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Good religion trascendenza/mistica


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Ottime riflessioni sulla violenza di D. Lumera

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L’origine della violenza

Tutto è vita. L’origine della violenza va ricercata nell’assenza di consapevolezza sulla natura essenziale della vita e nell’idea di essere separati dalle cose e dagli altri. Un profondo sentimento di unità può essere risvegliato e sperimentato rimuovendo l’illusione che esista una realtà separata, quando invece tutto è intimamente interdipendente.

Essere non violenti oggi è un atto di coraggio sovversivo, una vera rivoluzione. È andare controcorrente, uscire dalla ruota del criceto. Ma è davvero possibile? È realistico poter arrivare a un punto in cui non si infligga volontariamente alcuna sofferenza e ingiuria a nessuna creatura vivente, attraverso parole, pensieri o azioni?

Ahimsa rappresenta il grado più elevato di inoffensività, quel livello che si trova nei santi e nei saggi di ogni tradizione («Ecco: io vi mando come pecore in mezzo ai lupi», Matteo 10, 16). Anche solo prendere in considerazione questa possibilità e lavorare dentro se stessi per arrivare a sperimentare l’unità della vita, costituisce un percorso evolutivo di elevazione del proprio essere. Più che preoccuparci di non nuocere, come già condiviso, bisognerebbe dunque focalizzarsi sull’esperienza meditativa, in cui si realizza l’unità fondamentale della vita, in cui tutto appare come una cosa sola. Il resto è sia conseguenza naturale di questa presa di coscienza sia frutto di un costante lavoro di attenzione e presenza.

 

La prima vera forma di violenza

È quella verso se stessi ed è rappresentata dalla disconnessione dai nostri ritmi naturali, dal proposito della nostra vita, dalla possibilità di condividere e far fruttificare i nostri talenti. Ci violentiamo quando utilizziamo le nostre risorse vitali per omologarci a modelli di felicità e successo che non ci appartengono, ma rispondono solo ed esclusivamente ad aspettative altrui o ai bisogni del mercato. Modelli di felicità e successo, peraltro, che per essere realizzati danneggiano anche le vite altrui, la natura e il pianeta intero. La più grande sfida dei nostri tempi è quella di essere eretici.

Tratto dal testo sopra citato

 

 

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Quando disponevo di più tempo libero, prima che iniziasse l’intensa stagione invernale, fatta di incontri, viaggi e attività, adoravo passare il mese di settembre in uno stato di completo isolamento davanti al mare. La mia ritualità era estremamente semplice: silenzio, assenza di tecnologia, cibo naturale intervallato da digiuni intermittenti, intensa pratica meditativa, attività fisica, spesso a contatto con l’acqua del mare, letture ispirative di poesie o testi sacri. Nessun uso di sapone, profumi, detergenti e deodoranti. Solo odori e sapori naturali.

Ogni volta che poi «tornavo nel mondo» era tutto più intenso, vivo. Avevo una chiarezza estremamente lucida. Il mare lo portavo con me, nella pelle, nella mente, nel cuore e nell’anima. Ma la cosa più sorprendente era sempre l’impatto con i profumi sintetici. Di solito accadeva al primo viaggio, in aeroporto, quando mi ritrovavo a contatto con molta gente. Le scie dei profumi sintetici mi risultavano nauseabonde e ripugnanti. I miei sensi si ribellavano. Poi, piano piano, tornavo ad abituarmi, quasi senza rendermene conto, fino a trovarli di nuovo gradevoli e addirittura piacevoli. Capii allora che ci piace ciò che non ci piace. Arriviamo in pratica a farcelo piacere, a confondere la natura con l’illusione.

Stesso discorso vale per il cibo. Il nostro palato è ormai alterato dal consumo di alimenti pieni di additivi artificiali, studiati appositamente per creare dipendenza. I cibi spazzatura ultraprocessati vengono percepiti come piacevoli, seppur ricchi di zuccheri, conservanti e sostanze cancerogene. I processi di purificazione, che passano attraverso l’alimentazione, il respiro e la meditazione, ci permettono invece di riconoscere e apprezzare i sapori naturali. Così come ci aiutano a mettere in atto una profonda pulizia a tutti i livelli, consentendoci di tornare in contatto con gli aspetti più puri e naturali del nostro essere. Un esempio lampante è il digiuno. Personalmente, all’inizio del mio percorso ho intrapreso la pratica del digiuno per ragioni spirituali. Solo in seguito, grazie all’amicizia col dottor Franco Berrino e all’approfondimento delle scienze dell’alimentazione, ho scoperto la sua utilità anche in termini di salute.

Esistono dunque due approcci al digiuno: salutare e spirituale. Entrambi portano grandi benefici, sia al nostro stato generale di salute sia nella pratica meditativa

Tratto sempre dal testo sopra citato

 

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Altro bel paragrafo di D. Lumera:

Studiare se stessi è la ricerca continua di ciò che è vero in noi, istante dopo istante; non ciò che è vero per noi, ma la verità essenziale che costituisce la propria natura e unicità.

Occorre entrare in uno spazio di vacuità puro, imparare a non sapere, eliminare ogni giudizio, schema, preconcetto, aspetto della personalità, per lasciar emergere ciò che siamo veramente. Questo può generare disorientamento in chi è abituato a definirsi e identificarsi tramite sovrastrutture esterne. Corrisponde a un salto nel vuoto senza paracadute perché non siamo stati educati a rivolgere lo sguardo internamente. Solo di recente è stata avvertita l’esigenza di introdurre l’educazione alle emozioni nelle scuole, un primo timido tentativo di inversione della tendenza dominante, ovvero quella di insegnare il saper fare trascurando completamente il saper essere.

Un’antica leggenda indiana narra di un tempo in cui tutti gli uomini erano dei, ma abusavano talmente tanto della loro divinità che Brahma, divinità superiore, decise di togliere loro la potenza divina e nasconderla dove non l’avrebbero mai trovata. Quando gli dei minori furono chiamati a consiglio per valutare dove nasconderla, dissero: «Seppelliremo la divinità dell’uomo in fondo alla terra».

Ma Brahma disse: «No, questo non basta, perché l’uomo scaverà e la troverà». Allora gli dei proposero: «Bene, affonderemo la sua divinità nell’oceano più profondo».

Ma Brahma gli rispose ancora: «No, perché prima o poi l’uomo esplorerà le profondità dell’oceano e un giorno la troverà e la riporterà in superficie».

Allora gli dei minori conclusero: «Non sappiamo dove nasconderla, perché sembra che non ci sia nessun posto sulla terra o nel mare dove l’uomo non potrebbe eventualmente raggiungerla».

Allora Brahma disse: «Ecco cosa faremo con la divinità dell’uomo: la nasconderemo profondamente dentro lui stesso, perché non penserà mai di cercarla proprio lì». 

 

Da allora, l’uomo è andato su e giù per la terra esplorando, arrampicandosi, tuffandosi e scavando, cercando qualcosa che da sempre è dentro di lui.

È difficile rivolgere lo sguardo internamente senza il sostegno della pratica meditativa. Risulta complesso divenire consapevoli di ciò che si sente, degli impulsi che ci abitano, percepire il corpo mentre camminiamo, osservare le dinamiche reattive e compulsive senza esserne il prodotto, riconoscere i desideri che non ci appartengono. Così come sentire le necessità che ci corrispondono davvero. Viviamo in un contesto estremamente disgregante, che ci spinge in continuazione verso l’esterno, distraendoci con suoni, colori, desideri, obiettivi e modelli che nulla hanno a che fare con la nostra reale natura. Siamo spinti a uniformarci per vivere una vita che non ci appartiene.

 

 

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Mi sono sempre chiesto, il motivo che spinge alcuni soggetti che difendono giustamente la democrazia con unghie e con i denti, ma parimenti risultano  fortemente intolleranti nei confronti della dimensione trascendente/spirituale e delle religioni tutte

.....

Giro la domanda a Chatgpt, che risponde in questo modo:

 

1. Malinteso sulla laicità

In molte società democratiche, la laicità dello Stato (cioè la neutralità rispetto alle religioni) viene confusa con un atteggiamento antireligioso.

La laicità non è negazione della spiritualità, ma garanzia della libertà di credo per tutti.

Tuttavia, in pratica, alcuni pensano che la sfera pubblica debba essere "ripulita" da ogni riferimento al sacro — e questo porta a una nuova forma di censura.

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🔹 2. Dominio della mentalità scientista e materialista

Il paradigma dominante in molte democrazie occidentali è quello scientifico-razionalista, che tende a considerare reale solo ciò che è quantificabile, ripetibile, oggettivo.

La trascendenza, il mistero, l’esperienza spirituale non rientrano in questi parametri, quindi vengono svalutati o visti come “residui del passato”.

Chi parla di anima, Dio, karma, reincarnazione, viene a volte ridicolizzato o visto come “poco serio”.

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🔹 3. Paura dell’integralismo religioso

Alcuni hanno timore che aprire troppo alla religione (specialmente in contesti pubblici o politici) possa sfociare in fondamentalismo.

Per proteggersi da questo, si crea una sorta di reazione eccessiva, in cui anche il credente equilibrato viene messo a tacere o delegittimato.

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🔹 4. Ideologia della tolleranza selettiva

La democrazia dovrebbe difendere la pluralità, ma oggi a volte si pratica una tolleranza “a senso unico”:

Sei tollerato se la pensi come il gruppo dominante.

Se invece hai convinzioni profonde spirituali o religiose, vieni accusato di dogmatismo.


Paradossalmente, chi predica apertura mentale spesso diventa intollerante verso la fede, cioè verso ciò che non si può razionalizzare.

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🔹 5. La spiritualità è una minaccia per il controllo?

Un’altra ipotesi (meno detta, ma non irragionevole) è che la vera spiritualità libera — quella che spinge a cercare la verità dentro di sé — renda le persone meno manipolabili, meno consumiste, meno omologate.

In tal senso, chi controlla i media, la politica o il mercato ha tutto l’interesse a marginalizzare la trascendenza.

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In sintesi:

Chi sbandiera la democrazia ma diventa intollerante verso la spiritualità:

spesso non ha capito cosa sia la vera libertà,è  prigioniero di un pensiero unico tecnocratico o spaventato dal diverso, oppure sta cercando di mantenere un certo potere culturale.

 

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A proposito di luce

Cerchiamo di fare luce su questo interessante termine

Luce e Tenebre

Non c’è bisogno di essere uno strutturalista come Lévi-Strauss per rendersi conto che l’umanità ha sempre percepito e strutturato il mondo (cosmo, società, sistemi di valori) in opposizioni dualistiche, cioè «binarie»: maschio-femmina, destra-sinistra, cielo-terra, giorno-notte, sacro-profano, esogamia-endogamia, ecc. Talvolta queste opposizioni si sono sviluppate in dualismi simbolici di tipo metafisico ed etico (spirito-materia, anima-corpo, puro-impuro). Una delle opposizioni più «invadenti», cioè universali, importanti e onnipresenti nell’esperienza umana è l’opposizione tra luce e tenebre. Come molte altre opposizioni, quella di luce e tenebre è sperimentata in una alternanza ritmica. Molto spesso queste opposizioni vengono correlate in una serie di equazioni simboliche (luce = giorno = calore = spirito = bene = divino = maschio, in opposizione a tenebre = notte = freddo = materia = male = demoniaco = femmina, ecc.); per questo motivo il dualismo luce-tenebre può riferirsi simbolicamente a tante altre realtà.

to be continued...

Tratto da: 

 

 

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Storia delle religioni

...L’adorazione del sole aveva una posizione centrale nella religione dell’antico Egitto. Il dio egizio Amon venne identificato, a suo tempo, con Ra, il dio del sole, con il nome di Amon-Ra (il cui predecessore poteva essere stato Ra-Atum). Come dio del sole, Amon-Ra ogni giorno subiva la minaccia di essere ingoiato da Apophis, il mostro serpente delle tenebre (la notte). Amunhotep IV (Akhenaton, XIV secolo a.C.) tentò persino, senza successo, di imporre all’Egitto un culto solare di tipo quasi monoteistico. L’adorazione e il simbolismo solare erano presenti anche nella religione mesopotamica e si affermarono, probabilmente a causa delle influenze asiatiche, nella tarda religione romana con la grande festa romana del «Sol Invictus», che diventò successivamente la data della celebrazione cristiana della Natività.

La luce è l’attributo di molte divinità. Per ciò che riguarda la storia religiosa dell’Occidente, l’area mediterranea orientale (Egitto, Siria, Mesopotamia) sembra sia stata la culla di molte divinità della luce, le quali raggiunsero una importanza considerevole nel periodo ellenistico e svolsero un ruolo importante nei culti misterici del periodo, anche se è difficile tracciare una netta distinzione tra divinità  della luce e divinità del sole. Molti riti misterici compivano la loro funzione di mediare la salvezza tramite la divinità del sole/luce, che portava l’«iniziato» (mystes ) «dalle tenebre alla luce». Le manifestazioni divine sono di solito descritte come epifanie di luce.

Il simbolismo della luce nelle religioni occidentali (incluso l’Islamismo) venne influenzato in modo decisivo dalla filosofia greca, che fornì alla luce una connotazione sia intellettuale che etica.

...Il sole come «luce del mondo» rappresenta la ragione cosmica. La luce rappresenta anche la saggezza, poiché è per mezzo di essa che le cose sono visibili. Secondo Platone (Repubblica 506d), l’idea del Bene (che illumina l’anima) corrisponde nel mondo soprasensibile a Helios (il sole), la luce del mondo fisico. Perciò, l’opposizione luce/ tenebre è non proprio un’opposizione etica, quanto una differenza di gradi di purezza tra il mondo superiore delle idee e la sua copia, il mondo inferiore. Già la filosofia presocratica (per esempio Parmenide, Pitagora) associava luce e tenebra rispettivamente alla luce e agli elementi pesanti ed infine allo spirito (anima) e alla materia (corpo).

Tratto dal testo di cui sopra

to be continued...

 

 

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La Bibbia ebraica comincia con il racconto della creazione della luce, seguito da quello della creazione del sole e dei corpi celesti, ma non possiede una mitologia originale della luce o solare. Nel corso degli anni, comunque, la luce divenne un simbolo della presenza divina e della salvezza: «Il Signore è mia luce e mia salvezza» (Sal 27,1); «Alla tua luce vediamo la luce» (Sal 36,10); «Camminiamo nella luce del Signore» (Is 2,5). Il sole e la luna non saranno più a lungo sorgenti di luce poiché «Il Signore sarà per te luce eterna» (Is 60,19). L’associazione di luce e sole si ritrova in molti altri passaggi biblici, specialmente in Malachia 3,20: «Sorgerà con raggi benefici il sole di giustizia».

Il Cristianesimo primitivo ereditò sia il simbolismo biblico della luce, sia quello ellenistico contemporaneo (filosofico e religioso). Cristo era il sol iustitiae (cfr. Mal 3,20): per questo non c’era niente d’incongruo nel celebrare la Natività nella data della festa pagana romana del «sole invincibile». Secondo il Vangelo di Giovanni (8,12), Gesù disse di se stesso: «Io sono la luce del mondo», mentre i suoi discepoli possedevano la «luce della vita». La Pasqua viene perciò celebrata con i riti del fuoco e della luce. Nel rito cattolico, il cero pasquale viene portato all’interno della chiesa buia accompagnato dall’esclamazione «Lumen Christi», ripetuta tre volte. L’equazione di Dio con l’Assoluto, con la pura essenza di luce, trova espressione anche nel Credo, dove il Figlio (Cristo) è definito come «Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero». Il Logos viene descritto come luce anche nel prologo del Vangelo di Giovanni . L’esperienza di Paolo sulla via di Damasco è stata una tipica esperienza di luce.

Già la comunità ebraica di Qumran aveva diviso Israele in «figli della luce» (che alla fine verranno salvati) e «figli delle tenebre» (condannati alla dannazione eterna) – distinzione che venne ripresa successivamente dal Cristianesimo. Il principe del male e delle tenebre, Satana, era in origine un angelo della luce e per questo uno dei suoi nomi è Lucifero (greco: Phosphoros ), letteralmente «portatore di luce». La metafora deriva da Isaia (14,12), dove il re di Babilonia, che nel suo orgoglio presuntuoso precipitò dalla gloria alla distruzione, viene chiamato stella del mattino che cadde dal cielo. Ma lo stesso termine (phosphoros , «stella del mattino») viene applicato anche a Cristo nella Seconda lettera di Pietro . L’attesa dell’avvento di Cristo viene paragonata a «una lampada che brilla in un luogo oscuro, finché… la stella del mattino si levi nei vostri cuori» (2 Pt 1,19).

Tratto sempre dal testo di cui sopra

Continua...

 

 

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Praticamente tutte le religioni esprimono simbolicamente – nella mitologia, nel culto e nell’iconografia – l’idea della luce quale simbolo di benedizione. Persino quando luce e tenebre non sono diametralmente opposte come due principi ostili, ma sono concepite come modi cosmici complementari ed agenti creativi (i cinesi yin e yang ), persiste una marcata preferenza per la luce. Quindi yang è luce, cielo, positivo, costruttivo, maschile, mentre yin è l’opposto...

...Il Natale è diventato una festa della luce, come la ḥanukkah ebraica, la Dīvālī induista e molti altri riti, feste e usanze sia del mondo antico (cfr. ad esempio nella Grecia antica la corsa delle torce, conosciuta come Lampadedromia o Lampadephoria), che del mondo moderno.

Il simbolismo della luce occupa un posto considerevole anche nell’iconografia religiosa: i santi e le figure divine hanno spesso un alone che circonda la testa o l’intero corpo, oppure una fiamma sopra la testa. Ciò è particolarmente evidente nell’iconografia buddhista, specialmente nelle sue forme Mahāyāna (per esempio in molti maṇḍala ). Amida è facilmente identificabile dall’aureola di raggi «infiniti» che si dipartono dalla testa. Anche il Buddha Mahāvairocana (giapponese: Dainichi-nyorai), il «Grande Illuminatore», che irradia la luce più intensa, compare in molti maṇḍala tibetani come un centro emanante raggi. Per molte sette buddhiste (per esempio la Shingon giapponese), egli è la realtà suprema. Nel sincretismo giapponese buddhista-scintoista egli veniva identificato anche con Amaterasu, la dea del sole (e la dea più importante) del pantheon scintoista. La città sacra di Benares, nell’India settentrionale, è chiamata anche Kāśī, «città della luce».

 

Anche il Corano ha i suoi famosi «versi della luce». Lungo il corso degli anni si andò sviluppando una dottrina della luce di tipo profetico e in definitiva metafisico. Dopo il IX secolo, nell’Islamismo, con l’assimilazione della filosofia neoplatonica, la luce cominciò ad essere identificata con il principio divino della luce (cioè l’intelletto, secondo alcuni pensatori filosofici) che si diffonde in questo mondo, un processo corrispondente all’elevazione dell’anima umana verso la luce divina. Il fine ultimo del mistico è di contemplare la luce pura e la bellezza di Dio. La speculazione della luce si ritrova tra i teologi, i mistici e gli gnostici (inclusi coloro che furono sospettati di eresie di tipo gnostico) musulmani ortodossi.

Tratto sempre dal Dizionario dei Simboli (M. Eliade - Ioan Petru Couliano)

 

 

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Concludo l'argomento luce, con un'ultima citazione tratta dal Dizionario più volte citato

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Il ruolo speciale delle concezioni e delle esperienze di luce (illuminazione, photismos ) nei sistemi mistici è stato sufficientemente trattato. Sembra che il misticismo ricorra quasi automaticamente a una terminologia della luce. La teologia mistica greco-ortodossa enfatizza la dottrina della «luce non creata» divina, attraverso cui il mistico raggiunge l’unione con Dio. Il Nuovo Testamento racconta la trasfigurazione di Cristo (Lc 9), fornendo così la base per una teologia mistica della quale il monte Tabor rappresenta uno dei simboli centrali. La dottrina, giudicata eretica dalla Chiesa cattolica, mostra alcune analogie interessanti con la dottrina qabbalistica delle sefirot .

...Già Filone Ebreo aveva dichiarato che lo splendore divino era così radioso da essere accecante. Secondo Dionigi, Dio è così totalmente inconoscibile, e la sua essenza così totalmente al di fuori  della nostra portata, che tutta la nostra conoscenza di lui è per forza «negativa». L’esperienza che egli espone nella sua Teologia mistica è essenzialmente un «inconoscibile». È al di là del pensiero umano. Non è luce ma, dal punto di vista della comprensione umana, tenebra totale. (Questa dottrina compare di nuovo nel famoso trattato mistico inglese del XIV secolo The Cloud of Unknowing , La nube della non conoscenza).

Riflessi di questa concezione si ritrovano anche nella letteratura mistica non cristiana (per esempio, nella Qabbalah), ma non deve essere confusa con i concetti indiani e cinesi di śūnyatā , o «vuoto», e simili.

Il mistico spagnolo Giovanni della Croce, nel XVI secolo, descrive il cammino dell’anima verso l’unione totale con Dio come l’ascesa attraverso due «notti oscure»: quella dei sensi (cioè la perdita di tutto il pensiero discorsivo, dei sentimenti e delle immagini) e quella dello spirito.

 

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2 ore fa, LUIGI64 ha scritto:

Già Filone Ebreo aveva dichiarato che lo splendore divino era così radioso da essere accecante

Avevo qui già raccontato di aver sognato un angelo e detto della sua  luce splendida e radiante , però c'è Un piccolo particolare che non non son mai riuscito a comprendere , che sarebbe il buio nero come la pece intorno a lui , per fare un esempio... Era come vedere una stella spendete quasi accecante nel buio della notte, la cosa strana è che una luce così luminosa come il sole " a dir poco " non abbia illuminato tutto l'orizzonte intorno a se a giorno. Spero che abbiate capito 

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