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    JBL Studio 580, "sonano da paura”!

    Di Bebo Moroni

     

    Introduzione

    E va bene, ve l’ho fatta aspettare assai questa recensione delle JBL 580 (adesso i forumisti che avevano giocato con me all’indovinello - http://forum.videohifi.com/discussion/320097/sonano-da-paura#Item_124 -, sanno di cosa si…parlava), ma non poteva essere che così. E man mano vi spiegherò perché. E mi perdonerete, ne sono sicuro, l’espressione in slang romano, magari non elegantissima ma efficace.

     

    Partiamo dal fatto che sebbene sin dal primo istante di funzionamento si senta chiaramente la grande stoffa che ricopre il suono di questa snella colonna da pavimento, questi diffusori (e c’è ancora chi dice che non esiste il rodaggio dei componenti, dei diffusori poi…) hanno bisogno di essere ben rodati, molto ben rodati. E ancora, sembra la fiera delle contraddizioni, ma capirete che è tutt’altro, benchè non soffrano molto del posizionamento in ambiente (e io lo dico sempre che un componente che suona bene, suona bene anche in mezzo alla stanza a testa in giù) meglio vengono collocate e ancor meglio suonano. E ho perso molto tempo a posizionarle, perché pur essendomi come sempre armato di scotch di carta e avendo segnato i vari tentativi sul pavimento, avevo delle difficoltà a capire quale fosse, esattamente la collocazione in cui rendevano al massimo. Eh si, perché in ciascuna delle posizioni rintracciate, c’era qualcosa di particolarmente buono, di quelle cose che ti fanno chiedere…Ma sarà io che ormai sono suggestionato (essendo anch’io nonostante le migliaia di componenti provati un essere umano) oppure messe così…Però anche messe così.. e spostate un metro avanti…ma anche posizionate in prossimità della parete di fondo…E il tappo che attenua il reflex ce lo metto o non ce lo metto?
    Si perché, badate bene, quando hai un componente di questo pregio, e che per di più costa un prezzo conveniente hai l’obbligo, specie se pretendi di presentarlo al pubblico, di farlo rendere al massimo delle sue possibilità, e il dubbio è cosa estremamente sana nella nostra passione.

     

    1. Design e costruzione

    Ma cominciamo proprio dall’inizio: un consiglio, quando decidete di sballare questi diffusori, assicuratevi che ci sia un’altra persona in casa. E non tanto per il loro peso che è ragionevole, quanto per il fatto che i maghi degli imballaggi (e non sto scherzando, la tecnica di confezione e imballaggio si studia nei corsi avanzati degli istituti di design e anche in qualche università) sono diventati, evidentemente, nel gruppo Harman International, talmente bravi da aver concepito un imballo semplice ma a prova di bomba. E anche a prova di sballatori intensivi come il sottoscritto. Insomma, sostanzialmente c’è una scatola di cartone e dentro di questa due quadratoni forati di cartone e trafilato di foam che tengono il diffusore assolutamente fermo e a prova di trasporto “duro”. E lo tengono talmente fermo che se qualcuno non tiene lo scatolone e l’altro non tira con forza, le Studio 580 dalla loro imbattibile protezione, non escono. Nemmeno con un miracolo.

     

    Fatto questo vi troverete davanti due, come detto, snelle torri, a mio avviso molto ben disegnate, a pianta trapezoidale (l’impronta si restringe nella parte posteriore, il pannello anteriore è un parallelepipedo piatto perfettamente innestato nel disegno digradante del mobile, guardando frontalmente o leggermente di lato, parrebbe un piccolo planare). Questa architettura consente di far si che il mobile non presenti, al suo interno, pareti parallele agli altoparlanti, eliminando così una buona parte delle riflessioni interne che contribuiscono in maniera piuttosto determinante al deterioramento delle prestazioni.

     

    Limpidamente eleganti, senza troppi fronzoli, hanno nel grosso incavo che forma la tromba bi-radiale, che ospita al suo interno il driver a compressione per le alte frequenze da 25mm,  il motivo estetico predominante. La griglia, giustamente, è posizionata sotto la linea inferiore della tromba, pericoli per il driver, proprio non ve ne sono, protetto anch’esso e posto, naturalmente, al fondo della tromba, bisognerebbe proprio mettercisi d’ingegno armati di un trapano. Ora si sa che certi audiofili proprio sani di mente non sono, ma non sino a questo punto. Per chi lo desidera c’è comunque a corredo una piccola griglia per la tromba, che io francamente non consiglio.

     

    La finitura è disponibile in nero (per chi desidera un impatto professional) o in ciliegio (essenza che ormai detesto, ma non posso incolpare la JBL, tutti vogliono la finitura in ciliegio, è un fatto a cui mi dovrò abituare). Quelle in prova sono finite in ciliegio naturale e devo dire grazie al contrasto con il nero che la fa da padrone nel frontale, la mia avversione si è molto mitigata. L’oggetto, lo ripeto, è bello. Ad aiutarmi a sballarle è venuto mio figlio maggiore, che ormai di casse in casa ne ha viste di tutte le forme e di tutti i colori, e la prima cosa che ha detto è stata “che belle”!

     

     

    2. Suono

    Le abbiamo accese, e per tutti e due (oh, in fondo siamo due musicisti, e che diamine) suonavano molto bene. Ho detto a Jacopo: "possono suonare molto meglio di così". "Meglio di così papà?" "Si torna tra qualche giorno." E dopo qualche giorno era dopo qualche giorno ancora e le Studio 580 suonavano sempre meglio, ma io capivo (dopo tanti anni di questo mestieraccio hai dalla tua anche l’intuizione, o meglio la comprensione dei fenomeni sonori e della loro progressione) che potevano suonare ancora di più, ancora di più.

     

    E la recensione ritardava, e io mi appassionavo nel cercare di capire, come vi ho accennato, cosa succedesse ogni volta che le spostavo.  E c’era il rodaggio da finire, ma non potevo far uscire la recensione tra un anno (in realtà i tempi di valutazione, specie dei diffusori, si sono troppo ristretti per l’abbondanza di materiale da provare, ma qualche volta bisogna tornare all’antico e dilatarli. Io sono sicuro che il lettori capiranno), così sono ricorso a un vecchio trucco che non piacerà né al distributore, né al mio amico Quirino Cieri che del distributore è il responsabile, né alla JBL: una botta di potenza improvvisa da un piccolo amplificatore ad alta corrente: venti secondi a volume al massimo. Ho sofferto, ho temuto, ma le Studio 580 non hanno fatto una piega. E subito dopo la prova shock (non fatela mai!) hanno suonato in quella maniera che mi ha costretto a ritrovare subitaneamente le mie radici e ad esclamare “sonano da paura”!

     

    La serie Studio 5, nasce dall’esigenza di fornire al pubblico degli appassionati JBL (ma come vedremo questo diffusore è in grado di soddisfare massimamente un pubblico che va ben al di là di quello dei classici appassionati JBL) con prestazioni da JBL Professional, ma costi e ingombri da diffusore normale. La serie è composta da 6 modelli, il bookshelf Studio 530, a due vie sempre con tweeter a compressione e tromba bi-radiale e singolo woofer da 13,5 cm (utilizzabile, appunto, come diffusore da scaffale o come diffusore laterale/posteriore in impianti HT), il modello 570 da pavimento con doppio woofer da 13,5, il modello 580 in prova che dispone di doppio woofer da 16 cm, più (per gli amanti dell’Home Theater), il modello maggiore, lo Studio 590 con doppio woofer da 20 cm, un canale centrale, lo Studio 520c con doppio mid-woofer da 10cm, e il subwoofer SUB 550P con woofer da 25 cm, in grado di sopportare 500 watt di potenza continua.

     

    Lo Studio 580 come detto, ha due woofer da 16,5 cm in PolyPlas, con struttura magnetica a  Geometria Simmetrica di Campo (SFG), flangia in pressofusione e sospensione in gomma, schermati magneticamente accordati in reflex, e un driver a compressione da 2,5 cm con magnete in neodimio, caricato con tromba bi-radiale in acrilico iniettato di vetro. Il crossover taglia a 1.5 Khz. Il punto di crossover collocato così in basso, come vedremo è uno dei segreti del suono degli Studio 580.

     

    Il driver delle alte frequenze è realizzato in un unico stampo, assieme alla sospensione, di Teonex. Un polimero di naftalato di politilene particolarmente rigido in grado, a detta della casa, di avere una riposta lineare e massimamente pulita anche su frequenze più basse di quelle comunemente impiegate (2.5 KHz o giù di lì) nel taglio di un tweeter. D’altra parte la casa americana da svariati anni conduce una sua personale fatica nella ricerca e nello sviluppo di nuovi materiali (potremmo ricordare il diaframmi a matrice ceramico-metallica, i woofer Aquaplas e i PolyPlas presenti in questa serie, i driver in puro berillio con magnete al neodimio e via cantando (mai questo modo di dire fu più azzeccato).

     

    La riposta dichiarata delle Studio 580 è estesa da 40 Hz a 40 Khz (-6dB)il che significa, per i meno esperti che i 40 Hz in basso sono effettivi, mentre in alto la risposta comincia a digradare dai 35 Hz più o meno, in maniera dolce. Niente male…

     

    Il mobile appare estremamente solido e sordo (e i 22.5 Kg di peso a cassa trattandosi di un diffusore di dimensioni molto ragionevoli, lo dimostrano) e dispone naturalmente di doppi connettori dorati per il biwiring o per la biamplificazione passiva. Lo sviluppo totale del mobile è di 106,9 cm in altezza, 25 in larghezza e 34,9 in profondità. Il mobile, di fabbrica è dotato di pratici e ben disegnati piedoni in materiale sintetico antirisonanza, ma a corredo ci sono le classiche punte coniche, oltre ai già menzionati tappi in spugna sintetica per attenuare l’uscita del reflex (che possono sicuramente rivelarsi utili in determinati ambienti e per determinati ascoltatori, riducendo la presenza del basso, ma che io dopo aver provato- ovviamente- non ho utilizzato, se è per questo nemmeno le punte perché ci tengo al paquet ma anche perché l’impressione è stata quella che anziché funzionare da sistema antivibrazioni, e probabilmente grazie alla bontà e alla solidità del mobile, smagrissero il bel basso delle 580).

     

    3. Ma insomma: “come sonano”?

    Suonano sorprendentemente bene, suonano incredibilmente bene se si pensa alla categoria, ma in assoluto suonano decisamente bene, anche in catene di molte pretese.

     

    La prima impressione, che poi si stabilizzerà nel tempo e nei vari posizionamenti (ah, dimenticavo, nel mio salone abbastanza grande - 110 mc circa- il posizionamento finale è con i diffusori posti a circa 1.50 m dalla parete di fondo, a 50 dalle pareti laterali, angolate di circa 30° verso l’ascoltatore, ma voi cercato il vostro “sweet point” caso per caso) è di grande neutralità e pulizia, quello che solitamente, anzi tradizionalmente (spesso superstiziosamente) non ti aspetti da un diffusore caricato a tromba. Se dovessi fare dei paragoni, a tutta prima le Studio 580 assomigliano, per la correttezza e la grazia nel porgere il messaggio sonoro, alle ormai storiche Monitos Audio Studio 2’ SE e alle Dali Diva Grand, diffusori estremamente corretti ma anche capaci di essere emozionanti. Ecco, rispetto a questi le Studio 580 hanno una capacità di emozionare di livello superiore, cioè non voglio dire che emozionano un po’ di più, ma proprio utilizzare quel termine “superiore” come si utilizza per i vini o per i Cognac. E’ una sensazione singolare, come spiegarla a parole? E’ come avere a disposizione uno strano animale che è insieme neutro e delicato, e rabbioso e fortemente dinamico. Dipende dalla musica che gli fate riprodurre, quasi esclusivamente da quella. Il basso è presente ma mai invadente, potente, viscerale, fisicamente coinvolgente e insolitamente profondo per un diffusore di queste dimensioni.

     

    Sono diffusori che emozionano, ma vanno ben oltre l’emozione, raccontano, con dovizia di particolari e con assoluta naturalezza, la musica. E te ne fanno ascoltare tantissima. Metto l’edizione audiophile in vinile da 220 g. di Kind of Blue di Miles Davis, e sento chiaramente la tromba soffiare, stridere, carezzare…E’ Miles, non c’è dubbio e Kind of Blue viene narrato a livelli spesso sconosciuti a diffusori ben, ma ben, più costosi. E il rock? Il rock classico? Ascoltate “Thick as a Brick” (CD), se potete allontanatevi un po’ dal punto d’ascolto preferenziale (non so quale sia il vostro, il mio è a circa 2.5 m dal centro virtuale dei diffusori) e scoprirete la stanza riempirsi di suono, di suono “live” anche se l’album è registrato in studio. La prima parte dell’opera dei Jethro Tull tutta giocata sul contrasto violento tra delicati pianissimo acustici e potenti pieni strumentali elettrici, con intervalli dinamici (lo so bontà della registrazione varia da edizione a edizione, cercate la prima o quella del “giubileo”) davvero notevoli, spettina piacevolmente (ad averceli) i capelli, colpisce con basso e batteria allo stomaco, delizia nei solo di flauto di Ian anderson e nelle bellissime sequenze di accordi di Martin Balin. Stesso discorso per Trilogy di Emerson, Lake and Palmer, “In the Beginning”: chitarra impressionantemente vera, batteria tosta e nitidissima, moog…e come si fa a definire il suono del moog? Straordinariamente “elettronico” e coinvolgente, con la voce in primo piano, nitida e le parole perfettamente intellegibili, così come l’umidità della gola di Greg Lake.

     

    La classica? La classica l’affrontano con la medesima forza e naturalezza con cui affrontano il rock: le grandi masse orchestrali sono presentate con forza e magnificienza, la matassa musicale viene dipanata con una facilità impressionante. E’ straordinario il lavoro che fa il driver a compressione caricato a tromba, specie tagliato così in basso, ma è straordinario anche il lavoro dei due piccoli woofer, che pompano e scendono, pompano e scendono, senza mai accusare, nemmeno se alla mia adorata “Settima” diretta da Klemperer sostituisco una più pimpante (da me non amatissima, almeno non i tutti i movimenti, ma comunque importante) “Fantastica” di Berlioz in edizione Reference Recordings (LP) – sto usando alcuni esempi, ma ci tengo a precisare che il complesso del giudizio di ascolto è stato formato attraverso l’ascolto in grandissima maggioranza di LP, SACD e CD di normalissima produzione) alcuna difficoltà dinamica e senza nemmeno impastare o strillare. In somma come farebbe, e senza questo grado di emozionalità, una coppia di diffusori di quelli che normalmente vengono considerati ineccepibili e dunque adattissimi alla riproduzione dei generi, così si dice “più impegnati”.

     

    Peraltro se scendo di scala dinamica, o meglio di ampiezza degli intervalli dinamici e di masse strumentali, e passo alla musica da camera e a quella antica, il risultato non cambia di una virgola: la voce di emma Kirby nel bellissimo Stabat Mater di Pergolesi in edizione Oiseau Lyre, si staglia perfettamente centrata e statuariamente indicando l’altezza della cantante, perfettamente al centro della scena, gli archi barocchi sono semplicemente incantevoli, delicati e talvolta meravigliosamente stridenti.

     

    Posso ancora andare avanti a lungo, ma poi serve? Cioè, quel che vi voglio dire è che vi sto parlando di un diffusore veramente insolito, che non avrei nessun problema a mettermi in casa come diffusore di riferimento. E’ come avere in un solo corpo Jeckil e Hyde, una JBL professionale di quelle toste e, che posso dire per non far riferimento che potrebbero essere sgradito a qualcuno? Una B&W DM6 (per i lettori più giovani, grande indimenticabile e indimenticato- ancora molti appassionati lo usano con grande soddisfazione- diffusore di metà anni ’70 celebrato per la sua naturalezza, la sua neutralità, la sua “serietà” sonora).

     

    Sono curiosissimo a questo punto, di ascoltare, e qui mando un messaggio a Kenwood Italia, il modello maggiore, lo Studio 590 con i woofer da 20 cm… Voglio sentire se la maggior discesa in basso e il probabile ulteriore punch non vengono ottenuti a discapito del miracoloso equilibrio che caratterizza gli Studio 580.
    Coloriture? Una leggera coloritura sulle medio-alte c’è, indubbiamente, ma è del tutto marginale. Insignificante, anzi, probabilmente contribuisce all’eccezionale fascino di questo diffusore.

     

    No non mi sono dimenticato: con che l’ho ascoltato? Con tutto quello che ho in casa al momento due giradischi Luxman PD 444 con bracci Grace 565F (12”) , Micro Seiki MA 505 (9”), Denon DA 308 (12”), Fidelity Research FR 64 S (10”), testine Madrigal Carnegie Two, Klipsh MCZ7, Denon DL 103S, Sony XL 55 Pro.Pre phono vari, step up vari, Lettori digitali Bel Canto CD 2 e Oppo DV983H, preamplificatori Luxman C1010 e Luxman CL 34, finali di potenza Luxman M 4000 e Luxman M 1500, amplificatori integrati Luxman L10, Nad 3020A, Marantz MA 6500, Unison Simply Two cavi si segnale Van Den Hul D 102 MK III, Tokho Reference, Shinpy Black Hole, Klimo Eis e Dis, cavi di potenza ART FG 3000 by Yamamura.

     

    Sono andati benissimo con praticamente tutto: ovviamente meglio che mai con la coppia grande Luxman (per vent’anni snobbata dalla critica, ma che vi assicuro suona eccesionalmente, non a caso l’ha progettata un tale che si chiama  benissimo con il piccolo e sempre validissimo L10, fantasticamente con il McIntosh Ma 6500 (presto rimpiazzato dall’MA 5200 che avremo presto in prova) senza trasformatori d’uscita (e già penso a un’ipotetica, ma non troppo “classifica” e a un impianto completo con una buona sorgente, un Mac 5200 o 6500 e gli Studio 580, roba da far piangere impianti che una volta (con la lira) si definivano “milionari”.

     

    Conclusioni

    Cosa posso dire per il finale, per il gran finale?... “Sonano da paura”. Una coppia di diffusori davvero straordinari, universali, efficienti, che tengono una gran potenza, in grado di emozionare e deliziare, di coinvolgere mente e corpo, eccezionalmente lineari, in grado di scendere molto in basso, di offrire un grande punch e insieme una delicatezza e una raffinatezza da grand gourmets dell’ascolto, belli, ben costruiti, venduti ad un prezzo che non esito a definire, ridicolo, rispetto alle prestazioni, alla costruzione, alla tecnologia impiegata.  E che purtroppo raramente vedremo in grandi impianti (ma faranno la gioia di chi ha buone amplificazioni, anche non costosissime e buon gusto) proprio per il prezzo…Ma magari in questi tempi di crisi anche gli audiofili hanno smesso di fare gli snob.

     

    N.B.: nel prossimo fascicolo un “addendum” con aggiunta di altri amplificatori e note di ascolto sulle differenti accoppiate.

     

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      La vera magia che compie il Carnevale è quella di fermare il tempo: almeno per qualche giorno si può dimenticare il quotidiano e lasciarsi trasportare in un mondo fantastico, ritornare bambini inventarsi battaglie a colpi di coriandoli e volare con la fantasia in quei mondi fatti di streghe, elfi, draghi, fate, creature misteriose che evocano personaggi mitologici o del futuro che viaggiano nel nostro inconscio: DES MONDES FANTASTIQUES!

      Questo è stato il tema dell’ 86esimo Carnevale di Menton durante la tradizionale e celebre Fête du Citron che ha richiamato una gran folla entusiasta un po’ da tutto il mondo.

      Domenica eravamo 240000 e, alla fine, tutti eravamo cosparsi di “confettis” (coriandoli). Moltissimi i controlli e massiccia la presenza dei gendarmi ma,  più importante ed evidente, era la voglia di fare festa e divertirsi tutti insieme... no, non c’erano gilets jaunes ma tanti...citrons jaunes che, volentieri,  giocavano e si facevano fotografare soprattutto con i bambini. La temperatura era quasi estiva, il sole splendeva e, nel cielo, neanche una nuvola! Dopo la burrasca dei giorni scorsi, anche il mare si era calmato. La scenografia era quindi perfetta!

      Prima di partire con le foto delle cartoline, però, leggete il lato B, quello che vi racconta qualcosa sulle origini e la storia di questa bella festa, e probabilmente scoprirete qualche notizia interessante. Buon divertimento!

       

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      L’idea del Carnevale a Mentone, fino allora legato a quello di Nizza, è venuta all'inizio del 1900 ad opera di alcuni albergatori che volevano alimentare e intrattenere i villeggianti durante la stagione in cui era tradizione che re, principi, nobili, imprenditori, artisti e ricchi borghesi venissero su “la Côte” a trascorrere qualche salutare settimana al mare cercando anche di curare quel triste mal sottile che era la piaga del tempo. 

      Il Carnevale di Nizza, antichissimo e risalente addirittura al XIII secolo, era l’appuntamento ideale con la sua famosa Parade e i fantastici fuochi artificiali che chiudevano i festeggiamenti . Anche la regina Vittoria partecipò alla manifestazione nel 1882. 

      Una simpatica curiosità: durante questo periodo, nella seconda serata, si svolgeva una famosa e attesa gara, retaggio genovese, che era chiamata dei “Moucouleti”.

      In realtà, come racconta la storia, questa serata presentava un gioco molto divertente dedicato agli innamorati: i giovani tenevano in mano una candela accesa mentre le ragazze la portavano ugualmente ma tenendola, con la mano alzata, sulla testa. Il combattimento consisteva nel cercare, soffiando, di spegnere a vicenda la candela degli avversari mantenendo accesa la propria. Anche le ragazze cercavano di spegnere quella di quei corteggiatori che non gradivano o quelle delle rivali. Quelli che riuscivano a mantenere il moccolo acceso cercavano poi di spegnere quello della ragazza di cui erano innamorati: se ci riuscivano avevano in premio il bacio della fanciulla amata.

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      Intanto, nel 1929, quando si diceva che Mentone fosse il primo produttore di limoni del continente, un albergatore decise di allestire una Mostra di Fiori e di Agrumi  nel giardino dell’Hotel Riviera. L’esposizione riscosse un notevole interesse tanto che, a poco, si sviluppò sempre di più arricchendosi di carretti decorati di agrumi, piante di agrumi e bancarelle disseminati qua e là per la cittadina con graziose majorettes abbigliate in costume. 

       

      Finalmente, la vera FÊTE du CITRON nacque nel 1934 e diventò una manifestazione indipendente dal Carnevale di Nizza, offrendo un proprio défilé “al limone”!

      Nel 1936 apparvero  i primi  manifesti e la Festa si trasferì nei pressi del Casinò, nei giardini pubblici Biovès: qui nacquero le prime creazioni con l’utilizzo di 10000 limoni e 12000 arance: il tema era un omaggio al territorio.

      .

      Da allora, ogni anno, in autunno, viene deciso il tema per il prossimo Carnevale, tuttavia, come succede per tutti gli eventi, alcuni anni sono stati felici e altri meno sia per cause climatiche (anni di forti piogge e addirittura neve nel 1956!) che politiche, come il 1991, soppresso per motivi di sicurezza a causa della guerra del Golfo.

      Ecco le tappe principali e alcuni dei temi importanti che sono stati sviluppati nel corso degli anni passati:

      Nel 1959 gli agrumi dei carri non vengono più infilzati in lunghi spilloni ma ancorati e legati tra loro per mezzo di elastici. Quest’anno ne sono serviti 750000!

      Nel 1973, in omaggio a Jules Verne e allo sbarco sulla luna, il tema è stato: “Dalla Terra alla Luna”; a Jules Verne si ritornerà nel 2013 con “ Il giro del mondo in 80 giorni”.

      Dal 1995 al 1999 i temi sono dedicati agli eroi dei fumetti : Asterix, Obelix, Tintin, Lucky Luke, personaggi di Walt Disney e del film “Fantasia”.

      Nel 2000 sfilano per la prima volta i carri di agrumi articolati nei movimenti.

      Nel 2002 il tema è italiano : Pinocchio.

      Molte edizioni, invece,  hanno scelto temi geografici che spaziano nei viaggi e vanno dalla Cina all’India, a regioni europee e grandi isole.

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      Occupandoci di questioni più pratiche, viene spontaneo domandarsi da dove vengano ben 140 tonnellate di agrumi, quantità impossibile per un comprensorio così piccolo... E poi, se i limoni di Mentone sono così speciali e pregiati, perché sciuparli nella creazione dei carri? E dove finiranno alla fine del Carnevale?Chi li fa e chi li disfa?

      Eccomi qua a cercare di dare una risposta a queste domande che io, come voi, suppongo vi siate posti!

      Allora, da quel che ho saputo, nessuno degli agrumi impiegati proviene dal territorio e neppure dalla Francia! Arrivano in maggioranza dalla Spagna, dal Marocco e, forse anche un po’ dall’Italia e altri Paesi del Mediterraneo. Delle più di 140 tonnellate, acquistate dal Comune, 100 servono per decorare il Jardin, la cui visita costa 12€ e che ospita le strutture immobili. Un po’ più di 30 invece servono per allestire i carri della sfilata ( per assistere i costi vanno dai 10, in piedi ai 25 €, seduti in tribuna) e il restante per risistemare quelle che, nel corso di quindici giorni, periodo della durata della manifestazione, si deteriorano. Alla fine, quando si smontano gli allestimenti, gli agrumi vengono svenduti, per pochi euro, in sacchetti che le famiglie acquistano ( ma solo in parte, circa 6 o 7 tonnellate), per divertirsi creando giochi per i bambini o dilettandosi, a loro volta, in piccole creazioni. Uno dei giochi più comuni è quello di creare piramidi e, sempre con gli agrumi, bombardarle per vedere chi riesce ad abbatterne il maggior numero.

      Va detto che questi agrumi non sono di grande qualità e che, difficilmente si sarebbero venduti perché magari trattati con prodotti non conformi alle norme relative all’alimentazione. Restano comunque dubbi su altri eventuali usi.

      Dalla preparazione allo smantellamento, ogni anno, vengono assunte dal Comune centinaia di persone tra cui molti studenti e pensionati che si avvicendano nei vari compiti.

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      Adesso però divertitevi e rilassatevi guardando un po’ di cartoline che arrivano fresche fresche dalla festa del 24 febbraio scorso! Alla sfilata però, lo vedrete, non c’erano solo i carri di agrumi, 10 in tutto, ma parecchie altre attrazioni si susseguivano con performances di acrobati e artisti di strada, animali gonfiabili giganti, danze tipiche eseguite dalle simpatiche e bellissime rappresentanti dei Territori d’Oltre Mare, dame e cicisbei della Commedia dell’arte, violiniste, robot, maschere varie, velocipedi, carri meccanici di mostri  giganteschi che sparavano neve e coriandoli o che sbuffavano fumo dalle narici... Fantasie oniriche di ogni età e di ogni tipo...senza tempo, insomma, come le mie cartoline!CA3.thumb.JPG.3afa2e46908c76f0e59b25d76283c265.JPGCA4.thumb.JPG.c6858f40433065d8e276d242cd62156f.JPGCA5.thumb.JPG.98077b8241b9b351262ff0b891ee259a.JPGCA7.thumb.JPG.29bf76c49f543035cf6d648deaab51d0.JPG

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      .

      Purtoppo la mia carrellata finisce qui, con la Chimère... lo spazio è tiranno e io avevo ancora un po' di cartoline... vedremo se mi sarà possibile inserirne altre prima o poi...per ora restano alcuni spazi vuoti...Peccato!

      BUON CARNEVALE A TUTTI!!! 

      IMPORTANTE! Sono riuscita a postare qui sotto, in altri post successivi...  😁

       

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    2. - Sssh, la senti a questa? Questa, quando veniva 'nterra Brucculin', faceva piangere i meglio gangstèr a tanto di lacrime! Gilda Mignonette, la conosci?
      - No.
      - E che ci campi a fare?

      (dialogo dal film I Magliari, diretto da Francesco Rosi nel 1959)

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      Nel film il jukebox suonava 'A cartulina 'e Napule, del 1927, musicata da Giuseppe De Luca su testo di Pasquale Buongiovanni, entrambi emigranti a New York, interprete è Gilda Mignonette.
      Era chiamata la Regina degli emigranti dalle colonie italo-americane, Gilda Mignonette nata nella Duchesca nel 1886, forse la prima music star della musica napoletana. Il suo successo fu lungo e travolgente, dall'Argentina agli Stati Uniti.
      Nel 1953 sentendo arrivare la fine, volle essere condotta a Napoli, chi nasce a Napule 'n ce vo' muri', si dice. Non ci riuscì, morì a ventiquattro ore da Napoli sulla transoceanica "Homeland", sul certificato di morte vennero riportate le coordinate del punto in cui si spense, latitudine 37° 21' Nord e longitudine 4° 30' Est.
      E allora, immergiamoci nella New York del 1927 e godiamoci la grande Gilda. A presto e sempre senza nulla a pretendere.

       

    3. Scendo alla prossima

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      dopo il primo blog sugli organi da strada Olandesi, , mi sembra naturale proseguire la strada della musica riprodotta “in altra maniera”.
      Organi da strada… carini, vero? 
      E i JukeBox? Sicuramente un oggetto che molti di noi conoscono.
      Tre le marche fondamentali:
      Wurlitzer, Seeburg,  Rock-Ola
      E mica parliamo di “macchinette” eh…! La diffusione di queste macchine era, dal 1930 al 1960, molto vasta.
      Tanti locali pubblici, e non di certo solamente negli USA, ne avevano uno.
      Pensate che nel solo anno 1936 la Wurlitzer  riuscì a vendere più di 40.000 jukebox…
      Era stata la ditta Ami a produrre il primo vero fonografo a moneta che fu messo sul mercato nel lontano 1927.  Questa azienda aveva un certo nome come produttore di pianoforti automatici…

      Non riuscì a diventare marchio leader negli States. Cosa che però, gli riuscì in Europa.
      Nel 1933 (quindi 3 anni dopo la AMI) la Wurlitzer presentò il suo primo apparecchio, col quale si poteva selezionare uno dei dischi inserito in questo “mobile” (che, inizialmente, era fatto di legno).


      Quella di poter selezionare il brano che si voleva ascoltare si rivelò subito una scelta vincente.
      In pochi anni anche Seeburg  e Rock-Ola riuscirono ad affermarsi sul mercato. 
      Il mobile di questi apparecchi prodotti in quegli anni erano fatti di legno.
      I dodici (ma c’erano anche modelli con una selezione/offerta più piccola…) dischi erano, visto il periodo,  a 78 giri.  I dischi erano disposti in una pila verticale dalla quale di volta in volta venivano estratti e “suonati”. 

      Fu la ditta Seeburg a sposare, prima di tutti, il “KITSCH”, tipo di design che ha reso famosi questi aggeggi. Non vi è dubbio alcuno che il grande successo di vendita fu anche per i vari mobili, cromature, colori, plastiche  illuminate. 
      Interessante sapere che questi JukeBox raramente venivano venduti ai locali, bar, ristoranti ecc. 
      Si preferiva venderli ai noleggiatori, che noleggiavano ai locali pubblici le ultime novità. Tempo un anno, e la macchina passava dai grandi locali ai bar più piccoli, poi nelle cittadine meno grandi, infine nei locali di campagna.

      Questi bar e ostelli erano l’ultimo anello della catena… quando arrivava un nuovo modello, con ancora più luci, colori, scelte e stranezze varie, il jukebox, spesso ancora perfettamente funzionante, veniva distrutto. 
      Consumismo, si chiama. Ne sappiamo qualcosa anche noi, adesso….. 😁
      Comunque sia… fu nel 1940 che ebbe inizio la produzione di Jukebox  ad arco. Erano sempre stati squadrati, prima. Fu una grande idea, tant’è che i dieci anni successivi i jukebox prodotti avevano tutti, più meno, la stessa forma. 
      Non sarebbe completamente giusto però, scrivere “10 anni successivi”, perché negli anni della seconda guerra mondiale i vari Seeburg, Wurlitzer, Ami e Rock-Ola furono, più o meno, costretti a convertire i macchinari di produzione alla fabbricazione di materiale bellico.
      Così fu che  molti vecchi JukeBox che prima della guerra venivano distrutti perché “non più di moda”, durante la guerra venivano dismessi in grandi magazzini. Così si potevano recuperare dei pezzi di ricambio; 



      Un pezzo unico, una meccanica unica, fu la svolta che fece di Wurlitzer il marchio leader. Cambiava la carrozzeria, ma la meccanica restava pressoché uguale.
      In pratica… si teneva il mobile originale, ma si cambiavano il design e le dimensioni esterne….. 
      I costi diminuirono e….così i locali più modaioli e lussuosi ebbero sempre dei jukebox nuovi, che però… erano sempre gli stessi,  a livello tecnico;  cambiava solo il mobile esterno nella sua veste estetica!
      Dopo la guerra 1939/1945, l’entusiasmo per i JukeBox cresceva in tal modo che era davvero difficile trovare un locale pubblico che non ne avesse uno.  

      Non si dipendeva più solo dai brani musicali proposte dalle radio, o, per i più fortunati, da qualche disco che si poteva avere in casa… coi vari Seeburg, Rock-Ola, Ami e Wurlitzer (e altri nomi…) se volevi ascoltare il brano preferito era sufficiente inserire una monetina e… l’ascolto era fatto  😜
      Ovviamente era anche un bel mercato per l’industria discografica… (a propò… qualcuno si ricorda del “FestivalBar” che si faceva, una volta all’anno, nell’Arena di Verona? La classifica finale si basava sulle selezioni effettuate da chi inseriva 100 lire <200 ?>  Chi si ricorda più, sic!)… 
      Io, nel mio piccolo, ho sempre dubitato che fosse un conteggio vero e non pilotato, ma questo è un altro discorso… 🙄


      IL nome JUKE BOX non si sa di preciso da dove venga… esistono più teorie, probabilmente tutte vere… Fatto sta che avere la possibilità di avere un mobile che riproduceva musica, e magari pure quella più popolare, non fu molto ben vista dai musicisti.
      Del resto… i musicisti suonavano per guadagnarsi da vivere, stavano sul palco, anche se improvvisato, nei bar, e suonavano… Vedersi sostituiti da una macchina “infernale come questa…. " significava dover cercare altri luoghi dove poter guadagnare suonando… oppure… erano costretti a cambiare lavoro o diventare musicista da strada…  (rubare il lavoro lo si può fare/interpretare in molti modi…..) .


       

      Dite la verità, qui, forse, siamo tutti audiofili… sì, ma anche un po’ nostalgici… (o no???)
      Chi di noi non avrebbe voglia, entrando in un bar, di inserire una moneta nella fessura, selezionare qualche brano e ascoltare quel suono di “poca fedeltà” ma molto fascino?
      Chissà… magari nel bar si trovano delle ragazze  e voi potreste invitarle a ballare…  roba d’altri tempi? be', sì… certo. Ma … a voi non piacerebbe averne uno, in casa? 
      Se vi interessa (e se avete lo spazio necessario…) cercate sul web… troverete molti JukeBox usati/garantiti/originali in vendita… non costano poco, OK, … ma… volete mettere?

      PS… avevo scritto queste righe più di un mese fa, per poi dimenticarmene (…) l’altro giorno sono andato al museo “Nicolis” di Villafranca Veronese, e lì ci sono esposti 4/5 jukebox originali, (e anche... udite udite, qualche organo da strada di cui parlavo tempo fa...) molto belli. 
      E … mi è venuto voglia di riaprire  queste righe…
       

      Vedo di inserire qualche foto, grazie per la lettura

       

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      esistono delle belle letture sull'argomento, spesso hanno delle belle immagini.

      Molto di ciò che ho scritto l'ho preso da questo bellissimo libro. Ve lo consiglio... (contiene anche un CD di musiche del JukeBox_Time...)

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