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La riforma della scuola professionale 2023


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@melos62 per fattori che non sto qui a raccontarti, dagli anni 60/70 ho abitato in un condominio di geometri. Ti lascio immaginare le riunioni di condominio. Mio padre era ingegnere e lavorava con molti di loro. Direi che ci sono cresciuto con loro e qualcuno mi ha tenuto per mano nelle mie prime esperienze di progettazione e direzione lavori. Se vuoi dirmi che i geometri di allora fossero molto più bravi, nel loro campo, di quelli odierni, con me sfondi una porta aperta. Ma ti garantisco che un geometra di quei tempi non aveva le cognizioni necessarie per progettare semplici strutture in cemento armato, tanto meno un impianto idroelettrico. E non era neanche consentito dalle leggi vigenti all'epoca come fatto notare da Martin. 

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Gaetanoalberto

Non vorrei si desse al mio intervento un colore politico.

Ho insegnato per 18 anni in un orgogliosissimo istituto professionale statale alberghiero, ne sono stato vicepreside per 5 anni, ho vissuto (quasi) tutte le riforme ad eccezione di quella del 1992 che mi son già trovato ad applicare.

Ho contribuito fattivamente alla faticosissima “messa a terra” delle (fumose?) previsioni introdotte da infiniti aggiustamenti: intendo dire costruzione del piano dell’offerta formativa, creazione del curricolo per competenze e degli strumenti di valutazione delle medesime, costruzione delle Unità di apprendimento interdisciplinari. Ho organizzato le modalità di accertamento ed erogazione di certificazioni di valore europeo, sperimentato l’introduzione dei corsi “regionali” all’interno dei percorsi statali ( i cosiddetti Iefp), organizzato gli esami di “passaggio” tra i vari percorsi di studio, gli esami di idoneità per le “passerelle” di chi proveniva dai corsi regionali. Ho insegnato nei corsi post diploma degli IFTS, tenuti anche presso prestigiose istituzioni private del settore (Cast Alimenti)

Insomma, direi che posso parlare della questione con un minimo di esperienza.

Valditara, insieme alla Aprea, è uno degli uomini che da moltissimi anni, molto spesso dietro le quinte, ha di sana pianta inventato il modello duale “alla lombarda”  della formazione regionale degli IeFP (Istituti di Istruzione e Formazione Professionale), seguiti dagli ITS (Istituti Tecnici Superiori se ricordo ancora dato che sono fuori forma). Oggi si ripresentano, un po’ come il Liceo del Made in Italy, nella accattivante confezione “Academy”.

Dietro tutto, la fortissima motivazione leghista alla regionalizzazione dell’istruzione, riuscita solo per la parte professionale.

L’Italia soffriva per la verità di una sovrapposizione non giustificabile di indirizzi molto simili tra Istituti professionali e tecnici, con una frammentazione che ad un certo punto si è pensato di ridurre.

Però la distinzione per molto tempo è stata chiara: i professionali statali avevano una formula 3+2. Qualifica in terza e poi due anni per il diploma che consentiva l’accesso all’università. Insomma, una scuola adatta a chi pensava di voler acquisire un titolo subito spendibile nel mondo del lavoro, senza precludersi scelte diverse future, il tutto in un ambito caratterizzato dall’acquisizione di una specifica professionalità.

Un’enorme disgrazia, l’inizio della fine, è stata (colpa del centrosinistra) l’abolizione della qualifica triennale e, se vogliamo, aver dato ai professionali statali una prospettiva solo quinquennale, nell’idea preconcetta (e sbagliata oer chi non lo sceglie) che allungando il tempo migliorasse il risultato.

Nella frattura introdotta nel sistema, un frastagliato ma potente sistema di interessi costituito da enti, associazioni, fondazioni, interessate più che alla formazione, ad entrare nel potenziale grande business della spesa pubblica per l’istruzione a modello del sistema sanitario pubblico/privato della Lombardia, si è tuffato nella creazione dei corsi triennali regionali, che in Lombardia e Toscana sono stati gestiti in modo “esclusivo” ovvero assumendo il completo controllo “politico” della formazione, che era il vero obiettivo insieme a quello di poter decidere l’uso e i beneficiari dei fondi.

Naturalmemte, veniva spontaneo costituire consorzi per la creazione degli ITS e di un sistema parallelo di formazione superiore, con la partecipazione delle Università autonome e di raggruppamenti di imprese: come se avessimo bisogno di un ulteriore complicazione del sistema, che assomiglia tanto alla creazione di decine di corsi triennali universitari.

Resta sempre il famoso dubbio che la scuola serva prevalentemente ad occupare chi la fa. Meglio ancora se, come in questo sistema, con una qualificazione del docente formita esclusivamente dalla nota “Università della vita”.

La faccio breve, perché potrei davvero raccontarvi di tutto.
Il risultato però lo si vede dalle statistiche: i professionali sono morti, e la formazione regionale che conosco raccoglie per gran parte non tanto chi ha voglia di lavorare, che sarebbe un’ottima cosa, ma chi non ha neppure voglia di studiare, oltre a mancare pure della prima.

Dopo i vostri pomodori, se avró la forza, eventuali altre puntate.

Chiamo alla sbarra il primo mietitore per dar vita alla sanguinosa battaglia: @melos62

 

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@Gaetanoalberto hai descritto in modo documentato e perfetto  la situazione,  potrei solo lanciarti dei pomodorini del piennolo vesuviani, quelli  da 8 euro al chilo, pronti per la cottura.

la scuola, anche la professionale, pretesto di spesa e gestione di  potere, un mondo autoreferenziale.

Però il sistema regionale lombardo so che in molti casi funzionava bene, grazie al tessuto di imprese presenti, interessate alla manodopera formata ad hoc. Sono interessato alle puntate successive. 

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@Gaetanoalberto

Aggiungo, l'obbligo di istruzione a 16 anni ha comportato che il primo biennio degli istituti professionali siano affollati da adolescenti avversi allo studio e spesso provenienti da contesti familiari difficili. (La mia opinione è che per recuperare i casi di disagio e di povertà culturale familiare l'obbligo dovrebbe iniziare a 3/4 anni nella scuola dell'infanzia a tempo pieno e proseguire sempre a tempo pieno fino alla secondaria di I grado).

Gestire delle classi costituite in quel modo è un lavoro improbo, in non pochi docenti rinunciano ad insegnare. Gli esiti si vedono nelle prove INVALSI, dove vi è una differenza enorme tra gli studenti dei licei e quelli dei professionali. La media fra le due tipologie di istituto è quella su cui si fonda la requisitoria, quasi sempre priva di una lettura attenta dei dati, secondo cui la scuola italiana non funziona.

Quanto alla formazione professionale, condivido la lettura che sia funzionale a chi la fa.

Infine, quest'anno ricorre il centenario della morte di don Milani, mi chiedo cosa sia cambiato dalla "Lettera a una professoressa", ma anche la ragione per cui nei ceti più bassi sia stata abbandonata la fiducia che la scuola possa consentire il miglioramento della condizione sociale ed economica. Sono stato più volte presidente delle commissioni per l'esame di Stato, ho sperimentato situazioni prossime all'analfabetismo (un anno abbiamo respinto 5 candidati) e percepito una grande sfiducia nella scuola. Il capitale familiare è tornato ad essere determinante per l'esito degli studi, ma vi è un clima culturale prevalente che vede la scuola e lo studio come un inutile impegno, perché, come disse un ragazzo "La scuola? È inutile! Non ti spiega come fare i soldi."

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