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    The McIntosh Story

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    di Bebo Moroni

     

    La storia  in generale e più in particolare la  storia delle persone è cosa bizzarra e certamente Frank McIntosh ingegnere elettronico e appassionato di musica non poteva immaginare, in quella primavera del 1949, che fondando la sua piccola ditta che britannicamente chiamò semplicemente McIntosh Engineering stava immortalando il suo nome e che tale nome sarebbe stato tramandato ai posteri come sinonimo di qualità che rasenta il mito.

     

    La piccola fabbrica sorse a Bighamton nel colto  e raffinato New England statunitense.
    Già nel giugno di quel fatidico '49 la Mc Intosh presentava al pubblico il suoi  due primi  prodotti, i finali di potenza 15W1 e 50W1, naturalmente monofonici, entrambi con circuitazione "unity coupled circuit" , che era stata depositata dal grande Frank due anni prima. Sia il 15 che il 50W1 erano apparecchi per molti versi rivoluzionari, il 50 in particolare oltre alla potenza, veramente notevole per i tempi (50 watt appunto) disponeva di una potente sezione di alimentazione separata che occupava un telaio delle stesse dimensioni del telaio principale.

     

     

    Nasceva così, con tutta probabilità il primo amplificatore high end nella storia dell'alta fedeltà domestica (la Fisher nata nel '47 si dedicava ancora in gran parte una produzione eminentemente "pro", Scott mentre la Marantz sarebbe stata fondata solamente l'anno successivo). 
    Ma certo non erano tempi in cui l'high-end spopolasse e la piccola fabbrica di Bighamton non era in grado ( soprattutto per ragioni di spazio) di produrre contemporaneamente più apparecchi così non appena fu pronta la versione potenziata del  15W1, denominata con poca fantasia ma molto spirito pratico, 20W2 la casa fu costretta a produrre dapprima alternativamente i due apparecchi e poi, alla fine del 1950 sospendere la produzione del "vecchio" 15W1 che detiene così due record: è il capostipite degli amplificatori Mc Intosh, e insieme l'apparecchio meno longevo nella storia della casa. Quasi contemporaneamente all'introduzione dei primi due amplificatori venne presentato un piccolo preamplificatore l'AE2, rimasto in catalogo sino al 1951 inoltrato.
    Il passo successivo fu la presentazione, vista l'affermazione del 20W2, del 50W2 versione "improved" del 50W1 che oltre alla circuitazione i due telai offriva l'atout del trasformatore d'uscita con avvolgimento primario bifilare. In uscita il 50W2 utilizzava i tubi RCA M I 11236, dichiarava una risposta in frequenza estesa da 20 a 20.000 Hz entro 0.1 dB (!) un dato ancor oggi ragguardevole.

     

    I due telai pesavano complessivamente la bellezza di 27 Kg.
    Ancor meglio era in grado di fare l'A116 un 30 watt presentato alla fine del 1953 che vantava una risposta in frequenza estesa da 20 a 30.000 Hz entro 01 dB ed un rapporto segnale/ rumore di 85 dB.  Nel 1952 intanto, la casa di Bighamton aveva introdotto un nuovo preamplificatore, il C104 che migliorava leggermente le prestazioni dell'AE2 ma non poteva ancora competere con quanto offerto in quegli stessi anni , per esempio, da Leak e Marantz. Il primo grande preamplificatore Mc Intosh è il C8, presentato a Natale del 1954 , che si affiancava, destinato a sostituirlo, al C108 presentato nel '53. Il C8 fu il primo pre  Mc Intosh ad utilizzare le leggendarie (e a quanto pare ancor oggi insostituibili) 12AX 7. 

     

    Disponeva di una complessa sezione di controlli di tono che oltre ai normali comandi per bassi e acuti, prevedeva un equalizzatore a dieci bande per la correzione della registrazione. Accanto al C 8 la Mc Intosh presentava la sua versione semplificata, il C4 privo dell'equalizzatore phono a dieci bande affidate ad interruttori lineari, sostituito da un più semplice potenziometro rotativo a quattro posizioni. 
    In quello stesso anno viene prodotto il primo Mc Intosh che entra nella leggenda, capostipite di una famiglia di amplificatori destinati a fare scuola oltreché storia e a deliziare le orecchie degli audiofili più raffinati per oltre un trentennio, parlo, naturalmente dell'MC30, il primo e il più amato tra i "telai cromati" Mc Intosh in grazia della sua straordinaria dolcezza e finezza della tessitura sonora in gamma media e medioalta. L'MC30 era , logicamente, un 30 watt che dichiarava una risposta in frequenza estesa entro 0.1 dB da 20 a 30.000Hz ed un ragguardevole rapporto s/n di 90 dB.

     

    Monterà sino al 1955 una coppia di valvole di potenza 1614 sostituite poi con una coppia di 6L6GC in circuitazione cathode follower ad accoppiamento diretto. Assieme all'MC 30 viene presentato il fratello maggiore, MC60 che offre, come recita matematicamente la sigla, potenza doppia.

     

     

    Impiega la stessa circuitazione dell'MC30 nonché gli stessi tubi in configurazione raddoppiata. MC30 e 60 rappresentano facce leggermente differenti della stessa medaglia, una bellissima medaglia.  Una gamma media estremamente aperta e dettagliata, con una riproduzione delle voci, degli archi “piccoli” e della zona mediana del pianoforte per molti versi insuperata per entrambi gli apparecchi, anche se il 30 si fa maggiormente apprezzare per delicatezza e per quel tocco di “magia” non altrimenti spiegabile. Il comportamento dei due apparecchi è abbastanza simile in gamma alta (con quel “quid” di vantaggio già detto per il 30) mentre in gamma bassa il 60 possiede una plasticità ed un calore evidentemente preclusi al fratellino “maggiore/minore” come è naturalmente ben differente l'impatto dinamico. Sia i 30 che i 60 vengono ancor oggi convenientemente impiegati, in catene di pregio, spesso in multiamplificazione essendo considerata da molti appassionati insostituibile una coppia di 30 per l'amplificazione delle vie medioalte. Recentemente ho conosciuto un appassionato romano che ne impiega 5 in configurazione MCL. Il risultato, per quanto bizzarro possa apparire questo impianto retro-avanguardistico (che prevede anche – tra l’altro - cinque diffusori autocostruiti con altoparlanti Tannoy Monitor Gold, tra cui un fenomenale ma assolutamente poco pratico “centrale” già monitor di studio Rai) è assolutamente sorprendente.

     

    A questo punto il catalogo McIntosh rappresenta un atto di forza nel panorama hi-fi del tempo e rimane giustamente immutato sino al 1958, quando viene presentato il primo sintonizzatore della casa l'MR55, capostipite di una nobilissima schiatta. Immediatamente acclamato da pubblico e critica, il 55 ha una voce talmente bella ed una selettività talmente accurata da farlo rimanere in catalogo ben oltre l'uscita del primo tuner stereo Mac, l'MR65 della fine del 60. I tuner McIntosh rimarranno per lunghi anni gli unici a potersi battere in termini di prestazioni con il mitico Marantz 10B in una straordinaria escalation di qualità tecnica e sonora.  Nel 1964 verrà presentato l'MR67 e nel 1966 l'MR71 che proporranno prestazioni semplicemente straordinarie, basti pensare alla sensibilità di 2.5 microvolt, al rapporto di cattura di 1.5 dB e per l'MR71 ad una risposta in frequenza estesa da 20 a 20.000 Hz entro mezzo dB, valori ancor oggi in grado di far impallidire la più avanzata tecnologia europea e nipponica. 

     

    Tornando al 1958, anno denso di novità, assistiamo alla presentazione della versione stereo del pre C8, denominata semplicemente C8S e che è in pratica né più né meno che la versione raddoppiata, anche nella disposizione dei comandi, del "vecchio" mono, oltre ad essere l'ultimo preamplificatore McIntosh con frontalino dorato. Il C20, primo grande preamplificatore McIntosh, anticipa in qualche modo quella che sarà la cosmesi dei pre McIntosh moderni. Il pannello è bipartito asimmetricamente in verticale, con una porzione- pari a circa un quarto dell'intera superficie, sull'estrema destra- dorata, contenente la manopola del volume le uscite cuffie e tre piccoli interruttori, mentre la gran parte dei comandi  è posta in due ordinate teorie orizzontali sulla restante porzione del pannello, di cristallo nero.

     

    L'effetto è estremamente elegante anche se ancora non raggiunge l'estrema bellezza dei modelli successivi.

     

     

    Il C20 che al momento della sua presentazione  costava la bella cifra di 230 dollari disponeva tra l'altro di due ingressi phono ciascuno con sensibilità regolabile tra 2.5 e 10 mV, di equalizzatore RIIA e comunque, essendo ancora moltissime le registrazioni non equalizzate circolanti, del compensatore di registrazione già presente sul C 8. Ancora, la completissima dotazione, prevedeva due ingressi tape con selettore di comparazione, e un selettore di fase 0/180°. Le valvole utilizzate erano ancora una volta le splendide 12AX7. A due anni dalla sua introduzione il C20 viene affiancato dal preamplificatore che in breve lo sostituirà, il C11 la cui estetica annuncia già quella del successivo e più celebre C22: il pannello è bipartito stavolta orizzontalmente , con la metà superiore in cristallo nero e quella inferiore in metallo spazzolato chiaro. Di concezione più moderna, ma in definitiva meno affascinante del C 20, il C 11 rinunciava al compensatore di registrazione e al selettore di sensibilità phono pur disponendo di controlli di tono indipendenti per i due canali. Rimase in catalogo sino alla metà del 1962 . Contemporaneamente al C 11 la casa americana introduce il meno famoso e per qualche oscura ragione meno amato tra i "telai cromati" McIntosh, l'MC40

     

    Alla fine del 1961 la casa di Bighamton presenta il suo primo finale di potenza stereo è l'MC240. La risposta in frequenza dichiarata è impressionante: 20-60.000 Hz +o- 0.5 dB !!! . L'MC240 è in pratica la versione raddoppiata del "cenerentolo" MC 40. Eroga 40 watt per canale su qualsiasi impedenza e può essere messo a ponte per 80 watt anche su impedenze molto basse.  E' il successo, il grande successo. Lo scossone dato al mercato con l'MC240 ha pochi precedenti. L'ingresso nell’ancora poco affollato segmento degli amplificatori stereo segna la definitiva affermazione della casa americana. Da questo momento in poi ogni apparecchio presentato entrerà inevitabilmente a far parte dei sogni e dei "vorrei" degli appassionati statunitensi.  Un anno prima McIntosh aveva presentato il suo primo ed ultimo kit, l'MK 30, versione "diy" dell'MC30 richiesta a gran voce dalle riviste per autocostruttori. La reazione del pubblico è tiepida e in meno di due anni l'MK30 (rarissimo, specie se ancora da montare) scompare dal catalogo. 

     

    In quel fatidico 1961 assieme all'MC240 viene presentato un altro apparecchio mitico, il preamplificatore C22, vero e proprio capolavoro tra i pre a tubi Mac. Sul bellissimo pannello angolato spicca  fascia di cristallo nero a retroilluminazione, mentre la fascia inferiore è in alluminio spazzolato. Apparentemente l'estetica si discosta di poco da quella del C11, in realtà, osservandoli attentamente il passo in avanti è fulminante. Anche la circuitazione, che utilizza la medesima tripletta di 12AX7 è sulla carta praticamente identica a quella del modello precedente, così come le prestazioni dichiarate, ma in realtà il C22 è il più musicale tra i preamplificatori Mac di ogni epoca.

     

    Quando viene presentato il C22 costa 280 dollari, cioè un sacco di soldi. Sempre nel 1961 viene presentato quello che a torto è stato per anni considerato il  "fratello  grosso e scemo" dei mono a telaio cromato, l'MC75 che paga con questa ingiustissima fama la sua notevole erogazione in potenza. 75 splendidi watt ottenuti grazie ad una coppia di KT 88 Gold Lion. Rivalutatissimo negli ultimi anni, il 75 non è così raffinato in gamma medioalta quanto il 30 ma è in compenso un amplificatore equilibratissimo, tonalmente omogeneo, decisamente dinamico, caratterizzato da un basso deliziosamente rotondo (e sorprendentemente profondo) e da una generale , notevolissima, capacità scultorea. Assieme all'MC75 viene presentata la versione stereo, l'MC 275, che utilizza,naturalmente una doppia coppia di KT 88 Gold Lion. Oltre ad essere un apparecchio assolutamente splendido ( e, a differenza dell'MC 75, amatissimo in ogni epoca) è l'apparecchio più longevo dell'intera storia McIntosh essendo rimasto in catalogo per ben dodici anni. Uscirà infatti di listino nel 1973 , in piena epoca  transistor divenendo al contempo l'amplificatore a valvole più amato della storia assieme al Marantz 8.

     

     

    Poco dopo arriva un ulteriore ampli stereo, l'MC225 , in grado di erogare 25 watt per canale o 50 watt in mono a ponte. L'MC225 eredita buona parte della circuitazione dell'MC 30 ed impiega due coppie di 6550. In quegli stessi anni Mc Intosh è impegnata con successo nella commercializzazione di una serie di apparecchi “industriali” ( oggi li definiremmo “pro”). Gli amplificatori della serie MI sono quasi sempre omologhi ai modelli per impiego hi-fi, e spesso le prestazioni sono molto simili. L’estetica e’ decisamente più povera.

     

    Nel 1964 Mc Intosh lancia il suo primo amplificatore integrato, l'MA230 che utilizza in buona parte le circuitazioni del preamplificatore C22 ( di cui riprende anche in gran parte l'estetica) e del finale stereo MC240, con potenza ridotta a 30 watt per canale. Gli amplificatori integrati non hanno mai rappresentato per Mc Intosh una soluzione di ripiego quanto una proposta alternativa, e infatti il loro prezzo sfiora sempre quello di una coppia pre-finale. Sempre in quegli anni viene presentato un'interessante sintopre, l’MX110 figlio non troppo spurio di C22 ed MR67.
    Nel 1967 dopo continui proclami di non interesse verso la nuova tecnologia, la Mac lancia a sorpresa il suo primo finale di potenza a stato solido, l'MC2505. L'apparecchio ha un look mozzafiato, con il bellissimo pannello di cristallo nero che per la prima volta veste interamente un apparecchio e gli adorati "occhioni blu" , i bellissimi strumenti ad ago d'ora in poi presenti su tutta la produzione "de luxe" Mc Intosh,  che magicamente si illuminano all'atto dell'accensione dell'apparecchio.  E' battaglia, è guerra, dura, crudele, spietata tra gli appassionati McIntosh, tra chi aborre quest'atto di modernità accusando di rinnegamento la casa e chi plaude alla scelta avveniristica della Mac. Nonostante la bagarre il 2505 ottiene un successo che non è esagerato definire strepitoso e seppure la casa perde una parte del suo "zoccolo duro" acquista frotte di nuovi fans disposti al salasso economico pur di entrare in possesso di quel nero oggetto del desiderio.

     

    La mossa era solo apparentemente improvvisa, in realtà, come tradizione Mc Intosh, una tradizione di eccellente marketing, assolutamente calcolata, proprio allo scopo di creare tanto rumore. Non erano certamente casuali nemmeno  i tempi tardivi con cui Mc Intosh aderiva alla schiera dei "progressisti" (Marantz e Fisher tanto per citare solo due nomi famosi avevano già eseguito da tempo il periglioso passaggio). 

     

    Anche se l'MC2505, oggi lo possiamo tranquillamente riconoscere, era un apparecchio decisamente migliore rispetto alla gran massa dei suoi concorrenti diretti o meno, il suo successo fu più un successo di pubblico che di critica. Le sue caratteristiche dichiarate non erano poi così impressionanti: una potenza piuttosto modesta (50 watt per canale), dati di distorsione, risposta in frequenza, s/n etc. spesso inferiori a quelli dichiarati per la produzione a valvole a riassumere perfettamente la mentalità apparentemente conservatrice della Mac.  In quegli anni americani e giapponesi già sfornavano watt come fossero acqua fresca e , specie i nipponici, si divertivano a giocare con gli 0,0 etc. di distorsione. Come se non bastasse l'MC2505 costava assai di più della stragrande maggioranza suoi omologhi di potenza doppia. Basta dargli un'occhiata per capire perché.
    In realtà c'era stato già in casa McIntosh un anticipo di conversione allo stato solido, ma l'apparecchio era immediatamente apparso a tutti come poco significativo , tanto da rimanere in catalogo poco più di un anno. Si trattava del preamplificatore C24 , presentato nel '66 assieme all’integrato MA5100 da 45 watt p.ch. , che riprendeva esteticamente,razionalizzandole e impoverendole, le linee del C 22.

     

     

    Non suonava particolarmente bene ed è con tutta probabilità ( valore storico a parte) il meno pregiato tra gli apparecchi Mc Intosh da collezione.  Il C24 verrà immediatamente sostituito da un apparecchio destinato, invece, ad entrare al pari dell'MC2505 nella leggenda della casa americana, il C26, anch'esso dotato di pannello in cristallo nero con le scritte verde prato in retroilluminazione. La disposizione dei comandi riprendeva in maniera netta quella asimmetrica del C24, con la teoria di switch lineari , in basso a sinistra, trasformata in teoria di tasti, compattata ed incorniciata da un filo di alluminio. Anche la dotazione di comandi riprende direttamente quella del C24 , prevedendo due phono, due tape loop e due ingressi ausiliari mentre la sensibilità degli ingressi, superati i primi ostacoli presentati dalla nuova tecnologia, giustamente si riallinea a quella del C22: 2 mV all'ingresso phono e 250 mV per gli alto livello a fronte dei rispettivi 2.2 e 200 mV del C 24.

     

    Nei primi due pre Mac a transistor compare inoltre il comando "panorama" che, sostituendo l'uscita per il canale centrale di C20 e C22 funge da vero e proprio potenziometro di pan-pot . In quello stesso 1967, evidentemente anno di passaggio, viene presentato un sintoampli ibrido, a tubi e transistor, il MC1700 da 45 watt per canale, figlio di un altro e più glorioso sintoampli ibrido, il MAC1500, che aveva sezione pre e sinto a tubi e finale a transistor (il 1700 aveva solo la sezione sinto a valvole). Che saranno poi seguiti da una bellissima genia di sintopre a transistor con numerazione continua da MX112 ad MX117 differenti per prestazioni, prezzo e presenza o meno della sezione AM, ma tutti comunque bellissimi e valida alternativa ai separati.

     

    Inaugurando una tradizione mantenuta inalterata sin quasi ai giorni nostri al finale MC2505 si affianca presto la sua versione spartana, l'MC250 identico nella circuitazione ma privo dello splendido pannello di cristallo e degli strumenti. Propone un "nude look" direttamente derivato da quello degli ampli a valvole e costa circa un 25% in meno della versione "lusso". L'anno successivo viene presentato l'MC2105 che riprende in buona parte circuitazione ed estetica dell'MC2505 con una potenza più che raddoppiata: 105 watt per canale. La disputa sul suono , tra MC 2505 e MC 2105 all'epoca non avviene: semplicemente chi ha più soldi e casse che, come si sosteneva allora, "reggono la potenza" sceglie il modello maggiore, chi ne ha meno e diffusori "meno potenti" continua a scegliere il primo. Solo recentemente tra i mcintoshisti si è affermata l'opinione della superiorità del modello più piccolo. 

     

    Contemporaneamente all'MC 2105 esce la versione "povera" 2100 che offre anche la possibilità di mettere i finali a ponte con facilità per una potenza di 210 watt mono ( esattamente doppia perché ci sono gli autotrasformatori).  Ma le sorprese non sono finite qui e a quanto pare Mc Intosh si diverte a sconcertare il suo pubblico. Nel 1968 , assolutamente inaspettato, presenta il finale a valvole più potente della storia sino a quel punto , e che per molti anni rimarrà tale, l'MC 3500 da 350 watt mono, ottenuti impiegando ben otto valvole 6LQ6. In virtù degli autotrasformatori in uscita l'MC 3500 è in grado di erogare tutta la sua potenza su impedenze comprese tra 1 e 64 ohm. L'estetica, decisamente "pro" prevede un enorme pannello metallico ( 48.1 x 36.6 cm) bipartito in due zone di colore : in basso un quarto nero con allineati i numerosi controlli dell'ampli e tre quarti silver in alto con l'unico strumento ad ago.  Costava la strepitosa cifra di 1099 dollari, e se ricordate i film di quegli anni, per 1000 dollari la gran parte dei rapinatori professionisti era disponibile ad assalire una banca. A causa di ciò e di una tecnologia ormai considerata obsoleta, l'MC 3500 fu, in pratica, un insuccesso. Ne sono stati prodotti e venduti pochi esemplari, oggi contesi a suon di migliaia di dollari dai collezionisti, specie quelli giapponesi. 

     

     

    In quello stesso anno viene presentato il primo tuner Mac a transistor che gode della nuova splendida estetica, ulteriormente sottolineata e glorificata da una splendida scala parlante illuminata in blù, un sofisticatissimo sintonizzatore AM/FM capace di strepitose prestazioni, l'MR 73. Tra le altre cose dispone di sensibilità in AM regolabile, di filtro SCA, di commutazione automatica stereo/mono, di multipath, di indicatori di segnale stereo, sintonizzazione e intensità del segnale. Potendo contare su un controllo di volume indipendente può essere direttamente collegato ad un finale di potenza. La risposta in frequenza dichiarata si estende da 20 Hz a 20 KHz entro 1 dB e le distorsioni sono bassissime.  Nel '71 è la volta del finale mono MC 100 che utilizza in larga parte la circuitazione dell'MC 2105 , con estetica "povera" (telaio cromato, componentistica in gran parte a vista con griglia di protezione metallica) che rimane in catalogo 5 anni con scarso successo  e alla fine dell'anno arriva un altro "mostro" l'MC 2300 che utilizza lo stesso pannello dell'MC 3500 ma ha in più gli "occhioni blù. E' a transistor ed è in grado di erogare 300 watt per canale in stereo o 600 watt in mono a ponte.  Utilizza un numero spaventoso di semiconduttori e condensatori, può funzionare con impedenze da 0.5 a 64 ohm. Pesa oltre 58 Kg ed è affidabilissimo. Così diventa un finale molto ambito in campo professionale. Assai meno in campo amatoriale, suona infatti abbastanza male.

     

    E' del 1972 il classico dei classici tra i pre Mc Intosh a stato solido, il C 28, evoluzione del 26 , a mio parere il più musicale e dinamico tra i pre Mc dell'epoca seconda. Il C 28 è l'apparecchio che più di ogni altro contribuisce a solidificare il mito che farà di Mc Intosh il marchio più sognato degli anni '70 . E' più silenzioso del 26 utilizza una componentistica migliore ed una circuitazione più razionale. Tale razionalità circuitale sembrerebbe rilevabile anche all'esterno, dove il pannello fuggendo dall'asimmetria iniziata con il C 24 torna all'ordine formale del pannello del C 22, e la trasposizione su cristallo nero della già deliziosa estetica è sorprendentemente ben riuscita. Il C 28 oltre ad essere il più musicale è forse anche il più bello tra i pre Mac.  Ad esso seguiranno nell'ordine il C 27, il C 29 il C 30 e il C 32, ogni volta più avanzati e costosi, ma non riusciranno mai a superare il C 28 che non a caso rimarrà in catalogo sino all'inizio del decennio scorso. Così, come probabilmente né il 2125 né il grosso e amatissimo 2255 ( il più interessante, collezionisticamente tra questi ultimi) né il 2250 possono in alcuna maniera scalfire la preminenza del 2505 e in parte del 2105, gli originali.  Nel 1973 il C 28 verrà affiancato da un integrato che diventerà l'oggetto "very snob" nelle case della buona borghesia, il costosissimo integrato MA 6100 che del C 28 ripeteva quasi pedissequamente l'estetica, trattato malissimo ( a torto) dalla stampa del tempo che alle misure trovava più interessanti i sonicamente scialbi, quando non mediocri, integrati giapponesi. Il 6100 era uno dei migliori integrati prodotti in quegli anni, senza dubbio. Ad esso seguirà negli anni '80 l'MA 6200, molto simile, un po' più potente.

     

    Assai poco interessanti gli "slim" 502 e 504 davvero poco Mc Intosh. Bisogna dire che per buona parte degli degli anni '80 la bandiera Mc Intosh è stata mantenuta in alto e specie in Italia il mito mantenuto in vita, solo dalla bellezza degli apparecchi, dalla loro proverbiale affidabilità, dallo splendore dei tuners ( MR 78 in particolare e MR 80) e (ogni tanto bisogna riconoscerlo) dall'abilità dell'importatore, la MPI che ha contnuato a credere nel prodotto e a soddisfare le richieste di assistenza e consulenza dei suoi possessori. Poi, improvviso e graditissimo, il rinascimento, con i finali della serie 7 in particolare, con i CD player e infine con lo straordinario MC 275 Replica, edizione limitata dedicata a Gordon Gow, già eminenza grigia di Frank McIntosh, e dalla sua morte, unico condottiero della “old house”. Possiamo dunque, com’è onorata tradizione solo dei grandissimi marchi, indipendentemente dal settore di interesse e di attività, dividere la storia Mc Intosh in quattro fondamentali epoche: la Prima, quella dei grandi apparecchi valvolari, la seconda, quella della rivoluzione a stato solido, la terza, in ispecie gli anni ’80, di lieve ma elegante decadenza, e la quarta, quella che va dalla fine degli anni ’80 ai giorni nostri, come l’epoca della “reinassance”.

     

     

    Così una posizione di mercato solida ma di nicchia, si traforma rapidamente in un nuovo clamoroso successo. Arrivano capitali freschi a dar fiato al piccolo esclusivissimo marchio specializzato, ed è una vera e propria messe di apparecchi di altissimo livello, gli integrati MA 6800 e 6850, con le loro ottime “riduzioni in scala” MA 6400 , 6450 e 6500 il superlativo preampli a due telai C100, i finali “monstre” MC 500,  MC 1000, e ancora un clamoroso finale a valvole, l’MC 2000, musicalissimo e bellissimo ( però le maniglie dorate se le potevano pure risparmiare) affiancati ad una gamma di pre e finali di altissime caratteristiche a prezzi addirittura concorrenziali ( parliamo pur sempre di altissimo gamma) con i diretti concorrenti.

     

    Il resto è storia dei giorni nostri: l’esplosione del marchio che senza remore si lancia nella, una volta snobbata, disfida dell’hi-end, mantenendo così al contempo la sua ispirazione classica e il suo classico pubblico e proiettandosi ai vertici della produzione top con prodotti come il super integrato MA 7000 gli apprezzatissimi pre e finali a valvole ( il 252 è un successo globale che ha pochi precedenti), con i pre a valvole, prima il C 2200 poi l’ “economico” C 220 e il monotelaio di punta il C 230°, riproponendo in versione limitata i suoi valvolari più famosi, il C 22, l’MC 275 nelle sue varie versioni, e addirittura i due splendidi mono MC 75. Poi ancora l’integratone a valvole 2275, i pre monotelaio a stato solido di punta  C48 e C50 e via cantando, affermando la “casa blu” come vertice e modello per i concorrenti. 
    La morale di questa storia è molto semplice e chiara: offri la qualità, e la qualità ti ripagherà, offri un prezzo alto ma non irragionevole, e la gente potrà sognare ma anche sperare di acquistare, e dopo aver sperato prima o poi acquisterà. Offri qualità, bellezza, affidabilità totale, storia, mito e status, e l’acquirente McIntosh avrà uno dei pochi oggetti hi-fi al mondo che non solo non si svaluta, ma anzi si rivaluta costantemente nel tempo. Un McIntosh- come recita una famosa pubblicità di un famoso potentato olandese/sudafricano - è per sempre.
     

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