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Un'equa tassazione


Guru

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Gaetanoalberto
6 minuti fa, andpi65 ha scritto:

altrove ed è più "sofisticata" .

Sicuramente. Dico solo che purtroppo è stato, è e sarà un mondo abbastanza iniquo, e che è molto difficile arrivare ad una spesa pubblica contenuta e conseguentemente alla riduzione e maggior equità del carico fiscale

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6 ore fa, Guru ha scritto:

Come già detto più volte, il fatto che un'attività vada male non giustifica il nero.

E chi lo avrebbe scritto?

Ti hanno solo fatto notare, con il dovuto tatto, che i redditi dichiarati in alcune categorie a volte, se bassi, non sono sempre e necessariamente il frutto di evasione fiscale ma anche, semplicemente, di un andamento negativo dell’attività imprenditoriale e quindi, contrariamente a quanto evidentemente credi, non è la categoria che fa il reddito dichiarato ma l’andamento della singola attività imprenditoriale che può andare male o bene ed in quest’ultimo caso la scelta di evadere è del singolo imprenditore e non della categoria a cui appartiene, è solo il singolo può essere sanzionato se responsabile, non il fatto di appartenere alla categoria.

Il prossimo passo saranno i disegnini, ma dubito che serviranno a qualcosa.

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5 ore fa, andpi65 ha scritto:

(anche se è innegabile che tanti piccoli numeri si sommano e l'importo generato cambia di conseguenza)

È vero, ma alla fine in Italia ci sono poco più un milione e mezzo di imprese e poco più di quattro milioni e mezzo di partite iva a fronte di circa 38,5 milioni di contribuenti complessivi e numericamente le partite IVA che potrebbero evadere, al netto di quelle marginali e di quelle che lavorano e fatturano B2B che non possono evadere, sono anche molto meno.

Al contrario se guardi ai dati ci si rende conto che il peso fiscale grava in modo esclusivo sui redditi medi e medio alti ed oltre metà del paese o non paga IRPEF o paga cifre talmente basse da non coprire neppure i costi del solo SSN a proprio carico, i problemi possiamo continuare a raccontarci che si annidano nell’evasione fiscale, ma la realtà è che sono altrove ma si preferisce far finta di non vederli.


https://amp24.ilsole24ore.com/pagina/ADm0qDM

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https://www.truenumbers.it/italiani-al-lavoro/
 

 

Italiani che lavorano: 22 milioni ne mantengono 37

Gli inattivi che non cercano lavoro (ma che potrebbero) sono 12 milioni

L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro (degli altri). Sembra proprio cosi se guardiamo i dati Istat relativi all’occupazione in Italia relativi al primo trimestre del 2022.

 

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Su 59 milioni e 236mila persone residenti sono 23 milioni e 182mila gli italiani che lavorano e mantengono tutti gli altri, il 39%. Praticamente su dieci persone sono quattro quelle che lavorano. Certo, tra chi non lavora dobbiamo considerate tutte quelle persone o troppo giovani o troppo anziane per “timbrare il cartellino” ma anche una parte (non piccola) di persone in età lavorativa che sono inattive e che sono 12 milioni e 752 mila. Questo vuol dire che il 21,5% della popolazione residente potrebbe lavorare ma non lo fa. Le ragioni? Impedimenti per studio e famiglia, ma anche un senso di scoraggiamento che dopo la pandemia è stato acuito dalla crisi energetica.

Quanti sono gli italiani che lavorano davvero

Gli ultimi dati relativi all’occupazione in Italia portano le proverbiali due notizie, quella buona e quella cattiva. Partiamo da quella buona: a luglio 2o22, rispetto al trimestre precedente, l’occupazione in Italia è cresciuta, precisamente gli occupati in più sono 140mila, che portano il totale dei lavoratori in Italia a salire di 0,6 punti percentuali.

Ma veniamo ora alla cattiva notizia: a luglio 2022, rispetto al mese precedente, diminuiscono sia gli occupati sia i disoccupati e crescono invece gli inattivi. Una crescita dello o,4% che coinvolge sia uomini che donne tra i 15 e i 64 anni. Il tasso d’inattività in Italia, rispetto al mese precedente, sale quindi fino a rappresentare il 34,4% della forza lavoro. Tuttavia bisogna sottolineare come questa percentuale sia diminuita dal 2020 quando era 35,27%.

Che contratto hanno gli italiani che lavorano

Il grafico sopra divide gli italiani che lavorano in base al tipo di contratto che hanno. Si può osservare come nel primo trimestre del 2022 siano 15 milioni e 56mila gli italiani che lavorano con un contratto a tempo indeterminato, circa i due terzi. I lavoratori dipendenti a tempo determinato sono invece molti di meno: 3 milioni e 185 mila, in aumento rispetto al 2021 quando il loro numero si fermava a 2 milioni e 897mila. Un numero piccolo che mostra come sia necessario potenziare i contratti a tempo determinato e diminuire quelli stagionali, a somministrazione (l’ex contratto a chiamata) e quelli a progetto. La ragione? E’ che il contratto a tempo determinato è quello con la conversione più alta in indeterminato, come evidenziato da uno studio di Bankitalia.

I veri mantenuti sono gli italiani inattivi

Sono inattivi (non occupati che non cercano un’occupazione), ma avrebbero l’età per lavorare: sono 12 milioni e 752 mila, pari al 21,5% della popolazione residente.  Di questi la grande maggioranza circa 7 milioni dichiara di non cercare offerte di lavoro e di non essere disponibile a lavorare: si tratta di coloro che, pur essendo in età lavorativa, se gli venisse offerto anche solo un lavoretto in regola lo rifiuterebbero.

Tra questi, poco meno di 4 milioni ha motivi familiari per non cercare occupazione, come l’assistenza a un anziano o l’accudimento dei figli, mentre 4 milioni e 400 mila circa adducono motivi di studio e formazione. In tale categoria vi sono, immaginiamo, gli studenti universitari e quelli degli ultimi anni delle superiori.

L’andamento storico della disoccupazione in Italia

Infine, ci sono i disoccupati veri e propri, cioè le persone che non hanno un lavoro ma lo cercano. Sono una assoluta minoranza: al primo trimestre 2022 sono 2 milioni e 174 mila persone, pari al 3,6% dei residenti.

Gli italiani che non cercano lavoro perché scoraggiati

I dati Istat infatti rivelano che oltre a casalinghe e studenti vi è un altro gruppo di italiani che ingrossa le fila già nutrite degli inattivi. Si tratta, del 1 milione e 377 mila di cittadini che dichiarano di essersi rassegnati perché scoraggiati. Non sono convinti di poter trovare un impiego. Sono aumentati con la pandemia ma erano moltissimi già prima e la percezione continua di una grande crisi mondiale pronta a scoppiare a causa del conflitto tra Russia e Ucraina di certo non aiuta.

Solo in 3 milioni sono pronti a mettersi al lavoro

Ci sono poi coloro che affermano di non cercare lavoro ma sarebbero disponibili a lavorare da subito, e sono poco più di 3 milioni. Sono quelli che potrebbero tra qualche mese alimentare il numero degli occupati, oppure, se le cose andranno male, dei disoccupati.

 

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https://www.oecdbetterlifeindex.org/it/countries/germany-it/
 

Germania Popolazione 83.1milioni


Sebbene il denaro non possa comprare la felicità, è uno strumento importante per raggiungere un tenore di vita più elevato. In Germania, il reddito netto medio rettificato delle famiglie è pari a 39 971USD annui pro capite, un reddito superiore rispetto alla media OCSE pari a 30 490 USD annui.

In termini di occupazione, in Germania circa il 77% delle persone di età compresa tra 15 e 64 anni ha un lavoro retribuito, una percentuale superiore rispetto al tasso medio di occupazione OCSE pari al 66%. In Germania l’80% circa degli uomini ha un lavoro retribuito, a fronte del 73% delle donne. In Germania il 4% dei lavoratori dipendenti ha un orario di lavoro retribuito molto lungo, con rispettivamente il 6% degli uomini e il 2% delle donne, una percentuale inferiore rispetto alla media OCSE del 10%.

Una buona istruzione e valide competenze sono requisiti importanti per trovare un lavoro. In Germania, l’86% degli adulti di età compresa tra i 25 e i 64 anni ha completato il ciclo di istruzione secondaria superiore, una percentuale superiore rispetto alla media OCSE pari al 79%. Tuttavia, il tasso di completamento degli studi secondari superiori varia tra gli uomini e le donne: l’87% degli uomini ha completato con successo gli studi secondari superiori, mentre per le donne la percentuale si eleva all’86%. 

 

 

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Gaetanoalberto
3 ore fa, maurodg65 ha scritto:

problemi possiamo continuare a raccontarci che si annidano nell’evasione fiscale, ma la realtà è che sono altrove ma si preferisce far finta di non vederli.

Mah, credo che @andpi65, non per farmi interprete del suo pensiero, volesse semplicemente dire che i problemi di equità del carico fiscale stanno più nella possibilità dei grandi gruppi di ricorrere a sofisticate manovre di mascheramento e spostamento dei profitti, attraverso complicati meccanismi di bilancio, forniture, scambi e collocazione delle sedi, resi ancora più possibili dal funzionamento virtuale del mercato.

Neanche di evasione in tal caso possiamo parlare, ma di elusione in un contesto spesso legittimo.

Queste dinamiche non sono piccolissime.

E poi non incide poco il diverso meccanismo di imputazione dei costi d’impresa od attività che si portano in deduzione o detrazione.

Certo è che nel tempo le maglie del fisco sono diventate più strettine ed hanno reso più difficile l’evasione: in questo non hanno poca rilevanza i controlli sull’uso del contante, peraltro rilevanti anche in materia di controllo della criminalità, che non a caso sono il primo intervento “liberista” del cdx.

Dopodichè hai ragione sulla distribuzione individuale del carico fiscale che grava moltissimo su una certa fascia di reddito, e sul ridotto numero dei contribuenti effettivi. 
Abbiamo un problema di lavoro, un problema di redditi, un problema di efficienza del mercato e delle imprese, un problema di efficienza e peso della pubblica amministrazione…e così via.

Dubito si possa semplificare parlando di “politicanza” come fa qualcuno. È tutto un sistema che si è incrostato, e che andrebbe disintossicato.

Al contrario quel sistema chiede ossigeno attraverso la spesa pubblica: è come il cancro, che si alimenta delle energie sottraendole alla parte sana.

 

  • Melius 1
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Adesso, Gaetanoalberto ha scritto:

volesse semplicemente dire che i problemi di equità del carico fiscale stanno più nel,a possibilità dei grandi gruppi di ricorrere a sofisticate manovre di mascheramento e spostamento dei profitti, attraverso complicati meccanismi di bilancio, forniture, scambi e collocazione delle sedi, resi ancora più possibili dal funzionamento virtuale del mercato.

Si certamente, non volevo sentire le sue affermazioni, questo che evidenzi rientra in gran parte sotto la voce elusione fiscale. 

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2 minuti fa, Gaetanoalberto ha scritto:

Al contrario quel sistema chiede ossigeno attraverso la spesa pubblica: è come il cancro, che si alimenta delle energie sottraendole alla parte sana.

Questa mi pare la metafora più azzeccata mai letta al riguardo. 😉 

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16 minuti fa, Gaetanoalberto ha scritto:

Certo è che nel tempo le maglie del fisco sono diventate più strettine ed hanno reso più difficile l’evasione: in questo non hanno poca rilevanza i controlli sull’uso del contante, persltro rilevanti anche in materia di controllo della criminalità, che non a caso sono il primo intervento “liberista” del cdx.

“Rifaccio il calcolo sull’IRPEF ho sbagliato la cifra di partenza.”

L’evasione IVA peserebbe circa 28 miliardi su un importo complessivo incassato di circa 344 miliardi, percentualmente l’evasione IVA inciderebbe 8,1%.

Ora sicuramente è giusto pagare le tasse e cercare di incassare il dovuto qualora non venga versato, ma forse è arrivato il momento di capire che il problema dell’economia italiana, vista l’incidenza percentuale dell’evasione, sta altrove.

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Gaetanoalberto
4 minuti fa, maurodg65 ha scritto:

forse è arrivato il momento di capire che il problema dell’economia italiana, vista l’incidenza percentuale dell’evasione, sta altrov

Insomma, per arrivarci c’è n’è anche voluto parecchio, quindi è legittimo vigilare, ed anche chiedere conto dei meccanismi di tassazione, laddove il reddito dell’imprenditore continua ad essere spesso pari a quello dei dipendenti. Certo, la microdimensione di molte imprese individuali lo rende forse più credibile, ma non è sempre così.

Molti meccanismi forfettari, se si accompagnano ad una porzione di nero, possono determinare iniquità. Li trovi in agricoltura ed anche nel lavoro autonomo.

Ad ogni modo non c’è dubbio che senza creare ricchezza non si va da nessuna parte, ed ə semmai su quello che dovrebbero concentrarsi tutte le agevolazioni fiscali ed i finanziamenti.

P.S. Con questa roba mi ci divertivo coi ragazzi (Economia politica e Scienza delle Finanze), e sarebbe veramente necessario insegnarne i rudimenti in tutte le scuole, se non altro per non leggere le amenità che si leggono in certi adulti elettori.

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9 ore fa, Gaetanoalberto ha scritto:

spesso ha consentito la formazione di capitali, peraltro non reinvestiti nell'attività per rimanere di piccola dimensione

e dove venivano reinvestiti allora se non sempre qua in giro dove qualcosa hanno di sicuro combinato, molto più che se non fossero finiti dall' altra parte dell' oceano.

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Gaetanoalberto
9 minuti fa, audio2 ha scritto:

qualcosa hanno di sicuro combinato, molto più che se non fossero finiti dall' altra parte

Si, però c'è tutta una interessante teoria sul c.d. "principio del sacrificio" volta a distinguere le rendite dal reddito da lavoro. In genere, in un'economia di mercato ed al fine di facilitare la creazione di ricchezza, non dovresti creare un sistema che spinge a rimanere piccoli, imboscare e vivere di rendita, tra l'altro tassandola meno o forfettariamente e sottraendola alla progressività. 

Però si tratta di opinioni, per  carità. 

Ovviamente peggio ancora, ed è avvenuto ed avviene anche questo, se si porta tutto fuori. 

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