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    JBL Studio 580, "sonano da paura”!

    Di Bebo Moroni

     

    Introduzione

    E va bene, ve l’ho fatta aspettare assai questa recensione delle JBL 580 (adesso i forumisti che avevano giocato con me all’indovinello - http://forum.videohifi.com/discussion/320097/sonano-da-paura#Item_124 -, sanno di cosa si…parlava), ma non poteva essere che così. E man mano vi spiegherò perché. E mi perdonerete, ne sono sicuro, l’espressione in slang romano, magari non elegantissima ma efficace.

     

    Partiamo dal fatto che sebbene sin dal primo istante di funzionamento si senta chiaramente la grande stoffa che ricopre il suono di questa snella colonna da pavimento, questi diffusori (e c’è ancora chi dice che non esiste il rodaggio dei componenti, dei diffusori poi…) hanno bisogno di essere ben rodati, molto ben rodati. E ancora, sembra la fiera delle contraddizioni, ma capirete che è tutt’altro, benchè non soffrano molto del posizionamento in ambiente (e io lo dico sempre che un componente che suona bene, suona bene anche in mezzo alla stanza a testa in giù) meglio vengono collocate e ancor meglio suonano. E ho perso molto tempo a posizionarle, perché pur essendomi come sempre armato di scotch di carta e avendo segnato i vari tentativi sul pavimento, avevo delle difficoltà a capire quale fosse, esattamente la collocazione in cui rendevano al massimo. Eh si, perché in ciascuna delle posizioni rintracciate, c’era qualcosa di particolarmente buono, di quelle cose che ti fanno chiedere…Ma sarà io che ormai sono suggestionato (essendo anch’io nonostante le migliaia di componenti provati un essere umano) oppure messe così…Però anche messe così.. e spostate un metro avanti…ma anche posizionate in prossimità della parete di fondo…E il tappo che attenua il reflex ce lo metto o non ce lo metto?
    Si perché, badate bene, quando hai un componente di questo pregio, e che per di più costa un prezzo conveniente hai l’obbligo, specie se pretendi di presentarlo al pubblico, di farlo rendere al massimo delle sue possibilità, e il dubbio è cosa estremamente sana nella nostra passione.

     

    1. Design e costruzione

    Ma cominciamo proprio dall’inizio: un consiglio, quando decidete di sballare questi diffusori, assicuratevi che ci sia un’altra persona in casa. E non tanto per il loro peso che è ragionevole, quanto per il fatto che i maghi degli imballaggi (e non sto scherzando, la tecnica di confezione e imballaggio si studia nei corsi avanzati degli istituti di design e anche in qualche università) sono diventati, evidentemente, nel gruppo Harman International, talmente bravi da aver concepito un imballo semplice ma a prova di bomba. E anche a prova di sballatori intensivi come il sottoscritto. Insomma, sostanzialmente c’è una scatola di cartone e dentro di questa due quadratoni forati di cartone e trafilato di foam che tengono il diffusore assolutamente fermo e a prova di trasporto “duro”. E lo tengono talmente fermo che se qualcuno non tiene lo scatolone e l’altro non tira con forza, le Studio 580 dalla loro imbattibile protezione, non escono. Nemmeno con un miracolo.

     

    Fatto questo vi troverete davanti due, come detto, snelle torri, a mio avviso molto ben disegnate, a pianta trapezoidale (l’impronta si restringe nella parte posteriore, il pannello anteriore è un parallelepipedo piatto perfettamente innestato nel disegno digradante del mobile, guardando frontalmente o leggermente di lato, parrebbe un piccolo planare). Questa architettura consente di far si che il mobile non presenti, al suo interno, pareti parallele agli altoparlanti, eliminando così una buona parte delle riflessioni interne che contribuiscono in maniera piuttosto determinante al deterioramento delle prestazioni.

     

    Limpidamente eleganti, senza troppi fronzoli, hanno nel grosso incavo che forma la tromba bi-radiale, che ospita al suo interno il driver a compressione per le alte frequenze da 25mm,  il motivo estetico predominante. La griglia, giustamente, è posizionata sotto la linea inferiore della tromba, pericoli per il driver, proprio non ve ne sono, protetto anch’esso e posto, naturalmente, al fondo della tromba, bisognerebbe proprio mettercisi d’ingegno armati di un trapano. Ora si sa che certi audiofili proprio sani di mente non sono, ma non sino a questo punto. Per chi lo desidera c’è comunque a corredo una piccola griglia per la tromba, che io francamente non consiglio.

     

    La finitura è disponibile in nero (per chi desidera un impatto professional) o in ciliegio (essenza che ormai detesto, ma non posso incolpare la JBL, tutti vogliono la finitura in ciliegio, è un fatto a cui mi dovrò abituare). Quelle in prova sono finite in ciliegio naturale e devo dire grazie al contrasto con il nero che la fa da padrone nel frontale, la mia avversione si è molto mitigata. L’oggetto, lo ripeto, è bello. Ad aiutarmi a sballarle è venuto mio figlio maggiore, che ormai di casse in casa ne ha viste di tutte le forme e di tutti i colori, e la prima cosa che ha detto è stata “che belle”!

     

     

    2. Suono

    Le abbiamo accese, e per tutti e due (oh, in fondo siamo due musicisti, e che diamine) suonavano molto bene. Ho detto a Jacopo: "possono suonare molto meglio di così". "Meglio di così papà?" "Si torna tra qualche giorno." E dopo qualche giorno era dopo qualche giorno ancora e le Studio 580 suonavano sempre meglio, ma io capivo (dopo tanti anni di questo mestieraccio hai dalla tua anche l’intuizione, o meglio la comprensione dei fenomeni sonori e della loro progressione) che potevano suonare ancora di più, ancora di più.

     

    E la recensione ritardava, e io mi appassionavo nel cercare di capire, come vi ho accennato, cosa succedesse ogni volta che le spostavo.  E c’era il rodaggio da finire, ma non potevo far uscire la recensione tra un anno (in realtà i tempi di valutazione, specie dei diffusori, si sono troppo ristretti per l’abbondanza di materiale da provare, ma qualche volta bisogna tornare all’antico e dilatarli. Io sono sicuro che il lettori capiranno), così sono ricorso a un vecchio trucco che non piacerà né al distributore, né al mio amico Quirino Cieri che del distributore è il responsabile, né alla JBL: una botta di potenza improvvisa da un piccolo amplificatore ad alta corrente: venti secondi a volume al massimo. Ho sofferto, ho temuto, ma le Studio 580 non hanno fatto una piega. E subito dopo la prova shock (non fatela mai!) hanno suonato in quella maniera che mi ha costretto a ritrovare subitaneamente le mie radici e ad esclamare “sonano da paura”!

     

    La serie Studio 5, nasce dall’esigenza di fornire al pubblico degli appassionati JBL (ma come vedremo questo diffusore è in grado di soddisfare massimamente un pubblico che va ben al di là di quello dei classici appassionati JBL) con prestazioni da JBL Professional, ma costi e ingombri da diffusore normale. La serie è composta da 6 modelli, il bookshelf Studio 530, a due vie sempre con tweeter a compressione e tromba bi-radiale e singolo woofer da 13,5 cm (utilizzabile, appunto, come diffusore da scaffale o come diffusore laterale/posteriore in impianti HT), il modello 570 da pavimento con doppio woofer da 13,5, il modello 580 in prova che dispone di doppio woofer da 16 cm, più (per gli amanti dell’Home Theater), il modello maggiore, lo Studio 590 con doppio woofer da 20 cm, un canale centrale, lo Studio 520c con doppio mid-woofer da 10cm, e il subwoofer SUB 550P con woofer da 25 cm, in grado di sopportare 500 watt di potenza continua.

     

    Lo Studio 580 come detto, ha due woofer da 16,5 cm in PolyPlas, con struttura magnetica a  Geometria Simmetrica di Campo (SFG), flangia in pressofusione e sospensione in gomma, schermati magneticamente accordati in reflex, e un driver a compressione da 2,5 cm con magnete in neodimio, caricato con tromba bi-radiale in acrilico iniettato di vetro. Il crossover taglia a 1.5 Khz. Il punto di crossover collocato così in basso, come vedremo è uno dei segreti del suono degli Studio 580.

     

    Il driver delle alte frequenze è realizzato in un unico stampo, assieme alla sospensione, di Teonex. Un polimero di naftalato di politilene particolarmente rigido in grado, a detta della casa, di avere una riposta lineare e massimamente pulita anche su frequenze più basse di quelle comunemente impiegate (2.5 KHz o giù di lì) nel taglio di un tweeter. D’altra parte la casa americana da svariati anni conduce una sua personale fatica nella ricerca e nello sviluppo di nuovi materiali (potremmo ricordare il diaframmi a matrice ceramico-metallica, i woofer Aquaplas e i PolyPlas presenti in questa serie, i driver in puro berillio con magnete al neodimio e via cantando (mai questo modo di dire fu più azzeccato).

     

    La riposta dichiarata delle Studio 580 è estesa da 40 Hz a 40 Khz (-6dB)il che significa, per i meno esperti che i 40 Hz in basso sono effettivi, mentre in alto la risposta comincia a digradare dai 35 Hz più o meno, in maniera dolce. Niente male…

     

    Il mobile appare estremamente solido e sordo (e i 22.5 Kg di peso a cassa trattandosi di un diffusore di dimensioni molto ragionevoli, lo dimostrano) e dispone naturalmente di doppi connettori dorati per il biwiring o per la biamplificazione passiva. Lo sviluppo totale del mobile è di 106,9 cm in altezza, 25 in larghezza e 34,9 in profondità. Il mobile, di fabbrica è dotato di pratici e ben disegnati piedoni in materiale sintetico antirisonanza, ma a corredo ci sono le classiche punte coniche, oltre ai già menzionati tappi in spugna sintetica per attenuare l’uscita del reflex (che possono sicuramente rivelarsi utili in determinati ambienti e per determinati ascoltatori, riducendo la presenza del basso, ma che io dopo aver provato- ovviamente- non ho utilizzato, se è per questo nemmeno le punte perché ci tengo al paquet ma anche perché l’impressione è stata quella che anziché funzionare da sistema antivibrazioni, e probabilmente grazie alla bontà e alla solidità del mobile, smagrissero il bel basso delle 580).

     

    3. Ma insomma: “come sonano”?

    Suonano sorprendentemente bene, suonano incredibilmente bene se si pensa alla categoria, ma in assoluto suonano decisamente bene, anche in catene di molte pretese.

     

    La prima impressione, che poi si stabilizzerà nel tempo e nei vari posizionamenti (ah, dimenticavo, nel mio salone abbastanza grande - 110 mc circa- il posizionamento finale è con i diffusori posti a circa 1.50 m dalla parete di fondo, a 50 dalle pareti laterali, angolate di circa 30° verso l’ascoltatore, ma voi cercato il vostro “sweet point” caso per caso) è di grande neutralità e pulizia, quello che solitamente, anzi tradizionalmente (spesso superstiziosamente) non ti aspetti da un diffusore caricato a tromba. Se dovessi fare dei paragoni, a tutta prima le Studio 580 assomigliano, per la correttezza e la grazia nel porgere il messaggio sonoro, alle ormai storiche Monitos Audio Studio 2’ SE e alle Dali Diva Grand, diffusori estremamente corretti ma anche capaci di essere emozionanti. Ecco, rispetto a questi le Studio 580 hanno una capacità di emozionare di livello superiore, cioè non voglio dire che emozionano un po’ di più, ma proprio utilizzare quel termine “superiore” come si utilizza per i vini o per i Cognac. E’ una sensazione singolare, come spiegarla a parole? E’ come avere a disposizione uno strano animale che è insieme neutro e delicato, e rabbioso e fortemente dinamico. Dipende dalla musica che gli fate riprodurre, quasi esclusivamente da quella. Il basso è presente ma mai invadente, potente, viscerale, fisicamente coinvolgente e insolitamente profondo per un diffusore di queste dimensioni.

     

    Sono diffusori che emozionano, ma vanno ben oltre l’emozione, raccontano, con dovizia di particolari e con assoluta naturalezza, la musica. E te ne fanno ascoltare tantissima. Metto l’edizione audiophile in vinile da 220 g. di Kind of Blue di Miles Davis, e sento chiaramente la tromba soffiare, stridere, carezzare…E’ Miles, non c’è dubbio e Kind of Blue viene narrato a livelli spesso sconosciuti a diffusori ben, ma ben, più costosi. E il rock? Il rock classico? Ascoltate “Thick as a Brick” (CD), se potete allontanatevi un po’ dal punto d’ascolto preferenziale (non so quale sia il vostro, il mio è a circa 2.5 m dal centro virtuale dei diffusori) e scoprirete la stanza riempirsi di suono, di suono “live” anche se l’album è registrato in studio. La prima parte dell’opera dei Jethro Tull tutta giocata sul contrasto violento tra delicati pianissimo acustici e potenti pieni strumentali elettrici, con intervalli dinamici (lo so bontà della registrazione varia da edizione a edizione, cercate la prima o quella del “giubileo”) davvero notevoli, spettina piacevolmente (ad averceli) i capelli, colpisce con basso e batteria allo stomaco, delizia nei solo di flauto di Ian anderson e nelle bellissime sequenze di accordi di Martin Balin. Stesso discorso per Trilogy di Emerson, Lake and Palmer, “In the Beginning”: chitarra impressionantemente vera, batteria tosta e nitidissima, moog…e come si fa a definire il suono del moog? Straordinariamente “elettronico” e coinvolgente, con la voce in primo piano, nitida e le parole perfettamente intellegibili, così come l’umidità della gola di Greg Lake.

     

    La classica? La classica l’affrontano con la medesima forza e naturalezza con cui affrontano il rock: le grandi masse orchestrali sono presentate con forza e magnificienza, la matassa musicale viene dipanata con una facilità impressionante. E’ straordinario il lavoro che fa il driver a compressione caricato a tromba, specie tagliato così in basso, ma è straordinario anche il lavoro dei due piccoli woofer, che pompano e scendono, pompano e scendono, senza mai accusare, nemmeno se alla mia adorata “Settima” diretta da Klemperer sostituisco una più pimpante (da me non amatissima, almeno non i tutti i movimenti, ma comunque importante) “Fantastica” di Berlioz in edizione Reference Recordings (LP) – sto usando alcuni esempi, ma ci tengo a precisare che il complesso del giudizio di ascolto è stato formato attraverso l’ascolto in grandissima maggioranza di LP, SACD e CD di normalissima produzione) alcuna difficoltà dinamica e senza nemmeno impastare o strillare. In somma come farebbe, e senza questo grado di emozionalità, una coppia di diffusori di quelli che normalmente vengono considerati ineccepibili e dunque adattissimi alla riproduzione dei generi, così si dice “più impegnati”.

     

    Peraltro se scendo di scala dinamica, o meglio di ampiezza degli intervalli dinamici e di masse strumentali, e passo alla musica da camera e a quella antica, il risultato non cambia di una virgola: la voce di emma Kirby nel bellissimo Stabat Mater di Pergolesi in edizione Oiseau Lyre, si staglia perfettamente centrata e statuariamente indicando l’altezza della cantante, perfettamente al centro della scena, gli archi barocchi sono semplicemente incantevoli, delicati e talvolta meravigliosamente stridenti.

     

    Posso ancora andare avanti a lungo, ma poi serve? Cioè, quel che vi voglio dire è che vi sto parlando di un diffusore veramente insolito, che non avrei nessun problema a mettermi in casa come diffusore di riferimento. E’ come avere in un solo corpo Jeckil e Hyde, una JBL professionale di quelle toste e, che posso dire per non far riferimento che potrebbero essere sgradito a qualcuno? Una B&W DM6 (per i lettori più giovani, grande indimenticabile e indimenticato- ancora molti appassionati lo usano con grande soddisfazione- diffusore di metà anni ’70 celebrato per la sua naturalezza, la sua neutralità, la sua “serietà” sonora).

     

    Sono curiosissimo a questo punto, di ascoltare, e qui mando un messaggio a Kenwood Italia, il modello maggiore, lo Studio 590 con i woofer da 20 cm… Voglio sentire se la maggior discesa in basso e il probabile ulteriore punch non vengono ottenuti a discapito del miracoloso equilibrio che caratterizza gli Studio 580.
    Coloriture? Una leggera coloritura sulle medio-alte c’è, indubbiamente, ma è del tutto marginale. Insignificante, anzi, probabilmente contribuisce all’eccezionale fascino di questo diffusore.

     

    No non mi sono dimenticato: con che l’ho ascoltato? Con tutto quello che ho in casa al momento due giradischi Luxman PD 444 con bracci Grace 565F (12”) , Micro Seiki MA 505 (9”), Denon DA 308 (12”), Fidelity Research FR 64 S (10”), testine Madrigal Carnegie Two, Klipsh MCZ7, Denon DL 103S, Sony XL 55 Pro.Pre phono vari, step up vari, Lettori digitali Bel Canto CD 2 e Oppo DV983H, preamplificatori Luxman C1010 e Luxman CL 34, finali di potenza Luxman M 4000 e Luxman M 1500, amplificatori integrati Luxman L10, Nad 3020A, Marantz MA 6500, Unison Simply Two cavi si segnale Van Den Hul D 102 MK III, Tokho Reference, Shinpy Black Hole, Klimo Eis e Dis, cavi di potenza ART FG 3000 by Yamamura.

     

    Sono andati benissimo con praticamente tutto: ovviamente meglio che mai con la coppia grande Luxman (per vent’anni snobbata dalla critica, ma che vi assicuro suona eccesionalmente, non a caso l’ha progettata un tale che si chiama  benissimo con il piccolo e sempre validissimo L10, fantasticamente con il McIntosh Ma 6500 (presto rimpiazzato dall’MA 5200 che avremo presto in prova) senza trasformatori d’uscita (e già penso a un’ipotetica, ma non troppo “classifica” e a un impianto completo con una buona sorgente, un Mac 5200 o 6500 e gli Studio 580, roba da far piangere impianti che una volta (con la lira) si definivano “milionari”.

     

    Conclusioni

    Cosa posso dire per il finale, per il gran finale?... “Sonano da paura”. Una coppia di diffusori davvero straordinari, universali, efficienti, che tengono una gran potenza, in grado di emozionare e deliziare, di coinvolgere mente e corpo, eccezionalmente lineari, in grado di scendere molto in basso, di offrire un grande punch e insieme una delicatezza e una raffinatezza da grand gourmets dell’ascolto, belli, ben costruiti, venduti ad un prezzo che non esito a definire, ridicolo, rispetto alle prestazioni, alla costruzione, alla tecnologia impiegata.  E che purtroppo raramente vedremo in grandi impianti (ma faranno la gioia di chi ha buone amplificazioni, anche non costosissime e buon gusto) proprio per il prezzo…Ma magari in questi tempi di crisi anche gli audiofili hanno smesso di fare gli snob.

     

    N.B.: nel prossimo fascicolo un “addendum” con aggiunta di altri amplificatori e note di ascolto sulle differenti accoppiate.

     

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  • L'album di VideoHifi

  • I Blog di Melius Club

    1. - Sssh, la senti a questa? Questa, quando veniva 'nterra Brucculin', faceva piangere i meglio gangstèr a tanto di lacrime! Gilda Mignonette, la conosci?
      - No.
      - E che ci campi a fare?

      (dialogo dal film I Magliari, diretto da Francesco Rosi nel 1959)

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      Nel film il jukebox suonava 'A cartulina 'e Napule, del 1927, musicata da Giuseppe De Luca su testo di Pasquale Buongiovanni, entrambi emigranti a New York, interprete è Gilda Mignonette.
      Era chiamata la Regina degli emigranti dalle colonie italo-americane, Gilda Mignonette nata nella Duchesca nel 1886, forse la prima music star della musica napoletana. Il suo successo fu lungo e travolgente, dall'Argentina agli Stati Uniti.
      Nel 1953 sentendo arrivare la fine, volle essere condotta a Napoli, chi nasce a Napule 'n ce vo' muri', si dice. Non ci riuscì, morì a ventiquattro ore da Napoli sulla transoceanica "Homeland", sul certificato di morte vennero riportate le coordinate del punto in cui si spense, latitudine 37° 21' Nord e longitudine 4° 30' Est.
      E allora, immergiamoci nella New York del 1927 e godiamoci la grande Gilda. A presto e sempre senza nulla a pretendere.

       

    2. Scendo alla prossima

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      dopo il primo blog sugli organi da strada Olandesi, , mi sembra naturale proseguire la strada della musica riprodotta “in altra maniera”.
      Organi da strada… carini, vero? 
      E i JukeBox? Sicuramente un oggetto che molti di noi conoscono.
      Tre le marche fondamentali:
      Wurlitzer, Seeburg,  Rock-Ola
      E mica parliamo di “macchinette” eh…! La diffusione di queste macchine era, dal 1930 al 1960, molto vasta.
      Tanti locali pubblici, e non di certo solamente negli USA, ne avevano uno.
      Pensate che nel solo anno 1936 la Wurlitzer  riuscì a vendere più di 40.000 jukebox…
      Era stata la ditta Ami a produrre il primo vero fonografo a moneta che fu messo sul mercato nel lontano 1927.  Questa azienda aveva un certo nome come produttore di pianoforti automatici…

      Non riuscì a diventare marchio leader negli States. Cosa che però, gli riuscì in Europa.
      Nel 1933 (quindi 3 anni dopo la AMI) la Wurlitzer presentò il suo primo apparecchio, col quale si poteva selezionare uno dei dischi inserito in questo “mobile” (che, inizialmente, era fatto di legno).


      Quella di poter selezionare il brano che si voleva ascoltare si rivelò subito una scelta vincente.
      In pochi anni anche Seeburg  e Rock-Ola riuscirono ad affermarsi sul mercato. 
      Il mobile di questi apparecchi prodotti in quegli anni erano fatti di legno.
      I dodici (ma c’erano anche modelli con una selezione/offerta più piccola…) dischi erano, visto il periodo,  a 78 giri.  I dischi erano disposti in una pila verticale dalla quale di volta in volta venivano estratti e “suonati”. 

      Fu la ditta Seeburg a sposare, prima di tutti, il “KITSCH”, tipo di design che ha reso famosi questi aggeggi. Non vi è dubbio alcuno che il grande successo di vendita fu anche per i vari mobili, cromature, colori, plastiche  illuminate. 
      Interessante sapere che questi JukeBox raramente venivano venduti ai locali, bar, ristoranti ecc. 
      Si preferiva venderli ai noleggiatori, che noleggiavano ai locali pubblici le ultime novità. Tempo un anno, e la macchina passava dai grandi locali ai bar più piccoli, poi nelle cittadine meno grandi, infine nei locali di campagna.

      Questi bar e ostelli erano l’ultimo anello della catena… quando arrivava un nuovo modello, con ancora più luci, colori, scelte e stranezze varie, il jukebox, spesso ancora perfettamente funzionante, veniva distrutto. 
      Consumismo, si chiama. Ne sappiamo qualcosa anche noi, adesso….. 😁
      Comunque sia… fu nel 1940 che ebbe inizio la produzione di Jukebox  ad arco. Erano sempre stati squadrati, prima. Fu una grande idea, tant’è che i dieci anni successivi i jukebox prodotti avevano tutti, più meno, la stessa forma. 
      Non sarebbe completamente giusto però, scrivere “10 anni successivi”, perché negli anni della seconda guerra mondiale i vari Seeburg, Wurlitzer, Ami e Rock-Ola furono, più o meno, costretti a convertire i macchinari di produzione alla fabbricazione di materiale bellico.
      Così fu che  molti vecchi JukeBox che prima della guerra venivano distrutti perché “non più di moda”, durante la guerra venivano dismessi in grandi magazzini. Così si potevano recuperare dei pezzi di ricambio; 



      Un pezzo unico, una meccanica unica, fu la svolta che fece di Wurlitzer il marchio leader. Cambiava la carrozzeria, ma la meccanica restava pressoché uguale.
      In pratica… si teneva il mobile originale, ma si cambiavano il design e le dimensioni esterne….. 
      I costi diminuirono e….così i locali più modaioli e lussuosi ebbero sempre dei jukebox nuovi, che però… erano sempre gli stessi,  a livello tecnico;  cambiava solo il mobile esterno nella sua veste estetica!
      Dopo la guerra 1939/1945, l’entusiasmo per i JukeBox cresceva in tal modo che era davvero difficile trovare un locale pubblico che non ne avesse uno.  

      Non si dipendeva più solo dai brani musicali proposte dalle radio, o, per i più fortunati, da qualche disco che si poteva avere in casa… coi vari Seeburg, Rock-Ola, Ami e Wurlitzer (e altri nomi…) se volevi ascoltare il brano preferito era sufficiente inserire una monetina e… l’ascolto era fatto  😜
      Ovviamente era anche un bel mercato per l’industria discografica… (a propò… qualcuno si ricorda del “FestivalBar” che si faceva, una volta all’anno, nell’Arena di Verona? La classifica finale si basava sulle selezioni effettuate da chi inseriva 100 lire <200 ?>  Chi si ricorda più, sic!)… 
      Io, nel mio piccolo, ho sempre dubitato che fosse un conteggio vero e non pilotato, ma questo è un altro discorso… 🙄


      IL nome JUKE BOX non si sa di preciso da dove venga… esistono più teorie, probabilmente tutte vere… Fatto sta che avere la possibilità di avere un mobile che riproduceva musica, e magari pure quella più popolare, non fu molto ben vista dai musicisti.
      Del resto… i musicisti suonavano per guadagnarsi da vivere, stavano sul palco, anche se improvvisato, nei bar, e suonavano… Vedersi sostituiti da una macchina “infernale come questa…. " significava dover cercare altri luoghi dove poter guadagnare suonando… oppure… erano costretti a cambiare lavoro o diventare musicista da strada…  (rubare il lavoro lo si può fare/interpretare in molti modi…..) .


       

      Dite la verità, qui, forse, siamo tutti audiofili… sì, ma anche un po’ nostalgici… (o no???)
      Chi di noi non avrebbe voglia, entrando in un bar, di inserire una moneta nella fessura, selezionare qualche brano e ascoltare quel suono di “poca fedeltà” ma molto fascino?
      Chissà… magari nel bar si trovano delle ragazze  e voi potreste invitarle a ballare…  roba d’altri tempi? be', sì… certo. Ma … a voi non piacerebbe averne uno, in casa? 
      Se vi interessa (e se avete lo spazio necessario…) cercate sul web… troverete molti JukeBox usati/garantiti/originali in vendita… non costano poco, OK, … ma… volete mettere?

      PS… avevo scritto queste righe più di un mese fa, per poi dimenticarmene (…) l’altro giorno sono andato al museo “Nicolis” di Villafranca Veronese, e lì ci sono esposti 4/5 jukebox originali, (e anche... udite udite, qualche organo da strada di cui parlavo tempo fa...) molto belli. 
      E … mi è venuto voglia di riaprire  queste righe…
       

      Vedo di inserire qualche foto, grazie per la lettura

       

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      esistono delle belle letture sull'argomento, spesso hanno delle belle immagini.

      Molto di ciò che ho scritto l'ho preso da questo bellissimo libro. Ve lo consiglio... (contiene anche un CD di musiche del JukeBox_Time...)

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    3. Ben ritrovati, ad un nuovo appuntamento con i torrenti, le Trote, e le avventure di pesca.

       

      In questa nuova conversazione, vorrei illustrare per sommi capi, anche a chi ne è completamente digiuno, come si sviluppa la pesca alla Trota, che di norma presuppone due principali tecniche di esecuzione, una la cosiddetta pesca con artificiale, l’ altra invece quella con esca viva.

       

      La prima, conosciuta soprattutto per l’ uso del cosiddetto cucchiaino, prevede l’ utilizzo di un’ esca finta, formata da una paletta di metallo, a forma appunto di cucchiaino, paletta che è libera di ruotare su un asse formato da una sottile anima di acciaio, che ad un estremo ha un anellino che permette di fissare il rotante al filo di nylon, e sull’ altro lato, alla fine dell’ anima in acciaio, si trova un’ asola che tiene in posizione una piccola ancoretta, cioè tre ami fissati insieme e sfalsati a 120 gradi in modo da rendere l’ arpioncino sempre attivo nei confronti del pesce da qualsiasi angolo la aggredisca. La foto che segue, credo sia più chiara di qualsiasi spiegazione.

       

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      Come si vede qui sopra, i cucchiaini, così chiamati per la paletta che sembra un cucchiaio, sono i più utilizzati in torrenti, hanno forme, fogge, dimensioni variabili, come pure i colori e i disegni che compaiono sulla superficie del cucchiaino, alcuni li ho personalizzati io utilizzando i colori da modellismo, per fare delle diverse colorazioni o disegni che, ritenevo, potessero renderli più appetibili alle Trote, cosa che poi, statisticamente, non mi pare sia stata confermata . . . !!

       

      Pesca con artificiali 

       

      La tecnica di pesca con artificiale prevede il lancio del rotante, nella zona di interesse dello specchio d’ acqua, il suo recupero col mulinello a intervalli più o meno regolari, ma continuo, in modo che la paletta del cucchiaino in acqua giri a forma di vortice e attiri la curiosità e la voracità della trota, che inseguendo l’ esca finta e mordendola, rimanga agganciata  all’ ancoretta attaccata posteriormente.

      Sembra una tecnica crudele, invece è la forma di pesca meno aggressiva, preferita da chi non vuole trattenere il pesce, perché l’ abboccata così detta, ovvero l’ agganciarsi della trota all’ esca, è superficiale e solitamente, con molta attenzione, si può slamare, ovvero togliere l’ arpione dal labbro del pesce, senza provocare nessun danno fisico e produrre alcuna mutilazione.  

      E’ una tipologia di pesca molto pulita anche dal punto di vista del pescatore, che non maneggia esche vive, ovvero lombrichi, camole o altri animaletti, che comunque sporcano, deperiscono, e costringono a procurarseli per tempo, andando a raccoglierli o acquistandoli presso i negozi specializzati. Una variante consiste nell’ utilizzare artificiali con la forma di un pesce che, recuperando la lenza sotto la superficie, imitano il movimento natatorio di un pesciolino, e attirano così l’ attenzione della trota che vede sia una potenziale preda fonte di proteine nobili, che un intruso che invade il suo territorio, scatenando in questo modo la pronta reazione e l’ attacco, soprattutto di pesci di buona taglia. Molto valida in questo senso è l’ imitazione del pesce persico, che atavicamente scatena la reazione delle trote che lo vedono come un intruso nel proprio territorio di pertinenza, ovvero di caccia e di ambiente in cui vivere svolgendo le proprie attività.

      Qui sotto alcuni dei pesciolini finti , imitazioni molto veritiere, che vengono utilizzati per insidiare Trote di buone dimensioni, si tenga presente che questi pesci artificiali sono anche in grado di muoversi nell' acqua imitando il movimento del pesce vivo, ovvero guizzano e si muovono ondulando, cosa che può essere accentuata dal pescatore, sia muovendo la punta della canna lateralmente, sia variando la velocità di recupero con il mulinello. 

       

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      Quelli qui sopra in foto sono solo alcuni dei pesciolini ed esche artificiali che nei decenni ho utilizzato per la pesca, in torrente, e anche in lago, dove si potevano insidiare anche i cavedani, i Persici Trota, detti Boccaloni, e i Persici classici.

       

      Pesca con esche naturali

       

      La seconda forma di pesca alla trota si basa appunto sull’ utilizzo di esche vive, naturali, di cui i classici esempi sono il lombrico, la camola del miele o il gatoss, ed è la cosiddetta pesca alla tocca sul fondo, cioè attuata per mezzo di un finale di lenza composto, partendo dal tratto terminale del filo, da un amo con lombrico, camola del miele o altro insetto vivo, piombatura adeguata per permettere di lanciare ad una distanza di almeno 6-10 metri l’ esca e, non diffuso ma comodo, girella con moschettone che permette di attaccare e staccare facilmente la montatura così fatta dalla lenza principale, ovvero il filo che va alla canna e si avvolge nel mulinello.

      Il terminale citato, lungo solitamente dai 30 ai 45 centimetri, ha alcuni vantaggi rispetto al filo continuo, cioè senza l‘ interposizione del moschettone con girella, tra i quali il fatto che è molto veloce il cambio dello stesso, per esempio se si vuole montare un diverso finale di lenza con piombatura o amo differente, oppure se si impiglia e si strappa il filo sul fondo, cosa che in un torrente non è evento raro, di solito la rottura si ha sul nodo che aggancia il terminale al moschettone, preservando il resto della lenza, oppure per il cambio rapido da pesca ad esca viva a quella con artificiale, cioè da amo a cucchiaino o viceversa. C’ è però un aspetto negativo, ovvero  inserendo un elemento in più sulla lenza, ed un nodo ulteriore, si indebolisce la resistenza e l’ elasticità del filo, che può diventare cruciale se abboccasse un pesce importante, la trota attesa una vita intera.

      Nella pesca a tocca, il lancio dell’ esca si fa in corrente, sotto cascata, vicino a dove si pensa vi sia la tana e si lascia affondare il tutto senza recupero immediato, in modo che l’ esca si muova naturalmente seguendo la corrente, e il pesce possa vedere e saggiare il cibo attaccato all’ amo. Si mette poi in tensione il filo recuperando un poco di lenza con il mulinello, e si “sente” sul filo, fisicamente con la mano libera la presenza della trota che mangia, rappresentata tipicamente da colpetti più o meno energici che si propagano alla canna, poiché di solito il pesce mangia e contestualmente fa leggeri spostamenti del corpo, mantenendo la posizione in acque mosse, nuotando e compensando con piccoli movimenti laterali delle pinne. Qui sotto alcuni terminali già preparati, per non perdere tempo durante la battuta di pesca in torrente . . . 

       

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      La foto non rende molto, ma il concetto di fondo è che i finali hanno un' asola, si vede a destra, che si infila nella girelle e moschettone legata al nylon principale che entra nel mulinello, e che quindi si possono cambiare in funzione del peso che si usa, io di solito utilizzo due olivette abbastanza pesanti che permettono sia di lanciare agevolmente più lontano rimanendo nascosti, sia di far affondare subito in corrente l' esca. All' estremità di sinistra, dopo circa 30-40 centimetri di lenza, l' amo, in questo caso un amo corto per camole, scuro, per non riflettere la luce sotto il sole, e ritorto per ferrare meglio il pesce.

       

      Dal tipo di tocca che si avverte sulle dita della mano che stringe la lenza, un pescatore con esperienza capisce già di che mole è la Trota che sta assaggiando l’ esca, solitamente la trota piccola è vorace e molto disordinata nei colpetti e si muove molto nello spazio a sua disposizione, mentre la trota più matura mangia dando colpi secchi ma meno irruenti e spesso rimane in posizione immobile nel punto in cui ha abboccato, saggiando il cibo con molta calma prima di passare ad ingoiarlo.

      Durante la pesca alla tocca, c’ è la variante della Trota, di misura variabile che, presa in bocca l’ esca, punta decisa verso la sua tana, per abitudine o perché insidiata da rivali per il cibo, tana posta solitamente sotto una roccia, nei pressi della cascata, in un punto nascosto, dove si trova il suo rifugio abituale, per continuare a mangiare in sicurezza il cibo conquistato. A questo punto dell’ azione di pesca le cose possono ulteriormente complicarsi, perché una Trota in tana è sempre un’ incognita per il pescatore.

      In poche frazioni di secondo si deve decidere se lasciare che il pesce entri nel suo rifugio, affinché mangi con calma e si agganci quasi da solo all’ amo, o recuperare, dando il colpo di ferrata con la canna. Nella tana infatti gli spazi sono spesso angusti e il filo può incappare in punti taglienti delle rocce, per cui si rischia di tranciarlo, oppure si verificano situazioni in cui il pesce rimane saldamente bloccato nel suo rifugio, cosa che rende impossibile il tirarlo fuori dalla tana senza rischiare di strappare il filo o procurare dei danni al pesce stesso.

      Spesso conviene perciò ferrare quasi immediatamente, termine che indica il colpo con la canna a frusta all’ indietro subito dopo l’ abboccata del pesce e conseguente recupero del filo con il mulinello, per far si che l’ amo punga la trota e permetta al pescatore di trarla fuori dall’ acqua, anche se alte sono le probabilità che il pesce, non avendo ancora ingoiato il cibo e tenendolo nella parte anteriore della bocca, a filo di labbra, lo sputi e si liberi dall’ amo.

      Proprio perché l’ esca viene masticata e parzialmente ingerita dal pesce, questa tecnica di pesca è meno preservante per l’ integrità fisica della Trota, poiché l’ amo può ferire il pesce, rendendo più complessa la slamatura, o liberazione del pesce dall’ amo, senza il rischio di ledere qualche parte dell’ apparato boccale dello stesso. Risulta così che la tecnica con l’ esca viva, sia la meno adatta a fare una pesca sportiva di cattura e rilascio, perché più difficile risulta liberare il pesce dall’ amo e rimetterlo in acqua indenne. Proprio per limitare questi potenziali danni, di solito si tende ad utilizzare ami di generose dimensioni, in modo che le piccole trote non possano neppure ingoiarli, mentre le più grosse, con ami di grandi dimensioni, sono punte sul labbro e facilmente liberabili, seguendo alcune semplici precauzioni. Tra queste, bagnarsi bene le mani per non intaccare il film lipidico che ricopre la superficie del corpo del pesce, la trota infatti non ha scaglie, come molti altri pesci, la sua forma altamente idrodinamica si basa proprio sulla pelle nuda, che oppone minore resistenza al movimento in acqua, ed è però ricoperta da una mucillagine che protegge il pesce dagli attacchi di parassiti e di altri microorganismi, garantendo al contempo una buona aerodinamica corporea.

      Il pesce va maneggiato con attenzione e delicatezza, senza esercitare pressioni sul suo corpo, basta tenerlo immobilizzato per permettere di togliere l’ amo o l’ ancoretta dalle labbra, operazione in alcuni casi più complicata se l’ amo si è agganciato nel palato o se più di uno dei bracci dell’ ancoretta si sono conficcati nella bocca della trota. Una volta sganciata e libera, la trota va inserita in acqua, possibilmente muovendola delicatamente per permettere alle branchie di ossigenarsi nuovamente, tenendola per la coda, in acque correnti ma non eccessivamente veloci, in modo che riprenda conoscenza e sia lei a muoversi lasciando la mano del pescatore, che la regge. Tutti questi piccoli accorgimenti riescono a limitare al minimo la sofferenza e i disagi del pesce, che viene, per qualche secondo, tolto dal suo ambiente naturale e costretto ad andare un poco in debito di ossigeno, ma se si è attenti e rapidi, la trota ritorna nel suo ambiente liquido senza portarsi dietro nessuna menomazione o trauma, se non un’ esperienza che gli servirà per essere più guardinga e attenta, facendole guadagnare opportunità di sopravvivenza ad un ulteriore passaggio di un pescatore che tenterà di insidiarla.

       

      Differenza sostanziale tra le due tecniche, con artificiale e con esca viva, sono anche i tempi di reazione e le modalità di abboccata del pesce. Nel primo caso il cucchiaino transita velocemente nell’ acqua, per il recupero molto rapido della lenza fatto girando con continuità il mulinello, che aumenta ancora se si lancia in acque correnti e in rapida discesa a valle. Qui la trota ha pochi istanti per reagire, se si riesce a solleticarne la voracità e la curiosità spesso l’ attacco è immediato, addirittura con l’ artificiale in volo sopra lo specchio d’ acqua, e da qui inizia la sfida tra il pesce, che cerca di liberarsi dalla presa, e il pescatore che vuole spiaggiarlo fuor d’ acqua. La trota tenta di liberarsi dal cucchiaino dimenandosi in acqua, saltando fuori dalla superficie del torrente, dove il filo non è più sostenuto dal liquido e permette al pesce di sganciarsi più facilmente, ed anche, comportamento più tipico delle trote di una certa mole, venendo velocemente incontro al pescatore e quindi allentando la tensione della lenza e favorendo così la probabilità di sganciarsi dell’ ancoretta dalla bocca. Altra variabile nel recupero è data dalle posizioni spesso precarie in cui ci si trova a lottare con la trota, cioè in acque vorticose, in difficile equilibrio, nascosti dietro ad una roccia, oppure in posizione elevata rispetto all’ acqua e dovendo sollevare il pesce in aria, quindi senza sostegno del liquido, questo diventa immediatamente più pesante e in grado di divincolarsi in modo più disordinato.

      Nel caso di pesca con l’ esca viva, questa viene lanciata e fatta scendere verso il fondo, portata a spasso dalla corrente e mossa con piccoli recuperi dal pescatore, rimanendo più tempo a disposizione dei pesci ma è meno visibile di un oggetto in veloce movimento e luccicante, per cui risulta essere più una pesca di attesa e intercettazione del pesce che di sorpresa. Inoltre, una volta ghermito il boccone, il pesce assaggia e mastica il cibo, con tempi più lenti, spesso con cautela, tanto più la trota è grossa, e quindi bisogna attendere il giusto momento prima di ferrare, scelta spesso aleatoria e dettata dall’ esperienza e dalla sensazione che la trota mangi più o meno voracemente, pena il rischio di togliere letteralmente di bocca al pesce il ghiotto boccone.

      Buona parte delle abboccate, sia all’ esca finta che al vivo, vanno a vuoto, nel senso che il pesce sputa prima della ferrata, perché sente per esempio la punta dell’ amo pungerlo, oppure non aggancia il cucchiaino o si sgancia durante il recupero. Qualche volta beffa il pescatore anche se è stato spiaggiato, tale è la reattività, il saltare disordinato, il dimenarsi puntando per istinto sempre e immancabilmente tra l’ altro, in direzione dell’ acqua, unito al fatto di avere la superficie del corpo molto viscida che favorisce il nuoto, da lasciare di stucco il pescatore che è convinto di averla ormai in pugno. Non si contano le situazioni nelle quali mi è capitato di rimanere basito osservando il guizzo finale di una trota, considerata oramai catturata, che recupera il suo ambiente senza dare la possibilità di fare più nulla, lasciando con il rammarico di non essere stato più rapido, perché anche avventandosi sul pesce con le mani, pure in pochi centimetri d’ acqua la trota diventa inafferrabile e di nuovo padrona incontrastata della situazione, capace di dileguarsi in un attimo !.

      Esiste un altro approccio, molto tecnico, di pesca alla trota, è rappresentato dalla pesca a mosca, ovvero una pesca eseguita lanciando a notevole distanza, anche 12-15 metri, una lenza cosiddetta a coda di topo, che si proietta ed estende proprio per la sua conformazione e peso, alla punta della quale viene legata una moschina artificiale, costruita per imitare le piccole efemere ed altri insetti volanti, del peso di un paio di grammi. Il pescatore, eseguendo un movimento a frusta, con una canna e un mulinello speciali, distende muovendo la canna avanti ed indietro, la lenza fino a posarla sul pelo dell‘ acqua, dove attira le Trote che attaccano la riproduzione dell’ insetto che cela un amo.

      E’ una variante di pesca molto tecnica, ma richiede oltre ad un allenamento ed una pratica notevoli, anche il corretto spazio per poter muovere una lenza avanti ed indietro, in aria, senza che questa si impigli in rami, fronde o altro e per la morfologia dei torrenti che frequento è una tecnica di pesca che non è praticabile con successo. Oltre a quelle elencate, che sono le principali, esistono non solo altre tecniche e tipologie di pesca, legate anche alle caratteristiche differenti di torrenti, luoghi di pesca, ambienti, ma anche di quelle sopra citate vi sono innumerevoli varianti, spesso anche messe a punto da singoli pescatori, con modifiche delle esche artificiali, uso di galleggianti, utilizzo di canne molto lunghe e di attrezzature differenti da quanto io ho menzionato e delle quali, nello specifico delle mie esperienze, più avanti racconterò nel dettaglio di alcune di esse.  

      Le numerose varianti tecniche, frutto anche delle tradizioni locali, sono una prova ulteriore di uno sport molto variegato, che rappresenta una ricchezza sia per la passione in sé che per l’ importanza del tramandarsi di nozioni, metodi di pesca spesso profondamente differenti, comunque fonti di cultura, vitalità, diversificazione e diffusione di questo sport antico, o come vogliamo definirlo, passione, od anche hobby, che ci permette di passare del tempo immersi nella natura.

       

      Alla prossima puntata 

       

      saluti , Dario 

       



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