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Good religion trascendenza/mistica


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@LUIGI64 Tanto per essere più chiaro " a proposito di quel che dicevo prima " 

Prendo per esempio una lampadina, supponiamo di accendere una lampadina in una stanza buia e vedere solo la luce della lampadina e nient' altro, direi che è una cosa impossibile.

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@LUIGI64 

38 minuti fa, LUIGI64 ha scritto:

Avevo capito cosa tu volessi dire

Ah ok 👍

38 minuti fa, LUIGI64 ha scritto:

Ma veramente non saprei come interpretare il tuo sogno

Io mi son fatto un idea , penso che la luce Celeste prenda forma suo piacimento , o meglio dire  a piacimento del soggetto a cui appare , supponendo che se io fossi stato un ragazzo  devoto alla mucca sacra , può darsi che avrei sognato una mucca lucente.

È solo per fare un esempio , tanto per rendere l'idea.

 

 

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Cenni sulla definizione di Ombra (Jung e dintorni)

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Quando un soggetto tenta di individuare la sua «ombra», acquista coscienza (e spesso se ne vergogna) di quelle qualità e di quegli impulsi che nega in se stesso, ma che può agevolmente scorgere negli altri, -aspetti come l'egotismo, la pigrizia mentale, la sciatteria; fantasie irreali, schemi, trame; mancanza di profondità, viltà; amore disordinato del denaro, o della proprietà - in breve, di tutti quei piccoli peccati dei quali può essersi detto, in precedenza, «non importa, nessuno se ne accorgerà, e in ogni caso anche gli altri fanno così». Se si avverte montare una rabbia soverchiante, quando un amico ci rimprovera di qualche colpa, si può esser certi che a questo punto ci si imbatte in qualche elemento della nostra ombra, di cui non siamo consapevoli. E' del tutto naturale seccarsi quando gli altri, che non sono «migliori di noi», ci criticano per colpe che originano dalla nostra ombra...

Il processo di Individuazione di Marie-Louise von Franz 

Tratto da: L'uomo e i suoi Simboli (C. G. Jung)

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... Il flusso dell’esperienza viene contestualizzato in modo che certi aspetti dell’io sembrino appartenere all’ambiente. L’individuo allontana da sé alcuni aspetti della propria psiche e li percepisce come se fossero  esterni, per lo più relativi ad altre persone. Percepisce correttamente idee, emozioni, impulsi, qualità, ma i suoi processi meta-comunicativi non identificano correttamente la fonte del messaggio.

Ma, e questo è il punto cruciale, le confusioni e le errate valutazioni lasciano l’individuo con un’immagine di sé distorta e impoverita, che non rappresenta accuratamente la sua totalità psicofisica; un’immagine di sé fraudolenta, composta unicamente di frammenti del vero io. Nel tentativo di rendere accettabile tale immagine, l’individuo la rende invece sempre più inaccurata. Chiameremo Persona quest’immagine di sé inaccurata e impoverita; chiameremo invece Ombra quegli aspetti dell’ego negati, alienati e proiettati all’esterno.

È nella natura di ogni dualismo presentare la realtà in modo apparente ed illusorio...per quanto l’individuo reprima e proietti certi lati di sé, essi nondimeno rimangono suoi, appartenendo all’ambiente solo in apparenza; proprio come il riflesso di un albero in uno stagno, che sembra un oggetto reale, ma è solo un’illusione. Così, quando l’uomo tenta di negare certi aspetti di se stesso, poiché rimangono suoi, essi tornano a colpirlo come un boomerang in forma di sintomi “nevrotici”. ... il livello che Jung chiamò Ombra - tutti quegli aspetti indesiderati o indesiderabili di noi stessi che tentiamo di mettere da parte e che nondimeno ci seguono, appunto, come la nostra Ombra.

Tratto da: Lo spettro della coscienza (K. Wilber)

 

 

 

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In relazione al meccanismo della proiezione e del concetto di Ombra, continuerò ancora un po' a citare il testo di Ken Wilber (Cap. 7 :Integrazione dell'Ombra) che trovo estremamente profondo, chiaro ed esplicativo

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A chi non ha familiarità con la proiezione a Livello Egoico, questo meccanismo inizialmente sembra sconcertante e talvolta ridicolo, in quanto implica l’idea che quei tratti che più ci disturbano negli altri debbano essere riconosciuti come aspetti di noi stessi. Quest’idea di solito incontra un’opposizione aspra e risentita. Eppure, fece notare Freud, la negazione violenta è il contrassegno della proiezione; ovvero, se non negassimo è chiaro che non proietteremmo! Rimane il fatto, comunque, che “ognun dal proprio cuor altrui misura”, e le nostre critiche più aspre nei confronti degli altri sono soltanto pagine ripudiate di autobiografia. Se desiderate sapere com’è veramente una persona, ascoltate ciò che dice degli altri.

Tutto questo deriva dall’originaria scoperta di Freud secondo cui tutte le emozioni sono intra-psichiche ed intra-personali, ovvero non inter-psichiche né interpersonali - vale a dire che le emozioni vengono sperimentate (per lo meno a Livello Egoico) non tra me e te, ma tra me e me. 

La terapia a Livello Egoico consiste nel ricordare le nostre tendenze dimenticate e nel riappropriarci di esse, nel re-identificarci con gli aspetti proiettati, nel riunirci alle nostre ombre. Citiamo il dott. Perls:

Molto del materiale che è nostro, che fa parte di noi, è stato dissociato, alienato, ripudiato, gettato via. Tale riserva di potenziale non è a nostra disposizione. Ma io credo che la maggior parte di essa sia disponibile in forma di proiezioni. Suggerisco di iniziare con l’implausibile ipotesi che tutto ciò che vediamo negli altri o nel mondo sia soltanto proiezione… Noi possiamo riassimilare o recuperare le nostre proiezioni proiettandoci a nostra volta completamente nell’altra cosa o persona… Dobbiamo attuare l’opposto dell’alienazione - l’identificazione. (La Terapia Gestaltica Parola per Parola)

Proiezione di emozioni negative—quali l’aggressività, l’ira, l’avversione, il rifiuto, il risentimento, ecc… La proiezione di emozioni negative è un fatto incredibilmente diffuso soprattutto in Occidente, dove la morale cristiana dominante tra il popolo presuppone la lotta contro tutte le tendenze “malefiche” e negative, in noi come negli altri; e anche se Cristo ci consigliò di “non opporre resistenza al male”, di trattarlo con amore e amicizia, perché “Io sono il Signore, e non ve ne sono altri. Io creo la luce e le tenebre, permetto la pace e permetto il male; Io, il Signore, posso tutto questo” - anche se Cristo disse così, nondimeno ben pochi tra noi amano le proprie tendenze “malefiche”. Al contrario, noi le disprezziamo e le aborriamo, ne proviamo vergogna e imbarazzo, e di conseguenza, pensiamo non ad integrarle, ma ad alienarle. Con l’emergere del quarto dualismo, tale alienazione diventa possibile, o meglio sembra diventarlo, perché per quanto possiamo disconoscere quelle tendenze, esse rimangono comunque nostre. Allontanate dalla coscienza, le vediamo intorno a noi - ci sembra allora di esserne privi, e di vederle brulicare fuori di noi. In realtà, quando osserviamo gli altri, e inorridiamo alla vista della loro “cattiveria”, stiamo sicuramente contemplando l’immagine speculare della nostra anima.

 

 

 

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Alre interessanti riflessioni di K. Wilber:

 

In realtà, gli atti di violenza anti-sociale non derivano dall’aggressività integrata, bensì da quella alienata e repressa; la forza aggressiva “bloccata” aumenta a dismisura, proprio come quanto più si chiude una pentola a pressione tanto più si aumenta la forza del vapore, fino a provocare una violenta esplosione. Ecco dunque, di nuovo, l’imperativo morale di integrare e rendere consce le nostre tendenze aggressive. Tuttavia, in genere facciamo l’esatto contrario - tentiamo di negarle ed allontanarle dalla coscienza. Di conseguenza, ci sembra che il mondo ci stia attaccando. Abbiamo paura. “La paura mette in comunicazione colui che proietta con la propria aggressività proiettata.” Mentre la proiezione dell’eccitazione si traduce in ansia, e quella del desiderio in pressione, l’aggressività proiettata si traduce in paura.

Beh, certamente - potrebbero obiettare alcuni di noi - a volte provo un senso di paura, ma il mio problema è che non sono un tipo aggressivo - provo spesso paura, ma mai impulsi aggressivi.” Esattamente! Non proviamo aggressività perché l’abbiamo proiettata, e di conseguenza la viviamo come paura. L’esperienza della paura non è altro che la nostra aggressività mascherata rivolta contro di noi. Non dobbiamo inventare l’aggressività -essa esiste già come paura; l’unica cosa che dobbiamo fare è chiamarla con il suo vero nome. Così, l’affermazione “il mondo mi sta attaccando”, è più corretta se letta al contrario.

Tutti noi abbiamo dei punti ciechi - tendenze e caratteristiche che rifiutiamo di accettare e di riconoscere come nostre, e che scagliamo di conseguenza nell’ambiente, per poi raccogliere tutta la nostra  rabbia e la nostra indignazione per combatterle, incapaci di vedere, a causa del nostro stesso idealismo, che la battaglia è interna, e che il nemico è praticamente dentro casa. L’unica cosa che dobbiamo fare per integrare questi aspetti è trattare noi stessi con la medesima gentilezza e comprensione che riserviamo agli amici. Citiamo un passo eloquente di Jung:

L’accettazione di se stessi è l’essenza della questione morale, il compendio di tutta una visione della vita. Dar da mangiare agli affamati, perdonare le offese, amare il proprio nemico nel nome di Cristo - sono certo tutte grandi virtù. Ciò che faccio al più piccolo dei miei fratelli io lo faccio a Cristo. Ma cosa farei se scoprissi che il più insignificante tra loro, il più povero degli accattoni, il più impudente tra coloro che mi offendono, il peggiore dei miei nemici - si trovano dentro di me, e che io stesso ho bisogno della mia benevolenza - che io stesso sono il nemico che dovrei amare - cosa farei allora? (.Carl Jung, Modern Man in Search of a Soul)

 

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Ancora K. Wilber:

 

...il Livello dell’Ombra, ci forniscono una sintetica descrizione Perls, Hefferline e Goodman:

Una proiezione è una caratteristica, un atteggiamento, un moto dell’animo o una parte di comportamento che appartiene alla vostra personalità, ma non viene vissuto come tale; al contrario, esso è attribuito ad oggetti o persone presenti nell’ambiente, e viene sperimentato come forza diretta contro di voi. Colui che proietta, inconsapevole per esempio del fatto che sta rifiutando gli altri, crede che siano gli altri a rifiutare lui; oppure, inconsapevole di una colorazione sessuale nel proprio approccio agli altri, crede che siano gli altri a tentare di avvicinarlo sessualmente (Perls, Hefferline e Goodman, Teoria e Pratica della Terapia della Gestalt)

La proiezione a Livello Egoico è identificabile con molta facilità: se una persona o una cosa nell’ambiente ci dà un’informazione, è probabile che non stiamo proiettando; se invece produce in noi una reazione emotiva, probabilmente siamo vittime di una nostra proiezione.

...Il primissimo passo in questa direzione consiste sempre nel riconoscere che ciò che crediamo un’azione meccanica dell’ambiente contro di noi è in realtà qualcosa che noi stiamo facendo a noi stessi - siamo noi i responsabili. Scrive Laing:

Vi è dunque una validità fenomenologica nel riferirsi a tali “difese” (come la proiezione) con il termine “meccanismo”. Ma non ci dobbiamo fermare qui. Esse hanno questa qualità meccanica perché l’individuo, per il modo in cui vive se stesso, è dissociato da loro. Gli sembra, e così sembra agli altri, di subirle (come se fossero “esterne” a lui)…

Ma le cose stanno così solamente dalla prospettiva della sua esperienza personale di alienazione. Se si dis–aliena (integrando le sue proiezioni) può finalmente prendere coscienza di esse, il che gli permette di fare il secondo, anche più importante passo, quello di realizzare che queste sono cose che egli fa o ha fatto a se stesso (Roland D. Laing, La Politica dell’Esperienza, Feltrinelli, 1990)

 

...Perls riassume infine con chiarezza la questione:

Finché combattete i vostri sintomi, essi non possono che peggiorare. Se vi assumete la responsabilità di ciò che state facendo a voi stessi, del modo in cui costruite i vostri sintomi, la vostra malattia, la vostra stessa esistenza - proprio nel momento in cui vi mettete in contatto con voi stessi - ha inizio la crescita, ha inizio l’integrazione

Se il primo passo nella “cura” delle proiezioni è quello di assumersene la responsabilità, il secondo consiste semplicemente nell’invertire il senso della proiezione, e nel rivolgere con gentilezza agli altri quei pensieri che finora abbiamo rivolto impietosamente a noi stessi. Così, “Il mondo mi rifiuta” si tradurrà in “Io rifiuto, per il momento, questo dannato mondo!”. “I miei genitori desiderano che studi” si tradurrà in “Voglio studiare”. “La mia povera madre ha bisogno di me” diventerà “Ho bisogno di starle vicino”. “Ho paura di essere lasciato solo” si tradurrà in “Che io sia dannato se dedicherò del tempo a qualcuno!”. “Tutti sembrano sempre sul punto di criticarmi” diventerà “Ho la tendenza a criticare gli altri”.

 

 

 

 

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Ancora sull'Ombra e conclusione del capitolo 7, sempre a cura di K. Wilber (Lo spettro della coscienza ):

 

Se allora desiderate sapere - a mo’ di esperimento personale - come la vostra Ombra vede il mondo, vi sarà sufficiente invertire il senso di tutto quel che consapevolmente desiderate, sentite, provate, volete, intendete o credete. In tal modo potrete consapevolmente contattare, esprimere ed interpretare i vostri opposti, per infine riappropriarvi di essi. Alla fin fine, o li possedete o ne siete posseduti - l’Ombra ha sempre qualcosa da dire. È quanto spero sia risultato chiaro da ogni esempio di questo capitolo: possiamo decidere di occuparci coscientemente delle nostre dualità, o saremo costretti a preoccuparcene.

Interpretare gli opposti, esserne consapevoli e infine riappropriarsene, non significa necessariamente agire in base ad essi! Quasi tutti sembrano riluttanti ad affrontare i loro lati oscuri per paura di esserne sopraffatti. Accade piuttosto il contrario: noi finiamo col seguire le direttive dell’Ombra, del tutto contro la nostra volontà, solo quando essa è inconscia.

 

È così che, facendo emergere gli opposti e concedendo all’Ombra la possibilità di esprimersi, arriviamo infine ad estendere la nostra identità e la nostra responsabilità a tutti gli aspetti della psiche, e dunque non solo ad una persona impoverita.

In tal modo, la scissione tra persona ed Ombra risulta “integrata e risanata”, ed è possibile sviluppare spontaneamente un’autoimmagine unitaria, accurata e perciò accettabile; una precisa raffigurazione mentale della totalità psicosomatica del proprio organismo. La psiche recupera la sua integrità, e dal Livello dell’Ombra si passa a quello Egoico.

Ora, la maggior parte delle “psicoterapie” sviluppatesi in Occidente ha come scopo principale la discesa nel Livello Egoico ed il trattamento di quest’ultimo - in un modo o nell’altro, esse hanno a che fare con il quarto dualismo-repressione-proiezione, con il cosiddetto conflitto intra-psichico, con il recupero dell’Ombra, comunque questa possa essere concepita. Noi vorremmo suggerire, in modo forse un po’ semplicistico, che nonostante le molte differenze di forma, stile e contenuto, e nonostante il vario grado della loro apparente efficacia, tutte le psicoterapie affrontano essenzialmente il quarto dualismo principale, nel tentativo di “rendere conscio l’inconscio”, di “rafforzare l’io”, di sviluppare un’accurata auto-immagine, e così via. Certi aspetti della terapia gestaltica, della psicologia psicoanalitica, della terapia della realtà, della terapia razionale, dell’analisi transazionale, dello psicodramma - per nominarne solo alcune - intendono aiutarci ad affrontare l’Ombra, per giungere a riappropriarcene e quindi a vedere ciò che non siamo riusciti a vedere fino a quel momento: un amico nel vecchio nemico.

 

 

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È possibile realizzare la verità immediatamente, senza preparazione? Io dico di sì - non per mio capriccio o per illusione; eseguite questo esperimento psicologico e lo vedrete. Considerate una difficoltà qualunque, qualsiasi piccolo incidente - non serve attendere una grande crisi - ed osservate come reagite. Siate consapevoli delle vostre reazioni, delle vostre intenzioni, dei vostri atteggiamenti, e nel comprenderli comprenderete il vostro background. Vi assicuro che è possibile farlo, se fate ricorso a tutta la vostra attenzione. Se siete alla ricerca del significato del vostro background, questo esercizio ve lo offrirà, e in un sol colpo scoprirete come stanno le cose, comprenderete il vostro problema. La comprensione sorge dall’adesso, dal presente che è sempre senza tempo… Il semplice posporre, il prepararsi a ricevere ciò che sarà domani, impedisce di comprendere quel che accade ora… È come se vi preparaste a capire domani ciò che può essere compreso solo nell’“ora”. Percepire la verità non richiede alcuna preparazione; per prepararsi ci vuole tempo, e il tempo non è uno strumento di comprensione della realtà. Il tempo è continuità, e la verità è senza tempo

J. Krishnamurti (La Prima e Ultima Libertà)

 

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David Bohm e l’indivisa totalità dell’Universo

 

La definizione di ordine implicato come generatore sottostante un visibile ordine esplicato, riporta il pensiero al mito della caverna di Platone. Il filosofo greco suggerisce come il mondo delle apparenze sia, in effetti, l’ombra di un mondo più profondo delle forme e delle idee. Nel leggere Bohm, a volte si ottiene una simile impressione, che il mondo esplicato sia una sorta di riflesso di un più profondo ordine implicato.

Tutta l’opera di Bohm è pervasa dal concetto di unicità e totalità dell’universo, della scienza e del pensiero dell’uomo. Lo stesso ordine implicato rappresenta una sorta di flusso continuo in movimento che racchiude il tutto nell’uno e viceversa. Il pensiero umano, secondo Bohm, viene limitato dalla tendenza a frammentare i problemi e gli approcci risolutivi, mentre solo una modalità completa di visione unitaria può portare l’umanità verso una conoscenza più profonda della natura.

Nel testo citato, Bohm scrive: “Quando tale armonia prevale, l’uomo può quindi non solo avere comprensione del significato della totalità ma, ciò che è molto più significativo, può realizzare la verità di questa intuizione in ogni fase e aspetto della sua vita“.

David Bohm giunge pertanto alla conclusione che in realtà tutto l’universo “è Uno” ed è sorprendente come dopo millenni di storia dell’uomo e della scienza, quest’ultima infine torna a valorizzare quanto già intuito ed espresso dalle più antiche culture sapienziali. L’affermazione Bohmiana è arricchita dal suo significato scientifico, fondando la base sul fenomeno dell’entanglement che “unisce e connette tutte le particelle dell’universo” (attraverso il potenziale quantistico). Per Bohm, lo spazio e il tempo cessano di esistere nell’ordine implicato, laddove mente e materia superano il dualismo cartesiano, per tornare a essere espressione di un’unica Realtà.

https://www.acronico.it/2017/02/07/david-bohm-e-lindivisa-totalita-delluniverso/

 

 

 

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Catturata per la prima volta la danza quantistica degli atomi dal più grande laser a raggi X del mondo

https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/08/08/danza-quantistica-atomi-laser-science-news/8088056/

 

Il termine Nataraja significa “Re dei ballerini” (in sanscrito  nata = dance e raja = re).

La più chiara immagine dell’attività di Dio, che qualsiasi arte o religione possono vantare … Una rappresentazione fluida ed energica della figura in movimento della figura danzante di Shiva che difficilmente si può ritrovare altrove”.

Ananda K. Coomaraswamy (La danza di Shiva)

 

 

 

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C’erano una volta un grande maestro e un bambino di otto anni che lo accompagnava ovunque. Moltissime persone giungevano dal maestro per chiedergli un insegnamento che potesse aiutarle. Così anche il bambino, incuriosito, un giorno, in tutta serietà, decise di fare lo stesso. Il maestro sorrise e, visto che il bambino insisteva molto, gli disse: «Prova ad ascoltare il suono prodotto da una mano sola. Quando l’avrai sentito, fammelo sapere».

Il bambino si impegnò a fondo, tanto che non dormiva nemmeno la notte. Dopo qualche giorno tornò dal maestro e disse: «L’ho trovato! È il suono del vento!».

Ma il maestro scosse il capo: «Non è questo».

E così il bambino si impegnò ancora di più, e quasi tutti i giorni tornava dal maestro per riferirgli qualche suono, senza successo.

Un giorno scomparve, non si trovava da nessuna parte, e il maestro preoccupato mandò alcuni discepoli a cercarlo. Lo trovarono nel bosco, assorto a contemplare un albero. I discepoli lo riferirono al maestro: «Non vogliamo disturbare il bambino: sembra possedere la vera natura di un Buddha! Forse ha sentito quel suono!».

Così fu il maestro ad andare dal bambino e, raggiuntolo, gli chiese se avesse finalmente sentito il suono di una mano sola.

Il bambino rispose: «L’ho sentito, ma è privo di suono».

Tratto da: Fermati e respira (D. Lumera)

 

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