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Il fascismo


Savgal

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I fascismi cresciuti al calduccio

Che il fascismo sia stato una "creazione" europea è cosa passata in giudicato. Così come l'antisemitismo, che lo precede lo prepara e gli appartiene benché non in esclusiva. La questione di quanto il fascismo sia endemico in Europa è al contrario apertissima. Sotto i nostri occhi vanno scomparendo i capisaldi del dopoguerra, che pretesero di consacrare un "mai più". Due scompaiono più spettacolarmente, così da minare la nozione dell' "asse franco-tedesco": l'idea, un ideale appassionatamente creduto, che la Germania avesse più sinceramente e lucidamente di tutti "fatto i suoi conti" col proprio passato, e il luogo comune che la Francia fosse immune da una ricaduta fascista, e che la sua insuperabile linea rossa coincidesse col nome di famiglia di Le Pen. Un caposaldo del dopoguerra era anche la convinzione che gli Stati Uniti fossero largamente capaci di fomentare, alla bisogna, colpi di stato in casa d'altri, ma naturalmente alieni all'eventualità di sperimentare un colpo di stato in casa propria, se non a Hollywood.

Che l'Europa conosca un'avanzata di sentimenti, linguaggi e partiti variamente imparentati al fascismo è evidente, e non lo rende meno evidente la sottolineatura delle differenze. Il fascismo originario, e i fascismi in cui si incarnò, ebbero una incubazione prossima comune, la Prima guerra mondiale e, fra i suoi effetti, la rivoluzione sovietica. La deriva di destra e di estrema destra dei nostri giorni ha il suo fattore decisivo, paragonabile alla Prima guerra benché non altrettanto precipitoso e traumatico, nell'immigrazione. La quale, rumorosamente e anche ossessivamente com'è stata trattata ormai da qualche decennio, è stata tuttavia sottovalutata. Il rilascio lento, per così dire, dei suoi effetti, si misura nel punto che proprio oggi ha raggiunto. Quando allo sgretolamento delle resistenze "democratiche" si oppongono espedienti di breve momento, così in Europa - dove uno schieramento "di centrosinistra" sconfitto alle elezioni ricorre a una (eventuale) maggioranza relativa residua per dilazionare il tracollo - come in Francia - dove al rischio incombente della maggioranza assoluta del partito neofascista si oppone un'adunata dei refrattari, un'accozzaglia di emergenza (sacrosanta, eh!) che provi anche qui ad assicurare un rinvio dell'esecuzione. Intanto, la soglia del primo posto, e di gran lunga, al partito neofascista è stata varcata (in Germania siamo ancora al secondo posto appena conquistato, e da un partito così affezionato al nazismo da essere bandito dall'estrema destra meno estrema, commedia buffa).

Questo processo segnala una vera, profonda e cruciale differenza dall'avvento dei fascismi nell'Europa degli anni '20 e '30. Quello aveva conosciuto e coltivato un'esperienza rivoluzionaria. Era stato anche, aveva voluto essere anche, una "rivoluzione". E aveva praticato una rottura violenta. La congerie di partiti e movimenti neofascisti di oggi è il frutto tutt'altro che maturato di una evoluzione. Di un evoluzionismo piuttosto che di un rivoluzionismo, di un procedere per salti. Marine Le Pen, che vede il frutto dell'Eliseo a portata di mano, sarà alla sua quarta elezione presidenziale, e l'uomo di cui porta il cognome arrivò al ballottaggio presidenziale già nel 2002. Le cose italiane non sono andate molto diversamente. Il tempo ha lavorato per i neofascismi: il tempo, e la democrazia. Quasi ottant'anni dopo la fine della Seconda guerra, i "mai più" pronunciati solennemente e sinceramente allora sono arrivati a scadenza. Fascismo mai più, mai più Auschwitz, mai più Hiroshima. Mai più voleva dire un'ottantina d'anni, o giù di lì. Un movimento lento, che si fa più veloce avvicinandosi alla sua fine.

Se questo è vero, se il fascismo, i fascismi, le loro tensioni e le loro tentazioni non sono necessariamente legate a una rottura di passo, come esemplarmente una guerra, ma sanno crescere pazientemente e ostinatamente nel grembo confortevole delle paci, e se non hanno un nemico armato o un fantasma di nemico dritto di fronte sanno trovarsene uno o due inermi, allora il fascismo, i fascismi, sono endemici in Europa. Non sono l'Europa, così come un virus non è l'organismo nel quale entra e si riproduce. E però quell'organismo ha un drammatico problema di difese immunitarie.

 

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...I leader fascisti fanno appello alla storia per sostituire la reale ricostruzione dei fatti con un passato mitico, che viene sfruttato per i propri fini politici e per raggiungere l’obiettivo di sostituire il potere ai fatti. Il primo ministro ungherese Orbán ha attinto alla lotta dell’Ungheria contro l’occupazione dell’Impero ottomano nel XVI e XVII secolo per riuscire a rappresentare il paese nel suo ruolo storico di difensore dell’Europa cristiana e poter adottare misure restrittive contro i migranti.14 Naturalmente, all’epoca l’Ungheria costituiva il confine tra un impero musulmano e uno cristiano, anche se in quei conflitti la religione non aveva un peso così rilevante (per esempio, l’Impero ottomano non pretese la conversione dei sudditi cristiani). Il passato mitico raccontato da Orbán ha una plausibilità sufficiente per ridurre la natura complessa del passato e servire i suoi scopi....

...Le politiche fasciste cercano di minare il dibattito pubblico attaccando e sminuendo l’istruzione, la competenza e il linguaggio. Un dibattito maturo non è possibile senza un’istruzione che consenta l’accesso a prospettive diverse, senza il rispetto delle competenze altrui e senza un linguaggio sufficientemente ricco per descrivere con precisione la realtà. Quando l’istruzione, le competenze e le distinzioni linguistiche sono in pericolo, restano soltanto il potere e l’identità tribale.

Questo non significa che i fascisti non lascino spazio alle università; quello che vogliono, però, è che l’unico punto di vista espresso coincida con quello del gruppo dominante: le scuole devono introdurre gli studenti alla cultura dominante e al suo passato mitico. L’istruzione può quindi rappresentare una grave minaccia al fascismo oppure diventare un pilastro nella costruzione della nazione mitica... Un leader fascista può rimpiazzare la verità con il potere, che gli permette di mentire senza conseguenze. Sostituendo il mondo con una sola persona, le tattiche e le metodologie del fascismo rendono l’opinione pubblica incapace di valutare le argomentazioni facendo riferimento a uno standard condiviso. I politici fascisti possiedono tecniche specifiche per distruggere gli spazi informativi e oscurare la realtà...La storia del nazionalsocialismo è un esempio da manuale delle tattiche adottate dai fascisti per formare un’identità nazionale. A partire dagli anni Ottanta del XIX secolo, in Austria e in Germania si sviluppò un nazionalismo etnico che fornì lo spunto per l’ascesa del movimento nazionalsocialista. Il movimento völkisch era radicato in una visione romantica della purezza etnica del Volk, vale a dire il popolo tedesco. L’antisemitismo era una caratteristica distintiva del pensiero völkisch e del Volk tedesco, che si definiva per contrasto rispetto ai suoi nemici, gli ebrei. I nazionalsocialisti usarono il metodo più comune per seminare la paura nei confronti di un gruppo minoritario: dipingerli come una minaccia alla legge e all’ordine...Negli Stati Uniti uno dei cavalli di battaglia della campagna presidenziale di Donald Trump è stato l’espulsione dei «criminali stranieri». Fin dall’insediamento alla Casa Bianca, Trump ha continuato a bersagliare gli immigrati. Lui e la sua amministrazione hanno alimentato regolarmente la paura degli immigrati associandoli alla criminalità. ..La propaganda fascista diffonde la paura per le ibridazioni e la corruzione della purezza della nazione con quello che Charles Lindbergh chiamò «sangue inferiore». La propaganda amplifica questa paura sessualizzando la minaccia dell’altro. Poiché alla base delle politiche fasciste c’è la famiglia patriarcale tradizionale, ogni deviazione dal suo modello genera panico. I transgender e gli omosessuali sono usati per alimentare il panico e l’ansia per la perdita dei tradizionali ruoli maschili...

Come ha scritto Hannah Arendt:

Una caratteristica troppo spesso sottovalutata della propaganda fascista è che essa non si accontentava di mentire, ma puntava deliberatamente a trasformare le sue menzogne in realtà. Così, alcuni anni prima dello scoppio della guerra, «Das Schwarze Korps» riconosceva che all’estero la tesi nazista secondo cui tutti gli ebrei sono degli accattoni senza fissa dimora in grado di sopravvivere solo come parassiti nell’organismo economico delle altre nazioni non veniva presa del tutto sul serio; ma, secondo la loro previsione, nel giro di pochi anni l’opinione pubblica straniera si sarebbe dovuta ricredere, una volta che gli ebrei tedeschi fossero stati spinti fuori dai confini nazionali come una masnada di mendicanti. Nessuno era preparato a una simile fabbricazione di una realtà basata sulla menzogna....Le politiche fasciste attirano i cittadini promettendo la libertà dalle regole democratiche, mascherando però il fatto che l’alternativa proposta non è una forma di libertà in grado di assicurare la democrazia e la stabilità di uno stato-nazione. Uno stato basato sul conflitto etnico, religioso o nazionale tra «noi» e «loro» prima o poi è destinato a sfaldarsi. Certo, il fascismo può anche garantire la stabilità di un paese, ma quel paese non sarà mai una comunità pacifica in cui ai bambini si insegna a provare empatia per gli altri esseri umani. Ai bambini si può certo insegnare a odiare, ma imporre l’odio come una dimensione della socializzazione può avere conseguenze imprevedibili. Vogliamo davvero che il senso di identità dei nostri figli sia fondato sulla marginalizzazione degli altri?..

Tratto da: Noi contro loro.Come funziona il fascismo (JASON STANLEY è Jacob Urowsky Professor of Philosophy alla Yale University, negli Stati Uniti. Dopo il dottorato in linguistica e filosofia al MIT, ha insegnato in prestigiosi atenei: la Rutgers University, l’University of Michigan, la Cornell University. Filosofo del linguaggio ed epistemologo, ha esteso il suo ambito di ricerca prima alla linguistica e alle scienze cognitive e poi alla filosofia politica)

 

 

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Il 29/6/2024 at 18:31, indifd ha scritto:

Il problema non sono io, ma chi va a votare

Il problema, ripeto, è la stupidità: e sia detto con il massimo rispetto.

In passato, manco tanto passato, certe questioni si regolavano a cannonate. Ora, per fortuna (almeno per me), i cannoni si usano un pò di meno ( anche se in giro vediamo che tuonano ancora parecchio).

Quindi o impariamo a risolvere le questioni con l'intelligenza o riprendiamo a spararci l'un l'altro .

O ti metti in testa che le torte vanno divise ( manco equamente, ma almeno divise), oppure elimini fisicamente il possibile inghiottitore di torte. In alternativa, se sei pietoso, lo sottometti alla volontà delle tue cariche esplosive.

C'è da scegliere.

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La coesione sociale fondata sulla spontanea accettazione della gerarchia sociale e dal riconoscimento ad ogni gruppo sociale (gli "stati" dell'ancién regime), considerato come una entità colettiva, di un proprio preciso ruolo da svolgere all'interno di una società organica e immutabile non è più possibile. Quelle società non avevano al centro l'individuo, che anzi era considerao un fattore destabilizzante della coesione sociale.

Resta il fatto che la coesione sociale si fonda in gran parte sull'accettazione della posizione nella gerarchia sociale e che l'individualismo è divenuto dominante. L'individualismo e l'accettazione della posizione nella gerarchia sociale sono per molti aspetti antitetici. In tanti, più o meno legittimamente, ritengono che la posizione occupata nella gerachia sociale non corrisponda al proprio valore personale (che si autocertificano). L'aspirazione non è più di migliorare collettivamente la condizione sociale, creare migliori condizioni per la massima mobilità sociale, bensì modificare esclusivamente la propria.

Le mutate condizioni del sistema economico rendono sempre più difficile mutamenti della condizione sociale ed economica, nel recente passato più agevole. L'imprenditore è diventato un lavoro sempre più difficile, per cui la mansione di operaio, vista nel recente passato come un passaggio transitorio verso un futuro da piccolo imprenditore, è divenuta prospettiva per tutta la vita. Il piccolo commercio, nella migliore delle ipotesi, consente una vita dignitosa, ma è percepita come precaria. Le professioni retribuite dignitosamente sono sempre più legate alla medicina e all'ambito scientifico ed ingegneristico, ambiti in cui l'apprendimento meccanico/mnemonico non consente il conseguimento della laurea.

Si è alimentato con l'industria culturale un individualismo tendenzialmente narcisistico, poi frustrato dalla realtà, nonché da un complesso di fattori che limitano la mobilità sociale. La politica su questo deve intervenire, altrimenti vi è il rischio che la frustrazione divenuta rancore esploda in modo irrazionale.

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scusa eh ma te c'hai la fissa della gerarchia sociale

ma possono rimettere pure le caste e i servi della gleba se quelli di sotto c'hanno

la possibilità di casa famiglia lavoro e una vita serena, il che include la possibilità di migliorare.

adesso le questioni ci sono non perchè chi sta in basso sta in basso, ma perchè esistono una infinità

di problemi e quello che una volta si chiamava ascensore sociale si è rotto.

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Berlusconi per decenni vi ha costruito la propria propaganda chiamandola, impropriamente, "invidia sociale". Se utilizzo la locuzione propria delle scienze sociali e della storia avrei invece una "fissa".

Quanto alla mobilità sociale farei osservare che nel momento in cui si diceva da sinistra che in Italia era ferma, da destra si contestava la cosa come falsa.

  • Melius 1
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ma infatti io berlu non l' ho mai seguito

però è un fatto che la sinistra è tutta una serie di parrocchiette che quando occupano

un settore lo parassitizzano fino alla morte

quegli altri saranno anche degli arraffoni, ma poi tolgono le tende anche velocemente

( con qualcuno che gli corre dietro ih ih ih )

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2 ore fa, Savgal ha scritto:

Si è alimentato con l'industria culturale un individualismo tendenzialmente narcisistico, poi frustrato dalla realtà, nonché da un complesso di fattori che limitano la mobilità sociale. La politica su questo deve intervenire, altrimenti vi è il rischio che la frustrazione divenuta rancore esploda in modo irrazionale

E' aumentata certamente la frustrazione per problemi economici e/o di realizzazione professionale

Non da sottovalutare il materialismo dilagante, iper-tecnologia e la mancanza di senso, i quali mi pare abbiano generato un profondo abisso di insoddisfazione, scavato dal malcontento crescente qualora non si resca ad acquistare beni e prodotti (spesso a dir poco superflui) che la società consumistica quotidianamente ci vuole proporre/imporre

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