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    Aqua La Voce

    di Pier Francesco Fantin

     

    Tre chip per un DAC, ovvero come personalizzare il proprio convertitore

    Vi sono cose nella vita che grazie al loro modo d'essere, alla chiarezza con la quale emerge la filosofia di cui sono intrise, ci regalano serenità ed appagamento. Quando mi capita di incocciare in queste particolari situazioni vi confesso che passione e curiosità prendono il sopravvento su tutti gli altri aspetti del mio carattere. Quando poi è il caso a determinare tali “congiunzioni astrali” il piacere risulta amplificato.

     

    Introduzione
    AQUA, semplicemente l'acronimo di acoustic quality, è una piccola azienda milanese che ha sede ad Opera e che per ora si applica con grande impegno alla realizzazione di sorgenti digitali di ottimo livello. A catalogo vi sono una meccanica cd denominata La Diva e un DAC di pari livello, La Scala. Alle spalle di questi prodotti di punta vi è un interessante prodotto che in origine fu concepito per essere distribuito e venduto in configurazione kit ma che in seguito, per le molte richieste pervenute, è stato anche confezionato a dovere: si tratta dell'oggetto in prova, che è stato cotto a puntino dal sottoscritto, il DAC La Voce.

     

    Come molti dei nostri lettori già sapranno, il DAC è un componente che si occupa di una delle questioni più delicate nell'ambito della riproduzione audio ovvero quello della conversione del segnale digitale in analogico e dopo diversi anni in cui nel mercato dell'alta fedeltà hanno avuto scarsa rilevanza commerciale rispetto ai lettori digitali integrati cd, sono tornati in “gran spolvero” soprattutto per merito della cosiddetta musica liquida. Oggi infatti acquistare un DAC potrebbe essere una ottima scelta per chi vuol continuare ad ascoltare il disco argentato mediante l'uso di una meccanica dedicata ma anche per chi vuole estrarre ogni bit dai files musicali, magari ad alta risoluzione, con l'impiego di un personal computer. Come vedremo il nostro La Voce non difetta certo in flessibilità d'impiego, caratteristica questa che non si limita solo alle molte connessioni disponibili.

     

    1. Design
    La Voce DAC si presenta in un sobrio ma elegante contenitore antirisonante di alluminio amagnetico, finitura Nextel, e un frontale di buono spessore con una lieve svasatura del lato inferiore che ne alleggerisce la linea. A vista solo il pulsante di accensione, un piccolo led di colore verde ad indicare il funzionamento o meno del DAC e il selettore degli ingressi. Sul retro tutte le connessioni che, a seconda del grado di personalizzazione, possono essere davvero molte. Semplicità e rigore, esattamente come piace al sottoscritto.

     

    2. Costruzione
    Il progetto La Voce, come ben illustratomi dal progettista Cristian Anelli, è nato 3 anni fa, per poi evolversi con alcuni upgrade, con l'intento di offrire un convertitore digitale-analogico che suonasse “nel modo più musicale e naturale possibile quasi analogico”, e che avesse un prezzo accessibile e un elevato rapporto qualità/prezzo. Il tutto inoltre è stato pensato e realizzato modularmente con schede separate per ridurre quanto più possibile l'obsolescenza di questo tipo di prodotto. La prima versione, ad esempio, disponeva di un ingresso USB a bassa tensione ma dopo poco fu aggiornata per mezzo di una scheda con processore XMOS 24bit/192kHz, con la tecnologia più fedele oggi disponibile. Altri aggiornamenti, tutti a disposizione della clientela, hanno interessato la scheda principale, i trasformatori e l'implementazione del collegamento mediante I²S.

     

    Se questo non dovesse bastare, sempre nell'ottica di cui sopra, ma anche per offrire una elevata dose di personalizzazione, chi acquista il DAC La Voce o La Voce Kit può scegliere quale circuito integrato di conversione installare con due dei più apprezzati, oggi come ieri, convertitori NOS quali il Philips TDA1541A e l'Analog Devices AD1865 oppure con l'ottimo Burr Brown PCM1704. Di quest'ultimo è disponibile anche la versione selezionata, siglata con la versione K, la stessa che è installata nel DAC più prestigioso La Scala e che è stata usata per la presente prova. La scelta di questi convertitori è una logica conseguenza della filosofia progettuale e degli scopi prefissati, che si traduce nella volontà di evitare il filtraggio digitale e di produrre un DAC Zero Over Sampling. Aggiungerei che mentre il Philips TDA1541, nato negli anni '80, è stato concepito per dialogare con il protocollo I²S che è lo standard del protocollo PCM, lavora benissimo ed è abbastanza facile da implementare in un circuito ZOS, diversa è la situazione sia dell'Analog Devices AD1865 che del Burr Brown PCM1704 che hanno una decodifica proprietaria per cui farli lavorare col segnale I²S senza alcun tipo di sovracampionamento, senza oversampling o upsampling è fattibile ma non così semplice.

     

    Piccola parentesi di natura tecnico/pratica. L'assenza di sovracampionamento genera una ricostruzione dell'onda sinusoidale del segnale scalinata, con rumore in alta frequenza non trascurabile (che si ovvia di solito con l'uso di un filtro) rispetto a quella generata utilizzando il sovracampionamento.  Fin qui lo ZOS sembrerebbe una scelta poco sensata. C'è però da dire che con il sovracampionamento se si tratta di riprodurre un'onda quadra o un segnale impulsivo, questi risulta molto approssimato. Mentre l'onda quadra senza alcun sovracampionamento è perfetta, con il sovracampionamento o l'upsalmpling l'onda quadra fa delle oscillazioni, ha un pre-ringing e un post-ringing, sale e scende molto lentamente. Lo ZOS invece non ha alcun ritardo. Vi sono teorie diverse in merito a questo argomento ma, anche correlando le misure all'ascolto, in Aqua hanno deciso che lo ZOS è la strada giusta.

     

    Particolare attenzione è stata posta anche nell'alimentazione: la parte analogica e la sezione analogica dei DAC è totalmente a discreti. I circuiti integrati sono inseriti solo nella parte digitale ossia in tutta la decodifica e nel ricevitore digitale.

     

    Apprezzabile pure l'isolamento galvanico tramite trasformatori di disaccoppiamento fra la massa analogica del DAC rispetto la massa digitale e l'implementazione dell'ingresso I²S, alla base del circuito proprietario DFD (Direct From Decoder), che secondo quelli di Aqua è superiore a qualsiasi tipo di collegamento. Purtroppo, non avendo a disposizione una meccanica con tale interfaccia, non ho potuto verificare sul campo, ma, anche se i bit sono bit ed i numeri sono numeri, possiamo pacificamente affermare che con l'utilizzo dell'I²S vi è un passaggio in meno, ovvero il segnale nativo I²S viene prelevato dalla meccanica e trasferito al DAC senza alcun circuito integrato che funge da trasmettitore e poi da ricevitore nel DAC come ad esempio succede per il collegamento S/PDIF.

     

    Per altre note vi consiglio di consultare la pagina de La Voce sul sito di Aqua, davvero ben realizzata e completa, e da cui è possibile scaricare anche i driver Asio - Wasapi indispensabili se si opera in ambiente Windows ed un chiaro manualetto d'installazione degli stessi e di configurazione per Foobar 2000. Da rilevare inoltre la garanzia che copre il prodotto per una durata di 5 anni.

     

    3. Suono
    La prova d'ascolto, per la quale ho adottato un approccio molto metodico, è stata, per causa mia, più complessa del previsto: invece di scegliere la scheda di conversione del DAC a me più appropriata o migliore sulla carta ho deciso di confrontarle tutte e tre anche per aggiungere qualcosa alla già molte informazioni reperibili in rete in merito al DAC La Voce.

     

    Il Nostro è stato inserito nel mio impianto principale, che trascurando il sistema giradischi non utilizzato per la prova, è composto da: sorgente digitale cd/sacd Cary Audio 306 Pro, sorgente digitale per musica liquida Apple Mac Pro con software Audirvana+ o Pure Music e interfaccia USB-S/PDIF M2Tech Hiface, preamplificatore Atelier du Triode ilpre, finale di potenza Cello Rhapsody, diffusori Revel Ultima Studio, cavi di alimentazione e potenza Faber's Cables e di segnale Signal Cable. Per l'ascoto dei files ad alta risoluzione è stato semplicemente collegato l'Apple Mac Pro al DAC mediante cavo Usb mentre per l'ascolto dei cd è stato utilizzato il Cary Audio 306 Pro come meccanica sfruttando il collegamento S/PIDIF presente.
    Più volte, fra le righe che seguiranno, si troverà la frase “a confronto col riferimento”, quest'ultimo rappresentato proprio dal lettore cd/sacd americano che staziona nel mio impianto da circa 3 anni e che oltre ad essere una macchina di ottimo livello è soprattutto, a me, ben nota.

     

    La sala d'ascolto ha ottime proporzioni, misura in pianta circa 25 metri quadri, è mediamente assorbente ed è suprattutto priva di riflessioni modali particolarmente dannose.

     

    Per cominciare ho selezionato il bellissimo disco Antonio Vivaldi, The Four Seasons – Giuliano Carmignola, Andrea Marcon, Venice Baroque Orchestra – Sony 2000 [SK51352] lavoro eccellente che propone una versione delle Quattro Stagioni che mai avevo ascoltato prima e che consiglio vivamente se ancora non doveste conoscerla.

     

    Il Philips TDA1541A riesce meglio dei suoi concorrenti a mettere in luce il clavicembalo di Marcon (tr.7 – Estate II Adagio) che altrimenti risulta in secondo piano rispetto ai violini e al violino solista di Carmignola in particolare. Buona la ricchezza amonica ma si nota però una minore estensione in gamma alta (tr.11 – Autunno II Adagio Molto) ed un limite di velocità o, per dirla più correttamente, gli attacchi dei transienti non sono certo fulminei come l'esecuzione richiederebbe.

     

    Con l'Analog Devices AD1865 il suono è più esteso ed aperto in gamma alta sia del Philips che del Burr Brown (si avvicina in questo al riferimento); a tratti però risulta leggermente frizzante. In gamma bassa è invece meno esteso del Cary Audio e anche dei suoi “fratellastri”, e la gamma media risulta leggermente arretrata. Dalla sua dimostra grande musicalità (ove per musicalità si intende quel che in Naim definiscono PRaT, che buttata lì sembra un insulto, e invece è solo “pace, rhythm and timing”, cioè cadenza, ritmo e tempo) superiore al Burr Brown e a maggior ragione al Philips, tanto che riesce a riprodurre con disinvoltura le acrobazie del Maestro Carmignola.

     

    Il Burr Brown PCM1704K suona ricco, pieno e potente in gamma bassa, è praticamente sovrapponibile dal punto di vista timbrico al riferimento ma, come già detto, con questo repertorio verdiano difetta lievemente in musicalità rispetto al riferimento e all'AD1865.

     

    Passiamo ora a un altro bellissimo e noto lavoro ascoltato sia per mezzo del cd che dei files HD 24bit/88.2kHz: A.A.V.V., Cantate Domino – Oscar's Motet Choir; Torsten Nilsson, conductor; Marianne Mellnäs, soprano; Alf Linder, organ – Proprius 2003 [PRSACD7762]

     

     

    Il Philips TDA1541A sfodera un basso esteso e potente, e chi conosce le Revel Ultima Studio sa bene a cosa mi riferisco, ed è veramente notevole nella riproduzione delle voci soliste e dei cori; ottima l'ambienza e la scansione dei diversi piani sonori ma si nota però una timbrica un poco approssimata durante gli interventi delle trombe (tr.1 - Cantate Domino) che risultano un po' troppo levigate.

     

    Con l'Analog Devices AD1865 il basso, come già evidenziato in precedenza e con questo repertorio in particolare, è evidentemente meno esteso e potente sia rispetto al Philips che al Burr Brown PCM1704K: quest'ultimo dalla sua regala una bellissima e ricca gamma bassa e cori realistici con una giusta dose di dolcezza. Palco largo, addirittura più del riferimento, e buona profondità.

     

    Sono passato poi ad un paio di dischi decisamente più pop comeAntony & The Johnson, Omonimo – Secretly Canadian 2000 [SC104] e la raccolta Fabrizio De André, In Direzione Ostinata E Contraria Vol.2 – BMG Ricordi 2006 [88697028662(3)].

     

    La voce di Antony (tr.1), installando nel DAC la scheda con il Philips, è meravigliosa così come quella di Fabrizio De André (tr.6/9/10/15): focalizzazione da primato.

     

    Questa volta l'Analog Devices AD1865 sembra avvicinarsi al riferimento nella riproduzione del basso che è esteso e controllato. La voce di Antony però risulta leggermente più chiara e anche con De André le cose non cambiano.

     

    Se la cava egregiamente il Burr Brown PCM1704K nonostante le voci non contengano la stessa magia che si riescono ad ottenere con il Philips; voci comunque centrate e perfettamente a fuoco, riproduzione assolutamente godibile con un'ottima scansione dei piani e suoni riproposti con tutta la loro ricchezza armonica.

     

    Di seguito ho estratto dalla mia cdteca un master Velut Luna in mio possesso con l'ottima registrazione di un concerto privato svoltosi l'11 settembre 2011 che ha visto protagonisti i Sax Four Fun e il bravissimo trombettista Fabrizio Bosso. Sax Four Fun & Fabrizio Bosso, Giant Step – Velut Luna 2011 [VLLR08].Di questo evento possiedo anche i files ad alta risoluzione 24bit/88.2kHz che ho utilizzato per la comparativa. Stavo per dimenticare che a questo bellissimo concerto io ero presente e questo come altri eventi similari organizzati da Velut Luna hanno avuto il pregio sia di regalarci della buona musica dal vivo sia delle registrazioni fedeli che sono, almeno per me, diventate un riferimento e anche uno strumento molto utile per settare e giudicare gli impianti, compreso il mio.

     

    Il Philips TDA1541A dimostra con questo tipo di repertorio buona musicalità e senso del ritmo riuscendo  in questo caso ad avvicinarsi molto all'Analog Devices. In questo caso però il Philips dimostra i suoi limiti di natura timbrica, già evidenziati in precedenza, non riuscendo a riprodurre il suono lucido e a tratti acido della tromba di Bosso. La ricostruzione scenica è la più credibile e sincera del lotto e regala a me in particolare che ero presente all'evento, grande emozione e coinvolgimento totale.

     

    L'Analog Devices AD1865 con questo disco molto dinamico e ricco di fraseggi molto complessi (v. tr.2 – Seven Hungry) da' il meglio di sé riusciendo a fornire una prestazione superba mettendo in evidenza quella che è la sua migliore caratteristica, la musicalità. Segue senza alcuna esitazione ogni escursione dinamica senza lasciarsi alle spalle mai una nota e a mio avviso risulta preferibile anche rispetto all'equilibrato e dinamico Burr Brown.

     

    Per concludere ho voluto chiudere i giochi con un nuovo lavoro dell'etichetta trevisana, David Beltran Soto Chero, Migajas – Velut Luna 2013 [CVLD 238], riproducendo i files HD 24/88.2 a mia disposizione.

     

    Confermo tutte le caratteristiche sopra descritte ma aggiungo che l'unica scheda di conversione capace di riprodurre tutto il “bagaglio” dinamico contenuto in questo disco “concept”, davvero inconsueto per questo tipo di genere musicale, è stato il  Burr Brown PCM1704K.

     

    4. Universalità 
    Le differenze fra una scheda e l'altra, come avrete capito, sono piuttosto palesi, difficile dire quale sia la migliore in assoluto. Tutto sommato mi sono piaciute tutte e tre, anche le più limitate o caratterizzate perché tutte danno il loro contributo, con determinate qualità e caratteristiche specifiche. L'ideale per assurdo sarebbe una scheda di conversione “Frankestein”, con l'equilibrio, la dinamica, la velocità del Burr Brown, la messa a fuoco e la corposità delle voci che il Philips riesce ad esprimere e la grande musicalità dell'Analog Devices.

     

    Razionalizzando per il mio sistema sceglierei la scheda con il Burr Brown che fra le altre cose somiglia al riferimento e tende più delle altre alla neutralità e al rigore timbrico, caratteristiche che per il sottoscritto sono di fondamentale importanza.

     

    Mi rendo conto però che in base ai gusti ma anche in base al tipo di suono che il proprio impianto esprime, si possa tranquillamente propendere per il TDA1541 o l'AD1865.

     

    Per questo il DAC La Voce si può considerare come un prodotto di flessibilità e adattabilità assoluta.

     

    5. Valore 
    Stimare il valore di un oggetto non è mai semplice ma in questa occasione, considerando come è concepita e costruita questa macchina, la grande possibilità di personalizzazione che prevede anche la scelta della scheda di conversione più adatta alle proprie esigenza, l'aggiornabilità futura e quindi la minor obsolescenza rispetto alla concorrenza, posso tranquillamente affermare che si tratta di un eccellente prodotto. Buono il rapporto qualità/prezzo se si considera il DAC La Voce, semplicemente stellare per il kit.

     

    Conclusioni 
    Non poteva iniziare meglio di così il mio debutto fra le pagine di VideoHiFi, con un prodotto concepito in modo estremamente intelligente e destinato ad un vasto pubblico almeno se si considera la versione kit. L'approccio e la filosofia progettuale degli uomini che guidano quest'azienda sono sani e condivisibili ed anche per questo, non solo per come suona, consiglierei il DAC La Voce ai miei amici più cari.

     

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    1. INGRESSO.thumb.JPG.96b89f760d250b9e7058bd6fe8b766e5.JPG

       

      La vera magia che compie il Carnevale è quella di fermare il tempo: almeno per qualche giorno si può dimenticare il quotidiano e lasciarsi trasportare in un mondo fantastico, ritornare bambini inventarsi battaglie a colpi di coriandoli e volare con la fantasia in quei mondi fatti di streghe, elfi, draghi, fate, creature misteriose che evocano personaggi mitologici o del futuro che viaggiano nel nostro inconscio: DES MONDES FANTASTIQUES!

      Questo è stato il tema dell’ 86esimo Carnevale di Menton durante la tradizionale e celebre Fête du Citron che ha richiamato una gran folla entusiasta un po’ da tutto il mondo.

      Domenica eravamo 240000 e, alla fine, tutti eravamo cosparsi di “confettis” (coriandoli). Moltissimi i controlli e massiccia la presenza dei gendarmi ma,  più importante ed evidente, era la voglia di fare festa e divertirsi tutti insieme... no, non c’erano gilets jaunes ma tanti...citrons jaunes che, volentieri,  giocavano e si facevano fotografare soprattutto con i bambini. La temperatura era quasi estiva, il sole splendeva e, nel cielo, neanche una nuvola! Dopo la burrasca dei giorni scorsi, anche il mare si era calmato. La scenografia era quindi perfetta!

      Prima di partire con le foto delle cartoline, però, leggete il lato B, quello che vi racconta qualcosa sulle origini e la storia di questa bella festa, e probabilmente scoprirete qualche notizia interessante. Buon divertimento!

       

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      L’idea del Carnevale a Mentone, fino allora legato a quello di Nizza, è venuta all'inizio del 1900 ad opera di alcuni albergatori che volevano alimentare e intrattenere i villeggianti durante la stagione in cui era tradizione che re, principi, nobili, imprenditori, artisti e ricchi borghesi venissero su “la Côte” a trascorrere qualche salutare settimana al mare cercando anche di curare quel triste mal sottile che era la piaga del tempo. 

      Il Carnevale di Nizza, antichissimo e risalente addirittura al XIII secolo, era l’appuntamento ideale con la sua famosa Parade e i fantastici fuochi artificiali che chiudevano i festeggiamenti . Anche la regina Vittoria partecipò alla manifestazione nel 1882. 

      Una simpatica curiosità: durante questo periodo, nella seconda serata, si svolgeva una famosa e attesa gara, retaggio genovese, che era chiamata dei “Moucouleti”.

      In realtà, come racconta la storia, questa serata presentava un gioco molto divertente dedicato agli innamorati: i giovani tenevano in mano una candela accesa mentre le ragazze la portavano ugualmente ma tenendola, con la mano alzata, sulla testa. Il combattimento consisteva nel cercare, soffiando, di spegnere a vicenda la candela degli avversari mantenendo accesa la propria. Anche le ragazze cercavano di spegnere quella di quei corteggiatori che non gradivano o quelle delle rivali. Quelli che riuscivano a mantenere il moccolo acceso cercavano poi di spegnere quello della ragazza di cui erano innamorati: se ci riuscivano avevano in premio il bacio della fanciulla amata.

      @

      Intanto, nel 1929, quando si diceva che Mentone fosse il primo produttore di limoni del continente, un albergatore decise di allestire una Mostra di Fiori e di Agrumi  nel giardino dell’Hotel Riviera. L’esposizione riscosse un notevole interesse tanto che, a poco, si sviluppò sempre di più arricchendosi di carretti decorati di agrumi, piante di agrumi e bancarelle disseminati qua e là per la cittadina con graziose majorettes abbigliate in costume. 

       

      Finalmente, la vera FÊTE du CITRON nacque nel 1934 e diventò una manifestazione indipendente dal Carnevale di Nizza, offrendo un proprio défilé “al limone”!

      Nel 1936 apparvero  i primi  manifesti e la Festa si trasferì nei pressi del Casinò, nei giardini pubblici Biovès: qui nacquero le prime creazioni con l’utilizzo di 10000 limoni e 12000 arance: il tema era un omaggio al territorio.

      .

      Da allora, ogni anno, in autunno, viene deciso il tema per il prossimo Carnevale, tuttavia, come succede per tutti gli eventi, alcuni anni sono stati felici e altri meno sia per cause climatiche (anni di forti piogge e addirittura neve nel 1956!) che politiche, come il 1991, soppresso per motivi di sicurezza a causa della guerra del Golfo.

      Ecco le tappe principali e alcuni dei temi importanti che sono stati sviluppati nel corso degli anni passati:

      Nel 1959 gli agrumi dei carri non vengono più infilzati in lunghi spilloni ma ancorati e legati tra loro per mezzo di elastici. Quest’anno ne sono serviti 750000!

      Nel 1973, in omaggio a Jules Verne e allo sbarco sulla luna, il tema è stato: “Dalla Terra alla Luna”; a Jules Verne si ritornerà nel 2013 con “ Il giro del mondo in 80 giorni”.

      Dal 1995 al 1999 i temi sono dedicati agli eroi dei fumetti : Asterix, Obelix, Tintin, Lucky Luke, personaggi di Walt Disney e del film “Fantasia”.

      Nel 2000 sfilano per la prima volta i carri di agrumi articolati nei movimenti.

      Nel 2002 il tema è italiano : Pinocchio.

      Molte edizioni, invece,  hanno scelto temi geografici che spaziano nei viaggi e vanno dalla Cina all’India, a regioni europee e grandi isole.

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      Occupandoci di questioni più pratiche, viene spontaneo domandarsi da dove vengano ben 140 tonnellate di agrumi, quantità impossibile per un comprensorio così piccolo... E poi, se i limoni di Mentone sono così speciali e pregiati, perché sciuparli nella creazione dei carri? E dove finiranno alla fine del Carnevale?Chi li fa e chi li disfa?

      Eccomi qua a cercare di dare una risposta a queste domande che io, come voi, suppongo vi siate posti!

      Allora, da quel che ho saputo, nessuno degli agrumi impiegati proviene dal territorio e neppure dalla Francia! Arrivano in maggioranza dalla Spagna, dal Marocco e, forse anche un po’ dall’Italia e altri Paesi del Mediterraneo. Delle più di 140 tonnellate, acquistate dal Comune, 100 servono per decorare il Jardin, la cui visita costa 12€ e che ospita le strutture immobili. Un po’ più di 30 invece servono per allestire i carri della sfilata ( per assistere i costi vanno dai 10, in piedi ai 25 €, seduti in tribuna) e il restante per risistemare quelle che, nel corso di quindici giorni, periodo della durata della manifestazione, si deteriorano. Alla fine, quando si smontano gli allestimenti, gli agrumi vengono svenduti, per pochi euro, in sacchetti che le famiglie acquistano ( ma solo in parte, circa 6 o 7 tonnellate), per divertirsi creando giochi per i bambini o dilettandosi, a loro volta, in piccole creazioni. Uno dei giochi più comuni è quello di creare piramidi e, sempre con gli agrumi, bombardarle per vedere chi riesce ad abbatterne il maggior numero.

      Va detto che questi agrumi non sono di grande qualità e che, difficilmente si sarebbero venduti perché magari trattati con prodotti non conformi alle norme relative all’alimentazione. Restano comunque dubbi su altri eventuali usi.

      Dalla preparazione allo smantellamento, ogni anno, vengono assunte dal Comune centinaia di persone tra cui molti studenti e pensionati che si avvicendano nei vari compiti.

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      Adesso però divertitevi e rilassatevi guardando un po’ di cartoline che arrivano fresche fresche dalla festa del 24 febbraio scorso! Alla sfilata però, lo vedrete, non c’erano solo i carri di agrumi, 10 in tutto, ma parecchie altre attrazioni si susseguivano con performances di acrobati e artisti di strada, animali gonfiabili giganti, danze tipiche eseguite dalle simpatiche e bellissime rappresentanti dei Territori d’Oltre Mare, dame e cicisbei della Commedia dell’arte, violiniste, robot, maschere varie, velocipedi, carri meccanici di mostri  giganteschi che sparavano neve e coriandoli o che sbuffavano fumo dalle narici... Fantasie oniriche di ogni età e di ogni tipo...senza tempo, insomma, come le mie cartoline!CA3.thumb.JPG.3afa2e46908c76f0e59b25d76283c265.JPGCA4.thumb.JPG.c6858f40433065d8e276d242cd62156f.JPGCA5.thumb.JPG.98077b8241b9b351262ff0b891ee259a.JPGCA7.thumb.JPG.29bf76c49f543035cf6d648deaab51d0.JPG

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      .

      Purtoppo la mia carrellata finisce qui, con la Chimère... lo spazio è tiranno e io avevo ancora un po' di cartoline... vedremo se mi sarà possibile inserirne altre prima o poi...per ora restano alcuni spazi vuoti...Peccato!

      BUON CARNEVALE A TUTTI!!! 

      IMPORTANTE! Sono riuscita a postare qui sotto, in altri post successivi...  😁

       

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    2. - Sssh, la senti a questa? Questa, quando veniva 'nterra Brucculin', faceva piangere i meglio gangstèr a tanto di lacrime! Gilda Mignonette, la conosci?
      - No.
      - E che ci campi a fare?

      (dialogo dal film I Magliari, diretto da Francesco Rosi nel 1959)

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      Nel film il jukebox suonava 'A cartulina 'e Napule, del 1927, musicata da Giuseppe De Luca su testo di Pasquale Buongiovanni, entrambi emigranti a New York, interprete è Gilda Mignonette.
      Era chiamata la Regina degli emigranti dalle colonie italo-americane, Gilda Mignonette nata nella Duchesca nel 1886, forse la prima music star della musica napoletana. Il suo successo fu lungo e travolgente, dall'Argentina agli Stati Uniti.
      Nel 1953 sentendo arrivare la fine, volle essere condotta a Napoli, chi nasce a Napule 'n ce vo' muri', si dice. Non ci riuscì, morì a ventiquattro ore da Napoli sulla transoceanica "Homeland", sul certificato di morte vennero riportate le coordinate del punto in cui si spense, latitudine 37° 21' Nord e longitudine 4° 30' Est.
      E allora, immergiamoci nella New York del 1927 e godiamoci la grande Gilda. A presto e sempre senza nulla a pretendere.

       

    3. Scendo alla prossima

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      dopo il primo blog sugli organi da strada Olandesi, , mi sembra naturale proseguire la strada della musica riprodotta “in altra maniera”.
      Organi da strada… carini, vero? 
      E i JukeBox? Sicuramente un oggetto che molti di noi conoscono.
      Tre le marche fondamentali:
      Wurlitzer, Seeburg,  Rock-Ola
      E mica parliamo di “macchinette” eh…! La diffusione di queste macchine era, dal 1930 al 1960, molto vasta.
      Tanti locali pubblici, e non di certo solamente negli USA, ne avevano uno.
      Pensate che nel solo anno 1936 la Wurlitzer  riuscì a vendere più di 40.000 jukebox…
      Era stata la ditta Ami a produrre il primo vero fonografo a moneta che fu messo sul mercato nel lontano 1927.  Questa azienda aveva un certo nome come produttore di pianoforti automatici…

      Non riuscì a diventare marchio leader negli States. Cosa che però, gli riuscì in Europa.
      Nel 1933 (quindi 3 anni dopo la AMI) la Wurlitzer presentò il suo primo apparecchio, col quale si poteva selezionare uno dei dischi inserito in questo “mobile” (che, inizialmente, era fatto di legno).


      Quella di poter selezionare il brano che si voleva ascoltare si rivelò subito una scelta vincente.
      In pochi anni anche Seeburg  e Rock-Ola riuscirono ad affermarsi sul mercato. 
      Il mobile di questi apparecchi prodotti in quegli anni erano fatti di legno.
      I dodici (ma c’erano anche modelli con una selezione/offerta più piccola…) dischi erano, visto il periodo,  a 78 giri.  I dischi erano disposti in una pila verticale dalla quale di volta in volta venivano estratti e “suonati”. 

      Fu la ditta Seeburg a sposare, prima di tutti, il “KITSCH”, tipo di design che ha reso famosi questi aggeggi. Non vi è dubbio alcuno che il grande successo di vendita fu anche per i vari mobili, cromature, colori, plastiche  illuminate. 
      Interessante sapere che questi JukeBox raramente venivano venduti ai locali, bar, ristoranti ecc. 
      Si preferiva venderli ai noleggiatori, che noleggiavano ai locali pubblici le ultime novità. Tempo un anno, e la macchina passava dai grandi locali ai bar più piccoli, poi nelle cittadine meno grandi, infine nei locali di campagna.

      Questi bar e ostelli erano l’ultimo anello della catena… quando arrivava un nuovo modello, con ancora più luci, colori, scelte e stranezze varie, il jukebox, spesso ancora perfettamente funzionante, veniva distrutto. 
      Consumismo, si chiama. Ne sappiamo qualcosa anche noi, adesso….. 😁
      Comunque sia… fu nel 1940 che ebbe inizio la produzione di Jukebox  ad arco. Erano sempre stati squadrati, prima. Fu una grande idea, tant’è che i dieci anni successivi i jukebox prodotti avevano tutti, più meno, la stessa forma. 
      Non sarebbe completamente giusto però, scrivere “10 anni successivi”, perché negli anni della seconda guerra mondiale i vari Seeburg, Wurlitzer, Ami e Rock-Ola furono, più o meno, costretti a convertire i macchinari di produzione alla fabbricazione di materiale bellico.
      Così fu che  molti vecchi JukeBox che prima della guerra venivano distrutti perché “non più di moda”, durante la guerra venivano dismessi in grandi magazzini. Così si potevano recuperare dei pezzi di ricambio; 



      Un pezzo unico, una meccanica unica, fu la svolta che fece di Wurlitzer il marchio leader. Cambiava la carrozzeria, ma la meccanica restava pressoché uguale.
      In pratica… si teneva il mobile originale, ma si cambiavano il design e le dimensioni esterne….. 
      I costi diminuirono e….così i locali più modaioli e lussuosi ebbero sempre dei jukebox nuovi, che però… erano sempre gli stessi,  a livello tecnico;  cambiava solo il mobile esterno nella sua veste estetica!
      Dopo la guerra 1939/1945, l’entusiasmo per i JukeBox cresceva in tal modo che era davvero difficile trovare un locale pubblico che non ne avesse uno.  

      Non si dipendeva più solo dai brani musicali proposte dalle radio, o, per i più fortunati, da qualche disco che si poteva avere in casa… coi vari Seeburg, Rock-Ola, Ami e Wurlitzer (e altri nomi…) se volevi ascoltare il brano preferito era sufficiente inserire una monetina e… l’ascolto era fatto  😜
      Ovviamente era anche un bel mercato per l’industria discografica… (a propò… qualcuno si ricorda del “FestivalBar” che si faceva, una volta all’anno, nell’Arena di Verona? La classifica finale si basava sulle selezioni effettuate da chi inseriva 100 lire <200 ?>  Chi si ricorda più, sic!)… 
      Io, nel mio piccolo, ho sempre dubitato che fosse un conteggio vero e non pilotato, ma questo è un altro discorso… 🙄


      IL nome JUKE BOX non si sa di preciso da dove venga… esistono più teorie, probabilmente tutte vere… Fatto sta che avere la possibilità di avere un mobile che riproduceva musica, e magari pure quella più popolare, non fu molto ben vista dai musicisti.
      Del resto… i musicisti suonavano per guadagnarsi da vivere, stavano sul palco, anche se improvvisato, nei bar, e suonavano… Vedersi sostituiti da una macchina “infernale come questa…. " significava dover cercare altri luoghi dove poter guadagnare suonando… oppure… erano costretti a cambiare lavoro o diventare musicista da strada…  (rubare il lavoro lo si può fare/interpretare in molti modi…..) .


       

      Dite la verità, qui, forse, siamo tutti audiofili… sì, ma anche un po’ nostalgici… (o no???)
      Chi di noi non avrebbe voglia, entrando in un bar, di inserire una moneta nella fessura, selezionare qualche brano e ascoltare quel suono di “poca fedeltà” ma molto fascino?
      Chissà… magari nel bar si trovano delle ragazze  e voi potreste invitarle a ballare…  roba d’altri tempi? be', sì… certo. Ma … a voi non piacerebbe averne uno, in casa? 
      Se vi interessa (e se avete lo spazio necessario…) cercate sul web… troverete molti JukeBox usati/garantiti/originali in vendita… non costano poco, OK, … ma… volete mettere?

      PS… avevo scritto queste righe più di un mese fa, per poi dimenticarmene (…) l’altro giorno sono andato al museo “Nicolis” di Villafranca Veronese, e lì ci sono esposti 4/5 jukebox originali, (e anche... udite udite, qualche organo da strada di cui parlavo tempo fa...) molto belli. 
      E … mi è venuto voglia di riaprire  queste righe…
       

      Vedo di inserire qualche foto, grazie per la lettura

       

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      esistono delle belle letture sull'argomento, spesso hanno delle belle immagini.

      Molto di ciò che ho scritto l'ho preso da questo bellissimo libro. Ve lo consiglio... (contiene anche un CD di musiche del JukeBox_Time...)

      JukeBox_libro.thumb.jpg.1fdd7058255d24e4597158f627c449e9.jpg


       



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