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      Da mom in Cartoline dallo spaziotempo
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      Le cartoline di oggi vi parlano di un lago affascinante, di un ottimo pranzetto, di un’antica leggenda, di un’isola incantevole, e di un percorso mistico.
      Orta, che sorge sulle rive del lago omonimo, è classificato tra i 100 borghi più belli d’Italia. Il lago si è formato dal ghiacciaio del Sempione ed è separato dal lago Maggiore dalla cima del Mottarone. Siamo in Piemonte, nella provincia di Novara. Sono tante le camminate e le attività che si possono fare attorno a questo piccolo specchio d’acqua circondato da una vegetazione lussureggiante e cangiante a seconda della stagione. Gozzano, ad esempio, offre piccole spiagge attrezzate e, nei dintorni, scuole di vela e circoli di canottaggio. Orta, invece, propone soprattutto passeggiate spettacolari e, tra queste, quella al Sacro Monte attraverso una via costellata da 20 cappelle affrescate, dedicate a episodi della vita di San Francesco.
      Arrivando alla minuscola cittadina, si è attratti da una strana costruzione in stile moresco che svetta e domina il lago: si tratta di Villa Pia Crespi, costruita nel 1879, su incarico di un ricco imprenditore tessile, indigeno, che voleva farne dono alla diletta moglie, Pia. Del progetto si occupò uno dei più famosi architetti dell’epoca, Angelo Colla, e, soprattutto nel periodo tra le due guerre, ospitò, oltre al re Umberto I, molte personalità di spicco in ambito letterario e religioso. Ceduta successivamente, finì per diventare un hotel negli anni ‘80. Oggi è reputata una sorta di tempio per i gourmet poichè il suo ristorante è diretto dallo chef Antonino Cannavacciuolo. La Villa è molto bella, ha interni stupendi e preziosi, un magnifico giardino e una bella piscina ma, personalmente, non mi sembra in armonia con il contesto: la maestosità silenziosa e raccolta del panorama lacustre era già perfetta e, a mio avviso, non necessitava di “intrusi”.
      Lasciata l’auto in uno dei parcheggi posti fuori dal borgo, si scende verso il lago attraverso un dedalo di vicoli molto suggestivi, ricchi di affreschi, antichi lavatoi, balconi fioriti, ristorantini e negozietti, fino ad arrivare alla piazza Motta, dove si trova il centro del paese e il piccolo imbarcadero. Da notare il palazzetto detto il Broletto, datato 1572.

       
       



      IL BROLETTO


       

       

      La chiesa parrocchiale di Santa Maria Assunta


       
      Le specialità della valle sono tante ma i formaggi sono il top. 

      E’ ora di pranzo e, prima di imbarcarci per l’isola, anche noi ci sediamo in un ammiccante e già sperimentato ristorante proprio a bordo acqua, di fronte all’imbarcadero e all'isola.
      Ecco il nostro goloso menu:
      Sformatino di patata e porro, fonduta al maccagno 

      Gnocchi di segale, grasso di Formazza, pistilli di zafferano e pancetta nostrana 

      Sottofiletto di manzo, scalogno confit e salsa al marsala

       
      Crema bruciata alla nocciola IGP del Piemonte 

       
      Caffè e piccola pasticceria della casa

      Tutto ottimo!  😋
       

       
      E ora parliamo della leggenda che ha dato il nome all'isola e del miracolo di San Giulio e anche dei mostri...
      Giulio e Giuliano erano due fratelli religiosi, che, nel IV secolo, sotto l'imperatore Teodosio, si misero in viaggio con l'obiettivo di convertire i pagani e di fondare 100 chiese. Lungo era stato il cammino e anche faticoso ma la loro fede li aveva sempre aiutati a superare i pericoli e le avversità incontrate ed erano quasi alla fine della loro missione dopo aver fondato ben 99 chiese quando giunsero alle rive del lago! Giulio era anche un esorcista e, decise che la centesima l’avrebbe fondata proprio su quell’isola “maledetta”!  Si diceva infatti che l’isola fosse infestata da draghi e serpenti feroci che si cibavano, in un solo boccone, di capre selvatiche, di buoi e anche di quei malcapitati che, in barca, osavano avvicinarsi.
      I barcaioli infatti si limitavano a pescare poco distanti dalla riva e lontano dall’isola ma raccontavano di avvistamenti spaventosi e descrivevano i mostri arricchendoli con particolari agghiaccianti. Nessuno mai si sarebbe arrischiato a trasportare i due monaci, anzi, gli abitanti tutti li supplicarono di lasciar perdere e di abbandonare quella idea così folle. Giulio non si lasciò convincere e, inginocchiatosi sulla riva, iniziò a pregare chiedendo l’aiuto del Signore. E avvenne il miracolo!  Il suo mantello si trasformò magicamente in una sorta di barca  resistente alle onde create dai draghi e lo portò sano e salvo sull’isola dove, non solo sconfisse le forze del male ma riuscì anche,con l'aiuto di tutti i borghigiani, sedotti e convertiti dal miracolo, a fondare la sua centesima chiesa!!  Ora nella sacristia della chiesa è conservato un lungo osso, forse una vertebra, del drago ucciso dal Santo che, a sua volta, è sepolto nella cripta sottostante.
      Sì, ho raccontato una bella fiaba che, di vero, pare abbia solo qualche radice:in realtà, forse, sull’isola abitavano dei pagani irriducibili e crudeli. Per quanto riguarda l’osso pare, invece, sia un fossile di una balenottera spiaggiatasi e defunta in epoca glaciale! Sotto la chiesa, poi, si sono trovati anche i resti di un’altra chiesa costruita in epoca precedente. 
      Da segnalare, comunque, che ancora oggi, alcuni barcaioli sostengono di avvistare, a volte, degli strani mostri, simili a coccodrilli che sbucano dall’acqua e, con fare aggressivo, li spaventano. Insomma, anche in Piemonte abbiamo il nostro Lochness!!  😱  😂
       
      Adesso torniamo seri, abbandoniamo le fantasie e imbarchiamoci alla volta dell’isola.

       

       

       

      San Giulio domina dall'alto del Palazzo Vescovile

       
      Già dal lago, mentre ci avviciniamo,  ci rendiamo conto di quanto possa essere bella, romantica e ricca di fascino:

      L’isola, molto piccola, detta anche isola del Silenzio, ha soltanto una via perimetrale dotata di una particolarità: se si intraprende il cammino in un verso si percorre la via del silenzio, se ci si incammina nell'altro senso, la via della meditazione. In certi periodi, lungo la via, si possono leggere dei cartelli fronte/retro, multilingue, con frasi diverse scritte a seconda del percorso: questi pensieri sono quelli di una badessa, Madre Anna Maria Canopi.

       

       

       

       

       

       

       

      Lungo la via si incontra anche una passerella celata che serve alle suore di clausura per accedere direttamente dal convento alla chiesa senza passare dalla stradina pubblica.

       
      La popolazione dell'isola non arriva a 100 abitanti, di questi, almeno 70, sono suore di clausura benedettine dedite allo studio di testi sacri, alla preghiera e alla meditazione.
      Non si può non restare immersi in questa atmosfera così tranquilla e serena e neppure non riflettere su quanto si legge camminando, istintivamente, a passo lento e con rispetto.
      Ed ecco l'interno della basilica di san Giulio che ha il fronte direttamente sul lago: è ricca di dipinti di epoche diverse ed è impreziosita dall'ambone in serpentino d'Oira, una pietra verde estratta nella zona.



      Una cosa è certa, anche se non si tratta di un miracolo, dopo questa passeggiata, tornando a casa, ci si sente davvero più sereni, leggeri e rilassati! 😉
       
       
       

    • siebrand
      Da siebrand in Scendo alla prossima
         3
      Ogni tanto, così, quando capita... proverò a scrivere qualcosa.. Sarà sempre qualcosa che riguarda la musica... in un modo o l'altro. 
       
      Vorrei iniziare con una cosa "stravagante", ma, vi assicuro... anche bellissima. piace ai grandi e piccini! 🇳🇱
       
       
       DRAAI
      ORGELS !!!!!!!!!!
       
       
      Chi è stato in Olanda, specialmente in giornate di sole, probabilmente li avrà visti, per strada, nelle piazze, questi bellissimi strumenti.
      Grandi, quasi sempre molto belli (colori, statuette che si muovono, abbellimenti vari ecc…).
      Si tratta di una tradizione tipicamente Olandese, non la si trova in nessun’altra parte del mondo.
      La parola “Draaiorgel” è composta da due parole: “Draaien” (girare) e “Orgel” (organo)
        
      Evidente, quindi, che parliamo di un “organo (a canne)” che, per azionarlo, si deve “girare” qualcosa, in questo caso una grande manovella.
      Ne esistono ormai pochi, di quelli veri e puri a manovella… ormai sono sempre più spesso “a motore”, ma hanno meno fascino, anche perché… il rumore del motore, oltrechè inquinare, infastidisce l’ascoltatore.
      Invece della parola “DraaiOrgel” si può usare anche  “BoekenOrgel” (boek = libro), che forse sarebbe la denominazione ancora migliore, perché l’organo “legge” i fori del libro (guardate le immagini, sono piuttosto esaustive…) 
      Spesso questi “Draaiorgels” vengono chiamati “straatorgels” (=organi da strada…)
                                                                            
      Si tratta quindi di un organo a canne che suona automaticamente (come vedremo poi… ciò che manca è…. la tastiera…). Oltre alle canne d'organo, può avere anche altri strumenti, ad esempio le percussioni.
      I tubi sono solitamente fatti di legno, alcune volte di metallo, di solito zincato. I tubi vengono forniti di aria (negli organi parliamo di "vento") forniti da un soffietto. La differenza principale è che un organo “tradizionale”  è azionato da mani e piedi umani e un “Draaiorgel” da un “libro musicale” in movimento, di solito un librone di cartone (ecco perché si dice che suona automaticamente).
      L'origine di queste meraviglie la dobbiamo all’'italiano Ludovico Gavioli che ne iniziò la produzione a Parigi intorno al 1850. Ebbe un buon successo, tanto è che poi venne imitato da Belgi, Tedeschi e Francesi e Olandesi.
      Anselmo è figlio dell’inventore Ludovico (a sua volta figlio di Giacomo Gaviolli, di origini Modenesi, che prenderà fissa dimora in Parigi) 
      ===>  

      Nel 1892, l’italo-francese Anselmo Gavioli ottiene un brevetto per il libro d'organo in cartone. 
      Per leggere questi libri era importante il sistema di scansione, che avviene in modo pneumatico, sempre inventato da Anselmo.
      Le stecche (chiavi) del brevetto Gavioli usavano i fori del libro d'organo e aprivano piccole valvole per controllare le parti dell'organo. Le fabbriche Tedesche, intorno al 1900, svilupparono sistemi alternativi per aggirare il brevetto di Gavioli. 
      Fin qui, la  (piccola, di certo non esaustiva…) introduzione tecnica.
      Del resto… io non sono un tecnico… le informazioni le ho cercate sul web e non vorrei tediarvi con spiegazioni vaghe o, peggio, inesatte (so che c’è qualche organista, qui sul Melius… se volesse intervenire… Ben Venga!)
      Ciò che più mi preme è parlarvi della bellezza (anche, <attenzione> SONICA) di questi organi da strada…
      Da bambino… quante volte mi fermavo a guardare e ascoltare…  
      i più belli, di questi organi, sono quelli “manuali”… dove c’è un uomo, e non una macchina, che fa girare questo grande volano, che in alcuni casi poteva superare le dimensioni di un timone di una piccola nave (guardate la foto).. Ovviamente… un uomo non può stare lì a girare un giorno intero… Difatti… quando “si va fuori a suonare” spesso usciva una squadra vera e propria, normalmente fatta da tre o quattro uomini (qualche rara volta si vedeva una donna…) che si davano il cambio.
      Ognuno poteva svolgere le varie mansioni, che sono, sostanzialmente, 3:
      1)    Girare il volano (e qui ci vuole bravura, perché immaginatevi che risultati produce la musica, se ogni tanto si rallenta o si aumenta di velocità … è un po’ come far rallentare con un dito sul piatto un giradischi… / in alternativa… c’è l’addetto al funzionamento del generatore….

      2)    Porgere il “piattino ( “geldbak” di rame e ottone, è un classico!) ai turisti, passanti, curiosi: che non mancheranno di inserirci una moneta (un euro, 50 cent, due euro ecc…). Le monete metalliche, dentro al piattino, vengono usate per “ritmare” la musica, un po’ come si fa coi maracas… Se il giro è buono (e spesso lo è, perché si “tirano su” davvero molte monete…) a fine del brano, un po’ come dare il colpo  sulla gran cassa o sui timpani alla fine dei brani ai concerti, questo piattino viene svuotato in un grande contenitore di metallo. Ed è, davvero! anche per i proprietari dell’organo, un gran bel sentire…  

      3)    Preparare i libri (di cui ogni pagina è fatta di un grosso cartone) , inserirli e fare ripartire “alla svelta” ogni volta un libro (= un brano musicale…) finisca. 
       
      1: girare, prego!      2: una monetina, per favore!!!    3: ecco... un libro che "fa suonare lo strumento"      
        
      In Olanda questi (possiamo chiamarli “strumenti da strada” ) erano, e, sono tuttora, molto amati. Infatti. Quelli esistenti, tutti con decine di anni sulle spalle, alcuni dell’inizio 1900 sono quasi tutti inseriti nei beni Culturali (come se fossero MONUMENTI NAZIONALI) e non possono essere venduti all’estero. Questa tradizione non accenna a scomparire... Al momento risulta che vi sono una sessantina ancora attivi...

      I controlli sono piuttosto rigorosi, quindi se, come è facile vi capiti, vi innamoraste di una di queste macchine, non provate a comprare/esportarne una… ve ne potreste pentire amaramente. 😀

      Sento già la domanda nell’aria…. “che tipo di musica ci si può aspettare?”
      be'… di tutto… quasi sempre brani popolari: pop, blues, folk. Dei piccoli walzer… Mi ricordo, da piccolo, a volte brani degli ABBA. Di certo… mi ricordo (mi piaceva tantissimo...)  “ob la dì, ob la dà, dei Fab Four, che veniva suonato su un organo che ogni tanto passava dalla mia città…
      Comunque… qualsiasi fosse il brano “suonato” (e la parola è giusta, non si tratta di musica riprodotta), il tempo utile, per una canzone, si aggirava sui due o tre minuti, forse 4. Non poteva essere di durata molto più lunga, perché… il libro con le pagine forate non poteva superare certe dimensioni.
      I miei, quando sono andati in pensione, (io abitavo già da mooooolti anni in Italia)  hanno traslocato.
      Uno dei loro “nuovi vicini di casa” era uno dei pochi artigiani che ancora facevano questi libri. Un giorno, insieme al mio papà, siamo andati a vedere il suo ambulatorio… non vi dico che fascino esercitava su di me, la visione di questi libri e strumenti… (in pratica… ogni nota veniva impressa sulle pagine del librone. Ma invece di inchiostro, si faceva un foro. Ovviamente, trattandosi di musica per organo, potevano esserci molte note, una sopra l’altra, (come con uno spartito per pianoforte, organo, chitarra ecc….). Questi libri, non si aprivano “a libro” come siamo abituati quando leggiamo i nostri romanzi.
      Invece è una pagina unica, lunga decine e decine di metri, che si ripiega a zigzag. (la foto, anche in questo caso, mi facilita il compito di spiegarvi come funziona…).
      Tuttavia… visto il peso e la delicatezza di questi libri, fu introdotta anche la versione coi rulli di carta….. Il sistema è molto simile, ma invece di pagine ripiegate a zigzag si srotola la carta…..
      Qualche filmato: il famoso “de Arabier”
      https://www.youtube.com/watch?v=UG7vKn3i4k4
      https://www.youtube.com/watch?v=RB52EkPQKmQ
      scusate… questo sito è in lingua Olandese, si può scegliere anche Inglese, Tedesco, Francese e Spagnolo… (manca l’Italiano…) ma le immagini, e alcuni filmati, spiegheranno molto più di mille parole…: https://www.museumspeelklok.nl/collectie/draaiorgels/
      In questo museo si possono ammirare molti strumenti automatici, dal più grande al più piccolo…)
      Guardate qui, verso i sessanta secondi: facilissimo capire come funzionava il “boeken orgel”-
      https://www.youtube.com/watch?v=UG7vKn3i4k4
      non capirete le domande, le risposte e nemmeno le spiegazioni… ma se vi interessa l’argomento… vi invito a guardare il filmato. Spiega molto!
      https://www.youtube.com/watch?v=w-yQKxW-p3U
       
      qualche foto non guasta...             
       
      per finire un immagine del più grande "draaiorgel" esistente, funzionante (è moderno... costruito nel 2003) 
       
       e questo?    ... è il camion, appositamente costruito, per trasportarlo...  


       
       
       
    • meridian
      Da meridian in Come un acrobata sull’acqua
         2
      Solo una piccola premessa per scusarmi del periodo di assenza da questo blog, cui tengo moltissimo, ma gli impegni, tanti e di svariata natura, mi hanno impedito di onorare per un lasso di tempo fin troppo ampio queste pagine, che permettono anche a me di riassaporare i luoghi, le avventure, la passione per i torrenti e la pesca delle Trote, comunque, si riprende da dove ho lasciato, ovvero dalle descrizioni dei luoghi, per passare a parlare della regina dei torrenti, la Trota Fario.
       

       
      INTRODUZIONE
       
      Ogni qualvolta scendo sul torrente per una battuta di pesca, la sensazione più forte che provo è di libertà, intesa come momento di assoluto straniamento dal resto del mondo, dai pensieri, dai problemi personali, ed insieme ad essa sono molte le sensazioni positive che riemergono, letteralmente ritornano a galla, come fossero sopite e la sola vista del fiume le riproponga concretamente a livello conscio, addirittura quasi fisicamente tangibili.
      Soprattutto le prime uscite stagionali, il ritorno su luoghi ben conosciuti, l’ immersione sul greto del torrente, sono fonte di una pace e una serenità difficili da spiegare, il primo respiro sul fiume è quasi un atto liberatorio, di sincronizzazione del battito del cuore e del proprio corpo con il torrente, una ossigenazione cerebrale e non solo, il sentire il profumo della terra, dei luoghi che ci circondano, della vegetazione, sono tutti elementi positivi e gratificanti già per se stessi.
      L’ aria ricca di ossigeno si percepisce immediatamente, leggera, carica di ioni, in grado di far sentire bene fisicamente, soprattutto per chi è abituato a trovarsi costantemente immerso nell’ ammorbante odore della città.
      Sono tutte sensazioni e impressioni piacevoli, rilassanti e gratificanti, una completa e totale trasformazione del proprio io, dell’ umore, sembra quasi si possa percepire una liberazione dell’ energia e un senso di benessere nel trovarsi nel proprio ambiente di elezione, in un luogo che fa stare bene a tutti i livelli di percezione, in un mondo che si presenta quasi perfetto. . .
      La pesca alla trota, secondo le norme della federazione nazionale della pesca sportiva, si apre  all’ alba dell’ ultima domenica di febbraio, mentre la successiva chiusura stagionale si pone di solito al tramonto della prima domenica di ottobre, sette mesi circa di potenziali uscite, che si riducono, in alcuni anni particolarmente freddi o piovosi, anche a meno della metà. Questo è il canonico calendario, anche se in realtà a fine Febbraio, ed anche, in certi anni, fino ad Aprile, il clima risulta poco adatto alla pesca ed anche le Trote sono poco attive. Se consideriamo che il mese di Agosto spesso ci vede impegnati con la famiglia e con le ferie canoniche, rimangono solo 3 o 4 mesi veramente interessanti per fruire dei torrenti.
      Al di là dei tempi e del periodo di pesca possibile, ogni uscita sul torrente è un momento unico, una esperienza singola e irripetibile, ed è si collegata in qualche modo alle altre, soprattutto percorrendo diverse volte lo stesso tratto di fiume, per ovvi motivi di sovrapposizione e ripetizione di azioni, percorsi e situazioni, ma ogni singola battuta di pesca è un momento che non potrà mai riproporsi uguale alle uscite precedenti e alle successive. Non solo per le condizioni stagionali, meteorologiche, climatiche, e dello stato delle acque, ma anche per il proprio stato mentale, l’ umore del momento, il risultato della giornata di pesca, gli eventi e le situazioni particolari che accadono ogni volta ci si trova sul fiume a pescare.
      Nelle mie zone di pesca, nei torrenti e nei bacini idrografici dove io mi muovo, la misura minima della trota Fario è di ventidue centimetri, per la trota iridea venti centimetri, inoltre non si possono catturare in una battuta di pesca più di cinque fario e più di dieci trote iridee. Questo nella teoria, capita infatti, pur avendo le migliori intenzioni di pescare e pur impegnandosi al meglio, che di trote in misura non se ne catturi neppure una.
      Viene definito con il termine “cappotto” il ritorno a casa senza aver catturato, ed eventualmente rilasciato, alcun pesce di misura, ovvero tornare dalla pesca a mani vuote, e sicuramente il non pescare alcuna preda trattenibile è un risultato insoddisfacente, perché il pescatore è sul fiume per insidiare le trote, grosse possibilmente, se non se ne cattura neppure una, hanno avuto la meglio le trote !.
      Non è così scontato sia sempre negativo fare un’ uscita in torrente senza catture di misura, spesso si fanno bellissime battute di pesca nel fiume, gratificanti, piacevoli e di soddisfazione, che arricchiscono e trasmettono nuove sensazioni, aprono nuove conoscenze, offrono uno spunto inaspettato alla tecnica e all’ accumulo di nuove esperienze, anche senza  introdurre dei pesci nel proprio paniere.
      Le catture di grosse trote sono situazioni uniche, sono immagini vivide stampate nella mente, il luogo, la situazione, il modo con cui si è presa una grossa trota sono ricordi lucidissimi, rappresentano uno dei momenti più alti del pescare, un grosso esemplare, soprattutto in torrenti piccoli dove il pesce non raggiunge dimensioni importanti, è una soddisfazione che si fissa nei ricordi più intensi e più belli.
      Va comunque sottolineato, anche per correttezza nei confronti di chi è contrario a questo sport e alla cattura del pesce, che l’ azione del pescare non è collegato per forza di cose alla sua uccisione, esiste la pesca no kill, fatta con le esche artificiali o con la tecnica della mosca che garantiscono di preservare perfettamente integro e sano il pesce, e di rimetterlo nel suo ambiente senza danni o menomazioni di sorta, procurandogli solo un piccolo spavento, dal quale si riprenderà subito e ne uscirà più esperto e guardingo di prima del suo incontro-scontro con il pescatore.
       

       
      La Trota Fario
       
      Veniamo ora ad una sua descrizione fisica della protagonista di miei racconti, la trota Fario, per poter meglio comprendere come questo pesce possa vivere proficuamente in luoghi non omogenei per tipologia, e non costanti nell’ alternarsi delle stagioni, uno dei pochi pesci in grado di sopportare temperature molto basse, di vivere a quote anche molto elevate, di muoversi in situazioni di grande variabilità dei livelli dell’ acqua e della forza delle correnti.
      La trota è un animale decisamente molto robusto, perfettamente adattato alle acque fredde e impetuose del torrente, ricordo che la temperatura vi oscilla da pochi gradi sopra lo zero in inverno, fino ai dodici, quindici gradi a seconda dell’ insolazione e dei tratti considerati, in estate. Essa possiede grandi capacità di nuoto, soprattutto in velocità, ed è in grado di mostrare anche doti di risalita e resistenza, nel nuoto controcorrente, in queste attività molti ben coadiuvata dalla sua forma idrodinamica molto spinta e dal fatto che il suo corpo non è ricoperto da squame, come quasi tutti i pesci, ma da una membrana mucillaginosa che diminuisce di molto la resistenza che l’ acqua oppone al nuoto.
      E’ un pesce che gode di ottimo mimetismo e profonda integrazione nell’ habitat che il fiume mette a disposizione, tanto che, guardando nell’ acqua trasparente, spesso non si riesce a distinguere una trota, che immobile vi sta osservando da sotto la superficie.
      Vive, si nutre e si riproduce in acque pulite e molto ossigenate, in pozze e laghetti dove, oltre alla necessità di un certo flusso d’ acqua, ci sia una profondità che permetta di sentirsi al sicuro da possibili pericoli, ovviamente a seconda delle dimensioni e delle necessità le trote segmenteranno la loro presenza a varie profondità e in diversi contesti.
      I piccoli pesci si muovono in luoghi con una profondità anche limitata a pochi centimetri, le trote di misura o anche piu grandi preferiscono ambienti dove vi siano soprattutto anfratti, tane, luoghi di protezione tali che, una volta disturbate, tendono a nascondersi rimanendo poi per diverse ore perfettamente immobili, invisibili e senza dare alcun cenno della loro presenza.
      La trota Fario europea si riconosce immediatamente per la livrea di punti rossi e neri che, con differenti dimensioni, estensione e pigmentazione, sono presenti sui suoi fianchi. Parimenti variabile è il colore di fondo del suo corpo, dal beige chiaro fino al grigio piombo, quasi nero, e che dipende oltre che dalla variabilità individuale della livrea, in gran misura dalla luce che il pesce riceve nel suo habitat, ovvero dalle sue abitudini di movimento nell’ ambiente in cui vive. Le trote quasi nere, dalla livrea scura, si trovano solitamente in laghetti bui e sono pesci che trascorrono gran parte della loro esistenza in tana, mentre gli individui dai colori della livrea chiari sono tipici delle trote che vivono in acque e laghetti più esposti alla luce.
      Esiste quindi una notevole variabilità nella colorazione di fondo delle trote e nella posizione, grandezza e forma, dei classici puntini rossi e neri.
      Entrando nei dettagli del suo comportamento, parliamo di un pesce molto vorace, rapido nel cacciare e non potrebbe essere diversamente, vivendo in un ambiente dove tutto si muove velocemente, dove l’ acqua scorre senza tregua e dove il cibo con essa scende verso valle, l’ attacco rapido e immediato è il presupposto affinché il cibo non scompaia rapidamente o venga divorato prima da altre rivali.
      Così, se la trota non viene messa in allarme per la presenza di ombre, rumori, o sciacquio dell‘ acqua, il suo attacco nei confronti del cibo è repentino, in alcuni casi avviene addirittura con l’esca ancora in volo e che sta per toccare la superficie dell’ acqua.
      E’ un pesce che ha abitudini di caccia ben definite, soprattutto quando le sue dimensioni, collegate alla sua età ed esperienza, sono via via superiori; più volte mi è capitato, spesso con sorpresa, di vedere una gran bella trota nei pressi della riva, a fine laghetto, o in un punto strategico, dove si stringe il corso d’ acqua e il livello è magari di venti centimetri, in attesa di cibo che scorre a valle o di qualche piccolo avannotto che si avventura nel suo raggio d’ azione, specialmente all’ alba o prima dell’ imbrunire, quando massima è la sua predisposizione a cacciare.
      Capita spesso che le trote caccino a filo d’ acqua, saltando fuori con balzi notevoli per prendere al volo farfalline, insetti volanti, o animaletti incautamente caduti in acqua e che non riescono più ad uscirne, ed anche molto praticata è la caccia di attesa, dietro ad un sasso, tra massi che sono passaggio obbligato per la corrente e quindi anche per il cibo, ed in posizioni e punti presso i quali non ci si aspetterebbe di vedere una bella trota in paziente attesa di prede.
      Quanto appena illustrato descrive però la situazione ideale nella pratica della pesca, quando il pescatore si avvicina correttamente al laghetto, lancia bene l’ esca, non si fa vedere o sentire dai pesci, ma purtroppo possono subentrare molte variabili a modificare il risultato tanto agognato, ovvero l’ abboccata. Tra queste, il sospetto che ha il pesce in presenza di tutta una serie di elementi che noi non vediamo o non sappiamo cogliere, ma che la trota vive con i suoi sensi, qualsiasi aspetto che va a turbare il normale equilibrio di un laghetto, i rumori, il movimento delle onde mosse dagli stivali sull’ acqua, le ombre proiettate sulla sua superficie, la sagoma del pescatore, i colori vistosi del suo abbigliamento, che va curato molto bene indossando capi mimetici, i riflessi di occhiali e altri oggetti metallici, e l’ elenco potrebbe continuare con molte altre considerazioni. Proprio qui sta la difficoltà, se vogliamo la vera sfida, cioè di immedesimarsi nell’ altro, nel diverso da sé, per poter condurre la pesca in modo proficuo, consapevole, considerando tutte le possibili variabili e prevenendone gli effetti negativi.
      Ancora una volta la pratica della pesca permette di mediare, trasferire sulla vita reale, diversi aspetti che la caratterizzano, come i concetti di raccogliere le sfide, di provare a calarsi nelle sensazioni della controparte, cosa che risulta molto più complicata considerando che l’ ambiente dell’ altro diverso da sé è quello acquatico, decisamente molto differente dal nostro.
      Spesso sono le condizioni atmosferiche che influenzano l’ attività del pesce, gli animali sentono molto in anticipo rispetto a noi i cambiamenti del tempo, le variazioni della pressione atmosferica, l‘arrivo di temporali o di modifiche del clima e si comportano quindi di conseguenza, anticipando tali imminenti avvenimenti, inoltre le trote più grosse si avvalgono del fuggi fuggi di quelle più piccole, che possono mettere in allarme i pesci presenti in un laghetto se qualche elemento esterno produce disturbo o alterazioni dello stato naturale.
      Quanto appena illustrato descrive però la situazione ideale nella pratica della pesca, quando il pescatore si avvicina correttamente al laghetto, lancia bene l’ esca, non si fa vedere o sentire dai pesci, ma purtroppo possono subentrare molte variabili a modificare il risultato tanto agognato, ovvero l’ abboccata.
      Tra queste, il sospetto che ha il pesce in presenza di tutta una serie di elementi che noi non vediamo o non sappiamo cogliere, ma che la trota vive con i suoi sensi, qualsiasi aspetto che va a turbare il normale equilibrio di un laghetto, i rumori, il movimento delle onde mosse dagli stivali sull’ acqua, le ombre proiettate sulla sua superficie, la sagoma del pescatore, i colori vistosi del suo abbigliamento, che va curato molto bene indossando capi mimetici, i riflessi di occhiali e altri oggetti metallici, e l’ elenco potrebbe continuare con molte altre considerazioni. Proprio qui sta la difficoltà, se vogliamo la vera sfida, cioè di immedesimarsi nell’ altro, nel diverso da sé, per poter condurre la pesca in modo proficuo, consapevole, considerando tutte le possibili variabili e prevenendone gli effetti negativi.
      Ancora una volta la pratica della pesca permette di mediare, trasferire sulla vita reale, diversi aspetti che la caratterizzano, come i concetti di raccogliere le sfide, di provare a calarsi nelle sensazioni della controparte, cosa che risulta molto più complicata considerando che l’ ambiente dell’ altro diverso da sé è quello acquatico, decisamente molto diverso dal nostro.
      Spesso sono le condizioni atmosferiche che influenzano l’ attività del pesce, gli animali sentono molto in anticipo rispetto a noi i cambiamenti del tempo, le variazioni della pressione atmosferica, l‘arrivo di temporali o di modifiche del clima e si comportano quindi di conseguenza, anticipando tali imminenti avvenimenti.
       
       
       
       

       
       
      Sempre interessante e vario il panorama della pesca alla Trota, diciamo che la ripetitività e la noia, sono concetti inesistenti nella pesca in torrente, alla prossima puntata . . .
       
      Dario
       
    • mom
      Da mom in Cartoline dallo spaziotempo
         3
      Il nome sardo di Stintino, Isthintini,  letto all’ingresso del paese, aveva stuzzicato la mia curiosità sul suo significato: ho così scoperto che la sua origine è stata determinata dalla forma di questa stretta e piccola penisola, quasi un budello, che ricorda quello dell’intestino che, in sardo, si dice “s'isthintinu”. 
      Proseguendo le passeggiate nei dintorni, siamo arrivati in quella che, a mio avviso, è una delle spiagge più belle del mondo: La Pelosa! Che dire? Qui, davanti alla piccola isola Piana, ci sono già stata in altre occasioni e ho anche soggiornato ma, ogni volta, la sua bellezza mi lascia senza parole! Conosco abbastanza bene anche le belle spiagge caraibiche ma solo qui mi sento veramente in paradiso! La trasparenza cristallina dell’acqua, quasi invisibile, invita immediatamente a entrare e a bagnarsi. Una meraviglia della natura che permette, passeggiando comodamente, di arrivare anche alla altrettanto deliziosa spiaggetta vicina, la Pelosetta.  Le denominazioni lasciano spazio a riflessioni maliziose... la fantasia (pragmatica!) dei sardi la ritroveremo più avanti, in un’altra bellissima spiaggia, più rocciosa, denominata Coscia di donna! 
      Purtroppo queste due spiagge gioiello, col tempo, hanno subito alcuni danni a causa del flusso dei numerosissimi visitatori: i bagnanti, anche senza farlo apposta, asportano sabbia preziosa rimasta attaccata ai teli di spugna, alle calzature e all’abbigliamento.  Ora è in atto un grosso progetto per la salvaguardia di tutto l’ecosistema e, per la realizzazione , sono stati stanziati 18 milioni di€. La riqualificazione prevede il ripristino del sistema dunale e lo smantellamento della strada asfaltata che va dal Gabbiano alla Pelosetta. Verranno installate delle passerelle sopraelevate rispetto alla sabbia, gli accessi saranno consentiti solo a mezzi ecologici leggeri che verranno messi a disposizione dei turisti ( in numero controllato) che dovranno lasciare l’auto nei parcheggi appositi che saranno allestiti fuori zona. Si prevedono panoramiche piste ciclabili e la creazione di una piazza belvedere tra la Pelosa e la Pelosetta. Altre zone saranno riservate esclusivamente ai residenti e ai mezzi pubblici. Verrà anche dato più spazio alla vegetazione e alcune abitazioni saranno abbattute. 
      Tutte idee sacrosante ma, intanto, preferisco ricordare così tutto questo ben di Dio e c’è già chi cerca di ridurre l’asportazione della sabbia vendendo colorati mezzeri di cotone da mettere a pavimento.







       
      Tutta la zona si affaccia sul golfo dell’Asinara, isola che era abitata da famiglie di pescatori e ospitava, oltre agli asini, anche le pecore. Entrambi gli animali collaboravano attivamente al sostentamento degli abitanti offrendo lana, latte e aiuto di soma ma, nel1885, lo Stato decise di creare sull’isola una colonia penale agricola che si mantenne in funzione fino al  1999.  Vale la pena ricordare che, negli ultimi anni, divenuto carcere di massima sicurezza, ospitò brigatisti e mafiosi tra cui Renato Curcio, Raffaele Cutolo e Salvatore Riina.
      Gli indigeni furono pertanto sfrattati e dovettero stabilirsi sulla costa, per lo più a Capo Falcone. Ora tutta l'isola è diventata un Parco Nazionale bellissimo.
      Una curiosità: l’Asinara che ha un vissuto attraverso i secoli molto interessante, era stata battezzata dai romani con il nome di Sinuaria per via delle numerose insenature. Il nome si è successivamente distorto in “Asinara” anche per via dei numerosi asini. 

      Ed eccoci arrivati in un'altra bella spiaggia che ha questo nome e una forma un po' particolare... Coscia di donna! 


       Altro giorno e altra passeggiata, questa decisamente più aspra, faticosa e non semplice: siamo andati alla Costa Paradiso  (nome omen!) e abbiamo camminato arrampicandoci fino alla spiaggia di Li Cossi dove sfocia, con una profonda insenatura, il Rio Pirastru. La baia è stupenda, rocce granitiche rosa si specchiano nell’acqua limpidissima: ad ammirarla si resta senza fiato (anche per la fatica!). 😰












      Un giorno, invece, siamo andati alla scoperta dell’ Argentiera. Lo spettacolo è incredibile! Sembra di essere su un set cinematografico dove si gira un film western o un thriller e, infatti, ho scoperto che di film, lì, ne hanno girato più di uno: “La scogliera dei desideri”, per esempio, con Liz Taylor e Richard Burton, nel 1968. La miniera dell’Argentiera, sorge proprio di fronte a un'altra bellissima spiaggia ed è stata in funzione fino al 1963.  Dalle sue viscere si estraeva zinco, ferro e piombo e, con un opportuno scivolo, i carrelli potevano caricare i minerali direttamente su apposite imbarcazioni che si arenavano in un minuscolo bacino. Oggi, sulla spiaggia adiacente allo scivolo, ci sono dei cartelli che indicano il pericolo e invitano i bagnanti a non restare a lungo in quelle acque, soprattutto i bambini, perché il fondale contiene ancora tracce dei minerali estratti. La miniera oggi è veramente spettrale ma la spiaggia è molto bella! Oggi, l’Argentiera fa parte del Parco Geominerario Storico Ambientale e, anche qui è stato avviato e già finanziato, un progetto per il suo recupero.




      Anche la Valle della Luna riserva sorprese... il panorama è decisamente particolare: siamo in Gallura, un po’ all’interno, e questo luogo è anche noto come Piana dei Grandi Sassi.  La caratteristica di questa valle è dovuta  appunto ai giganteschi massi di granito formatisi in epoca glaciale del periodo quaternario: col tempo, questi si sono erosi e arrotondati creando fantastici equilibri e geometrie diverse. Il piccolo centro abitato in tutta la valle è Aggius: le sue origini sono molto antiche e, su tutto il territorio grotte e nuraghe, sparse qua e là, ne attestano la storica presenza. Passegggiando nelle radure, poi, si fanno anche dei curiosi incontri... 



       
      E dopo tutte queste scarpinate,  alla fine, questi ottimi Culurgiones ce li siamo davvero meritati! 😋

       
       
    • mom
      Da mom in Cartoline dallo spaziotempo
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      Questa passeggiata slow, di poco più di una decina di km tra andata e ritorno, si può considerare un vero e proprio viaggio attraverso la meravigliosa macchia mediterranea che, in questi giorni, è tutta in fiore e unisce il suo fantastico profumo a quello del mare. Un susseguirsi di spettacoli e di scoperte floreali e faunistiche, in un clima ideale, soleggiato, caldo ma non esagerato. Partiamo dal vecchio punto di raccolta della Tonnara, nel golfo dell’Asinara, non più attivo ormai da anni e, sempre costeggiando il mare, a pochi metri di distanza, troviamo una piccola suggestiva chiesetta.

      Oggi la Tonnara è diventato un villaggio con graziose villette dotate di giardini non grandi ma molto ben tenuti.
       



       
      La riva, come potete vedere è rocciosa e praticamente priva di spiaggia ma i prati arrivano e, a volte, oltrepassano, fino al sentiero che delimita lo scosceso: ai grandi gruppi di fichi d’India, agavi e rosmarino, mirto, centaurea orrida, malva e lentischio, fanno da tappeto migliaia di carpobruti eduli ( i classici mesembriantemi striscianti viola) profumati asfodeli, ricchissimi di proprietà digestive e officinali ma comunemente definiti “ fiori dei morti”, perché antiche credenze ritenevano fossero il cibo dei defunti e anche ritenuti sacri dai romani. Seguivano altri piccoli gigli, cespugli di ginestre, cardi, finocchietto selvatico, assenzio, borragine, piccole orchidee, margherite grandi e piccole e tutti i minuscoli fiorellini tipici della macchia mediterranea, colorano il panorama.
       



      A qualche centinaio di metri ecco quello che, un tempo, era l’edificio in cui il pescato veniva trattato. Ora restano le due ciminiere e, anche qui, sorgono belle abitazioni tutte sistemate nel rispetto ambientale, hotel compreso.





       
      Il percorso degrada verso una spiaggetta e qui, nell’acqua cristallina, ci fermiamo ad ammirare le stelle marine, i branchi di pesciolini diversi, dai piccolissimi ai più grandicelli e le piccole meduse colorate che sfiorano la battigia.
       


      Le meduse le abbiamo incontrate solo qui, durante tutto il nostro soggiorno abbiamo visitato altre spiagge e l’acqua è sempre stata pulitissima e invitante anche se un po’ fresca ma non tanto da impedirci di fare dei bagni deliziosi.



       

       
       


       

      Prima di arrivare al Museo della Tonnara, purtroppo ancora chiuso fino al 25/04, ospitato nella vecchia sede dell’ex stabilimento A.L.P.I. (Azienda lavorazione produzione ittica), insieme ai numerosi gabbiani e gabbianelle affamati, ci siamo divertiti ad assistere alla pesca velocissima e vorace dei cormorani: un vero esercizio di abilità!

      Qui, invece, incontriamo un bel coleottero!

      Dietro ad una curva, appare Stintino: sembra a due passi ma il percorso è ancora lunghetto!

      Per arrivarci dobbiamo arrampicarci sulla strada provinciale e qui troviamo, per la prima volta, un po’ di ombra sotto ad un pino marittimo: ci voleva! Ecco che appare anche il cartello stradale, scritto in italiano e in sardo e, poco dopo, una statua raffigurante un Mammutones che annunciano l’ingresso nella cittadina.


       
       
      Poco alla volta ci inoltriamo nel giardino pubblico prospiciente il porto dotato di alcune sculture e, costeggiandolo, risaliamo in paese.


      Un giretto per il piccolo centro del paese e vediamo anche la chiesa...

      Si è fatta l’ora di pranzo e troviamo una trattoria con tavoli che si affacciano sul mare e sul porto: siamo anche noi abbastanza affamati e il cordialissimo cameriere ci suggerisce la specialità del giorno: gnocchetti freschi alle cozze o alla salsiccia locale e polpo alla stintinese. Tutto buonissimo e a buon prezzo! Peccato non potervi trasmettere, insieme alle cartoline, anche le emozioni , i profumi e i sapori... A presto!


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      SEGNALAZIONE!!!   
      LE 6 FOTO CHE SEGUONO, GIA' PUBBLICATE PIU' SOPRA, RISULTANO, DOPO DECINE DI TENTATIVI,  RIPETUTE INUTILMENTE E INCANCELLABILI... (v. sotto) 🤔
       
       






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