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    JBL Studio 580, "sonano da paura”!

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    Di Bebo Moroni

     

    Introduzione

    E va bene, ve l’ho fatta aspettare assai questa recensione delle JBL 580 (adesso i forumisti che avevano giocato con me all’indovinello - http://forum.videohifi.com/discussion/320097/sonano-da-paura#Item_124 -, sanno di cosa si…parlava), ma non poteva essere che così. E man mano vi spiegherò perché. E mi perdonerete, ne sono sicuro, l’espressione in slang romano, magari non elegantissima ma efficace.

     

    Partiamo dal fatto che sebbene sin dal primo istante di funzionamento si senta chiaramente la grande stoffa che ricopre il suono di questa snella colonna da pavimento, questi diffusori (e c’è ancora chi dice che non esiste il rodaggio dei componenti, dei diffusori poi…) hanno bisogno di essere ben rodati, molto ben rodati. E ancora, sembra la fiera delle contraddizioni, ma capirete che è tutt’altro, benchè non soffrano molto del posizionamento in ambiente (e io lo dico sempre che un componente che suona bene, suona bene anche in mezzo alla stanza a testa in giù) meglio vengono collocate e ancor meglio suonano. E ho perso molto tempo a posizionarle, perché pur essendomi come sempre armato di scotch di carta e avendo segnato i vari tentativi sul pavimento, avevo delle difficoltà a capire quale fosse, esattamente la collocazione in cui rendevano al massimo. Eh si, perché in ciascuna delle posizioni rintracciate, c’era qualcosa di particolarmente buono, di quelle cose che ti fanno chiedere…Ma sarà io che ormai sono suggestionato (essendo anch’io nonostante le migliaia di componenti provati un essere umano) oppure messe così…Però anche messe così.. e spostate un metro avanti…ma anche posizionate in prossimità della parete di fondo…E il tappo che attenua il reflex ce lo metto o non ce lo metto?
    Si perché, badate bene, quando hai un componente di questo pregio, e che per di più costa un prezzo conveniente hai l’obbligo, specie se pretendi di presentarlo al pubblico, di farlo rendere al massimo delle sue possibilità, e il dubbio è cosa estremamente sana nella nostra passione.

     

    1. Design e costruzione

    Ma cominciamo proprio dall’inizio: un consiglio, quando decidete di sballare questi diffusori, assicuratevi che ci sia un’altra persona in casa. E non tanto per il loro peso che è ragionevole, quanto per il fatto che i maghi degli imballaggi (e non sto scherzando, la tecnica di confezione e imballaggio si studia nei corsi avanzati degli istituti di design e anche in qualche università) sono diventati, evidentemente, nel gruppo Harman International, talmente bravi da aver concepito un imballo semplice ma a prova di bomba. E anche a prova di sballatori intensivi come il sottoscritto. Insomma, sostanzialmente c’è una scatola di cartone e dentro di questa due quadratoni forati di cartone e trafilato di foam che tengono il diffusore assolutamente fermo e a prova di trasporto “duro”. E lo tengono talmente fermo che se qualcuno non tiene lo scatolone e l’altro non tira con forza, le Studio 580 dalla loro imbattibile protezione, non escono. Nemmeno con un miracolo.

     

    Fatto questo vi troverete davanti due, come detto, snelle torri, a mio avviso molto ben disegnate, a pianta trapezoidale (l’impronta si restringe nella parte posteriore, il pannello anteriore è un parallelepipedo piatto perfettamente innestato nel disegno digradante del mobile, guardando frontalmente o leggermente di lato, parrebbe un piccolo planare). Questa architettura consente di far si che il mobile non presenti, al suo interno, pareti parallele agli altoparlanti, eliminando così una buona parte delle riflessioni interne che contribuiscono in maniera piuttosto determinante al deterioramento delle prestazioni.

     

    Limpidamente eleganti, senza troppi fronzoli, hanno nel grosso incavo che forma la tromba bi-radiale, che ospita al suo interno il driver a compressione per le alte frequenze da 25mm,  il motivo estetico predominante. La griglia, giustamente, è posizionata sotto la linea inferiore della tromba, pericoli per il driver, proprio non ve ne sono, protetto anch’esso e posto, naturalmente, al fondo della tromba, bisognerebbe proprio mettercisi d’ingegno armati di un trapano. Ora si sa che certi audiofili proprio sani di mente non sono, ma non sino a questo punto. Per chi lo desidera c’è comunque a corredo una piccola griglia per la tromba, che io francamente non consiglio.

     

    La finitura è disponibile in nero (per chi desidera un impatto professional) o in ciliegio (essenza che ormai detesto, ma non posso incolpare la JBL, tutti vogliono la finitura in ciliegio, è un fatto a cui mi dovrò abituare). Quelle in prova sono finite in ciliegio naturale e devo dire grazie al contrasto con il nero che la fa da padrone nel frontale, la mia avversione si è molto mitigata. L’oggetto, lo ripeto, è bello. Ad aiutarmi a sballarle è venuto mio figlio maggiore, che ormai di casse in casa ne ha viste di tutte le forme e di tutti i colori, e la prima cosa che ha detto è stata “che belle”!

     

     

    2. Suono

    Le abbiamo accese, e per tutti e due (oh, in fondo siamo due musicisti, e che diamine) suonavano molto bene. Ho detto a Jacopo: "possono suonare molto meglio di così". "Meglio di così papà?" "Si torna tra qualche giorno." E dopo qualche giorno era dopo qualche giorno ancora e le Studio 580 suonavano sempre meglio, ma io capivo (dopo tanti anni di questo mestieraccio hai dalla tua anche l’intuizione, o meglio la comprensione dei fenomeni sonori e della loro progressione) che potevano suonare ancora di più, ancora di più.

     

    E la recensione ritardava, e io mi appassionavo nel cercare di capire, come vi ho accennato, cosa succedesse ogni volta che le spostavo.  E c’era il rodaggio da finire, ma non potevo far uscire la recensione tra un anno (in realtà i tempi di valutazione, specie dei diffusori, si sono troppo ristretti per l’abbondanza di materiale da provare, ma qualche volta bisogna tornare all’antico e dilatarli. Io sono sicuro che il lettori capiranno), così sono ricorso a un vecchio trucco che non piacerà né al distributore, né al mio amico Quirino Cieri che del distributore è il responsabile, né alla JBL: una botta di potenza improvvisa da un piccolo amplificatore ad alta corrente: venti secondi a volume al massimo. Ho sofferto, ho temuto, ma le Studio 580 non hanno fatto una piega. E subito dopo la prova shock (non fatela mai!) hanno suonato in quella maniera che mi ha costretto a ritrovare subitaneamente le mie radici e ad esclamare “sonano da paura”!

     

    La serie Studio 5, nasce dall’esigenza di fornire al pubblico degli appassionati JBL (ma come vedremo questo diffusore è in grado di soddisfare massimamente un pubblico che va ben al di là di quello dei classici appassionati JBL) con prestazioni da JBL Professional, ma costi e ingombri da diffusore normale. La serie è composta da 6 modelli, il bookshelf Studio 530, a due vie sempre con tweeter a compressione e tromba bi-radiale e singolo woofer da 13,5 cm (utilizzabile, appunto, come diffusore da scaffale o come diffusore laterale/posteriore in impianti HT), il modello 570 da pavimento con doppio woofer da 13,5, il modello 580 in prova che dispone di doppio woofer da 16 cm, più (per gli amanti dell’Home Theater), il modello maggiore, lo Studio 590 con doppio woofer da 20 cm, un canale centrale, lo Studio 520c con doppio mid-woofer da 10cm, e il subwoofer SUB 550P con woofer da 25 cm, in grado di sopportare 500 watt di potenza continua.

     

    Lo Studio 580 come detto, ha due woofer da 16,5 cm in PolyPlas, con struttura magnetica a  Geometria Simmetrica di Campo (SFG), flangia in pressofusione e sospensione in gomma, schermati magneticamente accordati in reflex, e un driver a compressione da 2,5 cm con magnete in neodimio, caricato con tromba bi-radiale in acrilico iniettato di vetro. Il crossover taglia a 1.5 Khz. Il punto di crossover collocato così in basso, come vedremo è uno dei segreti del suono degli Studio 580.

     

    Il driver delle alte frequenze è realizzato in un unico stampo, assieme alla sospensione, di Teonex. Un polimero di naftalato di politilene particolarmente rigido in grado, a detta della casa, di avere una riposta lineare e massimamente pulita anche su frequenze più basse di quelle comunemente impiegate (2.5 KHz o giù di lì) nel taglio di un tweeter. D’altra parte la casa americana da svariati anni conduce una sua personale fatica nella ricerca e nello sviluppo di nuovi materiali (potremmo ricordare il diaframmi a matrice ceramico-metallica, i woofer Aquaplas e i PolyPlas presenti in questa serie, i driver in puro berillio con magnete al neodimio e via cantando (mai questo modo di dire fu più azzeccato).

     

    La riposta dichiarata delle Studio 580 è estesa da 40 Hz a 40 Khz (-6dB)il che significa, per i meno esperti che i 40 Hz in basso sono effettivi, mentre in alto la risposta comincia a digradare dai 35 Hz più o meno, in maniera dolce. Niente male…

     

    Il mobile appare estremamente solido e sordo (e i 22.5 Kg di peso a cassa trattandosi di un diffusore di dimensioni molto ragionevoli, lo dimostrano) e dispone naturalmente di doppi connettori dorati per il biwiring o per la biamplificazione passiva. Lo sviluppo totale del mobile è di 106,9 cm in altezza, 25 in larghezza e 34,9 in profondità. Il mobile, di fabbrica è dotato di pratici e ben disegnati piedoni in materiale sintetico antirisonanza, ma a corredo ci sono le classiche punte coniche, oltre ai già menzionati tappi in spugna sintetica per attenuare l’uscita del reflex (che possono sicuramente rivelarsi utili in determinati ambienti e per determinati ascoltatori, riducendo la presenza del basso, ma che io dopo aver provato- ovviamente- non ho utilizzato, se è per questo nemmeno le punte perché ci tengo al paquet ma anche perché l’impressione è stata quella che anziché funzionare da sistema antivibrazioni, e probabilmente grazie alla bontà e alla solidità del mobile, smagrissero il bel basso delle 580).

     

    3. Ma insomma: “come sonano”?

    Suonano sorprendentemente bene, suonano incredibilmente bene se si pensa alla categoria, ma in assoluto suonano decisamente bene, anche in catene di molte pretese.

     

    La prima impressione, che poi si stabilizzerà nel tempo e nei vari posizionamenti (ah, dimenticavo, nel mio salone abbastanza grande - 110 mc circa- il posizionamento finale è con i diffusori posti a circa 1.50 m dalla parete di fondo, a 50 dalle pareti laterali, angolate di circa 30° verso l’ascoltatore, ma voi cercato il vostro “sweet point” caso per caso) è di grande neutralità e pulizia, quello che solitamente, anzi tradizionalmente (spesso superstiziosamente) non ti aspetti da un diffusore caricato a tromba. Se dovessi fare dei paragoni, a tutta prima le Studio 580 assomigliano, per la correttezza e la grazia nel porgere il messaggio sonoro, alle ormai storiche Monitos Audio Studio 2’ SE e alle Dali Diva Grand, diffusori estremamente corretti ma anche capaci di essere emozionanti. Ecco, rispetto a questi le Studio 580 hanno una capacità di emozionare di livello superiore, cioè non voglio dire che emozionano un po’ di più, ma proprio utilizzare quel termine “superiore” come si utilizza per i vini o per i Cognac. E’ una sensazione singolare, come spiegarla a parole? E’ come avere a disposizione uno strano animale che è insieme neutro e delicato, e rabbioso e fortemente dinamico. Dipende dalla musica che gli fate riprodurre, quasi esclusivamente da quella. Il basso è presente ma mai invadente, potente, viscerale, fisicamente coinvolgente e insolitamente profondo per un diffusore di queste dimensioni.

     

    Sono diffusori che emozionano, ma vanno ben oltre l’emozione, raccontano, con dovizia di particolari e con assoluta naturalezza, la musica. E te ne fanno ascoltare tantissima. Metto l’edizione audiophile in vinile da 220 g. di Kind of Blue di Miles Davis, e sento chiaramente la tromba soffiare, stridere, carezzare…E’ Miles, non c’è dubbio e Kind of Blue viene narrato a livelli spesso sconosciuti a diffusori ben, ma ben, più costosi. E il rock? Il rock classico? Ascoltate “Thick as a Brick” (CD), se potete allontanatevi un po’ dal punto d’ascolto preferenziale (non so quale sia il vostro, il mio è a circa 2.5 m dal centro virtuale dei diffusori) e scoprirete la stanza riempirsi di suono, di suono “live” anche se l’album è registrato in studio. La prima parte dell’opera dei Jethro Tull tutta giocata sul contrasto violento tra delicati pianissimo acustici e potenti pieni strumentali elettrici, con intervalli dinamici (lo so bontà della registrazione varia da edizione a edizione, cercate la prima o quella del “giubileo”) davvero notevoli, spettina piacevolmente (ad averceli) i capelli, colpisce con basso e batteria allo stomaco, delizia nei solo di flauto di Ian anderson e nelle bellissime sequenze di accordi di Martin Balin. Stesso discorso per Trilogy di Emerson, Lake and Palmer, “In the Beginning”: chitarra impressionantemente vera, batteria tosta e nitidissima, moog…e come si fa a definire il suono del moog? Straordinariamente “elettronico” e coinvolgente, con la voce in primo piano, nitida e le parole perfettamente intellegibili, così come l’umidità della gola di Greg Lake.

     

    La classica? La classica l’affrontano con la medesima forza e naturalezza con cui affrontano il rock: le grandi masse orchestrali sono presentate con forza e magnificienza, la matassa musicale viene dipanata con una facilità impressionante. E’ straordinario il lavoro che fa il driver a compressione caricato a tromba, specie tagliato così in basso, ma è straordinario anche il lavoro dei due piccoli woofer, che pompano e scendono, pompano e scendono, senza mai accusare, nemmeno se alla mia adorata “Settima” diretta da Klemperer sostituisco una più pimpante (da me non amatissima, almeno non i tutti i movimenti, ma comunque importante) “Fantastica” di Berlioz in edizione Reference Recordings (LP) – sto usando alcuni esempi, ma ci tengo a precisare che il complesso del giudizio di ascolto è stato formato attraverso l’ascolto in grandissima maggioranza di LP, SACD e CD di normalissima produzione) alcuna difficoltà dinamica e senza nemmeno impastare o strillare. In somma come farebbe, e senza questo grado di emozionalità, una coppia di diffusori di quelli che normalmente vengono considerati ineccepibili e dunque adattissimi alla riproduzione dei generi, così si dice “più impegnati”.

     

    Peraltro se scendo di scala dinamica, o meglio di ampiezza degli intervalli dinamici e di masse strumentali, e passo alla musica da camera e a quella antica, il risultato non cambia di una virgola: la voce di emma Kirby nel bellissimo Stabat Mater di Pergolesi in edizione Oiseau Lyre, si staglia perfettamente centrata e statuariamente indicando l’altezza della cantante, perfettamente al centro della scena, gli archi barocchi sono semplicemente incantevoli, delicati e talvolta meravigliosamente stridenti.

     

    Posso ancora andare avanti a lungo, ma poi serve? Cioè, quel che vi voglio dire è che vi sto parlando di un diffusore veramente insolito, che non avrei nessun problema a mettermi in casa come diffusore di riferimento. E’ come avere in un solo corpo Jeckil e Hyde, una JBL professionale di quelle toste e, che posso dire per non far riferimento che potrebbero essere sgradito a qualcuno? Una B&W DM6 (per i lettori più giovani, grande indimenticabile e indimenticato- ancora molti appassionati lo usano con grande soddisfazione- diffusore di metà anni ’70 celebrato per la sua naturalezza, la sua neutralità, la sua “serietà” sonora).

     

    Sono curiosissimo a questo punto, di ascoltare, e qui mando un messaggio a Kenwood Italia, il modello maggiore, lo Studio 590 con i woofer da 20 cm… Voglio sentire se la maggior discesa in basso e il probabile ulteriore punch non vengono ottenuti a discapito del miracoloso equilibrio che caratterizza gli Studio 580.
    Coloriture? Una leggera coloritura sulle medio-alte c’è, indubbiamente, ma è del tutto marginale. Insignificante, anzi, probabilmente contribuisce all’eccezionale fascino di questo diffusore.

     

    No non mi sono dimenticato: con che l’ho ascoltato? Con tutto quello che ho in casa al momento due giradischi Luxman PD 444 con bracci Grace 565F (12”) , Micro Seiki MA 505 (9”), Denon DA 308 (12”), Fidelity Research FR 64 S (10”), testine Madrigal Carnegie Two, Klipsh MCZ7, Denon DL 103S, Sony XL 55 Pro.Pre phono vari, step up vari, Lettori digitali Bel Canto CD 2 e Oppo DV983H, preamplificatori Luxman C1010 e Luxman CL 34, finali di potenza Luxman M 4000 e Luxman M 1500, amplificatori integrati Luxman L10, Nad 3020A, Marantz MA 6500, Unison Simply Two cavi si segnale Van Den Hul D 102 MK III, Tokho Reference, Shinpy Black Hole, Klimo Eis e Dis, cavi di potenza ART FG 3000 by Yamamura.

     

    Sono andati benissimo con praticamente tutto: ovviamente meglio che mai con la coppia grande Luxman (per vent’anni snobbata dalla critica, ma che vi assicuro suona eccesionalmente, non a caso l’ha progettata un tale che si chiama  benissimo con il piccolo e sempre validissimo L10, fantasticamente con il McIntosh Ma 6500 (presto rimpiazzato dall’MA 5200 che avremo presto in prova) senza trasformatori d’uscita (e già penso a un’ipotetica, ma non troppo “classifica” e a un impianto completo con una buona sorgente, un Mac 5200 o 6500 e gli Studio 580, roba da far piangere impianti che una volta (con la lira) si definivano “milionari”.

     

    Conclusioni

    Cosa posso dire per il finale, per il gran finale?... “Sonano da paura”. Una coppia di diffusori davvero straordinari, universali, efficienti, che tengono una gran potenza, in grado di emozionare e deliziare, di coinvolgere mente e corpo, eccezionalmente lineari, in grado di scendere molto in basso, di offrire un grande punch e insieme una delicatezza e una raffinatezza da grand gourmets dell’ascolto, belli, ben costruiti, venduti ad un prezzo che non esito a definire, ridicolo, rispetto alle prestazioni, alla costruzione, alla tecnologia impiegata.  E che purtroppo raramente vedremo in grandi impianti (ma faranno la gioia di chi ha buone amplificazioni, anche non costosissime e buon gusto) proprio per il prezzo…Ma magari in questi tempi di crisi anche gli audiofili hanno smesso di fare gli snob.

     

    N.B.: nel prossimo fascicolo un “addendum” con aggiunta di altri amplificatori e note di ascolto sulle differenti accoppiate.

     

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