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    Wadia 121

    Di Pier Francesco Fantin

     

    Il piccolo convertitore D/A, e non solo, della casa italo/americana

    Per me che sono nato, si fa per dire, ma cresciuto sì nell'era digitale dell'alta fedeltà il nome Wadia suscita sempre una certa emozione o forse più propriamente un senso di reverenza che è giusto avere nei confronti di chi è stato capace di tracciare e percorrere una nuova via. Inoltre per mezzo della mia fantasia a questo nome ho sempre associato un bel pezzo di valchiria su un cavallo alato o qualche essere mitologico al servizio di Odino ed invece scopro abbastanza banalmente dall'enciclopedia Treccani che “la wadia longobarda, derivante da un antico germanico vadicorrispondente al vasdel primitivo diritto romano, è la garanzia per un debito.”

     

    Non ho la più pallida idea se i fondatori del marchio abbiano scelto il nome Wadia per questo motivo o se è solo una coincidenza ma a questo punto vado oltre e vi lascio questo spunto per ideare una Vostra congettura o teoria.

     

    Introduzione

    Wadia come tutti sanno ha da sempre progettato e costruito macchine espressamente dedicate alla decodifica digitale, tanto che il primo prodotto lanciato nello stesso anno della sua nascita, nel 1988, fu proprio il convertitore 2000 al quale venne associata l'espressione Decoding Computer. Di prodotti apprezzabili ma soprattutto di oggetti da sogno il marchio di origine americana, recentemente acquisito dall'italianissima Fine Sounds Group (già proprietaria di Sonus Faber, McIntosh, Audio Research e Sumiko), ne ha prodotti e commercializzati davvero molti a partire proprio dal Wadia 2000, passando per la meccanica 7 e il convertitore 9 ai più recenti e mostruosi apparecchi della serie 9 (971, 922, 931) che ho avuto la fortuna di ascoltare in più occasioni fra cui anche durante una visita alla Sonus Faber ad Arcugnano. Il Wadia 121 oggetto di questa prova in realtà è abbastanza lontano dai prodotti sopra citati in quanto non rappresenta un prodotto di punta o flag-ship, e io aggiungo fortunatamente, perché è rivolto per le sue caratteristiche ma anche per il prezzo ad un numero maggiore di appassionati.

     

     

    1. Design

    Il 121 è esteticamente gradevole, discreto e simile ad altri prodotti della serie 1 come il 171i Transport dock per iPod, ormai fuori catalogo,  e il 151 PowerDAC Mini e presenta alcuni particolari caratteristici utilizzati molto spesso per altri prodotti Wadia come la stondatura del telaio in alluminio verniciato nero opaco e i piedini conici, in questo caso in gomma, che sono richiamati dai “tappi” sul pannello superiore. Misura alla base solo una ventina di centimetri circa ed è alto meno di sette per 1,13 kg di peso. Sul frontale non sono presenti pulsanti, interruttori o manopole ma solo logo, serigrafie e tre file di led blu da cui si può leggere rispettivamente l'ingresso digitale selezionato e l'impostazione della fase, la frequenza di campionamento ed il livello del volume. Già, il volume, perché il Nostro è anche un preamplificatore dotato di un controllo digitale a 32 bit. Oltre ai led solo una presa da ¼ di pollice per l'uscita cuffie e il sensore IR per l'indispensabile telecomando da cui si gestiscono tutte le funzioni di controllo. Sul retro una quantità invidiabile di ingressi e le uscite sia single-ended RCA che XLR bilanciate e la presa per collegare l'alimentatore esterno.

     

    2. Costruzione

    Nel compatto e ben realizzato imballo sono contenuti i tre elementi fondamentali del Wadia 121 ovvero il telaio principale, l'alimentatore con spina DIN a 7 poli ed il telecomando in metallo. Oltre a questo nessuna documentazione cartacea ma solo una pen drive in dotazione contenente il manuale in formato pdf.

     

    Le caratteristiche tecniche del 121 sono molto interessanti a partire dalla grande quantità di ingressi disponibili, coassiale S/PDIF (sia BNC che RCA), AES/EBU, TosLink e USB asincrono, per mezzo dei quali sono supportati file PCM fino alla soglia di 192 kHz 24 bit. L'ingresso USB 2.0 è dotato dell'ormai famoso e affidabile chip Xmos e per gli utenti Apple l'ingresso in questione è plug&play poiché non è necessaria l'installazione di alcun driver: infatti il Wadia 121 viene immediatamente riconosciuto non solo dall'applicazione MIDI Audio ma persino fra le preferenze di sistema per via del Clock interno. Nel caso si utilizzi un PC con Microsoft Windows è disponibile per il download dal sito ufficiale l'apposito driver. Per quanto riguarda le uscite analogiche è dotato sia di connessioni RCA che XLR e dal momento che sono contemporaneamente attive è particolarmente semplice collegare un bel subwoofer amplificato. Il livello d'uscita è regolabile e si può scegliere quello più adatto alle nostre necessità fra tre livelli pari a 1V, 2V e 4V. Quanto al volume digitale a 32 bit di cui facevo cenno poc' anzi questo opera all'interno del dominio digitale per cui non esiste, e non è neppure necessario, un sistema per escuderlo e bypassarlo. Attraverso il telecomando si regola il livello del volume, che ha un intervallo utile di 60 dB, con passi di 0.5 dB e attraverso i 6 led posti sul frontale possiamo avere un'indicazione di massima in merito all'attenuazione selezionata poiché ciascuno di essi si illumina ad ogni incremento di 10 dB pari a 20 “click” del tasto apposito.

     

    Come se non bastasse questa già ricca dotazione il Wadia 121 possiede anche una uscita con stadio di amplificazione in classe A, anch'essa regolabile, per interfacciare sia cuffie a bassa che ad alta sensibilità.

     

    Svitando le sei viti e rimosso parte del telaio possiamo vedere il grande circuito stampato che raccoglie tutte le sezioni comprese le alimentazioni ed il piccolo chip DAC ESS Sabre ES9018S vicino all'imponente dispositivo a logica programmabile Altera Cyclone II. Apprezzabile la separazione del segnale in uscita dal Sabre per rendere disponibili all'uso contemporaneamente sia l'uscita single-ended che bilanciata. In linea con l'ingresso USB possiamo invece scorgere il chip Xmos che è ormai implementato per le sue doti e la sua affidabilità sulla maggior parte dei convertitori con ingresso USB in commercio.

     

     

    3. Suono

    Il Wadia 121 è stato inserito nel mio impianto principale composto dalla sorgente digitale cd/sacd Cary Audio 306 Pro, sorgente digitale per musica liquida Apple Mac Pro con software Audirvana+ o Pure Music e interfaccia USB-S/PDIF M2Tech Hiface, preamplificatore Atelier du Triode ilpre, finale di potenza Cello Rhapsody, diffusori Revel Ultima Studio, cavi di alimentazione e potenza Faber's Cables e di segnale Signal Cable. Per l'ascolto dei files ad alta risoluzione è stato collegato l'Apple Mac Pro al DAC mediante cavo USB mentre per l'ascolto dei cd è stato utilizzato il Cary Audio 306 Pro come meccanica sfruttando il collegamento S/PIDIF presente.

     

    Sono ben conscio del fatto che il confronto del piccolo Wadia 121 con il mio riferimento digitale, il Cary Audio 306 Pro, è impari ma le aspettative erano molte ed inoltre penso che per valutare attentamente un'elettronica di qualsiasi genere si debba “agire come gli arcieri esperti i quali, vedendo il luogo da colpire troppo lontano e conoscendo la potenza del loro arco, pongono la mira molto più in alto del bersaglio, non per raggiungere con la loro freccia tanta altezza, ma per potere, con l’aiuto di così alta mira, centrare il bersaglio”.

     

    Inoltre per valutare con maggior serenità alcune funzioni dell'oggetto in prova ho inserito a più riprese anche il preamplificatore Audio Research Ref2 MKII e un ben più economico, vecchiotto ed estremamente sorprendente Superphon Revelation Basic progettato nientepopodimeno che da Stan Warren (vedasi PS Audio). L'uscita cuffie è stata testata con due cuffie piuttosto diverse sia come caratteristiche che come costo, la Denon AH-D7100 e la Sennheiser HD600.

     

    Il tutto si è svolto nella mia sala d'ascolto che ha ottime proporzioni, misura in pianta circa 25 metri quadri, è mediamente assorbente ed è priva di riflessioni modali particolarmente dannose.

     

    Premetto che avendo avuto a disposizione questa elettronica per oltre un mese l'ho ascoltato con una grandissima quantità di materiale musicale ma nelle righe che seguiranno troverete citati, per ovvie ragioni, solamente pochi titoli sia su supporto fisico CD che “liquido” con files in alta risoluzione.

     

    Per cominciare ho utilizzato il Cary Audio 306 Pro come meccanica collegandolo al Wadia 121 mediante interfaccia S/PDIF.

     

    Gli ascolti iniziano con il bellissimo disco Robert Wyatt & Friends In Concert – Hannibal 2005 [HNCD 1507], magari non un riferimento dal punto di vista della registrazione ma per il sottoscritto assolutamente imperdibile per il contenuto artistico ed emozionale. L'equilibrio complessivo è molto buono, con una interpretazione del segnale senz'altro diversa dal riferimento, con una timbrica levigata in gamma acuta che si nota in particolare con i passaggi di tromba (tr.7 – Alife) ma che permette di godere appieno, anche a volume sostenuto, dei dischi “imperfetti” come questo.

     

    Nel disco seguente Philip Glass, Hydrogen Jukebox – Elektra Nonesuch 1993 [7559-79286-2] si nota una buona gamma bassa sufficientemente estesa e controllata ed una gamma alta arrotondata ma piacevole (tr.1 – Song #1 from Iron Horse). Belle ed intense le voci maschili in particolare quella del baritono Watson (tr.7 – Song #7 from Howl Part II) e del tenore Fracker (tr.10 – Song #10 Aunt Rose) accompagnato dal coro. Ad essere pignoli rispetto al riferimento mancano l'ariosità, l'estensione in gamma alta, l'articolazione e la velocità; se me lo consentite si può tranquillamente affermare, riassumendo il tutto in una sola parola, che al Nostro difetta un po' di musicalità... e vorrei anche vedere che non fosse così visto l'alto termine di paragone.

     

    Proseguiamo il test con alcuni brani dell'immancabile e bellissimo quanto difficile da riprodurre disco di Jan Garbarek, I Took Up The Runes – ECM 2008 [ECM 1419]. Per tutta la durata del disco il 121 è stato messo alla frusta e nei passaggi più difficili in presenza di escursioni dinamiche violente è risultato abbastanza chiaro il divario in confronto al riferimento. Inoltre con questo repertorio, in cui non solo la dinamica ma anche la correttezza timbrica è fondamentale, si sono palesati i limiti del piccolo Wadia che come già segnalato in precedenza non riesce a riprodurre correttamente le salite vertiginose del sax di Garbarek ma neppure la lucentezza dei piatti percossi da Katché.

     

     

    Per quanto riguarda la tridimensionalità abbiamo un'impostazione un po' monitor con un suono comunque ben svincolato dai diffusori ma più avanzato, meno profondo e con una scansione dei piani sonori meno precisa rispetto al Cary Audio.

     

    L'ultimo dischetto argentato da me utilizzato è stato David Beltran Soto Chero, Migajas – Velut Luna 2013 [CVLD 238] interessante lavoro sperimentale del bravo chitarrista argentino che contiene fra le sue tracce una grande varietà di suoni acustici ed elettrici ed in cui si possono riscontrare delle escursioni dinamiche di rara intensità. La batteria (tr.5 – Suite II, Amen) non viene riprodotta con la necessaria incisività e manca anche un pizzico di velocità utile per riprodurre correttamente un brano indiavolato come Toni Nokia (tr.8 – Suite III).

     

    A questo punto è stato doveroso testare l'ingresso USB collegando direttamente il Mac Pro al Wadia 121. Quest'ultimo è stato immediatamente riconosciuto dal computer dedicato alla musica liquida non solo dai player impiegati, Pure Music e Audirvana+, ma anche dall'applicazione Midi Audio con cui si gestisce l'audio dei computer di casa Apple.

     

    Ho cominciato con alcuni files 44.1 kHz 16 bit estratti opportunamente da CD quali Calexico, The Black Light – City Slang 1998 [SLANG1038042], 35007, Liquid - Stickman Records 2002 [PSYCHOBABBLE 037], Renaud Garcia-Fons, Arcoluz – Enja 2005 [JENJ 3325-2]; gli stessi album sono stati ascoltati anche in CD attraverso il lettore integrato 306 Pro direttamente collegato all'amplificazione attraverso la sua uscita analogica.

     

    Il pezzo strumentale Over Your Shoulder (tr.10) dell'album capolavoro di Burns-Convertino mi è particolarmente caro con quel mix di sonorità country folk condite in salsa messicana. La ricchezza armonica è similare al Cary Audio mentre è meno controllata ed estesa la gamma bassa. La batteria suona un po' più morbida del dovuto mentre la gamma alta seppur levigata non inficia in alcun modo il piacere d'ascolto.

     

    La conferma di quanto rilevato avviene per mezzo dello strepitoso pezzo Tsunami (tr.1), della band olandese 35007, coinvolgente ed incendiario nel suo crescendo lento ed inesorabile. Nonostante questa minor potenza in gamma bassa mi ha stupito in questo caso la capacità del 121 di suonare veramente forte ad un alto livello d'intensità sonora.
    Si palesano luci ed ombre durante l'ascolto di un disco bello ed intenso come quello che vede protagonisti i componenti del Renaud Garcia-Fons Trio. Tornano infatti evidenti i limiti di estensione di banda per una mancanza di brillantezza in alto e di estensione e nettezza del suono del contrabbasso a cinque corde del musicista francese di origini catalane (tr.4 – 40 Dìas). Positiva, come già avevo notato in precedenza, la fluidità e la totale assenza di suono “digitale” tipico di Wadia.
    Si sono susseguiti diversi altri album di vari generi musicali con files questa volta ad alta risoluzione fra cui Lee Morgan, The Sidewinder – Blue Note Records 2012 (192 kHz 24 bit), The Bill Evans Trio, Waltz For Debby – Original Jazz Classics 2011 (96 kHz 24 bit), David Bowie, The Next Day – Columbia 2013 (96 kHz 24 bit), nuovamente David Beltran Soto Chero, Migajas – Velut Luna 2013 (88.2 kHz 24 bit) ed altri ancora.

     

    Le caratteristiche sonore precedentemente descritte sono sovrapponibili anche con l'impiego di files ad alta risoluzione ma in effetti vi è un beneficio soprattutto per quanto concerne la ricchezza armonica e la corposità della  gamma bassa e medio-bassa. In gamma alta persiste quel roll-off che a onor del vero è caratteristica comune in molte macchine di questa categoria.

     

     

    Durante le prove d'ascolto ho inoltre testato il volume digitale a 32 bit collegando il Wadia 121 direttamente al finale Cello Rhapsody mediante la connessione bilanciata dal momento che quest'ultimo è dotato solo di ingressi XLR. La trasparenza rimane senz'altro buona, analoga a quella della macchina collegata a monte di un preamplificatore però a mio avviso si perdono alcune qualità che rendono ancor più piacevole l'ascolto fra cui la tridimensionalità, la scansione dei piani sonori ed una vivacità della musica dovuta ad una migliore microdinamica. Da questo punto di vista non ho alcuna remora nell'affermare che ho preferito per gli ascolti “critici” mantenere un preamplificatore nell'impianto. Non ho necessariamente utilizzato un pre esoterico come ilpre di Atelier du Triode o il sempreverde Audio Research Ref2 MKII che ho avuto a disposizione ma anche un ben più modesto, almeno come costo sul mercato dell'usato, Superphon Revelation Basic. Questo pre vintage anni '80 di cui mi piacerebbe si parlasse di più è risultato un ottimo compagno di viaggio del Wadia donandogli un po' di brillantezza e restituendo una scena senz'altro più veritiera e godibile rispetto a quella proposta dal solo 121. Quel suono monitor, da alcuni molto apprezzato, risulta ancora più evidente collegando il Nostro direttamente al finale con un palcoscenico però un po' troppo ristretto e limitato fra i diffusori e con ridotta profondità.

     

    Per quel che concerne l'uscita cuffie posso dirvi che il Wadia 121 si è meglio interfacciato, come prevedibile, con la buona Denon AH-D7100 piuttosto che con la Sennheiser HD600 che richiede senza ombra di dubbio un'amplificazione dedicata più potente a causa dell'impedenza di 300 ohm. La Denon per le caratteristiche elettriche risulta un carico di lavoro più semplice e adatto all'uscita del 121. Per altri tipi di cuffie simili alle HD600 mi sento vivamente di consigliare un ampli cuffie dedicato per avere maggiore spinta e controllo.

     

    4. Universalità

    Durante questa prova non ho riscontrato particolari idiosincrasie del Wadia 121 verso alcun interfacciamento se non quello appena descritto poco sopra relativo all'utilizzo delle cuffie. Timbricamente questo piccolo DAC si può ben inserire in qualsiasi impianto essendo dotato di un ottimo equilibrio. In particolare considerate le sue peculiarità lo vedrei molto bene fra un computer dedicato alla musica liquida e una buona coppia di diffusori amplificati con l'aggiunta, volendo, anche di un subwoofer. Non mi è parsa neppure problematica la sua collocazione fisica e non ho osservato neppure particolari problemi di interferenze o disturbi elettrici che ne inficino le prestazioni.

     

    5. Valore

    La valutazione di un oggetto è sempre una questione delicata e in questo caso mi sento ancor più combattuto del solito nell'esprimere un giudizio che spero comunque sia il più possibile oggettivo. Considerando come è costruito, le ricche dotazioni e il suono che il Wadia 121 riesce ad esprimere si può serenamente affermare che il prezzo al quale viene proposto è corretto ed in linea con quello di prodotti analoghi. Inoltre dal prezzo di listino di 1450 euro si scende ad uno street price di circa il 20% in meno che lo rende di sicuro appetibile ed interessante. Di prodotti in questa fascia di prezzo con l'avvento della musica liquida ne sono comparsi davvero molti e mi sento di annoverare come antagonisti del 121 sicuramente il PS Audio NuWave, il Wired4Sound DAC nelle sue svariate configurazioni, il buon Calyx DAC 192/24 che al momento però non mi risulta più importato, e gli italianissimi M2Tech Young e il Lector Digitube. Fra questi contendenti inserirei in considerazione del notevole rapporto qualità/prezzo, anche se non raggiunge le prestazioni del prodotto recensito, l'M-Dac della Audiolab.

     

    Conclusioni

    Vi sono alcuni aspetti di questa elettronica che non mi hanno entusiasmato come ad esempio l'interfaccia poco intuitiva (con i suoi molti led) legata indissolubilmente al telecomando, l'assenza di una manopola e/o di un display che sarebbero stati utili per impostare le varie funzioni e regolare il volume, l'assenza di interruttore on/off e persino la macanza di documentazione cartacea nell'imballo (disponibile però nella pen drive in dotazione). Oltre a questi, che ritengo tuttavia dei peccati veniali superabili anche con poco sforzo da parte dell'utente finale, vi è anche un altro elemento che ritengo più penalizzante come l'alimentatore switching in dotazione; considerando la bontà del progetto e le capacità dei progettisti Wadia si sarebbe potuto curare un po' di più l'alimentazione ottenendo sicuramente migliori prestazioni anche a discapito di un più alto prezzo di mercato.

     

    Quanto ai limiti riscontrati in estremità di banda durante la prova d'ascolto posso affermare con serenità che questi sono stati evidenti solo perché il riferimento utilizzato appartiene a ben altra categoria e nonostante la mia severità di giudizio ritengo le prestazioni del Wadia 121 allineate con quelle della concorrenza. Di estremamente positivo conserverò nella mia memoria il suono fluido, la grana molto fine, la buona trasparenza e l'ineccepibile equilibrio complessivo che rendono questo apparecchio universale e facilmente inseribile in ogni impianto.


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      La vera magia che compie il Carnevale è quella di fermare il tempo: almeno per qualche giorno si può dimenticare il quotidiano e lasciarsi trasportare in un mondo fantastico, ritornare bambini inventarsi battaglie a colpi di coriandoli e volare con la fantasia in quei mondi fatti di streghe, elfi, draghi, fate, creature misteriose che evocano personaggi mitologici o del futuro che viaggiano nel nostro inconscio: DES MONDES FANTASTIQUES!

      Questo è stato il tema dell’ 86esimo Carnevale di Menton durante la tradizionale e celebre Fête du Citron che ha richiamato una gran folla entusiasta un po’ da tutto il mondo.

      Domenica eravamo 240000 e, alla fine, tutti eravamo cosparsi di “confettis” (coriandoli). Moltissimi i controlli e massiccia la presenza dei gendarmi ma,  più importante ed evidente, era la voglia di fare festa e divertirsi tutti insieme... no, non c’erano gilets jaunes ma tanti...citrons jaunes che, volentieri,  giocavano e si facevano fotografare soprattutto con i bambini. La temperatura era quasi estiva, il sole splendeva e, nel cielo, neanche una nuvola! Dopo la burrasca dei giorni scorsi, anche il mare si era calmato. La scenografia era quindi perfetta!

      Prima di partire con le foto delle cartoline, però, leggete il lato B, quello che vi racconta qualcosa sulle origini e la storia di questa bella festa, e probabilmente scoprirete qualche notizia interessante. Buon divertimento!

       

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      L’idea del Carnevale a Mentone, fino allora legato a quello di Nizza, è venuta all'inizio del 1900 ad opera di alcuni albergatori che volevano alimentare e intrattenere i villeggianti durante la stagione in cui era tradizione che re, principi, nobili, imprenditori, artisti e ricchi borghesi venissero su “la Côte” a trascorrere qualche salutare settimana al mare cercando anche di curare quel triste mal sottile che era la piaga del tempo. 

      Il Carnevale di Nizza, antichissimo e risalente addirittura al XIII secolo, era l’appuntamento ideale con la sua famosa Parade e i fantastici fuochi artificiali che chiudevano i festeggiamenti . Anche la regina Vittoria partecipò alla manifestazione nel 1882. 

      Una simpatica curiosità: durante questo periodo, nella seconda serata, si svolgeva una famosa e attesa gara, retaggio genovese, che era chiamata dei “Moucouleti”.

      In realtà, come racconta la storia, questa serata presentava un gioco molto divertente dedicato agli innamorati: i giovani tenevano in mano una candela accesa mentre le ragazze la portavano ugualmente ma tenendola, con la mano alzata, sulla testa. Il combattimento consisteva nel cercare, soffiando, di spegnere a vicenda la candela degli avversari mantenendo accesa la propria. Anche le ragazze cercavano di spegnere quella di quei corteggiatori che non gradivano o quelle delle rivali. Quelli che riuscivano a mantenere il moccolo acceso cercavano poi di spegnere quello della ragazza di cui erano innamorati: se ci riuscivano avevano in premio il bacio della fanciulla amata.

      @

      Intanto, nel 1929, quando si diceva che Mentone fosse il primo produttore di limoni del continente, un albergatore decise di allestire una Mostra di Fiori e di Agrumi  nel giardino dell’Hotel Riviera. L’esposizione riscosse un notevole interesse tanto che, a poco, si sviluppò sempre di più arricchendosi di carretti decorati di agrumi, piante di agrumi e bancarelle disseminati qua e là per la cittadina con graziose majorettes abbigliate in costume. 

       

      Finalmente, la vera FÊTE du CITRON nacque nel 1934 e diventò una manifestazione indipendente dal Carnevale di Nizza, offrendo un proprio défilé “al limone”!

      Nel 1936 apparvero  i primi  manifesti e la Festa si trasferì nei pressi del Casinò, nei giardini pubblici Biovès: qui nacquero le prime creazioni con l’utilizzo di 10000 limoni e 12000 arance: il tema era un omaggio al territorio.

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      Da allora, ogni anno, in autunno, viene deciso il tema per il prossimo Carnevale, tuttavia, come succede per tutti gli eventi, alcuni anni sono stati felici e altri meno sia per cause climatiche (anni di forti piogge e addirittura neve nel 1956!) che politiche, come il 1991, soppresso per motivi di sicurezza a causa della guerra del Golfo.

      Ecco le tappe principali e alcuni dei temi importanti che sono stati sviluppati nel corso degli anni passati:

      Nel 1959 gli agrumi dei carri non vengono più infilzati in lunghi spilloni ma ancorati e legati tra loro per mezzo di elastici. Quest’anno ne sono serviti 750000!

      Nel 1973, in omaggio a Jules Verne e allo sbarco sulla luna, il tema è stato: “Dalla Terra alla Luna”; a Jules Verne si ritornerà nel 2013 con “ Il giro del mondo in 80 giorni”.

      Dal 1995 al 1999 i temi sono dedicati agli eroi dei fumetti : Asterix, Obelix, Tintin, Lucky Luke, personaggi di Walt Disney e del film “Fantasia”.

      Nel 2000 sfilano per la prima volta i carri di agrumi articolati nei movimenti.

      Nel 2002 il tema è italiano : Pinocchio.

      Molte edizioni, invece,  hanno scelto temi geografici che spaziano nei viaggi e vanno dalla Cina all’India, a regioni europee e grandi isole.

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      Occupandoci di questioni più pratiche, viene spontaneo domandarsi da dove vengano ben 140 tonnellate di agrumi, quantità impossibile per un comprensorio così piccolo... E poi, se i limoni di Mentone sono così speciali e pregiati, perché sciuparli nella creazione dei carri? E dove finiranno alla fine del Carnevale?Chi li fa e chi li disfa?

      Eccomi qua a cercare di dare una risposta a queste domande che io, come voi, suppongo vi siate posti!

      Allora, da quel che ho saputo, nessuno degli agrumi impiegati proviene dal territorio e neppure dalla Francia! Arrivano in maggioranza dalla Spagna, dal Marocco e, forse anche un po’ dall’Italia e altri Paesi del Mediterraneo. Delle più di 140 tonnellate, acquistate dal Comune, 100 servono per decorare il Jardin, la cui visita costa 12€ e che ospita le strutture immobili. Un po’ più di 30 invece servono per allestire i carri della sfilata ( per assistere i costi vanno dai 10, in piedi ai 25 €, seduti in tribuna) e il restante per risistemare quelle che, nel corso di quindici giorni, periodo della durata della manifestazione, si deteriorano. Alla fine, quando si smontano gli allestimenti, gli agrumi vengono svenduti, per pochi euro, in sacchetti che le famiglie acquistano ( ma solo in parte, circa 6 o 7 tonnellate), per divertirsi creando giochi per i bambini o dilettandosi, a loro volta, in piccole creazioni. Uno dei giochi più comuni è quello di creare piramidi e, sempre con gli agrumi, bombardarle per vedere chi riesce ad abbatterne il maggior numero.

      Va detto che questi agrumi non sono di grande qualità e che, difficilmente si sarebbero venduti perché magari trattati con prodotti non conformi alle norme relative all’alimentazione. Restano comunque dubbi su altri eventuali usi.

      Dalla preparazione allo smantellamento, ogni anno, vengono assunte dal Comune centinaia di persone tra cui molti studenti e pensionati che si avvicendano nei vari compiti.

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      Adesso però divertitevi e rilassatevi guardando un po’ di cartoline che arrivano fresche fresche dalla festa del 24 febbraio scorso! Alla sfilata però, lo vedrete, non c’erano solo i carri di agrumi, 10 in tutto, ma parecchie altre attrazioni si susseguivano con performances di acrobati e artisti di strada, animali gonfiabili giganti, danze tipiche eseguite dalle simpatiche e bellissime rappresentanti dei Territori d’Oltre Mare, dame e cicisbei della Commedia dell’arte, violiniste, robot, maschere varie, velocipedi, carri meccanici di mostri  giganteschi che sparavano neve e coriandoli o che sbuffavano fumo dalle narici... Fantasie oniriche di ogni età e di ogni tipo...senza tempo, insomma, come le mie cartoline!CA3.thumb.JPG.3afa2e46908c76f0e59b25d76283c265.JPGCA4.thumb.JPG.c6858f40433065d8e276d242cd62156f.JPGCA5.thumb.JPG.98077b8241b9b351262ff0b891ee259a.JPGCA7.thumb.JPG.29bf76c49f543035cf6d648deaab51d0.JPG

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      .

      Purtoppo la mia carrellata finisce qui, con la Chimère... lo spazio è tiranno e io avevo ancora un po' di cartoline... vedremo se mi sarà possibile inserirne altre prima o poi...per ora restano alcuni spazi vuoti...Peccato!

      BUON CARNEVALE A TUTTI!!! 

      IMPORTANTE! Sono riuscita a postare qui sotto, in altri post successivi...  😁

       

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    2. - Sssh, la senti a questa? Questa, quando veniva 'nterra Brucculin', faceva piangere i meglio gangstèr a tanto di lacrime! Gilda Mignonette, la conosci?
      - No.
      - E che ci campi a fare?

      (dialogo dal film I Magliari, diretto da Francesco Rosi nel 1959)

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      Nel film il jukebox suonava 'A cartulina 'e Napule, del 1927, musicata da Giuseppe De Luca su testo di Pasquale Buongiovanni, entrambi emigranti a New York, interprete è Gilda Mignonette.
      Era chiamata la Regina degli emigranti dalle colonie italo-americane, Gilda Mignonette nata nella Duchesca nel 1886, forse la prima music star della musica napoletana. Il suo successo fu lungo e travolgente, dall'Argentina agli Stati Uniti.
      Nel 1953 sentendo arrivare la fine, volle essere condotta a Napoli, chi nasce a Napule 'n ce vo' muri', si dice. Non ci riuscì, morì a ventiquattro ore da Napoli sulla transoceanica "Homeland", sul certificato di morte vennero riportate le coordinate del punto in cui si spense, latitudine 37° 21' Nord e longitudine 4° 30' Est.
      E allora, immergiamoci nella New York del 1927 e godiamoci la grande Gilda. A presto e sempre senza nulla a pretendere.

       

    3. Scendo alla prossima

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      dopo il primo blog sugli organi da strada Olandesi, , mi sembra naturale proseguire la strada della musica riprodotta “in altra maniera”.
      Organi da strada… carini, vero? 
      E i JukeBox? Sicuramente un oggetto che molti di noi conoscono.
      Tre le marche fondamentali:
      Wurlitzer, Seeburg,  Rock-Ola
      E mica parliamo di “macchinette” eh…! La diffusione di queste macchine era, dal 1930 al 1960, molto vasta.
      Tanti locali pubblici, e non di certo solamente negli USA, ne avevano uno.
      Pensate che nel solo anno 1936 la Wurlitzer  riuscì a vendere più di 40.000 jukebox…
      Era stata la ditta Ami a produrre il primo vero fonografo a moneta che fu messo sul mercato nel lontano 1927.  Questa azienda aveva un certo nome come produttore di pianoforti automatici…

      Non riuscì a diventare marchio leader negli States. Cosa che però, gli riuscì in Europa.
      Nel 1933 (quindi 3 anni dopo la AMI) la Wurlitzer presentò il suo primo apparecchio, col quale si poteva selezionare uno dei dischi inserito in questo “mobile” (che, inizialmente, era fatto di legno).


      Quella di poter selezionare il brano che si voleva ascoltare si rivelò subito una scelta vincente.
      In pochi anni anche Seeburg  e Rock-Ola riuscirono ad affermarsi sul mercato. 
      Il mobile di questi apparecchi prodotti in quegli anni erano fatti di legno.
      I dodici (ma c’erano anche modelli con una selezione/offerta più piccola…) dischi erano, visto il periodo,  a 78 giri.  I dischi erano disposti in una pila verticale dalla quale di volta in volta venivano estratti e “suonati”. 

      Fu la ditta Seeburg a sposare, prima di tutti, il “KITSCH”, tipo di design che ha reso famosi questi aggeggi. Non vi è dubbio alcuno che il grande successo di vendita fu anche per i vari mobili, cromature, colori, plastiche  illuminate. 
      Interessante sapere che questi JukeBox raramente venivano venduti ai locali, bar, ristoranti ecc. 
      Si preferiva venderli ai noleggiatori, che noleggiavano ai locali pubblici le ultime novità. Tempo un anno, e la macchina passava dai grandi locali ai bar più piccoli, poi nelle cittadine meno grandi, infine nei locali di campagna.

      Questi bar e ostelli erano l’ultimo anello della catena… quando arrivava un nuovo modello, con ancora più luci, colori, scelte e stranezze varie, il jukebox, spesso ancora perfettamente funzionante, veniva distrutto. 
      Consumismo, si chiama. Ne sappiamo qualcosa anche noi, adesso….. 😁
      Comunque sia… fu nel 1940 che ebbe inizio la produzione di Jukebox  ad arco. Erano sempre stati squadrati, prima. Fu una grande idea, tant’è che i dieci anni successivi i jukebox prodotti avevano tutti, più meno, la stessa forma. 
      Non sarebbe completamente giusto però, scrivere “10 anni successivi”, perché negli anni della seconda guerra mondiale i vari Seeburg, Wurlitzer, Ami e Rock-Ola furono, più o meno, costretti a convertire i macchinari di produzione alla fabbricazione di materiale bellico.
      Così fu che  molti vecchi JukeBox che prima della guerra venivano distrutti perché “non più di moda”, durante la guerra venivano dismessi in grandi magazzini. Così si potevano recuperare dei pezzi di ricambio; 



      Un pezzo unico, una meccanica unica, fu la svolta che fece di Wurlitzer il marchio leader. Cambiava la carrozzeria, ma la meccanica restava pressoché uguale.
      In pratica… si teneva il mobile originale, ma si cambiavano il design e le dimensioni esterne….. 
      I costi diminuirono e….così i locali più modaioli e lussuosi ebbero sempre dei jukebox nuovi, che però… erano sempre gli stessi,  a livello tecnico;  cambiava solo il mobile esterno nella sua veste estetica!
      Dopo la guerra 1939/1945, l’entusiasmo per i JukeBox cresceva in tal modo che era davvero difficile trovare un locale pubblico che non ne avesse uno.  

      Non si dipendeva più solo dai brani musicali proposte dalle radio, o, per i più fortunati, da qualche disco che si poteva avere in casa… coi vari Seeburg, Rock-Ola, Ami e Wurlitzer (e altri nomi…) se volevi ascoltare il brano preferito era sufficiente inserire una monetina e… l’ascolto era fatto  😜
      Ovviamente era anche un bel mercato per l’industria discografica… (a propò… qualcuno si ricorda del “FestivalBar” che si faceva, una volta all’anno, nell’Arena di Verona? La classifica finale si basava sulle selezioni effettuate da chi inseriva 100 lire <200 ?>  Chi si ricorda più, sic!)… 
      Io, nel mio piccolo, ho sempre dubitato che fosse un conteggio vero e non pilotato, ma questo è un altro discorso… 🙄


      IL nome JUKE BOX non si sa di preciso da dove venga… esistono più teorie, probabilmente tutte vere… Fatto sta che avere la possibilità di avere un mobile che riproduceva musica, e magari pure quella più popolare, non fu molto ben vista dai musicisti.
      Del resto… i musicisti suonavano per guadagnarsi da vivere, stavano sul palco, anche se improvvisato, nei bar, e suonavano… Vedersi sostituiti da una macchina “infernale come questa…. " significava dover cercare altri luoghi dove poter guadagnare suonando… oppure… erano costretti a cambiare lavoro o diventare musicista da strada…  (rubare il lavoro lo si può fare/interpretare in molti modi…..) .


       

      Dite la verità, qui, forse, siamo tutti audiofili… sì, ma anche un po’ nostalgici… (o no???)
      Chi di noi non avrebbe voglia, entrando in un bar, di inserire una moneta nella fessura, selezionare qualche brano e ascoltare quel suono di “poca fedeltà” ma molto fascino?
      Chissà… magari nel bar si trovano delle ragazze  e voi potreste invitarle a ballare…  roba d’altri tempi? be', sì… certo. Ma … a voi non piacerebbe averne uno, in casa? 
      Se vi interessa (e se avete lo spazio necessario…) cercate sul web… troverete molti JukeBox usati/garantiti/originali in vendita… non costano poco, OK, … ma… volete mettere?

      PS… avevo scritto queste righe più di un mese fa, per poi dimenticarmene (…) l’altro giorno sono andato al museo “Nicolis” di Villafranca Veronese, e lì ci sono esposti 4/5 jukebox originali, (e anche... udite udite, qualche organo da strada di cui parlavo tempo fa...) molto belli. 
      E … mi è venuto voglia di riaprire  queste righe…
       

      Vedo di inserire qualche foto, grazie per la lettura

       

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      esistono delle belle letture sull'argomento, spesso hanno delle belle immagini.

      Molto di ciò che ho scritto l'ho preso da questo bellissimo libro. Ve lo consiglio... (contiene anche un CD di musiche del JukeBox_Time...)

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