’oggi una delle centrali di preamplificazione  più musicali mai realizzate, simile nelle prestazioni al successivo Model 7 ma con, forse, un pizzico di verità in più in gamma bassa ed un’immagine ancor più salda, e per di più con il fascino delle due unità mono (che rappresentano a tutti gli effetti il massimo della bimonoauralità). Va sottolineato che i più intransigenti tra i “Marantziani” sconsigliano l’uso dell’ “accoppiatore” Model 6.

     

    Le qualità estetiche del Model 1 erano le stesse che hanno caratterizzato tutta la gamma Marantz dal suo inizio fino ad ora (fatta eccezione per il periodo tra il ’75 e l’85 in cui, come si suol dire, ne vedremo di tutti i colori): un pannello frontale con i comandi sistemati simmetricamente, grafica con il nome del modello in corsivo veleggiato, con marchio e indicazioni in stampatello minuscolo bold.

     

     

    I trionfi estetici della Marantz non sono dovuti unicamente alla sua elegante simmetria o alle grafiche eccellenti, ma soprattutto ad una particolare innovazione che, col tempo, sarà copiata da molti: anziché essere color alluminio o nero, ha quella caratteristica tinta oro pallido, l’ “oro Marantz” appunto, una sorta di oro sbiadito o di champagne leggermente ramato, raffinatissima, destinata a fare epoca.
    Nel 1956 Saul Marantz produce il suo primo amplificatore, il suo nome è, naturalmente, Model 2 e per un certo verso si tratta di un progetto rivoluzionario. Il 2, anticipando di almeno 30 anni alcune realizzazioni high end attuali, può funzionare, a seconda dell’esigenza e del gusto dell’utilizzatore, tramite un semplice selettore, a pentodi, per 40 watt di potenza, o a triodi per 25 watt. Utilizza nello stadio d’ingresso un tubo 12AX7, in quello drive un 6CG7 e nello stadio d’uscita un push pull di EL 34. Un critico del tempo lo definì “gorgeous” (magnifico) usando forse per la prima volta quella parola nel mondo dell’Hi-Fi. Nel corso degli anni la sua valutazione non è mai andata al di sotto di “magnifico”.
    A partire dal 1958, ovvero dall’inizio della produzione di massa di dischi e nastri stereofonici il 2, come del resto l’1, verrà utilizzato in coppie. L’ultima volta che ho avuto modo di ascoltare una coppia di Model 2, in unione a una coppia di Model 1 non riuscivo a trattenere lo stupore.

     

    In funzionamento a triodo questi splendidi amplificatori stavano pilotando un modernissimo sistema Reference della svizzera Ensemble e, nonostante il carico non fosse dei più semplici, l’ambiente di circa 60 mq era letteralmente riempito di un suono solido ma allo stesso tempo straordinariamente liquido, e credo francamente di aver ascoltato poche volte una voce (era quella di Frank Sinatra in “Ol’ Man River” edizione Reprise dei primi anni ’60) tanto credibile, presente, concreta e, fatemi aggiungere almeno un altro attributo, calda. Che momento amici miei, che meraviglia vecchio Saul! Anche la quotazione dei Model 2 è notevolmente levitata negli ultimi anni, raggiungendo e superando, non di rado, i 3000 $ per una coppia in eccellenti condizioni. C’è da dire che la cosa non mi scandalizza visti i prezzi di molti finali moderni che certo non offrono una musicalità minimamente paragonabile.

     

    All’inizio del 1959 è la volta del Model 5, versione meno potente e meno apprezzata (ma decisamente più accessibile) del Model 2, che utilizza comunque una coppia di EL 34 in uscita, e 12AX7/CG7 negli stadi primari, ma con trasformatori più piccoli, per una potenza di 30 watt. Il Model 5 costa al suo apparire 199 $ contro i 220 del Model 2 e faccio notare che nel 1959 ventuno dollari erano una cifra tutt’altro che disprezzabile, specie se si calcola il livello di vita del cittadino americano medio. Il Model 5 è il meno quotato degli amplificatori de “l’age d’or” Marantz, ma ciò non induca a sospettare una sua insufficienza sonica. Pur non raggiungendo la magnificenza del 2 in configurazione a triodi, il 5 è in grado di sopportare, in termini puramente musicali, il confronto con la gran parte dei migliori finali moderni, ed il suo acquisto potrebbe costituire un affare oltreché un serio investimento. Una coppia in eccellenti condizioni non dovrebbe costare più di 2000 $ mentre negli Stati Uniti, è possibile spuntare prezzi ancora migliori.

    C’è da dire che il 5, specie in Europa, non ha avuto un’enorme diffusione, e risulta di reperibilità piuttosto difficile. L’anno successivo entra in scena il primo preamplificatore stereo, ed è anche il più famoso dell’intera produzione Marantz. E’ il Model 7, splendido discendente diretto del Model 1, di cui costituisce praticamente a tutti gli effetti, la versione raddoppiata. Come il celebre predecessore monta tubi 12AX7, sei, di cui ben tre nello stadio phono. L’equalizzatore dello stadio phono è meno versatile e sofisticato di quello del Model 1, ma alla dotazione, che ha stessi numero e scelta di ingressi, si aggiungono, naturalmente, un selettore di bilanciamento e uno di modo. I controlli di tono sono separati per due canali. La linea estetica, diventa ancor più rigorosamente simmetrica, con quattro manopole delle stesse dimensioni su ognuno dei lati del pannello, e in mezzo quattro selettori a levetta.

     

     

    In alto al centro, sotto il logo, la spia d’accensione, che s’illumina d’azzurro. Il Model 7 nelle sue varie versioni, verrà prodotto, nel corso di quasi nove anni, in circa 130.000 esemplari, divenendo così uno dei componenti audio di alto livello più venduti della storia. Il suo successo strepitoso è diretta funzione di una qualità musicale superba. Sino a pochi anni fa il co-progettista Sidney Smith si è preso carico diretto della revisione e dell’aggiornamento del 7, con una celebre modifica che per la modica spesa di 400 $ portava il Marantz 7 a prestazioni direttamente paragonabili con quelle degli odierni ultra costosi mostri della preamplificazione a valvole. I Marantz/Smith 7 sono tra i più rari esemplari di restauro accettabile, anzi da un punto di vista musicale auspicabile, di apparecchi audio d’antiquariato e non è difficile reperirne esemplari sul mercato americano, a prezzi che non superano i 1500 $ anche se, per un presupposto strettamente collezionistico, vanno considerati di maggior pregio gli esemplari integralmente originali. Nel 1967 uscirà l’ultima versione del Model 7, il 7T, tristemente transistorizzato.

     

    L’apparecchio che non brilla per particolari doti, non ha assunto per il momento un valore collezionistico, anche se non è escluso che lo acquisisca in tempi piuttosto brevi. Ancora un anno ed è il turno dell’altro classicissimo Marantz, il Model 8, che assieme al 7 costituirà l’accoppiata classica dell’altissima fedeltà negli anni ’70, rivaleggiata solo da McIntosh C22/MC240. L’8 è l’unico finale stereo a valvole prodotto da Marantz. Eroga 30 Watt per canale con un push-pull di EL 34. In ingresso al posto del doppio triodo 12AX7 c’è una coppia di 6AU6. Nell’alimentazione fanno la loro comparsa i semiconduttori, che vengono utilizzati come raddrizzatori. L’estetica è, razionalizzata,  quella del 2 e 5: telaio verniciato grigio ferro, trasformatori nascosti da una capsula parallelepipedale dello stesso colore e valvole a vista. Anche questa accoppiata classica si segnala per l’eccezionale qualità del suono. Ad oggi l’8, come d’altra parte tutti gli altri valvolari Marantz, dimostra doti assolutamente eccezionali, anche senon possiede la straordinaria trasparenza del Model 2 nel funzionamento a triodi, né la sua dinamica e la solidità in basso nel funzionamento a pentodi. In compenso la gamma acuta è leggermente più raffinata e dettagliata. Di non difficile reperibilità, la sua quotazione non ha seguito il ritmo di crescita di 1, 2 e 7. Un esemplare in buone condizioni può costare tra i 1500$ e i 2000$ valendoli assolutamente tutti, non è troppo difficile, comunque, trovare, specie negli USA, esemplari eccellenti a 1000/1500 $. La versione B  è la più diffusa ed anche la più consigliabile per doti timbriche, oltre ad offrire circa 5 watt in più per canale. Bisogna comunque aspettare il 1964 perché compaiano sulla scena i “mitici”, due degli oggetti più belli, più efficienti, più musicali dell’intera storia dell’alta fedeltà: il finale monofonico Model 9 ed il Tuner 10B.


    L’amplificatore Model 9 è il finale Marantz che ha raggiunto la massima quotazione, ed in genere il finale di potenza da collezione più costoso tra quelli reperibili. Basti pensare che il, peraltro inattendibile, Orion Blue Book of Audio, che pubblica tutte le quotazioni degli apparecchi prodotti che siano stati regolarmente distribuiti in America, quota la coppia di amplificatori 9500$, contro i 550 $ del Model 2 e i 598 $ del Model 8. Credo che raramente, a tutt’oggi, si sia visto un finale di potenza così bello. Il grande frontale dorato (esiste anche in versione per montaggio in rack) è formato da una zona superiore, ampia e liscia al cui centro spicca il bellissimo strumento circolare, la cui mezzaluna superiore è formata da un milliamperometro ad ago per la regolazione fine dei tubi e quella inferiore ospita la spia azzurra d’accensione. Nella stretta fascia inferiore trovano posto ai lati i potenziometri circolari di regolazione del bilanciamento e del bias delle valvole, accanto al potenziometro di bilanciamento un invertitore di fase ed un filtro subsonico a levetta, con feritoia orizzontale, accanto a quello del bias l’interruttore on/off, anch’esso della stessa foggia ed il fusibile di alimentazione.Al centro, un cassettino estraibile a pressione, con il logo Marantz in rilievo, nasconde le connessioni. Il 9 utilizza un doppio push-pull di EL 34 per 70 Watt di potenza. Nello stadio pilota vengono impiegate due ECC 88 e in quello drive una 6CG7. I trasformatori surdimensionati, la cura posta nella progettazione del circuito audio, la selezione dei componenti utilizzati, anticipano l’high end moderna di una ventina d’anni.

     


    Il suono del 9 ha probabilmente pochi paragoni, per molti appassionati, nessuno. E’ un suono che si può solamente definire come magnifico: setoso e caldo ma estremamente potente, veloce e, soprattutto, incredibilmente plastico. Saul Marantz, con il 9 ha compiuto il suo capolavoro, ha posto una inamovibile pietra miliare sul corso dell’alta fedeltà, una pietra miliare che per tutti è divenuta pietra di paragone. Le quotazioni, per una coppia di 9 in eccellenti condizioni (e chi ha affrontato la spesa necessaria, altissima anche ai tempi, per acquistarli li ha quasi sempre, inevitabilmente, tenuti in eccellenti condizioni) è puramente soggettiva e può arrivare oltre i 10.000 $. Anche in questo caso, oltre al valore dell’investimento, destinato a crescere costantemente, va valutato il valore musicale assoluto di questi amplificatori in confronto all’attuale produzione. La diatriba su quale sia a tutt’oggi il miglior sintonizzatore al mondo tra Marantz Model 10, Sequerra Tuner e Mc Intosh Mr 75 non si è ancora conclusa. Probabilmente il Sequerra offre una ricezione migliore degli altri due contendenti, i quali hanno però, secondo il mio punto di vista, maggiore musicalità. Il 10B in particolare, con una musicalità almeno pari a quella del 75, offre caratteristiche tecniche e di versatilità avanzatissime. Basti pensare all’oscilloscopio incorporato, che permette di verificare con un’esattezza quale ad alcun altro strumento è data, la qualità del segnale ricevuto, la sua potenza, la localizzazione di un segnale vicino o distante, la separazione stereo di un segnale, il bilanciamento tra i canali, il multipath, il posizionamento e l’orientamento ottimale dell’antenna, caso per caso, stazione per stazione. L’oscilloscopio incorporato prevede anche una posizione external, che permette di usarlo come strumento di misura per altri componenti dell’impianto, ad esempio per verificare la separazione stereo e il bilanciamento di un fonorivelatore. L’illuminazione dell’oscilloscopio (nel bell’azzurro Marantz) veniva fornita da una apposita valvola, e l’intensità era regolabile onde mantenerne le prestazioni il più a lungo possibile. Inoltre il 10B disponeva di un selettore di modo a tre posizioni con hi-blend, di muting automatico e manuale e di indicatore stereo. L’estetica ricalcava nella forma sintonizzatore quella simmetrica e pulita dei preamplificatori e appare tutt’oggi estremamente elegante e suggestiva, grazie alla sobrietà del complesso linee/colore e alla bella scala parlante illuminata in azzurro pallido su sfondo nero. Ma a parte la bellezza e la funzionalità, il 10B offre ancora adesso prestazioni strepitose, con una selettività straordinaria e, soprattutto,  una voce entusiasmante, calda e vellutata, piena e melodiosa, che letteralmente rapisce, sia quando è la musica ad essere trasmessa, sia quando sono i parlati (specie quelli, inconfondibili, catturati dai microfoni Neumann) a tenerci compagnia. E questa, insieme al prezzo originario, già altissimo, è la ragione del perché il tuner Marantz abbia sul mercato una quota tanto alta, la più alta senz’altro tra i sintonizzatori: l’Orion Blue Book parla di 950 $, ma personalmente ne ho trovati esemplari da ricondizionare a non meno di 2500 $. Da notare che il prezzo di partenza era, di oltre 650 $, come dire 5000 $ di oggi.

     

    La Silver & Black Age

    Marantz, negli anni successivi, produrrà altri super e meno super tuner con oscilloscopio, come il 20, il 150, il 2110, il 21130, tutti a stato solido e nessuno che possa minimamente avvicinarsi alle prestazioni, sia tecniche che (e direi conseguentemente) puramente musicali, del 10B.

     

     

    Il 10B è anche l’ultimo esponente della gloriosa genia di valvolari Marantz, dopodiché la smania a stato solido prenderà rapidamente il sopravvento nel mondo, e l’impresa Marantz dovrà adeguarsi alle regole. Marantz continuerà per qualche tempo ad interessarsi delle sorti della ditta che porta il suo nome, poi la Superscope, che da statunitense diventa sempre più nipponica, comincerà a trovarlo scomodo per i suoi piani che prevedono l’introduzione massiccia di componenti anche a basso costo sui mercati di tutto il mondo, e pian piano il nostro Saul verrà allontanato dal marchio che ha fondato e portato al successo. C’è il tempo per dare ancora alcune zampate leonine. Nel ’68 Marantz presenta il primo giradischi commerciale tangenziale, l’SLT12U, con trazione a cinghia, piatto pesante, motore ad isteresi e il rivoluzionario braccio a tracciamento lineare che farà innamorare e impazzire migliaia di appassionati. Il giradischi, in effetti, ha musicalmente pochi rivali al tempo (quando il sistema di lettura veniva ancora considerato “un aggeggio che ha il solo compito di far girare a velocità costante dei dischi”), grazie al tipo di lettura ma anche alle soluzioni di appesantimento e smorzamento della base, che si presenta infatti tozza e massiccia. Il braccio, meno dell’altrettanto famoso Rabco, ma in maniera pur sempre evidente, tende però a creare problemi di messa a punto e corretto appoggio su tutte le zone del disco. L’SLT12U va comunque considerato come il primo giradisci “eso” della storia, rimarrà in produzione sino al 1973 ed otterrà un buon successo.

     

    La sua quotazione è ancora poco più che affettiva, ma sta rapidamente avviandosi verso cifre da collezionismo. E’ un oggetto da conservare con amore o da acquistare finchè si manterrà ai livelli attuali attorno ai 300/400 $. Saul Marantz, orfano del suo stesso grande marchio, tornerà ancora a colpire insieme a John Dalquist, con il celeberrimo DQ10, un diffusore veramente rivoluzionario e a tutt’oggi straordinariamente musicale. Poi lo vedremo sempre più raramente. Nel 1987 lo incontrai a Las Vegas, ingabbolato assieme a John Curl nella progettazione di una bellissima coppia pre e finale, Lineage, dallo styling deliziosamente e “marantzmente” rétro e dalle prestazioni che si potevano supporre straordinarie. Purtroppo i loro partner commerciali furono poco seri, e l’operazione Lineage si risolse in un mero tentativo commerciale di speculazione del nome dell’ignaro e innocente Saul.
     

    Fino alla metà degli anni ’70 la Marantz produrrà alcuni buoni integrati, spesso superiori a quelli della concorrenza specie la prima serie, di produzione americana. Marantz inoltre, produsse qualche buon tuner e altri oggetti che non hanno, al momento, alcuna importanza collezionistica. Mentre quantomeno da curare sono i pre e finali americani a stato solido, che pur non offrendo prestazioni paragonabili agli apparecchi dell’epoca d’oro, potrebbero in seguito acquisire una certa importanza, se non altro come ultime testimonianze di una Marantz dove c’è ancora Marantz. Mi riferisco in particolare ai pre 7T e 33 e ai finali 15 e 16 mono.

     

    Tutto il resto, sin quasi ai giorni nostri, è tristezza, se si eccettua un capitolo dimenticato nella storia recente Marantz e che riguarda il tentativo, purtroppo frustrato dalla povera immagine offerta dal resto della produzione, di rientrare alla grande nel settore alto, con a serie Esotec. In particolare di questa serie ha notevole valore collezionistico il giradischi in cristallo e gomma TT 1000, recentemente rieditato in serie limited, e potrebbero acquistarne i finali mono MA5, tral’altro estremamente ben suonanti, con possibilità di funzionamento in classe A o AB. Da non sottovalutare anche il grande finale di potenza SM1000, da oltre 400 watt per canale. 
    Finalmente, grazie soprattutto ad un direttore tecnico di intelligenza, genialità creativa e sensibilità quale Ken Ishiwata, autore, tra l’altro, della deliziosa serie Music Link, la Marantz, nel frattempo passata a proprietà europea (Philips) sta rilanciando la sua immagine, attraverso una serie di apparecchi che rifuggendo dall’immagine “rack” che ne aveva frantumato i connotati ed impediva qualsiasi sortita  nel mondo della vera Alta Fedeltà, la stanno riportando a vertici sconosciuti da almeno un ventennio.
    Un Tocco di Ken.

     

     

    Quando incontrai per la prima volta Ken Ishiwata a Montecarlo, nel caldo Luglio del 1990 il suo mito non era ancora allo zenit. Conoscevo molto cose riguardo questo raffinato signore giapponese, conoscevo parte della sua storia personale, naturalmente la parte riguardante il suo amore intellettuale e musicale per  i gioielli di Saul Marantz, la sua devozione al suo Maestro e la sua abilità nel replicare quei cari vecchi designs. Mi ero preparato a incontrare il classico guru giapponese dell’Hi-Fi o un tipico ingegnere di marchi importanti, nel primo caso, mi sarei dovuto armare di tanta pazienza per ascoltare ciò che aveva da dirmi, nel secondo caso, mi sarei dovuto preparare a essere deluso da una persona con un lacunoso senso delle risposte.
    D’altro canto, l’uomo che incontrai fu una sorta di “terzo tipo”, il più raro nel mondo dell’alta fedeltà: Peraltro lui era stato preparato a un incontro “difficile” con un personaggio “difficile”, così gli aveva detto la casa madre “attento è un giornalista molto ostico e ce l’ha con noi” ( cosa non vera, la seconda, la prima non saprei). Quindi fu un incontro molto salameleccato all’inizio, ma che ben presto si trasformò nel preludio ad una grande amicizia. Io capii immediatamente di avere di fronte un personaggio di uno spessore assolutamente notevole e lui che il cattivaccio che aveva davanti non era poi così cattivo, ma solo rigoroso.
    Fu un paio d’anni dopo, su una terrazza di un hotel, sempre a Montecarlo che nacque l’idea, da me caldeggiatissima, della riedizione dei celeberrimi pre e finali della Golden Age, il 7, l’8 e i 9. Ken diceva che era impossibile, poi è stato possibile. Lungi da me qualsiasi improbabile autogratificazione, ma mi chiedo se la mia insistenza e le mie obiezioni a quell’ “impossibile” non abbiano contribuito a rendere la cosa possibile.
    Il resto è storia abbastanza nota: Ken da quegli anni ha dismesso l’abito grigio e la cravatta, è diventato un personaggio con i suoi fantasiosi vestiti disegnati da lui stesso, ma soprattutto con la sua abilità, la sua disponibilità, la sua modestia. Con il suo genio.

     

    Rimarranno nella grande storia dell’Audio i suoi progetti di lettori digitali dal suono “no compromise” i CD 10, 14,15,16, il CD 17 Kis. Ancor oggi godibilissimi e molto spesso scelti al posto di macchine più moderne e evanzate: i favolosi nanerottoli della serie “Music Link”, con i due piccoli straordinari mono MA 24 e l’eccellente pre phono PH 22 in testa. L’integrato PM 16, la serie (che continua imperterrita) dei KIS i “Ken Ishiwata Signature” apparecchi di serie, in versione limitata, che hanno ricevuto le attenzioni più amorevoli del maestro, e tutto ciò che porta sino alla situazione odierna che vede Marantz in prima fila tra i marchi specialisti audio, con un successo che non sembra avere limiti.





  • L'album di VideoHifi

  • I Blog di Melius Club

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      Le cartoline di oggi vi parlano di un lago affascinante, di un ottimo pranzetto, di un’antica leggenda, di un’isola incantevole, e di un percorso mistico.

      Orta, che sorge sulle rive del lago omonimo, è classificato tra i 100 borghi più belli d’Italia. Il lago si è formato dal ghiacciaio del Sempione ed è separato dal lago Maggiore dalla cima del Mottarone. Siamo in Piemonte, nella provincia di Novara. Sono tante le camminate e le attività che si possono fare attorno a questo piccolo specchio d’acqua circondato da una vegetazione lussureggiante e cangiante a seconda della stagione. Gozzano, ad esempio, offre piccole spiagge attrezzate e, nei dintorni, scuole di vela e circoli di canottaggio. Orta, invece, propone soprattutto passeggiate spettacolari e, tra queste, quella al Sacro Monte attraverso una via costellata da 20 cappelle affrescate, dedicate a episodi della vita di San Francesco.

      Arrivando alla minuscola cittadina, si è attratti da una strana costruzione in stile moresco che svetta e domina il lago: si tratta di Villa Pia Crespi, costruita nel 1879, su incarico di un ricco imprenditore tessile, indigeno, che voleva farne dono alla diletta moglie, Pia. Del progetto si occupò uno dei più famosi architetti dell’epoca, Angelo Colla, e, soprattutto nel periodo tra le due guerre, ospitò, oltre al re Umberto I, molte personalità di spicco in ambito letterario e religioso. Ceduta successivamente, finì per diventare un hotel negli anni ‘80. Oggi è reputata una sorta di tempio per i gourmet poichè il suo ristorante è diretto dallo chef Antonino Cannavacciuolo. La Villa è molto bella, ha interni stupendi e preziosi, un magnifico giardino e una bella piscina ma, personalmente, non mi sembra in armonia con il contesto: la maestosità silenziosa e raccolta del panorama lacustre era già perfetta e, a mio avviso, non necessitava di “intrusi”.

      Lasciata l’auto in uno dei parcheggi posti fuori dal borgo, si scende verso il lago attraverso un dedalo di vicoli molto suggestivi, ricchi di affreschi, antichi lavatoi, balconi fioriti, ristorantini e negozietti, fino ad arrivare alla piazza Motta, dove si trova il centro del paese e il piccolo imbarcadero. Da notare il palazzetto detto il Broletto, datato 1572.

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      IL BROLETTO

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      La chiesa parrocchiale di Santa Maria Assunta

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      Le specialità della valle sono tante ma i formaggi sono il top. 

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      E’ ora di pranzo e, prima di imbarcarci per l’isola, anche noi ci sediamo in un ammiccante e già sperimentato ristorante proprio a bordo acqua, di fronte all’imbarcadero e all'isola.

      Ecco il nostro goloso menu:

      Sformatino di patata e porro, fonduta al maccagno 

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      Gnocchi di segale, grasso di Formazza, pistilli di zafferano e pancetta nostrana 

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      Sottofiletto di manzo, scalogno confit e salsa al marsala

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      Crema bruciata alla nocciola IGP del Piemonte 

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      Caffè e piccola pasticceria della casa

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      Tutto ottimo!  😋

       

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      E ora parliamo della leggenda che ha dato il nome all'isola e del miracolo di San Giulio e anche dei mostri...

      Giulio e Giuliano erano due fratelli religiosi, che, nel IV secolo, sotto l'imperatore Teodosio, si misero in viaggio con l'obiettivo di convertire i pagani e di fondare 100 chiese. Lungo era stato il cammino e anche faticoso ma la loro fede li aveva sempre aiutati a superare i pericoli e le avversità incontrate ed erano quasi alla fine della loro missione dopo aver fondato ben 99 chiese quando giunsero alle rive del lago! Giulio era anche un esorcista e, decise che la centesima l’avrebbe fondata proprio su quell’isola “maledetta”!  Si diceva infatti che l’isola fosse infestata da draghi e serpenti feroci che si cibavano, in un solo boccone, di capre selvatiche, di buoi e anche di quei malcapitati che, in barca, osavano avvicinarsi.

      I barcaioli infatti si limitavano a pescare poco distanti dalla riva e lontano dall’isola ma raccontavano di avvistamenti spaventosi e descrivevano i mostri arricchendoli con particolari agghiaccianti. Nessuno mai si sarebbe arrischiato a trasportare i due monaci, anzi, gli abitanti tutti li supplicarono di lasciar perdere e di abbandonare quella idea così folle. Giulio non si lasciò convincere e, inginocchiatosi sulla riva, iniziò a pregare chiedendo l’aiuto del Signore. E avvenne il miracolo!  Il suo mantello si trasformò magicamente in una sorta di barca  resistente alle onde create dai draghi e lo portò sano e salvo sull’isola dove, non solo sconfisse le forze del male ma riuscì anche,con l'aiuto di tutti i borghigiani, sedotti e convertiti dal miracolo, a fondare la sua centesima chiesa!!  Ora nella sacristia della chiesa è conservato un lungo osso, forse una vertebra, del drago ucciso dal Santo che, a sua volta, è sepolto nella cripta sottostante.

      Sì, ho raccontato una bella fiaba che, di vero, pare abbia solo qualche radice:in realtà, forse, sull’isola abitavano dei pagani irriducibili e crudeli. Per quanto riguarda l’osso pare, invece, sia un fossile di una balenottera spiaggiatasi e defunta in epoca glaciale! Sotto la chiesa, poi, si sono trovati anche i resti di un’altra chiesa costruita in epoca precedente. 

      Da segnalare, comunque, che ancora oggi, alcuni barcaioli sostengono di avvistare, a volte, degli strani mostri, simili a coccodrilli che sbucano dall’acqua e, con fare aggressivo, li spaventano. Insomma, anche in Piemonte abbiamo il nostro Lochness!!  😱  😂

       

      Adesso torniamo seri, abbandoniamo le fantasie e imbarchiamoci alla volta dell’isola.

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      San Giulio domina dall'alto del Palazzo Vescovile

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      Già dal lago, mentre ci avviciniamo,  ci rendiamo conto di quanto possa essere bella, romantica e ricca di fascino:

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      L’isola, molto piccola, detta anche isola del Silenzio, ha soltanto una via perimetrale dotata di una particolarità: se si intraprende il cammino in un verso si percorre la via del silenzio, se ci si incammina nell'altro senso, la via della meditazione. In certi periodi, lungo la via, si possono leggere dei cartelli fronte/retro, multilingue, con frasi diverse scritte a seconda del percorso: questi pensieri sono quelli di una badessa, Madre Anna Maria Canopi.

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      Lungo la via si incontra anche una passerella celata che serve alle suore di clausura per accedere direttamente dal convento alla chiesa senza passare dalla stradina pubblica.

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      La popolazione dell'isola non arriva a 100 abitanti, di questi, almeno 70, sono suore di clausura benedettine dedite allo studio di testi sacri, alla preghiera e alla meditazione.

      Non si può non restare immersi in questa atmosfera così tranquilla e serena e neppure non riflettere su quanto si legge camminando, istintivamente, a passo lento e con rispetto.

      Ed ecco l'interno della basilica di san Giulio che ha il fronte direttamente sul lago: è ricca di dipinti di epoche diverse ed è impreziosita dall'ambone in serpentino d'Oira, una pietra verde estratta nella zona.

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      Una cosa è certa, anche se non si tratta di un miracolo, dopo questa passeggiata, tornando a casa, ci si sente davvero più sereni, leggeri e rilassati! 😉

       

       

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    2. Sarà certamente il paese del sole, Napoli, ma quelle volte che piove non siamo secondi a nessuno, modestamente!

      E fatalmente il traffico si blocca, non c'è una ragione precisa, è come una vibrazione coordinata, una specie di cosa mistica che prende tutti i napoletani: piove? Fermiamoci, freno a mano e conversazione.
       

      Al Ponte dei Francesi.

      E' così è capitato ultimamente anche a me, via Ponte dei Francesi con in macchina una Antonella e un Antonio, parte la conversazione a allora faccio notare ai miei compagni di sosta la curiosa coincidenza: Antonio e Antonella bloccati al Ponte dei Francesi, curiosa coincidenza, no?
      Niente! Ma come? - insisto - il Canto dei Sanfedisti ve lo ricordate? Niente. Mi sento obbligato allora a raccontare il fattariello che ora condivido con voi.

       

      Lazzari e giacobini.

      Nella notte del 15 gennaio 1799 i francesi sono alle porte, avviene spontanea la mobilitazione del popolo napoletano. Ai lazzari si uniscono le corporazioni: i cavatori di tufo della Sanità, i conciapelli dei vicoli delle Concerie, gli scaricatori del Porto, gli ortolani e i fruttaioli del Mercato, ma soprattutto gli infiammatissimi "luciani" cioè marinai e pescatori di Santa Lucia, il più ardentemente borbonico dei quartieri di Napoli. 

       


      Nel frattempo, la borghesia pensa a difendere i suoi interessi e negozia sotto banco con i francesi giacobini: in seguito si cantò "chi tene pane e vino add’esse giacubbino".
      Per le strade della capitale "sonano li cunsigli" per chiamare il popolo a raccolta, "serra! serra!": senza capi militari e senza armi da fuoco, cinta la fronte da fazzoletti sotto cui è posta l’immagine miracolosa di san Gennaro, una folla di quarantamila lazzari giura davanti alle sante reliquie di morire in difesa della patria e della Fede. Il grido è "viva san Gennaro" e " viva ‘o Rre nuosto", l'insegna è una bandiera con l’effigie di un teschio e la scritta "evviva il Santo Ianuario nostro generalissimo".

       

      Il tradimento dei borghesi.

      Scrisse il generale Championnet nella sua relazione a Parigi: "si combatte in ogni strada, il terreno è disputato palmo a palmo, i lazzari sono guidati da capi intrepidi. I lazzari, questi uomini meravigliosi sono degli eroi". Ma i giacobini napoletani con l'inganno si impadronirono di castel Sant’Elmo e dall'alto cominciarono a bombardare la città facendo strage del popolo dei loro stessi concittadini.
      La città si arrese, restarono sul campo duemila francesi e diecimila napoletani, il tradimento dei borghesi causò una frattura insanabile col popolo minuto che ancora oggi è aperta.
       

      San Gennaro giacobino.

      Il popolo era adirato col suo protettore e già lo sospettava di cripto-giacobinismo quando si diffuse la notizia (storicamente dubbia, oggi si direbbe una fake news) che san Gennaro avesse fatto il miracolo al cospetto di Championnet! Appellato "cornuto e svergognato", il santo fu detronizzato - cioè non fu più il patrono di Napoli - e le sue effigi vennero impiccate ed esposte al pubblico ludibrio. Al suo posto fu intronato il potente sant'Antonio che presto si guadagnerà sul campo di battaglia il titolo di "glorioso", proprio in quel punto che fu poi chiamato Ponte dei Francesi.

       

      Presto vi racconterò il resto, nel frattempo godetevi Marta Giardina in questa interpretazione de Il Canto dei Sanfedisti, sempre senza nulla a pretendere.

       


       

    3. Completo con questa seconda parte la presentazione dei Torrenti e degli affluenti che ho frequentato per tanto tempo e che ancora oggi vivo con piacere e passione, con meno frequenza e  continuità, purtroppo, ma sempre con lo stesso entusiasmo, e stupore, degli inizi !

      Da naturalista quale sono per indole e studi, spesso l' incontro con un piccolo animale o la vista di una angolo incontaminato di natura , mi lasciano dei ricordi piacevoli e unici, come in un' uscita su un affluente dove ho incrociato una famiglia di cinghiali, e ho potuto osservarli per alcuni minuti in rigoroso silenzio e immobile, grazie alla mia posizione protetta dalle rocce e, di sicuro, a favore di vento altrimenti avrebbero annusato la mia presenza e sarebbero fuggiti immediatamente, una madre e quattro cuccioli che si abbeveravano e sguazzavano nell' acqua per un bagno, e negli anni, potrei ricordare diversi approcci, anche fuggevoli, con caprioli, volpi, qualche rapace come la poiana, ed anche moltissimi piccoli anfibi, rettili ed altri animali . . .

       

       

      Un tipico anfibio dei luoghi umidi del Torrente, la Salamandra

       

       

      L' unico incontro che non apprezzo molto, ma in decenni mi è capitato, visivamente, solo alcune volte, è quello con sua pericolosità la vipera, che a dispetto di tante leggende o esagerazioni non attacca mai, se non messa realmente alle strette, che vuol dire posta nelle condizioni di non avere vie di fuga, ma mi sono sempre guardato bene, soprattutto se da solo e in un luogo lontano dalla civiltà, di cercare di uccidere o peggio, di stanare una vipera da un suo anfratto o nascondiglio !

       

      Muoversi lungo un Torrente, come un acrobata sull' acqua !!!

       

      Desidero sinceramente ringraziare chi ha impostato il titolo di questo blog, realmente azzeccato, direi che rispecchia, almeno per ciò che attiene al movimento fisico lungo il fiume, le mie sensazioni quando risalgo un tratto di Torrente o qualche affluente, perché il senso dell' equilibrio è fondamentale.

       

      Il torrente richiede rispetto, attenzione, concentrazione, conoscenza, capacità, risorse fisiche e mentali, perché è un luogo non convenzionale, non omogeneo, non semplice da approcciare e da percorrere. E’ un luogo asimmetrico e complesso, dove ogni metro è differente dal precedente e dal successivo, ogni movimento va calcolato, armonizzato e coordinato, e dove ogni oggetto presente, un ramo, l’ erba fitta, un ciottolo, una pietraia, possono nascondere insidie e possibili inconvenienti.

      Proprio per la mutevolezza dei luoghi infatti, la distrazione va evitata, ogni passo si deve calibrare sul precedente e sul successivo, la concentrazione deve essere sempre alta, ogni movimento va compiuto in funzione del terreno e del clima, sempre diverso e mutevole, perché l’ acqua modella l’ ambiente, lo scava, scorre scegliendo la strada più diretta e quindi produce un fondale che può nascondere mille diversità, proporre sorprese o difficoltà inaspettate.

      Rocce e massi, anche grossi e quindi presunti stabili, che si muovono sotto il peso e il passaggio, sbilanciando e mettendo a rischio l’ equilibrio; rami e radici che spuntano e che fanno scivolare o inciampare; ciottoli e pietrisco che cedono e smottano sotto il peso, facendo ruotare piede e corpo e rendendo quindi molto precario l’ equilibrio nel movimento.

      La Pesca della Trota sui Torrenti è fondamentalmente una pesca di movimento quasi continuo, o meglio, un movimento costante intercalato da piccole soste nelle quali si insidia il pesce, momenti di pausa nei quali si assapora il contatto tanto agognato col pesce.

      E’ quindi complesso camminare, oltretutto dedicandosi alla pesca, con pesanti stivali di gomma ai piedi e la canna in una mano, anche perché i luoghi particolari determinano altre attenzioni, ovvero comportamenti condizionati che costringono a muoversi su traiettorie obbligate a causa di ostacoli, dirupi, anse del torrente, grossi massi, cascate, laghi profondi ed altri elementi naturali.

      Risulta difficile immaginare tutto ciò per chi non ha mai camminato lungo un torrente, ma se una persona provasse a percorrere 100 metri sul suo greto, senza conoscerne i fondamentali, rischierebbe di perdere l’ equilibrio, di mettersi in difficoltà a causa delle precarie condizioni dei luoghi e di tutto ciò che ci circonda, sul Torrente e nelle prossimità di esso, sponde, accessi, camminamenti e boschi circostanti. 

      Così, muoversi correttamente lungo il fiume, è uno degli elementi fondamentali per poter pescare, poiché la pesca alla trota è fatta di continuo movimento e perché solo un approccio corretto ai laghetti, un’ attenzione continua a non mostrarsi direttamente e a non proiettare la propria ombra ai pesci, garantiscono i presupposti per pescare con profitto e piacere.

      Il primo consiglio nel camminare lungo le sponde di un torrente, o dentro l’ acqua del suo corso, è di trovare gli appoggi più saldi, che sono sicuramente sabbia, ghiaia, pietrisco, cioè i punti più adatti affinchè la pianta degli stivali trovi tanti piccoli appoggi che sorreggono e garantiscono equilibrio e presa sul fondo. Diversa è la tenuta di grosse pietre, lastre e massi di grandi dimensioni, perché qui la loro superficie, continuamente dilavata dall’ acqua, è liscia e omogenea e quindi pericolosamente instabile, precarietà incrementata dalla forza anche rilevante che l’ acqua imprime sugli stivali, scorrendo a valle, soprattutto quando il flusso è ricco e pieno. Il camminare sulle sponde richiede ulteriore attenzione legata alla possibilità che il terreno frani a valle sotto il proprio peso, perché già instabile e in precario equilibrio, solitamente in pendenza perché eroso dalle acque, e anche qui vige la regola, se possibile, di appoggiare i piedi evitando accuratamente, massi lisci, omogenei, in leggera pendenza, che sono scivoli naturali, forieri di perdite di stabilità e potenziali cadute.

      L’ ambiente del torrente è ovviamente dominato dall’ umidità, legata alla diversa esposizione che spesso cambia ad ogni ansa del fiume, e dal fatto che il luogo, già naturalmente umido, può venire ulteriormente reso viscido da alghe e vegetazione, come una sorta di film scivoloso, che si forma sui sassi dentro l’ acqua, rendendo precario ogni appoggio e imponendo un passo molto corto, con il baricentro del corpo sempre sotto controllo per evitare scivolate e cadute, pericolose e rovinose visto che tutto intorno è contornato da grossi massi e rocce sconnesse, spigolose e in grado potenzialmente di fare male.

      Dopo migliaia di uscite di pesca, la maggior parte su 4 o 5 torrenti e loro affluenti, percorsi con tutte le condizioni atmosferiche possibili, la conoscenza dei luoghi, dei passaggi, del tipo di rocce, del fondale, degli ambienti, garantisce un buon grado di confidenza ma, come sempre, attenzione, rispetto e capacità a gestire ed anticipare le situazioni e non a subirle, sono elementi fondamentali per tornare sani e integri a casa e non trasformare una piacevole avventura di pesca in una situazione critica o rischiosa.

       

      Ogni metro di un Torrente è unico e diverso da tutti gli altri

       

       

      Lungo un tratto di torrente conosciuto e frequentato, il percorso spesso è sempre il medesimo, sia perché alcuni passaggi sono obbligati dal paesaggio circostante, sia perché l’ approccio ad un laghetto, ad un lancio, ad una cascata, sono spesso unici, e vengono memorizzati quasi in modo automatico, come molti degli automatismi che ci aiutano ad affrontare il nostro vivere quotidiano.

      Proprio per i luoghi e le modalità con cui si pratica la pesca sui torrenti, ci vogliono preparazione fisica, attenzione, capacità di coordinazione, buon autocontrollo, conoscenza dei propri limiti, tutti aspetti che rappresentano una buona garanzia di poter vivere l’ esperienza della pesca in modo positivo, ma non sono comunque certezze assolute di non incorrere in possibili difficoltà. 

      Il contatto con la natura, quella vera e spontanea, i luoghi selvatici se non selvaggi, l’ aria pulita e fresca, gli ambienti che si susseguono, i microhabitat particolari che si formano in certi punti del torrente, i piccoli animali che si osservano, dai rettili agli anfibi, dai pesci agli insetti, dai crostacei agli artropodi, fino ai mammiferi di piccola e media taglia, tutto contribuisce a rendere una partita di pesca in torrente come una completa immersione in un mondo rilassante, gratificante, appagante e rasserenante.

      La moderna vita cittadina, oggi richiede ritmi serrati e una continua sintonia con gli impegni, la costante interazione con il cellulare e con  l’ orologio, oltre alla prolungata convivenza con altri esseri umani.

      Qui ci troviamo in condizione diametralmente opposta, e sicuramente sono luoghi non adatti a tutti, per le loro caratteristiche particolari e la loro natura selvatica . . .! 

       

      Il Torrente come luogo del non tempo . . .

       

      Il torrente è il luogo del non tempo, se non per un limite serale di rientro, del non incontro, a memoria mi sembra di avere incrociato un altro essere umano forse meno di dieci volte su un paio di migliaia di uscite, del non condizionamento sotto qualsiasi aspetto, il ritmo lo impostiamo noi, le pause le decidiamo solo noi, la mente viene sgombrata da tutti i pensieri e dalle scadenze, in un completo relax di corpo e spirito.

      In questo senso si spiega molto bene il perché la pesca in torrente sia praticata prevalentemente in solitudine, risulta infatti particolarmente difficile doversi adeguare al ritmo di pesca e dei movimenti di un’ altra persona, se il proprio approccio risulta più lento si dovrà costantemente inseguire il compagno di battuta, pescando meno, male e forzando il ritmo, cosa sempre pericolosa, viceversa se si risulta essere più veloci, spesso si dovrà rallentare o fermarsi, e si metterà il compagno di pesca in condizione di doverci inseguire. 

      Inoltre ognuno ha un personale modo di lanciare, ed anche di avvicinarsi ad un lago, di dedicare il giusto tempo di sosta pescando in un posto, elementi che rendono l’ uscita di pesca decisamente personale, direi unica, fermo restando i passaggi obbligati e i paletti ambientali che ovviamente esistono, e che guidano determinati passaggi e spostamenti risalendo lungo il fiume, e quindi dove una persona è già di troppo, due non sarebbero che di intralcio tra loro.

      L’ aspetto che invece favorisce l’ uscita in coppia è dato dal fatto che offre più sicurezza, nel senso che avere accanto un compagno di battuta nella pesca, in caso di eventi sfortunati, quali una caduta, una distorsione, o qualsiasi altro contrattempo dà superiori garanzie di essere più facilmente affrontabile e risolvibile.

      Poche volte mi sono trovato in vera difficoltà o in potenziale pericolo, a riprova che il conoscere e prevedere le situazioni aiuta ad evitare successivi problemi, ma la pesca alla trota, come si è descritto sopra, è una pesca tipicamente solitaria, e questo non gioca a favore della sicurezza in senso assoluto, perché, come detto, quei luoghi sono talmente impervi che è praticamente impossibile incontrare anima viva, visto che nessuno vi abita e difficilmente qualcuno vi transita, ed anche informando i propri cari del percorso che si intende fare, in pochi conoscono i luoghi, le varianti, i possibili sentieri, i passaggi alternativi.

       

      Il rientro è un altro elemento da considerare con molta saggezza, e chi è pescatore o escursionista lo può immaginare, poiché si sa sempre quando si parte per la battuta di pesca ma meno prevedibile è l’ orario del ritorno, condizionato da tantissimi potenziali imprevisti, molti dei quali negativi ed alcuni invece positivi.

      Per esempio i tempi di percorso della pesca possono diventare più lenti di quanto preventivato perché i pesci abboccano molto più del previsto, rallentando la marcia e ciò, galvanizzando il pescatore, comporta ulteriori potenziali ritardi perché si tende a proseguire ad oltranza una pescata produttiva e gratificante.

      Altro elemento che gioca sui tempi di percorrenza di un tratto di torrente è il tipo di pesca effettuato, esca naturale o artificiale, infatti con la seconda i ritmi di pesca sono più rapidi, lancio e recupero veloce, pochi colpi o addirittura uno solo per laghetto, mentre con l’ esca naturale, per esempio il classico lombrico, il ritmo rallenta, anche molto, per la necessità di più lanci che esplorino gli angoli dei laghetti, le tane, la corrente, dilatando di parecchio i tempi di movimento. Contribuiscono anche elementi meno piacevoli, come un improvviso temporale che costringe non solo a fermarsi per un riparo, ma che rallenterà inevitabilmente il ritorno perché il percorso a ritroso è reso più viscido e pericoloso dal terreno bagnato, divenuto molto scivoloso in conseguenza della pioggia . Oppure, in luoghi che si frequentano meno o che negli anni sono molto cambiati, la perdita di orientamento su un sentiero, una deviazione sbagliata lungo il percorso, l’  interruzione di un tratto per una frana che non esisteva, tutte situazioni che in luoghi impervi, scoscesi e di difficile percorso possono costringere a lunghi giri per evitare uno sperone roccioso, uno strapiombo a picco sul torrente, una zona a rischio frana.

       

      Scendono le ombre della sera sui luoghi della Pesca

       

       

      Molti possono essere i motivi per trovarsi in largo ritardo sui tempi previsti, creando una sorta di malessere nel vedere, soprattutto per un’ uscita pomeridiana, che la luce comincia a lasciar spazio all’ imbrunire e successivamente al buio, che oltretutto nel fitto di un bosco arriva molto prima che in luogo aperto.

      Trovarsi in un posto conosciuto e tutto sommato sicuro, ma con la luce che diminuisce, la stanchezza che comincia a sovrastare la lucidità e che tende a far affievolire la concentrazione sui potenziali pericoli, dando come unico riferimento la voglia di essere di nuovo sotto il proprio tetto, è una situazione che è meglio evitare, soprattutto se con l’ uscita di pesca pensata per un rapido rientro non ci si è attrezzati con una torcia, cibo e acqua, una cerata impermeabile per ogni emergenza.

      Mai mi è capitato di non rientrare a sera e passare una notte all’ addiaccio, ma qualche situazione in cui mi sono autodefinito sprovveduto e poco attento c’ è ovviamente stata, soprattutto negli anni di gioventù, quando prevalgono l’ entusiasmo e la voglia di avventura rispetto al raziocinio e alla corretta valutazione dei rischi  !!!

      Ma sono qui a raccontare le mie avventure sui Torrenti e a condividere con voi la mia passione, ed è questo che conta !

      Alla prossima puntata, dove comincerò ad approfondire le tecniche di pesca sul Torrente e le caratteristiche della Trota, la sua Regina  . . .

       

      saluti , Dario



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