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Dopo la morte c'è un'altra vita?


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Ritorno in tema...

Certamente, merita di essere almeno menzionato, indipendentemente che ci si possa credere o meno, Il libro tibetano dei morti

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Quando moriamo, il nostro corpo fisico ritorna alla natura. La morte è parte integrante del ciclo dell’esistenza. Poiché nasciamo, è inevitabile che giunga anche il momento di morire.

Dopo che un fiore cresce, sboccia e poi appassisce, i suoi semi germogliano di nuovo, continuando così il ciclo della sua vita. Allo stesso modo, dopo la morte, la nostra coscienza prosegue nella fase successiva.

Come accennato in precedenza, le tendenze abituali (karma) sono incorporate nella coscienza e con essa procedono. Oggi alcuni scienziati concordano con i buddhisti nel credere che la coscienza possa continuare dopo la morte. Persone che hanno avuto un assaggio della loro morte e di un’esistenza successiva hanno condiviso la loro esperienza. Sulla base di tale vissuto, non nutrono più timore nei confronti della morte. La considerano semplicemente un’altra parte del ciclo della vita e persino una fase che attendono fiduciosi quando si avvicinerà di nuovo. Essi sono i nostri testimoni, i precursori, le guide di ciò che è possibile per noi dopo la morte.

I momenti dopo la morte

Iniziamo considerando i momenti immediatamente successivi alla morte, definita dal punto di vista medico come l’istante in cui il cuore smette di battere, con la conseguente immediata cessazione dell’attività cerebrale.

Esistono numerosi resoconti documentati di persone che hanno sperimentato la morte e sono ritornate in vita nel giro di pochi minuti. Queste vengono denominate “esperienze di premorte”, e quelle più comuni sono quando una persona deceduta  sente e vede persone mentre la sua coscienza fluttua al di sopra del suo corpo;

• vede una luce alla fine di un tunnel;

• ripercorre nella memoria la propria vita;

• vede una figura divina.

Diverse persone che hanno avuto un’esperienza di premorte riferiscono di aver provato un certo senso di sollievo dopo la morte e l’uscita della coscienza dal corpo. Molte esperienze includono la visione di una luce aurea e/o esseri luminosi.

Sebbene approfondire in dettaglio tali fenomeni esuli dall’ambito di questo libro, sappiamo che la coscienza continua a esistere una volta che il corpo e il cervello hanno cessato di funzionare, come documentato in migliaia di casi di premorte.

Oltre a queste profonde esperienze, grandi santi e maestri di meditazione di diverse fedi raccontano di come la loro coscienza abbia mantenuto consapevolezza anche dopo la morte del loro corpo, per giorni e, in alcuni casi, settimane, prima di ritornare in vita.

I bardo

Cosa accade alla stragrande maggioranza di coloro che muoiono e non ritornano nel loro corpo, quelli che rimangono morti? Dal punto di vista buddhista, la coscienza sperimenta uno stato di transizione fino alla reincarnazione in un nuovo corpo.

Questo stato, o periodo di tempo che precede la nuova nascita, è noto come “stato intermedio” o “bardo”. Una traduzione italiana, piuttosto appropriata, di questo termine tibetano è “intervallo”.

Il libro tibetano dei morti non solo descrive ciò che accade quando moriamo, ma anche ciò che possiamo fare per migliorare la 

nostra esperienza nel bardo e per prepararci a una buona nascita.

Inoltre il termine “bardo” può descrivere altri intervalli che avvengono durante la vita; per esempio può essere usato per indicare una pausa tra respiri, una vacanza, un anno di pandemia o un periodo di cambiamento o transizione.

Nel buddhismo tibetano viene tracciata una mappa del ciclo della nostra vita suddivisa in sei bardo, o periodi di tempo. I primi tre si riferiscono a quando siamo ancora in vita, e possono essere descritti come segue.

1. Il bardo della vita: il periodo di tempo della nostra esistenza così come la stiamo sperimentando ora.

2. Il bardo del sogno: il periodo di tempo durante il quale dormiamo e sogniamo.

3. Il bardo della meditazione: il periodo di tempo in cui meditiamo.

Gli ultimi tre bardo si riferiscono ai periodi di tempo tra la morte e la nascita.

4. Il bardo della morte: il periodo di tempo in cui il nostro corpo attraversa il processo della morte, quando tutti gli elementi fisici si dissolvono e rimane solo la coscienza pura; durante questo periodo la nostra mente può diventare molto chiara e ricordare tutte le azioni passate, positive e negative; ci sentiamo sereni mentre ricordiamo le azioni positive e impauriti mentre ripercorriamo quelle negative.

5. Il bardo della luminosità: dopo la morte di corpo e cervello sperimentiamo percezioni visive e uditive non dissimili dallo stato di sogno durante il sonno mentre siamo in vita; queste possono includere l’apparizione di spiriti, demoni, dèi, così come di un giudice del nostro conto karmico, tutti creati dalla 

nostra mente; può anche esserci una “sensazione” di pace e di intensa e sentita consapevolezza.

6. Il bardo del divenire: il periodo che intercorre tra il risveglio dei semi delle nostre tendenze abituali (karma) e l’ingresso della nostra coscienza nel ventre materno della vita successiva; l’entrata nel ventre materno è il risultato dell’abitudine della coscienza a cercare un corpo fisico per la propria identità, o senso di sé.

Tratto da:

 

tibet.jpg

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briandinazareth
2 ore fa, LUIGI64 ha scritto:

Non sono d'accordo, hanno cultura scientifica e strumenti di valutazione, molto superiore ai nostri

Attenzione, non dico che quello che affermano sia non confutabile, tutt'altro, ma certamente più degno di nota rispetto a tanti altri

Parliamo anche di premi Nobel


Sicuro sicuro? occorre considerare che tra gli scienziati ci sono molti più atei e agnostici rispetto alla popolazione media, con la particolarità che con aumentare del livello degli scienziati , diminuisce drasticamente la percentuale dei credenti.

Inoltre  chi ha a che v fare con la biologia e l’evoluzione mostra una maggiore tendenza adv essere ateo ob agnostico.

 

sd esempio fra i membri della National Academy of Sciences (che riunisce gli scienziati di massimo livello americani, solo il 5,5 % dei biologi ha dichiarato di credere in una qualche forma anche personale o vaga di divinità,  oltre il 65 % sono atei  e i restanti agnostici

 

 

 

 

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briandinazareth

Una cosa interessante è che anche in questa discussione le persone che credono alla vita dopo la morte la pensano in maniera diversissima e inconciliabile, ma questa differenza scompare di fronte a chi non trova motivi validi per pensarlo.

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Ne prendo atto

Ma il punto era un altro, come già spiegato

Non riguardava il censimento tra gli scienziati credenti e atei

Ma come sappiamo, non vige il principio di autorità, pertanto tale regola vale per tutti, nessuno escluso 😊...interessante è proprio studiare, dal mio punto di vista, le varie versioni riguardo la morte e aldilà 

Non ho posizioni da difendere

Posso preferire alcune ipotesi rispetto ad altre, ma non è importante

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2 ore fa, LUIGI64 ha scritto:

A me sembra un po' il gioco delle 3 carte 

Ma ne prendo atto...

😂 P.s.

Non sono d'accordo, hanno cultura scientifica e strumenti di valutazione, molto superiore ai nostri

Attenzione, non dico che quello che affermano sia non confutabile, tutt'altro, ma certamente più degno di nota rispetto a tanti altri

Parliamo anche di premi Nobel

Capisco che il principio di autorità non esiste

Ma neanche disconoscere completamente quello che affermano...

Mah

La metafisica non è materia della scienza. Poi dici che sanno di scienza ma quale scienza? certo sanno di fisica, di matematica, ma sanno di psicologia, di fisiologia, di antropologia, di filosofia della scienza, di filosofia? Questo genere di discorsi vanno affrontati multidisciplinarmente.

per esempio, Faggin lo dice all’inizio: nonostante il grande successo, non era soddisfatto, sentiva un vuoto nella sua vita. Lui lascia intendere che ci fosse qualcosa che lo chiamava, che lo ispirava ad approfondire, a me invece viene in mente il poster che Moulder teneva in ufficio, quello con l’ufo e la scritta ‘I want to believe’.

Ti faccio un esempio pratico: premessa, ho problemi neurologici; qualche tempo dopo la morte di mio padre, quando chiudevo gli occhi per dormire, ‘vedevo’ una luce molto forte, come se qualcuno mi puntasse un faro sugli occhi.. aprivo gli occhi, la luce spariva. Ho dato alla cosa l’importanza che meritava e poco dopo è passato tutto. Ma metti che fosse stata una persona che, dopo una grave perdita, avesse tratto grande sollievo da un libro sugli angeli custodi….

 

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2 minuti fa, simpson ha scritto:

Ma metti che fosse stata una persona che, dopo una grave perdita, avesse tratto grande sollievo da un libro sugli angeli custodi….

Hai ragione

Ma per una interpretazione corretta, è necessario iniziare con le spiegazioni più probabili e non partire per la tangente con bislacche ipotesi

Questa è buona regola da adottare sempre

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27 minuti fa, briandinazareth ha scritto:

Una cosa interessante è che anche in questa discussione le persone che credono alla vita dopo la morte la pensano in maniera diversissima e inconciliabile, ma questa differenza scompare di fronte a chi non trova motivi validi per pensarlo.

Fenomeno ben indagato da Tajfel con gli esperimenti sugli infermieri e i medici

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12 minuti fa, simpson ha scritto:

per esempio, Faggin lo dice all’inizio: nonostante il grande successo, non era soddisfatto, sentiva un vuoto nella sua vita. Lui lascia intendere che ci fosse qualcosa che lo chiamava, che lo ispirava ad approfondire,

A me Faggin non convince totalmente 

Mi pare molto centrato su di sé (narcisismo?), propone le sue teorie come se fossero rivoluzionarie e salvifiche

Non citando le fonti e autori, a cui fa spesso implicitamente riferimento

Non mi pare corretto

La cosa curiosa è che il padre ha tradotto Plotino (Enneadi) in italiano, filosofo e studioso di mistica e platonismo

Dovrei avere il suo libro su Plotino..

Il figlio, certamente non a caso, riferendosi al creatore/Dio lo chiama Uno

3 minuti fa, simpson ha scritto:

penso che qualcuno che ci credeva lo trovavo

Questo è poco ma sicuro

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1 minuto fa, LUIGI64 ha scritto:

A me Faggin non convince totalmente 

Mi pare molto centrato su di sé (narcisismo?), propone le sue teorie come se fossero rivoluzionarie e salvifiche

Non citando le fonti e autori, a cui fa spesso implicitamente riferimento

Non mi pare corretto

La cosa curiosa è che il padre ha tradotto Plotino (Enneadi) in italiano, filosofo e studioso di mistica e platonismo

Dovrei avere il suo libro su Plotino..

Il figlio, certamente non a caso, riferendosi al creatore/Dio lo chiama Uno

Faggin è il classico veneto creativo, è una categoria dello spirito, mi ricorda molto mio padre e dici bene quando parli di narcisismo/egocentrismo, ha un po’ a che fare con noi vicentini

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Mi sembra alquanto interessante, per capire meglio l'approccio buddhista alla questione, riportare questi atri brani tratti dal testo precedentemente citato

--

In particolare, possiamo coltivare due ingredienti fondamentali per essere felici in questa esistenza, nel bardo e nelle vite future: la compassione e la saggezza.

La compassione è il desiderio di alleviare la sofferenza di tutti gli esseri. È importante imparare a coltivarla sia verso noi stessi sia verso gli altri, indipendentemente da chi siano o dal fatto che ci piacciano.

Ma come può aiutarci questo? Generando compassione per gli altri, riusciamo a ridurre l’afferrarci e il supporto al nostro ego. Questi due aspetti sono due facce della stessa medaglia.

Quando la mente osserva la situazione esclusivamente dal punto di vista del suo impatto su “me” e “io”, automaticamente ci vediamo separati dagli altri. Notiamo le differenze ed emettiamo giudizi basati sulla distinzione tra “io” e “altro”. Questo atteggiamento mentale rafforza ulteriormente il sostegno della nostra identità personale. E sappiamo che all’aumentare dell’afferrarsi all’ego corrisponde un incremento del karma negativo. In parole semplici, se siamo eccessivamente concentrati su noi stessi non potremo mai raggiungere una felicità interiore duratura.

Coltivare la compassione non solo crea buon karma, ma ridimensiona anche il nostro senso di separazione. Questo influisce positivamente sul nostro modo di relazionarci con noi stessi. L’impatto del pensiero incentrato su “me” e “io” si attenua. Di fatto il nostro stato naturale di esistenza incorpora un forte senso di compassione per gli altri, oltre che per noi stessi. Il Dalai Lama spesso affronta in modo approfondito questo tema: “Quando nutriamo amore e gentilezza verso gli altri, non solo li facciamo sentire amati e custoditi, ma contribuiamo anche a sviluppare la felicità e la pace in noi stessi”. Inoltre afferma: “Se desideri che gli altri siano felici, pratica la compassione. Se desideri essere felice, pratica la compassione”.

Coltivare un atteggiamento compassionevole rappresenta un elemento fondamentale per la felicità personale in questa vita, e costituisce altresì un requisito cruciale nell’attraversare il bardo della morte, il bardo della luminosità e il bardo del divenire.

La saggezza

Coltivare la saggezza è il secondo elemento chiave per condurre una vita felice e garantirsi un’esperienza migliore nel bardo e nelle vite future.

La saggezza, come insegnò il Buddha, consiste nel vedere la realtà con esattezza, senza illusioni.

In precedenza ci siamo chiesti: il nostro “sé” esiste? Sì e no. Esiste, ma non nel modo in cui siamo soliti pensare. Il nostro sé cambia e si evolve continuamente. Non possiede alcuna esistenza permanente, e perciò diciamo che il sé è vuoto di esistenza intrinseca. Quanto più siamo in grado con il tempo di comprendere che il nostro sé è impermanente e in continuo mutamento, tanto più possiamo sentirci liberi e vivere in una condizione di maggiore libertà.

L’impermanenza non riguarda solo il nostro sé, ma tutto ciò che esiste. Cambiano le persone, le cose e le situazioni. Giungere alla comprensione della transitorietà può essere doloroso, ma può anche essere liberatorio. Questa comprensione ci aiuta a ridurre il nostro afferrarci; dopotutto non c’è nulla di solido a cui aggrapparci. L’afferrarci a qualcosa che non esiste provoca grande sofferenza quando la vita ci getta in faccia la realtà e scopriamo che stavamo inseguendo nient’altro che un’illusione.

L’impermanenza ci consente di vedere come siamo tutti interconnessi. Il cambiamento avviene quando qualcosa lo causa ; non si verifica indipendentemente da altro. La “legge di causa ed effetto”, ossia il karma, rappresenta un altro modo per comprendere come tutti noi siamo dipendenti e correlati gli uni agli altri. Tutto ciò che ci accade è il risultato di qualcosa o qualcuno.

Il grande maestro zen Thich Nhat Hanh chiamava questo fenomeno “interessere”, e lo descrisse in questo modo così eloquente:

Vacuità non vuol dire nullità. Affermare che siamo vuoti non significa che non esistiamo. Che qualcosa sia pieno o vuoto, è evidente che innanzitutto tale cosa deve essere presente. Quando diciamo che una tazza è vuota, essa deve trovarsi lì per poter essere vuota. Quando diciamo di essere vuoti, intendiamo che dobbiamo trovarci lì per essere vuoti di un sé permanente e separato. Circa trent’anni fa cercavo una parola inglese per descrivere la nostra profonda interconnessione con ogni altra cosa. Mi piaceva la parola togetherness (unione, solidarietà), ma alla fine coniai il termine interbeing (interessere). Il verbo “essere” può risultare fuorviante, perché non è possibile esistere da soli: “essere” è sempre “interessere”. Combinando il prefisso “inter” con il verbo “essere”, otteniamo un nuovo verbo, “interessere”. L’interessere e l’azione di interessere riflettono più accuratamente la realtà. Intersiamo gli uni con gli altri e con tutta la vita.

La comprensione della vacuità e dell’impermanenza costituiscono elementi essenziali per essere felici in questa vita, così come nel corso del periodo in cui ci avviciniamo alla morte (il bardo della vita), nel momento stesso della morte (il bardo della morte) e oltre (il bardo della luminosità e il bardo del divenire).

 

 

 

 

 

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