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    Quando l'Italia non teme lo straniero

    Opera ed Unison, un caso esemplare di Made in Italy affermato sui mercati esteri.

    testo di Enrico Felici con una nota di Pierfrancesco Fantin
    foto di Renato Franceschin

     

    Premessa
    Ci tenevamo molto ad inaugurare la rinnovata versione del magazine online VideoHifi con una analisi di una realtà produttiva nazionale di assoluto rilievo, già affermata sui mercati nazionale ed estero. La scelta è caduta sul gruppo Opera – Unison, due aziende sorelle che producono di tutto, e tutto in Italia, sorgenti digitali, amplificatori integrati, pre, finali, sia a valvole che a stato solido, nonché diffusori. Abbiamo molto apprezzato il fatto che il catalogo del gruppo sia molto ampio, con un listino che spazia da oggetti di costo accessibile (ma sempre di ottimo livello qualitativo) a prodotti da sogno, inarrivabili per i più (come gli ampli valvolari top di gamma), considerati ai massimi livelli anche dalla stampa internazionale.
    Ad essere sinceri, dal catalogo Opera - Unison una cosa manca, un giradischi, anche se qualche anno fa la ditta veneta, sulla scia di quanto fatto da altri marchi famosi, ne commissionò uno alla Project di design originale Opera. Il gira ebbe un buon successo di vendita (circa 1.000 esemplari in tutto il mondo), ma alla fine Opera decise di abbandonare l’analogico, non ritenendo coerente con la mission aziendale la commercializzazione di un prodotto realizzato in toto da terzi.

     

     

    Un po’ di storia

    Il cuore ed il motore di queste imprese è Giovanni Nasta, un dinamico imprenditore Campano trapiantato in Veneto, che ha saputo coniugare il genio e la fantasia della terra d’origine con l’organizzazione produttiva veneta. Giovanni Nasta inizia ad operare nel mondo audio come importatore di marchi hifi dall'eccellente rapporto qualità pezzo, sopratutto provenienti dall'Inghilterra, tra questi possiamo citare perché ben conosciuti dal pubblico italiano Musical Fidelity e Wharfedale.
    Nasta non si limita ad importare ma intrattiene proficui rapporti di collaborazione ed amicizia con noti progettisti anglosassoni, da queste frequentazioni nasce l’idea di realizzare un diffusore a marchio Wharfedale, ma costruito e rifinito in Italia, con quel tocco di classe che l’ebanisteria veneta può conferire, nascono così le Wharfedale Pavarotti, ed il successo è immediato.
    A questo punto la strada è tracciata, Opera comincia a muoversi autonomamente nel settore dei diffusori acustici caratterizzati da design elegante, solidità costruttiva, buona assistenza post vendita, uso di componentistica di qualità, dimensioni compatibili con i normali ambienti domestici, pilotaggio non troppo difficile, con valori minimi di impedenza coerenti con la normativa e quindi mai sotto i 3,2 ohm (sfasamenti inclusi).
    Ma i diffusori non bastano, Nasta decide quindi di acquisire il controllo di una ditta specializzata in amplificazioni che opera nello stesso territorio, Unison Research, e la partnership tra le due aziende si dimostra immediatamente efficace e vincente, dando vita ad una realtà che dopo 30 anni si rafforza ogni giorno di più.

     

    Alcuni prodotti storici
    Sarebbe impossibile illustrare tutti prodotti che il gruppo Opera – Unison ha immesso con successo sul mercato dagli albori ad oggi, di alcuni di questi non esistono neppure esemplari nel mini museo del passato ospitato in alcune stanze degli stabilimenti. Purtuttavia ci sono prodotti che meritano una menzione speciale. Nel campo delle amplificazioni come dimenticare il piccolo, immarcescibile Simply, un raffinato valvolare da poco più di 10 watt per canale, in catalogo da prima del 1990, che periodicamente vien tolto di produzione ed altrettanto periodicamente, come i personaggi dei romanzi seriali cui il pubblico si affeziona troppo, viene resuscitato e riproposto con piccole modifiche (Simply, Simply2, Simply Italy)? Certo, non è un prodotto universale, ma in grado di deliziare le orecchie con diffusori di vera alta efficienza, grazie alla qualità del suono, alla affidabilità, alla scarsa rumorosità e non ultimo un prezzo molto invitante. Sul lato alto del catalogo, come non menzionare l’estremo, un poderoso valvolare monofonico da 100 watt, 70 kg di peso, considerato dalla stampa tedesca al top della produzione mondiale? Ma il grande successo di mercato delle amplificazioni Unison lo si deve di certo alla serie ibrida unico, di cui avremo modo di parlare più avanti.
    Nel campo dei diffusori la produzione Opera spazia da compatti due vie a impegnativi diffusori da pavimento. I “piccoli” sono sempre stati dei best buy, la produzione recente è molto diversificata e di recente, con il marchio Unison, ha ulteriormente allagato la proprio offerta al settore della elevata efficienza, con le Max1 (94 db) e le Max2 (96 db).

     

    La realtà aziendale
    Attualmente Opera ed Unison utilizzano due grandi capannoni industriali contigui, in cui sono ospitati i magazzini, l’amministrazione, i reparti per l’assemblaggio, la messa a punto e il controllo di qualità della produzione, il servizio di assistenza, e le sale prova per testare tecnicamente e sonicamente i prodotti in fase di sviluppo.

    Ovviamente i prodotti non vengono realizzati in toto in casa, i cabinet degli altoparlanti e degli ampli valvolari per esempio sono affidati a ditte specializzate nella lavorazione del legno, i trasformatori commissionati ad una qualificata impresa italiana, la componentistica scelta accuratamente tra il meglio che offre il panorama internazionale. Nulla viene esternalizzato in Oriente, con l’eccezione dei pannelli degli amplificatori a stato solido. Mi spiegava il buon Nasta che la scelta non è dovuta alla necessità di ridurre i costi, ma al fatto che i fornitori cinesi archiviano i dati dei bagni che utilizzano per ciascun prodotto, per cui anche a distanza di anni è possibile ottenere pannelli indistinguibili dagli originali. Il montaggio ed il collaudo finale dell’intera produzione avviene in azienda, suddividendo i prodotti in base al mercato di destinazione. Fa un po' impressione vedere intere scaffalature piene di elettroniche con sopra indicato il paese in cui verranno spediti, Germania, Giappone, Taiwan, Hong-Kong, Vietnam, Polonia, Russia, USA, Canada.
    Il livello costruttivo è impeccabile, addirittura esagerato per i prodotti top di gamma, i grandi valvolari hanno manopole tornite dal pieno innestate su legno, i cabinet degli altoparlanti, anche di quelli delle linee economiche, sono pesanti, sordi ed ottimamente smorzati. Il magazzino ricambi è davvero ben fornito, Opera ed Unison si fanno un punto d’onore di poter garantire l’assistenza anche a distanza di anni, nel limite dl possibile ma comunque ben al oltre i limiti imposti per legge dalle direttive UE.
    Opera ed Unison sono imprese a tutti gli effetti, ma restano realtà in cui la famiglia Nasta gioca un ruolo attivo e presente, in termini di impegno quotidiano. Giovanni Nasta è il primo ad entrare e spesso l’ultimo a uscire, la moglie sovraintende alla amministrazione, i figli Bartolomeo e Riccardo partecipano fattivamente alle attività aziendali, contribuiscano a molte fasi produttive, con un occhio particolare al design, così importante per la clientela di alcuni mercati esteri, ricchi ed esigenti. Le decisioni finali spettano però sempre a Giovanni Nasta e finora i risultati gli han dato ragione.

     

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    I diffusori
    Attualmente Opera ha a catalogo due linee di diffusori, la serie Classica e la serie Opera
    La linea classica comprende un centrale, due diffusori da stand (Opera Mezza ed Opera Prima), e tre diffusori da pavimento (Opera Grand Mezza, Opera Seconda ed Opera Quinta). La serie Opera annovera solo tre modelli, uno da stand (Callas) e due da pavimento (Grand Callas e Diva). La sola cosa che non ho mai capito dei diffusori Opera è la scelta dei nomi, molto simili e capaci di ingenerare confusione tra gli acquirenti. Personalmente trovo eccezionali le Diva, un progetto ambizioso che nasce con lo scopo di ottenere le stesse prestazioni del precedente top di gamma Tebaldi, con un ingombro notevolmente minore e soprattutto con una migliore capacità di inserimento in ambiente domestico. Dal mio punto di vista è un prodotto esemplare, dal suono raffinato in gamma medio alta e possente in basso, diffusori di maggiori dimensioni difficilmente entrerebbero in una casa tipica, il livello di finitura è tale da ridurre il rifiuto da parte delle signore a vederle troneggiare in salone, il pilotaggio non è difficile e l’inserimento in ambiente quasi plug and play.
    Ai diffusori a marchio opera si affiancano da qualche tempo quelli Unison, Max 1 e Max2, cui probabilmente si aggiungerà a breve un terzo “fratello”. Ma anche in casa Opera sono previste novità, in sala prove ho ascoltato due prototipi a pavimento molto interessanti, dai quali probabilmente verrà derivato anche un modello da stand. Ma nonostante le buone premesse, ci vorrà ancora un po di tempo per capire se entreranno o meno in produzione.

     

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    Le amplificazioni
    Il catalogo Unison è molto variegato, ma in questo breve excursus vorrei soffermarmi sui prodotti a stato solido e ibridi, di certo i più conosciuti nel nostro paese, ed anche più abbordabili per l’utente finale. Non che quelli a valvole non meritino attenzione,ma un integrato eccellente come l’Absolute viaggia ben oltre i 30.000 euro, e di diritto entra a far pare degli oggetti di sogno che la dura realtà ci obbliga a tenere nel cassetto
    La linea Unico, invece, è sicuramente più accessibile all'utente medio. Oggi è composta a ben cinque amplificatori integrati, di potenza che va da 80 a 150 watt su 8 ohm. Sono amplificatori ibridi, con stadi di ingresso valvole e di uscita a mosfet, con capacità di pilotaggio anche di carichi difficili, basso fattore di controreazione, grande versatilità, in quasi tutti è previsto come optional uno staio fono, alcuni dispongono anche di ingressi bilanciati. In catalogo c’è anche un pre, sempre ibrido, ed un amplificatore finale con elevate capacità di pilotaggio che può essere configurato in mono il design della linea Unico è sobrio senza essere banale, sono prodotti con una impronta visiva caratteristica che li rende immediatamente riconoscibili, senza scadere nella originalità a tutti i costi e nella pacchianeria di certe realizzazioni recenti, il tutto condito, il che non guasta, da una buona ergonomia, che ne rende facile l'utilizzazione. Ovviamente integrati e pre sono telecomandabili (telecomando di serie).
    Della serie unico trovo particolarmente riuscito l’Unico 90, un 100 watt per canale che dovrebbe essere presto upgradato dalla casa per consentirgli di erogare una potenza considerevolmente maggiore senza modificarne il carattere sonico.
    A ulteriore dimostrazione della dimensione internazionale del mercato Opera – Unison le amplificazioni possono essere settate per lavorare a 100, 120, 220, 230 e 240 volt.

     

     

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    Le sorgenti digitali
    Attualmente il catalogo comprende tre lettori cd, l’Unico Primo, l’Unico CD1 e l’Unico CD2. Tutti possono essere utilizzati come lettore cd, come meccanica (in unione ad un dc esterno) e come dac per la liquida, disponendo di ingressi ed uscite digitali, tutti dispongono di stadio di uscita a valvole.
    L’Unico Primo utilizza una meccanica Teac, monta convertitori Wolfson e lavora fino a 24 bit /96 hz, ha un ingresso digitale usb ed una uscita digitale, entrambi però limitati alla risoluzione cd..
    Il CD1 è decisamente un passo avanti, ha tre ingressi digitali con risoluzione sino a 32 bit e frequenze fino al dsd128, ricevitore bluetooth, 2 uscite digitali ed utilizza i dac Sabre ES9018k2m.
    Con il CD2 andiamo davvero al top della tecnologia digitale, quattro ingressi digitali, con frequenza massima di 176 khz e dsd64, risoluzione fino a 32 bit, 3 uscite digitali.
    Ma la novità più interessante è l’ingresso di Unison nel settore dei dac, con un prodotto innovativo di imminente presentazione sul mercato. Il Dac1, questo il nome che dovrebbe avere il nuovo nato, si presenta come un oggetto dal design curato, ma anche estremamente compatto, che si differenzia dalla concorrenza per alcune caratteristiche innovative che ne fanno non un semplice dac ma una sorta di cuore di un impianto digitale ma anche analogico. Il dac uno infatti ha due controlli di volume, uno digitale ed un analogico un ingresso analogico che si aggiunge ai numerosi ingressi digitali cui si affiancano una connessione i2s dedicata ad una meccanica compatta Unison di design simile al dac ed una connessione ad un prephono di prossima commercializzazione, anch’esso di design coerente con dac e meccanica. Ovviamente le caratteristiche della sezione di conversione sono allo stato dell’arte, in termini di frequenza e di risoluzione. Purtroppo nel corso della nostra visita ad Unison abbiamo potuto solo vedere il prototipo a cuore aperto, ma non ascoltarlo. Il pezzo si preannuncia assai competitivo, con un listino di poco superiore ai 1.000 euro

     

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    Oltre l’azienda
    di Pierfrancesco Fantin


    Quando abbiamo deciso di riavviare il Magazine, o meglio cominciare con questo nuovo progetto editoriale legato a Melius Club, ponendo l’attenzione proprio sulle realtà produttive italiane del settore hi-fi, sono stato veramente entusiasta. Ancor di più quando la scelta è caduta su A.R.I.A., acronimo di Advanced Research Audio, società che raccoglie sotto di sé le ben conosciute e stimate Unison Research e Opera Loudspeakers, aziende trevigiane guidate dalla famiglia Nasta.
    Queste poche righe che seguono non conterranno nulla di tecnico, nulla sull’attenzione e la cura che vengono poste nella progettazione, affinamento e produzione di diffusori ed elettroniche, nessun racconto sugli ascolti fatti, niente di tutto questo. Al reportage sull’azienda ha pensato il nostro valente Enrico Felici e vi sarete già lustrati gli occhi con le bellissime foto di Renato Franceschin che è solo leggermente più bravo del sottoscritto con la fotocamera tra la mani. Ciò che vorrei trasmettere ai nostri lettori è lo spirito che anima le persone che lavorano in questa realtà, la grande passione che spinge ogni giorno Giovanni Nasta, la sua famiglia e tutti i suoi collaboratori ad offrire agli appassionati di alta fedeltà degli ottimi prodotti, alcuni dei quali, non posso dire economici, ma senza ombra di dubbio raggiungibili ai più e dotati di un elevato rapporto qualità/prezzo.

    Giovanni, che ho conosciuto ormai una decina di anni fa, è un imprenditore vulcanico, sempre estremamente attivo e ad ogni nostro incontro non manca mai di raccontarmi nel dettaglio i suoi nuovi progetti non solamente rivolti al settore hi-fi; tra una chiacchiera e l’altra, non di rado si finisce col divagare in argomenti di natura eno-gastronomica, ma poiché parlare di cibo e vino è come avrebbe detto il buon Frank Zappa “ballare di architettura”, attingendo da un angolo bar degno di nota e soprattutto da una spettacolare cantina mimetizzata fra pallet di diffusori ed elettroniche in pronta partenza per mezzo mondo, dalle chiacchiere si passa ai fatti.
    Coloro i quali hanno varcato anche per una sola volta l’ingresso dell’azienda, penso ad esempio all’evento di un paio di anni fa a cui parteciparono molti amici di VideoHiFi, conservano senz’altro dentro sé il ricordo positivo non solo per la visita alle varie sezioni della ditta, ma soprattutto per l’accoglienza ricevuta e le cortesi attenzioni che sono state loro riservate.
    Se ne avete l’occasione, andate a conoscere di persona le persone che stanno dietro a un “semplice” prodotto, perché oltre al rischio di conoscere, come in questo caso specifico, delle persone interessanti e piacevoli, si acquisiscono informazioni preziose per ogni appassionato di alta fedeltà, dalla filosofia che guida un determinato progetto, alle tecniche impiegate per la produzione e ai moltissimi dettagli di cui solo chi sta al di là della barricata conosce.





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      La vera magia che compie il Carnevale è quella di fermare il tempo: almeno per qualche giorno si può dimenticare il quotidiano e lasciarsi trasportare in un mondo fantastico, ritornare bambini inventarsi battaglie a colpi di coriandoli e volare con la fantasia in quei mondi fatti di streghe, elfi, draghi, fate, creature misteriose che evocano personaggi mitologici o del futuro che viaggiano nel nostro inconscio: DES MONDES FANTASTIQUES!

      Questo è stato il tema dell’ 86esimo Carnevale di Menton durante la tradizionale e celebre Fête du Citron che ha richiamato una gran folla entusiasta un po’ da tutto il mondo.

      Domenica eravamo 240000 e, alla fine, tutti eravamo cosparsi di “confettis” (coriandoli). Moltissimi i controlli e massiccia la presenza dei gendarmi ma,  più importante ed evidente, era la voglia di fare festa e divertirsi tutti insieme... no, non c’erano gilets jaunes ma tanti...citrons jaunes che, volentieri,  giocavano e si facevano fotografare soprattutto con i bambini. La temperatura era quasi estiva, il sole splendeva e, nel cielo, neanche una nuvola! Dopo la burrasca dei giorni scorsi, anche il mare si era calmato. La scenografia era quindi perfetta!

      Prima di partire con le foto delle cartoline, però, leggete il lato B, quello che vi racconta qualcosa sulle origini e la storia di questa bella festa, e probabilmente scoprirete qualche notizia interessante. Buon divertimento!

       

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      L’idea del Carnevale a Mentone, fino allora legato a quello di Nizza, è venuta all'inizio del 1900 ad opera di alcuni albergatori che volevano alimentare e intrattenere i villeggianti durante la stagione in cui era tradizione che re, principi, nobili, imprenditori, artisti e ricchi borghesi venissero su “la Côte” a trascorrere qualche salutare settimana al mare cercando anche di curare quel triste mal sottile che era la piaga del tempo. 

      Il Carnevale di Nizza, antichissimo e risalente addirittura al XIII secolo, era l’appuntamento ideale con la sua famosa Parade e i fantastici fuochi artificiali che chiudevano i festeggiamenti . Anche la regina Vittoria partecipò alla manifestazione nel 1882. 

      Una simpatica curiosità: durante questo periodo, nella seconda serata, si svolgeva una famosa e attesa gara, retaggio genovese, che era chiamata dei “Moucouleti”.

      In realtà, come racconta la storia, questa serata presentava un gioco molto divertente dedicato agli innamorati: i giovani tenevano in mano una candela accesa mentre le ragazze la portavano ugualmente ma tenendola, con la mano alzata, sulla testa. Il combattimento consisteva nel cercare, soffiando, di spegnere a vicenda la candela degli avversari mantenendo accesa la propria. Anche le ragazze cercavano di spegnere quella di quei corteggiatori che non gradivano o quelle delle rivali. Quelli che riuscivano a mantenere il moccolo acceso cercavano poi di spegnere quello della ragazza di cui erano innamorati: se ci riuscivano avevano in premio il bacio della fanciulla amata.

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      Intanto, nel 1929, quando si diceva che Mentone fosse il primo produttore di limoni del continente, un albergatore decise di allestire una Mostra di Fiori e di Agrumi  nel giardino dell’Hotel Riviera. L’esposizione riscosse un notevole interesse tanto che, a poco, si sviluppò sempre di più arricchendosi di carretti decorati di agrumi, piante di agrumi e bancarelle disseminati qua e là per la cittadina con graziose majorettes abbigliate in costume. 

       

      Finalmente, la vera FÊTE du CITRON nacque nel 1934 e diventò una manifestazione indipendente dal Carnevale di Nizza, offrendo un proprio défilé “al limone”!

      Nel 1936 apparvero  i primi  manifesti e la Festa si trasferì nei pressi del Casinò, nei giardini pubblici Biovès: qui nacquero le prime creazioni con l’utilizzo di 10000 limoni e 12000 arance: il tema era un omaggio al territorio.

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      Da allora, ogni anno, in autunno, viene deciso il tema per il prossimo Carnevale, tuttavia, come succede per tutti gli eventi, alcuni anni sono stati felici e altri meno sia per cause climatiche (anni di forti piogge e addirittura neve nel 1956!) che politiche, come il 1991, soppresso per motivi di sicurezza a causa della guerra del Golfo.

      Ecco le tappe principali e alcuni dei temi importanti che sono stati sviluppati nel corso degli anni passati:

      Nel 1959 gli agrumi dei carri non vengono più infilzati in lunghi spilloni ma ancorati e legati tra loro per mezzo di elastici. Quest’anno ne sono serviti 750000!

      Nel 1973, in omaggio a Jules Verne e allo sbarco sulla luna, il tema è stato: “Dalla Terra alla Luna”; a Jules Verne si ritornerà nel 2013 con “ Il giro del mondo in 80 giorni”.

      Dal 1995 al 1999 i temi sono dedicati agli eroi dei fumetti : Asterix, Obelix, Tintin, Lucky Luke, personaggi di Walt Disney e del film “Fantasia”.

      Nel 2000 sfilano per la prima volta i carri di agrumi articolati nei movimenti.

      Nel 2002 il tema è italiano : Pinocchio.

      Molte edizioni, invece,  hanno scelto temi geografici che spaziano nei viaggi e vanno dalla Cina all’India, a regioni europee e grandi isole.

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      Occupandoci di questioni più pratiche, viene spontaneo domandarsi da dove vengano ben 140 tonnellate di agrumi, quantità impossibile per un comprensorio così piccolo... E poi, se i limoni di Mentone sono così speciali e pregiati, perché sciuparli nella creazione dei carri? E dove finiranno alla fine del Carnevale?Chi li fa e chi li disfa?

      Eccomi qua a cercare di dare una risposta a queste domande che io, come voi, suppongo vi siate posti!

      Allora, da quel che ho saputo, nessuno degli agrumi impiegati proviene dal territorio e neppure dalla Francia! Arrivano in maggioranza dalla Spagna, dal Marocco e, forse anche un po’ dall’Italia e altri Paesi del Mediterraneo. Delle più di 140 tonnellate, acquistate dal Comune, 100 servono per decorare il Jardin, la cui visita costa 12€ e che ospita le strutture immobili. Un po’ più di 30 invece servono per allestire i carri della sfilata ( per assistere i costi vanno dai 10, in piedi ai 25 €, seduti in tribuna) e il restante per risistemare quelle che, nel corso di quindici giorni, periodo della durata della manifestazione, si deteriorano. Alla fine, quando si smontano gli allestimenti, gli agrumi vengono svenduti, per pochi euro, in sacchetti che le famiglie acquistano ( ma solo in parte, circa 6 o 7 tonnellate), per divertirsi creando giochi per i bambini o dilettandosi, a loro volta, in piccole creazioni. Uno dei giochi più comuni è quello di creare piramidi e, sempre con gli agrumi, bombardarle per vedere chi riesce ad abbatterne il maggior numero.

      Va detto che questi agrumi non sono di grande qualità e che, difficilmente si sarebbero venduti perché magari trattati con prodotti non conformi alle norme relative all’alimentazione. Restano comunque dubbi su altri eventuali usi.

      Dalla preparazione allo smantellamento, ogni anno, vengono assunte dal Comune centinaia di persone tra cui molti studenti e pensionati che si avvicendano nei vari compiti.

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      Adesso però divertitevi e rilassatevi guardando un po’ di cartoline che arrivano fresche fresche dalla festa del 24 febbraio scorso! Alla sfilata però, lo vedrete, non c’erano solo i carri di agrumi, 10 in tutto, ma parecchie altre attrazioni si susseguivano con performances di acrobati e artisti di strada, animali gonfiabili giganti, danze tipiche eseguite dalle simpatiche e bellissime rappresentanti dei Territori d’Oltre Mare, dame e cicisbei della Commedia dell’arte, violiniste, robot, maschere varie, velocipedi, carri meccanici di mostri  giganteschi che sparavano neve e coriandoli o che sbuffavano fumo dalle narici... Fantasie oniriche di ogni età e di ogni tipo...senza tempo, insomma, come le mie cartoline!CA3.thumb.JPG.3afa2e46908c76f0e59b25d76283c265.JPGCA4.thumb.JPG.c6858f40433065d8e276d242cd62156f.JPGCA5.thumb.JPG.98077b8241b9b351262ff0b891ee259a.JPGCA7.thumb.JPG.29bf76c49f543035cf6d648deaab51d0.JPG

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      Purtoppo la mia carrellata finisce qui, con la Chimère... lo spazio è tiranno e io avevo ancora un po' di cartoline... vedremo se mi sarà possibile inserirne altre prima o poi...per ora restano alcuni spazi vuoti...Peccato!

      BUON CARNEVALE A TUTTI!!! 

      IMPORTANTE! Sono riuscita a postare qui sotto, in altri post successivi...  😁

       

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    2. - Sssh, la senti a questa? Questa, quando veniva 'nterra Brucculin', faceva piangere i meglio gangstèr a tanto di lacrime! Gilda Mignonette, la conosci?
      - No.
      - E che ci campi a fare?

      (dialogo dal film I Magliari, diretto da Francesco Rosi nel 1959)

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      Nel film il jukebox suonava 'A cartulina 'e Napule, del 1927, musicata da Giuseppe De Luca su testo di Pasquale Buongiovanni, entrambi emigranti a New York, interprete è Gilda Mignonette.
      Era chiamata la Regina degli emigranti dalle colonie italo-americane, Gilda Mignonette nata nella Duchesca nel 1886, forse la prima music star della musica napoletana. Il suo successo fu lungo e travolgente, dall'Argentina agli Stati Uniti.
      Nel 1953 sentendo arrivare la fine, volle essere condotta a Napoli, chi nasce a Napule 'n ce vo' muri', si dice. Non ci riuscì, morì a ventiquattro ore da Napoli sulla transoceanica "Homeland", sul certificato di morte vennero riportate le coordinate del punto in cui si spense, latitudine 37° 21' Nord e longitudine 4° 30' Est.
      E allora, immergiamoci nella New York del 1927 e godiamoci la grande Gilda. A presto e sempre senza nulla a pretendere.

       

    3. Scendo alla prossima

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      dopo il primo blog sugli organi da strada Olandesi, , mi sembra naturale proseguire la strada della musica riprodotta “in altra maniera”.
      Organi da strada… carini, vero? 
      E i JukeBox? Sicuramente un oggetto che molti di noi conoscono.
      Tre le marche fondamentali:
      Wurlitzer, Seeburg,  Rock-Ola
      E mica parliamo di “macchinette” eh…! La diffusione di queste macchine era, dal 1930 al 1960, molto vasta.
      Tanti locali pubblici, e non di certo solamente negli USA, ne avevano uno.
      Pensate che nel solo anno 1936 la Wurlitzer  riuscì a vendere più di 40.000 jukebox…
      Era stata la ditta Ami a produrre il primo vero fonografo a moneta che fu messo sul mercato nel lontano 1927.  Questa azienda aveva un certo nome come produttore di pianoforti automatici…

      Non riuscì a diventare marchio leader negli States. Cosa che però, gli riuscì in Europa.
      Nel 1933 (quindi 3 anni dopo la AMI) la Wurlitzer presentò il suo primo apparecchio, col quale si poteva selezionare uno dei dischi inserito in questo “mobile” (che, inizialmente, era fatto di legno).


      Quella di poter selezionare il brano che si voleva ascoltare si rivelò subito una scelta vincente.
      In pochi anni anche Seeburg  e Rock-Ola riuscirono ad affermarsi sul mercato. 
      Il mobile di questi apparecchi prodotti in quegli anni erano fatti di legno.
      I dodici (ma c’erano anche modelli con una selezione/offerta più piccola…) dischi erano, visto il periodo,  a 78 giri.  I dischi erano disposti in una pila verticale dalla quale di volta in volta venivano estratti e “suonati”. 

      Fu la ditta Seeburg a sposare, prima di tutti, il “KITSCH”, tipo di design che ha reso famosi questi aggeggi. Non vi è dubbio alcuno che il grande successo di vendita fu anche per i vari mobili, cromature, colori, plastiche  illuminate. 
      Interessante sapere che questi JukeBox raramente venivano venduti ai locali, bar, ristoranti ecc. 
      Si preferiva venderli ai noleggiatori, che noleggiavano ai locali pubblici le ultime novità. Tempo un anno, e la macchina passava dai grandi locali ai bar più piccoli, poi nelle cittadine meno grandi, infine nei locali di campagna.

      Questi bar e ostelli erano l’ultimo anello della catena… quando arrivava un nuovo modello, con ancora più luci, colori, scelte e stranezze varie, il jukebox, spesso ancora perfettamente funzionante, veniva distrutto. 
      Consumismo, si chiama. Ne sappiamo qualcosa anche noi, adesso….. 😁
      Comunque sia… fu nel 1940 che ebbe inizio la produzione di Jukebox  ad arco. Erano sempre stati squadrati, prima. Fu una grande idea, tant’è che i dieci anni successivi i jukebox prodotti avevano tutti, più meno, la stessa forma. 
      Non sarebbe completamente giusto però, scrivere “10 anni successivi”, perché negli anni della seconda guerra mondiale i vari Seeburg, Wurlitzer, Ami e Rock-Ola furono, più o meno, costretti a convertire i macchinari di produzione alla fabbricazione di materiale bellico.
      Così fu che  molti vecchi JukeBox che prima della guerra venivano distrutti perché “non più di moda”, durante la guerra venivano dismessi in grandi magazzini. Così si potevano recuperare dei pezzi di ricambio; 



      Un pezzo unico, una meccanica unica, fu la svolta che fece di Wurlitzer il marchio leader. Cambiava la carrozzeria, ma la meccanica restava pressoché uguale.
      In pratica… si teneva il mobile originale, ma si cambiavano il design e le dimensioni esterne….. 
      I costi diminuirono e….così i locali più modaioli e lussuosi ebbero sempre dei jukebox nuovi, che però… erano sempre gli stessi,  a livello tecnico;  cambiava solo il mobile esterno nella sua veste estetica!
      Dopo la guerra 1939/1945, l’entusiasmo per i JukeBox cresceva in tal modo che era davvero difficile trovare un locale pubblico che non ne avesse uno.  

      Non si dipendeva più solo dai brani musicali proposte dalle radio, o, per i più fortunati, da qualche disco che si poteva avere in casa… coi vari Seeburg, Rock-Ola, Ami e Wurlitzer (e altri nomi…) se volevi ascoltare il brano preferito era sufficiente inserire una monetina e… l’ascolto era fatto  😜
      Ovviamente era anche un bel mercato per l’industria discografica… (a propò… qualcuno si ricorda del “FestivalBar” che si faceva, una volta all’anno, nell’Arena di Verona? La classifica finale si basava sulle selezioni effettuate da chi inseriva 100 lire <200 ?>  Chi si ricorda più, sic!)… 
      Io, nel mio piccolo, ho sempre dubitato che fosse un conteggio vero e non pilotato, ma questo è un altro discorso… 🙄


      IL nome JUKE BOX non si sa di preciso da dove venga… esistono più teorie, probabilmente tutte vere… Fatto sta che avere la possibilità di avere un mobile che riproduceva musica, e magari pure quella più popolare, non fu molto ben vista dai musicisti.
      Del resto… i musicisti suonavano per guadagnarsi da vivere, stavano sul palco, anche se improvvisato, nei bar, e suonavano… Vedersi sostituiti da una macchina “infernale come questa…. " significava dover cercare altri luoghi dove poter guadagnare suonando… oppure… erano costretti a cambiare lavoro o diventare musicista da strada…  (rubare il lavoro lo si può fare/interpretare in molti modi…..) .


       

      Dite la verità, qui, forse, siamo tutti audiofili… sì, ma anche un po’ nostalgici… (o no???)
      Chi di noi non avrebbe voglia, entrando in un bar, di inserire una moneta nella fessura, selezionare qualche brano e ascoltare quel suono di “poca fedeltà” ma molto fascino?
      Chissà… magari nel bar si trovano delle ragazze  e voi potreste invitarle a ballare…  roba d’altri tempi? be', sì… certo. Ma … a voi non piacerebbe averne uno, in casa? 
      Se vi interessa (e se avete lo spazio necessario…) cercate sul web… troverete molti JukeBox usati/garantiti/originali in vendita… non costano poco, OK, … ma… volete mettere?

      PS… avevo scritto queste righe più di un mese fa, per poi dimenticarmene (…) l’altro giorno sono andato al museo “Nicolis” di Villafranca Veronese, e lì ci sono esposti 4/5 jukebox originali, (e anche... udite udite, qualche organo da strada di cui parlavo tempo fa...) molto belli. 
      E … mi è venuto voglia di riaprire  queste righe…
       

      Vedo di inserire qualche foto, grazie per la lettura

       

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      esistono delle belle letture sull'argomento, spesso hanno delle belle immagini.

      Molto di ciò che ho scritto l'ho preso da questo bellissimo libro. Ve lo consiglio... (contiene anche un CD di musiche del JukeBox_Time...)

      JukeBox_libro.thumb.jpg.1fdd7058255d24e4597158f627c449e9.jpg


       

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