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    Qacoustic i2020

    di Gianni Serra

     

    Introduzione

    In tutta onestà, i mini non mi sono mai piaciuti.   Ecco, ora posso iniziare questa recensione un po’ più sereno e leggero, visto che stavo fissando la tastiera con uno stato ansioso simile a quello provato nella sala d’aspetto del dentista. Il mini diffusore è la classica idea brillante purtroppo a volte mal sviluppata.  Ingombro ridotto, peso limitato, semplice collocazione in ambiente, costi ragionevoli: questi, a mio parere, dovrebbero essere i punti di forza di un progetto intelligente, tanto da convincermi a sorvolare sugli inevitabili compromessi cui un mobile di litraggio assai ridotto costringe.   Come tutti voi saprete però, la realtà è ben diversa e non di rado ci si trova di fronte a signorine che dapprima sembrano solo vagamente schizzinose ed altezzose verso abbinamenti elettrici ed ambientali, ma che, prova, riprova, sposta e cambia, alla fine ci portano a pensare a un’agghiacciante somiglianza con una zitella settantacinquenne.  Ecco, forse sono propri i mini creati da una costola deviata dell’hi-fi, quelli che hanno bisogno di non meno un chilometro dalla parete più vicina ed elettroniche a monte di costo almeno pari al guadagno medio dell’ultimo anno di una persona normale per rendere al meglio che mi hanno portato a covare quell’antipatia cui accennavo in apertura. Per fortuna però, le generalizzazioni sono per loro stessa natura approssimative e, quindi, non esenti da eccezioni più o meno significative.   Come in questo caso. Prima della presa di contatto con questi piccoli diffusori non avevo mai avuto modo di ascoltare prodotti dell’inglese Qacoustics e questo, a mio parere,  rappresenta  un apprezzabile vantaggio in sede di prova, facendo partire  la stessa   da un foglio bianco, libero da opinioni pregresse e scampoli di memoria acustica più o meno fallaci.

     

     

    1. Design

    Bravi, niente da dire: nessuna innovazione eclatante, nessun artificio che alla lunga potrebbe pesare. Mobile di rigorosa semplicità, bordi con accentuata curvatura e pannello anteriore rifinito con materiale plastico semi opaco con righe orizzontali molto sottili. La griglia, fissata con clips plastiche, ha un telaio dello stesso materiale e rete a maglia molto fitta; nel complesso è abbastanza leggerino ma in linea, comunque, agli altri prodotti di questa fascia di prezzo. Ottima la finitura laccata del mobile: nell’esemplare in prova era di un moderno bianco lucido, ma sono presenti altre finiture (nero lucido, grafite, noce) che dovrebbero garantire un completo ventaglio di abbinamenti con i più vari arredamenti casalinghi. Il mobile è di piccole dimensioni, anche se in realtà è un cosiddetto finto magro: il baffle anteriore è molto ridotto, sia in larghezza che in altezza, ma la profondità è consistente. E’ realizzato in mdf da 15 millimetri (notevole, considerate le esigue dimensioni del diffusore) con rinforzi interni posizionati per ridurre al minimo le risonanze del mobile.   L’obiettivo mi sembra raggiunto: pesante, sordo e ben rifinito. Prescindendo dal risultato sonico e valutandolo esclusivamente per la realizzazione, ben difficilmente lo si collocherebbe nella fascia di mercato a cui appartiene.

     

    2.Costruzione

    Il diffusore utilizza lo schema classico del 2 vie, con tweeter da 25mm e mid-woofer da 100mm. I dati tecnici parlano di una impedenza nominale di 6 ohm (con minimo a 4,4 ohm a frequenza non specificata), sensibilità 89db, una risposta in frequenza di 75Hz – 22 Khz.  La potenza raccomandata è 25 – 100w.    Partiamo da questo ultimo dato, non perché sia particolarmente vincolante, ma per sgombrare il campo fin da principio da equivoci: non sono diffusori adatti a Tamp e simili, esattamente come non lo sono per i valvolari con una manciata di watt.    Lo scrivo non perché siano particolarmente ostici (anzi…), ma visto l’attuale moda dell’infilare tubi e chip ultra economici un po’ ovunque be', in questo caso potrebbe essere la migliore strada per non riuscire a valutare le reali prestazioni di cui capaci queste 2020i.    Non chiedono chissà cosa, ma perlomeno un onesto integrato AB anche entry level da 30-50w, si.  Gli altoparlanti sono prodotti su specifica del costruttore.  Il tweeter (multi coated) è raffreddato con ferro fluido ed è stato disaccoppiato dal mobile trattando la sede con gomma butilica; l’unità medio-basso ha un cono realizzato un multistrato di fibra di carbonio, ceramica e carta.

     

    Ci è stato spiegato dal progettista, che per prevenire problemi di fase in prossimità della frequenza di incrocio, è stato utilizzato uno schema Linkwitz Riley di quarto ordine.    Il condotto reflex ha lo sbocco nel lato posteriore del diffusore, ed il costruttore allega nell’imballo una sorta di tappi che consentono la sua occlusione nel caso di installazioni particolarmente a ridosso del muro posteriore (od addirittura il montaggio su staffe a muro) o ancora, semplicemente, nel caso di un ambiente di ascolto particolarmente difficile nella gestione del medio basso.  La morsettiera, ben realizzata, è situata sul pannello inferiore del diffusore entro una maschera di materiale plastico che lascia libero il passaggio dei cavi verso il retro.  Sono presenti connettori per il collegamento in bi-wiring, e di serie vengono forniti i classici ponticelli metallici nel caso si optasse per la soluzione mono-wiring.   In tutta franchezza, non ho notato differenze significative tra le due soluzioni, quindi utilizzate pure senza alcun patema d’animo il vostro cavo di potenza attuale, anche se mono.  Nel caso, unica accortezza che mi permetto di segnalare è la consueta sostituzione dei citati ponticelli metallici con uno spezzone di cavo.   La soluzione di prevedere i collegamenti al di sotto del diffusore è sicuramente la più elegante per celare alla vista i cavi, ma come facile intuire paga qualcosa in termini di praticità rispetto alle soluzioni più classiche.   Nell’ottica dell’integrazione in un ambiente   non dedicato e magari    curato nel design, la scelta mi trova assolutamente concorde.

     

    3. Suono

    Come di consueto, prima di iniziare seriamente gli ascolti, i diffusori sono stati rodati per circa 48 ore con il lettore cd in repeat e volume moderato.   Questo trattamento   penso si possa considerare non solo consigliato, ma semmai obbligatorio per diffusori appena sballati.  Nel corso della prova (che si è prolungata per mesi) dopo questo primo periodo i diffusori hanno continuato a modificare il loro carattere, arrivando ad una verosimile costanza di rendimento solo dopo un intervallo almeno doppio.  Niente di preoccupante, sia chiaro: grosso modo tutti gli altoparlanti hanno bisogno di lavorare per un periodo più o meno lungo, prima di poter dare il meglio.  Ricordate i numeri riportati poche righe più in alto e soprattutto, il valore di risposta in frequenza minimo dichiarato?  Si? Bene, complimenti alla vostra memoria, ma ora lasciatelo da parte.  La cosa che più lascia piacevolmente sorpresi di queste 2020i è la consistenza del suono riprodotto: se durante la riproduzione chiudete gli occhi per qualche secondo, non immaginereste mai che lo stesso possa provenire da un diffusore così minuto.   Niente gigantismi o malcelate ruffianerie agli estremi di banda ma soprattutto niente effetti speciali.    Il suono è coerente, timbricamente corretto, non prova ad ammaliare a tutti i costi ed anzi, propone un’apprezzabile trasparenza che riesce (secondo me con intelligenza) a fermarsi un secondo prima di entrare nella fascia dell’iperanaliticità. Le caratteristiche descritte depongono, a mio parere,  a favore del progettista, che ha saputo coniugare piacevolezza e correttezza in un apprezzabile equilibrio, che porta il diffusore ad esprimersi bene praticamente con tutti i generi musicali, senza cercare di strafare.  Quanto detto acquista ancora più valore se considerate la fascia d’appartenenza del prodotto, che per l’appunto impone limiti stringenti sul budget.  La micro e la macro dinamica sono di discreto livello, con la prima in leggero vantaggio.  L’interazione ambientale non è problematica e il migliore posizionamento nella stanza si trova piuttosto agevolmente.   Non sto a riportare le distanze dalle pareti con le quali ho avuto il miglior risultato nel mio ambiente, tanto ogni stanza è un caso a se, ma mi sento di rassicurare subito i lettori sul fatto che non avrete bisogno di una piazza d’armi per ottenere buoni risultati.    Vorrei rassicurare anche tutti quelli che, nel leggere del posizionamento posteriore del condotto reflex, avranno subito “pensato male”: spesso, forse troppo, si è finito per dare un’importanza esagerata a questo aspetto, ben oltre alla sua reale influenza. In caso di posizionamenti particolarmente ingrati, come per esempio in libreria o, peggio ancora, su supporti a muro, l’utilizzo dei tappi può essere molto utile e per alcuni forse risolutivo.  Resta però il fatto che questi diffusori, per le qualità che sono in grado di esprimere, a mio parere meritano uno stand di qualità almeno discreta ed un posizionamento curato con i criteri che tutti conosciamo.   Nella ricerca del posizionamento più favorevole, ho prestato molta cura alla corretta distanza dalla parete posteriore, non tanto per evitare eccessivi rimbombi quanto semmai per    sfruttare un salutare rinforzo sulle medio basse non andando a discapito degli altri parametri.    Come potrete capire, driver da 10 centimetri e mobile a basso litraggio non sono certamente l’accoppiata vincente per generare un basso profondo ed esteso: la parte più bassa dello spettro sonoro inevitabilmente andrà perduta, o ne rimarrà solo un accenno.   Questo non è un difetto delle casse in prova (che anzi    scendono in maniera   lineare fino a dove la fisica glielo consente) ma è caratteristica comune di tutti i diffusori di dimensioni simili.   L’articolazione del medio-basso e del basso (ovvio, quello che c’è) è di buon livello e se non si esagera con il volume l’intellegibilità del messaggio sonoro si assesta su livelli più che buoni.   Detto questo, riportate alla mente il famoso numero che prima vi avevo consigliato di mettere da parte: correttamente inserite in ambiente, non crederete mai che si fermino “solo” a 75hz.    Niente miracoli, sia chiaro, ma per una volta un dato dichiarato da un costruttore appare fin troppo prudenziale.  Questo si che un miracolo.    Qacoustics ha a catalogo un subwoofer sulla carta molto interessante, il modello 2070i, che potrebbe essere il partner migliore per le piccole 2020i.   Per ora non è stato possibile organizzare una prova combinata, alternando l’ascolto rigorosamente due canali ad uno 2+1, ma la curiosità da parte dello scrivente c’è.

     





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      La vera magia che compie il Carnevale è quella di fermare il tempo: almeno per qualche giorno si può dimenticare il quotidiano e lasciarsi trasportare in un mondo fantastico, ritornare bambini inventarsi battaglie a colpi di coriandoli e volare con la fantasia in quei mondi fatti di streghe, elfi, draghi, fate, creature misteriose che evocano personaggi mitologici o del futuro che viaggiano nel nostro inconscio: DES MONDES FANTASTIQUES!

      Questo è stato il tema dell’ 86esimo Carnevale di Menton durante la tradizionale e celebre Fête du Citron che ha richiamato una gran folla entusiasta un po’ da tutto il mondo.

      Domenica eravamo 240000 e, alla fine, tutti eravamo cosparsi di “confettis” (coriandoli). Moltissimi i controlli e massiccia la presenza dei gendarmi ma,  più importante ed evidente, era la voglia di fare festa e divertirsi tutti insieme... no, non c’erano gilets jaunes ma tanti...citrons jaunes che, volentieri,  giocavano e si facevano fotografare soprattutto con i bambini. La temperatura era quasi estiva, il sole splendeva e, nel cielo, neanche una nuvola! Dopo la burrasca dei giorni scorsi, anche il mare si era calmato. La scenografia era quindi perfetta!

      Prima di partire con le foto delle cartoline, però, leggete il lato B, quello che vi racconta qualcosa sulle origini e la storia di questa bella festa, e probabilmente scoprirete qualche notizia interessante. Buon divertimento!

       

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      L’idea del Carnevale a Mentone, fino allora legato a quello di Nizza, è venuta all'inizio del 1900 ad opera di alcuni albergatori che volevano alimentare e intrattenere i villeggianti durante la stagione in cui era tradizione che re, principi, nobili, imprenditori, artisti e ricchi borghesi venissero su “la Côte” a trascorrere qualche salutare settimana al mare cercando anche di curare quel triste mal sottile che era la piaga del tempo. 

      Il Carnevale di Nizza, antichissimo e risalente addirittura al XIII secolo, era l’appuntamento ideale con la sua famosa Parade e i fantastici fuochi artificiali che chiudevano i festeggiamenti . Anche la regina Vittoria partecipò alla manifestazione nel 1882. 

      Una simpatica curiosità: durante questo periodo, nella seconda serata, si svolgeva una famosa e attesa gara, retaggio genovese, che era chiamata dei “Moucouleti”.

      In realtà, come racconta la storia, questa serata presentava un gioco molto divertente dedicato agli innamorati: i giovani tenevano in mano una candela accesa mentre le ragazze la portavano ugualmente ma tenendola, con la mano alzata, sulla testa. Il combattimento consisteva nel cercare, soffiando, di spegnere a vicenda la candela degli avversari mantenendo accesa la propria. Anche le ragazze cercavano di spegnere quella di quei corteggiatori che non gradivano o quelle delle rivali. Quelli che riuscivano a mantenere il moccolo acceso cercavano poi di spegnere quello della ragazza di cui erano innamorati: se ci riuscivano avevano in premio il bacio della fanciulla amata.

      @

      Intanto, nel 1929, quando si diceva che Mentone fosse il primo produttore di limoni del continente, un albergatore decise di allestire una Mostra di Fiori e di Agrumi  nel giardino dell’Hotel Riviera. L’esposizione riscosse un notevole interesse tanto che, a poco, si sviluppò sempre di più arricchendosi di carretti decorati di agrumi, piante di agrumi e bancarelle disseminati qua e là per la cittadina con graziose majorettes abbigliate in costume. 

       

      Finalmente, la vera FÊTE du CITRON nacque nel 1934 e diventò una manifestazione indipendente dal Carnevale di Nizza, offrendo un proprio défilé “al limone”!

      Nel 1936 apparvero  i primi  manifesti e la Festa si trasferì nei pressi del Casinò, nei giardini pubblici Biovès: qui nacquero le prime creazioni con l’utilizzo di 10000 limoni e 12000 arance: il tema era un omaggio al territorio.

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      Da allora, ogni anno, in autunno, viene deciso il tema per il prossimo Carnevale, tuttavia, come succede per tutti gli eventi, alcuni anni sono stati felici e altri meno sia per cause climatiche (anni di forti piogge e addirittura neve nel 1956!) che politiche, come il 1991, soppresso per motivi di sicurezza a causa della guerra del Golfo.

      Ecco le tappe principali e alcuni dei temi importanti che sono stati sviluppati nel corso degli anni passati:

      Nel 1959 gli agrumi dei carri non vengono più infilzati in lunghi spilloni ma ancorati e legati tra loro per mezzo di elastici. Quest’anno ne sono serviti 750000!

      Nel 1973, in omaggio a Jules Verne e allo sbarco sulla luna, il tema è stato: “Dalla Terra alla Luna”; a Jules Verne si ritornerà nel 2013 con “ Il giro del mondo in 80 giorni”.

      Dal 1995 al 1999 i temi sono dedicati agli eroi dei fumetti : Asterix, Obelix, Tintin, Lucky Luke, personaggi di Walt Disney e del film “Fantasia”.

      Nel 2000 sfilano per la prima volta i carri di agrumi articolati nei movimenti.

      Nel 2002 il tema è italiano : Pinocchio.

      Molte edizioni, invece,  hanno scelto temi geografici che spaziano nei viaggi e vanno dalla Cina all’India, a regioni europee e grandi isole.

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      Occupandoci di questioni più pratiche, viene spontaneo domandarsi da dove vengano ben 140 tonnellate di agrumi, quantità impossibile per un comprensorio così piccolo... E poi, se i limoni di Mentone sono così speciali e pregiati, perché sciuparli nella creazione dei carri? E dove finiranno alla fine del Carnevale?Chi li fa e chi li disfa?

      Eccomi qua a cercare di dare una risposta a queste domande che io, come voi, suppongo vi siate posti!

      Allora, da quel che ho saputo, nessuno degli agrumi impiegati proviene dal territorio e neppure dalla Francia! Arrivano in maggioranza dalla Spagna, dal Marocco e, forse anche un po’ dall’Italia e altri Paesi del Mediterraneo. Delle più di 140 tonnellate, acquistate dal Comune, 100 servono per decorare il Jardin, la cui visita costa 12€ e che ospita le strutture immobili. Un po’ più di 30 invece servono per allestire i carri della sfilata ( per assistere i costi vanno dai 10, in piedi ai 25 €, seduti in tribuna) e il restante per risistemare quelle che, nel corso di quindici giorni, periodo della durata della manifestazione, si deteriorano. Alla fine, quando si smontano gli allestimenti, gli agrumi vengono svenduti, per pochi euro, in sacchetti che le famiglie acquistano ( ma solo in parte, circa 6 o 7 tonnellate), per divertirsi creando giochi per i bambini o dilettandosi, a loro volta, in piccole creazioni. Uno dei giochi più comuni è quello di creare piramidi e, sempre con gli agrumi, bombardarle per vedere chi riesce ad abbatterne il maggior numero.

      Va detto che questi agrumi non sono di grande qualità e che, difficilmente si sarebbero venduti perché magari trattati con prodotti non conformi alle norme relative all’alimentazione. Restano comunque dubbi su altri eventuali usi.

      Dalla preparazione allo smantellamento, ogni anno, vengono assunte dal Comune centinaia di persone tra cui molti studenti e pensionati che si avvicendano nei vari compiti.

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      Adesso però divertitevi e rilassatevi guardando un po’ di cartoline che arrivano fresche fresche dalla festa del 24 febbraio scorso! Alla sfilata però, lo vedrete, non c’erano solo i carri di agrumi, 10 in tutto, ma parecchie altre attrazioni si susseguivano con performances di acrobati e artisti di strada, animali gonfiabili giganti, danze tipiche eseguite dalle simpatiche e bellissime rappresentanti dei Territori d’Oltre Mare, dame e cicisbei della Commedia dell’arte, violiniste, robot, maschere varie, velocipedi, carri meccanici di mostri  giganteschi che sparavano neve e coriandoli o che sbuffavano fumo dalle narici... Fantasie oniriche di ogni età e di ogni tipo...senza tempo, insomma, come le mie cartoline!CA3.thumb.JPG.3afa2e46908c76f0e59b25d76283c265.JPGCA4.thumb.JPG.c6858f40433065d8e276d242cd62156f.JPGCA5.thumb.JPG.98077b8241b9b351262ff0b891ee259a.JPGCA7.thumb.JPG.29bf76c49f543035cf6d648deaab51d0.JPG

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      Purtoppo la mia carrellata finisce qui, con la Chimère... lo spazio è tiranno e io avevo ancora un po' di cartoline... vedremo se mi sarà possibile inserirne altre prima o poi...per ora restano alcuni spazi vuoti...Peccato!

      BUON CARNEVALE A TUTTI!!! 

      IMPORTANTE! Sono riuscita a postare qui sotto, in altri post successivi...  😁

       

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    2. - Sssh, la senti a questa? Questa, quando veniva 'nterra Brucculin', faceva piangere i meglio gangstèr a tanto di lacrime! Gilda Mignonette, la conosci?
      - No.
      - E che ci campi a fare?

      (dialogo dal film I Magliari, diretto da Francesco Rosi nel 1959)

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      Nel film il jukebox suonava 'A cartulina 'e Napule, del 1927, musicata da Giuseppe De Luca su testo di Pasquale Buongiovanni, entrambi emigranti a New York, interprete è Gilda Mignonette.
      Era chiamata la Regina degli emigranti dalle colonie italo-americane, Gilda Mignonette nata nella Duchesca nel 1886, forse la prima music star della musica napoletana. Il suo successo fu lungo e travolgente, dall'Argentina agli Stati Uniti.
      Nel 1953 sentendo arrivare la fine, volle essere condotta a Napoli, chi nasce a Napule 'n ce vo' muri', si dice. Non ci riuscì, morì a ventiquattro ore da Napoli sulla transoceanica "Homeland", sul certificato di morte vennero riportate le coordinate del punto in cui si spense, latitudine 37° 21' Nord e longitudine 4° 30' Est.
      E allora, immergiamoci nella New York del 1927 e godiamoci la grande Gilda. A presto e sempre senza nulla a pretendere.

       

    3. Scendo alla prossima

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      dopo il primo blog sugli organi da strada Olandesi, , mi sembra naturale proseguire la strada della musica riprodotta “in altra maniera”.
      Organi da strada… carini, vero? 
      E i JukeBox? Sicuramente un oggetto che molti di noi conoscono.
      Tre le marche fondamentali:
      Wurlitzer, Seeburg,  Rock-Ola
      E mica parliamo di “macchinette” eh…! La diffusione di queste macchine era, dal 1930 al 1960, molto vasta.
      Tanti locali pubblici, e non di certo solamente negli USA, ne avevano uno.
      Pensate che nel solo anno 1936 la Wurlitzer  riuscì a vendere più di 40.000 jukebox…
      Era stata la ditta Ami a produrre il primo vero fonografo a moneta che fu messo sul mercato nel lontano 1927.  Questa azienda aveva un certo nome come produttore di pianoforti automatici…

      Non riuscì a diventare marchio leader negli States. Cosa che però, gli riuscì in Europa.
      Nel 1933 (quindi 3 anni dopo la AMI) la Wurlitzer presentò il suo primo apparecchio, col quale si poteva selezionare uno dei dischi inserito in questo “mobile” (che, inizialmente, era fatto di legno).


      Quella di poter selezionare il brano che si voleva ascoltare si rivelò subito una scelta vincente.
      In pochi anni anche Seeburg  e Rock-Ola riuscirono ad affermarsi sul mercato. 
      Il mobile di questi apparecchi prodotti in quegli anni erano fatti di legno.
      I dodici (ma c’erano anche modelli con una selezione/offerta più piccola…) dischi erano, visto il periodo,  a 78 giri.  I dischi erano disposti in una pila verticale dalla quale di volta in volta venivano estratti e “suonati”. 

      Fu la ditta Seeburg a sposare, prima di tutti, il “KITSCH”, tipo di design che ha reso famosi questi aggeggi. Non vi è dubbio alcuno che il grande successo di vendita fu anche per i vari mobili, cromature, colori, plastiche  illuminate. 
      Interessante sapere che questi JukeBox raramente venivano venduti ai locali, bar, ristoranti ecc. 
      Si preferiva venderli ai noleggiatori, che noleggiavano ai locali pubblici le ultime novità. Tempo un anno, e la macchina passava dai grandi locali ai bar più piccoli, poi nelle cittadine meno grandi, infine nei locali di campagna.

      Questi bar e ostelli erano l’ultimo anello della catena… quando arrivava un nuovo modello, con ancora più luci, colori, scelte e stranezze varie, il jukebox, spesso ancora perfettamente funzionante, veniva distrutto. 
      Consumismo, si chiama. Ne sappiamo qualcosa anche noi, adesso….. 😁
      Comunque sia… fu nel 1940 che ebbe inizio la produzione di Jukebox  ad arco. Erano sempre stati squadrati, prima. Fu una grande idea, tant’è che i dieci anni successivi i jukebox prodotti avevano tutti, più meno, la stessa forma. 
      Non sarebbe completamente giusto però, scrivere “10 anni successivi”, perché negli anni della seconda guerra mondiale i vari Seeburg, Wurlitzer, Ami e Rock-Ola furono, più o meno, costretti a convertire i macchinari di produzione alla fabbricazione di materiale bellico.
      Così fu che  molti vecchi JukeBox che prima della guerra venivano distrutti perché “non più di moda”, durante la guerra venivano dismessi in grandi magazzini. Così si potevano recuperare dei pezzi di ricambio; 



      Un pezzo unico, una meccanica unica, fu la svolta che fece di Wurlitzer il marchio leader. Cambiava la carrozzeria, ma la meccanica restava pressoché uguale.
      In pratica… si teneva il mobile originale, ma si cambiavano il design e le dimensioni esterne….. 
      I costi diminuirono e….così i locali più modaioli e lussuosi ebbero sempre dei jukebox nuovi, che però… erano sempre gli stessi,  a livello tecnico;  cambiava solo il mobile esterno nella sua veste estetica!
      Dopo la guerra 1939/1945, l’entusiasmo per i JukeBox cresceva in tal modo che era davvero difficile trovare un locale pubblico che non ne avesse uno.  

      Non si dipendeva più solo dai brani musicali proposte dalle radio, o, per i più fortunati, da qualche disco che si poteva avere in casa… coi vari Seeburg, Rock-Ola, Ami e Wurlitzer (e altri nomi…) se volevi ascoltare il brano preferito era sufficiente inserire una monetina e… l’ascolto era fatto  😜
      Ovviamente era anche un bel mercato per l’industria discografica… (a propò… qualcuno si ricorda del “FestivalBar” che si faceva, una volta all’anno, nell’Arena di Verona? La classifica finale si basava sulle selezioni effettuate da chi inseriva 100 lire <200 ?>  Chi si ricorda più, sic!)… 
      Io, nel mio piccolo, ho sempre dubitato che fosse un conteggio vero e non pilotato, ma questo è un altro discorso… 🙄


      IL nome JUKE BOX non si sa di preciso da dove venga… esistono più teorie, probabilmente tutte vere… Fatto sta che avere la possibilità di avere un mobile che riproduceva musica, e magari pure quella più popolare, non fu molto ben vista dai musicisti.
      Del resto… i musicisti suonavano per guadagnarsi da vivere, stavano sul palco, anche se improvvisato, nei bar, e suonavano… Vedersi sostituiti da una macchina “infernale come questa…. " significava dover cercare altri luoghi dove poter guadagnare suonando… oppure… erano costretti a cambiare lavoro o diventare musicista da strada…  (rubare il lavoro lo si può fare/interpretare in molti modi…..) .


       

      Dite la verità, qui, forse, siamo tutti audiofili… sì, ma anche un po’ nostalgici… (o no???)
      Chi di noi non avrebbe voglia, entrando in un bar, di inserire una moneta nella fessura, selezionare qualche brano e ascoltare quel suono di “poca fedeltà” ma molto fascino?
      Chissà… magari nel bar si trovano delle ragazze  e voi potreste invitarle a ballare…  roba d’altri tempi? be', sì… certo. Ma … a voi non piacerebbe averne uno, in casa? 
      Se vi interessa (e se avete lo spazio necessario…) cercate sul web… troverete molti JukeBox usati/garantiti/originali in vendita… non costano poco, OK, … ma… volete mettere?

      PS… avevo scritto queste righe più di un mese fa, per poi dimenticarmene (…) l’altro giorno sono andato al museo “Nicolis” di Villafranca Veronese, e lì ci sono esposti 4/5 jukebox originali, (e anche... udite udite, qualche organo da strada di cui parlavo tempo fa...) molto belli. 
      E … mi è venuto voglia di riaprire  queste righe…
       

      Vedo di inserire qualche foto, grazie per la lettura

       

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      esistono delle belle letture sull'argomento, spesso hanno delle belle immagini.

      Molto di ciò che ho scritto l'ho preso da questo bellissimo libro. Ve lo consiglio... (contiene anche un CD di musiche del JukeBox_Time...)

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