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Good religion trascendenza/mistica


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Per quanto possa sembrare inconcepibile al senso comune [cioè alla modalità dualistica], voi - e tutti gli altri esseri senzienti - costituite un tutto indivisibile. Quindi, la vita che state vivendo non è semplicemente una parte di tutta l’esistenza; in un certo senso essa è il tutto… Così, potete gettarvi sulla terra e abbracciarla sicuri di essere una cosa sola con essa, ed essa con voi. Siete forti e invulnerabili come la terra, anzi mille volte più forti e invulnerabili. Domani essa vi inghiottirà, e il giorno dopo vi trascinerà verso nuove lotte e nuove sofferenze. E ciò non avverrà soltanto “un giorno”:

Adesso, oggi, ogni giorno essa vi dà alla luce, non una sola volta, ma migliaia e migliaia di volte, proprio come ogni giorno migliaia di volte essa vi inghiotte.

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Un mistico?

No... tratto da: Erwin Schroedinger, La Mia Visione del Mondo

 

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Così lo Zen non prende posizione in materia di dottrina o di dogma, ma “punta dritto alla Mente” e quando usa le parole lo fa quasi sempre in modo ingiuntivo, perché “il Buddha non fa altro che indicare la via”. Chang-Ching, che aveva tentato di raggiungere la Mente attraverso il filtro del pensiero, quando riuscì a vederla direttamente esclamò:

Come mi sbagliavo! Quale grande errore! Solleva il velo e guarda il mondo! Se qualcuno mi chiederà quale sia la mia filosofia, Immediatamente lo colpirò in bocca con il mio bastone!

Com’è comprensibile, non tutte le tradizioni parlano della Mente come Unica Realtà, preferendo invece parlare di Essere Assoluto, Via Assoluta, Vuoto, Abisso, o - in termini più familiari - Dio, Divinità, Unico Spirito; e tuttavia “essi chiamano in molti modi ciò che in verità è Uno”. Così nel Cristianesimo troviamo dichiarazioni come quella che segue, tratta dalla Prima Lettera ai Corinzi:

Non sapete voi che i vostri corpi sono membra di Cristo? Ma chi si unisce al Signore è uno Spirito solo con lui. (6:15-17)

E dello stesso tenore sono le parole di Gesù, riportate nel Vangelo di San Giovanni:

Che siano tutti Uno; che come tu, o Padre, sei in me, ed io sono in te, anch’essi siano (Uno) in noi. (17:21)

Per questo Plotino parla di “riduzione di tutte le anime all’Uno”, e Meister Eckhart dichiara che “Tutto è Uno nella Divinità, e su ciò non v’è nulla da dire,” esortandoci quindi ad “essere quell’Uno per poter trovare Dio.”

Per “essere quell’Uno” dobbiamo abbandonare il dualismo, come ci viene suggerito nel Vangelo di San Tommaso:

Gli dissero: potremo allora, come bambini, entrare nel Regno dei Cieli? Gesù rispose: quando di due farete uno, e quando renderete l’interno come l’esterno e l’esterno come l’interno, quando renderete il sopra come il sotto, e farete del maschio e della femmina un solo essere… allora entrerete (nel Regno dei Cieli). (20)

Sempre in questo Vangelo troviamo:

Gesù disse: Io sono la Luce che è su tutte le cose, Io sono tutte le cose. Tutto nasce da Me e Tutto si raggiunge attraverso di Me. Spacca un pezzo di legno, Io sarò là; solleva una pietra e là Mi troverai. (21)

Cristo è ovunque perché, come spiegano gli apocrifi Atti di Pietro,

Tu sei fatto di solo spirito, Tu sei in me il padre, la madre, il fratello, l’amico, il servo della gleba, il colono: Tu sei Tutto e Tutto è in Te: e Tu  SEI, e non v’è altra cosa che SIA ad eccezione di Te. (22)

Quest’esperienza del “solo-Cristo” formalmente non è distinguibile da quella del “solo-Mente” dei buddhisti o dei fisici. Passando all’Induismo, ecco che entrambe sono formalmente indistinguibili dalla “dottrina” vedantica della Realtà come solo-Brahman. Così è scritto nella Katha Upanishad:

Come il vento, che è uno, assume forme nuove ovunque esso entri; così lo Spirito, che è Uno, assume forme nuove negli esseri viventi. Esso è in tutte le cose, ed anche fuori di esse… Esiste un solo Regolatore, lo Spirito che è in tutte le cose, e che modella la Sua unica natura in molte forme. Soltanto i saggi che Lo vedono nelle loro anime raggiungono la gioia eterna.

E nella Mundaka Upanishad:

Da Lui derivano la vita, la mente e i sensi. Da Lui derivano lo spazio e la luce, l’aria, il fuoco e l’acqua, e questa terra che ci sostiene… così un’infinità di esseri derivano dallo Spirito supremo.

In tutte le Upanishad troviamo affermazioni sull’esistenza di una Singola Realtà, che può essere chiamata Prajapati, Vishnu, o Brahma, ma che sotto una quantità di nomi diversi rimane comunque l’unica Realtà: “Tutto l’universo in verità è Brahman”. (Chandogya Upanishad, 3.14.1)

Al di là del tempo tutto è Brahman, Uno ed Infinito. Egli è oltre il nord, il sud, l’est e l’ovest, oltre l’alto e il basso. Verso l’unione con l’Uno si dirige chi è a conoscenza di questo. (Maitri Upanishad, 6.17)

Quest’Uno non è uno tra i tanti, è “l’Uno senza secondo”, completamente al di là del dualismo pur non escludendolo, matrice di ogni relatività senza essere vincolato da nessuna.

Passando al Taoismo, Chung Tzu parla così di quest’“Uno senza secondo”, che è completamente al di là del dualismo e degli opposti:

Non c’è nulla che non sia questo; non c’è nulla che non sia quello… Perciò io dico che questo emana da quello; e che quello deriva da questo. È la teoria dell’interdipendenza di questo e quello.

Nondimeno, la vita sorge dalla morte, e viceversa. La possibilità sorge dall’impossibilità, e viceversa. L’affermazione si basa sulla negazione, e viceversa. Per questo il vero saggio rifiuta ogni distinzione [e dualismo], e si rifugia nei Cieli. Se qualcosa può basarsi su questo, allora questo è anche quello e quello è anche questo. Questo può essere “giusto” o “sbagliato”, e anche quello può essere “giusto” o “sbagliato”. Esiste allora veramente distinzione tra questo e quello? Quando questo (soggettivo) e quello (oggettivo) si trovano entrambi senza termini di correlazione, si ha il vero “Asse del Tao”. E quando quell’Asse passa attraverso il centro nel quale convergono tutti gli Infiniti, anche le affermazioni e le negazioni si fondono insieme in un unico essere infinito. (23)

Tratto da: 

 

 

 

 

 

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Il dibattito sulla questione se la natura sia temporale o atemporale non è nuovo, ma ha origini antiche. Eraclito e Parmenide, vissuti entrambi tra il VI e il V secolo a.C., proprio riguardo a questo argomento svilupparono visioni del mondo contrastanti. Mentre Eraclito sosteneva che «nessuno può calarsi due volte nello stesso fiume», Parmenide affermava che «il cambiamento è un’illusione». Nonostante queste visioni del mondo apparentemente opposte, i due filosofi concordavano sul fatto che l’universo è un’unità onnicomprensiva – che al livello più fondamentale «tutto è Uno».

Le visioni del mondo dei due filosofi greci si possono quindi considerare corrispondenti a prospettive complementari anziché a ontologie contraddittorie. Il premio Nobel per la fisica Frank Wilczek ha descritto queste diverse prospettive come «l’occhio di Dio» (la visione dall’esterno della totalità dello spaziotempo) e «l’occhio della formica» (l’esperienza individuale lungo un certo percorso attraverso lo spaziotempo). «Un tema ricorrente nella filosofia naturale è la contrapposizione tra l’occhio di Dio, che vede la realtà nella sua interezza, e l’occhio di formica della coscienza umana, che percepisce una successione di eventi nel tempo», spiega Wilczek. «Fin dai tempi di Isaac Newton, la visione della formica ha dominato la fisica fondamentale. Dividiamo la nostra descrizione del mondo in leggi dinamiche che, paradossalmente, esistono al di fuori del tempo e condizioni iniziali su cui queste leggi agiscono». Wilczek ritiene che sia giunto il momento di modificare questo punto di vista: «Questa divisione è stata enormemente utile e di successo dal punto di vista pragmatico, ma continuiamo a essere ben lontani da una descrizione scientifica completa del mondo così come lo conosciamo». Nel 2016, prevedendo il futuro della fisica, Wilczek ha scritto: «Secondo me, innalzarsi dalla visione della formica alla visione di Dio della realtà fisica sarà la sfida più ardua per la fisica fondamentale nei prossimi cent’anni». 3 In una conferenza sullo stesso argomento tenuta qualche mese prima alla Brown University, Wilczek aveva associato la prospettiva di Dio alla filosofia atemporale di Parmenide e Platone e la visione della formica a Eraclito. 4 Inoltre, aveva citato la descrizione di Hermann Weyl, amico di Erwin Schrödinger, delle implicazioni di questa concezione: «Il mondo oggettivo semplicemente è , non avviene . Soltanto allo sguardo della mia coscienza che striscia lungo la linea di universo del mio corpo, una sezione di questo mondo prende vita come una fuggevole immagine nello spazio che cambia continuamente nel tempo». 5

Le prospettive della formica e di Dio di Wilczek ricordano le prospettive della rana e dell’uccello del suo collega del Massachusetts Institute of Technology (MIT ) Max Tegmark, che contrappongono l’esperienza quasi classica di un osservatore quantistico locale a quella di un ipotetico osservatore che guarda l’intero universo quantistico dall’esterno. Dalla prospettiva dell’uccello, non c’è un ambiente che provoca la decoerenza; presumibilmente, quindi, l’universo sarà percepito come un singolo oggetto quantistico. Si è tentati di associare la formica alla prospettiva della rana e l’uccello alla prospettiva di Dio.

Tratto da:

 

 

 

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Heinrich Päs è docente di Fisica teorica presso la Technische Universität Dortmund in Germania.Ha conseguito il Ph.D. presso l’Università di Heidelberg e ricoperto incarichi presso la Vanderbilt University e l’Università dell’Alabama, svolgendo ricerche al CERN, al Fermilab, al Laboratorio del Gran Sasso e altrove. Päs ha scritto per «Scientific American» e «New Scientist».

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Per meglio comprendere come le immagini possano mutilare la Realtà passiamo adesso alla scuola Madhyamika del Buddhismo Mahayana. Il Madhyamika rappresenta la forma più pura della modalità negativa, del “neti, neti”; per cui ciò che diremo di questa scuola va inteso come rappresentativo della via negativa in generale, del tentativo di liberarci degli idoli della conoscenza simbolica per raggiungere la conoscenza diretta e personale della Realtà.

Il Madhyamika venne fondato intorno al II sec. da Nagarjuna, considerato da molti il più grande filosofo mai vissuto. In un certo senso non è esatto, perché Nagarjuna non era un filosofo, non mise a punto, né sviluppò alcun sistema logico. Egli al contrario volse la logica contro se stessa, al fine di rivelarne la natura contraddittoria. Non aderì ad alcuna particolare filosofia sulla realtà, volle soltanto dimostrare l’inevitabilità del fatto che tutte le filosofie che pretendevano di abbracciare la realtà finivano con l’autocontraddirsi. Per raggiungere questo obiettivo, Nagarjuna e il Madhyamika non propongono una contro-tesi; non demoliscono una filosofia per erigerne un’altra; piuttosto seguono sistematicamente ogni filosofia fino alla sua logica conclusione, dimostrandone così le contraddizioni interne.

Il Madhyamika, tuttavia, non sostiene affatto l’inesistenza di una Realtà Assoluta; semplicemente sottolinea l’impossibilità di applicare alla realtà alcun concetto. Il rifiuto, da parte del Madhyamika, di tutte  e alternative logiche, è al tempo stesso il rifiuto della possibilità, per la ragione dualistica, di comprendere la Realtà. La Ragione genera illusione, mai Realtà. La Realtà è quindi assenza (Vuoto) di ragione!

Non dovrebbe più sorprenderci l’idea che qualunque cosa si pensi non rappresenta veramente la Realtà; infatti, come dice il Lankavatara Sutra, la “più alta Realtà è l’eternamente impensabile.” (30) Per Giovanni Scoto Eriugena, la Realtà nella sua totalità non ha opposti e dunque non è possibile formulare su di essa alcun pensiero. Scrive Suzuki: “Poiché [la Realtà] è aldilà di ogni forma di dualismo, non vi è in essa alcun contrasto, [e quindi] non è possibile caratterizzarla in alcun modo.” (31) Nicola Cusano chiamò Dio “coincidenza degli opposti”...

 

Riassumendo, il Madhyamika chiama l’Assoluto Sunyata, Vuoto: Vuoto di cose e Vuoto di pensieri. Ma, di nuovo, vuoto non significa il nulla, non è nichilismo; è semplicemente la Realtà prima della sua frantumazione in concetti - il puro territorio al di là di ogni mappa descrittiva. Per questo motivo, il Buddhismo si riferisce alla Realtà anche come tathata, “esser tale”il mondo come veramente è, non come viene classificato o descritto. Discuteremo del tathata, l’“esser tale”, in un capitolo successivo. Ovviamente non esiste un modo per descrivere ciò che è al di là di ogni descrizione, e infatti è scritto che la vera natura dell’“esser tale” è il Vuoto. Perfino il considerarlo “puro territorio” non è corretto. Il Vuoto non è un’idea, non è un oggetto di pensiero. Non è possibile pensare al Vuoto, eppure proprio ora lo state osservando! Per restare nei limiti del linguaggio dualistico, Sunyata non è oggetto di pensiero ma “oggetto” di prajna, la consapevolezza non duale (più correttamente, Sunyata è prajna: conoscenza della Non-dualità). Se in ultimo Sunyata viene concepito come un’idea, anche questa va eliminata -

Non può essere detto vuoto, né non-vuoto,

Né entrambe le cose, né nessuna delle due;

Tuttavia, per indicarlo,

Lo si chiama “Vuoto”. (37)

...Se la realtà è inesprimibile, nondimeno è sperimentabile. Ma poiché quest’esperienza del mondo reale è offuscata dai nostri concetti su di essa, e poiché questi concetti riposano sulla frattura tra soggetto che conosce e concetti appresi, tutte le tradizioni esaminate affermano con forza che la Realtà può essere sperimentata solo non dualisticamente, senza scissione tra colui che conosce e l’oggetto della conoscenza, perché solo in questo modo l’universo non diventa illusione....Che la realtà si chiami Brahman, Dio, Tao, Dharmakaya, Vuoto o altro non è molto importante, perché tutti questi termini indicano la medesima condizione di Mente non duale, condizione in cui l’universo non si lacera in osservatore ed osservato. Tale livello di coscienza non è difficile da scoprire, e non è neppure sepolto così profondamente nella nostra psiche. È anzi molto vicino, proprio qui, e sempre presente.

Tratto dal testo di Ken Wilber, più sopra citato

 

 

 

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Svegliarsi dal sogno

Che vediamo il mondo da una prospettiva limitata è certo. Che questa prospettiva sia frutto dell’immaginazione illusoria mentale e di un’interpretazione preconfezionata di ciò che chiamiamo realtà, pure. Certo è anche che a partire da questa immaginazione nascono il senso di giusto e sbagliato, giudizi e pregiudizi, comportamenti e attaccamenti. Che l’educazione e la società cerchino di imporre questa visione come l’unica giusta, possibile e vera alle generazioni successive è anch’esso assodato. Che non abbiamo piena consapevolezza dell’impatto e della portata di questo dogma basato su prospettive illusorie sulla vita delle persone e degli altri esseri, è certo. Ma è anche certo che possiamo svegliarci dall’illusione. Questa è la via dei Patra. Liberarsi dall’illusione di Maya è una possibilità reale. Volersi svegliare dal sogno è una libera scelta. Fa parte delle possibilità date a ognuno di noi. Coglierla è un atto di libertà eroico. C’è un racconto sulla vita del Buddha che ho sempre amato. Siddharta rimase sette anni in ascesi nella foresta a meditare. Contemplando la verità sulla sofferenza, le sue cause, l’origine e l’estinzione, e prendendo coscienza della natura della mente e del sentiero che porta alla liberazione, si risvegliò. Fu solo allora che abbandonò la foresta per camminare nel mondo. Un uomo lo incontrò e, vedendolo così luminoso e raggiante, gli chiese:

«Sei un Dio?»

«No» rispose il Buddha.

«Allora sei un angelo?»

«No» rispose ancora

«Dimmi dunque se sei un demone.»

Il Buddha negò anche questa volta.

«Dunque sei un uomo come tutti?» chiese il viandante.

«No» disse ancora.

«Ma allora chi sei?» domandò infine l’uomo.

«Io sono sveglio» rispose in verità il Buddha.2

Essere sveglio. Sentire che “essere svegli” è la propria identità; che il proprio nome è un aggettivo, una qualità determinante e sostanziale del proprio esistere. Senza patria, senza nome. Sveglio dall’illusione, oltre ogni necessità di identificazione che la mente suggerisce. Il Buddha non si propone come divinità in cui credere e da seguire, ma come uomo risvegliato. È la testimonianza di un percorso possibile, di una fioritura che può realmente accadere in ognuno di noi. Svegliarsi dal sogno della mente è possibile ed è più reale di qualsiasi illusione. Nelle foto e sui social, oggi sono molto diffusi i filtri per ringiovanire o abbellire la propria immagine. Correggere i difetti del vero è una possibilità illusoria. La maschera copre la non accettazione, l’incapacità di amare se stessi e la vita così come sono. Preferiamo un racconto edulcorato. Cosa accadrebbe se togliessimo per sempre tutti i filtri? Se potessimo osservare la realtà senza più il filtro della mente? Non c’è un momento preciso in cui è meglio che questo risveglio accada. L’importante è che accada. Permettetemi di condividere con voi questa possibilità. È possibile uscire da questa illusoria follia solo attraverso un altro tipo di follia. Forse la più grande. Che però, a differenza delle infinite follie note, ha un elemento distintivo determinante: la consapevolezza. Da giovane, per ragioni che solo molto più tardi compresi, iniziai a percepire sporadicamente che tutto ciò che mi circondava non era davvero lì. Non so se vi è mai accaduta una cosa simile. Lasciate che mi spieghi meglio. La sensazione era che la realtà che avevo vissuto, toccato, gustato, respirato e visto, e anche le cose che avevo desiderato e gli obiettivi che avevo perseguito non fossero un “fatto” reale, ma un’immagine nella mia mente. Lo so, potrebbe sembrare un’affermazione azzardata, ma vi prego di ascoltare senza pregiudizi questa piccola testimonianza.

Attraverso quelle finestre che di tanto in tanto si aprivano in me, diventavo consapevole che tutto ciò che vedevo, e che per anni avevo chiamato realtà, corrispondeva solo a uno stato della mente. Uno stato peraltro molto più simile al sogno che alla veglia. In quei momenti cadeva la percezione di densità, fissità e coerenza del mondo che osservavo. Sebbene potessi continuare a camminare e a sperimentare quel mondo, la sua irrealtà effimera era sempre più evidente. Potei osservare con chiarezza come gli esseri umani creano, attraverso un particolare stato della mente, dei mondi immaginativi, che vivono come reali. La caratteristica comune a tutti questi stati mentali immaginativi è che vengono considerati realtà indiscutibili da chi li crea: veri e propri dogmi. La mente che li fabbrica non li mette mai in discussione per una semplice ragione: crede di esserne il prodotto e non l’origine. Quando quelle finestre di consapevolezza si aprono in me, in quei momenti di lucidità, diventa chiaro come l’essere umano si perde nei mondi mentali che crea, dimenticando completamente che non vive dentro quei mondi immaginati, ma, al contrario, che questi mondi esistono solo dentro di lui, nella sua mente.

Tratto da: 

 

 

 

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Daniel Lumera, biologo naturalista, è docente e riferimento internazionale nelle scienze del benessere e nella meditazione.

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Il filosofo tedesco Schopenhauer ha detto delle Upanishad:
«Ogni singola riga mostra il suo significato in modo stabile e definito, nonché armonioso. Da ogni frase sorgono pensieri profondi, originali e sublimi e tutta l'opera è pervasa da uno spirito sommo, santo e pieno di fervore ... Nel mondo intero non c'è materia di studio, oltre quella delle Upanishad, che sia altrettanto originale, benefica e che elevi tanto lo spirito. Le Upanishad sono state la consolazione della mia vita e saranno la consolazione della mia morte».

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Mistica e libertà

In tutte le grandi religioni del mondo vi sono correnti mistiche, fondate sulla ricerca personale e sul contatto diretto col divino. Le correnti mistiche possono apparire anarchiche e in contrasto con le istituzioni delle Chiese, e se è vero che queste ultime hanno compiuto forme di repressione verso i movimenti estremistici o verso singoli esponenti che esprimevano una teologia ‘eretica’, è vero anche che tutte le Chiese hanno in seguito eletto i mistici come i massimi esempi della propria fede. Come scrive Giordano Berti nel Dizionario dei Mistici :

Ogni religione è in grado di offrire diverse strade mistiche, che possono assumere toni estremi, persino aberranti, ma che corrispondono evidentemente a una necessità interiore (si pensi solo alle penitenze cui si sottopongono certi monaci medievali, alle torture sciamaniche, ai prolungati digiuni degli asceti induisti e jainisti). Dunque, la mistica può essere al tempo stesso un punto di contatto oppure un fattore di netto distacco fra le diverse religioni proprio perché è relativa a differenti bisogni spirituali, in parte innati e in parte indotti dalle culture e dalle tradizioni locali. 21

Tutte le grandi religioni hanno avuto tra di esse chi voleva avventurarsi oltre, non voleva restare ingabbiato, e queste tendenze sono vive anche al giorno d’oggi.

Pensate all’espressione usata nel 1968 da Karl Rahner (*in effetti la citazione è stata rubata a R. Panikkar*) quando affermò che: «il cristiano del futuro o sarà mistico o non sarà neppure cristiano». 22 Ai misteri non si viene iniziati per svelarli, ma per viverli, in un santo desiderio in cui si continua infinitamente a desiderare che siano svelati. Scrive Marco Vannini sull’Osservatore Romano :

È vero che nella storia misticismo e ragione sono stati spesso sentiti nemici da parte di una religione intesa come complesso di dottrine, sintesi a difesa di modi di vita e di pensiero, ed è pure vero che, reciprocamente, altrettanto spesso mistici e filosofi hanno combattuto le religioni, proprio in quanto meri sistemi dogmatici, ideologici, spesso strutturati in forme di potere. Questo niente toglie, comunque, al fatto che, nella loro più profonda essenza, mistica e filosofia siano indispensabili alla religione, come pure che – ancora una volta reciprocamente – sia loro indispensabile la religione, non in quanto complesso di dottrine, ma in quanto fede: l’attività di negazione, di distacco, di cui mistica e filosofia constano, non può infatti sussistere senza quella fede che, rivolta all’Assoluto, incessantemente toglie via il relativo. Contro ogni banale intellettualismo, vecchio e nuovo, le Upanishad perciò ammoniscono: «Solamente quando si ha fede si pensa. Chi non ha fede non pensa. Pensa soltanto colui che ha fede». 23

 

Il pantheon: tutto è pieno di Dio

Nella mentalità comune si tende a definire il sacro in contrapposizione al profano, ma in realtà l’antropologia e la storia delle religioni ci narrano di una dialettica tra i due che tende piuttosto a espandere il sacro riducendo le aree profane fino ad abolirle. Nelle esperienze spirituali più elevate si giunge a identificare il sacro con l’intero Universo. Il Cosmo tutto intero, nella sua unità e integrità, manifesta il divino. Un bel testo tantrico esclama così: «L’Universo intero, da Brahmà sino al filo d’erba, è le forme di Lui». 24 Questo Lui, indescrivibile e innominabile, è ovunque: nell’uomo, nelle Scritture, ma anche nel firmamento, nell’acqua, nell’aria, in un fiore che sboccia. Anche il cristianesimo conosce bene questa dimensione. Se gli archeologi avessero conosciuto questa sapienza non si sarebbero stupiti dell’assenza di un tempio nella sviluppatissima civiltà di Moenjo-Daro, del III millennio a.C. nella Valle dell’Indo.

Avrebbero immediatamente capito che per un sapiente spirituale dei tempi arcaici il Divino è ovunque, ma soprattutto dentro di noi, perché il tempio è prima di tutto un luogo interiore.

Tratto da:

 

 

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Se riflettete sulla morte e sull’impermanenza, comincerete a rendere significative le vostre vite. Potreste pensare che dal momento che prima o poi dovrete morire, non c’è alcun senso a cercare di pensare alla morte adesso, poiché ciò non farà che deprimervi e preoccuparvi. Ma la consapevolezza della morte e dell’impermanenza può avere grandi benefici. Se le nostre menti sono dominate dall’idea che non saremo oggetti alla morte, allora non saremo mai seri nella nostra pratica e non avanzeremo mai lungo il sentiero spirituale. La convinzione che voi non morirete è il maggiore inciampo al progresso spirituale: non vi ricorderete del Dharma, non seguirete il Dharma anche se ve ne ricorderete e non seguirete il Dharma in modo puro anche se magari lo seguirete fino a un certo punto. Se non contemplate la morte, non prenderete mai sul serio la vostra pratica. Vinti dalla pigrizia, mancherà impegno e slancio nella vostra pratica, sarete tormentati dalla stanchezza. Avrete grande attaccamento alla fama, alla ricchezza materiale e alla prosperità. Quando ci importa molto di questa vita, tendiamo a operare per quelli a cui vogliamo bene – i nostri parenti, amici – e ci sforziamo di renderli felici. Poi quando altri tentano di far loro danno, immediatamente definiamo questi altri nostri nemici. In tal modo, illusioni quali il desiderio e l’odio si accrescono come d’estate un fiume in piena. Tali illusioni automaticamente ci inducono a indulgere a ogni sorta di azioni negative, le cui conseguenze implicheranno la rinascita nel futuro in forme d’esistenza inferiore.

...È detto che se non abbiamo la giusta consapevolezza della morte, moriremo in preda a paura e rimpianto. Sentimenti che possono mandarci nei regni inferiori. Molte persone evitano di parlare della morte. Evitano di pensare al peggio, così che quando il peggio accade, sono colte di sorpresa e del tutto impreparate. La pratica buddhista ci consiglia di non ignorare le sventure ma di riconoscerle e di affrontarle, preparandoci a esse sin dall’inizio, così che quando realmente faremo esperienza della sofferenza essa non sarà del tutto intollerabile. Limitarsi a evitare un problema non aiuta a risolverlo, ma anzi lo rende peggiore.

...Il karma è creato da un agente, una persona, un essere vivente. Gli esseri viventi non sono nient’altro che il sé, attribuito tramite la continuità della coscienza. La natura della coscienza è luminosità e chiarità. Essa è un’agente del sapere, il quale è preceduto da un primitivo momento di coscienza, che ne è la causa. Se arriviamo a capire che la continuità della coscienza non può esaurirsi nello spazio di una sola vita, ci accorgeremo che la possibilità della vita dopo la morte ha una base logica. Se non siamo convinti della continuità della coscienza, sappiamo almeno che non esistono prove sperimentali che possano confutare la teoria della vita dopo la morte. Non possiamo provarla, ma neanche possiamo confutarla. Ci sono molti casi di persone che ricordano vividamente le proprie vite passate. Non è un fenomeno limitato ai buddhisti. Ci sono persone che hanno tali ricordi ma i cui genitori non credono alla vita dopo la morte o alle vite passate. Io conosco tre casi di bambini che sono stati capaci di ricordare vividamente le loro vite passate. In un caso, il ricordo della vita passata era così vivido che anche se in precedenza i genitori non credevano alla vita dopo la morte, grazie alla chiarezza dei ricordi della loro bambina, ora ne sono convinti. La bambina non solo ricordava chiaramente di essere vissuta in un vicino villaggio che riconosceva, ma era capace di identificare i suoi genitori precedenti, che non aveva avuto nessun’altra occasione di conoscere. Se non c’è vita dopo la morte, non c’è vita passata, e dovremmo trovare un’altra spiegazione per questi ricordi. Ci sono molti casi di genitori che hanno due figli, cresciuti allo stesso modo, nella stessa società, nello stesso ambiente culturale, eppure uno ha più successo dell’altro. Comprendiamo allora che tali differenze sono conseguenza di differenze nelle nostre azioni karmiche passate.

Tratto da: 

 

 

 

 

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La morte non è nient’altro che la separazione della coscienza dal corpo fisico. Se non si accetta questo fenomeno chiamato coscienza, credo che sia anche molto difficile spiegare esattamente che cosa sia la vita. Quando la coscienza è connessa al corpo e il loro rapporto continua, noi chiamiamo ciò vita, e quando la coscienza termina il proprio rapporto con un particolare corpo, chiamiamo ciò morte. Sebbene i nostri corpi siano un aggregato di componenti chimici e fisici, una forma di agente sottile di pura luminosità costituisce la vita degli esseri viventi. Poiché esso non è fisico, non possiamo misurarlo, ma ciò non significa che non esista. Abbiamo dedicato così gran tempo, energia e ricerca all’esplorazione del mondo esterno, ma ora se cambiamo il tipo di approccio e dirigiamo tutte queste indagini, ricerche ed energie verso l’interno e cominciamo ad analizzare, io credo davvero che avremo la capacità di comprendere la natura della coscienza – questa chiarità, questa luminosità – dentro di noi

Secondo la spiegazione buddhista, si dice che la coscienza è non ostacolante e non fisica, ed è dalle azioni di tale coscienza che tutte le emozioni, le illusioni e gli errori umani hanno origine. Tuttavia, è anche grazie alla natura inerente di tale coscienza che si possono eliminare tutti questi errori e illusioni e produrre pace e felicità durevoli. Poiché la coscienza è la base dell’esistenza e dell’illuminazione, ci sono numerosi scritti sull’argomento.

Sappiamo dalla nostra stessa esperienza che la coscienza o mente è soggetta a cambiamento, e ciò implica che essa è dipendente da cause e condizioni che la cambiano, la trasformano e l’influenzano: le condizioni e le circostanze delle nostre vite. La coscienza, per potersi produrre, deve avere una causa sostanziale simile alla natura della coscienza stessa. Senza un momento antecedente di coscienza non ci può essere alcuna coscienza. Dovremmo quindi essere in grado di tracciare a ritroso nel tempo la sequenza causale dei momenti di coscienza. Le scritture buddhiste parlano di centinaia di miliardi di sistemi di mondi, numeri infiniti di sistemi di mondi, e della coscienza che esiste per tutto il tempo interminato. Io credo che esistano altri mondi. Anche la moderna cosmologia dice che ci sono molti tipi diversi di sistemi di mondi. Anche se la vita non è stata osservata su altri pianeti, sarebbe illogico concludere che la vita è possibile soltanto su questo pianeta, che dipende da questo sistema solare, e non su altri tipi di pianeti. Le scritture buddhiste menzionano la presenza di vita in altri sistemi di mondi oltre che in differenti tipi di sistemi solari e in un numero infinito di universi.

Tratto dal testo di cui sopra

 

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Ora, se si chiede agli scienziati come ha avuto origine l’universo, essi hanno molte risposte diverse da dare. Ma se si chiede loro perché l’evoluzione ha avuto luogo, allora non hanno alcuna risposta. In genere non la spiegano come creazione di Dio poiché sono osservatori oggettivi che tendono a credere soltanto all’universo materiale. Alcuni dicono che è accaduta per caso. Questa posizione è in sé illogica, poiché se c’è qualcosa che esiste per caso, tanto vale dire che le cose non hanno alcuna causa. Ma vediamo dalla vita quotidiana che ogni cosa ha una causa: le nuvole causano la pioggia, il vento sparge attorno i semi e ne nascono  nuove piante. Niente esiste senza ragione. Se l’evoluzione ha una causa, allora ci sono due spiegazioni possibili. Potete accettare che l’universo sia stato creato da Dio, nel qual caso si pongono molte contraddizioni, come per esempio la necessità che la sofferenza e il male siano stati anch’essi creati da Dio. L’altra opzione è invece spiegare che ci sono numeri infiniti di esseri senzienti i cui potenziali karmici hanno creato collettivamento questo universo come proprio ambiente. L’universo che abitiamo è creato dai nostri propri desideri e azioni. Ecco perché siamo qui. E questo, almeno, è logico. Al momento della morte, siamo sparsi attorno dalla forza delle nostre azioni karmiche. Il risultato delle azioni karmiche negative è la rinascita in regni inferiori. Per scoraggiare noi stessi dalle azioni negative, dovremmo cercare di immaginare se saremmo capaci di sopportare le sofferenze dei regni inferiori. Avendo visto che la felicità è una conseguenza delle azioni positive, proveremo grande piacere ad accumulare virtù. Paragonando la vostra propria esperienza a quella degli altri, sarete capaci di sviluppare una forte compassione, poiché capirete che le loro sofferenze non sono diverse dalle vostre e che anche loro desiderano ottenere la liberazione. È importante meditare sulla sofferenza dei regni animali e infernali. Se non facciamo progressi spirituali, è là che le nostre azioni negative ci condurranno. E se sentiamo che non saremmo capaci di sopportare la sofferenza del caldo bruciante o del freddo o della sete inestinguibile o della fame, allora la nostra motivazione alla pratica aumenterà incommensurabilmente. Al presente, questa esistenza umana ci offre l’opportunità e le condizioni per salvare noi stessi.

Tratto sempre dal testo di cui sopra

 

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