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  • tunedguy57
    tunedguy57

    Ci fu un tempo

    Ci fu un tempo in cui “farsi l’impianto stereo” era il sogno di tanti. 
    Era indubbiamente un tempo ormai abbastanza remoto, ma al di là del dato oggettivo temporale (erano gli anni '70)  il vorticoso modo di fruire della tecnologia nell’era digitale ha consegnato quell’epoca in un tempo forse ancora più remoto. La memoria umana di quel tempo può tornarci utile ma forse ancora di più contano le testimonianze scritte che ci pervengono dalle riviste del tempo. Leggerle oggi senza un briciolo di contestualizzazione è un cimento abbastanza sterile.


    Il trentenne di oggi con l’iPhone in tasca trova sicuramente ostili certi dati tecnici che venivano sciorinati con gran risalto sulle prove delle varie riviste, Suono, Stereoplay, Audiovisione e tutte le altre, che all’epoca popolavano le edicole, e che a vario titolo meritano oggi quanto meno di essere ricordate. (solo una è sopravvissuta). Appare strano come dei diagrammi polari di emissione o delle curve di distorsione in funzione della frequenza, potessero costituire argomento di discussione tra appassionati.
    Molti prodotti che all’epoca venivano incensati vengono oggi considerati, alla prova dei fatti, delle “sole” o poco più. Tanti altri che invece venivano all’epoca snobbati hanno trovato nuova vita e considerazione, e sono assai ricercati, indipendentemente dal loro prezzo originario.
    Un ampli Philips di fascia bassa può oggi essere considerato un campione di buon suono: all’epoca veniva liquidato in un certo senso per quello che realmente era, ovvero un onesto prodotto abbastanza economico che poteva trovare collocazione a casa di chi non se la sentiva di investire maggiori somme per i marchi giapponesi, per non parlare dei cosiddetti “mostri sacri”, ovvero i classici Marantz, McIntosh, Harman Kardon, e pochi altri, che andavano a costituire una sorta di Gotha dell’hifi, che nessuno osava mettere in discussione, e pochi, pochissimi avevano la fortuna di poter ascoltare se non in quei dimenticati templi dell’hifi che erano i negozi specializzati.
    Quei templi avevano una sorta di aura di sacralità, seriosi, spesso con una saletta d’ascolto al piano di sotto, rivestita in moquette e dall’atmosfera vagamente magica, anzi: realmente magica!


    All'estero.
    In altri paesi la critica era decisamente più obiettiva e spesso valutava le prestazioni non solo sulla misura della potenza erogata e/o della distorsione armonica (per gli amplificatori)…o della risonanza fondamentale in cassa e la sensibilità (per i diffusori). Il discorso vale per tutti i prodotti hifi, nessuno escluso.
    Negli anni 70 la rivista francese “Revue du Son” pubblicava dei test ben approfonditi dal punto di vista tecnico, con spiegazioni e considerazioni circuitali che le nostre riviste si sognavano. In quegli stessi anni la rivista inglese Hifi Choice parlava liberamente del suono degli apparecchi, 
    e così tante altre riviste inglesi, americane, tedesche. Ma tra il criterio moderno di valutazione che si avvale delle esperienze di ascolto condivise in rete e quello di allora, basato sulla presunta oggettività dei parametri riscontrati c’è qualcosa in comune? 
    Mah, così, di acchito direi solo la foga tipicamente umana di “beccare” il prodotto giusto tra mille altri. Che all’ascolto gli apparecchi potessero spesso tradire le aspettative indotte dai dati tecnici rilevati, in certi paesi dove la cultura dell’hifi era più radicata e di alto lignaggio, era cosa nota da diverso tempo.


    In Inghilterra per esempio si scrivevano pagine sui giudizi di ascolto degli amplificatori quando qui da noi vigeva indisturbata la formula “Sul suono non ci esprimiamo, poiché il discorso sarebbe troppo lungo”.
    Non mi sono mai levato dalla testa il dubbio che tale modo di liquidare la questione fosse figlio della paura di infastidire gli importatori-inserzionisti, che costituivano una bella fetta degli introiti di quelle riviste..
    Quel modo di giudicare (o non giudicare) fece nascere nei lettori italiani la particolare capacità di saper leggere tra le righe.
    Basta prendere dallo scaffale, diciamo,  una rivista qualsiasi dal 1971 al 1980, e non sarà difficile trovare delle chiose seminascoste del tipo: “all’ascolto questo amplificatore non ha rivelato particolari difetti, forse solo in certi momenti di pieno orchestrale si nota un certo appiattimento”….
    E il lettore italiano (obbligatoriamente smaliziato) interpretava: “Evidentemente le capacità di filtro e il trasformatore sono scarsi”.
    Oppure ancora: “all’ascolto con dei famosi diffusori di grande qualità e bassa sensibilità l’ampli se la cava abbastanza bene”…ed ecco che il lettore interpretava: ”Accidenti! Riesce a pilotare anche le AR 3a!”, ma poi non erano rare le diatribe su quale potesse essere quel diffusore: magari potevano essere le Dahlquist DQ10? O magari le B&W DM6?
     

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    Oggi come oggi non ci facciamo caso e siamo abituati a leggere sulle vecchie riviste questi commenti che ben poco avevano di utile, mentre tutto si rimandava ai dati tecnici rilevati. Ma perché tanti misteri? Perché non dirci quali fossero quei diffusori di così alta qualità, famosi e di bassa sensibilità? La risposta probabilmente l’avete già letta più su: non si voleva indispettire l’inserzionista pubblicitario che importava “le ALTRE casse famose e a bassa sensibilità”. Insomma: spezziamo una lancia per questi poveri appassionati di lunga data che siamo noi ex ragazzi degli anni '70.
    Riuscire a farsi un idea dalle riviste era veramente un impresa disperata. Ma nonostante ciò, rimpiango i tempi in cui ci si portava a casa dell’amico il proprio apparecchio per compararlo al suo. Anche se spesso quelle sessioni di ascolto risultavano disastrose per il nostro morale. 
    Alzi la mano chi non rimase di stucco ad ascoltare gli impianti “tutto Grundig” dell’amico il cui padre aveva imposto l’acquisto Grundig, perché aveva ancora in mente la qualità delle fantastiche radio a valvole prodotte a Furth negli anni 50 e 60! La verità è che pochissimi “ragazzi degli anni 70” all’epoca compravano Grundig. Tale marchio veniva dipinto sempre con sufficienza, malgrado l’oggettività dei buoni dati tecnici rilevati. Ma in fondo bastava il fatto che i Grundig del tempo non erogassero mai più di 30 watt a farne degli apparecchi  che “sicuramente troveranno negli appassionati del marchio un valido approdo”. Ed era come dire: se siete così “matusa” (termine ormai desueto, usato negli anni 70 per definire gli anziani, anche solo di mentalità) e imbecilli da pagare 350.000 lire un integrato da soli 30 watt per canale, quando un Pioneer o un giappo qualunque per gli stessi soldini ve ne dà 60, allora questo è l’apparecchio per voi.

     

    Oggi.
    Spesso si dice che l’epoca attuale ricorda il “basso impero”, se non l’”alto medioevo”. Per molti aspetti credo ci sia del vero. Ma per quel che riguarda la stampa hifi di 40 anni fa sento di poter dire che un vero medioevo era proprio quello! Come dici? La stampa degli anni 80 e 90 era però tutt’altra cosa? 
    Be', sì: è vero. 
    Interi plotoni di scrivani sciorinavano articoli pseudofilosofici che qualunque prof. avrebbe bollato come “fuori tema”. Un esempio senza andare a copiare: “La consistenza materica che questo lettore sa donare alle sfumature più sottili e la sua trama raffinata, ne fanno quasi un oggetto di culto: qui non si parla più di realismo della riproduzione, ma della reale capacità di ricreare la magia dell’evento dal vivo”
    Scusi: ma di che c…o sta parlando? 
    Se poi andiamo a vedere altri test di apparecchi concorrenti, troviamo le stesse parole ma ordinate in modo diverso, come se fossero state tirate fuori da un bussolotto dopo averlo agitato. C’è da dire però che le foto a colori erano assai suggestive…(!) 
    Permettetemi: è un vero miracolo se oggi siamo qui a parlare in termini deontologici del “vintage” cercando di fare slalom tra il sacro e il profano, andando di fatto a costituire la categoria degli appassionati hifi “nostalgici”, alla ricerca di qualcosa di vero, di duraturo, la cui sacralità non sia funzione delle cifre investite da uno sponsor su una rivista, ma dalle risultanze rilevate sul campo, ovvero gli ascolti e la loro condivisione in rete, e spesso (e non ultimo) dal piacere di poter toccare con mano gli oggetti del desiderio che tanto ci fecero sognare in gioventù.
    Un sistema sicuramente fallace e per vari versi anche criticabile, ma tanto meno viziato da fattori che di oggettivo hanno ben poco. 
    Un sistema che sottrae alla soggettività quella consistenza a lungo ritenuta diabolica,  che costituisce un vero e proprio atto di libertà di espressione, dopo tante mistificazioni avviato verso una meritata depenalizzazione. 
    Possibilmente senza essere preda del relativismo oggi così di moda.




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