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Fisica e Buddhismo


LUIGI64

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Tratto da: Verso una nuova saggezza di F. Capra

 

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La divisione cartesiana tra materia e spirito, scrisse Heisenberg... è penetrata profondamente nella mente umana durante i tre secoli che seguono Descartes e ci vorrà molto tempo perché possa essere sostituita da un atteggiamento veramente diverso nei riguardi del problema della realtà 

Estratto dal testo di cui sopra

  • Melius 1
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I Buddhisti esprimono la stessa idea quando essi chiamano la realtà ultima Śūnyata – «vacuità» o «vuoto» – e affermano che è un vuoto vivo che dà origine a tutte le forme del mondo fenomenico. I Taoisti attribuiscono un’analoga creatività, immensa e incessante, al Tao , e anch’essi lo indicano come vuoto. «Il Tao dei cieli è vuoto e senza forme» dice il Kuan-tzu e Lao-tzu usa diverse metafore per illustrare questa vacuità. Egli spesso paragona il Tao a una valle profonda, oppure a un vaso eternamente vuoto e che quindi ha la possibilità di contenere un’infinità di cose.

Nonostante l’uso di termini come vacuità e vuoto, i saggi orientali fanno capire che essi non intendono la normale vacuità quando parlano del Brahman , del Śūnyata o del Tao , ma, al contrario, intendono un vuoto che ha un potenziale creativo infinito. Dunque, il vuoto dei mistici orientali è certamente paragonabile al campo quantistico della fisica subatomica. Come il campo quantistico, esso genera una infinita varietà di forme che sostiene e, alla fine, riassorbe.

...

 

In questo aspetto della fisica moderna c’è dunque la più stretta corrispondenza con il Vuoto del misticismo orientale. Analogamente al Vuoto dei mistici orientali, il «vuoto fisico» – come è chiamato nella teoria dei campi – non è uno stato di semplice non-essere, ma contiene la potenzialità di tutte le forme del mondo delle particelle. Queste forme, a loro volta, non sono entità fisiche indipendenti, ma soltanto manifestazioni transitorie del Vuoto soggiacente ad esse. Come dice il sūtra , «la forma è vuoto, e il vuoto in realtà è forma».

La relazione tra le particelle virtuali e il vuoto è una relazione essenzialmente dinamica; il vuoto è certamente un «Vuoto vivente», pulsante in ritmi senza fine di creazione e distruzione. La scoperta della qualità dinamica del vuoto è considerata da molti fisici uno dei risultati più importanti della fisica moderna. Dall’avere una funzione di vuoto contenitore dei fenomeni fisici, il vuoto è passato ad essere una quantità dinamica della massima importanza

Il Tao della Fisica (F. Capra) Prima edizione in lingua straniera, 1975 e nel 1982 in italiano

Rovelli, sembrerebbe arrivato un po' in ritardo... :classic_cool:

 

 

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Da un punto di vista biologico ed evolutivo, inoltre, è ragionevole che gli organismi abbiano acquisito una sensazione di “sé” per identificarsi come individui, per consolidare le informazioni e la comprensione, e per costituire un nucleo che immagini, pianifichi e decida le azioni future, così da mantenere in vita il corpo e i geni in un mondo ostile. Ma le neuroscienze e la fisica moderne non hanno motivo di invocare (né potrebbero accogliere nel loro ambito) un qualche tipo di “sostanza” aggiuntiva quasi-fisica che potrebbe comporre il “Voi”, che interagisca con il corpo ma ne sia separata. Quindi la dottrina del “non-sé”, formulata da Buddha e tramandata da Nāgārjuna e da altri, concorda abbastanza con il moderno punto di vista scientifico, secondo cui il “sé”, il “Voi”, è un concetto abbastanza effimero.

È facile dirlo. Ma è la cosa più difficile al mondo credere davvero che Voi, il sé essenziale, la cosa che si pensava “Cartesio” e che pertanto lo era , non sia più (o meno) reale rispetto ai pensieri, alle emozioni, alle preoccupazioni e forse alle perplessità che proprio ora attraversano la mente chiamata “vostra”.

Alcuni sostengono di crederci ma, come quasi tutti, hanno caro questo “ego”-ista praticamente più di ogni altra cosa.

Altri, invece, sono convinti che esista un nucleo inviolabile del sé. Ma saprebbero forse indicarlo, o illustrare la natura del collante grazie a cui ci svegliamo sempre nello stesso corpo, un giorno dopo l’altro?

Chi è che crede al Voi, o ne dubita?

Chi era, un attimo fa?

Anthony Aguirre (professore presso l'Università della California, Santa Cruz, per dieci anni direttore associato del Foundational Questions Institute. È anche il cofondatore del Future of Life Institute)- tratto dal testo: Zen e multiversi 

 

  • Confused 1
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Durante il suo ultimo viaggio in Italia, poco prima della sua morte avvenuta nel
1954, fu chiesto ad Enrico Fermi quale sarebbe stata la fisica del futuro. Si racconta
che a questa domanda il grande scienziato abbia risposto senza esitazione:
«Lo studio del vuoto». In questo modo, voleva indicare quanto importante sarebbe
stato concentrarsi su questa enigmatica entità, il vuoto appunto, che per definizione
sfugge ad indagini o misurazioni dirette. Poiché le sue caratteristiche sono deducibili
solo indirettamente, dal comportamento osservato delle forme di materia
ed energia conosciute, Fermi intendeva dunque dire che la nostra capacità di penetrare
nei segreti della natura dipenderà dialetticamente sempre di più dalla sua
parte più elusiva, quella che, per differenza, continueremo a chiamare ‘vuoto’.

---

Il primo scopo è mettere in evidenza le interessanti analogie tra la concezione del
vuoto nella fisica di oggi ed alcuni concetti-chiave che si ritrovano in epoche e
culture diverse. Per arrivare a questi collegamenti, si deve prima capire che il
vuoto di oggi non è il puro ‘nulla’ ma, piuttosto, è lo stato di minima energia. Per
questo, sarebbe forse meglio chiamarlo ‘stato fondamentale’ o, in inglese, ground
state

---

A causa della fondamentale
indistinguibilità degli oggetti quantistici identici, vengono così a prodursi infinite
combinazioni equivalenti ed intercambiabili nelle quali si azzerano i possibili contrari.
In questa rappresentazione, le particelle che compongono la materia nota
(ed anche quegli stati effimeri che vengono creati solo per brevissimo tempo negli
acceleratori) vanno pensate come eccitazioni del vuoto al variare dell’energia e
degli altri parametri (carica, spin...) ad esse associati.

---

Dunque, il vuoto sarebbe difficile da percepire non perché è il ‘nulla’ ma perché è
un substrato che non mostra alcun carattere definito. Un qualcosa che, potremmo
dire, risulta incolore, insapore, inodore... perché include in sé tutti i possibili
colori, sapori, odori... Per questo suo aspetto di assoluta neutralità, il vuoto si
propone allora come la vera sorgente e termine ultimo di tutte le cose suggerendo,
anche se con varie differenze e sfumature, interessanti collegamenti con il primo
pensiero greco (si pensi al Chaos di Esiodo, l’apeiron di Anassimandro, l’essere di
Parmenide, la chora di Platone,...) e con alcune antiche filosofie orientali (Taoismo,
Induismo, Buddhismo,...).

---

Fritjof Capra, nel suo libro ‘Il Tao della Fisica’ , (ancora!!) nel quale mette in evidenza le
interessanti analogie tra vari aspetti della fisica moderna e alcune filosofie orientali,
inizia ricordando il modo di procedere delle scienze di oggi. Ogni disciplina, per
definire il suo campo di applicazione, comincia selezionando alcuni aspetti, ritenuti
più significativi e suscettibili di analisi quantitative, e costruisce un modello della
realtà, della quale, per definizione, non si possono prendere in considerazione tutti
i possibili aspetti. Sulla base di questa ‘mappa intellettuale’ si formulano poi
delle predizioni da confrontare con le osservazioni sperimentali. Questo processo
di selezione e semplificazione della realtà, implicito nel metodo scientifico, è stato
fondamentale per il progresso della conoscenza nei vari settori. Infatti, ‘filtrando’
solo certe componenti del reale, riduciamo l’infinita ricchezza di informazioni da
analizzare e possiamo raffinare grandemente l’indagine di quegli aspetti che siamo
interessati a descrivere.
Ma la ‘mappa’ non è il ‘territorio’. Non deve quindi sorprendere che questo modo
di conoscere possa anche risultare insoddisfacente. Per esempio, come già ricordato
alla fine del Cap. 3, una certa insoddisfazione fu espressa da alcuni grandi fisici
del Novecento. Essi avevano notato come la meccanica quantistica portava ad
una visione della realtà come un tutt’uno profondamente interconnesso. Dunque il
loro auspicio di una possibile sintesi tra conoscenza razionale ed esperienza mistica
unitaria nasceva come reazione «contro la rigorosa separazione delle attività
dello spirito umano in camere stagne in atto dal XVII secolo»3. Essi coglievano
un grande contenuto di verità in alcune antiche filosofie orientali (Taoismo, Induismo,
Buddhismo), nella loro visione per cui la realtà ultima risulta preclusa
ad una mente che tenti di raggiungerla adottando solo rigide categorie logiche. E’
necessaria, invece, quella forma di conoscenza immediata ed unitaria che è tipica
dell’intuizione mistica. Questo si trova, ad esempio, in un passo del Chuang-Tzu
del Taoismo, «la grande sapienza tutto abbraccia, la piccola sapienza distingue»,
o anche nel modo in cui viene descritta la conoscenza del Brahman nelle antiche
Upanisad induiste (VIII - VI secolo a.C.): «Ivi non giunge la vista, né la parola e neppure la mente. Non sappiamo né conosciamo in quale modo Lo si possa
insegnare»
3Paradossalmente, questa separazione cominciò a manifestarsi subito dopo un fondamentale
passo verso una descrizione unitaria della natura, cioè quella sintesi newtoniana che mostrava
come il moto dei corpi celesti e quello dei corpi sulla Terra fossero governati dalla stessa legge di
gravitazione universale. La concezione della natura di Newton (fisico, alchimista, teologo,..) era
però molto diversa da quella di uno scienziato moderno.

---

Questo stretto legame tra sunya (vuoto) e nirvana suggerisce che la verità ultima potrebbe
essere diversa. In una differente prospettiva, infatti, la verità convenzionale riguarderebbe
tutte le cose in quanto mutuamente dipendenti e dunque ‘vuote’ di svabhava (
insonstanziali). La
verità ultima, invece, riguarderebbe solo l’essenza di sunya. Essa non può essere
rappresentata in alcun modo proprio perché, per esprimerla, bisognerebbe inventare
una nuova forma di linguaggio, come infatti diceva il Buddha riguardo
al nirvana.
Partendo da questa osservazione, uno studio recente mette in evidenza con
un’analisi comparata come il significato di sunyata in Nagarjuna sia simile a
quello che si trova nella Prajnaparamita Sutra (Sutra della Saggezza Trascendente),
quell’insegnamento che si fa risalire al Buddha e di cui Nagarjuna avviò lo studio
sistematico. In questo caso, sunya sarebbe piuttosto simile all’akasa, o kha, delle
Upanisad che, come abbiamo visto, indica lo spazio vuoto tessuto, a somiglianza
del Brahman, come mezzo completamente indifferenziato. In questa differente interpretazione,
sunya indicherebbe un’entità indefinibile ma che, nondimeno, può
essere intimamente (misticamente) sperimentata. Sperimentandola, essa allora diventa
reale, il punto di partenza per un nuovo cammino, il modo di accedere ad
un livello più alto.

Tratto da: IL VUOTO Un enigma tra fisica e metafisica di Maurizio Consoli (Dirigente Istituto Nazionale Fisica Nucleare -INFN-, è stato anche direttore della sez. INFN di Catania) - Alessandro Pluchino (fisico teorico e docente presso il Dipartimento di Fisica e Astronomia dell'Università degli Studi di Catania)

Chi cerca trova...sono sempre più stupito che anche molti accademici, di più di quanto potessi supporre, si sono interessati a questo argomento estremamente profondo ed interessante :classic_smile:
 

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I mistici possono, se vogliono, parlare dell' essenza delle cose, stante che è proprio della filosofia cercare risposte sulla natura profonda di ciò che ci circonda.

.

I fisici apparentemente fanno lo stesso, ma sanno bene che ciò che loro studiano è la fenomenologia,  ovvero le modalità di manifestazione di quanto ci circonda, non l'essenza, anche se, più a fondo andiamo nel descrivere la fenomenologia più ci sembra di avvicinarci all' essenza che tuttavia di per sé è inconoscibile. 

.

Entrambi, fisici e mistici, cercano poi di spiegare agli incolti le loro scoperte (o speculazioni) e per farlo usano delle immagini facilmente comprensibili ai più, ma queste sono per lo più delle mere metafore dei ragionamenti sottostanti, ovvero le speculazioni dei mistici e le formule dei fisici, ragionamenti spesso fuori porata della comprensione non solo dei non iniziati ma spesso anche degli "iniziati" con una mente non particolarmente brillante.

.

Possiamo noi quindi trovare delle similitudini tra le metafore divulgative usate dai fisici e quelle usate dai mistici resta però il fatto che queste metafore rappresentano cose diverse, ovvero, rispettivamente, la fenomenologia dell' universo studiata con il metodo scientifico e l' essenza dell' universo stesso studiata in base a speculazioni puramente filosofiche.

 

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48 minuti fa, audio_fan ha scritto:

Entrambi, fisici e mistici, cercano poi di spiegare agli incolti le loro scoperte (o speculazioni) e per farlo usano delle immagini facilmente comprensibili ai più, ma queste sono per lo più delle mere metafore dei ragionamenti sottostanti, ovvero le speculazioni dei mistici e le formule dei fisici, ragionamenti spesso fuori porata della comprensione non solo dei non iniziati ma spesso anche degli "iniziati" con una mente non particolarmente brillante.

Si potrebbe aggiungere che più si scende in profondità, maggiormente alcune teorie possono divenire controintuitive

La coperta concettuale pare veramente troppo corta

Con la fisica quantistica, molte sicurezze sono crollate

Il pensiero meccanicistico, probabilmente insufficiente

I mistici non possono spiegare soltanto razionalmente le loro esperienze trascendenti, anzi indicano l'ego/mente come ostacolo per poterle sperimentare

Tale messaggio, risuona fortemente da Oriente ad Occidente...

 

  • Melius 2
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Credo che le idee di altri popoli vengano assunte per lo più trasformandole, sfrondandole di quanto di tradizionale ed arcaico possono avere nel Paese d' origine per estrarne i concetti di base riutilizzandoli in base alle proprie esigenze.

.

Si parla ad esempio di influenza dei maestri illustratori giapponesi (Hokusai e non solo) sullo sviluppo dell' arte occidentale nell' '800 ma certo non si può dire che almeno all' occhio del profano ci sia una qualche somiglianza tra le opere di Hokusai e quanto prodotto in Europa nei periodi immediatamente successivi.

.

Credo che lo stesso valga per idee nate in ambito mistico / filosofico, ne troviamo tracce in occidente sotto forma di rielaborazioni che di mistico non hanno ormai più nulla.

.

 

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10 ore fa, audio_fan ha scritto:

Credo che lo stesso valga per idee nate in ambito mistico / filosofico, ne troviamo tracce in occidente

Gli accostamenti più frequenti con il pensiero asiatico (approccio apofatico), sono stati rilevati in S. Giovanni della Croce e Meister Eckhart.

Di quest'ultimo ne ha parlato anche uno dei più autorevoli divulgatori, storico delle religioni e filosofo giapponese: D.T.Suzuki

Poi, come non ricordare i neoplatonici e Platone stesso.

La metafisica platonica, è stata spesso avvicinata a quella di Shankara (Vedanta)

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